mercoledì 24 febbraio 2016

Il generale italiano prigioniero degli iracheni nella guerra del Golfo torna a Kuwait City da “star”

La Stampa
francesco grignetti

Gianmarco Bellini ospite in città per il Giubileo della Liberazione ricorda i giorni della prigionia: «Fin dal primo interrogatorio, fu durissima tra percosse e pressioni»

Il generale Gianmarco Bellini fu tenuto prigioniero dagli iracheni per 47 giorni durante la prima guerra del Golfo

Era di questi giorni, venticinque anni fa. Un’avanguardia dell’esercito americano entrava a Kuwait City, dopo che le truppe di Saddam Hussein avevano sgomberato la città di corsa (finendo peraltro massacrate in un inferno di ferro e di fuoco sull’autostrada per Baghdad). Venticinque anni dopo, a Kuwait City si festeggia il Giubileo della Liberazione. 

Ospiti d’onore sono quelli che combatterono la Prima Guerra del Golfo. Alcuni uomini, in particolare, ricevono festeggiamenti speciali: quei piloti e navigatori che furono abbattuti durante la campagna aerea che precedette l’invasione di terra. Il generale Gianmarco Bellini è uno di quelli. Assieme al navigatore Maurizio Cocciolone, Bellini era a bordo di un Tornado che fu abbattuto dalla contraerea e tenuto in prigionia per 47 giorni. «Sono particolarmente emozionato ad essere in Kuwait - racconta - e fiero di avere partecipato alla liberazione di questo popolo». 



Sono rimasti in contatto tra loro, gli ex prigionieri di guerra dell’Iraq. Una trentina tra americani, inglesi, kuwaitiani, italiani. Se la videro brutta. Non l’hanno dimenticato, nè li ha dimenticati la gente del Kuwait. «Non pensavo, qui mi trattano come una star. Mi riconoscono per strada, mi salutano, mi ringraziano». In questi giorni di festeggiamenti, Bellini è tornato più volte con la memoria ai giorni cupi della prigionia. «Fin dal primo interrogatorio, fu durissima. Non sto a dire del trattamento che ci riservarono, delle percosse, della pressione... Uno, per scherno, mi disse: “Noi siamo un popolo del Terzo Mondo, non abbiamo mica firmato la Convenzione di Ginevra”. E infatti con noi non la rispettarono». Per i piloti caduti nelle mani della Guardia nazionale irachena, furono giorni di botte e di esecuzioni simulate. Giorni di fame. 



Bellini era irriconoscibile quando fu liberato: in 47 giorni di prigionia aveva perso 20 chilogrammi. Non furono date le regolari comunicazioni alla Croce Rossa Internazionale. A casa Bellini rimasero in ansia per un mese e mezzo. Contro le indicazioni della Convenzione di Ginevra, poi, anziché rinchiuderli in un campo per prigionieri di guerra, i piloti alleati furono rinchiusi nelle piccole celle del quartier generale della Guardia Nazionale, a Baghdad. E quando quell’edificio fu bombardato e distrutto, loro erano lì, nei seminterrati, a soffocare tra la polvere e i fumi dell’esplosivo. «Ci tirarono fuori dopo otto interminabili ore». Nessuno sa quanti piloti alleati morirono in quell’incursione.

E oggi, partecipando alle rievocazioni di quei giorni, quali sentimenti prova il generale Bellini? «Un intimo orgoglio di avere fatto la cosa giusta. Mi sento come un chirurgo che esce dalla sala operatoria avendo salvato il paziente. Noi abbiamo salvato questa gente». 

Cerchi nella neve a Chamois, la foto diventa virale

La Stampa
cristian pellissier

Niente Ufo, il disegno è frutto dell’estro artistico di Gian Mario ed Eric Navillod ed è stato realizzato con le ciaspole.



In Valle d'Aosta sono cerchi apparsi sulla neve. Gli Ufo non c’entrano nulla perché i meriti sono tutti umani, da attribuire all’estro artistico e al lavoro della guida ambientale di Antey-Saint-André Gian Mario Navillod e del maestro d'arte Eric Navillod. I due, insieme, hanno realizzato un vero e proprio labirinto sulla neve.

L'opera è a Chamois, proprio sotto all'Hôtel Maison Cly: si tratta di un labirinto rotondo, con un diametro di 29 metri. È stato realizzato utilizzando le ciaspole e con sapienti movimenti sul manto immacolato è apparsa l'immagine, dominata al centro da un grande cuore. Sul suo sito internet (gian.mario.navillod.it) Navillod spiega: «Il disegno si ispira a quello del Labirinto di Chartres», costruito all'interno della cattedrale francese nel 1194. Se il labirinto originale è sopravvissuto ai secoli, quello di Chamois è destinato a sciogliersi con i primi caldi o a sparire con una nuova nevicata ma la sua provvisorietà non fa che accrescerne il fascino.

Immagine virale
L'opera è stata realizzata il 13 febbraio, per regalare una sorpresa agli innamorati che hanno scelto Chamois per trascorrere il loro San Valentino, ma è ancora visibile. Turisti e valdostani a passeggio per Chamois non hanno potuto non notarla e in breve il labirinto di Chamois è diventato una foto virale in Valle d’Aosta. Una giovane aostana, Daria Pasquettaz, domenica era a Chamois con amici e ha condiviso la foto su Facebook, nel gruppo «Sei di Aosta se...». In poche ore l'immagine ha ricevuto  471 «mi piace» ed è stata condivisa da 139 persone.


L’uomo che vive nella casa che gira: “L’ho costruita per stare sempre al sole”

La Stampa
andrea garassino

Nel Cuneese il sogno realizzato di un 80enne: gli amici pensavano fossi pazzo. “La forma a fungo? Avevo poco terreno e volevo godermi la vista sulla pianura”


Baciato dai raggi. Michele Beltramone, 80 anni, ex idraulico, ha avuto l’idea della casa che gira montando il palco - rotondo - per il ballo liscio

Gira interamente su se stessa seguendo il sole come un girasole, come i ristoranti sulle torri di Berlino, Vienna, Toronto e New York. Ma questa è una casa e qui siamo a Barge, nel Cuneese. Ci abita chi l’ha progettata e costruita 30 anni fa: Michele Beltramone, 81 anni ad agosto, idraulico in pensione («ma lavoro ancora» dice). Titolo di studio: quinta elementare. 

La «Casa che gira» sembra un incrocio tra un fungo e un’astronave. «Avevo un appezzamento su questo sperone roccioso – dice – da cui si gode di una bella vista sul paese e anche su tutta la pianura fino a Torino e alle Langhe. Volevo un progetto particolare perché qui non c’era una superficie piana estesa. Ne ho parlato con il mio geometra. Dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino mi fece notare che il nostro territorio era conosciuto per i funghi e che dovevo pensare ad una casa con quella forma. Allora, ho ribattuto: se girasse su se stessa»?

L’IDEA


MCOBER

Manca ancora il progetto e passano un paio d’anni. «Nella mia borgata stavamo montando un palco per il ballo liscio – prosegue -, che è rotondo. Mi è tornato in mente il discorso della casa a forma di fungo, rotante. Ho preso un gesso e ho iniziato a disegnare per terra, sulla strada. I miei amici hanno pensato fossi impazzito, ma ho visto dal disegno che la disposizione delle stanze poteva funzionare e ho capito che dovevo darmi da fare e iniziare a costruire».

I lavori sono iniziati nel 1983 e sono finiti nel 1986, 30 anni fa «anche se con una casa così non si conclude mai, è sempre un cantiere aperto».

Ingranaggi e motore sono un’altra delle creazioni dell’eclettico Beltramone. «Il motore, 2 cavalli, è alimentato a elettricità - spiega -. Consuma pochissimo, come una vecchia lampadina da 100 candele, e permette alla casa di girare su stessa in 56 minuti, ed è la velocità massima, mentre con quella minima la rivoluzione completa si compie in 24 ore. Così, se sto seduto in cucina tutto il giorno, sono sempre baciato dal sole. Ho assemblato pezzi, ingranaggi, rotelle, pulegge, acquistando qualcosa e recuperando altro. All’inizio avevo anche parti di una vecchia Mercedes».

IL PUNTO FERMO


MCOBER

(Il tetto della casa che gira su se stessa è formato da una cupola in acciaio inox, sotto il quale Michele Beltramone ha piazzato putrelle e tiranti che formano la struttura della casa e le garantiscono solidità)
Il «cuore mobile» della casa è nella cantina sottoterra, in mezzo a salami casalinghi e a bottiglie di vino locale. E’ l’unica parte della costruzione che non ruota, si trova esattamente sotto il «piedistallo» ed è lì che c’è anche il cuscinetto composto da 98 sfere, che da solo pesa 30 quintali. Il peso totale dell’edificio è di 4 mila quintali: «Non spiegherò a nessuno come ho fatto a calcolarlo... Ci provino scienziati e i studiosi».

L’altezza dell’edificio è di oltre 8 metri. L’abitazione ha un diametro di 16 metri, mentre il «piedistallo» è largo 5. All’interno sono state ricavate 7 stanze, di cui due bagni. Il tetto è formato da una cupola in acciaio inox, sotto il quale ci sono putrelle e tiranti che formano la struttura della casa e le danno solidità. «A un certo punto ho ricevuto un’offerta - ricorda - per vendere: volevano fare di questa casa un club privato, ma ho subito rifiutato. È un progetto unico e non saprei dargli un valore. Avvio la rotazione quando organizziamo cene o feste o quando voglio passare una giornata interamente al sole».

Dopo decenni trascorsi nella «Casa che gira» a forma di fungo, Beltramone progettava anche il suo «riposo eterno» in una struttura con le stesse sembianze: «Non ho ottenuto i permessi ma ho costruito ugualmente una tomba unica, disegnata da me, coperta da una cupola semicircolare, sorretta da un’enorme pietra da 160 quintali. La “Casa che gira” resterà ai miei famigliari e decideranno loro che cosa farne». 

Quel Mussolini chiuso negli scantinati della storia

Gianpaolo Iacobini



Per 70 anni e più l’hanno tenuto in uno scantinato. Faceva paura, come fa paura all’Italia fare i conti con la storia. E per questo l’hanno segregato.

Qualche giorno fa dagli archivi sotterranei del palazzo della Provincia di Potenza è saltato fuori il busto bronzeo raffigurante Benito Mussolini, realizzato in occasione della visita del Duce in città il 27 agosto del 1936. Poco più in là, mancante di qualche pezzo ormai perduto e finito chissà dove, giaceva la targa di marmo sulla quale erano state incise le parole del discorso (breve) pronunciato nell’occasione. Una prigionia surreale: in genere, le vestigia del passato diventano memoria di popolo, ancor più quando legate a periodi storici travagliati e insanguinati, perché fungano in tal caso da monito perenne. Qui da noi no. Le cose vanno diversamente. Ed alla storicizzazione si preferisce la rimozione tout court.

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Nessuna meraviglia, allora, che una scultura venga condannata all’oblìo e rinchiusa nelle segrete. E’ la debolezza di una nazione che si rifiuta di affrontare, con spirito critico, il suo passato. Che non riesce ad elaborare una memoria democratica di un tempo che, per quanto ingombrante, non può essere cancellato. Che sceglie consapevolmente di alimentare la dicotomia tra oscuramento e nostalgia pur di tenere lontana la verità storica.

A chi giova? Ai costruttori di muri: quelli che hanno bisogno di nostalgici da avversare per giustificare l’esistenza di miti (i propri) da alimentare. Il che non è un bene neppure per la Resistenza, vittima di un celebrativismo che ne ha imbalsamato l’eredità morale e politica.

Un paradosso tra i tanti, in un Paese dove il termine “fascista” è ormai solo un insulto ma in cui non passa giorno senza che vengano organizzati convegni e mostre su vicende, protagonisti e correnti culturali del Ventennio. Non sfuggono alla trappola neppure i virgulti di classe dirigente venuti su dopo la fine della guerra fredda: a Predappio, il sindaco (con tessera Pd) ha proposto l’istituzione di un museo del fascismo, spinto – più che altro – da ragioni di promozione turistica e dunque dall’intento di far cassa.

A Potenza, invece, il presidente dell’amministrazione provinciale, pure lui del Pd, una volta rimessi meritoriamente in libertà i fascistissimi e perciò pericolosissimi cimeli classe 1936 ha subito dettato alle agenzie di stampa le condizioni della liberazione: «L’opera di recupero ed esposizione dei reperti non vuole in alcun modo cancellare o modificare la storia e le epocali responsabilità del fascismo e di Mussolini». Già, ma quale storia?

Una storia di stelle e trionfi: 20 cose da sapere sui premi Oscar

La Stampa

La storia degli Oscar è lunga e ricca di vittorie, primati e grande amore per la settima arte. La ripercorriamo in 20 curiosità

Oscar

Ogni anno li critichiamo, ogni anno ci scanniamo su chi dovrebbe vincere, su chi è stato ignorato e chi non meritava tanta attenzione. Eppure, ogni anno non possiamo fare a meno di seguirli. Che crediate o meno nell'importanza di dare premi a chi il cinema lo fa di mestiere, gli Academy Awards sono da quasi un secolo un punto fermo per ogni cinefilo che si rispetti. Il 28 febbraio, la notte in cui verranno consegnati gli 88mi Oscar, si avvicina sempre di più. Ripercorriamo così la storia dell'Academy e dei suoi premi in 20 curiosità che (forse) non sapevate. In rigoroso ordine cronologico.

1927 – Nasce l'Academy of Motion Picture Arts and Sciences. La proposta arriva dal capo della MGM Louis B. Mayer, durante una cena a casa sua.



La statuetta. Quando l'Academy si forma, nel 1927, viene deciso di creare un premio per il cinema. Nascono gli Academy Awards, e il direttore della MGM Cedric Gibbons disegna il premio, la statuetta di un cavaliere che brandisce una spada e sta in piedi su una base a forma di pellicola cinematografica. La statuetta poi soprannominata “Oscar” (perché, pare, il direttore esecutivo dell'Academy Margaret Herrick ne paragonò l'aspetto a suo zio Oscar), viene riprodotta ogni gennaio dalla R.S. Owens & Company di Chicago, che ha ricevuto l'incarico ufficiale nel 1982.

1929 – I primi Oscar. La prima Notte degli Oscar si tenne il 16 maggio 1929 e fu poco più di un banchetto con 270 invitato al Roosevelt Hotel di Hollywood.
1930 – Arriva il sonoro. La canzone di Broadway di Harry Beaumont è il primo film sonoro premiato con l'Oscar per il miglior film.
1934 – Nuove categorie. I premi al miglior montaggio, miglior colonna sonora e miglior canzone vengono aggiunti alle categorie degli Oscar.
1936 – Non protagonisti. I primi Oscar agli attori non protagonisti vengono consegnati nel 1936 a Walter Brennan per Ambizione e Gale Sondergaard per Avorio nero.
1939 – Effetti molto speciali. Fred Sersen ed E. H. Hansen sono i primi a vincere l'Oscar per gli effetti speciali con La grande pioggia. Nel 1964 la categoria sarebbe stata divisa in effetti sonori e visivi.
1940 – Il colore. Via col vento è il primo film a colori a vincere l'Oscar.



Un altro colore. Lo stesso anno, Hattie McDaniel è la prima attrice afro-americana a vincere l'Oscar come non protagonista, sempre per Via col vento.

1947 – I film stranieri. Sciuscià è il primo film a vincere un premio speciale per il cinema straniero. Ne sarebbero stati consegnati altri sette prima dell'istituzione ufficiale della categoria Miglior film straniero nel 1956.
1948 – Hollywood premia la Regina. Amleto di Laurence Olivier, finanziato e girato in Inghilterra, è il primo film non hollywoodiano a vincere l'Oscar per il miglior film.
1953 – La diretta TV. Per la prima volta, milioni di spettatori negli Stati Uniti possono seguire la Notte degli Oscar in diretta sui loro televisori.


1961 – Sophia Loren entra nella storia. È la prima attrice a vincere un Oscar per una performance non in lingua inglese (il film è La ciociara).
1966 – Gli Oscar a colori. La diretta TV è finalmente a colori.

Gli Oscar rinviati. Le uniche due occasioni in cui la Notte degli Oscar fu posticipata furono nel 1968 e nel 1981. Nel primo caso, la cerimonia fu spostata di due giorni, dall'8 al 10 aprile, per via dell'assassinio di Martin Luther King. Nel secondo, fu l'attentato al presidente Reagan a spingere al rinvio di 24 ore.
1969 – Mondovisione. Gli Oscar vengono trasmessi per la prima volta in tutto il mondo e raggiungono oltre 200 paesi.
1974 – Il primo sequel da Oscar. Il padrino: Parte II è il primo sequel a vincere come miglior film. Il bis sarebbe arrivato solamente 29 anni dopo con Il signore degli anelli: Il ritorno del re. Da allora, nessun altro sequel ha avuto lo stesso onore.
1982 – Make-up da Oscar. Rick Baker, geniale artista del trucco, è il primo tra i suoi colleghi a ricevere il premio per il miglior make-up, per il suo straordinario lavoro in Un lupo mannaro americano a Londra.



2002 – Un anno animato. Shrek è il primo cartoon a vincere l'Oscar al Miglior film d'animazione.
2012 – Si chiude il cerchio. The Artist è l'ultimo film in bianco e nero (e muto, per giunta) a vincere come Miglior film.

Pietra miliare per gli smartwatch: se ne sono venduti di più degli orologi svizzeri

La Stampa
federico guerrini



Meno orologi svizzeri, più smartwatch. L’ultimo studio della società di consulenza Strategy Analytics, parla chiaro. Nel quarto trimestre dello scorso anno, sono stati venduti 8,1 milioni di smartwatch contro 7,9 milioni di orologi svizzeri.

È un sorpasso storico, e per molti versi sorprendente, se si considera che solo un anno fa il rapporto di forza era totalmente capovolto. Nell’ultimo trimestre 2014, infatti, di cronografi intelligenti di Apple e Samsung (le due società che dominano il mercato degli smartwatch) ne erano stati venduti “soltanto” 1,9 milioni di pezzi, contro gli 8,3 degli orologi svizzeri tradizionali. In dodici mesi, dunque, gli smartwatch hanno più che triplicato la loro quota di mercato (+ 315,6%), mentre i rivali sono scesi del 5%. 

Come spiegare il fenomeno? Secondo il direttore esecutivo di Strategy Analytics, la colpa è soprattutto dell’inerzia dei produttori elvetici. “L’industria di orologeria svizzera è stata molto lenta a reagire allo sviluppo degli smartwatch – afferma - Ha infilato la testa nella sabbia e ha sperato che andassero via”. Cosa che evidentemente, non si è verificata. 

I dati del report mostrano però come, in percentuale, l’ascesa degli orologi intelligenti sopravanzi, e di molto, il calo di quelli tradizionali; più che di di un rimpiazzo di dispositivi datati da parte di altri più nuovi e tecnologici, si potrebbe dunque pensare ad un affiancamento. Chi compra lo smartwatch, non necessariamente disprezza il fascino di oggetti più classici. 

Inoltre, il calo dei cronografi svizzeri, viene attribuito dagli esperti a varie cause, nessuna di esse in qualche modo legata a Apple e simili: fra esse, il varo di politiche anti-corruzione da parte del governo cinese, che hanno rallentato la vendita di orologi svizzeri verso Hong Kong, primo mercato di esportazione, l’eccessivo valore del franco svizzero, che scoraggia gli acquirenti, e la concorrenza dei rivenditori non ufficiali, il cui transato non figura nelle statistiche.

Mettere subito fuori corso le banconote da500 euro

Corriere della sera

di Milena Gabanelli

I pagamenti con carta di credito non bastano a far emergere il sommerso e a combattere l’evasione fiscale. L’altra via è quella di eliminare i biglietti di grosso taglio come hanno già fatto Stati Uniti, Canada e Singapore

Buona notizia: i pagamenti digitali con carta in Italia crescono del 5,6%. A trainare la diminuzione dell’uso del contante sono gli acquisti via Smartphone: oltre 21 miliardi di euro nel 2015. Cattiva notizia: non incidono sul sommerso (che resta non tracciabile) perché il grosso sono pagamenti di bollette, acquisti e prenotazione nei trasporti. Oltre il 50% delle transazioni totali avviene ancora in contanti.

Secondo gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano la gestione dell’utilizzo dei contanti costa all’Italia circa 9,5 miliardi di euro, ai quali occorre aggiungere il gettito perso per l’erario, circa 27 miliardi di euro, derivante dalla fascia di economia sommersa. Per allinearci alla media europea (oggi siamo in coda), suggeriscono uno strumento di incentivazione del tutto simile a quello già in atto per le ristrutturazioni e il risparmio energetico: una detrazione fiscale valida sui pagamenti con carta. In base al modello sviluppato dall’Osservatorio questa iniziativa innalzerebbe del 25-30% il transato elettronico, con una conseguente riduzione del sommerso del 15%.

Qualche mese fa il governo ha invece deciso di innalzare la possibilità di spesa in contanti da 1.000 euro a 3.000 «perché mi dicono che c’è molto contante in giro, allora è meglio che entri in circolazione senza troppe restrizioni» ha spiegato il premier. Qualcuno si era chiesto da dove venisse quel «molto contante in giro» e perché non potesse essere depositato su un conto come fanno i comuni mortali. Non ci fu risposta.

Ora tutti i Paesi si stanno ponendo il problema: il Gafi (Gruppo d’azione finanziaria internazionale) sta definendo un limite al pagamento in contanti, e il prossimo G20 dovrà dire la sua. Intanto chi ha rotoli di banconote imbucati da qualche parte è stato avvisato direttamente dalla Banca Centrale. La scorsa settimana il Consiglio della Bce ha votato la dichiarazione di intenti che porterebbe all’eliminazione della banconota da 500 euro, poiché «c’è una convinzione sempre maggiore che siano utilizzate per scopi criminali».

Val la pena di ricordare che il primo studio dell’Unità di Informazione Finanziaria (Uif) di Bankitalia, risale al 2009. La sintesi di quello studio è la seguente: il biglietto da 500 sparisce appena emesso, non c’è traccia di uso legale, se ne desume la pericolosità. Lo studio fu tenuto riservato, ma divulgato a tutte le istituzioni competenti. Arrivò anche alla polizia inglese, e ispirò il provvedimento che nel 2010 ha imposto, nel giro di una notte, a banche e uffici di cambio, il divieto di accettare ed emettere banconote da 500 euro (ad esclusione dei turisti).

La motivazione fu : «Il 90% delle banconote viola sono gestite dalla criminalità organizzata, o legate all’evasione, o al terrorismo». Più o meno per le stesse ragioni (narcotraffico) gli Stati Uniti hanno smesso di stampare banconote sopra i 100 dollari dal 1969, il Canada ci ha pensato nel 2000, mentre Singapore ha abolito il grosso taglio 2 anni fa. Nel 2011 l’Uif aggiorna il rapporto: «Lo svolgimento di transazioni con banconote di grosso taglio è rappresentativo di un maggior rischio di riciclaggio, evasione o finanziamento al terrorismo poiché agevola il trasferimento di importi elevati di contante favorendo le transazioni finanziarie non tracciabili».

A luglio 2013 il dirigente di Bankitalia, Pellegrino Impronta, preoccupato per l’alta evasione derivante dall’economia sommersa, scrive a Mario Draghi. Nella lettera suggerisce di approfittare del fatto che proprio in quel periodo la Bce stava procedendo al restyling delle banconote in euro, per «smettere di stampare la banconota da 500 euro e dichiararne — con provvedimento immediato — il fuori corso legale in tutta l’eurozona, obbligando i possessori a recarsi agli sportelli bancari per il cambio in banconote di taglio inferiore.

Per tale operazione scatterebbe l’obbligo (normativa antiriciclaggio) dell’identificazione dei presentatori delle predette banconote e la segnalazione “immediata” dei dati anagrafici, alle autorità competenti, per i successivi adempimenti di controllo e di verifica. Provvedimento che renderebbe così quanto meno più gravoso il trasporto e l’occultamento del contante». È evidente che non si sta parlando delle quote detenute dalle banche centrali o altre istituzioni, per le quali il cambio avviene in modo legale e automatico.

La risposta arriva il 14 ottobre a firma Ton Roos, direttore presso la Direzione Banconote della Bce: «...non appare verosimile che il ritiro del taglio da 500 contribuirebbe a ridimensionare il fenomeno dell’evasione fiscale… mentre si renderebbe necessario raddoppiare il quantitativo di banconote da 100 euro attualmente in circolazione, con inevitabile incremento di costi fissi su base annua…

Dai nostri dati emerge che solo il 15% delle banconote da grosso taglio è usata a fini transattivi, e in parte per regolare operazioni del tutto legittime, il rimanente 85% è usato come riserva di valore nell’area dell’euro oppure è detenuto all’estero… In conclusione le banconote di taglio elevato rispondono ad un’esigenza del pubblico, soprattutto come riserva di valore di ultima istanza… quindi si procederà al restyling della serie “Europa” con gli stessi tagli della prima serie».

In altre parole: non dobbiamo fare nessun intervento perché l’uso illecito è minimo, mentre dobbiamo andare incontro all’esigenza del pubblico di accumulare dove vuole i bigliettoni. Ma perché uno dovrebbe tenersi in casa, o in una cassetta di sicurezza, una quantità imprecisabile di tutti i biglietti viola in circolazione? Perché i tassi sono bassi, perché c’è il timore che le banche falliscano, oppure perché non sai come giustificare la provenienza di quel denaro? Probabilmente per tutte queste ragioni.

E allora si preferisce favorire il riciclaggio e la fuga dagli sportelli, con la conseguente crisi dell’intero sistema, perché costa di più stampare cinque biglietti al posto di uno? La questione è che l’Europa non è uno Stato sovrano, e Paesi come la Germania e il Lussemburgo ci tengono ad avere il «grosso taglio». Adesso che l’allarme terrorismo (ignorato per 7 anni) costringe gli Stati a prendere decisioni urgenti, forse sarà più facile intervenire. La sua portata sociale è ben superiore a quella del riciclaggio, evasione, corruzione ecc.

Il presidente Draghi ha dichiarato che la decisione potrebbe arrivare nel giro di pochi mesi, ma prima di agire «serve cautela». Una dichiarazione di volontà e di grande impatto, mirata a rassicurare un’opinione pubblica impaurita. Purtroppo rassicurerà anche tutti quelli che hanno un malloppo da qualche parte. Un provvedimento che dispone il «fuori corso» della banconota da 500 euro andrebbe forse preso senza tanti annunci un venerdì sera a sportelli chiusi; con il cambio che si attua all’apertura delle banche, a partire dal lunedì, per tutto il tempo che vuoi, con la conseguente identificazione dei possessori di quantità significative.

Ora invece, essendo stati informati con anticipo e cautela, hanno tutto il tempo per organizzarsi. Per dire… le mazzette del recente scandalo sanità lombardo, erano in banconote da 500 euro.

23 febbraio 2016 (modifica il 23 febbraio 2016 | 19:18)