giovedì 25 febbraio 2016

Gli 11mila euro mi servono per i regali di nozze"

Francesco Curridori - Gio, 25/02/2016 - 14:08

La frase choc di Vincenzo Vinciullo, deputato alfaniano dell'Assemblea regionale siciliana, torna a far parlare di sé dopo aver dichiarato di non riuscire ad arrivare a fine mese con 11mila euro di stipendio



"Ho una famiglia numerosa, e come tutte le persone normali faccio fatica ad arrivare a fine mese".

Vincenzo Vinciullo, il deputato alfaniano dell'Assemblea Regionale Siciliana che incassa 11mila euro di stipendio alcuni giorni fa aveva suscito polemiche per questa sua frase, ora torna a far parlare di sé.

Ai microfoni de 'La Gabbia', la trasmissione de La7, si è giustificato affermando:"Come tutti i politici, abbiamo attività e spese di rappresentanza. Gli elettori ci vogliono bene e spesso veniamo invitati ai matrimoni. Quando succede, in media una volta al mese, ho il dovere di presentarmi con un regalo".

San Marino, cade il segreto bancario

Lucio Di Marzo - Gio, 25/02/2016 - 14:18

Per i cittadini europei è la fine di un paradiso fiscale. Dal 2017 lo scambio di informazioni diventerà automatico



È una maggioranza larghissima quella che, per la prima volta, ha approvato un accordo tra l'Unione Europea e San Marino, che porterà di fatto alla fine del segreto bancario per i clienti dei Paesi che fanno capo a Bruxelles. Chi aprirà conti nella piccola repubblica non potrà quindi più contare sulle protezioni garantite fino a oggi rispetto al fisco.

Dal primo gennaio dell'anno prossimo diventerà automatico lo scambio di informazioni tra i 28 dell'Unione e San Marino, con i dati sui conti finanziari che saranno trasmessi per ognuno dei cittadini residenti nelle due entità che hanno stretto l'accordo.

Reddito, interessi e dividendi, saldi e proventi della cessione di attività finanziarie saranno a disposizione tanto di San Marino quanto dell'Unione Europea. La repubblica ha anche garantito l'applicazione di norme più ristrettive di quelle dei 28.

I giudici condannano Mattielli. Ma scordano di punire il rom: prescritto

Claudio Cartaldo - Gio, 25/02/2016 - 10:28

Cris, il rom che derubò Ermes Mattielli, risulta incensurato: i tempi della giustizia hanno bloccato il processo del furto a Ermes e il reato si è prescritto

La vicenda di Ermes Mattielli, e dei due rom che entrarono nella sua ricicleria per svaligiarla, sta sviluppando i contorni del ridicolo.

Soprattutto a livello giudiziario. Come noto, infatti, Ermes Mattielli venne condannato alla galera e a risarcire i due nomadi per aver sparato contro i ladri nella speranza di difendere la sua (povera) proprietà. Oggi si scopre, invece, che il procedimento per furto a carico del rom (dopo una prima condanna in primo grado) è morto in Tribunale. Dimenticato tra i faldoni. E poi scaduto.

Insomma, ricapitolando: da una parte, i giudici sono stati attenti nel mandare avanti il processo di Mattielli portandolo fino alla sentenza. Condanna per cui Ermes è morto di infarto. Dall'altra parte, hanno tralasciato negli scaffali del Tribunale i faldoni del tentato furto dei due rom.

La vicenda è stata resa nota dopo che uno dei due ladri, pochi giorni fa, è stato arrestato di nuovo per furto. Cris Caris, 31 anni, era stato trovato con il padre a svaligiare una villa. I Carabinieri lo hanno fermato, ma il Gip non ha convalidato l'arresto e lo ha rimesso immediatamente in libertà. Perché? Semplice: per la legge e per i giudici, il nomade è un incensurato. Il procuratore capo di Vicenza, Antonio Cappelleri, ha spiegato al Corriere del Veneto i motivi della scarcerazione immediata: "Cris Caris è incensurato.

Non risulta alcuna condanna definitiva nei suoi confronti: nel 2009 venne accusato di un furto ma la vicenda fu archiviata perché la vittima rinunciò alla denuncia. E anche il procedimento che in primo grado portò alla condanna a quattro mesi per il tentato furto a Ermes Mattielli è finito in corte di Appello e lì è rimasto, senza mai essere concluso. A questo punto, a dieci anni dai fatti, quel reato è ormai prescritto".

Per la legge, quindi, il nomade è "pulito". Mentre Mattielli è un criminale. Per colpa della macchina giudiziaria il reato del nomade si è prescritto. Quello di Ermes no. Quello lo hanno portato fino in fondo.

E la Svizzera ricicla il poster razzista

La Stampa
giulia zonca

Torna la campagna della destra con al pecora bianca che calcia quella nera. Stavolta per espellere gli stranieri con reati



La destra svizzera ricicla il manifesto bocciato come razzista ben 9 anni fa.

La Svp, che ha un terzo dei seggi in parlamento, ha promosso un referendum per varare una legge «sulla sicurezza» chiamata «Durchsetzungsinitiativ». Vorrebbero espellere ogni straniero che abbia commesso un reato, di qualsiasi genere, a prescindere dal fatto che abbia scontato una condanna, che fosse un giorno o dieci anni.



Si vota il 28 febbraio e Zurigo è ricoperta dai poster con le pecore bianche che prendono a calci quelle nere, propaganda già definita «pericolosa» dalle Nazioni Unite nel 2007, rimasticata ed esposta senza remore nel 2010 per un altro referendum riguardo ai diritti di cittadinanza e ora rispolverata per la terza volta con grande sfoggio di creatività con qualche aggiunta. Il calcio prima stava sopra una generica bandiera rosso-crociata ora sta in un ipotetico confine con i colori della bandiera. La stessa campagna truce per tre occasioni diverse. Neanche uno sforzo di fantasia per stuzzicare i bassi istinti.

Dopo le richieste dell’Fbi, Apple studia nuove misure sicurezza e privacy per i suoi iPhone

La Stampa

A rivelarlo il New York Times



Apple alza il tiro della sfida nella battaglia sulla privacy contro il governo Usa dopo il suo rifiuto di sbloccare l’iPhone di uno degli autori della strage di San Bernardino: i suoi ingegneri hanno cominciato a sviluppare nuove misure di sicurezza che renderanno impossibile accedere a un iPhone bloccato usando metodi simili a quelli al centro della controversia legale pendente davanti alla magistratura californiana. Lo scrive il New York Times citando fonti vicine alla società ed esperti del settore.

Se Apple riuscisse a rafforzare i suoi sistemi di sicurezza - e secondo gli esperti ci riuscirà- la società - sostiene il Nyt - creerà una significativa sfida tecnologica per le forze dell’ordine e l’intelligence, anche se l’amministrazione Obama dovesse vincere la sua battaglia legale sull’iPhone dell’attentatore di San Bernadino. L’Fbi dovrebbe trovare un altro modo per eludere la sicurezza della Apple, con un nuovo ciclo di vertenze legali e più correzioni tecniche da parte della società di Cupertino.

L’unico modo per uscire da questo muro contro muro, secondo gli esperti, sarà un intervento del Congresso, per chiarire e definire quali sono gli eventuali obblighi della società informatiche.

Quindi

La Stampa
jena


Tesoro, la tua mamma è morta ma io non ti posso adottare. E quindi? Divertiti all’orfanotrofio.

L’utero e il cervello

La Stampa
Mattia Feltri



L’utero non so, ma servirebbe qualche cervello in affitto

Per la spedizione gratuita Amazon ora vuole un ordine di almeno 49 dollari

La Stampa
di enrico forzinetti

La soglia precedente era fissata a 35 dollari. La scelta mira a spingere i clienti ad abbonarsi al servizio Prime



Chi compra su Amazon deve stare più attento da pochi giorni a questa parte. La soglia minima per usufruire della spedizione gratuita negli Stati Uniti è stata alzata da 35 a 49 dollari. Una mossa che arriva tre anni dopo da un altro aumento: l’asticella nel 2013 era fissata a 25$.

La decisione si spiega con il desiderio dell’azienda di spingere i propri clienti a iscriversi al servizio Prime. Al prezzo di 99$ l’anno ci si può garantire spedizioni nell’arco di due giorni senza alcun costo aggiuntivo. Un mercato in espansione anche in Italia con servizi come Amazon Prime Now che a Milano e e in 34 comuni dell’hinterland permette una distribuzione rapida di cibo fresco. 

In realtà la scelta del colosso dell’e-commerce si basa anche su un aumento dei costi per la spedizione di circa il 37 % dal 2014 al 2015. Nell’anno appena trascorso la spedizione è stata una delle voci di spesa più alte per Amazon, raggiungendo quasi i 2 miliardi di dollari. All’innalzamento generalizzato della soglia minima c’è però un’eccezione per i lettori: chi acquista almeno 25$ di libri potrà comunque godere della spedizione gratuita dell’intero ordine.

Cresce l’Italia che diserta le chiese: più facile perdere la fede a 55 anni

La Stampa
raphaël zanotti

La secolarizzazione avanza. E uno su cinque non entra mai in un edificio di culto

Tra piazze sulle unioni civili, appelli alla tradizione natalizia e fede islamica la religione è da tempo al centro del dibattito politico e sociale del Paese. Ma non è detto che questa sua esposizione mediatica si trasformi poi in un rinnovato interesse degli italiani. Anzi, guardando i freddi dati la tendenza sembra tutt’altra.

L’Istat ha di recente fotografato la nostra propensione alla pratica religiosa e il quadro che ne viene fuori è quello di un Paese che viaggia verso la secolarizzazione. Non spinta come in altri Paesi europei, è vero, ma tale da mostrare un’evidente disaffezione. Le chiese sono vuote, si dice sempre. È vero come per le moschee e le sinagoghe e ora lo certifica anche la statistica.
Nel 2006 una persona su tre (esattamente il 33,4%) dichiarava di frequentare luoghi di culto almeno una volta alla settimana. La percentuale, però, oggi è scesa al 29%. E il calo è stato costante negli anni. Al contrario le persone che dichiaravano di non frequentare mai luoghi di culto sono passate dal 17,2 al 21,4%. In pratica oltre una ogni cinque.





Il dato, messo così, mostra una tendenza generale. Ma se guardassimo più nel dettaglio, noteremmo cose interessanti. Innanzitutto i numeri risultano un po’ “drogati”. Un po’ perché nelle statistiche si tende a dichiarare quel che si vorrebbe fare e non quello che si fa davvero. Un po’ per la presenza dei bambini tra i 6 e i 13 anni che con il loro 51,9% del 2015 spingono in alto una percentuale che altrimenti sarebbe più bassa.

Il crollo della frequentazione dei luoghi di culto ha colpito ogni fascia d’età. Quella in cui si “perde” la fede per eccellenza resta tra i 20 e i 24 anni. La curva, poi, tende a risalire lentamente fino a quella che potremmo definire l’area della “scommessa di Pascal”. Ma il confronto con il 2006 ci dice che la fascia d’età più disillusa è quella tra i 55 e i 59 anni che nell’ultimo decennio ha perso il 30% dei frequentatori di luoghi di culto.

Fascia che potrebbe essere estesa ai 60-64enni, dove il calo è stato del 25%. Il sociologo Franco Garelli, uno dei massimi esperti dell’argomento, spiega: «Questo fenomeno può essere dettato da due dinamiche: da una parte in quella fascia d’età molti si costruiscono una seconda vita alternativa. I figli sono grandi, la carriera è agli sgoccioli, i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. Dall’altra può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci». 

Ma sono le nuove generazioni che offrono gli spunti più interessanti. È probabile che da adulti saranno meno vicini alla fede di quanto lo sono gli adulti di oggi. Se è vero che i bambini sono ancora i frequentatori più assidui dei luoghi di culto, le famiglie sembrano sempre meno inclini a far rispettare loro impegni religiosi assidui. Oggi un bambino su dieci non frequenta più come una volta e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono calati del 17,6%. Di converso quelli che non frequentano mai sono aumentati del 57% tra i bambini e del 33% tra gli adolescenti. «È molto interessante notare come i 18enni e 19enni, che restano lo zoccolo duro dell’associazionismo cattolico, tengano (siamo intorno al 15% di frequentatori abituali, ndr) ma la loro erosione è importante» dice ancora il professor Garelli.

Guardando alla geografia, l’Italia appare molto divisa tra Nord e Sud. Se la Sicilia risulta la regione più religiosa (oltre il 37% va almeno una volta a settimana in un luogo di culto), la Liguria è quella più agnostica e atea (oltre una persona su tre non frequenta mai e solo il 18,6% lo fa con assiduità). Siamo lontani dalle percentuali della Svezia (90% si dichiara religioso e 3% praticante), ma la tendenza è ad avere una religiosità sempre più ritagliata sul personale e che non segue i precetti che non ritiene necessari.

Sul fronte delle professioni quadri, impiegati, casalinghe e pensionati sono le più religiose. Dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, operai e studenti quelle meno. «Chi riceve stimoli o è impegnato in lavori concettuali o manuali più impegnativi si dedica meno al trascendente» spiega Garelli.

In Cina la fabbrica è partita in un anno. A Genova stiamo aspettando dal 2008”

La Stampa
alberto quarati

L’ad della Phase: per colpa della burocrazia saltano 200 assunzioni

In Cina impiega 700 dipendenti, a Genova - sulle aree acquistate nello stesso anno, il 2008 - le erbacce dominano l’area in cui doveva essere costruito un nuovo stabilimento hi-tech, quartier generale della Phase Motion Control, azienda italiana al 100% che contava di portare sotto la Lanterna tra i 200 e i 250 dipendenti. Burocrazia, costi stellari, lentezza della pubblica amministrazione hanno infranto un sogno.

La Phase venne fondata nel ’94 da un gruppo di ingegneri e dirigenti usciti da Philips, che poco prima aveva venduto a una multinazionale americana la sede genovese. La società ha realizzato le motorizzazioni dei più grandi telescopi al mondo, tra il Cile e le Canarie, i motori degli ascensori che il colosso Otis impiega nei grattacieli più alti, servomotori e controlli per robotica avanzata, propulsione navale e ibrida. In questo campo, si tratta forse dell’ultima azienda rimasta interamente italiana, e nello specifico, genovese: 80 persone, la metà ingegneri e diplomati con funzioni di ricerca e sviluppo. «Tuttavia - spiega l’amministratore delegato Marco Venturini, ex ricercatore a Berkeley tornato in città proprio per seguire l’avventura della Phase - abbiamo sempre avuto problemi di spazio, da quando quest’azienda è nata, nel classico garage». 

Già nel 2008 Phase acquista un terreno edificabile a uso industriale in una valletta dietro Molassana, nell’entroterra di Genova, su una discarica dove furono portati i detriti del vecchio teatro Carlo Felice. «Nello stesso anno - racconta Venturini - abbiamo acquisito in Cina, vicino a Shanghai, un terreno per realizzare anche lì una nuova fabbrica. Dal 2009, la sede cinese opera e impiega 700 persone. Le autorizzazioni sono arrivate in 40 giorni. A Molassana invece crescono ancora le erbacce».

Il nuovo centro direzionale genovese avrebbe potuto impiegare «tra le 200 e le 250 persone - dice ancora Venturini -. Questo perché avremmo potuto tenere in sede numerose lavorazioni che invece abbiamo dovuto appaltare a fornitori esterni, in altre regioni, all’estero, in Cina». Oltre a mantenere il lavoro a Genova, il centro doveva essere in raccordo con l’Università, con un laboratorio comune di qualificazione e collaudo. Un investimento tra 7 e 8 milioni di euro su 12 mila metri quadrati.

Il progetto prevedeva «la messa in sicurezza del torrente Brumà, interrato negli Anni Ottanta, e la stabilizzazione della discarica, evitando allagamenti che infatti si sono verificati nella zona. Nella valle ci sono persino un laghetto e un bosco con gli scoiattoli: sarebbe divenuto il campus del parco tecnologico». Insomma, uno stabilimento di categoria “A+” come non ne esistono in Italia. La fabbrica della Phase in Cina, firmata dallo stesso architetto italiano, Roberto Pellino, che aveva preparato il progetto della sede di Genova, ha ricevuto un premio di architettura (il South Pacific Design Award).

A bloccare le cose a Genova, la burocrazia: il piano di bacino che non corrispondeva al piano regolatore, la conferenza dei servizi che deve mettere insieme 32 soggetti che poi non partecipano, e poi il raddoppio deciso dal Comune degli oneri di urbanizzazione per gli edifici industriali: «In pratica, questo ci sarebbe costato un milione in più, che si aggiungeva al milione destinato alle opere sul torrente».

In questa paralisi, nel 2014 la Regione segnala a Phase l’opportunità di insediarsi nelle aree Piaggio Aeroindustries, vicino all’aeroporto di Genova: l’azienda di aeronautica aveva annunciato la chiusura dello stabilimento per concentrare tutte le attività a Villanova. Vista la conclamata intenzione della Piaggio di lasciare l’area, Phase fa domanda di subentro: l’azienda non risponde, l’Autorità portuale, prende tempo.

«Un anno fa presentavamo una manifestazione di interesse ufficiale, condizionandola a decisioni entro tre mesi: la risposta dell’Authority è arrivata parecchi mesi dopo, e in sostanza dice che in tempi non definiti si sarebbe fatta una gara per le aree. Siccome i tempi non sono definiti - conclude Venturini - un mese fa ci siamo anche resi disponibili a utilizzare gli spazi Piaggio, pagando un canone di occupazione e impegnandoci a liberare l’area nel caso in cui la gara non ci vedesse vincitori. Attendiamo una risposta».

Religione in tv, monopolio assoluto della Chiesa cattolica

repubblica.it
di PAOLO RODARI

Nella stagione 2014-2015, al cattolicesimo è andato l'86 per cento dello spazio nei talk show. Ma solo un'ora è stata dedicata agli scandali vaticani. Triplicate le fiction. E' la fotografia sulla televisione generalista presentata da "Critica liberale"

Religione in tv, monopolio assoluto della Chiesa cattolica

Esiste un "monopolio assoluto della confessione cattolica" rispetto alle altre religioni nei programmi trasmessi dalla tv generalista in Italia. Nella stagione 2014-15, l'86,6% dei soggetti confessionali presenti nei principali talk show è cattolico. E nonostante ciò solo un'ora (1,7% del tempo), delle 60 complessive dedicate a temi religiosi, è stata riservata agli scandali vaticani. Per il resto si è parlato, ad esempio, di questioni relative al terrorismo islamico (20% del tempo) o della figura di Papa Francesco (11,5%).

Lo rilevano il V Rapporto sulle confessioni religiose e Tv e il VI Rapporto sui telegiornali, presentati oggi alla Camera da Critica Liberale. In un anno, ha osservato il direttore del trimestrale Enzo Marzo, sono raddoppiate le fiction religiose (da 311 a 603) trasmesse dalle principali reti generaliste: il 92% riguarda la confessione cattolica. Aumentano anche le ore delle trasmissioni dedicate ad argomenti religiosi, che passano da 380 a 421: dei 732 programmi, il 70% è di confessione cattolica. In crescita anche lo spazio che telegiornali e reti all news riservano a Francesco, rispetto a Benedetto XVI. Nel 2014 il tempo di parola di Bergoglio nei tg è stato di 35 ore e 32 minuti, nel 2012 il tempo di parola di Ratzinger era di 16 ore e 54 minuti.

Se Panebianco non può esprimere opinioni (che non condivido) meglio partire

repubblica.it
di ILVO DIAMANTI

Se Panebianco non può esprimere opinioni (che non condivido) meglio partire

Ho studiato a Padova negli anni '70. E a Padova ho cominciato a insegnare – da precario, ovviamente - alla fine di quel decennio. Ho conosciuto bene, per questo, quegli anni bui. Quando studiare e insegnare non era facile. Perché l’Autonomia, allora, non era solo – né principalmente – una rivendicazione di libertà e indipendenza. Ma, spesso, l’esatto contrario.

Così rabbrividisco di fronte alle contestazioni dei giorni scorsi contro Angelo Panebianco, durante le sue lezioni. Nelle aule dell’Università. Perché si tratta di un attacco alla libertà e all’indipendenza di un docente. Quindi, contro l’autonomia - uso l’iniziale minuscola solo per evitare confusioni -  dell’insegnamento e della ricerca. E contro la libera espressione delle opinioni. In definitiva: un attentato all’Opinione Pubblica libera. Angelo Panebianco è uno Scienziato Politico fra i più noti e riconosciuti.

Autore e co-autore di manuali sui quali si sono formati gli studenti di numerose Università. Anche nel mio corso, a Urbino. Il suo testo sui partiti politici è tradotto e utilizzato in tutte le principali sedi scientifiche internazionali. Impedirgli di insegnare, di tenere lezione è un atto indegno. E autolesionista: per l’Università e per gli studenti. Tanto più se il motivo – l’alibi – sono le sue opinioni espresse su un importante quotidiano. In questo caso, sulla guerra, sull’intervento in Libia.

Ma lo stesso discorso sarebbe valido per qualsiasi altro argomento. Perché le idee si possono discutere, non impedire. Non si possono “arrestare”.Per questo: tutto il mio sostegno ad Angelo Panebianco. Al suo diritto di esprimere le proprie idee e opinioni. Liberamente e apertamente. Anche quando sono diverse dalle mie – come, peraltro, succede. Perché non c’è futuro per la nostra Università (io insisto a scriverla con l’iniziale maiuscola) e per la nostra democrazia, se si impedisce ad Angelo Panebianco – e a qualsiasi altro professore, ricercatore, intellettuale – di insegnare.

A causa delle sue idee. Delle sue opinioni. Espresse in un giornale o in un’altra tribuna pubblica. Perché l’Università, insieme ai suoi docenti e ricercatori, deve partecipare al dibattito pubblico. Per questo manifesto pubblicamente il mio aperto sostegno a Panebianco. Non per “spirito di casta”. Ma per legittima difesa. Per continuare ad esprimere – io stesso - opinioni e idee, in sedi pubbliche, con la stessa libertà e autonomia di sempre. Anche se può non piacere. Anche – e tanto più - se può dispiacere.

Diversamente, meglio andarsene. Altrove.