martedì 23 febbraio 2016

Deputati, assessori e giudici: ecco chi sono i 30 mila pensionati «d’oro»

Corriere della sera
di Enrico Marro

La politica li ha tenuti al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Assegni che oscillano in media tra i 40 mila e i 200 mila euro all’anno

L’aula del Senato (Ansa/Onorati)

Ci sono circa 30 mila pensioni in Italia che rappresentano un mondo a parte, di assoluto privilegio, che la politica ha tenuto al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Sono le pensioni del personale della Camera e del Senato; quelle degli ex deputati e senatori (ipocritamente definite «vitalizi»); le pensioni dei dipendenti della Regione Sicilia; quelle del personale della presidenza della Repubblica; quelle dei dipendenti della Corte Costituzionale e degli ex giudici della stessa; i vitalizi degli ex consiglieri regionali.

Di questi assegni, che oscillano in media tra i 40 mila e i 200 mila euro all’anno, si sa poco o nulla, se non appunto che sono d’oro e costruiti su regole di assoluto favore. Eppure da dodici anni c’è una legge che imporrebbe di conoscere tutto di queste pensioni, i cui dati dovrebbero essere trasmessi al Casellario centrale della previdenza. Solo che la legge viene disattesa. E non si trova il modo di farla rispettare, perché gli organi costituzionali invocano l’autodichia, cioè il principio di autonomia regolamentare garantito dalla carta fondamentale, e la Sicilia il suo statuto speciale.
Il rapporto
Un tentativo di censire questo piccolo paradiso delle pensioni è contenuto nel rapporto «ll bilancio del sistema previdenziale italiano» appena diffuso dal centro studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, esperto di pensioni ed ex presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro, istituito dalla legge Dini del 1995. Il Nucleo è poi stato chiuso nel 2012. Ma Brambilla ha continuato a sfornare il rapporto annuale, aiutato dai migliori esperti del settore.

E nell’ultima edizione, «per la prima volta», ha inserito un capitolo dedicato a quello che viene definito «l’altro sistema previdenziale», quello appunto che si sottrae a tutte le riforme. «Reperire questi dati è difficile – si sottolinea – poiché mancano le informazioni di questi soggetti che non comunicano i dati, come previsto dalla legge 243 del 23 agosto 2004, al Casellario centrale». Non si sa, in particolare, quanti contributi vengono pagati e quante pensioni e per quali importi sono erogate.
I dati e la mancata trasparenza
Ad oggi, le amministrazioni ed enti che non comunicano i dati sono: Camera e Senato, che hanno proprie regole previdenziali approvate dagli stessi parlamentari sia per i propri dipendenti sia per deputati e senatori; la Regione Sicilia, «che gestisce un fondo di previdenza sostitutivo per i propri dipendenti», quindi fuori dal regime Inps; la Corte costituzionale per i giudici e i propri dipendenti (anche qui vige un regolamento interno); la Presidenza della Repubblica per il proprio personale; le Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale per le cariche elettive. Infine, c’è lo strano caso del Fama («una anomalia tutta italiana»), il Fondo agenti marittimi ed aerei, con sede a Genova, che gestisce la previdenza per gli agenti marittimi: «Non pubblica dati» e «non risulta sottoposto a particolari controlli», dice il Rapporto.
Un mondo a parte
Per ovviare a questa situazione, gli esperti coordinati da Brambilla hanno esaminato i bilanci degli enti e degli organi costituzionali per scattare una prima fotografia di questo mondo a parte. I dati sono contenuti nella tabella che pubblichiamo. Le 29.725 pensioni d’oro censite costano più di un miliardo e mezzo l’anno.

Gli assegni medi oscillano tra i circa 40 mila euro lordi dei 16.377 pensionati della Regione Sicilia (3.338 euro al mese) ai 200 mila euro dei 29 ex giudici costituzionali (16.666 al mese), passando per i circa 91 mila euro dei vitalizi di Camera, Senato e Regioni (7.583 al mese), i 55 mila euro dei pensionati ex dipendenti del Parlamento e del Quirinale (4.583 al mese), che stanno un po’ peggio – si fa per dire – di quelli della Consulta, che ricevono in media 68.200 euro (5.683 al mese).

Per avere un’idea di quanto siano ricchi questi assegni, basti dire che la pensione media dei dipendenti statali è di 26 mila euro lordi l’anno (2.166 euro al mese), quella dei dipendenti privati di 12.500 euro (1.041 al mese), quella degli avvocati di 27 mila euro (2.250 al mese) e quella dei dirigenti d’azienda di 50 mila (4.166 al mese).
Regole «autonome»
Ma non c’è solo questa sperequazione negli importi. C’è che le pensioni dell’«altra previdenza» hanno seguito sempre proprie regole sull’età di pensionamento, infischiandosene delle riforme generali. Sulla base di anacronistici e malintesi principi di autonomia hanno subito solo qualche timido correttivo ai loro privilegi e comunque con molto ritardo. Prendiamo i parlamentari. Fino al 1997 bastava aver fatto una legislatura (anche se le camere erano state sciolte anticipatamente) per andare in pensione a 60 anni e per ogni ulteriore legislatura il limite per ottenere il vitalizio si abbassava di 5 anni. Solo dal 2012 l’età di pensionamento è stata portata a 65 anni e servono 5 anni effettivi di legislatura.

E comunque per ogni anno in più di presenza in Parlamento l’età pensionabile scende di un anno fino al limite dei 60 anni. Giova ricordare che per i comuni mortali, nel regime Inps, servono 66 anni e 7 mesi d’età per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi di lavoro per ottenere la pensione anticipata. Certo, un miliardo e mezzo di euro all’anno di spesa per le pensioni dell’«altra previdenza» sono una goccia rispetto al mare magnum dei 250 miliardi di euro che si spendono ogni anno per tutte le pensioni (pensioni, invalidità, superstiti). Ma una goccia che ancora oggi non accetta di confondersi con le altre.

22 febbraio 2016 (modifica il 23 febbraio 2016 | 07:18)

Caso Abu Omar, la Corte europea condanna l’Italia

La Stampa

I giudici: le autorità sapevano del rapimento e delle conseguenze



La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell’ex imam Abu Omar. «Tenuto conto delle prove, la Corte ha stabilito che le autorità italiane erano a conoscenza che Abu Omar era stato vittima di un’operazione di «extraordinary rendition», da parte della Cia, cominciata con il suo rapimento a Milano e continuata con il suo trasferimento all’estero», afferma la Corte. L’Italia ha violato il diritto di Abu Omar a non essere sottoposto a tortura e maltrattamenti.

L’Italia, secondo i giudici di Strasburgo, ha inoltre violato il diritto dell’ex imam e della moglie al rispetto della vita familiare. I giudici hanno quindi stabilito che l’Italia deve pagare 70 mila euro a Abu Omar e 15 mila a sua moglie per danni morali. La sentenza diverrà definitiva tra tre mesi se lo Stato italiano non chiederà e otterrà dalla Corte di Strasburgo un nuovo esame davanti alla Grande Camera.

Inoltre l’Italia avrebbe applicato il legittimo principio del segreto di Stato in modo improprio e tale da assicurare che i responsabili per il rapimento, la detenzione illegale e i maltrattamenti ad Abu Omar «non dovessero rispondere delle loro azioni». La Corte afferma che «nonostante gli sforzi degli inquirenti e giudici italiani, che hanno identificato le persone responsabili e assicurato la loro condanna, questa è rimasta lettera morta a causa del comportamento dell’esecutivo» . 

l’imam Abu Omar fu rapito il 17 febbraio 2003 a Milano da una decina di agenti della Cia e trasportato alla base di Aviano e da lì trasferito in Egitto dove fu recluso e torturato. 

Durante i lunghi processi, per accertare le responsabilità, il Pm Armando Spataro, aveva accusato i presidenti del Consiglio Prodi e Berlusconi «di impedire all’autorità giudiziaria l’accertamento della verità», imponendo il Segreto di Stato sulla vicenda. I vertici dei Servizi segreti italiani furono poi assolti, mentre quelli della Cia in Italia vennero condannati. Due di loro, poi, sono stati graziati prima dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella poi. 

Bill Gates si schiera con l’Fbi e contro Apple

La Stampa
luigi grassia

“Giusto sbloccare l’iPhone dei terroristi, è come controllare un conto in banca”. Il 51% degli americani sta con la polizia federale



I giganti dell’economia digitale non fanno fronte comune contro l’Fbi. Il fondatore di Microsoft, Bill Gates, si schiera con la polizia federale nella contesa con Apple e sostiene che le società tecnologiche «devono fare la loro parte nella lotta al terrorismo». 

In un un’intervista al Financial Time, Gates dice di non credere che inserire una “back door” per sbloccare l’iPhone di uno degli autori della strage di San Bernardino possa costiture un precedente pericoloso, come sostenuto da Tim Cook e altri big di Internet. «Questo - sostiene Gates - è un caso specifico, in cui il governo chiede informazioni. Non chiedono delle cose in generale, ma delle cose in particolare». 

Secondo Bill Gates la richiesta di aiuto tecnologico dell’Fbi a Apple «non è diversa da una richiesta rivolta a una società telefonica o a una banca». Intanto il 51% degli americani è con l’Fbi e ritiene che Apple dovrebbe sbloccare l’iPhone. Lo rileva un sondaggio del Pew Reserche Center, un think-tank di informazioni su problemi sociali, opinione pubblica e andamenti demografici negli Stati Uniti e nel mondo. Secondo l’istituto solo il 38% degli americani è d’accordo con la decisione del Ceo di Apple, Tim Cook di opporsi alla richiesta dell’Fbi e l’11% non si esprime.

Tra gli americani che detengono un iPhone il 47% non è d’accordo con Apple, mentre il 43% lo è e ritiene che sbloccare l’iPhone del terrorista danneggerebbe la sicurezza degli altri possessori di iPhone. 

Wikileaks, la Nsa spiava le telefonate tra Merkel e Ban Ki-moon

La Stampa

Le nuove rivelazioni del sito fondato da Julian Assange



Nuove rivelazioni sulle attività di spionaggio internazionale dell’agenzia di intelligence americana Nsa: secondo le ultime rivelazioni del sito Wikileaks riportate dalla stampa tedesca, nel 2008 sarebbero state intercettate dagli agenti Usa le telefonate tra la cancelliera Angela Merkel e il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. In particolare, il sito fa riferimento ad una conversazione incentrata sugli sforzi messi in atto dalla Germania nella lotta ai cambiamenti climatici, oggetto di apprezzamento da parte di Ban Ki-moon. 

Il segretario generale dell’Onu sottolineava la necessità di un ruolo guida da parte europea sulla questione, indispensabile all’Onu per potersi impegnare alla conferenza in programma di lì a poco in Polonia, a Poznan. Il leader Onu esprimeva inoltre ottimismo per l’allora recente elezione di Barack Obama a presidente Usa e le possibili conseguenze positive sulla lotta ai cambiamenti climatici.

«Oggi - scrive il fondatore di Wikileaks, Julian Assange - abbiamo dimostrato che gli incontri privati del segretario generale dell’Onu aventi per tema lo sforzo per salvare il pianeta erano ascoltati da un paese intento a tutelare le sue più grandi compagnie petrolifere». «Sarà interessante vedere la reazione dell’Onu, perché se il segretario generale può essere preso di mira senza conseguenze, allora chiunque è a rischio». 

Whatsapp, occhio a questo gruppo: blocca il telefono

Luisa De Montis - Dom, 21/02/2016 - 14:41

Nella chat una scheda contatto che "prende in ostaggio" i dati del telefono



"Whatsapp ti ha aggiunto al gruoppo Whatsapp". Se vi arriva una notifica come questa non aprite quel messaggio. Sulla popolare app di messaggistica, infatti, gira un nuovo virus in grado di bloccare lo smartphone Android, ma anche l'iPhone e impedire l'accesso ai propri dati personali finché non si paga una sorta di "riscatto" (un po' come avviene sui pc con il temutissimo Cryptolocker). "Se dovesse arrivarvi una notifica di questo tipo, bisognerà stare in guardia", avverte la polizia postale che invita gli utenti a non cliccare sul file multimediale condiviso nella chat e a uscire immediatamente dal gruppo.

In particolare nella conversazione potrebbe apparire un messaggio da un numero con prefisso +44: "Congratulazioni, il tuo numero di telefono +39XXXXXXXXXX è stato selezionato casualmente come dispositivo mobile fortunato di oggi! Hai un (1) premio non reclamato. Reclama il tuo premio ora!". In allegato c'è sempre un contenuto multimediale e una scheda contatto. Il consiglio - valido ogni volta che si riceve un file da contatti sconosciuti - è di non cliccare assolutamente sugli allegati e cancellare immediatamente la conversazione, oltre a bloccare il mittente

L'Apple difende la privacy? Allora non usi i nostri dati

Francesco Maria Del Vigo - Mar, 23/02/2016 - 09:12

Sanno tutto di noi (col nostro consenso) ma non collaborano con l'Fbi contro i terroristi

La nostra libertà finisce molto prima di quella di Apple. Senza dubbio. Il caso del gran rifiuto della società di Cupertino all'Fbi, cui ha negato la possibilità di decriptare l'iPhone dell'autore della strage di San Bernardino, ha scatenato un putiferio.

Privacy o non privacy? Dove finisce il sacrosanto rispetto della mia vita privata e inizia l'altrettanto sacrosanta tutela della sicurezza pubblica? La mela morsicata è un colosso geniale che ha cambiato le nostre esistenze. Non è un'azienda. È uno stile di vita. Il sogno americano 2.0. Per taluni quasi una religione nel nome del fondatore Steve Jobs. Così la società di Cupertino, forte della sua leadership mondiale e dei suoi conti stratosferici, si permette di dare un clamoroso due di picche all'intelligence a stelle e strisce.

Che è come dire: giù le mani dall'iPhone, noi comandiamo più di voi. Siete voi ad avere bisogno di noi e non viceversa.Non solo, Tim Cook ha rilanciato: se il governo vuole infilare il naso nei nostri sistemi operativi e nei dati dei nostri utenti, accetti un aiuto dai nostri esperti. Il ceo ha infatti proposto una «commissione» mista, creata ad hoc dal Senato americano, per sciogliere questo intricato nodo. L'erede di Jobs e i suoi soci difendono i loro clienti e, dunque, i loro interessi. Ovviamente.

Ma nella querelle tra Apple, Google e Casa Bianca c'è un ma. Ed è grosso come una casa. Gli imperatori del web 2.0, dalla mela a Facebook passando per Alphabet, sono i principali collezionisti dei fatti nostri. Ne sono i detentori. Se vogliono difendere la nostra privacy, prima di tutto ci devono difendere da loro stessi. Dal momento in cui accendi l'iPhone a quello in cui lo spegni, tu - più o meno consapevolmente - stai raccontando a queste aziende più cose su di te di quante ne sappia il tuo migliore amico.

Lo smartphone (la cui traduzione letterale sarebbe «intelligentofono» e provate a dire che è un nome sbagliato...) riconosce e memorizza la nostra impronta digitale (roba da Interpol), sa alla perfezione dove siamo grazie ai servizi di geolocalizzazione, conteggia passi e gradini e quindi può azzardare previsioni sulla nostra salute. Conosce tutte le nostre abitudini: dal quotidiano che leggiamo alla musica che ci piace ascoltare. Sa tutto. Col nostro silente accordo, ovviamente. Cediamo un pezzettino della nostra libertà in cambio di un sacco di agevolazioni tecnologiche.

Ma questi colossi cosa fanno di tutte le informazioni che cediamo loro? Ovviamente ci fanno, più o meno, quello che gli pare. Google, per esempio, ci studia meticolosamente per poi rifilarci tutte le pubblicità che crede possano interessarci di più. Facciamo un esempio: se voi siete appassionati di whisky e cercate sul motore di ricerca una bottiglia che vi interessa, poco dopo vi compariranno in tutte le pagine pubblicità di bourbon e single malt.

Cosa è successo in quel momento? Gli algoritmi di Google hanno immediatamente metabolizzato i vostri gusti e vi hanno offerto possibilità di acquisto. Le suorine dell'antiliberismo direbbero che vi hanno «venduto». Un'esagerazione. Hanno semplicemente trattato quei dati che noi gli abbiamo regalato. Ma, di fronte a questo mercato di tutte le informazioni che ci riguardano, fa un po' ridere che la Apple si rifiuti di spalancare all'Fbi i segreti del telefonino di un pazzo terrorista, quando scansiona con grande meticolosità tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. Suvvia. O forse la sicurezza nazionale vale meno di un banner pubblicitario?

Ecco come gli Stati Uniti spiavano Berlusconi

Mario Valenza - Mar, 23/02/2016 - 08:05

Dai cablo di Wikileaks le intercettazioni dell'Nsa su Palazzo Chigi nel 2011 prima della caduta dell'esecutivo

Il governo degli Stati Uniti spiava il governo italiano guidato da Silvio Berlusconi proprio nei giorni e nelle settimane che anticiparono la caduta dell'esecutivo nel 2011.

A far emergere questo retroscena sarebbero alcuni cablo rilasciati dall'organizzazione di Julian Assange. Le intercettazioni rese note da Wikileaks sull'Espresso alzano un velo su una vicenda che ha ancora parecchi lati oscuri. Ecco dunque le informazioni raccolte dagli Usa in quei giorni caldi per la politica italiana. "Un incontro tenutosi il 22 ottobre tra la cancelliera Angela Merkel, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il primo ministro italiano Silvio Berlusconi è stato definito nei giorni seguenti come teso ed estremamente duro verso il governo di Roma dal consigliere personale per le relazioni internazionali del primo ministro italiano, Valentino Valentini.

Merkel e Sarkozy, che evidentemente non tolleravano scuse sull'attuale situazione difficile dell'Italia, hanno fatto pressioni sul primo ministro affinché annunciasse forti e concrete misure e affinché le applicassero in modo da dimostrare che il suo governo è serio sul problema del debito", si legge in uno dei report statunitensi pubblicati da Wikileaks. I cablo rivelano di fatto come non solo il governo tedesco e quello giapponese erano finiti nel mirino degli Stati Uniti. Alcuni cablo riportano inoltre dettagliate conversazioni tra Silvio Berlusconi e gli altri premier europei di allora:

"Sarkozy avrebbe detto a Berlusconi che, mentre le affermazioni di quest'ultimo sulla solidità del sistema bancario italiano, in teoria, potevano anche essere vere, le istituzioni finanziarie italiane potrebbero presto “saltare in aria” come il tappo di una bottiglia di champagne e che “le parole non bastano più” e che Berlusconi “ora deve prendere delle decisioni”. Non solo: il 24 [ottobre] Valentini ha indicato che il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, ha sollecitato l'Italia ad adottare misure finalizzate a ridurre l'impressione all'interno dell'Unione Europea che l'Italia sia oppressa da un enorme debito, in un momento in cui sta lottando anche con una bassa produttività e la sua economia sta mostrando poco dinamismo".

Non solo Europa. Ci sono anche i rapporti tra Israele e Italia nelle intercettazioni dell'Nsa: "Parlando con il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi- si legge nella trascrizione delle intercettazuioni - il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu ha insistito che la scintilla che ha innescato la disputa – la decisione di Israele di costruire 1.600 case nei territori contesi di Gerusalemme est – era totalmente in linea con la politica nazionale fin dai tempi dell'amministrazione di Golda Meir, e ha dato la colpa della cattiva gestione di questo caso a un funzionario del governo dotato di scarsa sensibilità politica.

L'obiettivo adesso – ha detto Netanyahu – è evitare che i palestinesi usino questa vicenda come una scusa per bloccare la ripresa dei colloqui o per avanzare pretese irrealistiche che potrebbero affondare una volta per tutte le negoziazioni di pace. Continuando, ha affermato che la tensione è stata solo aggravata dalla mancanza di un contatto diretto tra lui e il presidente degli Stati Uniti. In risposta, Berlusconi ha promesso di mettere l'Italia a disposizione di Israele, nell'aiutare a rimettere a posto le relazioni di quest'ultima con Washington". Insomma il governo italiano era controllato da quello degli Stati Uniti in modo costante e preciso. Un'altro pezzo di una vicenda e di una storia, quella del 2011, che è ancora tutta da scrivere.

L'edificante epopea dei partigiani costruita a tavolino

Roberto Festorazzi - Mar, 23/02/2016 - 08:31

Le carte dell'istituto "Perretta" svelano in che modo le vicende delle Brigate Garibaldi nel Comasco siano state reinventate a colpi di documenti apocrifi. A rendersene conto gli stessi protagonisti di quelle vicende



La storia bugiarda, ossia la ricostruzione artificiosa e mitopoietica del passato, è una sorta di specialità nazionale, almeno dal Risorgimento in poi. Ma esiste una forma di menzogna più sottile, sistemica e dannosa, che procede attraverso la fabbricazione di documenti falsi attraverso i quali elaborare una vulgata edificante per chi compie l'operazione.

Un caso da manuale è quello che abbiamo scoperto, compulsando le carte dell'Istituto di storia contemporanea Perretta di Como. Ossia, uno dei capisaldi della sacralizzazione delle vicende resistenziali, per il fatto che questo centro di memoria opera, da quasi quarant'anni, nell'area dove si compirono, in un sol colpo, tre eventi di gigantesca portata, nelle ultime giornate di aprile del 1945: la fine del fascismo, la conclusione della guerra e l'epilogo di Benito Mussolini e dei suoi fedelissimi.Consultando il Fondo Gementi del Perretta ci siamo imbattuti in una lettera esplosiva che mette a nudo i criteri attraverso i quali si è costruita la monumentalizzazione dell'episodio resistenziale.

Un documento che dev'essere sfuggito ai censori rossi i quali controllano che nulla, di esiziale, possa sfuggire e capitare dentro i fascicoli che vengono distribuiti in consultazione agli studiosi. Bisogna spiegare anzitutto chi è stato il personaggio oggetto delle mie indagini. Oreste Gementi, milanese, classe 1912, fu il leader partigiano di più elevate responsabilità militari, negli organi di coordinamento interpartitico operanti durante la lotta di Liberazione, nel Comasco. Svolse infatti le funzioni di comandante della Piazza lariana del Cvl (Corpo volontari della libertà).

Nonostante il suo rango elevato, su Gementi (nome di battaglia, Riccardo), è caduto un totale oblio, spiegabile con una circostanza molto semplice. Il comandante partigiano ebbe il torto, se così si può dire, di non allinearsi alle direttive del Partito comunista, il quale durante e dopo la Liberazione dettò legge, non soltanto nel Comasco. Tanto per cominciare, Gementi si convinse, sulla base di elementi raccolti già nell'immediatezza dei fatti, che a sparare a Mussolini e alla Petacci non fosse stato l'emissario di Luigi Longo, Walter Audisio, alias colonnello Valerio, ma l'umile operaio comasco Michele Moretti, il partigiano comunista Pietro.

E ciò bastava perché il nome di Gementi venisse incluso nella lista di proscrizione stilata dagli apparatik della centrale di disinformacjia rossa concentrata nella triangolazione Pci-Anpi-Istituti storici della Resistenza. Non solo: il comandante Riccardo aveva tale determinazione morale da far spiccare, già nel giugno del 1945, un mandato di cattura contro Michele Moretti per il furto dell'oro di Dongo. Risultato: un mese dopo, il Pci architettò contro Gementi un agguato, che fu sventato solo grazie all'abilità straordinaria della vittima predestinata.Ma veniamo al cuore di questa nostra scoperta.

Nel novembre del 1991, l'Istituto storico di Como diede alle stampe un volume di oltre 600 pagine, La 52ª Brigata Garibaldi Luigi Clerici attraverso i documenti: si trattava di un racconto della lotta di Liberazione, nel Comasco, attraverso una raccolta delle fonti scritte riferite all'attività della formazione partigiana cui si dovette l'arresto di Mussolini e il fermo della sua colonna, il 27 aprile 1945. Ben 550 documenti (relazioni, direttive, circolari, ecc.), presentati come originali, i quali portavano alla luce la trama organizzativa e l'intera vicenda cospirativa della brigata.

Curatore dell'opera antologica era Giusto Perretta, comunista, fondatore e a lungo direttore dell'Istituto comasco di storia del movimento di Liberazione che oggi porta il nome di suo padre, l'avvocato Pier Amato Perretta, un antifascista ferito a morte a Milano da elementi delle Ss e della Legione Muti, nel novembre del 1944.Giusto Perretta, nella nota introduttiva, spiegava che la pubblicazione era frutto di ricerche «effettuate nel 1986-87 presso l'Istituto Gramsci di Roma». Tale scavo archivistico era valso ad arricchire e a integrare la già imponente documentazione in possesso dell'Istituto storico lariano.

Ne sortiva una rassegna di materiali che il curatore accreditava come coevi, cioè «compilati e diffusi nel corso vivo della lotta»: in tal modo si sarebbero potute fornire «maggiori garanzie di veridicità» rispetto alle fonti cronologicamente successive. Fin qui le parole di Perretta. Ciò che non è mai trapelato, al riguardo, è la durissima contestazione pervenuta al curatore dell'opera, da parte di Gementi.

Il comandante Riccardo, giunto ormai al termine dei suoi giorni terreni, il 10 aprile 1992 confessava, in una riservata-confidenziale, di aver accostato «con molto scetticismo» l'indigeribile repertorio stilato da Perretta, dichiarandosi incapace di «trarne alcun insegnamento», nell'impossibilità pratica di discernere «tra il vero ed il falso».Dove nasceva questo sentimento di somma diffidenza, nell'uomo che ben conosceva la segreta trama di quei lontani fatti della Resistenza, per averli vissuti dall'interno come pochissimi altri? Lo rivelava lo stesso Gementi, tornando con la memoria a una «confidenza fattami da Coppeno nei primi anni dopo la Liberazione, quando i nostri rapporti erano normali e saltuariamente ci incontravamo, ma soprattutto egli mi telefonava per accertarsi su dati e fatti del periodo clandestino».

Il riferimento è a Giuseppe Coppeno, lo storiografo ufficiale cui il Partito comunista, già nell'immediato dopoguerra, affidò il compito di costruire, a tavolino, la storia bugiarda. In quale modo? Allestendo una vera e propria officina di fabbricazione di repertori documentari non genuini, allo scopo di produrre la glorificazione del movimento partigiano rosso. Coppeno, nato nel 1920 e scomparso nel 1993, fu un comunista duro e dogmatico che operò, durante la Resistenza, tra Como e Milano, quale cinghia di trasmissione delle direttive del partito dentro le formazioni garibaldine.

In realtà, si chiamava Ciappina, in quanto fratello di Ugo Ciappina, un ex gappista che fu tra gli autori della rapina di via Osoppo, avvenuta a Milano, nel 1958. In conseguenza di tale fatto, egli chiese e ottenne di poter cambiare il cognome in Coppeno. Incontrai Ciappina-Coppeno, a Milano, nel maggio del 1992. Andai a casa sua, per intervistarlo. Il personaggio mi raggelò, ma non potevo nemmeno sospettare che si portasse appresso i segreti che Gementi non esitò a denunciare. Che cosa si era lasciato infatti sfuggire, il fratello del bandito Ugo Ciappina, nei suoi colloqui con il compagno di battaglie?

Lo racconta lo stesso comandante Riccardo, con questa confessione-bomba: «Coppeno mi aveva confidato che, su richiesta di Gorreri e Fabio, stava costruendo documenti intesi a valorizzare e potenziare l'attività della 52ª, dal settembre '43 alla Liberazione». Dante Gorreri e Pietro Vergani Fabio furono dunque coloro che commissionarono il lavoro al falsario ideologico seriale. Vale la pena di ricordare chi fossero i due personaggi. Gorreri, segretario della Federazione lariana del Pci, e Vergani, comandante lombardo delle Brigate Garibaldi, furono due stalinisti ciecamente devoti al partito.

Entrambi, negli anni Cinquanta, vennero rinviati a giudizio per alcuni delitti che insanguinarono il dopo-Liberazione, come quello del capitano Neri (Luigi Canali), leader morale della Resistenza comasca, della staffetta di questi, Gianna (Giuseppina Tuissi), e della giovane Annamaria Bianchi. La clamorosa denuncia dell'esistenza di una centrale della contraffazione, costituisce l'anello mancante di un teorema logico che gli storiografi di impostazione mentale laica, cioè non dottrinale, hanno sempre cercato di dimostrare. Vale a dire: i documenti sui quali è stata intessuta la trama della narrazione resistenziale non convincono.

Ora sappiamo perché. I materiali apocrifi costruiti da Ciappina-Coppeno furono il preludio di una colossale opera di elaborazione storiografica mistificatoria che non è ancora cessata. Osserva, del resto, Riccardo che il falsario di partito lasciava, per così dire, le impronte del suo delitto nelle modalità stesse del confezionamento, in sequenza, di documenti in realtà non coevi: quelle carte risultavano infatti essere «dattiloscritti senza firma o con firma a macchina».Chiunque può constatare di persona che è proprio così: il compilatore seriale della storia bugiarda produsse documenti quasi sempre privi di firma autografa, o di altri elementi (come interpolazioni e correzioni manoscritte) che ne attestassero la genuinità sotto il profilo materiale.

Autentiche polpette avvelenate, versate poi, in gran parte, all'Istituto Gramsci, dove poi Perretta andò a riesumarle. Istituto Gramsci il quale si fece, a sua volta, ente certificatore dell'autenticità e della sicura provenienza di quelle carte. Il bello è che, nella nota introduttiva al testo, lo stesso curatore compiva un'ammissione che, alla luce della lettera di Gementi, suona alquanto compromettente. «Date le condizioni delle copie originali», infatti, si era proceduto alla «loro ribattitura e riduzione rispettando rigorosamente il testo originale». Insomma, secondo Perretta, era stata effettuata la riscrittura, in forma

dattilografica, delle fantomatiche carte originali, prendendo a pretesto le condizioni di cattiva conservazione, e conseguentemente di difficoltosa decifrazione, delle stesse.Ma, se così si fosse fatto, il curatore avrebbe dovuto avvertire quantomeno il dovere metodologico di produrre, in immagine, nelle pagine a fronte di ogni riduzione dattilografica (com'egli la chiama), i testi originali. Cosa che si guardò bene dal fare. Perretta non volle nemmeno spiegare quando, come, e da parte di chi, fosse stata realizzata questa colossale operazione da copisti.

Questo autentico ginepraio ci riporta alle considerazioni dubitative di Gementi: a meno di voler per forza seguitare a supporre l'esistenza di veri documenti originali, gli unici originali paiono essere quelli, contrabbandati per tali, la cui matrice ci riporta alla figura di Ciappina-Coppeno e alla sua investitura a falsario di partito.Sorge del resto il sospetto che il Pci assumesse, per così dire, per vizio metodologico generalizzato, la predisposizione di un arsenale documentario realizzato in vitro, con un quadruplice scopo: alimentare il mito della propria forza egemone nel movimento partigiano, silenziare tutte le fonti non allineate con la propria verità di partito, riempire i vuoti narrativi e insieme occultare le degenerazioni violente della Resistenza

Il violino dono di guerra che unì il prigioniero e il suo carceriere

Corriere della sera

di Gilberto Bazoli

Costruito da un soldato cremonese e ritrovato in Nuova Zelanda



Dalla baracca 7 del campo di prigionia numero 309 in Egitto alla Nuova Zelanda fino a Cortetano, frazione di Sesto ed Uniti, piccolo paese del Cremonese. È la potenza della musica che ha permesso a un violino costruito da un soldato italiano durante la Seconda guerra mondiale, e dato in dono al suo carceriere, di fare questo viaggio attraverso lo spazio e il tempo.
Il legno dalle casse di munizioni
Il nipote di Pizzamiglio (Rastelli)
Il nipote di Pizzamiglio (Rastelli)

Un viaggio che comincia il 10 dicembre 1941 quando Carlo Pizzamiglio, nato nel 1914 e scomparso nel 1992, falegname e restauratore di mobili dalle mani d’oro e con la passione per la liuteria, viene catturato durante la campagna d’Africa e rinchiuso in un carcere delle truppe alleate, nel deserto egiziano. Durante quel lungo e difficile periodo, durato sino al 12 agosto 1945, l’artigiano cremonese intaglia una quarantina tra violini, chitarre e mandolini, alcuni poi regalati ai suoi compagni di detenzione, altri venduti per pochi soldi agli ufficiali stranieri.

«Il primo strumento dietro il filo spinato lo ha assemblato usando il legno delle casse di munizioni, quelli successivi con materiale adatto fattogli avere da un prete protestante americano», racconta Maurizio Tadioli, 48 anni, nipote di Carlo, affermato liutaio. Finita la guerra, dall’Egitto il nonno materno ha portato a casa, oltre a un quadro di un recluso che lo ritrae mentre è all’opera, un diario con l’elenco degli strumenti prodotti in quegli anni e dei destinatari, ma solo di pochi. «Per il resto il nonno non ne ha mai parlato», dice ancora il nipote.
La mail
Il violino (Rastelli)
Il violino (Rastelli)

Il silenzio è continuato sino a sabato scorso quando, alle 7 del mattino, il liutaio cremonese ha ricevuto da un italiano, che deve aver fatto delle ricerche per risalire al suo indirizzo, una email: «Salve Maurizio, le scrivo perché lo scorso anno ho vissuto in Nuova Zelanda e, ospite per alcune settimane di una famiglia del posto, ho scoperto il violino appartenente a suo nonno. È bello venire a conoscenza di queste storie perché dimostrano che anche nella barbarie della violenza a volte prevale il buon spirito umano». Allegate alla email quattro fotografie del violino con l’etichetta all’interno della cassa armonica: «Carlo Pizzamiglio-Sesto Cremonese (Italia) fece in Egitto nell’anno 1943». Ripresosi dalla sorpresa, Tadioli ha confrontato le immagini con altri «pezzi» del nonno «riconoscendo il suo stile e giungendo subito alla conclusione, anche in base ad alcuni particolari tecnici, che quello ritratto è originale».

Dall’intermediario, il liutaio e la madre, Giuseppina (figlia del militare-artista), sono venuti a sapere che il proprietario del violino, nel frattempo deceduto anche lui, lo aveva ricevuto in dono da un detenuto e che era affezionato a quel regalo tanto da raccomandare nel testamento ai discendenti di continuare a custodirlo gelosamente. A questo punto manca solo l’ultima tessera del mosaico. «Ho risposto alla email ringraziando di cuore chi me l’ha spedita e chiedendo se è possibile mettersi in contatto con la famiglia neozelandese. Sono in attesa di informazioni. Non le sto cercando per avere indietro il violino del nonno, è giusto che rimanga dov’è, ma perché si è instaurato qualcosa che lega noi, parenti di un prigioniero, e loro, congiunti del suo carceriere. Due soldati nemici in guerra, ma amici grazie alla musica».

22 febbraio 2016 | 08:07

Stipendio da fame», Yelp la licenzia

Corriere della sera

di Federica Seneghini

Talia Jane centralinista di Eat24 ha denunciato le sue condizioni di lavoro in una lettera all'amministratore delegato. «Hai speso 300 milioni di dollari per comprarti un’app che ti porta il cibo a casa e una delle tue impiegate non ha i soldi per fare la spesa»



Una paga da otto dollari e cinquanta all'ora. Un micro appartamento in affitto nella periferia di San Francisco dove finisce l'80 per cento del suo stipendio. Una dieta quasi esclusivamente a base di riso e così pochi soldi in tasca da non riuscire nemmeno a permettersi un abbonamento ai mezzi pubblici. Fino a qualche giorno fa, la vita di Talia Jane - centralinista a Eat24, l'app per ordinare pranzi e cene a domicilio di proprietà di Yelp - si poteva riassumere così.

Finché venerdì ha deciso di dire basta. E ha denunciato le sue miserevoli condizioni lavorative in una lettera aperta a Jeremy Stoppelman, amministratore delegato dell'azienda. «Non è ironico?», ha scritto su Medium. «Hai appena speso 300 milioni di dollari per comprarti una app che ti porta il cibo e casa e una delle tue impiegate non ha nemmeno i soldi per fare la spesa». Il post ha collezionato migliaia di like e decine di commenti. Due ore dopo, la ragazza ha riferito di essere stata licenziata.

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La risposta dell'azienda
Yelp, quotato in Borsa e con oltre 3mila dipendenti nel mondo, ha confermato di avere allontanato Jane, 25 anni, ma si è rifiutato di spiegarne le motivazioni. Sul caso è intervenuto Stoppelman in persona. Che, su Twitter, ha negato che il licenziamento della giovane fosse da attribuirsi alla lettera. «Ma è vero che il costo della vita a San Francisco è davvero troppo alto», ha spiegato. «Ho insistito più volte sulla necessità di affitti calmierati in città». Una linea tenuta anche da un portavoce di Yelp. Che ha spiegato come proprio il costo della vita troppo elevato abbia spinto il megacolosso delle recensioni dei consumatori a spostare parte del suo customer service a Phoenix, in Arizona.

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Il caso di Amazon
Quello di Talia Jane non è un caso isolato. Lo scorso agosto una lunga inchiesta del New York Times aveva scatenato un dibattito sulle condizioni di vita degli impiegati di un'altra mega azienda dell'high tech, Amazon. Oltre cento dipendenti ed ex dipendenti avevano denunciato una cultura aziendale che non tiene conto della vita privata e delle condizioni di salute dei suoi impiegati, ma solo della produttività in ufficio e i ritmi massacranti di lavoro. Bezos, fondatore del colosso di Seattle, aveva negato tutto.

@fedesene

22 febbraio 2016 (modifica il 22 febbraio 2016 | 17:14)

Esami troppo facili, risultati dubbi I migranti alla lotteria dell’italiano

Corriere della sera

di Goffredo Buccini

Per avere un permesso di soggiorno bastano conoscenze linguistiche minime.
E al Nord la percentuale di bocciati è molto più alta che al Sud

Verbo finire, futuro. «La ghèra in Libia finirà». «Ma nooo! La gùera in Libia finirò!». Classe A2, scuola dei padri Comboniani a due passi dal Colosseo, rete del volontariato. Sui banchi il libro di testo Italiano facile facile. Per sperare basta chiudere gli occhi, ma per dare alla speranza le parole giuste ci vuole pazienza. Mahmud ne ha ormai poca, è stufo, «that’s confusing, baby», questa giostra lo confonde.

Quarant’anni scarsi, dentista a un passo dalla specializzazione maxillofacciale, anglofono, è scappato due anni fa da Tripoli, doveva fermarsi tre mesi a Roma ed è ancora qui, arrangiandosi come può. La sua compagna di banco Augustine è etiope, semianalfabeta, appena assunta come colf all’Eur, in nero: dice «neve» per «nave», scarabocchia «barcha» per barca.
I test e i livelli
Sapesse l’italiano, Mahmud potrebbe farle da maestro, invece per entrambi la nostra lingua è una misteriosa lotteria: con un test d’accesso i cui risultati cambiano drasticamente a seconda che lo si sostenga in Italia del Nord o del Sud, comunque di livello troppo basso per gli standard europei e, in fondo, derivato dalla disorganizzazione della nostra offerta formativa.

Per il livello A2 — necessario a ottenere il permesso di soggiorno di almeno un anno (previo accordo di integrazione) e addirittura sufficiente per il permesso Ue di «lungo periodo» — basta... destreggiarsi con frasi tipo «sono un ragazzo», «ho mangiato il gelato» e con brevi testi del genere «lascia un messaggio a tua moglie prima di uscire», mentre tedeschi e inglesi, norvegesi e austriaci impongono test di livello B1 o (persino) B2 e dalle 400 alle 900 ore di corsi quasi sempre obbligatori che fruttano alla fine dignità e autonomia.

Noialtri poco chiediamo e poco diamo: la semplice sopravvivenza. Come spiegava qualche tempo fa il docente milanese Ennio Codini così si finisce confinati «a raccogliere pomodori o a lavorare in una stalla».
Il parere del Miur
«L’A2 è un dispetto che noi facciamo a chi arriva, sottintende l’idea di fondo che la loro prima e anche la loro seconda generazione debbano restare a livelli bassi, in ruoli subalterni», sostiene Fiorella Farinelli, già assessora rutelliana e dirigente del Miur con Fioroni ministro, ora volontaria della Rete Scuolemigranti e maestra di Mahmud, Augustine e qualche altra dozzina di studenti in cammino verso la speranza. Il cammino è accidentato, le differenze tra compagni di viaggio assai vistose ovunque. A due passi dalla stazione Termini di Roma, in cima a quattro rampe di scale dell’istituto tecnico Duca degli Abruzzi di via Palestro, praticamente in piccionaia, s’arriva all’aula di uno dei cinque Cpia della capitale (la sigla sta per Centro per l’istruzione degli adulti, ultima creazione della nostra burocrazia e delle nuove normative).

La classe A2 della maestra Rita Prudente oggi impara dalle canzoni, studia La gatta, di «Ghino» Paoli. L’effetto è da Nazioni Unite: due siriane velate, quattro ragazzi del Burkina Faso, due ucraine, una cinese, una etiope; età tra i venti e i quaranta. Irina è così brava che certe mattine frequenta anche il corso B1, Sahid così balengo che a malapena riesce a scrivere il proprio nome in tremolante stampatello, litiga con Jamal per stabilire se in Burkina ci siano o no le giraffe, s’incanta a rigirare un biglietto di jackpot che tiene sul banco come una promessa. In mezzo c’è un mondo di parole sospese e accenti smozzicati, che la maestra Rita prova a incanalare con passione. Alle pareti cartelli di grammatica, verbi e ricette, etniche già nell’enunciazione(«Riso cinese: prendamo la pentola elettrica per bollare il riso»).
Le ore per l’istruzione
Naturalmente un Cpia è molte cose, «la nostra missione è portarli al diploma», dice la preside di via Palestro, Gianna Renzini. Ma, naturalmente, a questi «ragazzi» basta molto meno; i livelli di dispersione, in certi Cpia di Milano per esempio, arrivano anche al 50 per cento: casa, lavoro, fatiche quotidiane premono, molti mollano a metà e poi ricompaiono per il test. «Con l’A2 ci si accontenta di poco, ma è la legge, forse volevano volare basso e si stanno attrezzando», sorride amara la preside Renzini. L’Europa in cinque anni ci ha dato quasi settanta milioni... «Infatti i soldi non sono pochi, dovrebbero essere più controllati e coordinati, con le risorse che ho, non troverei difficoltà a passare al livello B1».

Semplificando, i percorsi sono tre: Cpia, scuole del volontariato, esame diretto. Evita il test solo chi frequenta per intero (o quasi: una sessantina di ore circa su 80) il corso al Cpia (ci sarebbero anche dieci ore di educazione civica, forse un po’ pochine per spiegare lo Stato di diritto a uno che magari viene da terre di sharia). I Cpia hanno protocolli di collaborazione con la rete del volontariato e fanno i test per conto delle prefetture (il prossimo sarà il 7 marzo). I test sembrano tuttavia appena un po’ meno affidabili della ruota della fortuna, ed è questo il punto più critico di tutto il sistema. Come sempre, i numeri raccontano meglio di mille parole una realtà sconcertante.

Su un totale di 601 mila esaminati in cinque anni (le richieste erano oltre 800 mila), i bocciati sono ventuno ogni cento: percentuale già molto alta per un livello scadente come l’A2, che tuttavia si spiega in parte perché molti tentano l’accesso diretto all’esame saltando i corsi cui magari non hanno tempo e modo di partecipare. Milano è in linea con la media nazionale di bocciature, con un 21,4 per cento. Roma, col 13, ben al di sotto.

Ma è l’Italia di fronte ai migranti che appare spaccata secondo la solita faglia: di qua il Centrosud, di là il Nord. Se a Napoli i bocciati sono il 10 per cento, a Reggio Calabria il 15 e a Palermo il 12, a Enna sono assenti del tutto (i pochi candidati, 206, sono stati tutti promossi). Risalendo la Penisola cominciano i dolori: Modena ha il 25 per cento di bocciati, Brescia il 27, Bolzano il 28, Padova il 29, le medie del Nord sono quasi tutte lì allineate.
Le differenze tra Nord e Sud
Dunque, o i migranti del Sud sono tutti fenomeni e quelli del Nord tutti somari, oppure c’è qualcosa che non quadra nelle valutazioni e nei test, che fanno, sì, tutti riferimento ai sillabi europei per il livello di sopravvivenza (l’A2) ma poi variano da Regione a Regione, affidati alla buona volontà e alla professionalità di chi li prepara. «Molto spesso i test sono fatti coi piedi», sbuffa Fiorella Farinelli: «E certo è un bel paradosso. Al Nord, dove gli immigrati sono di più, sono più stabili e fanno più impresa, magari il sistema prende le cose più sul serio, o magari si producono veleni.

Dopo i primi test so per certo che alcuni uffici scolastici del Nord hanno dato indicazione di stringere i freni. Però altrove sospetto una cultura sociale prevalente molto porosa. Sa, al Sud gli studenti peggiori per l’Ocse o per Invalsi prendono voti di maturità più alti rispetto ai coetanei del Veneto e della Lombardia». La diatriba può essere infinita. Ma ci vorrebbe ben altro per cambiare la vita a uno come Mahmud. Al pianterreno del loro palazzotto in zona Colosseo, i padri Comboniani hanno aperto persino un ambulatorio odontoiatrico, forti di una decina di dentisti volontari: dentisti come lui. Quello sì che gliela cambierebbe, la vita. Verbo lavorare, futuro: forse un giorno lavorerò anch’io.

22 febbraio 2016 (modifica il 23 febbraio 2016 | 07:32)

Così all’Atari inventai ET il videogame più brutto di sempre»

Corriere della sera

La storia del programmatore Howard Scott Warshaw che nel 1982 sviluppò il gioco tratto dal film di Steven Spielberg. Fu un flop gigantesco che causò all’azienda milioni di dollari di perdite



Qualcuno l’ha definito «il videogame più brutto di sempre». Di certo ET, uscito per la casa di produzione americana Atari nel 1982, ha contribuito a causare la crisi che segnò l’inizio del declino dell’azienda: fu un flop gigantesco. Adesso l’ideatore del gioco, il programmatore Howard Scott Warshaw, ha raccontato alla Bbc la storia di quel clamoroso insuccesso. Atari aveva pagato 21 milioni di dollari per aggiudicarsi i diritti sul videogame tratto dal film di Steven Spielberg. A luglio Warshaw, che allora aveva 24 anni ed era uno dei programmatori di punta della società, ricevette una telefonata dal suo amministratore delegato.

«Rimarrà per sempre come il giorno più infame della mia vita — spiega Warshaw alla Bbc — “Dobbiamo portarlo a casa: lo puoi fare?” mi chiese l’ad. E aggiunse: “Ne abbiamo bisogno per il primo settembre”». All’epoca, infatti, ci volevano settimane per produrre le cassette sulle quali erano distribuiti i videogiochi ed ET doveva essere nei negozi entro Natale. «Avevo 5 settimane per farlo — aggiunge Warshaw —. Normalmente impiegavamo dai sei agli otto mesi per sviluppare un gioco, non cinque settimane».
L’incontro con Spielberg
Il giorno dopo un aereo provato portò Warshaw dal quartier generale della Atari a Sunnyvale, in California, fino a Los Angeles, per incontrare Steven Spielberg. «L’idea era progettare un gioco che potessi ultimare in sole 5 settimane». Il programmatore aveva ideato una sfida in cui il giocatore doveva aiutare ET a “telefonare a casa”, costruendo un telefono interplanetario. Per trovare i pezzi era necessario districarsi tra agenti segreti e scienziati. Spielberg invece voleva qualcosa di più simile a Pac-Man. «Riuscii a convincerlo a non farlo». Poi si mise al lavoro.
Al lavoro giorno e notte
«Non avevo mai lavorato così duramente a qualcosa — dice Warshaw, che passava le sue giornate in ufficio —. Ma mi resi conto che mi serviva comunque il tempo per mangiare e per andare a casa a dormire. Mi installarono il sistema da sviluppatore anche lì, così che non fossi mai a più di due minuti di distanza dal programma, tranne quando guidavo. Mi venne affiancato un manager il cui compito era assicurarsi che potessi mangiare». Warshaw non era comunque sicuro di riuscire a stare nei tempi: «Quando finii la prima reazione fu: “Wow, ce l’ho fatta”».
Le reazioni dei giocatori
Il gioco venne stampato in 4 milioni di copie e Atari investì 5 milioni di dollari nella più grande campagna pubblicitaria mai realizzata per un videogame fino ad allora. «Non era un gioco perfetto — ammette ora Warshaw —. C’erano troppe occasioni dove potevi ritrovarti in una situazione strana. Per un sacco di persone era troppo e smettevano di giocare». ET, semplicemente, non era divertente. Vendette «solo» un milione e mezzo di copie: poche rispetto all’investimento messo in campo da Atari, che nel secondo trimestre del 1983 registrò perdite per 310 milioni di dollari. Fu un tale tracollo che Warshaw cambiò lavoro: divenne prima agente immobiliare e poi psicoterapeuta: «In parte anche per compensare il senso di perdita e la depressione che avevo provocato con il gioco di ET» dice adesso.
I giochi sepolti nel deserto
ET rimase comunque una leggenda e con il tempo iniziò a circolare la voce che nel 1983 Atari avesse seppellito tonnellate di giochi invenduti nel deserto del New Mexico. Dopo oltre trent’anni, nel 2014, la città di Alamogordo diede il permesso di scavare per cercare i giochi «perduti». Warshaw fu invitato ad assistere: «C’era una fila lunghissima di fan che erano arrivati da tutto il Paese — dice —. Era stranissimo stare seduto lì e guardare letteralmente disseppellire il tuo passato». Le ricerche dettero esito positivo e i resti di giochi e di un vecchio pupazzo di ET riemersero dal terreno: «Mi sono commosso moltissimo — ricorda Warshaw —. Il gioco che avevo progettato oltre tre decadi prima continuava a provocare emozioni». Non male per il peggior videogame di sempre.

22 febbraio 2016 (modifica il 22 febbraio 2016 | 16:53)

Addio a Eric “Winkle” Brown, il più grande aviatore di tutti i tempi

La Stampa

Era l’ufficiale più decorato della Royal Navy , ha pilotato 487 aerei diversi e deteneva il record di più di 2400 atterraggi su una portaerei



Eric “Winkle” Brown, il più grande aviatore di sempre, è morto all’età di 97 anni. Brown era l’ufficiale più decorato della Royal Navy e deteneva una serie record, che probabilmente non saranno mai più battuti. Ha pilotato, infatti, 487 aerei diversi e fu autore di 2400 atterraggi su portaerei. E non è tutto. “Winkle” riuscì a sopravvivere a ben undici incidenti aerei. 

Gli Stati Uniti incaricarono addirittura un pilota per battere il suo record di atterraggi, ma si fermò a 1600. Brown fu uno dei più grandi eroi della seconda guerra mondiale. Senza saperne nulla pilotò il primo aereo a reazione tedesco, recuperato dopo la guerra. Parlava perfettamente tedesco e fu lui a interrogare Göring. Inoltre, fu tra quelli che liberarono il campo di concentramento di Bergen Belsen.
Brown era nato a Leith, a nord di Edimburgo, il 21 gennaio del 1919. Aveva studiato al Fettes College e poi alla Edinburgh University, dove imparò a volare. Dopo una lunga e brillante carriera si ritirò dalla Royal Navy nel 1970; divenne poi direttore generale del British Helicopter Advisory Board e nel 1982 presidente della Aeronautical Society.

Tibet, la Cina caccia gli stranieri e chiude le frontiere: per paura di nuove violente rivolte

Corriere della sera
di Paolo Salom

Come nel 2012, quando 37 tibetani si diedero fuoco, Pechino teme sollevazioni. A 66 anni dall’occupazione, il Tetto del mondo non accetta ancora la legge degli han
 
Se sognate il Tibet, aspettate a fare le valigie. Dal 25 febbraio alla fine di marzo, la regione autonoma cinese sarà chiusa al mondo esterno. I turisti che si trovino già sull’altipiano devono uscire entro la data di inizio del «blocco», mentre ai residenti saranno imposte restrizioni ai movimenti interni. L’ordine di Pechino è inequivocabile e ricalca provvedimenti presi in passato (per esempio nel 2012, quando a giugno il Corriere della Sera riportò di 37 tibetani che si erano dati fuoco, leggi sfiorando l’icona blu). Come riporta il sito AsiaNews.it, la chiusura delle «frontiere interne» è stata decisa per precauzione contro possibili movimenti di piazza in ricordo delle sollevazioni popolari anti cinesi che si tennero, proprio a marzo nei decenni passati: per prima, la rivolta del 1959 che portò all’esilio del Dalai Lama, scappato dal palazzo estivo di Norbulingka per trovare rifugio in India, dopo un’epica attraversata dell’Himalaya a dorso di yak.


L’invasione delle truppe di Mao nel 1950
Il Tibet, rimasto di fatto indipendente dalla fine del 1911, alla caduta della Dinastia Qing (che comunque esercitava un protettorato più di nome che reale), fino al termine della Seconda guerra mondiale, fu invaso nel 1950 dalle truppe di Mao, ormai saldo al potere a Pechino. Per il nuovo regime comunista, si trattava di un necessario passaggio del processo di riunificazione della «madrepatria» cui in seguito — ma con altri sistemi — si sono aggiunte Hong Kong e Macao, mancando oggi al compimento dell’opera soltanto Taiwan. Ma per i tibetani l’arrivo delle truppe cinesi dalla pianura fu semplicemente l’inizio della fine. Lo choc, in un mondo isolato per secoli, immerso nella religiosità piena e quotidiana del buddhismo lamaista, fu ed è tuttora impervio. (nella foto Afp sotto, tibetani lavorano sotto la sorveglianza di soldati cinesi nel 1959)


La bandiera rossa sul Potala
I soldati che issarono la bandiera rossa sul Potala, massima espressione del potere temporale e spirituale insieme del Dalai Lama, posero fine a un intero universo. Che non era soltanto un idealistico Shangrilà, ma anche una teocrazia feudale che aveva fatto delle divisione in classi (la più bassa i servi della gleba) la sua ragion d’essere. Eppure, lo scempio portato pochi anni dopo dalle Guardie rosse al patrimonio culturale e fisico del Tibet fu tale che il solco, tra i due popoli, non si è mai più ricomposto (e anche nel 2012, Pechino dovette ricorrere alla chiusura delle frontiere del Tibet a fronte di violenti scontri, leggi il reportage di The Telegraph).
Aerei e un treno a 5 mila metri: la globalizzazione
Oggi il Tibet, punto di arrivo di migliaia di immigrati cinesi in cerca di fortuna, o di una nuova vita, è senz’altro più moderno, con vie di comunicazione veloci (aerei, il treno che si arrampica a 5 mila metri unendo Pechino e Lhasa), ospedali, università. Ma anche città demolite e ricostruite tutte uguali, con i tibetani chiusi nei loro quartieri e i «coloni» cinesi della pianura tutto intorno in strutture anonime e comunque estranee al paesaggio aspro ed esigente del Tetto del mondo. Le tensioni, dopo le rinnovate rivolte del 1988-1989 e del 2008, sono lì, ad ardere sotto la cenere di una convivenza difficile nonostante i tentativi del governo di Pechino di riannodare il filo di un’antica devozione verso la patria di una spiritualità condivisa nell’intera nazione.


Far sopire la brace, bloccando le proteste
Ma la Repubblica popolare, Paese immenso, abitato da cinquanta etnie sotto la «guida insostituibile» degli han, i «veri» cinesi, non fa sconti. E chi prova a rompere le regole ferree dell’impero non ha futuro. Forse per questo ora Pechino chiude le frontiere interne, per quanto tutto questo abbia il sapore di una sconfitta. Forse, evitando le proteste pubbliche (nella foto Reuters, la rivolta del 2008 nelle strade di Lhasa, dopo che era stata instaurata la legge marziale) la brace tornerà ad assopirsi. Ma fino a quando?

22 febbraio 2016

Cassazione: illegittime sanzioni a chi non vuole lavorare la domenica

Corriere della sera

di Paolo Foschi

La decisione dei giudici sul caso di un dipendente di Poste che era stato multato per non essersi presentato per due volte consecutive, adducendo ragioni di culto, nel giorno consacrato al riposo»

Inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione (LaPresse)

L'azienda non può imporre turni domenicali ai lavoratori che per ragione di culto vogliono osservare il giorno consacrato al riposo. E' questa in sintesi la sentenza della Cassazione su un caso scoppiato all'interno delle Poste e che ricorda per certi versi la storia di Eric Liddell, l'atleta britannico che si rifiutava di gareggiare la domenica, la cui vicenda è raccontata nel celebre film Momenti di Gloria.
La vicenda
Il datore di lavoro, in base al diritto alla libertà di impresa, può organizzare turni di lavoro domenicali, ma se ci sono resistenze da parte dei dipendenti che per motivi di culto non intendono lavorare - ricevendo indicazioni dai sindacati di offrire la loro prestazione in altra data - è opportuno che non siano inflitte sanzioni disciplinari fino a quando non si trovano delle intese: così si sono espressi i giudici della Cassazione (sentenza 3416), che hanno respinto il ricorso di Poste italiane contro Luigi L., dipendente sessantenne di fede cattolica contrario al lavoro domenicale.
Nel 1999 l'azienda pubblica aveva introdotto in via sperimentale il turno domenicale nel Centro meccanizzato di Peschiera Borromeo (in provincia di Miliano), poi aveva esteso tale turno anche ad altri reparti senza raggiungere un accordo sindacale. La situazione - sottolinea la sentenza - aveva generato proteste da parte dei lavoratori cattolici che intendevano la domenica «come momento religioso e di pratica di fede». Alcuni sindacati avevano contestato l'imposizione del turno domenicale e Luigi L., nel 2004, aveva aderito a questa iniziativa comunicando al datore di non voler lavorare nelle giornate festive domenicali e cristiane. Per due domeniche si era assentato dal lavoro dando disponibilità a recuperare. Poste lo aveva multato con la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un giorno.
Le sanzioni e le sentenze
Il lavoratore aveva ritenuto sproporzionata la sanzione e aveva presentato ricorso. Sia in primo grado, sia in secondo, i giudici hanno ritenuto «sproporzionate» le sanzioni per la condotta «equivoca» tenuta da Poste che aveva indotto i dipendenti a ritenere che ci sarebbe stata «tolleranza». Inoltre è stata positivamente valutata la disponibilità del dipendente a lavorare nei giorni successivi, una condotta che «seppur priva di valore scriminante, esprime un atteggiamento collaborativo per compensare l'assenza».

Infine, i giudici hanno dato atto del fatto che «esisteva una iniziativa sindacale in corso e una richiesta individuale di non assegnazione a turni domenicali per motivi di religiosi (esercizio del diritto di culto), circostanza di cui Poste era a piena conoscenza e che portarono nel periodo immediatamente successivo alla soppressione del turno domenicale». Secondo la Cassazione, gli «indici valorizzati» dai giudici di merito sono «conformi ai valori dell'ordinamento, esistenti nella realtà sociale» e la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Milano il 17 settembre 2010 non merita obiezioni.

22 febbraio 2016 | 17:46