mercoledì 17 febbraio 2016

Crimini nazifascisti la vergogna corre online

La Stampa
mirella serri

Tredicimila pagine di documenti rinvenuti nel 1994 in un armadio della Procura generale militare sono da ieri accessibili a tutti sul sito della Camera dei deputati. Cade il segreto su piccoli e grandi misfatti


Soldati delle forze d’occupazione tedesche di guardia alle porte di Bologna nel 1944

No, non ha mai convinto gli storici la versione più diffusa della fuga di Herbert Kappler: il responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, del rastrellamento del Quadraro e della deportazione degli ebrei del ghetto di Roma ad Auschwitz, agli arresti presso l’ospedale militare del Celio, nella Capitale, si sarebbe dileguato nascosto dentro una valigia la mattina del 15 agosto 1977. Possibile? Non tanto. Ma fino a oggi non vi erano documenti accessibili a tutti e in grado di raccontarci le reali modalità di questa evasione.

Da adesso, invece, possiamo approfondire non solo questo ma moltissimi altri misteri della nostra storia più recente: la Camera dei Deputati mette online le 13 mila pagine dei documenti della Commissione parlamentare che si è occupata di indagare sulle stragi nazifasciste durante la Seconda guerra mondiale e anche l’occultamento di un’incredibile massa di fascicoli giudiziari. Carte e faldoni erano stati affastellati in quello che il giornalista Franco Giustolisi - il quale li aveva per primo individuati nel 1994 - aveva chiamato l’armadio della vergogna.

Erano custoditi in gran segreto, appunto in un armadio con le ante rivolte verso il muro, a Palazzo Cesi, sede della Procura generale militare, e contenevano una notevole mole di atti, a partire dai 695 fascicoli sulle razzie compiute dai soldati tedeschi in Italia e dai fascisti nei territori occupati durante la guerra. Documentavano gli orrori avvenuti a Sant’Anna di Stazzema, alle Fosse Ardeatine, a Marzabotto, a Monchio e Cervarolo, Coriza, Lero e Scarpanto, Civitella in Val di Chiana e Fivizzano.

RESPONSABILITÀ ITALIANE
«Se vogliamo ripristinare un rapporto di fiducia coi cittadini, è indispensabile togliere il velo del segreto ogni volta che sia possibile e giusto, specie su fatti tanto lontani nel tempo»: così la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha commentato la pubblicazione online di questi fondamentali reperti. Che sono destinati a rivelarsi una vera miniera, anche se la pubblicizzazione dei segreti è ancora solo parziale.

Così, per esempio, per restare all’enigmatica figura di Kappler, ora forse potremo comprenderla meglio, poiché dalle documentazioni emerge il vero ruolo avuto nella sua liberazione e nell’abbandono della penisola dall’organizzazione Odessa, una rete di ex gerarchi e criminali nazisti, fanatici fedelissimi al boia delle Fosse Ardetine. Ma non solo. Potremo avere nuovi lumi anche sulle nefandezze di Walter Reder, l’ufficiale delle Waffen-SS condannato per il massacro di Monte Sole (Marzabotto) e l’eccidio di Vinca, ai piedi delle Alpi Apuane.

Ma soprattutto potremmo sapere esattamente perché Reder venne scarcerato nel 1985, nonostante le proteste dei familiari delle vittime e delle associazioni partigiane. Si tratta di tasselli non di secondo piano che vanno a completare il quadro dei drammi ancora adesso senza risposta dell’ultimo conflitto mondiale: infatti dalla documentazione che proviene dal ministero degli Affari esteri, è un altro esempio, potremo ricavare importanti informazioni sull’uccisione dei soldati italiani a Cefalonia da parte dei reparti dell’esercito tedesco dopo l’8 settembre 1943. 

Nella gran mole di materiale desecretato vi sono anche preziosi dossier sull’uccisione di duemila italiani nel bosco di Borek, sul processo all’ufficiale della Gestapo che aveva impiccato 80 italiani, sulle 85 fucilazioni avvenute a Castenuovo di Cecina. Da queste liste, a una prima consultazione, appaiono anche nuove responsabilità degli italiani: in primo luogo quelle del generale Mario Roatta per numerosi crimini nei territori dalmati.

Oppure vi sono testimonianze sulle violenze mai raccontate, compiute sempre da connazionali nient’affatto «brava gente», negli anni della Repubblica sociale italiana; oppure ancora le complicità di civili e militari italiani nella gestione della Risiera di San Sabba, il Lager di Trieste, chiamato di transito o di smistamento ma dove però venivano non solo imprigionati ma anche eliminati moltissimi internati politici ed ebrei.

LE RAZZIE DEI TEDESCHI
Pure gli storici desiderosi di ricostruire le vicende di quotidiana sofferenza per la gente comune in tempo di guerra avranno su che lavorare. Un esempio fra i tanti? In un piccolo borgo nei pressi di Perugia un agricoltore denuncia che i tedeschi gli hanno razziato di tutto dal foraggio ai piccoli gioielli di famiglia, dalle scorte alimentari alla radio. Fra le carte sono presenti anche segretissimi faldoni che riguardano il dopoguerra, dalla Nato al servizio segreto Sismi. E documenti che rivelano come magistrati dei tempi di Hitler cancellarono le tracce del loro passato e continuarono a operare come giudici anche in epoca democratica.

Dall’archivio appare infine anche la vera storia dell’occultamento di tutte queste informazioni e i nomi dei suoi responsabili, tra cui procuratori militari come Enrico Santacroce che nel 1960 dispose, con un atto assolutamente arbitrario, l’«archivazione provvisoria» delle pagine rivelatrici. «Si trattava di una scelta che rientrava nella dinamica della Guerra fredda», osserva la studiosa Isabella Insolvente che ha già visionato una parte del materiale. «Le carte sono più di centomila. Non so se avremo tutte le risposte che ci aspettiamo, ma sicuramente da oggi possiamo cominciare a chiarire tanti episodi oscuri della storia non solo italiana ma europea».

Apple si oppone all’ordine di forzare l’iPhone del responsabile della strage di San Bernardino

La Stampa

La richiesta era arrivata da un giudice federale americano. Cook: passo senza precedenti che minaccia la sicurezza dei nostri clienti



Apple si oppone all’ordine di un giudice federale americano di sbloccare il telefono utilizzato da un sospetto responsabile della sparatoria di San Bernardino, in California, in cui furono uccise 14 persone. Lo ha annunciato la compagnia con una nota firmata dall’amministratore delegato Tim Cook, pubblicata sul proprio sito web. L’ordine era arrivato dal tribunale su richiesta del dipartimento di Giustizia, che aveva chiesto ad Apple di aiutare a sbloccare l’iPhone 5 utilizzato da Syed Rizwan Farook. 

La richiesta di Washington di forzare il codice criptato di un Iphone creerebbe un «precedente pericoloso»: la decisione di «opporci a questo ordine non é qualcosa che prendiamo alla leggera. Riteniamo che dobbiamo far sentire la nostra voce di fronte a ciò che vediamo come un eccesso da parte del governo Usa». Così l’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, in un comunicato commentando il suo «no» alla richiesta del giudice federale. 

Cook definisce l’ordine un «passo senza precedenti che minaccia la sicurezza dei nostri clienti» e ha «implicazioni che vanno ben oltre il caso legale in questione». Aggiunge che Apple ha collaborato con l’Fbi durante le indagini, «ma ora il governo Usa ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e che consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto di creare un accesso secondario all’iPhone», facendo riferimento a una via di ingresso ai dati dello smartphone che oltrepassi i blocchi di sicurezza impostati dall’utente. 

Ecco perché Apple non sbloccherà l’iPhone del terrorista di San Bernardino

La Stampa
andrea nepori

Con una lettera ai clienti, l’ad Tim Cook ha spiegato il no alla richiesta di un giudice federale: «Si evita un precedente grave che mette a rischio la sicurezza degli utenti»



Apple si oppone all’ordine di un giudice federale americano che ha chiesto all’azienda di creare una versione ad hoc di iOS per sbloccare il telefono utilizzato da uno dei sospettati della sparatoria di San Bernardino, in California, in cui furono uccise 14 persone. Lo ha annunciato la compagnia con una nota firmata dall’amministratore delegato Tim Cook, pubblicata sul proprio sito web. 

L’ordine è arrivato dal Dipartimento di Giustizia su pressione dell’FBI, che vorrebbe costringere Apple a creare una versione di iOS specifica per il dispositivo capace di disattivare il controllo di sicurezza sul numero di tentativi di accesso al telefono. A cose normali iOS innesca una procedura di cancellazione dei dati se il codice numerico di sblocco viene immesso in maniera errata per molte volte di seguito. In questo modo l’FBI potrebbe usare sistemi di ’brute force’ (testando elettronicamente milioni di combinazioni) per accedere al dispositivo.

Cook definisce l’ordine un “passo senza precedenti che minaccia la sicurezza dei nostri clienti” e ha “implicazioni che vanno ben oltre il caso legale in questione”. Aggiunge che Apple ha collaborato con l’Fbi durante le indagini, “ma ora il governo Usa ci ha chiesto qualcosa che semplicemente non abbiamo, e che consideriamo troppo pericoloso creare. Ci hanno chiesto di creare un accesso secondario all’iPhone”, facendo riferimento a una via di ingresso ai dati dello smartphone che oltrepassi i blocchi di sicurezza impostati dall’utente. 

“Nelle mani sbagliate, questo software - che ad oggi non esiste - avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno”, scrive Cook e aggiunge: “Costruire una versione di iOS che aggiri la sicurezza in questo modo creerebbe senza dubbio una ’backdoor’. E mentre il governo può sostenere che il suo uso sarebbe limitato a questo caso, non c’è modo di garantire tale controllo”.

Il direttore dell’FBI, James Comey, sostiene per contro la necessità di indebolire la crittografia che mette al sicuro smartphone e altri dispositivi e che, a suo dire, minaccerebbe l’efficacia degli strumenti investigativi del bureau. Le posizioni di Apple, tuttavia, sulla crittografia sono condivise dai maggiori esperti di sicurezza mondiali. L’esistenza di una “backdoor”, la famigerata “porta secondaria” del software, è un rischio troppo grande. Non esistono metodi efficaci per assicurarsi che un simile software non finisca nelle mani sbagliate. 

Si dovrebbe amare il padre anche quando è un fascista

Fiamma Nirenstein - Mer, 17/02/2016 - 08:34

Pierluigi Battista nel suo nuovo libro racconta il rapporto conflittuale con il genitore Ma non è solo una storia personale, semmai quella di una generazione «orfana»



Ha la forma e il ritmo di una messa da requiem il libro di Pierluigi Battista Mio padre era fascista (Mondadori, pagg. 161, euro 17,50). Una storia scritta con passione torrenziale, che racconta uno scontro senza quartiere mentre si aspira ansiosamente alla pace.

Ma questa pace ha richiesto un percorso in salita verticale, che Battista affronta con difficoltà: pare quasi di sentirne il respiro mentre conduce in cima il lettore. Perché il racconto non si limita a scavare dentro la storia di un conflitto ideologico e epocale - ossia lo scontro fra un padre fascista, che aderisce alla Rsi restandone orgoglioso, e un figlio della generazione ribelle, quasi comunista o che si crede tale, sicuramente antifascista, insomma militante, da ragazzo, nel campo opposto - ma anche dentro le coscienze individuali.

La storia è quella drammatica di una generazione - quella dell'autore, e anche la mia, che sono un po' più grande di Pigi - che negli anni dell'adolescenza, in un'Italia stretta fra pulsioni diverse, ha respinto i genitori, li ha messi all'angolo, e ergendosi, come dice Battista, «a paladino del bene e del male» ha perso di vista «la clessidra che a poco a poco ma inesorabilmente è destinata a vuotarsi». Battista parlando del picco della battaglia - che ormai dopo anni di fioretto e di sfumature diviene invece scontro quotidiano - e alla vigilia del crollo della salute del padre che lo porterà alla morte, scrive:

«Se avessi saputo che il tempo a nostra disposizione si stava invece crudelmente esaurendo, avrei sentito forse l'urgenza di una pace vera, di un nuovo incontro, di una spiegazione, di un riconoscimento reciproco... senza inquisitori, insolenze, rappresaglie, vendette. Ma non lo sapevo». Quanti di noi potrebbero dire le stesse parole, anche senza un genitore fascista? Pigi di fatto affronta il dramma di una generazione che negli anni Settanta ha fatto dei propri genitori il capro espiatorio di tutte le ingiustizie del mondo, imputate per lo più al capitalismo.

La rottura generazionale di quegli anni rende universale il racconto di Battista, certamente più drammatico perché suo padre portava così palesemente e anche con una certa voluttà e alterigia su di sé la peggiore delle colpe degli anni in cui l'autore era bambino e poi ragazzo: essere stato, anzi, essere rimasto fascista.Battista racconta senza sconti suo padre, descrivendo come un uomo confuso, eccitato, marinettiano, ipnotizzato dal Duce e dai «camerati», accecato anche sugli aspetti più feroci del fascismo da una fedeltà insistita che Pigi non sa, alle volte, se esaltare o biasimare.

Ripetendo che il padre «erano due» l'autore disegna un personaggio per cui la camicia nera era una sovrapposizione ideologica giovanilistica (il padre aveva aderito alla Repubblica di Salò ventenne) a una solida vocazione borghese di uomo di legge. E viceversa. La casa di Pigi, nel quartiere Prati, a Roma, aveva biblioteche e salotti ordinati, oggetti allineati, mobilio conformista, un ambiente tipico da avvocato amante dell'ordine. Ma negli anni della crescita del bambino e del ragazzo Pigi, si mescolano i due padri: c'è il turismo fascista cui Vittorio Battista sottopone il ragazzino («Guarda») fra le statue del foro italico («anzi, Foro Mussolini»), l'Eur col Colosseo Quadrato, e l'ordine perentorio di mettere giù i gomiti da tavola.

C'è anche l'avvocato che difenderà in tribunale sia la destra estrema sia le Brigate Rosse. Ma più potente di tutto, una scaturigine infinita di amarezza, di offesa, del senso del tragico rifiuto patito con la fine del regime. Un sentimento sovrastante, che ha segnato la vita di Vittorio e quella della sua famiglia: Pigi viene a conoscenza della disperata solitudine del padre quando si trova fra le mani un diario in cui si descrivono le vicissitudini dei prigionieri di Salò, fra i quali c'è Vittorio: sono in catene, coperti di sputi e di insulti, mentre sfilano in

mezzo a una folla che grida odio e vendetta; e poi la descrizione della prigionia a Coltano, l'ombra tragica di Ezra Pound e degli altri che per aver praticato fino all'ultimo la loro fedeltà, subiscono non solo una sorte orribile, ma anche la sempiterna maledizione dell'ignominia fascista.Pigi racconta la storia di suo padre senza cercare sconti, a volte si permette persino qualche sorriso che ormai appare tenero, ma che a suo tempo deve essere stato beffardo.

Quando rivanga l'atrocità dell'antisemitismo concede a suo padre l'attenuante di una certa inconsapevolezza, anche se non ci crede fino in fondo. E non ci credo neanche io, anche se in molti fascisti l'antisemitismo fu blando, e forse per questo ancora più colpevole di fronte alle leggi razziali e alle deportazioni. Pigi riconosce al padre - e qui ci credo - un desiderio sincero di riparazione, e chi scrive deve confessare una grande emozione nell'aver letto che quel percorso di coscienza è avvenuta anche attraverso la nostra amicizia. Una pagina in cui si parla dei nostri padri disegna tutta la fatica, per chi è nato dopo la Seconda guerra mondiale, di elaborare la tragedia che ciascuno per la sua strada ha attraversato.

Pigi ha avuto il suo redde rationem per tornare verso l'affetto del padre in un momento di grande conflitto quotidiano, quando nel rogo di Primavalle furono bruciati vivi due membri della famiglia Mattei, tra cui un bambino di 8 anni, e l'opinione pubblica non ne venne turbata perché si trattava della casa di un militante di destra. Da qui inizia una strada che viene marcata dalla morte di Vittorio, che Pigi percorre fino al terremoto che lo travolge quando da giornalista a Fiuggi copre il congresso del MSI che abbandona la veste fascista: quella notte il messaggio del padre sulla fine e la disfatta del partito si trasforma in febbre, pianto, disperazione.

No, il personale non è politico. Pigi è oggi un giornalista famoso per la sua passione democratica, il contrario del fascista che suo padre è stato, ma ha imparato a amare il padre come probabilmente suo padre ha sempre amato lui.

Grillini: «I miei anni nel Pci tra pregiudizi e omofobia»

Corriere della sera

di Massimo Rebotti

Lo storico attivista per i diritti gay: chi oggi da sinistra si oppone al ddl Cirinnà è un cattocomunista

Franco Grillini (a destra) con Armando Cossutta  al Gay pride del 2000 a Roma
  Franco Grillini (a destra) con Armando Cossutta al Gay pride del 2000 a Roma
 
«Sono chiusure che mi feriscono, ma non mi meravigliano: è il vecchio cattocomunismo che ritorna». Secondo Franco Grillini, storico attivista per i diritti gay e più volte parlamentare del Pci-Ds, nell’opposizione di alcuni esponenti della sinistra alla stepchild adoption c’è un riflesso antico: «Non dimentichiamoci che sui temi della morale i comunisti erano tali e quali i democristiani».

Sono passati tanti anni.
«Vero. Però in alcuni ex comunisti che ancora oggi frenano sulle unioni civili riecheggiano ancora le raccomandazioni dei leader di un tempo, da Togliatti a Berlinguer: “Con il Vaticano non si litiga” oppure “con le masse cattoliche bisogna tenere i rapporti”».

Contano ancora quelle raccomandazioni? «È un attitudine che ritorna fuori nei momenti decisivi, come questo. E poi il cattocomunismo in Italia è stata una cosa importante per una vasta parte della società. E pensare che tanti anni fa Napolitano mi prendeva da parte in Parlamento e mi diceva: “Noi miglioristi siamo l’ala liberale del partito, potete contare su di noi…”.

Nonostante questo lei è stato nel Pci. «Certo, e venivo anche criticato per questo dal movimento omosessuale. Ma la sfida era spostare più avanti sui diritti civili il più grande partito della sinistra. I socialisti erano più aperti, ma avevano meno voti. Se vuoi ottenere qualcosa, devi fare lobby dove è più difficile. Fu una scelta giusta. E, tanti anni dopo, il punto è ancora quello: se vuoi fare passare una legge cruciale come quella sulle unioni civili, ci vogliono i voti del Pd».

Con i comunisti è stato un rapporto tormentato?
«Mi sono iscritto al Pci a sedici anni, a Bologna abitavo in un quartiere — ride — dove il Pci aveva l’85%. Poi però, da anticlericale, me ne sono andato quando Berlinguer ha fatto il compromesso storico. Ci sarei ritornato anni dopo».

Gli anni Ottanta.
«Nel Pci di Bologna c’erano le prime aperture sui diritti civili. Per avere la sede del Cassero (il primo circolo di cultura omosessuale, ndr) ci abbiamo messo tre anni. Furono determinanti la responsabile delle donne di allora Anna Maria Carloni, che è poi diventata la moglie di Antonio Bassolino, Renzo Imbeni, che era il segretario del partito, e Renato Zangheri, il sindaco. Imbeni un giorno mi disse: “Basta, apriamo questa sede per voi, ma non convoco la direzione del partito per deliberare altrimenti mi mettono in minoranza”. Era il 1982».

Anni difficili?
«Il partito capiva che era necessario aprirsi alle istanze liberali, ai temi dei diritti civili, ma i pregiudizi, l’omofobia, erano molto radicati. In fin dei conti nel Pci fino agli anni Sessanta se non eri sposato non potevi far carriera. A Roma nel 1981 il sindaco Petroselli organizzò un convegno sull’omosessualità con l’intero gruppo dirigente contrario. A Bologna, alla festa dell’Unità del 1984, la metà delle sezioni non mandò i volontari perché per la prima volta c’era un nostro stand. Tra gli ospiti di quell’anno c’era Nilde Iotti, disse che era solidale con noi e si fermò al gazebo, in modo che il messaggio fosse chiaro. Succedevano poi anche cose divertenti».

Tipo? «Mi invitarono a un’assemblea di metalmeccanici e feci un bell’intervento sulle lotte operaie e i diritti civili, dicendo che non erano affatto in contraddizione: prende la parola un delegato della Fiom ed esordisce così: “Sono pienamente d’accordo con il compagno busone…”. Brusio e risate. Oppure quando nel 1985 siamo stati ricevuti dalla segretaria nazionale del Pci. All’uscita incontriamo Giancarlo Pajetta che ci chiede “voi chi siete?” e noi “una delegazione dell’Arcigay”. Lui schizza via e poi si narra che nei corridoi di Botteghe Oscure urlasse: “ora pure i fr… , come si ridurrà questo partito?”. Miriam Mafai, invece, che è stata la sua compagna, fu una delle nostre più strenue sostenitrici».

Sono ricordi quasi affettuosi.
“Sì, ma è stata dura. Gli omosessuali negli anni Settanta se ne stavano nascosti. Abbiamo aperto una strada, vissuto in trincea, ma alla fine abbiamo vinto, una rivoluzione culturale c’è stata».

La legge sulle unioni civili ancora non c’è.
«Ho fiducia, ci sarà. Ed è cruciale. Perché il grado di democrazia si misura da come si garantiscono le libertà delle minoranze. E i nostri diritti ormai sono agganciati al comune sentire della maggioranza degli italiani. Per me è il coronamento di una vita».

17 febbraio 2016 (modifica il 17 febbraio 2016 | 09:17)

L’armadio della vergogna»: ante chiuse verso la parete per nascondere i dossier

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni
Stragi efferate, i nomi dei colpevoli mai perseguiti. Eccidi finiti in prescrizione. Complicità incoffessabili. Ecco cosa contengono le circa 13 mila pagine messe online dalla Camera

Dalla strage di Cefalonia all’uccisione di Buozzi

Imbarazzavano tanti, troppi. Un po’ tutti. Meglio nasconderli, quei fascicoli sulle stragi commesse da nazisti e fascisti. Facendo finta di niente. Come si fa con la polvere sotto al letto. Imbarazzavano di sicuro due governi, quello italiano e quello tedesco. Incrinavano la solidità delle relazioni faticosamente nate nel Dopoguerra tra le nazioni dell’Europa occidentale. Crimini efferati, dimenticati. Indagini mai partite. Depistaggi. Colpevoli mai cercati. Condanne farsa. Assassini a piede libero.

Ecco cosa contenevano gli armadi della vergogna: non solo l’elenco degli eccidi commessi in Italia tra il 1943 e il 1945 per un totale di circa 15 mila uccisi dallo sterminio della divisione Acqui a Cefalonia all’esecuzione del sindacalista Bruno Buozzi. Ma anche il filo nero che annodava le complicità incoffessabili necessarie per coprirli. Di seguito, vediamo il contenuto di alcuni di quei fascicoli dimenticati e il nome di chi contribuì a rendere noto - in primis il giornalista Franco Giustolisi e il magistrato della procura militare Antonio Intelisano - quello che per un trentennio abbondante era stato colpevolmente nascosto.

In primo piano Alfred Stork, condannato nel 2013 da un tribunale militare italiano per l’uccisione di almeno 73 soldati della Acqui, a Cefalonia.  Una delle storie emerse dall’«armadio della vergogna». «Sconta» l’ergastolo a casa sua, in Germania.
In primo piano Alfred Stork, condannato nel 2013 da un tribunale militare italiano per l’uccisione di almeno 73 soldati della Acqui, a Cefalonia. Una delle storie emerse dall’«armadio della vergogna». «Sconta» l’ergastolo a casa sua, in Germania.

L’armadio con le ante verso il muro

Tutto nasce piuttosto per caso. Grazie all’ostinazione e all’intuito investigativo di Antonino Intelisano, oggi 72 anni, magistrato militare, procuratore della Repubblica presso il tribunale militare di Roma. Siamo nel 1994. Intelisano indaga sulla strage delle Fosse Ardeatine, sta occupandosi dell’estradizione di Priebke dall’Argentina. Viene a sapere dell’esistenza di fascicoli riguardanti gli eccidi commessi da tedeschi e italiani, nazisti, fascisti, truppe regolari, soldataglie, dal 1943 al 1945. Sembra inverosimile quello che gli racconta una «gola profonda»: dossier in un armadio. Centinaia di fascicoli contenenti storie dall’orrore. Tutto nascosto. Invece è vero. Il pm fa domande, cerca. Trova risposte. E in una stanza di palazzo Cesi-Gaddi, la sede romana di diversi organi giudiziari militari, trova quell’armadio. Ha le ante girate verso il muro. Lui lo gira, spostando una nuvola di polvere. Sugli scaffali,

Antonino Intelisano (Ansa)
Antonino Intelisano (Ansa)

il «controracconto» giudiziario di vicende che hanno ferito il Paese. L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, l’eccidio di Monte Sole (più noto come strage di Marzabotto), di Monchio e Cervarolo, di Coriza, di Lero, di Scarpanto, la strage del Duomo di San Miniato e gli eccidi dell’alto Reno. In tutto 695 fascicoli: 280 rubricati a carico di ignoti nazisti e fascisti. Gli altri 415 invece a carico di militari italiani e tedeschi identificati. Anni dopo, Intelisano (nel 2004) racconterà: «Dopo aver visto quei fascicoli, ne avviai circa 130 alle procure competenti. Purtroppo però tutti i procedimenti sono stati quasi tutti archiviati, per morte dei colpevoli o per prescrizione. O anche per difficoltà a rintracciare gli autori dei fatti».

L’inchiesta di Franco Giustolisi

Franco Giustolisi, morto nel 2014 all’età di 89 anni, è stato una delle firme più importanti dell’Espresso. Venne a scoprire dell’esistenza dell’«armadio della vergogna» nel 1996, a piuù di settant’anni. Da allora, trascorse la sua vita ricostruendo le storie delle vittime, dei carnefici. Trovò documenti, incontrò sopravvissuti, testimoni, intervistò criminali, pentiti e non. Ecco alcuni stralci di quel che scrisse nel primo articolo dedicato al ritrovamento dei dossier nascosti in cui erano «inventariati i tantissimi crimini, mai perseguiti, commessi dai nazifascisti ai danni dei cittadini italiani».

«Migliaia di morti: bambini (118 solo a Sant’Anna di Stazzema), vecchi, donne, uomini... Gli assassini: se ne conoscevano i nomi, in moltissimi casi, e negli altri non sarebbe stato difficile accertarne l’identità. Le vittime: non hanno ancora avuto giustizia perché ciò non conveniva politicamente. Non era opportuno riaprire le ferite con la Germania di Konrad Adenuer che, risorta dalla guerra, era un baluardo antisovietico a fianco della Nato. E si è preferito insabbiare».



Almeno 15 mila vittime

Ma cosa contengono quelle 13 mila pagine messe online dalla Camera? Ecco di seguito la sintesi di alcuni dei rapporti originali. Ad esempio il umero registro 2012. Strage di Pedescaia-Forni, in provincia di Vicenza:siamo tra il 29 e 30 aprile 1944. Uccise 82 persone. Dopo la trasmissione del fascicolo avvenuta il 19 luglio 1995 si accertò che a sparare erano stati combattenti repubblichini.Ma i testimoni erano tutti morti. Caso archiviato.

I funerali delle vittime, dopo il 25 aprile
I funerali delle vittime, dopo il 25 aprile


Il «boia di Colonia»

Numero registro 1954. A Torlano di Nimis, in provincia di Udine, furono uccise 33 persone, tra cui 11 bambini fra i due e i 15 anni.Una mattanza. Fritz Wunderle, detto il«boia di Colonia», nato a Soekingen, del Battaglione Cacciatori del Carso, «faceva uscire uno a uno i morituri dal casolare dove erano stati rinchiusi e, sull’aia, gli sparava sotto la gola». Il carnefice è morto nel 1991. Anche gli altri responsabili sono morti.

Archiviazione. Uno scampato poi raccontò: «Le donne pregavano, supplicavano, stringevano al petto i bambini. I mitra spararono nel mucchio, finché nella stalla tutto fu silenzio». Un altro scampato, Albino Comelli, di diciannove anni, nascosto nella cappa del camino, assistette impotente alla strage. Nell’ottobre ’46 si suiciderà con un colpo di pistola sotto il mento, com’erano stati uccisi i suoi genitori e la sorella.

I funerali della strage di Torlano
I funerali della strage di Torlano


Numero registro 2158 e 2159

Numero registro 2158 e 2159. «Imputati: generale Polak e ignoti militari tedeschi». «Parti lese: 78 persone». A San Martino di Lupari, Sant’Anna Morosina, Villa del Conte, Abbazia Pisani, San Giorgio in Bosco, tra Padova e Rovigo, nell’aprile 1945 le truppe tedesche in ritirata uccisero 78 civili. Il comandante generale Fritz Polak, comandante della 29ma divisione Panzergrenadier «Falke» è morto in Inghilterra, nell’aprile 1956. A piede libero. Caso archiviato

Partigiani in montagna
Partigiani in montagna


L’uccisione di Bruno Buozzi

Numero registro 1970. «Imputati: Kikran, Pustowska». Si tratta dell’eccidio avvenuto a chilometro 14,4 della Cassia, località La Storta, commesso dai tedeschi in fuga il 4 giugno 1944 quando Roma stava per essere liberata. Tra le vittime, 15, il sindacalista Bruno Buozzi, socialista, segretario generale della Cgil. Caso archiviato.

Bruno Buozzi
Bruno Buozzi