sabato 20 febbraio 2016

Schede Sim addio, Samsung porta sul mercato la prima eSim

La Stampa

La nuova versione dello smartwatch Gear S2 potrà telefonare e connettersi a internet grazie a un chip integrato. Sarà presentata al Mobile World Congress



Le Sim Card, le schede con il chip dorato che da sempre abbiamo inserito nei telefonini per accedere ai servizi mobili, sembrano vicine alla pensione. Samsung ha infatti annunciato il primo dispositivo al mondo che al posto della Sim tradizionale adotta una eSim. È un chip già integrato nell’apparecchio e non più, fornito dalla compagnia telefonica, e consente di cambiare operatore con un click.

La eSim equipaggerà lo smartwatch Gear S2, nei negozi a marzo. La novità è resa possibile dalla Gsma - l’associazione degli operatori di telefonia mobile che organizza il Mobile World Congress di Barcellona, al via ufficailemnte lunedì prossimo - che ha annunciato le specifiche delle eSim per smartwatch, smartband e tablet. Lo standard di mercato delle nuove schede per smartphone, invece, arriverà a giugno.

Il cambiamento è notevole: la Sim Card è associata a un operatore, e per cambiare compagnia bisogna cambiare anche la scheda. La eSim consente invece di cambiare operatore e offerta con un tocco sullo schermo. Si potranno quindi scegliere i piani tariffari più convenienti in base alle esigenze del momento. Il funzionamento è simile a quello della Apple Sim, introdotta da Apple sull’iPad Air 2.

Altro vantaggio della eSim è la dimensione ridottissima, che la rende più facile da integrare nella cassa di uno smartwatch rispetto alla Sim tradizionale, che pure su questo fronte ha fatto passi da gigante: alle prime schede, grandi quanto una carta di credito, negli anni sono seguite le mini, le micro e le attuali nano.

Detenuto afroamericano esce dal carcere dopo aver trascorso 43 anni in isolamento

La Stampa

L’uomo, ora 69 enne, rappresenta un record nella storia giudiziaria americana



Albert Woodfox è libero. L’afroamericano di 69 anni, ex membro delle “Pantere Nere”, riferiscono i media americani, è stato scarcerato da un penitenziario della Louisiana dopo aver trascorso 43 anni in isolamento, un record nella storia giudiziaria americana. Il giudice federale ha approvato la richiesta dell’avvocato dopo che il detenuto ha accettato il patteggiamento.

Woodfox, che era già in carcere per rapina a mano armata, fu condannato per l’assassinio avvenuto nel 1972 di Brent Miller, una guardia carceraria di Angola, in Louisiana, un crimine per il quale si è sempre professato innocente. Da allora, ha trascorso 23 ore al giorno in isolamento mentre per una sola ora gli veniva concesso di uscire all’aria aperta in una piccola area stretta e recintata, ma ammanettato e sempre da solo.

Woodfox venne giudicato colpevole insieme ad altri due complici: Robert King e Herman Wallace. Il primo venne rilasciato nel 2001, l’altro nel 2013, ma morì tre giorni dopo a causa di un tumore al fegato. 

Stretta della Cina sui contenuti creativi online

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Arriva un regolamento per controllare le pubblicazioni delle aziende straniere. Nel mirino immagini, giochi, animazioni, fumetti, audio, video e testi



La Repubblica popolare ha vietato a tutte le aziende straniere o a partecipazione straniera di pubblicare direttamente nuovi contenuti online. Il nuovo «regolamento per controllare i servizi di pubblicazione online» sarà in vigore dal 10 marzo prossimo e ha come oggetto «lavori creativi», che siano originali o adattamenti. Ovvero immagini, giochi, animazioni, fumetti, audio, video o testi.

Le nuove regole andranno a sostituire il regolamento varato nel 2001 subito dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio che consentivano alle aziende a partecipazione straniera di pubblicare contenuti online. Dal 10 marzo, le joint venture che finora hanno operato in questo campo dovranno chiedere una nuova autorizzazione all’Amministrazione statale per la stampa, le pubblicazioni, la radio, i film e la televisione (Sapprft). Inoltre il nuovo regolamento impone ai governi locali di monitorare tutti gli editori online e annuncia che verranno supervisionati su base annuale.

Non è chiaro però quali tipi di contenuti e quali organizzazioni verranno coinvolte. L’articolo 2 del primo capitolo del regolamento afferma che «i seguenti provvedimenti verranno applicati ai servizi editoriali all’interno del territorio della Repubblica popolare cinese», lasciando di fatto aperta l’interpretazione per quelle aziende che hanno sede all’estero (ma anche a Taiwan o Hong Kong) o che pubblicano su server fuori dalla giurisdizione cinese.

E poiché la legislazione in materia di pubblicazioni in Cina è da sempre soggetta a censura, molte delle aziende straniere che pubblicano notizie e videogiochi per il pubblico cinese già si appoggiano a server che sono fuori dalla giurisdizione cinese. Non è un caso che siano già 90 milioni i savi internauti cinesi che utilizzano tecniche come proxy e vpn per scavalcare le barriere dell’internet nazionale accedere alla rete globale.

Un’altra questione che rimane aperta è come il nuovo regolamento verrà applicato e che tipo di aziende saranno considerate «distributrici di contenuti online». Una questione non da poco visto che molto spesso le leggi cinesi sono scritte in maniera vaga proprio per permettere interpretazioni diverse a seconda delle necessità del governo. Osservare come una nuova legge viene applicata è infatti spesso l’unico modo per comprendere le volontà del legislatore.

Il Governo Usa accusa Apple: si rifiuta di collaborare con l’Fbi per una scelta di marketing

La Stampa

Il no allo sblocco dell’iPhone usato dai killer di San Bernardino, secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, è dettato da ragioni di immagine. E Donald Trump chiede di boicottare i prodotti della Mela



Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha presentato una mozione per costringere Apple a rispettare l’ordine dell’FBI per contribuire a sbloccare l’iPhone utilizzato da uno dei due killer di San Bernardino, in California. “Invece di aiutare gli sforzi in modo che si possa indagare a fondo su un attacco terroristico mortale (...) Apple ha deciso di ignorare l’ordinanza” di una corte federale, si legge nella mozione.

Il governo americano sostiene che il rifiuto da parte della società per sbloccare il telefono «sembri basarsi sulla preoccupazione per il suo modello di business e sulla strategia di commercializzazione del marchio». La Mela ha fino al 26 febbraio per rispondere formalmente al giudice Sheri Pym.

Apple ha rifiutato questa settimana di rispettare l’ordine di un giudice federale che chiedeva di accedere all’iPhone di Rizwan Farook, che insieme alla moglie Tashfeen Malik, ha ucciso 14 persone a San Bernardino. Entrambi sono sospettati di essere sostenitori dello Stato Islamico.

Il CEO di Apple, Tim Cook, ha scritto ieri in una lettera inviata ai clienti della società, che la decisione del giudice federale Sheri Pym rappresenta “un passo senza precedenti” che “minaccia”, ha insistito, la sicurezza clienti della società. “Ci opponiamo all’ordinanza, che ha implicazioni al di là del caso giuridico in questione”, ha aggiunto Cook. Il giudice Sheri Pym ha ordinato a Apple di aiutare l’Fbi a sbloccare e ad accedere al telefono utilizzato da Farook, cittadino americano. Il dispositivo è stato trovato dagli agenti nell’auto che Farook, e la moglie hanno utilizzato per fuggire dopo la sparatoria.

La decisione del Dipartimento di Giustizia arriva dopo che la Casa Bianca ha insistito questa settimana che l’FBI non vuole una chiave master che consente l’accesso a tutti i telefoni, ma semplicemente vuole accedere ad un unico iPhone. Cook insiste tuttavia sul fatto che “una volta creata, questa tecnica potrebbe essere usata più e più volte in molti dispositivi”, ha ribadito Cook, aggiungendo che sarebbe l’equivalente di “una chiave master in grado di aprire centinaia di milioni di serrature, da ristoranti e negozi alle case”.

Intnto Donald Trump ha lanciato un appello a boicottare Apple fino a che non fornirà il software per sbloccare l’iPhone del killer di San Bernardino. Il candidato repubblicano alla Casa Bianca ne ha parlato durante un evento elettorale in South Carolina.

Quei preti nella tenda: “Noi come i migranti”. Ma il paese li ignora

repubblica.it
PAOLO BERIZZI

Quei preti nella tenda: “Noi come i migranti”. Ma il paese li ignora
Nel Bergamasco.Una sfida all’indifferenza che pochi approvano: pensino agli italiani

AMBIVERE ( BERGAMO). Il tetto è un telo di plastica blu. Siccome fa freddo e c'è vento l'hanno ancorato con le corde a dei blocchi di pietra appoggiati sul sagrato della chiesa, qui, di fronte alla domus pacis che sarebbe l'oratorio di Ambivere. "Prego! Ma non filmate l'interno, per favore", chiede il prete. Dentro la tenda - un gazebo rettangolare - ci sono: quattro materassi con coperte e sacchi a pelo; tre torce elettriche e un piccolo crocefisso di legno; una stufetta, quattro sedie e un tavolo con sopra una copia del Vangelo, bottiglie d'acqua, frutta essicata, un termos e un pc, strumento indispensabile per "poter continuare a organizzare l'attività pastorale ".

Perché è vero che per dare l'esempio di come vivono o sopravvivono i migranti, e per scuotere il torpore delle coscienze di chi si volta dall'altra parte, i quattro sacerdoti abiteranno qui dentro 45 giorni, fino a Pasqua, in strada, davanti alla chiesa di San Zenone; ma in tutto questo andranno anche avanti a fare il loro lavoro. Un "lavoro di collegamento ", ti spiega il prete, uno del gruppo. Implora di non essere citato, "perché - e questo profilo basso è una delle cose più belle di un'iniziativa interessante anche in quanto scarica di ogni retorica pauperista - abbiamo deciso di non rilasciare interviste...".

Ambivere, duemila abitanti tra l'imbocco della valle San Martino e l'Isola bergamasca. Il pratone leghista di Pontida a tre minuti di macchina; in serata comizio di Salvini a Palazzago, sei chilometri e 700 passi dalla tenda dei preti "migranti". Il loro slogan? "Ero straniero e mi avete ospitato a casa vostra" (Vangelo di Matteo). Si parte da lì e lì si ritorna. La condizione di chi arriva da lontano e vive senza una casa. Una tenda per rappresentarla plasticamente. Sono passati nove giorni, era il mercoledì delle ceneri: l'inizio della Quaresima.

I quattro sacerdoti - don Emanuele Personeni, don Gianluca De Ciantis, don Andrea Testa, don Alessandro Nava; parrocchie di Ambivere, Mapello e Valtrighe - hanno tirato su il gazebo dopo aver vergato una lettera che è un duro atto d'accusa: contro l'indifferenza, il potere politico e economico, l'espansionismo e lo sfruttamento dell'Occidente che ha ridotto in condizioni di disperazione i popoli svantaggiati, oggi in fuga verso i nostri Paesi. Ambivere, dunque. Scrivono i religiosi: "In Quaresima abiteremo una tenda. Un po' di cibo. Acqua da bere. Un bagno per lavarci. Un materasso per dormire. È più di quanto molti esseri umani possono permettersi.

Naturalmente non sarà facile. Abituati ad avere più del necessario, il necessario sembrerà insufficiente". Non sarà un caso, o forse sì, che il paese è davvero a un tiro di schioppo da quella Pontida luogo iconico del leghismo pre e post migrazioni. Del "padroni a casa nostra" e dell'"aiutiamoli a casa loro ", gli slogan protezionisti sentiti in questi anni di sbandierata intolleranza. Che è diffusa. Sentite Emy, una signora di Mapello di passaggio davanti alla chiesa, quando le chiedi se apprezza l'iniziativa dei sacerdoti: "Contenti loro... Io penserei prima agli italiani, i preti chissà perchéli critica - e taglia in dialetto - "i pensa adoma ai stranieri", pensano solo agli stranieri" . Le fa eco Carlo Sangalli, studio dentistico su via Papa Giovanni XIII: "Preoccupiamoci dei nostri, poi semmai anche di loro" .

"Noi" e "loro". Noi che potremmo accogliere, loro che scappano dalla guerra e dalla miseria. Bastano quattro preti accampati, e il paese si divide. Gianni Rottoli si affaccia alla tenda, è arrivato da Bonate Sopra, vuole capire: "Complimenti. È un messaggio forte, pieno di significato " . Il sacerdote, berretta di lana e maglioncione, non importa se è il parroco di Ambivere o quello della vicina Mapello, gli stringe la mano: "Torni a trovarci quando vuole, noi fino a Pasqua siamo qui" . Questa sera si farà vedere anche Nasser, egiziano. Porterà delle pizze perché le sforna (è titolare della pizzeria "Le Piramidi2", proprio dietro la chiesa). "Io vivo qui da 15 anni, sono stato accolto bene. Ma tanti altri vengono lasciati al loro destino".

Senza un tetto, senza una minestra. "Lavoriamo sui migranti da anni" , racconta il sacerdote a Adriana Panseri, incuriosita dal capanno bianco sul sagrato. "A Mapello ne ospitiamo cinque. Vorremmo che ogni paese e ogni diocesi lo facessero" . E invece? Invece "si usano i poveri di casa nostra contro i poveri alla nostra porta. A cominciare - recita la lettera - dalle Regioni fino a arrivare a molte amministrazioni comunali, la risposta è sempre la stessa: per loro non c'e posto". Nemmeno in tenda, oggi. Solo quattro materassi. Di più non ce ne stanno.

Caccia al “malware”, il nemico al tempo delle cyberarmi

La Stampa
carola frediani



Tornando da una conferenza, qualche anno fa, Costin Raiu trovò sul tavolo di casa un dado delle decisioni, uno di quei cubi che si interrogano per sapere quello che si dovrebbe fare, con una risposta diversa per ogni faccia. Chi era entrato a casa sua, posizionando il dado, aveva messo in evidenza la frase: «Prenditi una vacanza».

All’epoca Raiu, un ricercatore di sicurezza informatica nell’azienda russa Kaspersky, stava analizzando Stuxnet, un software malevolo (malware) usato per danneggiare le centrali nucleari iraniane, oggi attribuito a Stati Uniti e Israele, e considerato la prima vera arma digitale in azione. Più che un’operazione di spionaggio, lì si trattava di vero sabotaggio, ma i confini fra questi due aspetti, nel mondo informatico, sono sottili.

«È una delle caratteristiche dello spionaggio digitale, la contiguità con le cyberarmi. Una spia che si è introdotta in un computer o in una rete può facilmente aggiornare il proprio arsenale e passare a un livello successivo, a una vera azione di attacco», commenta a Origami Eugene Kaspersky, 50 anni, fondatore e ad dell’omonimo colosso specializzato in antivirus. Che negli ultimi anni ha tracciato e analizzato diverse campagne di spionaggio digitale promosse da soggetti nazionali. Un campo minato, in cui le coordinate e l’immagine tradizionale degli 007 sono rimescolate in una centrifuga.

«Una spia che si è introdotta in un computer o in una rete può facilmente aggiornare il proprio arsenale e passare a un livello successivo, a una vera azione di attacco» Uno dei primi problemi, quando si scopre una intrusione digitale profonda e di alto livello, è capire se sia perpetrata da una mano statale o da semplici criminali. «È difficile perché spesso i target colpiti sono gli stessi, così come gli strumenti usati», ci spiega Kaspersky in un momento di pausa della conferenza annuale della sua azienda, a Tenerife.

Qui la crema globale dei ricercatori di sicurezza, provenienti da aziende, governi, forze di polizia di tutto il mondo, tra uno shot di whisky e l’altro, racconta in dettaglio alcune investigazioni. E quest’anno, accanto alle gang criminali che colpiscono le banche, i gruppi di spionaggio digitale sponsorizzati da nazioni erano citati spesso nelle slide dei relatori. Nomi come Poseidon, appena scoperto e con forti connessioni brasiliane; Equation Group, svelato l’anno scorso e legato alla statunitense National Security Agency; Babar, attribuito al governo francese, per citare solo la punta dell’iceberg.

«Diciamo che nel caso di attacchi statali, ne sentiamo l’odore», prosegue Kaspersky. «I criminali cercano dati finanziari, il cyberspionaggio punta a segreti industriali, ministeri, ambasciate. Chi sono questi soggetti? Beh, possiamo dire che molte cyberspie parlano inglese, russo, cinese, e sono attive nei fusi orari di queste nazioni. A loro, negli ultimi tempi, si sono aggiunti attori che parlano spagnolo, francese, arabo, coreano». «I criminali cercano dati finanziari, il cyberspionaggio punta a segreti industriali, ministeri, ambasciate»

Insomma, sono molte ormai le nazioni che partecipano a questo gioco e che lanciano campagne di intrusione informatica mirate e persistenti. Un gioco a cui non sfuggono del tutto nemmeno le aziende di sicurezza. La russa Kaspersky, ad esempio, è stata accusata di essere tanto attiva nella caccia ai malware statali di origine americana o israeliana, quanto tenera verso quelli provenienti da Mosca. D’altro canto, l’azienda americana FireEye, che ha esposto invece una campagna di cyberspionaggio russa nota come Sofacy, è considerata a sua volta molto vicina a Washington e alla Cia.

Ma chiariti i relativi margini di azione di queste industrie, è vero che anche qui i confini e le distinzioni sono molto più sfumati che in altri settori. Del resto, gli esperti di cybersicurezza si confrontano soprattutto sulla qualità delle loro ricerche. E quando si incappa in un malware, è difficile all’inizio stabilire chi lo ha fatto e per quale ragione. Anche perché, aggiunge Kaspersky, «per noi un malware è un malware, indipendentemente da chi lo fa o lo usa, incluse quelle forze di polizia che li vogliono adoperare nelle loro indagini. Senza contare che la criminalità sta purtroppo imparando dalle campagne e dagli strumenti sviluppati dagli Stati. Copiano mezzi, tecniche, idee».

Già, la permeabilità dei confini di cui si diceva prima. La mescolanza e compresenza di attori statali e criminali favorisce un mercato di cyberarmi e cyberspie che si possono vendere al miglior offerente. Detto altrimenti, se oggi l’Isis non ha certamente capacità informatiche all’altezza degli Stati, «nulla vieta - commenta Kaspersky - che domani possa assumere hacker professionisti per azioni specifiche, così come in passato hanno fatto i cartelli della droga latinoamericani che hanno pagato mercenari per hackerare il sistema di controllo dei container portuali». Episodio immaginifico ma reale, emerso nel 2013 ad Anversa, quando la polizia belga si accorse che proprio in questo modo venivano sottratti di nascosto i box che trasportavano la cocaina.

Se oggi l’Isis non ha certamente capacità informatiche all’altezza degli Stati, «nulla vieta che domani possa assumere hacker professionisti»  Diciamo che nell’ultimo decennio il panorama si è fatto più tosto per i ricercatori, molti dei quali non sono preparati ad affrontare avversari così potenti e sfuggenti. O a maneggiare informazioni di intelligence in cui si sono imbattuti in modo fortuito. Non a caso, uno dei panel più partecipati all’evento di Kaspersky era su alcune minacce “tradizionali”: «Se una donna sexy vi avvicina e fa domande sul vostro lavoro, sentite il campanello d’allarme».

E qui, per un attimo il mondo cyber sembra ritornare a James Bond. Certo, se la platea presente al convegno e in questo tipo di industria non fosse al 90 per cento maschile, anche queste vecchie tattiche andrebbero forse in cantina.

I souvenir degli Argonauti dietro una chiesa di Aosta

La Stampa
enrico martinet

Più di 40 stele in pietra alte fino a tre metri scolpite 5 mila anni fa Gli autori erano partiti dalle coste turche alla ricerca di metalli


Il tesoro ritrovato L’area degli scavi, vicino alla chiesa di Saint-Martin de Corleans, nella zona Ovest di Aosta: da giugno diventerà un museo visitabile

Goffi e rumorosi, i denti della ruspa agganciarono una grande lastra grigia, lunga, sagomata, spessa non più di dieci centimetri. Era il 1969, vicino alla piccola chiesa di Saint-Martin de Corleans, nella zona Ovest di Aosta. La lastra sembrava un uomo di pietra, forse un dio. In quell’anno in cui gli studenti infiammavano vie e piazze con gli slogan del maggio francese, dalla terra bruna di Aosta emerse l’area megalitica più grande d’Europa.

Un ettaro in cui ancora sono custoditi segreti del terzo millennio avanti Cristo, in quel basso Neolitico in cui gli uomini partirono dalle sponde del Mar Nero per seguire rotte a ventaglio in tutta Europa, lungo i grandi fiumi, in cerca di metalli. Le ruspe si fermarono: avrebbero dovuto scavare le fondamenta di tre condomini. Fu rovina per l’impresa edile, meraviglia per gli archeologi. Le pale meccaniche vennero rimpiazzate da uomini con attrezzi molto più delicati per lo scavo. Li guidava un giovane studioso, Franco Mezzena, che non voleva credere ai suoi occhi. Il primo scavo 47 anni fa

A giugno, 47 anni dopo quegli scavi leggeri, interrotti e ripresi, aprirà la grande struttura del museo che farà da tetto a quell’ettaro di storia. Gli uomini di pietra, stele alte fino a 3 metri, riprenderanno il loro posto. Statue erette in un pantheon da una civiltà ancora de decifrare, capace di navigare, di seguire il corso dei fiumi e lasciare i monumenti a memoria di una cultura diffusa in tutta Europa. Dalla Crimea all’Ucraina, dal Mar Nero, dal Caucaso fino alle rive di Rodano, Reno, Danubio.

E poi nelle valli alpine, vie obbligate per valicare la grande cerniera di montagne. Fra queste quella della Dora Baltea. Quella civiltà resta avvolta in una nube di mistero. Sappiamo che arrivò in mezzo alle montagne cinquemila anni fa. E dopo un millennio, gli uomini che la rimpiazzarono usarono quei principi di pietra o dei per costruire un cimitero, tombe gigantesche, una dalla forma di prua di nave. L’area megalitica di Corleans presuppone la presenza, nella piana della Dora, di una città importante: un ettaro dedicato ai riti dei vivi, poi alle sepolture.

Le pagine di storia scritta in strati di terra sovrapposti, mostrano arature agricole e sacre, i riti della semina dei denti che possono ricondurre al mito di Eracle, oltre 40 stele antropomorfe, allineate in un viale monumentale, e una fila di 24 pali orientati con le stelle: da Orione all’Orsa Maggiore, che è la costellazione-indirizzo per la Valle d’Aosta ai tempi dei Celti. Importante per gli studi: le stele di questo tipo sono sempre state trovate in modo sporadico, mai in un sito così vasto. Una leggenda cittadina

Aosta scopre che una sua leggenda potrebbe essere testimonianza di una realtà antica. Fra i suoi nomi pre romani c’è Cordelia. Ne parlò lo storico Jean-Baptiste De Tillier, segretario del Ducato di Aosta nel Settecento. Cordele esiste ancora oggi, è sulla costa turca del Mar Nero, nell’antica Anatolia. Da lì salparono gli Argonauti, Giasone e lo stesso Eracle. Potrebbero essere stati la scorta armata degli scienziati che cercavano metalli nel Neolitico. «Questa era la tecnologia nuova all’epoca», ricorda Mezzena. Ipotesi affascinante, forse l’unica che spiega il popolo nomade che risalì l’Europa lasciando gli uomini di pietra.

Gli scalpelli hanno inciso vesti di fibre tessute o intrecciate, con rombi e quadrati bicolore, di uomini, principi o dei in armi: pugnali e scuri.

Cara Bignardi, non prendiamoci in giro

Domenico Ferrara



“Questa faccenda del mio renzismo è veramente una sciocchezza. Quando Renzi venne a Le invasioni barbariche non lo trattai benissimo tanto che il giorno successivo i social mi massacrarono. Andate a verificare voi stessi”.

Ecco, ho seguito il consiglio di Dario Bignardi e ho deciso di verificare e di andarmi a rivedere i 44 minuti della sua intervista al presidente del Consiglio realizzata il 14 gennaio 2015 (se volete vederla anche voi ecco qui il link).

Premetto che è stata una sofferenza. Diciamo che entrambi i soggetti non brillano in quanto a capacità di tenerti incollato al video. Però l’orecchio era attento. Ecco il risultato dell’analisi. Si parte con una domanda molto scomoda sull’adipe di Renzi. Poi si passa alla politica.“Che impressione le hanno fatto le dimissioni di Napolitano? Il suo rapporto con Napolitano? Lui è forse una delle persone che più l’ha sostenuto ed è una persona di 90 anni, un po’ strano pensando alla sua forza rottamatrice…”.

E ancora: “Non l’ha mai presa per un orecchio dicendo ‘uè con sta rottamazione’? Napolitano l’ha aiutato proprio concretamente…”. “Presidente la devo interrompere, qui il tempo è poco, ma io devo chiederlo: lo so che non può sbilanciarsi ma il nome del presidente della Repubblica..? Ma lei ha un piano? Parteciperanno secondo lei i grillini? Lei ce l’ha qualcuno in mente? È ovvio che non ce lo dice…Questo l’ha già detto, mi perdoni, mi chiedevo se ha in mente un nome, non voglio che ce lo dica…Tanti nomi?”.

invasione

A volte si ha l’impressione – se non la certezza – che siano più le risate della Bignardi che le domande ficcanti. Ma continuiamo.

“Cambiamo discorso…volevo parlare un po’ di lei…la rivedo presidente del consiglio dopo un anno, domenica ha compiuto 40 anni e li ha compiuti in un modo unico…quando aveva 20 anni come pensava di trascorrere i suoi 40 anni? Si è sentito vecchio? Cosa vuol dire che ha sentito i 40 anni?

Preferiva averne ancora 30? Io mi sono commossa, lei cosa ha sentito durante la manifestazione per Charlie Hebdo? Qualcuno le ha fatto gli auguri per il compleanno? Si è sentito a disagio accanto al presidente russo, al premier turco, al premier del Ghabon, non proprio i migliori amici dei giornalisti?

Dopo aver trasmesso una intervista al padre di Delnevo, la Bignardi dice: “Il meglio deve ancora venire…parlo della nostra intervista”. E se lo dice lei…

Ecco dunque che cita ampi stralci del libro di Giuliano Ferrara, Royal Baby.. E su, risate su risate.
“Volevo partire dal suo corpo e dal suo linguaggio…abbiamo un documento di lei prima della trasformazione…”. E fa vedere una puntata de Le Invasioni barbariche del 2006 in cui Renzi ha gli occhiali e la giacca e cravatta.“Ha avuto una trasformazione fisica? Lei che voto si dà in cattiveria?

Sia sincero…Buono buono non è…”.Bignardi chiede poi a Renzi del naso della moglie, sempre citando un passo del libro di Ferrara. Ecco dunque che dopo 35 minuti di intervista, si arriva all’acme della perfidia bignardiana.

dartia

“Presidente, aspettiamo di vedere qualche risultato, non parliamone, facciamone…quando li ha fatti noi ne parleremo e diremo che ha fatto queste cose..”.

Poco importa se Renzi ribatte che il Jobs act sia già legge e che la Bignardi non lo sappia.

Lei insiste: “Presidente mi perdoni ma la sensazione che siano cambiate le cose non la abbiamo, ci fidiamo di lei…carne al fuoco ce n’è, eccome…però la aspettiamo da 11 mesi…ci rivedremo tra un anno per toccare con mano le cose che ha fatto…Ne ha già fatte tante, ma ci aspettiamo che ne farà altre…”.

Ultimo sussulto: “Quando poi farà le cose, ce le venga a raccontare…”. E via ancora una volta di sorrisi. Insomma, cara Bignardi, lei non vuole essere definita renziana, ma non prendiamoci nemmeno in giro.