lunedì 15 febbraio 2016

L’avviso di Sky sulla visione interrotta dei canali è solo un errore

La Stampa



Se anche a voi è comparso questo segnale mentre guardavate la televisione, non siete i soli. Molti utenti abbonati a Sky hanno segnalato nelle ultime ore di aver visualizzato un messaggio in sovrimpressione che annunciava loro l’interruzione delle trasmissioni a partire dal 28 febbraio. Nel messaggio, che contiene anche un numero verde per chiedere informazioni alla pay tv, non si spiega il motivo della sospensione del servizio. 

Alcuni abbonati hanno tentato di contattare Sky attraverso il numero indicato senza ricevere, però, alcuna risposta. È andata meglio a chi ha provato su Twitter, chiedendo spiegazioni direttamente a Sky TG24, il canale all news dell’emittente.

@SkyTG24 credo voi abbiate un problema pic.twitter.com/pUTNOnYKzz
— Imma Porcaro (@MacoPorcaro) February 15, 2016
Dopo un paio di ore è arrivata la risposta dell’azienda, che ha spiegato che il messaggio è frutto di un errore non meglio definito e che le trasmissioni non saranno interrotte. L’azienda ha spiegato che il problema è stato già risolto, escludendo l’ipotesi che ad agire sia stato un malintenzionato in grado di hackerare i sistemi di Sky.
.@MacoPorcaro Alcuni abbonati hanno ricevuto un messaggio errato: non avverrà alcuna interruzione. Ci scusiamo per il disagio.
— Sky TG24 (@SkyTG24) February 15, 2016

Renzi ha regalato il mare alla Francia. Italia umiliata: i nuovi confini

Libero

Renzi ha venduto il mare alla Francia. Italia umiliata: i nuovi confini / Foto

Abbiamo dato un pezzo di Sardegna ai francesi. Corrado Guzzanti l’aveva previsto anni fa, imitando Giulio Tremonti: «Vendiamo la Sardegna. È un’isola che è lontana, non serve a nessuno. Diamo 48 ore di preavviso alla popolazione, e non c’è problema. Ho un compratore». L’ultimo omaggio al genio profetico del comico non l’ha fatto l’allora ministro dell’Economia che, nella memorabile parodia, immaginava appunto di cedere l’isola ai tedeschi; viene invece dal governo Renzi, protagonista di un bilaterale con la Francia del 21 marzo 2015 dedicato (anche) alle acque internazionali, che è improvvisamente tornato d’attualità.

A ridare importanza a quell’accordo, stilato a Caen quasi un anno fa, una serie di azioni delle autorità marittime francesi che, a inizio 2016, hanno respinto o addirittura sequestrato alcuni pescherecci italiani nel Tirreno: le imbarcazioni, secondo i transalpini, avrebbero sconfinato in acque non più italiane avvicinandosi alla Corsica. Il caso più clamoroso è quello del «Mina», oggetto anche di una interrogazione parlamentare dei Cinque stelle: la barca è stata tratta in stato di fermo, il 13 gennaio scorso, nel porto di Nizza, e poi rilasciata su cauzione, creando un vero e proprio caso diplomatico.

Le acque in cui la barca è stata fermata dai francesi, però, al capitano di bordo risultavano nostre: avrebbero «cambiato colore» proprio nel bilaterale Gentiloni-Fabius del 21 marzo 2015, avente per oggetto lo scambio di acque territoriali. La Farnesina si attiva - siamo a metà gennaio - per risolvere l’increscioso episodio: il sottosegretario Benedetto Della Vedova dà una versione dei fatti che conferma l’accordo (acque al largo dell’Elba diventano italiane, in cambio di pescose fette di mare attorno alla Corsica, sia al largo della Liguria sia a nord della Sardegna, che passano sotto Parigi), ma spiega che, secondo la legge italiana, l’intesa non è in vigore, in quanto non è mai stata ratificata in Parlamento.

Le autorità d’Oltralpe, però, paiono di tutt’altro avviso: tant’è che pochi giorni fa una nuova imbarcazione italiana, partita da Alghero, viene rimbalzata dai francesi e stoppata nella sua attività di pesca. La denuncia, rilanciata dal responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, è del deputato di Unidos Mauro Pili: «Un peschereccio sardo, una volta raggiunte le tradizionali aeree di pesca al nord dell’Isola, si è sentito intimare dalle autorità francesi lo stop immediato.Il messaggio è stato chiaro: fermatevi, state entrando in acque nazionali francesi in base all’accordo internazionale sottoscritto dal governo italiano da quello francese».

Pili, riporta il sito sassarinotizie.com, dopo essersi consultato con le categorie, va all’attacco presentando un’interrogazione parlamentare non dissimile da quella grillina di poche settimane fa. Non si cava però un ragno dal buco: due azioni (una alla Camera venerdì e una al Senato a fine gennaio) in sostanza confermano l’accordo (ne parla anche il sito www.shom.fr, un ente che fa capo al ministero della Difesa francese e pubblica la cartina delle nuove competenze territoriali), ma secondo i nostri onorevoli il testo «non risulterebbe consultabile neppure nelle banche dati governative».

Pili attacca: «È fin troppo evidente che il governo Renzi, nel corso del negoziato, ha accettato la cessione di alcune importantissime zone di mare a nord ovest e a nord est della Sardegna. Un danno immenso per le marinerie sarde, che risulta incomprensibile e inaccettabile».Poi posta sul suo profilo Facebook tre pagine, scrivendo: «Pubblico il vergognoso accordo tra Italia e Francia». Segue frontespizio di quello che dovrebbe essere il misterioso testo. Fa riferimento a «quattro sessioni di negoziato» tra i due esecutivi, risalenti a dicembre 2006, marzo e settembre 2007 (all’epoca eravamo in pieno governo Prodi bis) e marzo 2012 (governo Monti).

Al nono anno di trattativa, arriva la firma al bilaterale di Caen di cui si è detto, che ritocca un testo del 1892 poi ritoccato nel 1986 (agli Esteri c’era Giulio Andreotti). Resta il mistero su contenuto esatto e soprattutto entrata in vigore di questo nuovo accordo, svolto in ottemperanza a nuove norme dell’Onu. Si tratta di dettagli non da poco, visto che nelle acque in questione sguazzano pesci preziosissimi soprattutto per le economie di Liguria e Sardegna (in cambio ci avremmo guadagnato come detto un’estensione - meno ghiotta - di acque toscane al largo dell’Elba).

Come spiegava un pezzo apparso sul sito del Fatto Quotidiano all’epoca del sequestro del «Mina», nei mari passati da Italia a Francia si trova «uno scrigno naturale dove si riproducono e vivono i gamberoni rossi. Una specie pregiatissima, venduta all’ingrosso a 40 euro al chilogrammo e a 70/80 euro in pescheria e addirittura a 100 euro sotto Natale». Si tratta della cosiddetta «Fossa del cimitero», fascia nella quale - in deroga all’accordo stesso, che prevede un’«intesa di vicinato» - secondo il sito notizie geopolitiche.net la Francia avrebbe ottenuto l’esclusiva del pescato. Tutta ricchezza che, se le cose stanno come dice Pili, è silenziosamente passata dall’Italia alla Francia: nel migliore dei casi, un autogol.

di Martino Cervo

Rai, è davvero così facile pagare? I punti ancora da chiarire sul canone

Corriere della sera

di Francesco Di Frischia

Come si può dimostrare di non avere in casa un apparecchio televisivo? I ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico devono varare un decreto per l’esenzione dal pagamento del canone a favore delle fasce più deboli. Nei prossimi quattro mesi.

Non c’è programma della Rai, a tutte le ore del giorno e della notte, che non ci ricordi che «da quest’anno pagare il Canone è facile», in pratica non bisogna fare nulla perché «si paga nella bolletta elettrica» nella casa di residenza a partire da luglio prossimo. E che l’importo è più basso rispetto al passato: è «solo 100 euro», mentre lo scorso anno era di 113,50. Dopo avere detto «addio» al famoso e odiatissimo bollettino, però, rimangono ancora due aspetti che devono essere chiariti dal legislatore: se il pagamento del canone Rai tramite l’utenza elettrica fa presumere di possedere un apparecchio tv, è anche possibile che un cittadino non lo possegga.
Chi non ha in casa un tv
E allora che cosa deve fare per non pagare questa gabella? Come è possibile dimostrare di non avere in casa un televisore di vecchia o di nuova generazione? L’unico modo legalmente valido è presentare una apposita dichiarazione, come indicato dallo stesso sito della Rai, all’Agenzia delle Entrate: in particolare alla «Direzione provinciale I di Torino - Ufficio territoriale di Torino I - Sportello S.A.T.». Attenzione però: le modalità di presentazione della dichiarazione, sottolinea la stessa Agenzia, «saranno stabilite con successivo provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate».

C’è ancora molto tempo da oggi a quando, nella prima bolletta elettrica a partire dal 1° luglio prossimo, verrà inserito automaticamente il pagamento del canone, ma sul sito dell’Agenzia delle Entrate non c’è traccia di queste informazioni perché l’Erario deve prima attendere un decreto previsto nella legge di Stabilità entrata in vigore il 1° gennaio scorso, da parte dei ministeri dell’Economia e dello Sviluppo economico. Quindi, in pratica, ancora non si conoscono nel dettaglio le modalità di presentazione di questa dichiarazione di non possesso di un apparecchio tv.

Si sa con precisione, invece, che «questa dichiarazione ha validità per l’anno in cui è stata presentata - precisa ancora l’Agenzia delle Entrate - ed espone a responsabilità penale in caso di dichiarazioni mendaci». Perciò chi dovesse dichiarare il falso potrebbe incorrere in sanzioni da Codice Penale. Inoltre «l’addebito nella fattura elettrica viene anche in caso di domiciliazione bancaria del pagamento della stessa», aggiungono dall’Agenzia delle Entrate.
L’esenzione per età e reddito
Ma c’è ancora un altro punto oscuro: il governo, confidando sul fatto che la tassa più evasa d’Italia (il 27% dei contribuenti la evade ndr) sarà pagata da più contribuenti attraverso la bolletta elettrica, ha voluto alzare il limite di reddito per l’esenzione a favore di anziani con più di 75 anni. Il tetto massimo per beneficiare di questa norma è stato ampliato portandolo a 8 mila euro annui. «Per gli anni dal 2016 al 2018 - spiega il sito della Rai - una quota delle eventuali maggiori entrate versate a titolo di canone di abbonamento alla televisione rispetto alle somme già iscritte a tale titolo nel bilancio di previsione per l’anno 2016 è destinata all’ampliamento sino ad euro 8.000 annui della soglia reddituale per l’esenzione a favore dei soggetti di età pari o superiore a 75 anni».

Ma chi definisce le modalità di fruizione dell’esenzione? C’è ancora tempo, anche stavolta, prima del primo addebito in bolletta a luglio, ma le regole per avere l’esenzione «saranno stabilite - fanno notare dal sito della Rai - con decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze (Pier Carlo Padoan ndr), di concerto con il ministro dello Sviluppo Economico (Federica Guidi ndr)». Lo stesso decreto che attendono dall’Agenzia delle Entrate. Fiduciosi di una rapida pubblicazione del provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate e dell’approvazione del decreto a doppia firma dei ministri Padoan e Guidi, il rischio di migliaia di dichiarazioni sospette, fanno notare alcune associazioni di utenti e consumatori, è molto alto.

Ma chi farà i controlli? E verranno verificate le posizioni di quei cittadini, sconosciuti alla Rai, che per la prima volta pagheranno il canone nel 2016? Di certo avranno tutti acquistato un bel tv ultrapiatto i primi di gennaio. Se invece dovessero possedere un apparecchio comprato nel 2015 e venissero scoperti, verrebbero multati? E in che misura?

15 febbraio 2016 (modifica il 15 febbraio 2016 | 10:09)

La ricerca non paga. Fuggire dall’Italia è l’unica possibilità”

La Stampa
flavia amabile

I cervelli scappati si raccontano: qui non si lavora. “La ricercatrice accusa la Giannini? Sacrosanto”

I cervelli in fuga non l’hanno presa bene. Hanno trasformato in protesta virale le parole di Roberta D’Alessandro, la loro collega italiana che dall’Olanda ha invitato la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini a non esultare per il successo degli italiani al bando da oltre mezzo miliardo dell’European Research Council perché di tricolore in quella vittoria c’è poco: soltanto 13 ricercatori resteranno in Italia a sviluppare i loro progetti. La maggior parte lo farà all’estero. Francesca Terenzi lavora a Londra nel settore del risk management delle catastrofi naturali. Ha lasciato l’Italia da 13 anni dopo essersi laureata in Fisica alla Sapienza a Roma e dopo aver capito che «non c’erano possibilità di trovare lavoro». Esultare «è ipocrita», commenta «In Italia i fondi per la ricerca sono davvero irrisori, lavorare fuori dall’università è difficile, restare all’interno è ancora più difficile. I concorsi vengono vinti da chi ha meno pubblicazioni di altri». Alla fine non resta molta scelta. 

NOVANTAMILA PARTENZE
Infatti nel 2014 sono stati poco meno di 90mila gli italiani che hanno deciso di trasferirsi all’estero: secondo un’elaborazione condotta dalla Camera di Commercio di Milano e Brianza sui dati Istat più recenti, si scopre che buona parte di loro sono giovani tra i 18 e i 39 anni e che sono aumentati del 12,7% rispetto al 2012. L’aumento delle fughe degli «under 40» negli ultimi 2 anni è andata crescendo fino a raggiungere quota 34,4% del totale dei loro coetanei. Vuol dire che 3,3 giovani ogni mille abitanti vanno all’estero.

Anche Davide Santoro ha lasciato l’Italia senza troppi rimpianti una quindicina di anni fa. Ora lavora a Berlino, si occupa di ricerca medica. «Chi ha una laurea in fisica e vuol fare Fisica sperimentale ha bisogno di molti fondi per i macchinari. In Italia arrivavano quelli dismessi dal Mit, obsoleti e abbastanza inutili per essere competitivi. All’estero ho sempre avuto a disposizione macchinari impensabili in Italia che mi hanno messo in condizione di fare ricerca ai massimi livelli». E così l’esercito dei cervelli in fuga cresce di anno in anno. Mete predilette la Gran Bretagna, scelta da quasi due ricercatori dieci, seguita dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia e dagli Stati Uniti.

PAESE CHE VAI
L’Inghilterra è la prima meta per l’area delle scienze chimiche, statistiche, politiche e per l’ingegneria civile e le scienze della terra. Gli Stati Uniti, invece, sono preferiti dai ricercatori in scienze mediche e biologiche, mentre il Belgio risulta primo per agraria e veterinaria. Davide Santoro e Francesca Terenzi sono originari di Roma: è soprattutto dalle grandi città che si mettono in movimento i cervelli.

Milano è prima con 3.300 partenze, seguita da Roma (2.450), Napoli (1.885) e Torino (1.653). Ma anche dalla provincia sono in tanti. Rossella Terracciano è di Ercolano (Napoli), su Facebook ha spiegato di essere pienamente d’accordo con Roberta D’Alessandro: «Ce ne andremo tutti, lasciando qui soltanto i vecchi e gli anonimi figli di... Quando in ambito accademico ti propongono di lavorare gratis perché non hanno fondi in realtà uccidono la tua passione per la ricerca. Dopo 4 anni passati a sgobbare gratis dalle 8:00 alle 20:00 ho deciso di andarmene».

«MOBILITÀ INTELLETTUALE»
Così la definisce l’Istat: si scopre che partono più spesso uomini e che i più a rischio emigrazione sono i dottori di ricerca nelle scienze fisiche: quasi un terzo abbandona l’Italia per continuare il suo lavoro. Poi ci sono i dottori di ricerca in scienze matematiche e informatiche e quelli in scienze chimiche o economiche e statistiche. Tra i meno propensi a fare questa scelta sono i dottori di ricerca in scienze giuridiche: solo il 7,5% è emigrato. Le norme italiane non hanno molto appeal all’estero.

Ruggine pagata a peso d’oro: quando i rottami dimenticati nei depositi costano milioni

La Stampa
raphaël zanotti

A Monza la moto sotto sequestro ferma da 33 anni: ora il custode vuole migliaia di euro


Quest’auto sequestrata vale pochi euro, ma il titolare del deposito l’ha custodita per quasi trent’anni e ora vuole il saldo della fattura: oltre 18.000 euro

La vernice gialla e rossa cade in scaglie solo a guardarla. La gommapiuma della sella si sbriciola. La forcella è inchiodata e la catena è un monoblocco di ferro e polvere. Sul mercato, una moto così, non varrebbe che qualche decina di euro, il prezzo del ferro recuperato. Ma lo Stato lo pagherà 24.000 euro. Il costo della sua custodia, per 33 anni, in un deposito mezzi sequestrati della provincia di Monza.

Il cartellino giallo appeso al manubrio parla chiaro: questa enduro Tgm, fabbrica che ha chiuso i battenti 30 anni fa, è stata sequestrata ad Arcore il 16 gennaio 1983. Il giorno in cui catturarono Sergio Segio di Prima Linea, c’era Fanfani al governo e di lì a qualche ora Mario Moretti, Prospero Gallinari e altri 30 brigatisti sarebbero stati condannati all’ergastolo per l’omicidio Moro. Da allora, quel mezzo, è rimasto lì, dimenticato. Il suo proprietario, multato per guida senza patente, non l’ha mai reclamato. La polizia non l’ha mai fatto demolire. La prefettura se l’è scordato. E il suo costo, oggi, è diventato astronomico.

Come quello della Renault 5 bianca sequestrata dai carabinieri e che perde i pezzi in un altro deposito della provincia lombarda. È qui dal 3 dicembre 1988. Calcolando il costo giornaliero della custodia e moltiplicandolo per i 28 anni di sequestro, questo rottame ormai inservibile costerà allo Stato circa 18mila euro. Più di un’auto nuova.

IL COSTO DELL’OBLIO
Fuori, il deposito, è una distesa di catorci che si perde a vista d’occhio. Tutti con il loro cartellino che indica il giorno di inizio custodia. Di casi così, in Italia, ce ne sono migliaia. E sono in aumento. Quando un mezzo viene sequestrato o finisce sotto fermo amministrativo, il proprietario può pagare la sanzione e recuperare il proprio mezzo saldando i giorni di custodia. Ma se non lo fa (e vista la crisi succede sempre più spesso) chi ha operato dovrebbe inviare il fascicolo in prefettura per la confisca, la successiva vendita o la demolizione. Questo nella teoria. Qualcosa, invece, non funziona. A volte è l’operatore a dimenticare il fascicolo in un cassetto, spesso è in prefettura il collo di bottiglia. Così i mezzi restano a fare la ruggine con la velocità con cui producono costi. Ironia della sorte, nell’era del rottamatore Renzi.

CHI PAGA?
Comuni e Prefetture giocano allo scaricabarile, mentre i titolari dei depositi rischiano la chiusura (oggi stanno recuperando fatture emesse cinque anni fa). Ma le cifre sono enormi e oggi, con il sistema della fatturazione elettronica, è difficile ciurlare nel manico. Marta Vanzetto, collaboratrice del consigliere M5S di Verona Gianni Benciolini, si è occupata dell’esposto che nel 2014 ha inoltrato alla Corte dei Conti (senza, per ora, alcun risultato). All’epoca il Comune di Verona doveva qualcosa come due milioni di euro per i depositi conclusi (alcuni dei quali iniziati dieci anni prima).

Ed pendeva almeno una fattura da 350.000 euro. «L’inerzia della polizia locale di Verona e la lentezza della prefettura ha prodotto costi enormi che gravano su tutti i cittadini» dice la Vanzetto. Inoltre, spesso, le fatture risultavano emesse anni dopo la fine del deposito. Emblematico il caso di un autocarro sequestrato: inizio deposito l’8 gennaio 2004, fine deposito il 28 dicembre 2004, fattura emessa solo il 30 settembre 2013. Perché?

DEBITI SCOMODI
Ricostruire le esposizioni dei Comuni e dello Stato è arduo visto che pubbliche amministrazioni e Prefetture tendono a far finta di nulla nella speranza che, dopo un po’ di anni, arrivi una legge che stracci almeno parte delle fatture emesse dai custodi (ne sono già state fatte in passato). Se il ministero dell’Interno dopo giorni non fornisce i dati e anche l’Anci ha difficoltà a far smuovere i suoi, qualche calcolo però è stato fatto.

A settembre, al convegno nazionale dell’Ancsa, l’associazione nazionale dei centri di soccorso autoveicoli, è venuto fuori che le prefetture di Salerno erano esposte per 6 milioni di euro. E il presidente dell’Assi, associazione soccorsi stradali italiani, Gerardo Vegetti, racconta: «Ho crediti nei confronti dei Comuni per 600.000 euro e delle prefetture per 160.000». Soldi che, in un modo o nell’altro, bisognerà tirare fuori. E allora lanciamo l’appello: vendesi Tgm non in ottimo stato, si parte da 24.000 euro.

Toghe favorite nei processi: vincono e incassano il triplo

Giuseppe Marino - Lun, 15/02/2016 - 08:21

Uno studio analizza sette anni di risarcimenti nelle cause per diffamazione Il giudice che denuncia ha verdetto favorevole una volta su due e prende più soldi

Per chi lavora in un'azienda editoriale è la scoperta dell'acqua calda: la legge è uguale per tutti, ma per i magistrati è più uguale che per i comuni cittadini.

Ma lo studio statistico messo a fuoco da un docente di Sociologia del diritto scolpisce nei numeri la verità del luogo comune sulle toghe: se sono loro a fare causa per diffamazione, improvvisamente la giustizia diventa più celere, le condanne più frequenti e perfino i risarcimenti diventano tre volte più generosi. I numeri sono impietosi. Il professor Morris L. Ghezzi, che è anche direttore scientifico dello studio legale Martinez e Novebaci, ha studiato gli esiti di sette anni di cause per diffamazione di una stessa azienda editoriale, tutte le cause concluse tra l'inizio del 2000 e la fine del 2006.

Nella ricerca Ghezzi raggruppa gli «attori», cioè coloro che hanno fatto causa, in tre categorie: i magistrati, i politici e gli altri, cioè gli appartenenti a tutte le altre categorie professionali che, socialmente rilevanti o meno, sono meno sensibili dal punto di vista del rapporto con l'informazione e con la giustizia. Chiunque si senta diffamato da una pubblicazione audio, video o a mezzo stampa, può scegliere se rivolgersi al giudice civile chiedendo un risarcimento per il danno alla reputazione o se invocare il reato di diffamazione, sporgendo denuncia penale. In questo secondo caso, il direttore del giornale e il giornalista rischiano non solo dal punto di vista del portafogli.

Lo studio di Ghezzi svela che in entrambi i casi le toghe, guarda caso, ottengono ragione dai colleghi che giudicano molto più spesso dei comuni cittadini. In sede civile la media di domande di risarcimento rigettate è del 38 per cento, ma se a far causa è un magistrato avrà torto solo nel 19 per cento dei casi. La domanda di risarcimento viene accolta nel 47 per cento dei casi in media, ma se l'attore è un giudice si sale al 69. Il totale di accolte e rigettate non fa cento perché spesso accordi tra le parti fermano i processi prima che si arrivi a una sentenza.

In sede penale il film è lo stesso: il 40 per cento delle volte i giornalisti o editori sono assolti, ma se hanno contro una toga la media scende al 17 per cento. Le condanne in media sono il 28 per cento? Se il denunciante è un giudice si sale al 52. Per rendersi conto della disparità basta dire che il comune cittadino ottiene una condanna per l'editore che lo ha diffamato solo nel 13,4 per cento dei casi, cioè una volta su sette, mentre i magistrati più di una volta su due.Varia anche l'entità del risarcimento. E varia sempre nello stesso senso: nel civile il cittadino qualunque ottiene in media 31.501 euro, il magistrato 36.823.

Nel penale il divario è ancora più clamoroso: il giudice assegna 9.829 euro di media al signor X, e 28.741 al magistrato. Se c'è di mezzo una toga, perfino l'annoso problema della giustizia lumaca è un po' meno irrisolvibile. La durata media delle cause civili è di 44 mesi per i cittadini senza privilegi e di 36 per i magistrati. Nel penale (che però è più rapido in generale) invece le toghe corrono meno, unica eccezione a una tendenza chiarissima, in base a questi numeri: il senso di casta dei magistrati condiziona le sentenze. Chi crede alla democrazia dovrebbe insorgere, ma la politica è inerme. Tanto più che dallo stesso studio emerge che i politici vengono trattati dai giudici peggio degli altri.

Oggi rivediamo il sole dopo quattro mesi”

La Stampa
giampiero maggio

I raggi sono spariti alle 14,20 del 26 ottobre. Torneranno oggi alla stessa ora


Nel 1983 l’intera l’intera frazione di Fornolosa, poco meno di 40 persone, fu invitata a Domenica In a raccontare come si vive nell’ombra per quattro mesi

Qui l’inverno è più lungo che altrove. L’ultimo raggio di sole se n’è andato alle 14,20 del 26 ottobre. Tornerà oggi, alla stessa ora, le 14,20, appoggiandosi per pochi istanti sulla stessa fontana di sempre, quella su cui s’era posato l’ultima volta. Come un bacio d’amore, una carezza frugale nel giorno di San Valentino. Nel mezzo, quasi quattro mesi di ombra. E di freddo, anche se l’inverno, da queste parti, quest’anno è stato più clemente del solito.

VICINO AL GRAN PARADISO
Benvenuti a Fornolosa, frazione di Locana, un pugno di case strette attorno al campanile e al bar trattoria Cavallo Bianco, l’unico esercizio commerciale della borgata. Siamo a due passi dal Gran Paradiso e per arrivare fin qui da Torino bisogna attraversare la lunga campagna tagliata in due dalla ex statale 460, disseminata di capannoni, boite, villette. Un paese dietro l’altro, Leinì, Lombardore, Bosconero, Feletto. A Pont Canavese, già a 500 metri di quota, l’ambiente cambia e ti si stagliano di fronte le cime innevate. Salendo ancora raggiungi Sparone e poi Locana, la statale corre quasi parallela al torrente Orco che 15 anni fa, con l’alluvione del 2000, divorò interi pezzi di strada e case. Poi, a Fornolosa, è l’ombra che ti inghiotte, assicurata dalla Punta Balma, il “munt dla Balma” come lo chiamano qui, un’enorme incudine di roccia che incombe sulla frazione. Basta spostarsi 500 metri più in basso o più in alto e il panorama cambia.

A DOMENICA IN
La prima domanda che ti fai è come sia possibile vivere 4 mesi senza un raggio di sole. Eppure la gente del posto ci ha fatto l’abitudine. Forse non tutti, però. Agata Granato è nata a Sant’Agata di Puglia e la prima volta che salì da queste parti è stato molti anni fa. «Lavoravo per una ditta che faceva i cartelli stradali per i Comuni, molti di quelli che vede qui li ho fatti io». Viveva a Torino, a quel tempo: «E dalla finestra avevo un metro quadrato di cielo». Facile, allora, innamorarsi di Fornolosa. Quando seppe che il sole spariva ad ottobre per tornare soltanto a febbraio ormai era tardi: «Avevo già comprato casa, altrimenti non l’avrei mai presa. E infatti ora faccio la transumanza, come le mucche: dal giorno dei Santi, fino ad Aprile, viviamo nella casa di mio marito, a Pont».

Olga Baravetto, 79 anni, è la più anziana della borgata, taglia l’aria con la mano come per mandare a quel paese la signora Agata. E poi sorride: «Sono tutte frottole, qui lei sta bene, fa tanto la difficile ma poi non vede l’ora di tornare». Nell’83 l’intera frazione, quasi 40 persone, furono invitate a Domenica In per raccontare come si vive nella borgata senza sole. «Un grande evento – racconta Antonella Fanvele, titolare del Cavallo Bianco -, ma di quei 40 siamo rimasti in pochi, 4, forse 5». Nel suo ristorante, oggi, 13 coppie festeggeranno San Valentino. Con Antonella ci saranno anche le figlie, Sara e Sonia e saranno il suo aiuto in sala e in cucina. Poi, alle 14 e qualche minuto, nuvole permettendo, correranno tutti alla fontana scrutando in punta al “munt dla Balma”. In attesa del primo bacio del sole.

L’ombra dei voltagabbana

La Stampa
mattia feltri

Nei parlamenti del fascismo, del nazismo e del comunismo, di voltagabbana neanche l’ombra.

Famiglia di imprenditori vende l’azienda e regala un milione di euro ai dipendenti

La Stampa
stefano sergi

Pont-St-Martin, il bonifico a sorpresa dopo la cessione agli americani. Il gesto ha coinvolto tutti, dirigenti e operai: 1 euro per ogni giorno trascorso in azienda




L’azienda è finita in mani statunitensi, ma i centosessanta lavoratori hanno scoperto di avere uno Zio d’America italianissimo. Anzi, due. Roberto Enrietti, 53 anni, fino al 31 dicembre scorso amministratore delegato e proprietario della Thermoplay di Pont-Saint-Martin, dopo aver venduto l’industria-gioiello al colosso Barnes di Bristol (Connecticut, Usa) ha pensato assieme al fratello Giovanni (azionista e direttore commerciale, anche lui uscito dall’azienda) di salutare con un regalo speciale i dipendenti con cui hanno condiviso quella lunga e vittoriosa cavalcata che ha portato il marchio a diventare leader nel mondo dei sistemi di iniezione per lo stampaggio di materie plastiche. 

A fine anno i lavoratori della Thermoplay hanno ricevuto la consueta busta paga con stipendio e tredicesima, ma sul conto corrente hanno avuto una di quelle sorprese che non si dimenticano facilmente: ognuno dei 160 dipendenti, dal primo all’ultimo, si è ritrovato un bonifico emesso dai conti personali della famiglia Enrietti con una somma che variava da qualche centinaio di euro a importi sufficienti ad acquistare un’auto o il viaggio sognato da una vita.

Dall’operaio al dirigente, gli Enrietti hanno voluto congedarsi dai lavoratori con una ricompensa calcolata con un principio tanto semplice quanto egualitario: quello della fedeltà aziendale. Non contavano cariche sociali, gradi, lauree: tutti sono stati ricompensati con 1 euro per ogni giorno trascorso in azienda, compresi sabati e domeniche: chi era lì da 20 anni ha portato a casa 7.300 euro. La causale del bonifico: «Dalla famiglia Enrietti per il tempo passato insieme».

Racconta un operaio: «E chi se lo dimentica quel giorno? Facevo il turno 6-14 quando un collega mi dice “Sembra che abbiano fatto un regalo a tutti prima di andar via”. Ho pensato che in fabbrica se ne dicono tante. Ma all’uscita ne ho approfittato per fare l’estratto conto. Quando ho visto il saldo sono corso dall’impiegata a chiedere “Oh ma è tutto vero, siamo sicuri?”. Lavoro qui da qualche anno e ho preso una bella somma.

Sono stati dei grandi. Alla cena aziendale abbiamo fatto tre targhe per Roberto, Giovanni e la mamma Romana, con le nostre firme». Un alto dirigente aggiunge: «Non hanno voluto dirci parole di circostanza, ma hanno scelto un gesto concreto. Io non sono stupito, ma semplicemente perchè so che sono persone riservate che in questi anni hanno fatto molto per enti e persone, sempre in silenzio.

Questo regalo è stato il loro modo per dirci grazie». 

Fini punito dalla figlia di Almirante: "Cosa so sulla casa a Montecarlo"

Libero

Donna Assunta, Giuliana de' Medici e Gianfranco Fini

"Sono nauseata, non so se in futuro voterò. Nessuno mi rappresenta, nessuno degli attuali politici che si definiscono di destra merita fiducia ed è degno della memoria di Giorgio Almirante". In un'intervista a Il Tempo, a puntare il dito è Giuliana de' Medici, figlia dello storico leader del Movimento sociale italiano e di donna Assunta. A scatenare Giuliana è la questione che l'ha portata a dimettersi da vicepresidente dell'Assemblea nazionale di Fratelli d'Italia.

Tutta colpa di una questione di soldi, "parliamo di centomila euro", spiega, quelli spesi per "una serie di iniziative per celebrare il centenario della nascita del leader Msi" che la de' Medici organizzò come presidente della Fondazione Almirante dopo aver contattato il presidente della Fondazione An Mugiani. La figlia di Almirante spiega: "Con Mugiani ci stringemmo la mano. Ma quando le fatture relative ai pagamenti da effettuare per le manifestazioni svolte sono arrivate dinanzi al CdA della Fondazione An, i suoi membri hanno cominciato a temporeggiare, a discutere".

Dunque l'addio. E una serie di giudizi di fuoco. La de' Medici azzanna: "Trenta-quarant'anni fa nessuno voleva affittare appartamenti al Msi per paura di attentati. Così Almirante firmò le cambiali e gli iscritti versavano una quota mensile, diversa a seconda delle possibilità, per pagare i mutui. Soldi e sedi appartengono al popolo missino e a nome del popolo missino chiedo che le spese della Fondazione An vengano rese pubbliche e che i bilanci vengano pubblicati".

Si passa poi a Italo Bocchino. La figlia di Almirante ricorda: "Mia madre, donna Assunta, ereditò Il Secolo. Mio padre passava le notti in tipografia quando finiva i lavori parlamentari. E mia madre donò il giornale ad An. Oggi hanno chiamato a dirigerlo Italo Bocchino, uno che ha tradito gli ideali di destra viene pure premiato con uno stipendio da direttore, e Il Secolo non che sia un grande giornale", affonda. "E poi - continua - c'è Montecarlo".

Nel mirino di Giuliana ci finisce Gianfranco Fini. "Una storia che grida vendetta. È sotto gli occhi di tutti: la contessa Colleoni l'ha donata e qualcuno se ne è appropriato. Fini è stato scelto e imposto da Almirante, sembrava un giovane capace. Fu indicato perché non aveva nulla a che fare né col fascismo né con la Repubblica sociale. Almirante era umile - continua -, Fini invece si è montato la testa, ha raggiunto ruoli importanti senza avere la giusta maturità e perdendo il senso della realtà. Entrando nel Pdl lui e tutti i colonnelli hanno cancellato la destra dimenticando gli insegnamenti di Almirante". Gianfranco colpito e affondato.

Anche Roma ha i suoi secessionisti: “Vogliamo l’indipendenza da Roma Sud”

La Stampa
flavia amabile

Una nuova formazione politica il Partito Indipendentista di Roma Nord (Pirn) sta cercando di raccogliere le firme per partecipare alle elezioni. Dietro l’idea ci sono tre trentenni: «Sembrava uno scherzo? Era quello che volevamo. Ma abbiamo obbiettivi molto seri»



C’è Giachetti contro Morassut e poi Bertolaso e i Rutelli-Boys ma la vera novità delle elezioni romane che si stanno preparando potrebbe essere un’altra, l’arrivo di una formazione nuova di zecca: il Pirn, Partito Indipendentista di Roma Nord.

È l’idea di tre trentenni, chiaramente tutti nati e cresciuti a Roma nord. All’inizio sembrava uno scherzo. «Era quello che volevamo, ci occupiamo di social media management, sappiamo che per attirare l’attenzione bisogna essere leggeri. E poi sappiamo che bisogna coalizzare tutti contro qualcosa o qualcuno: nel nostro caso Roma Sud. Ma i nostri obiettivi sono molto seri», spiega Alberto Gagliardi, presidente del futuro partito, mentre Valerio Ferrari e Francesco Pompili ne saranno segretario politico e tesoriere.

Alberto, infatti, sta lavorando in questi giorni a tempo (quasi) pieno per raccogliere entro aprile le firme necessarie per fondare il Pirn. «Ne servono mille. Poi depositeremo il simbolo, l’obiettivo politico e il logo». A quel punto inizierà la campagna elettorale. «Puntiamo a fare in modo che Roma nord sia rappresentata in Comune».

E a quel punto Alberto e i suoi potranno lavorare per l’obiettivo finale, il referendum per chiedere la secessione di Roma nord e la creazione di una repubblica indipendente che dovrebbe comprendere i quartieri Prati, Trionfale, Cassia, Flaminio, Tor di Quinto, Parioli, Trieste, Nuovo Salario, Monte Sacro e Nomentano. «Vogliamo estendere il Muro Torto fino a circondare tutta Roma nord», spiega.
Sogni? Follia? Alberto risponde con molto pragmatismo. «Il lavoro di questi giorni ci permetterà di capire se abbiamo un seguito sufficiente e reale al di là dei tanti followers che abbiamo sui social.

Se c’è un popolo si va avanti, altrimenti ci fermiamo. Non sarà semplice ma la questione esiste». La questione, secondo Alberto che ha studiato Antropologia alla Sapienza, è culturale, estetica, sociale. Può intrattenervi a lungo su come loro di Roma nord non andrebbero mai in discoteca a rimorchiare le ragazze e di come infatti le discoteche della capitale siano tutte a Roma sud. O su come siano eleganti i palazzi, le donne e tutta la loro area geografica. Dagli ascensori con le grate inizio Novecento ai grandi portoni il presidente del futuro Pirn sostiene che quella di Roma nord è una battaglia contro l’appiattimento culturale della parte sud della capitale, tutta mobili Ikea e costruzioni senza stile.

Ma non è questo il punto, non si recuperano voti sulla base degli estetismi e Alberto Gagliardi lo sa bene. Il punto, avverte, è economico: «Roma è troppo grande. Le esperienze fallimentari delle ultime amministrazioni dimostrano che non è possibile gestirla. La scissione permetterebbe di avere territori omogenei di dimensioni inferiori e maggiore semplicità nell’amministrazione. Meglio fare da soli. Quello di Roma nord è un popolo coeso e omogeneo, e l’omogeneità culturale è il presupposto fondamentale per lo sviluppo di un paese. Non si va lontano se si deve rispondere a interessi di gruppi di persone profondamente diversi fra loro». La sfida è servita. Ad aprile si saprà se tutto questo rimarrà un sogno o se nella campagna elettorale entreranno anche la differenza tra Eur e Parioli.

Un cane aspetta per un mese in riva a un fiume il ritorno della sua famiglia

La Stampa
fulvio cerutti



Per un mese è rimasto a guardare verso l’orizzonte. Ogni giorno, per ore, scrutava dalla sponda di un fiume, il ritorno della sua famiglia. Così ha attirato l’attenzione degli operatori di un porto fluviale di Bangkok, in Thailandia. Non è chiaro perché la sua famiglia, dopo averlo visto cadere in acqua, non sia tornata a riprenderlo o perché non abbia potuto farlo. Ma lui li ha continuati ad aspettare, fiducioso e fedele.



Poi un giorno un ragazza ha postato la sua foto su Facebook, raccontandone la storia. In poche ore, poco più di 48, il post è diventato virale arrivando a essere condiviso oltre 11mila volte.



Per settimane ha girovagato cercando cibo e acqua, talvolta approfittando della gentilezza della gente che incontrava. 



Il tutto sino a quando una persona ha deciso di fargli iniziare una seconda vita: ora Tha Ruea vive in una bella casa, con tanto spazio e una bella piscina. Dopo aver tanto atteso, ora il quattrozampe scodinzola felice con la sua nuova famiglia.