lunedì 22 febbraio 2016

La Nasa diffonde strani suoni provenienti dallo spazio e ascoltati dall’Apollo 10

La Stampa
fulvio cerutti

Continua il mistero vissuto dagli astronauti due mesi prima dell’allunaggio del 1969



«The Dark Side of The Moon» (Il lato oscuro della Luna). Così è stato battezzato l’episodio, rimasto top secret sino al 2008, vissuto dagli astronauti dell’Apollo 10 in orbita attorno alla Luna due mesi prima del celebre sbarco avvenuto il 20 luglio 1969.

«Hai sentito che fischiettii?». «Sembrano suoni, sembra una sorta di musica che viene dallo spazio». «Mi chiedo di cosa si tratti». È questo il dialogo fra gli astronauti Eugene Cernan e John Young, registrato e trascritto dalla National Aeronautics and Space Administration (Nasa).

Un fenomeno a cui non è mai stata trovata una spiegazione. La Luna, infatti, non ha alcun campo magnetico o un’atmosfera tale da far rimbalzare i segnali terrestri. Un episodio così strano che sembra che gli stessi astronauti si siano trovati a discutere se e come comunicare quanto vissuto: i tre temevano che venisse messa in discussione la loro idoneità a futuri voli spaziali.

Ora il tema è tornato in auge sul web perché sono quei suoni sono stati diffusi per la terza stagione della serie di Science Channel, dedicata ai file inspiegabili della Nasa. Un tecnico dello stesso ente spaziale ritiene che i suoni possano essere derivati dalle interferenze fra le radio dei due veicoli spaziali (il modulo lunare e il modulo di comando). Ma il fascino dell’ignoto raccoglie ancora molti adepti.


Dopo 40 anni, la musica proveniente dalla faccia nascosta della Luna

Operazione Margherita, così all’ultimo saltò il blitz italiano all’Achille Lauro

La Stampa
fabio pozzo

Il racconto degli incursori chiamati a intervenire sulla nave sequestrata dai terroristi: era tutto pronto



Quando il cercapersone si metteva a suonare scattava il conto alla rovescia. Gaetano Zirpoli, campano, capo Incursore della Marina, sapeva di aver tre ore per raggiungere la base. Era la regola. «Arrivo al Varignano e mi dicono che devo partire. Non riesco nemmeno a prendere lo spazzolino, solo la borsa con le dotazioni da combattimento. Mi peso sul piazzale, per il calcolo dell’assetto dell’elicottero, salgo sul pulmino e quando arriviamo sulla pista di Luni ci sono già le pale dell’SH-3D che scaldano l’aria».

Anche Danilo Gattoni, piemontese, tenente di vascello Incursore, era nella lista dei partenti. «La sera precedente ero rimasto a casa, con mia moglie. Il televisore spento. Mi avverte il capoguardia l’indomani alla base: “Guarda che il team è già andato”. L’ordine è di preparare i ferri del mestiere. A mezzogiorno sono su una Campagnola con i colleghi, due specialisti in lanci col paracadute come me e altrettanti esperti in cariche esplosive, diretto a Pisa».

LA MISSIONE
È l’8 ottobre 1985, l’Operazione Margherita è in corso. Nelle acque egiziane, tra Alessandria e Porto Said, quattro terroristi del Flp di Abu Abbas hanno dirottato l’Achille Lauro: sulla nave da crociera italiana - 196 metri di lunghezza, riarmata Chandris - ci sono 344 membri d’equipaggio e 101 passeggeri (664 erano scesi a terra, convinti dal commissario di bordo Max Fico a visitare per 93 dollari il Cairo e le Piramidi). Prima dell’alba erano già stati aperti dal governo i fronti diplomatici e c’era stato il via libera per un piano d’intervento militare: la scelta era ricaduta sugli Arditi Incursori della Marina, sui parà del 9° Reggimento d’assalto Col Moschin e su un reparto della brigata San Marco.

Non c’era stato bisogno di cercapersone per il capo Incursore Antonio Brustenga: umbro, basco verde col 15° corso (Gattoni è del 24°, Zirpoli del 28°: i corsi sono cominciati nel 1952, ad oggi sono stati superati da poco più di 900 uomini; quest’anno in sei), era già al Varignano, la base dei Navy Seal italiani che domina il Golfo della Spezia. In servizio nell’ufficio d’intelligence, era stato tra i primi a sapere.

«Organizziamo gli invii del personale e gestiamo le informazioni. In principio non conosciamo il numero dei dirottatori né, finché non si alzano gli aerei ricognitori Breguet-Atlantic, la posizione della nave. Mancano anche i piani tecnici della Lauro, indispensabili per individuare aree idonee per il rilascio degli operatori e i locali ostaggi: non spunteranno mai fuori. Quando poi entra in azione il Vittorio Veneto le informazioni giungono direttamente a bordo dell’unità e noi restiamo di supporto».

L’incrociatore della Marina era in navigazione verso l’Egitto. Gli incursori lo raggiungono con tre SH-3D. «Sull’elicottero siamo una decina, più l’equipaggio - racconta Zirpoli -. Stipatissimi, tra le borse dei materiali. Un volo diretto, per risparmiare carburante, credo duri almeno sei ore. Mi metto le cuffie da tiro e riesco anche a dormire un po’». Gattoni, invece, da Pisa raggiunge la base della Raf di Akrotiri, a Cipro. «Con l’aereo presidenziale. Io mi siedo proprio dove Pertini ha giocato a scopone con Bearzot, Zoff e Causio di ritorno dal Mundial.

Atterriamo a Cipro poco prima dell’alba. Qui ci sono già i Delta Force, le forze speciali americane. Sono agitati, impegnati in un’attività febbrile: muovono materiali, approntano piccoli elicotteri. Capiamo subito che si stanno preparando a intervenire». È il 9 ottobre. Sarà l’ambasciatore Usa a Roma, Maxwell Rabb, a informare il premier Bettino Craxi che l’assalto era stato previsto dal Pentagono per quella notte.

Anche lo spezzino Walter Braccini, allora tenente di vascello, 22° corso Incursori, comandante dei tiratori scelti, era al Varignano. «Tre le soluzioni: arrivare sulla Lauro dall’alto con gli elicotteri, raggiungerla dal mare con i battelli o agire con un’azione combinata. L’ipotesi battelli è però scartata, perché la nave era troppo veloce. Navigava a 20 nodi, le nostre unità non superavano i 10. Si è pensato anche di sabotarla, per fermarla».

L’OSTAGGIO UCCISO
Quando la nave da crociera sarà nelle acque siriane di Tartous la situazione precipita. I terroristi uccidono uno degli ostaggi, l’ebreo americano Leon Klinghoffer, classe 1916, emiplegico per una trombosi, in crociera con la moglie. «Ripartiamo da Akrotiri con l’elicottero: dobbiamo unirci ai colleghi sul Veneto e andare all’assalto. Spettava a noi farlo, perché l’Achille Lauro era territorio italiano», ricorda Gattoni. «Andavamo su è giù per i ponti dell’incrociatore, provando fino allo sfinimento le modalità d’assalto - continua Zirpoli –.

Avremmo dovuto saturare l’obiettivo in pochi secondi; guadagnare la plancia, la stazione radio. Ma senza piani della nave… I terroristi potevano essere ovunque». Sì, non sarebbe stata una «bonifica» facile. «Se i palestinesi avessero aperto il fuoco - ammette Gattoni - noi avremmo risposto». Con i rischi del caso. Ma non si porranno. «Mentre stiamo atterrando sull’incrociatore il pilota c’informa che la missione è annullata. Cessata crisi, i dirottatori si sono arresi». Era prevalsa la soluzione diplomatica.

Poi il caso Sigonella, mentre gli incursori rientrano al Varignano, nei ranghi del Team Torre, il primo nucleo anti-terrorismo italiano, nato dal Piano Trevi, l’accordo tra governi promosso da Londra nel 1977 per contrastare le sigle terroristiche. «Trenta, trentacinque uomini. Ci davamo il cambio ogni sei mesi», racconta ancora Braccini. Lo incontriamo alla Spezia, insieme agli altri reduci di quell’assalto mancato, nella sede dell’Associazione nazionale Arditi Incursori Marina, accolti dal vicepresidente Giuseppe Frijia, (19° corso).

Tre stanze al Comando in Capo della Marina, il labaro con le medaglie d’oro, le foto di un passato eroico che richiama la Decima Flottiglia Mas e Mariassalto. «Ci hanno addestrati i Sas britannici. Armi, tecniche, persino la terminologia, lupi i terroristi e pecore gli ostaggi - continua Braccini -. Ci hanno allertato per il rapimento Moro, per un Dc9 dirottato su Fiumicino: eravamo in un hangar, pronti all’azione» . E l’Achille Lauro. «Chi si aspettava che il terrore potesse arrivare dal mare? Dopo abbiamo cominciato ad addestrarci sulle navi Costa con nuove tecniche di abbordaggio e con i primi elicotteri corazzati».

Appello per lo sciopero

La Stampa
Mattia Feltri



Scioperano i controllori di volo, gli insegnanti, i ferrotranvieri, i bancari, gli avvocati, i giornalisti, gli infermieri, il personale viaggiante, i medici, i magistrati, i vigili urbani, i tassisti, gli addetti museali, gli studenti, persino i parcheggiatori abusivi. Gli intellettuali mai.

Vuoi dire che non hai la tv? Devi essere un abbonato Rai

Franco Battaglia - Lun, 22/02/2016 - 08:17

Comunicare che non si possiede una televisione è un'impresa: il numero verde non risponde e il sito chiede il proprio codice

Rammentate l'esilarante articolo sull'Inps, quello che se perdi il pin devi fornire il pin per riavere il pin? Beh, non avete finito di ridere o di piangere, fate voi.



Alla Rai versiamo anzi versate il più odioso dei balzelli. Più di tutti odioso perché al confronto il pizzo della camorra appare un'opera pia per persone bisognose. Io il canone non lo pago, per la semplice ragione che l'apparecchio tv non l'ho. Ciò non di meno sono stato per anni vessato, ricevendo intimidazioni sotto forma di cartoline del tipo: tu non paghi il canone; se l'hai già pagato forniscici gli estremi del pagamento, se non l'hai pagato, pagalo subito. L'eventualità che io non possedessi tv era formulata non con una frase del tipo: se non hai tv, ti prego di scusarci.

Ma a un di presso come segue: dichiara sotto la tua personale penale responsabilità e a pena di supplizi indicibili, di non possedere, né tu né i tuoi parenti o conoscenti, vicini o lontani o che siano, alcun oggetto, uditeudite, atto o adattabile alla ricezione dei programmi della Rai. Lo scatolone degli stivali di mia figlia è tal oggetto? Direi di sì: riempito degli accrocchi elettronici giusti e richiuso con uno schermo ultrapiatto... Quando nacque, il balzello era a fronte di un servizio, ed era dovuto dai detentori di apparecchio quando l'unica ragione per avere l'apparecchio era usufruire del servizio Rai.

Quando uno in quel di Como obiettò di avercelo perché guardava la tv svizzera, per la Rai fu deciso di tramutare il corrispettivo del servizio in tassa di possesso di apparecchio. Il migliore dei buoni cittadini va in bestia. Punto primo, se la tassa è sul possesso dell'apparecchio, perché mai va poi a beneficio delle casse della Rai e non, che so, delle Orsoline. Punto secondo, come può mai sopportarsi sul possesso di qualcosa una tassa il cui importo è pari al valore della cosa posseduta e, per giunta, da pagare ogni anno.

A naso direi che ci sono gli estremi per l'incriminazione per strozzinaggio («sono usurari...i compensi che risultano...comunque sproporzionati...», art. 644 del codice penale). Punto terzo, i programmi Rai sono infarciti di pubblicità esattamente come quelli, gratis, delle altre emittenti. Punto quarto, le altre emittenti quando trasmettono senza pubblicità si sono organizzate con codici d'accesso a pagamento: pagano solo i loro utenti, e non, dico a caso, gli utenti dell'acqua potabile. Punto cinque: i programmi Rai, diciamo la verità, fanno schifo, nove su dieci.Renzi s'è infine inventato la presunzione del possesso dell'apparecchio.

Voi la prendete a cuor leggero, e fate male; domani possono presumere qualunque altra cosa: che avete villa sulla Costa Smeralda, che possedete uno yacht, etc. etc. Ad ogni modo, ecco cosa vi succede nel caso foste uno come me, che l'oggetto non ce l'ha, e vi venisse lo strano desiderio di sapere cosa fare per evitare l'addebito in bolletta. La Rai si vanta di aver istituito il numeroverde 800938362 e che chiamano RispondeRai. Provate a chiamare, provate. Non risponde nessuno, mai. O meglio, risponde una voce che ti chiede subito se vuoi parlare in italiano o in tedesco. Cominci con l'italiano.

Nel qual caso t'informano che non hanno modo di risponderti e t'invitano a consultare il loro sito internet per fissare un appuntamento telefonico. Mi piace assumere le vesti di essere una vecchietta che non sa navigare in internet e riprovo chiedendo di parlare in tedesco: niente da fare, devo andare in internet. Pazientemente ci vado, sperando di fissare un appuntamento telefonico per sapere come fare per far sapere di non avere tv (giacché il sito internet dice che a questa impertinente domanda non sanno rispondere dice proprio così). Vuoi fissare un appuntamento telefonico con RispondeRai? chiede la schermata internet. Prego, digita il tuo numero di abbonamento Rai. Insomma, devi avere l'abbonamentoRai per far sapere alla Rai che hai diritto a non avere alcun abbonamentoRai. Questa è l'era Renzi, bellezza.

Il mistero del Sunset Limited: vent’anni di indagini a vuoto per il treno fatto deragliare

Corriere della sera

Giallo irrisolto in Arizona
 di Guido Olimpio

Nell’ottobre 1995 qualcuno svitò i bulloni dai binari provocando un disastro: un morto e 12 feriti su 258 passeggeri del convoglio Florida-Los Angeles. L’Fbi offre 310 mila dollari a chi fornirà indizi utili a risolvere il caso
 
HYDER (Arizona) — La striscia d’asfalto è dritta, tirata con il righello. Si stacca dall’autostrada che collega Phoenix a Yuma, porta all’interno, porta nel nulla, ad Agua Caliente. Un passaggio a livello incustodito di una linea ferrata abbandonata. Più avanti una vecchia stazione di servizio, l’emporio di Hyder. Attorno desolazione, arbusti, silenzio. Non passa nessuno. Il deserto nel deserto. Tutto sembra essere cristallizzato, un pianeta di polvere e Sole. E poi il binario, ricordo del passato e di un mistero di un anno lontano. Il calendario segnava «9 ottobre 1995». Era un lunedì. L’orologio indicava l’1.40 della notte. E da qui partiamo.


I vagoni finiti nel fiume in secca
Il Sunset Limited, treno passeggeri in viaggio dalla Florida verso Los Angeles attraversa un ponte stretto tra due alture. È in un’area remota, una zona poco accessibile (guarda la mappa nell’infografica, sfiorando l’icona blu) nell’area tra Hyder e Palo Verde, Arizona pura e dura. Il macchinista è abituato a quel percorso, si è lasciato alle spalle la cittadina di Palo Verde, mantiene una velocità di 50 miglia, tutto è normale. Per poco. All’improvviso il convoglio, 12 carrozze e due locomotive, è fuori controllo. Il «serpente» si piega, deraglia, alcuni vagoni si rovesciano in uno sferragliare pauroso e finisco sul letto di un fiume secco. Un addetto al vagone-letto, Mitchael Bates, perde la vita, una dozzina di passeggeri riportano ferite serie. In fondo è andata bene, a bordo c’erano 258 persone, potevano esserci conseguenze peggiori. E quello che si dicono tra loro i soccorritori mentre lo sceriffo di Maricopa fa il primo sopralluogo insieme ai tecnici della compagnia Amtrak.
La rivendicazione in un foglio tra i rottami
Ci vuole poco per capire cosa sia accaduto: non è stato un incidente, ma un atto di sabotaggio. Qualcuno ha manomesso le traversine rimuovendo in parte 19 chiodi, operazione eseguita con perizia, in quanto non ha messo fuori uso il sistema d’allarme. Dunque sapeva cosa fare e come fare per fregare tutti. Tra i rottami spuntano i fogli di una rivendicazione a firma dei Sons of Gestapo, SOG, i figli della Gestapo. Hanno agito - scrivono - in rappresaglia al blitz dell’Fbi contro la setta di David Koresh a Waco, Texas, e per altri episodi dove sono coinvolti miliziani di destra. Dunque si pensa al gesto di un gruppuscolo anti-Stato. Un episodio di terrorismo interno che segue di pochi mesi la strage di Oklahoma City, anche quella opera di una micro-cellula suprematista.
I figli della Gestapo
Si muove l’Fbi, si riguardano vecchi casi e nascono i primi dubbi. Nessuno ha mai sentito parlare dei Figli della Gestapo, il testo non convince, non si esclude il depistaggio. Chi sa di treni ricorda un precedente: qualcuno ha usato lo stesso sistema per far deragliare il City of San Francisco nel 1939, 24 le vittime. Vicenda lontana, ma riavvicinata alla notte del 1995 da un articolo sulla vicenda pubblicato su una rivista qualche mese prima. Ha ispirato gli attentatori? E’ un’ipotesi, come altre. Malgrado le risorse messe a disposizione dalle autorità l’inchiesta non procede, la tesi degli estremisti perde forza. L’Operazione Spitrail - nome in codice dell’indagine - deve per forza considerare ogni scenario.

Senza scartare i misteriosi SOG si studiano due ipotesi: il pazzo o il dipendente in collera con la compagnia. Altro lavoro dunque per i federali, chiamati a verificare il passato di possibili sospetti, altre verifiche per gli uomini dello Sceriffo concentrati nei dintorni. Cercano un tizio con il cappello da cow boy avvistato da un testimone. Segnalazione talmente vaga da far sorridere. Deve essere uno del posto — insistono —, soltanto uno che conosce la zona alla perfezione poteva scegliere il punto dell’agguato. Torchiano, usano la macchina della verità, interrogano. Ogni volta devono ricominciare perché il filone si esaurisce.
Le teorie più strane e un suicidio
Si guarda altrove, sulle base di supposizioni, indizi improbabili, suggestioni. Forse — azzarda qualcuno — è stata un’operazione montata da un apparato paramilitare. Magari sono arrivati nei pressi del ponte usando un elicottero partito da un vecchio aeroporto a nord di Tucson, uno scalo usato anche dalla Cia. Gli inquirenti conducono delle ricerche in una miniera abbandonata, la Hellgate. In uno dei tunnel trovano resti di auto e una dune buggy in pezzi, un mezzo che potrebbe essere stato usato dal sabotatore per scappare dopo aver colpito. I reperti dicono poco, il probabile legame tra l’atto criminale e i rottami è svanito.

Frustrati, indispettiti, sfiduciati, gli agenti non escludono nulla. E arrivano a pensare che forse l’azione contro il Sunset Limited sia stata organizzata da un gruppo di soccorritori per avere celebrità e attenzione. Sembrano fantasie. Solo che finiscono nei report. Un impiegata della polizia, pare per errore, trasmette un fax ai media, è un file dove sono indicati i nomi di tre vigili del fuoco «attenzionati». Il capitano Steve Mills, i pompieri Larry Leforte e Steve Murley, il primo ad arrivare sulle carrozze rovesciate. Non saranno mai incriminati o accusati formalmente, ma dovranno andare avanti con un’ombra disegnata da altri, un peso che diventerà fatale per Murley. Tre anni dopo si toglierà la vita.


 La leggenda dell’oro perduto
Senza progressi, la vicenda si sovrappone a una delle leggende del Sud Ovest americano, tra tesori perduti e racconti sui quali deve avere molta fede. Nel 1940 una pattuglia di cinque soldati è impegnata nel training di orientamento in un settore brullo e selvaggio a nord ovest di Hyder. Armati di bussola, i militari devono raggiungere un punto di raccolta dopo una lunga marcia. Riescono nella missione, ma — secondo il racconto — prima hanno una sorpresa: scovano, sotto pietre e terra, molti lingotti d’oro. Possibile che sia un bottino nascosto da qualche bandito del Vecchio West. Oppure un carico finito chissà come in un luogo impossibile.

I soldati provano a marcare il posto, contano di tornare con una jeep per recuperare le barre lucenti. Il destino sceglie diversamente, li aspetta la guerra. Tre muoiono al fronte, uno finisce in manicomio, l’unico superstite riprende le ricerche. Per anni e inutilmente vaga tra colline e sentieri, non ritrova più il punto. L’oro — per chi ci crede — aspetta un padrone.

È passato ormai tanto tempo, la ferrovia ha abbandonato Hyder. Restano i binari, il tracciato, il passaggio a livello, il vecchio emporio e il fascicolo del Sunset Limited. Non lo hanno ancora mandato in archivio, sperano sempre che si apra una breccia. Per fare tornare la memoria l’Fbi ha offerto, un anno fa, 310 mila dollari (nella foto sopra, la locandina) e un numero di telefono. Aspettano che qualcuno chiami.

21 febbraio 2016

Ecco perché noi di Apple difendiamo i segreti dell'iPhone"

repubblica.it

FEDERICO RAMPINI

Parla un ingegnere della Mela sotto anonimato: "Basta violarne uno per mettere a rischio la privacy di tutti"

"Che ne diresti se ti vendessi una casa, ma tenendomi un mazzo di chiavi da usare a tua insaputa, per entrarci anche quando sarai diventato tu il proprietario? O per darle alla polizia, se me le chiede? Ti sentiresti sicuro? Ti sembrerebbe un trattamento corretto da parte mia, cioè del venditore? E poi, chi ti assicura che quel mazzo di chiavi da me custodito non finisca in mano a un ladro?". La metafora immobiliare la sta usando con me un ingegnere di Apple.

Vuole spiegarmi perché, dal suo punto di vista, è assurda la richiesta dell'Fbi e della magistratura americana, di "penetrare" dentro un iPhone. La contesa tra la giustizia americana - cioè in ultima istanza l'Amministrazione Obama - e il colosso digitale della Silicon Valley, dominerà l'attenzione per molto tempo. Spacca l'opinione pubblica, i media e il mondo politico. Tutto ha origine perché l'Fbi vuole il contenuto di un iPhone usato dai due terroristi che fecero strage a San Bernardino, California: 14 morti il 2 dicembre scorso.

Il chief executive di Apple, Tim Cook, ha detto no alle richieste di Fbi e magistratura. Attirandosi un plauso quasi unanime dai media. E la condanna quasi altrettanto unanime dal mondo politico, capace di un'intesa bipartisan pur nel clima arroventato della campagna elettorale. Cook parla solo tramite i suoi legali, ha rifiutato richieste d'interviste da tutti i giornali e tv. All'interno di Apple vige una segretezza totale, il quartier generale di Cupertino impone regole di comportamento implacabili.

L'ingegnere che accetta di parlarmi, un'antica conoscenza per motivi familiari, lo fa a condizione che sia rispettato il suo anonimato. Non rivela segreti industriali; del suo lavoro parla pochissimo, ma si occupa proprio del software per gli iPhone. Mi spiega i ragionamenti che hanno spinto Cook e che lui descrive come ampiamente condivisi da tutti i collaboratori, e anche dalle altre aziende della Silicon Valley, nonché dalla maggioranza degli utenti.

Dunque, proseguiamo con la metafora dell'appartamento. "Ora ci chiedono di poter entrare nel tuo iPhone da una porta di servizio, una porta sul retro. Ma questa porta non esiste, andrebbe costruita ad hoc. Non c'è, o per meglio dire non c'è più un'entrata segreta con cui noi possiamo introdurci nel tuo iPhone a tua insaputa o contro la tua volontà". L'attuale livello di protezione della privacy è relativamente recente.

Risale al settembre 2014 cioè al varo del sistema operativo iOS8, nell'era successiva alle rivelazioni di Edward Snowden, cioè lo scandalo detto Nsa-gate. La "gola profonda", il transfuga della National Security Agency, disvelò un livello di cooperazione insospettato fra le grandi aziende tecnologiche degli Usa e i servizi segreti. Ebbe un enorme impatto politico, nel mondo intero. E anche fra gli utenti americani. Per Apple esplose un problema di credibilità, di fiducia presso i clienti.

"Da allora - mi spiega l'ingegnere di Cupertino - il codice pin del tuo iPhone è diventato una barriera invalicabile. Io che sono un esperto di iOS8 non posso entrare nel tuo iPhone neanche se lo voglio. E dopo 10 tentativi sbagliati di comporre il pin, automaticamente il tuo iPhone cancella i dati perché si presume che sia finito in mano a un ladro. No, ti assicuro, una porta di servizio non esiste".

Prendo in parola il mio interlocutore e lo seguo nella metafora dell'appartamento. Gli obietto che in casa mia l'Fbi può entrarci eccome, con un mandato del giudice. All'occorrenza sfondando la porta. E nessuno giudica che questa sia una violazione delle libertà costituzionali. In nome della lotta al crimine e al terrorismo, abbiamo accettato regole e procedure che autorizzano una violazione del mio domicilio. Così come la magistratura può autorizzare l'intercettazione delle mie telefonate.

La risposta dell'ingegnere di Cupertino: "Quelle regole non si applicano all'iPhone. Ad altri sì. Per esempio l'intercettazione delle telefonate riguarda le telecom, che sono delle utility, dei servizi di pubblico interesse anche quando sono private. Le telecom sono regolate da leggi che non si applicano a noi Apple". Il mio amico ingegnere vota Bernie Sanders, non è un individualista-liberista a oltranza. Ma è convinto che la battaglia del suo capo Cook sia sacrosanta, in difesa di principi fondamentali della democrazia americana.

Il caso Apple-Fbi è già tracimato nella campagna elettorale, con l'appello di Trump a boicottare i prodotti Apple. La politicizzazione è inevitabile. La Silicon Valley, da sempre liberal su temi come l'ambiente e i matrimoni gay, è un serbatoio di voti e di finanziamenti elettorali per i democratici.
 Tanto che qualcuno si è stupito dello scontro Obama-Cook e ha perfino dubitato che l'Fbi e il Dipartimento di Giustizia non avessero la copertura della Casa Bianca (che invece gliel'ha data).

Cook è un personaggio inviso alla destra come pochi: dichiaratamente gay, militante anti-razzista, ha raccontato come la sua coscienza politica maturò nell'infanzia trascorsa tra i razzisti del Ku Klux Klan, in Alabama. I mass media lo stanno appoggiando contro Obama, compreso il progressista New York Times che si è schierato dalla parte di Apple.

Al Congresso invece democratici e repubblicani potrebbero unirsi e far passare una legge che renda obbligatoria la cooperazione chiesta dal giudice a Cook. Si potrebbe finire davanti alla Corte suprema, essa stessa oggetto di battaglia politica dopo la morte del giudice Scalia. Cook ha già mobilitato due grandi avvocati di sinistra, Ted Olson e Theodore Boutrous, protagonisti della battaglia per i matrimoni gay in California.

Apple-Fbi, in arrivo azione legale dalle vittime di San Bernardino

repubblica.it

L'avvocato: "Queste persone sono state prese di mira dai terroristi, e hanno bisogno di sapere il motivo"

ALCUNE vittime dell'attacco San Bernardino presenteranno un'azione legale per costringere Apple a sbloccare l'iPhone criptato appartenente ad uno dei killer, Syed Rizwan Farook. A comunicarlo è un avvocato delle vittime, scrive la Reuters, Stephen Larson, un ex giudice federale. Larson ha detto: "Queste persone sono state prese di mira dai terroristi, e hanno bisogno di sapere il motivo".

Larson ha aggiunto che una settimana fa è stato contattato dal Dipartimento di Giustizia e e da procuratori locali che rappresentano le vittime, prima che la controversia diventasse pubblica, ma ha rifiutato di dire quante vittime rappresenta. A San Bernardino, quattordici persone sono morte e altre 22 sono rimaste ferite in un attacco da parte di una coppia che ha agito "ispirandosi all'Is". Il killer al centro della controversia è morto in uno scontro a fuoco con la polizia.

Apple ha rifiutato di commentare. In una lettera pubblica la scorsa settimana, Tim Cook, amministratore delegato della società, ha dichiarato: "Noi piangiamo la perdita di vite umane e vogliamo giustizia", dicendo che l'azienda ha "lavorato duramente per sostenere gli sforzi del governo". L'Fbi ha chiesto ad Apple di poter accedere al telefono del killer, ma l'azienda ha risposto di no, sostenendo che una tale mossa sarebbe un pericoloso precedente e minacciare la sicurezza di tutti gli utenti iOS nel mondo.

Acrobati, clown e domatori Dove si fermano i grandi del circo

Corriere della sera

di Elvira Serra, inviata a Bussolengo

A Bussolengo il cimitero più importante d’Europa dedicato agli eroi del tendone

Leonida Casartelli, «il grande capo» (Foto di Andrea Giachi)

Maria Pia Zanetti in Lizzi sorride in costume di scena, cappello nero e giacca rossa. Era «la signora dalla voce incantevole», come dice la targa sotto il nome: faceva la presentatrice. Anche Lucina Casartelli ha un bel sorriso, raddolcito dall’età. Di lei la scritta insegna: «Il più bel seraffo del mondo». Volle metterla il figlio, David Larible, il «clown dei clown» amatissimo da Steven Soderbergh, Tom Cruise, Woody Allen e Jerry Lewis, perché la mamma in più di uno spettacolo era stata il suo «seraffo», quel complice che si finge del pubblico per fare da spalla senza che nessuno se ne accorga.
Il «grande capo» che acquistò il Medrano
Leonida Casartelli, invece, è «il grande capo». Fu lui a trasformare l’Arena Rosa di sua madre Rosina — appena qualche cassetta di legno per saltimbanchi; lei sulla tomba saluta così i quattro figli: «Venite più tardi possibile, ma saremo ancora uniti e per sempre» — nel Circo di famiglia che poi diventò Medrano. Di lui c’è una foto vestito da Tarzan, perché aveva fatto il domatore dei leoni e delle tigri, dopo essere stato il pagliaccio Fagiolino, e prima di diventare impresario.

In questa veste fu fotografato con papa Paolo VI a Roma, nel 1978, lo stesso anno in cui morirono entrambi, Leonida d’incidente d’auto. «Era un precursore e un grande», spiega Andrea Giachi, quinta generazione di circensi, un mix tra le tre grandi famiglie che riposano a Bussolengo: Caroli, per parte di madre, Casartelli un nonno e poi Giachi, il papà, già acrobata e saltatore a terra, clown a fine carriera e, soprattutto, «mani d’oro» nel quartier generale del Medrano, qui nel Veronese, dove Andrea adesso si occupa di logistica e amministrazione.
La «roulottinga» e «Los Francescos»
Il cimitero dei circensi non è un posto allegro, ma si respira pace. E, grazie alla nostra guida, anche un po’ di storia. Le foto incorniciate si animano con i suoi racconti, e così Wally Togni non è più soltanto la signora con gli occhiali che saluta garbata dietro al vaso di fiori freschi. «Era la vedova di Leonida, figlia di Ugo. Una “roulottinga”, la casalinga in carovana: zia Vallì per tutti, perché era una vera chioccia. Fece da trait d’union tra due famiglie importanti. Al suo funerale, due anni fa, arrivarono da tutto il mondo».

Nella stessa cripta, sotto la cappella dove si svolgono le cerimonie di commiato ad artisti, direttori, acrobati e attrezzisti, ridono sornioni Enrico, Ernesto e Francesco Caroli, «Los Francescos», i tre cavallerizzi di cui resta celebre quel numero spettacolare con Enrico che faceva un salto mortale in piroetta dal primo al terzo cavallo, al galoppo naturalmente. E infatti sulla loro tomba ci sono due ferri di cavallo. Mentre è di sopra che riposa «il signor Silver»: «Una vita da trapezista». «Fu il maestro di tutti».
La città della fiera di San Valentino
Colpisce Rosanna Bello, giocoliera con il fratello. Scelse di morire a 28 anni, nel 1972, e davanti alla fiammella della lapide sbuca il biglietto di Joline, che di anni ne ha dieci. Dietro al pulcino buffo disegnato da lei c’è scritto: «Cara zia e nonni vi voglio bene». Eppure non l’ha mai conosciuta.

Anche se non c’è un cartello, questo è un luogo di suggestioni. Max Maestrello gli ha dedicato un racconto: Aldilà del tendone. Una giornata nel cimitero dei circensi (Zandegù). «Sepolti qui, che hanno lavorato sotto un tendone, saranno una settantina, ma forse di più, perché bisogna contare anche i giostrai», prosegue Andrea Giachi. Perché proprio

Bussolengo? «Perché nella zona si svolgevano le più importanti fiere agricole, in particolare quella di San Valentino, che qui è il patrono: quest’anno è alla 305esima edizione. Dal ‘59 i Casartelli scelsero questo luogo per il quartiere invernale, era un crocevia importante. Sarebbe bello fare un censimento: di sicuro troveremmo il numero più alto di circensi in Europa».

@elvira_serra
21 febbraio 2016 (modifica il 21 febbraio 2016 | 22:52)

la morte dello scrittore Umberto Eco da cattolico ad ateo, l’enigma del distacco dalla fede

Corriere della sera

di VITTORIO MESSORI

L’intellettuale cresciuto nel culto cristiano era approdato a una posizione relativista

Incontrandolo, intervistandolo, leggendolo, non potevo sfuggire a una sorta di rammarico. Proprio perché molto ne ammiravo l’intelligenza, la cultura, lo stile, l’ironia, il savoir vivre, sentivo (e glielo dissi anche, una volta, ricavandone un sorriso enigmatico), sentivo il dispiacere del credente davanti a un uomo che ti parlava della sua «definitiva apostasia» da ogni fede religiosa, a cominciare ovviamente da quella cattolica. Un giovane che fu tra i dirigenti della Giac, la Gioventù di Azione cattolica, che sino all’università si nutrì di credenti antichi e moderni, un uomo da comunione quotidiana e da confessione settimanale e che scelse san Tommaso per la sua tesi pensando alla fede da difendere e non a una laurea da conquistare.

Ed ecco che invece dello straordinario apologeta del cattolicesimo, dello scintillante polemista che i credenti avrebbero avuto in dono, ecco che dall’ateneo torinese uscì l’Umberto liberal. Un Eco divenuto sì apologeta, ma prima dell’agnosticismo e poi – come ammise – di un relativismo ateo (nomina nuda tenemus), affermato con la consueta leggerezza dall’apparenza svagata, ma in realtà non scalfibile. La delusione, non mi ha impedito, per quanto mi riguarda, l’affetto sincero e ora il dispiacere perché non avremo più battute come quella che gli sentii dire nel nostro primo incontro : «Se Pascal abitasse nel mio condominio ci saluteremmo con educazione ma non ci frequenteremmo proprio.

Se, invece, sul mio pianerottolo ci fosse Tommaso d’Aquino, alla sera giocheremmo a briscola, ma finiremmo per litigare e andare per avvocati. E magari mi denuncerebbe alla Digos per sospetto di terrorismo».Per una mia Inchiesta sul cristianesimo (il titolo del libro che uscì da molti dialoghi, soprattutto con ex credenti, per capire le loro ragioni) passammo insieme un pomeriggio milanese di cui approfittai non per parlare genericamente di cultura, ma di fede, di vita, di morte. A lui che conduceva il discorso verso la filosofia, replicai di lasciare le schermaglie verbali e di venire al concreto. La scommessa per Dio o contro Dio nasce più dal vissuto esistenziale che dall’ argomentare teorico.

Per quali motivi (ammesso che sia in grado di decifrarli) uno che abbracciava il Vangelo — e con tanto fervore — come il giovane Eco, decide di ritirare la sua speranza nel Cristo? Mi parve, con tutto il rispetto, che gli argomenti della sua risposta non sfuggissero al sospetto di essere stati elaborati post factum, per razionalizzare un ripudio venuto dal cuore e dalla vita più che dalla ragione. Glielo dissi. Fu pronto a replicare, con sincerità: «Le concedo volentieri che, qui, qualunque “prova” o ragionamento serve solo a convincerci di ciò di cui già siamo convinti. È vero: l’aspetto razionale non basta a spiegare la mia storia. Ma non basta neppure quello biografico.

Altri che hanno avuto vicende simili alla mia sono rimasti credenti. Mi è parso che la perdita della fede sia stata come l’interruzione di un circuito elettrico. Le cause vere, profonde? E chi può dirlo?». Parlammo della morte: un dramma che, mi disse, viveva nella carne, da quando suo padre morì in modo inaspettato. «Sono passati tanti anni da allora, ma ci penso ogni giorno. Io non cerco, alla Freud, di vendicarmi di mio padre, ma di vendicarlo. Anche da qui il mio darmi da fare sul piano professionale. Io, un collezionista di onori, come qualcuno dice? No, uno che vuol dare al suo genitore le soddisfazioni che sperava di avere da suo figlio e che non ha avuto».

Eco, gli chiesi, dov’è suo padre? Dove sono tutti i morti? Dove saremo noi pure? Rispose: «Al di là di quelle porte di bronzo c’è il caos, il buio.Oppure c’è il Nulla o un deserto piatto e desolato, senza fine». La morte, gli ricordai, è la scommessa per eccellenza, aperta a molti esiti possibili. E se avessero ragione coloro che dicono che sarà Gesù il Cristo a venirci incontro ? Non sembrò esitare, come chi ci ha più volte pensato: «Senta, se per caso quel Nazareno c’è davvero e vuole imbastirmi un processo, gli dico più o meno le cose che sto dicendo a lei: ho ragionato così e così e sono giunto alla conclusione che non eri tu ad aspettarci.

Credo che potremmo giungere a patti ragionevoli. Se invece è il Dio crudele e vendicativo di certe sette protestanti, allora meglio non avere a che fare con lui. Mi mandi pure all’inferno, dove almeno c’è gente per bene». Una pausa e poi: «Ma guardi che sono convinto che se davvero un Dio ci fosse, sarebbe quello di quel san Tommaso con il quale in vita avrei litigato, ma che era un uomo col quale, malgrado tutto, sulle cose che contano si poteva ragionare». Ora, pure Umberto Eco «sa». E al rispetto che da parte di ognuno merita una vita tanto operosa, i credenti, con discrezione pari alla convinzione, aggiungeranno una preghiera davanti a una bara per la quale — con coerenza, senza ipocrisie — non si è voluto una presenza religiosa.

21 febbraio 2016 (modifica il 21 febbraio 2016 | 20:55)

La seconda giovinezza del Braille nell’era del digitale

Corriere della sera

di Silvia Turin
apertura-braille

Louis Braille aveva tre anni quando perse la vista. Solo 18 quando divenne professore presso l’Istituto per giovani ciechi di Parigi dove aveva studiato. A 30 anni presentò ufficialmente il metodo che aveva inventato per permettere ai non vedenti di leggere e scrivere più agevolmente.  

Era il 1839.
Il sistema braille, che da lui prende il nome, nell’era del digitale sta vivendo la sua seconda giovinezza: basato su sei punti distribuiti su due colonne da tre punti ciascuna, riesce a rappresentare 64 segni tra caratteri e simboli e si adatta anche a musica, matematica e chimica. Sono 800 attualmente i dialetti e le lingue che, per la comunicazione tra non vedenti, utilizzano questo metodo, il quale, per le sue caratteristiche intrinseche, sembra davvero destinato a non tramontare mai, anzi. I nuovi dispositivi e sistemi operativi, i software e le app si sono adattati perfettamente al braille consentendo a ciechi e ipovedenti di accedere a professioni e di esprimere potenzialità che prima non erano alla loro portata.

Il 21 febbraio si celebra in Italia la Giornata nazionale del braille istituita nel 2007, in coincidenza con quella mondiale della difesa dell’identità linguistica promossa dall’Unesco. Per l’occasione ci siamo recati all’Istituto dei Ciechi di Milano, che da sempre si propone come “centro di risorse” a tutto tondo in grado di rispondere sul piano educativo e formativo ai bisogni dei disabili visivi.  Lo stesso Istituto, tra l’altro, è stato il primo in Italia, nel 1864, a introdurre il sistema braille per i suoi alunni. Le cronache della scuola raccontano che tutto partì da un ex allievo emigrato a Marsiglia, che, per rimanere in contatto con gli amici milanesi, aveva iniziato a inviare loro messaggi scritti in braille inseriti in piccoli cilindri.



Oggi il braille si declina su screen-reader, display specifici, notetaker, touchpad, stampanti, visualizzatori: l’Istituto dei Ciechi ospita un centro informatico d’avanguardia che si occupa di gestire, insegnare, fornire consulenze. “Dal braille letterario a sei punti, si è passati al braille informatico a otto punti, per consentire la rappresentazione di 256 caratteri testuali, che corrispondono al numero di caratteri del codice informatico ASCII (ossia un byte)”, spiega Franco Lisi, direttore scientifico, che conferma:

“Questo sistema vive una seconda giovinezza proprio perché consente ora ai non vedenti di leggere e ‘navigare lo schermo’ di un computer”. “E pensare che solo qualche anno fa – racconta Rodolfo Masto, Commissario straordinario dell’Istituzione meneghina – il braille iniziava a essere osteggiato dalle famiglie perché lo vivevano come uno strumento di segregazione: credevano potesse essere sostituito dall’informatica e invece si sono resi conto che si è integrato perfettamente ed è complementare ad essa”.

“Al braille non vi sono ancora oggi alternative – sostiene sicuro Franco Lisi – . È uno strumento che sposa quelle che sono le peculiarità intrinseche del senso del tatto proprio perché la breve estensione favorisce la comprensione con un solo passaggio del polpastrello”.

Presso l’imponente e storica sede in via Vivaio dell’Istituto dei Ciechi, i cui sontuosi atri dal 1892 sono stati arricchiti e impreziositi dalle donazioni dei benefattori, è stato costituito il “Museo Storico Louis Braille” che ospita anche un’esposizione degli strumenti di scrittura per non vedenti che si usavano prima dell’invenzione del sistema a punti.

Questi forniscono immediatamente la misura della portata rivoluzionaria del metodo creato nell’800 e il perché del suo successo: con il braille il polpastrello “legge” una lettera immediatamente, con un semplice tocco, appoggiandosi ai punti. Prima, si usava rappresentare in rilievo (con vari sistemi) il nostro alfabeto, ma bisognava percorrere l’intera estensione della lettera con il dito per capire quale fosse e spesso per un cieco non era facile distinguere la B dalla R o la Q dalla O.



“Il braille ha provocato una vera e propria rivoluzione culturale, sociale e morale. Ha  permesso ai non vedenti di avere dignità, libertà, indipendenza”, afferma il direttore scientifico, che ci spiega la differenza tra l’ascolto di un testo tramite le sintesi vocali (pure molto usate da ciechi e ipovedenti) e la lettura diretta: “Rispetto all’ascolto è uno strumento insostituibile per studiare o imparare a memoria una poesia, piuttosto che leggere una lingua straniera o studiare la matematica. La valenza educativa sta proprio nel fatto che la persona è chiamata a porre dal punto di vista psicologico e intellettuale una tensione attiva, che coinvolge tutta la soggettività di chi legge”.

Per queste e molte altre caratteristiche il braille sembra destinato a non invecchiare mai, passando indenne attraverso i secoli e cavalcando agevolmente le trasformazioni tecnologiche. Probabilmente non ha ancora raggiunto le sue massime potenzialità “nell’estensione 2.0”: allo studio presso l’università del Michigan infatti c’è già un tablet che monta uno schermo studiato per il braille, composto da microbollicine di liquido (oppure aria), costituito da 10mila punti motorizzati che attraverso la creazione di rilievi sullo schermo consentirà ai non vedenti di utilizzare un touchscreen con maggior facilità, ma soprattutto di accedere per la prima volta a informazioni “più complesse” come quelle matematiche e scientifiche, compresi grafici e tabelle. Inoltre, dalla Corea a dicembre è in arrivo il primo smartwatch in braille.

Insomma, nuove porte si aprono verso il futuro e le professioni per i non vedenti, proprio perché il sistema inventato da Louis Braille quasi due secoli fa è sostanzialmente e principalmente “un metodo di libertà”, come con orgoglio lo definisce Rodolfo Masto.

@silviaturin