domenica 28 febbraio 2016

Nato il figlio di Nichi Vendola e del compagno Eddy

La Stampa

Il piccolo si chiama Tobia Antonio ed è venuto alla luce in una clinica californiana grazie alla pratica dell’utero in affitto. Scoppia un caso: web diviso. Salvini: disgustoso egoismo



Si chiama Tobia Antonio.
Il padre genetico è Eddy Testa, di quasi vent’anni più giovane del compagno Nichi Vendola.
Il bimbo è nato in una clinica californiana sabato 27 febbraio.
A raccontare il «fiocco arcobaleno» è il quotidiano Libero in edicola oggi.

Secondo le indiscrezioni raccolte dal giornalista Giacomo Amadori,
la madre genetica sarebbe californiana
mentre l’utero dovrebbe essere di «una donna di origine indonesiana residente negli Stati Uniti».

L’ex governatore della Puglia Vendola e il compagno italo-canadese Testa, scrive ancora Amadori, torneranno in Italia non prima di fine marzo. Un anno fa, il leader di Sel aveva espresso la volontà di cambiare vita: «Ho vissuto questi dieci anni da governatore della Puglia al cardiopalma - aveva detto a “Chi”-, ma da maggio tutto cambierà. Vorrei sposarmi con Ed». Poi aveva aggiunto: «Appena lasciato l’incarico di presidente rifletterò anche se affrontare la paternità o no: è un pensiero che riposa in un angolo della mia vita e che ho sempre rimandato. Sicuramente ho sempre amato il mondo dell’infanzia e vorrei scrivere un libro di filastrocche per bambini».

Eddy Testa è un italo-canadese di 38 anni. Ha studiato presso la Concordia university di Montreal, alla Ottawa University e poi a Urbino, dove si è specializzato design e comunicazione. Testa e Vendola vivono insieme a Terlizzi (Bari) dal 2004. Nei giorni scorsi anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, aveva commentato la possibile nascita di un figlio attraverso la maternità surrogata: «Se Nichi ed Ed sono felici, io sono loro amico e non posso che esser felice con loro. Non ho altro da dire e, siccome è un argomento che non conosco e delicato, non aggiungo altro». 


(La foto della campagna di promozione del Gay Pride a Roma nel 2014)

IL WEB SI DIVIDE
Chi condanna, chi esulta e chi ci scherza su («...ma Tobia che nome è?»): sta dividendo il web la notizia della paternità dell’ex presidente della Regione Puglia e leader di Sel, Nichi Vendola. Su Twitter l’hastag #Vendola è di tendenza da tre ore. E i commenti sono i più disparati. C’è chi scrive «Ciao, sono Vendola, volevo un regalo e ho comprato un bambino»; e chi aggiunge: «ma una volta i comunisti non li mangiavano bambini? Ora li comprano».

E ancora: «Ma ci rendiamo conto? Generare con i soldi un bambino da una sconosciuta solo per dire sono papà. Egoismo assoluto». Sono in tanti, però, a essere felici per lui: «Tanti auguri ai neo genitori ed al piccolo»; «Moralisti da social smettetela, Nichi sarà un padre dolcissimo». Infine, non mancano gli ironici. Come chi, prendendo di mira l’eloquio vendoliano, scrive: «L’unico problema per il figlio di Vendola è che la ninna nanna durerà 3 ore». Per altri, invece, il fatto che «Vendola e il compagno siano diventati papà dimostra che nulla è impossibile, tranne avere una sinistra unita».

SALVINI: “DISGUSTO EGOISMO”
«Vendola e compagno sono diventati papà, affittando utero di una donna californiana. Questo per me non è futuro, questo è disgustoso egoismo», scrive su Twitter il leader della Lega Matteo Salvini. Il senatore Maurizio Gasparri (FI), invece, dice: «A parole sono contro l’utero in affitto. Ma poi usano questo turpe metodo per inventarsi genitori dei figli di altri. Si parla di nuovi casi. Un po’ di trasparenza su scelte e costi? Chi paga chi? Quanto? Coerenza e chiarezza. Per noi l’impegno continua. Inutile che corrano per rafforzare adozioni gay e utero in affitto già facilitati dal testo incostituzionale imposto al Senato con tecniche da trafficanti di persone. Il soccorso dei traditori del popolo delle famiglie rende ancora più necessaria una battaglia di verità e libertà». 

Dallo smartphone all’auto, ecco la batteria che si carica in cinque minuti

La Stampa
bruno ruffilli

La startup israeliana StoreDot promette entro il 2017 una batteria che potrebbe rivelarsi il cambiamento più radicale nella tecnologia mobile: una rivoluzione per telefoni e computer portatili, ma anche per le vetture elettriche



Ci vorrà un anno per il modello definitivo e forse due perché davvero finisca in uno smartphone, ma la batteria che si ricarica in cinque minuti è già una realtà. Sviluppata dalla startup israeliana StoreDot, potrebbe essere il progresso più importante per il mondo della tecnologia di questi ultimi anni.

«Mobile is everything», tutto è mobile, è il motto del Mobile World Congress: ma per potersi muovere la tecnologia deve far uso di batterie. I processori, gli schermi, le fotocamere si sono evoluti nel corso degli anni, rendendo gli ultimi smartphone potenti come computer, capaci di visualizzare gli stessi dettagli di un televisore di ultima generazione o di sostituire una fotocamera di buona qualità. Nel settore delle batterie invece non si registrano progressi altrettanto veloci: oggi come allora sono pesanti, poco efficienti e hanno la tendenza ad abbandonarci proprio quando servono.

LO STATO DELL’ARTE
Sono pochi gli smartphone che arrivano a 24 ore di autonomia, e quando succede è spesso perché i produttori limitano certe funzioni che implicano consumi maggiori, ad esempio le mail push o la sincronizzazione delle pagine web. Altri spengono le app non utilizzate e usano lo schermo solo in bianco e nero, trasformando uno smartphone in un telefonino di quindici anni fa: certo, così la batteria dura anche diversi giorni. Apple ha introdotto nell’ultimo sistema operativo per iPhone e iPad una modalità risparmio energetico che allunga l’autonomia di circa un’ora rallentando la velocità del processore.

Tutti questi stratagemmi si basano sulla stessa idea: ottimizzare i consumi. Dall’altra parte, Samsung ha montato batterie più potenti sui nuovi Galaxy S7, qualche produttore cinese arriva a inserire accumulatori più capaci ancora, che però rendono gli smartphone pesanti e ingombranti. Qualcomm ha brevettato la tecnologia Quick Charge, ora arrivata alla terza generazione: dovrebbe garantire l’80 per cento della ricarica di uno smartphone in 35 minuti. Oppo è arrivata 15 minuti con un prototipo mostrato al Mobile World Congress, e anche Huawei è impegnata da tempo sul fronte della ricarica rapida. 



UNA RIVOLUZIONE
Ma la promessa di StoreDot potrebbe cambiare la vita di ciascuno di noi, ogni giorno. «Le nostre batterie sono simili a quelle attuali agli ioni di litio – spiega Erez Lorber, vicepresidente settore veicoli elettrici, ma i componenti interni sono usati in modo completamente diverso. Dimensioni e peso cambiano appena, il costo di produzione è del 30 per cento superiore, e potrebbe diventare pari alle batterie tradizionali quando partirà la produzione massa». Per smartphone e computer il problema è semmai l’energia necessaria per la ricarica:

l’alimentatore deve essere molto potente per fornirla in breve tempo, e nessuno di quelli in commercio è compatibile. StoreDot ha sviluppato un prototipo, poco più grande e pesante di uno tradizionale, ma capace di erogare 150 Watt di potenza massima. Tanta potenza non può essere trasferita attraverso la solita porta Usb, o il connettore Lightning di Apple e men che meno in modalità wireless: per usare StoreDot oggi è indispensabile un nuovo standard, oppure una soluzione alternativa, come un connettore da adibire solo alla ricarica. Difficile, ma non impossibile. 

SU QUATTRO RUOTE
La tecnologia di StoreDot potrebbe essere utile in casi in cui è indispensabile avere subito l’apparecchio pronto per l’uso, ad esempio strumenti medici, utensili per la casa, dispositivi da indossare; meno probabile che possa finire su rasoi elettrici e spazzolini. Dove invece potrebbe cambiare completamente le regole del gioco è nel settore automobilistico: «Bastano solo sei minuti per ricaricare la nostra batteria su un’auto come la Nissan Leaf. È lo stesso tempo che ci vuole per un pieno di benzina».

E inoltre, in questo caso, lo standard del caricatore non sarebbe un problema: ne esistono due, ed entrambi sono compatibili con la tecnologia StoreDot. Così la startup israeliana ha raccolto finora 66 milioni di dollari da parte degli investitori, e tra questi c’è anche Samsung Ventures. «Ci piacerebbe lavorare per Samsung ma siamo aperti a tutte le proposte. E in realtà tutti i maggiori produttori di auto stanno già valutando la nostra invenzione», rivela Lorber. 

«Mobile is everything», tutto è mobile: e cos’è più mobile di un’auto?

Aristocratici e ingegneri, ecco come nacque la Fiat

La Stampa
vittorio sabadin

Il ritrovo dei soci era un caffè: tra loro anche il cavalier Agnelli



Il 12 luglio del 1899, «La Stampa» pubblicò a pagina 3 una notizia di poche righe nella rubrica «Il movimento economico a Torino». Il titolo diceva: «Una nuova fabbrica torinese di automobili». Il breve testo riferiva della costituzione, nelle sale del Banco di Sconto e di Sete, della società anonima Fabbrica Italiana Automobili, dotata di un capitale di 800.000 lire (oggi circa 10 milioni di euro) diviso in 4000 azioni da 200 lire l’una.

Seguiva l’elenco dei firmatari, in rigoroso ordine di censo. Prima gli aristocratici dai cognomi più lunghi: conte Roberto Biscaretti di Ruffia, marchese Alfonso Ferrero de Gubernatis di Ventimiglia, conte Emanuele Cacherano di Bricherasio. Poi i professionisti: gli avvocati Lodovico Scarfiotti, Carlo Racca e Gatti-Goria. Infine i possidenti e i tecnici: i cavalieri Aymonino e Foa, l’ing. Marchesi, e, ultimo dell’elenco, il cavalier Agnelli. 

Giovanni Agnelli, che di lì a pochi anni avrebbe assunto il totale controllo della società, era stato invitato da Scarfiotti a farne parte proprio il giorno prima, quando si era ritirato dall’impresa l’industriale della cera Michele Lanza, che giudicava troppo complicato costruire automobili. Ma l’auto (che allora era maschile, diventerà femminile solo nel 1920 grazie a D’Annunzio) era da tempo il sogno di tutti quei soci fondatori, tra i quali c’erano anche Michele Ceriana-Mayneri e l’agente di cambio Luigi Damevino.

Si ritrovavano tutti la sera alla «Pantalera», il caffè di madame Burello, all’angolo tra Corso Vittorio Emanuele e via Urbano Rattazzi, il ritrovo preferito a fine secolo da chi commerciava cavalli e carrozze. Il mondo dei cavalli e delle carrozze era però alla fine: in Francia spopolava l’automobile e a Torino un piccolo costruttore artigianale, Giovan Battista Ceirano, produceva la «Welleyes», una vettura a due posti con motore bicilindrico di 663 cm3, in grado di superare i 35 km orari. 

Tutti i fondatori della Fia erano grandi appassionati di tecnologia e meccanica. Giovanni Agnelli, ex ufficiale del Savoia Cavalleria, aveva lasciato l’esercito per dedicarsi a Villar Perosa all’attività di famiglia, l’agricoltura e il commercio di legnami. Ma era anche entrato nel capitale delle Officine Storero, che producevano biciclette, e aveva procurato un contratto per importare dalla Francia i tricicli «Prunelle», dotati di un piccolo motore a scoppio De Dion-Bouton. Al caffè di madame Burello quasi ogni sera discuteva con il genio della meccanica dell’epoca, l’ingegner Aristide Faccioli, l’uomo che aveva progettato la «Welleyes» e che chissà di quali altre meraviglie sarebbe stato capace. 

Pochi mesi dopo, alla Fia era stata aggiunta una T, perché suonava meglio, ricordava le radici nella città di Torino e traeva stimolo e ispirazione dall’analoga parola latina, il cui significato è «che sia!». A fine anno, mentre si completava la costruzione dello stabilimento ai numeri 35, 37 e 39 di Corso Dante, cominciò la produzione della prima vettura, la Fiat 3 ½ Hp derivata proprio dalla «Welleyes»: un esemplare è ancora custodito al Museo dell’Automobile. 

Quel 12 luglio, in quelle poche righe, «La Stampa» celebrava la nuova industria «destinata a un grande sviluppo e a un grande avvenire», senza avere alcuna idea di quanto i destini del giornale e quelli della famiglia Agnelli si sarebbero presto solidamente intrecciati. 

Utopie

La Stampa

Il Papa chiede agli industriali di mettere al centro l’uomo e non il profitto. 
Povero illuso.