giovedì 3 marzo 2016

Adblocker, banner e la pubblicità tollerabile

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini
A 22 anni di distanza dal primo advertising online, ancora si discute sulla “pulizia” delle pagine dei siti web. La mossa di Apple e le soluzioni messe in campo da Google e Facebook

La pubblicità online: efficace ma indesiderata

Ci inseguono da un sito all’altro. E ci conoscono: mostrano prodotti ai quali siamo interessati e offerte mirate. I banner sono profilati, più efficaci dei cartelloni che vediamo per le strade. Ma proprio non piacciono a nessuno. La pubblicità tradizionale è invadente, ma riconosciamo il lavoro del direttore artistico che l’ha ideata. Sul web no: l’unica sensazione è il fastidio. Pop-up, video che si avviano non richiesti, animazioni che occupano l’intera pagina di un sito. E il bottone per chiuderli spesso è invisibile. A volte, rimanda a un’altra pubblicità. Altre ancora, attivano un servizio fraudolento. Il risultato: la pubblicità online ha reso sgradevole la navigazione. E, con i loro colori fuori contesto, i banner imbruttiscono anche il sito web più ricercato. Ma, nonostante l’invasione, in media solo lo 0,1 per cento degli utenti clicca su un annuncio online, spesso per sbaglio.



una pagina è lenta, se la batteria del cellulare dura poco, la colpa – nella maggior parte dei casi – è dei banner. Ma finora li abbiamo tollerati. Il patto non scritto è noto: è la moneta con cui vengono pagate le testate digitali e, grazie alla loro molesta presenza, l’informazione online è cresciuta. La storia della Rete è legata a doppio filo con gli annunci online: il primo banner, apparso su HotWired (oggi wired.com) risale al 27 ottobre 1994, agli albori dell’Internet pubblica.

E oggi più del 90 per cento degli introiti di Google proviene dal suo sofisticato sistema di raccolta pubblicitaria. È così che il colosso di Mountain View riesce a offrirci il motore di ricerca per definizione, il servizio di posta elettronica più performante (Gmail), il portale video più famoso (YouTube), le mappe online (Google Maps) e il sistema operativo montato su più dell’80 per cento degli smartphone del mondo (Android). Tutto gratis. Oggi Alphabet, la controllante dell’azienda di Larry Page e Sergey Brin, è la società che vale di più al mondo.

Adblocker sì, adblocker no

Qualcosa però sembra essersi inceppato. Il patto con gli utenti è sul punto di rompersi. I software che impediscono la pubblicità online, i cosiddetti adblocker, da prodotti di nicchia sono diventati programmi di largo consumo. E il loro utilizzo è in continua crescita. Una volta installati, gli utenti si riappropriano di un’esperienza di lettura decente. Per gli editori, invece, l’allarme è già scattato. Secondo uno studio di PageFair, il diffondersi dei blocker ha causato perdite per 22 miliardi di dollari all’industria pubblicitaria online. Solo nel 2015. E, senza banner, molte testate online rischiano di chiudere.

Inoltre Apple, con iOs9, il suo ultimo sistema operativo mobile, ha iniziato a supportare gli adblocker sul suo browser. Gli utenti apprezzano, e anche la batteria di iPhone e iPad che, con questi software, dura fino al 30 per cento in più. Ma non è una mossa disinteressata, l’azienda di Cupertino non vive sugli annunci online, al contrario di Google, che però produce Android, il sistema operativo rivale di iOs. I blocca-pubblicità insomma insidiano Mountain View che, negli ultimi tempi, sta reagendo in modo disordinato. E non sembra avere una strategia chiara nei confronti degli adblocker. Sul PlayStore, il portale dal quale scaricare le app per il robottino verde, questi software continuano ad apparire e scomparire.

Adblock Fast e Crystal, due blocca-pubblicità tra i più famosi, sono stati prima banditi per violazione delle policy di servizio. Poi, a distanza di pochi giorni, sono stati ripristinati. Senza spiegazioni ufficiali. Certo, è comprensibile perché siano stati banditi: danneggiano gli affari della Grande G. Ma adottare politiche restrittive per le app può innervosire tanto gli sviluppatori quanto i produttori di hardware del robottino. Le ragioni etiche di «Don’t be evil» («non essere cattivo», il vecchio motto di Google), e «Do the right thing» («Fa’ la cosa giusta», il nuovo motto di Alphabet), finora non sono mai state messe così alla prova.

Verso la «pubblicità tollerabile»

I grandi attori mondiali della pubblicità sul web sono pochi: Amazon, Microsoft, Taboola. E davanti a tutti c'è Google, che distribuisce gran parte dei banner che ogni giorno compaiono sul web, ma la sua piattaforma è solo il messaggero. La responsabilità della qualità è degli editori. «Finché continueranno a sbattere annunci scadenti qualità in faccia alle persone, le testate online non vinceranno mai la sfida del digitale», hanno dichiarato gli autori di Adblock Plus, uno tra i più famosi blocca-pubblicità per desktop. Che, da circa due anni, si fanno promotori delle Accettable ads guidelines, un manifesto per le buone pratiche degli annunci online. Eccone alcuni punti: i banner non devono occupare più del 15 per cento delle pagine, non devono interrompere la lettura, non devono confondere il lettore e non sottrarre rilievo del testo.



Sembrano buone idee, ma la questione è più complessa. Le testate che accettano le linee guida sulla «pubblicità accettabile» finiscono in una white list e la loro pubblicità non viene bloccata dal software. Ma questo lasciapassare è gratuito solo per gli editori più piccoli. I più grandi devono pagare la casa software (e alcuni lo stanno già facendo). E sui prezzi per gli accettable ads non c’è trasparenza. In più, ogni blocca-pubblicità ha la sua lista bianca e gli editori potrebbero ritrovarsi a pagare più volte questa sorta di «banner tax». Il risultato? I rapporti tra industria pubblicitaria e produttori di blocker sono sempre più tesi: nel gennaio 2016, Mark Addison di AdBlock Plus si è visto rifiutare l’invito alla conferenza annuale dello Iab, la più importante organizzazione dell’advertising online.

Non c'è ancora un'alternativa

Gli editori non hanno ancora trovato una vera fonte di ricavi alternativa alla pubblicità. Nel frattempo continuano le sperimentazioni, come i paywall più o meno rigidi (che mettono a disposizione un numero limitato di articoli gratuiti al mese, per poi invitare ad abbonarsi, come ha di recente fatto il Corriere della Sera) o i contenuti sponsorizzati (pubblicità sotto forma di notizie e pagata dagli inserzionisti). Ma nessuna strategia finora è riuscita a liberare testate e utenti dalla dipendenza dai banner. Cosa fare allora? Per alcuni siti è arrivato il momento di fermare gli adblocker.

Per esempio, dall’inizio dell’anno, l’edizione online di Forbes ha iniziato a rilevare i blocca-pubblicità e a impedire l’accesso alle pagine finché l'utente non li disattiva. Ma non è una politica di «tolleranza zero». La famosa rivista economica statunitense, dopo aver individuato un blocker, avvisa che il sito può continuare a esistere grazie alle inserzioni e promette che verranno mostrati solo banner non invadenti: niente video non richiesti né popup. Insomma, è ciò che propone il manifesto di AdBlock Plus ma, in questo modo, il tutto viene gestito dall'editore e non da un servizio terzo. Eppure non tutti apprezzano queste interferenze nelle abitudini di navigazione. E così stanno nascendo gli Anti-Adblock Killer: il loro scopo è fermare l’esecuzione degli script che rilevano i blocca-pubblicità e disattivare le contromisure degli editori.

La nascita dei banner

Come Forbes, anche l’edizione statunitense di Wired sta per adottare una tecnologia per rilevare adblocker. Non è una notizia solo per specialisti. Perché, come abbiamo accennato, i banner sono nati proprio su questo sito. La celebre edizione online della rivista dedicata all’innovazione, ventidue anni fa si chiamava HotWired.

Il primo banner della storia
Il primo banner della storia

«Hai mai cliccato con il mouse qui? Lo farai», ecco il testo della prima inserzione online. Una fascia di testo stretta su sfondo nero, dove manca perfino il logo dell'operatore telefonico At&t, l’inserzionista. «Abbiamo immaginato questa pubblicità come un servizio per l’utente», ha raccontato alla rivista Mashable Joe McCambey, autore della campagna. Il banner portava a un mini-sito con una lista delle migliori esperienze web del tempo. Lo scopo del banner non era vendere prodotti di consumo, At&t voleva mostrare le potenzialità del nuovo mezzo di comunicazione.

Allora, sul web, c’erano solo 30 milioni di persone. Quasi la metà degli utenti l’annuncio, in effetti, cliccò. Ma l’effetto novità non è durato a lungo: perché oggi circa lo 0,1 per cento delle persone visita il contenuto segnalato da un banner. Nel 1994 la campagna su Hotwired costò 30 mila dollari, oggi invece sono una forma di pubblicità molto meno pregiata: valgono poco e, perciò, devono esser tanti. In questo modo si è arrivati all’invasione attuale.

Doubleclick e l'ingegneria pubblicitaria

Dal loro esordio, e per circa due anni, i banner sono rimasti qualcosa di artigianale. Semplici immagini con un link, incollate su una pagina web. Poi, nel 1996, è nata DoubleClick. È il servizio che ha ingegnerizzato la pubblicità online. Una piattaforma con uno scopo preciso: coordinare la compravendita e la pubblicazione degli annunci sul web. Per la prima volta gli inserzionisti hanno potuto creare campagne personalizzate. I gusti di navigazione hanno iniziato a essere tracciati attraverso piccoli file di testo salvati nella cronologia del browser (i cookie di profilazione), che seguono gli utenti da un sito all’altro e determinano quale pubblicità può interessare e quale no.



In poco tempo DoubleClick ottenne finanziamenti per 900 milioni di dollari. Poi, nel 2007, Google acquistò la società per 3,1 miliardi di dollari, integrandola nel suo servizio AdSense e diventando così il primo colosso mondiale della pubblicità online.

La pubblicità sui social network

Dopo la bolla della new economy del 2000 che causò il crollo dei prezzi, forse quella attuale è la fase più turbolenta per la pubblicità online. Perché gli adblocker continueranno ad acquisire popolarità, e non è detto che le promesse degli editori di mostrare banner meno invadenti saranno sufficienti a invertire la tendenza.



Nel frattempo gli equilibri del mercato si stanno modificando. I software blocca-pubblicità impattano solo sulla navigazione web, dove Google è il dominatore assoluto. Mentre le app rimangono ecosistemi indipendenti e, tra queste, quelle dei social network continuano a guadagnare terreno. Facebook in particolare, nell’ultimo trimestre ha visto crescere il comparto delle inserzioni mobile dell’81 per cento. Sulla piattaforma di Mark Zuckerberg gli annunci garantiscono un coinvolgimento degli utenti maggiore rispetto al web. E, all’apparenza, sono meno molesti delle inserzioni tradizionali: compaiono nel flusso dei post ed è possibile rimuovere i contenuti non graditi.

Inoltre Facebook ospita già le video-inserzioni che, secondo Forrester Research, sono il trend a maggiore crescita: entro il 2019 genereranno 12,9 miliardi di ricavi per il settore. Se i banner gestiti da Google continuano a sollevare dubbi in tema di privacy, quelli di Menlo Park non si comportano in modo più trasparente. Da settembre 2015 Facebook ha iniziato a usare il codice dei bottoni «Mi piace» e «Condividi», ospitati sulla maggior parte dei siti, per tracciare anche chi non è iscritto al social network (e quindi non ha accettato le sue condizioni di servizio). Una pratica che, in Francia, non è consentita. Così, il 9 febbraio, l’autorità per la tutela dei dati (Cnil) ha dato tre mesi di tempo all’azienda di Zuckerberg per adeguarsi alla normativa nazionale e cessare il raccoglimento dei dati dei non utenti.

Il peggio è passato?

È difficile prevedere come si evolverà il mercato dei banner ma, forse, il peggio è passato. Mountain View ha da poco messo al bando i banner in Flash: sono i più pesanti e pericolosi, perché consentono di veicolare molte minacce informatiche. Dal 2 gennaio 2017 le pubblicità che sfruttano questa tecnologia cesseranno di essere distribuite dalle piattaforme Google Display Network e Google Doubleclick.

Nei prossimi anni possiamo aspettarci una riconquista della pulizia delle pagine. Non mancano però gli aspetti controversi: il web, la piattaforma aperta per eccellenza, forse diventerà meno rilevante per i contenuti, a favore di servizi ottimizzati, ma controllati da pochi colossi. I segnali ci sono già: i Facebook Instant Articles permettono di accedere ai contenuti editoriali direttamente dal social network, con tempi di caricamento quasi azzerati e un’ottima leggibilità. E la risposta di Google non è mancata: alla fine dell’anno scorso ha lanciato Accelerated Mobile Pages (Amp), un progetto open source che consente di generare pagine pulite e accessibili rapidamente da smartphone.

Al contrario della soluzione di Facebook, con Amp gli editori mantengono il controllo dei contenuti. Apparentemente. Perché non è ancora chiaro in che modo le testate potranno incorporare i propri servizi pubblicitari nel nuovo formato e, di conseguenza, come potranno monetizzare le notizie. Insomma, tanto Zuckerberg quanto Page e Brin vogliono regalare agli utenti una navigazione migliore, ma guadagnandoci. Puntano a conquistare un controllo ancora maggiore nella gestione delle inserzioni e, di conseguenza, sull'informazione online.

Bambini al cinema con i bus dell’Esercito: il don pacifista contro Castelletto Ticino

La Stampa
elisabetta fagnola

Il coordinatore nazionale di Pax Christi critica il Comune dopo l’accordo con la Caserma Babini di Bellinzago: “Si fa propaganda”


Gli alunni questa mattina alla multisala di Castelletto Ticino con il bus dell’Esercito (foto Paolo Migliavacca)

Non si aspettavano certo di creare scompiglio con dieci righe di comunicato, diffuso per annunciare l’accordo tra il Comune novarese di Castelletto Ticino e i militari della Caserma «Babini» di Bellinzago: questa mattina circa 700 scolari di materne ed elementari sono stati accompagnati al cinema dai bus dell’Esercito.

Mattinata al cinema
La nota del Comune di Castelletto Ticino, 10mila abitanti a ridosso del Lago Maggiore, si è diffusa in fretta: l’accordo prevede «il supporto dei militari per alcune iniziative di pubblica utilità» che metteranno a disposizione i loro mezzi «per attività utili al paese» annuncia il sindaco Matteo Besozzi, anche presidente della Provincia. Tra le iniziative c’è anche quella di questa mattina: il Comune ha affidato ai militari del «Reggimento gestione aree di transito» il servizio di navetta tra scuola e multisala.

Una nota stonata alle orecchie di don Renato Sacco, parroco di Cesara (nel Cusio), coordinatore nazionale di Pax Christi e da sempre in prima linea contro il progetto di costruzione degli F-35 nella base militare di Cameri: «Sono rimasto stupito a leggere quel comunicato, a me sembra una forma di propaganda culturale - commenta -, l’esercito è chiamato a fare la guerra, non a portare i bambini al cinema».



L’accordo per risparmiare
La direzione didattica di Castelletto Ticino ormai da dieci anni organizza una mattinata al cinema per gli alunni delle elementari e per l’ultima classe della materna. Del trasporto si occupa però il Comune: «Negli anni passati ci affidavamo a ditte private - spiega l’assessore alla cultura e istruzione, Vito Di Luca - quest’anno abbiamo trovato l’accordo con la Caserma Babini, a fronte di un rimborso spese. Per noi è anche un modo si spiegare che i mezzi dell’esercito vengono impiegati anche per attività sociali e culturali, in aiuto alla comunità». L’accordo non è legato solo a questa prima iniziativa: «I militari - spiega Besozzi nella nota diffusa ieri - metteranno a disposizione i loro mezzi, dai bus alle cucine da campo, a molte attività utili al paese, consentendo anche un risparmio significativo per le casse del Comune».

La protesta del parroco: «Propaganda»
Ma il «don pacifista» di Cesara legge tra le righe un altro messaggio e lo spiega senza usare mezze parole: «Se scuole e comuni non hanno mezzi e risorse per organizzare i trasporti, bisogna dare più fondi a scuole e comuni, pagare dignitosamente gli insegnanti, non chiedere l’intervento dell’esercito. Non voglio giudicare nessuno, ma così facendo si educano i bambini a provare simpatie per un corpo che invece è fatto per fare la guerra, una propaganda culturale che sinceramente, in questo momento, mi preoccupa».


Don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi (foto d’archivio)

L’assessore: «E’ pubblica utilità»
I militari non sono rimasti solo sui pullman: questa mattina un rappresentante del reggimento ha parlato ai bimbi più grandi, spiegando le attività svolte, ricordando i 100 anni dalla Prima Guerra Mondiale. Non è la loro prima attività svolta all’esterno della Caserma Bambini: da tempo il reggimento collabora anche alle esercitazioni organizzate dal Crimedim, il corso di specializzazione di medicina dei disastri, attivo a Novara. «La nostra filosofia è chiara - ribatte l’assessore Di Luca -, è un accordo positivo, che permette di usare mezzi deputati ad altro per scopi di pubblica utilità. Spiace che tra le righe si leggano cose diverse».

Piccioni in città, decalogo della Lipu per una corretta convivenza

La Stampa



La presenza sempre più diffusa dei piccioni in città crea non pochi problemi di convivenza con l’uomo. Per questo la Lipu-BirdLife ha deciso di redigere dieci regole per cercare soluzioni e accorgimenti per risolvere un po’ di problemi.

«In alcuni casi il piccione viene ritenuto responsabile di sporcare marciapiedi, edifici e monumenti storici e artistici, ma anche di causare danni alle produzioni agricole o di interferire col traffico aeroportuale (rischi di birdstrike) - ricostruisce in una nota la Lipu -. Situazioni affrontate troppo spesso dalle istituzioni con provvedimenti emergenziali e sostanzialmente inutili, oltre che irrispettosi del benessere degli animali e degli equilibri ecologici (come la falconeria) quando non addirittura violenti (come le uccisioni o gli avvelenamenti diretti)».

Nel decalogo della Lipu, basato su evidenze scientifiche, studi e ricerche effettuate in più parti d’Italia e pareri internazionali, sono diverse le tecniche di gestione e le linee di intervento indicate.

Tra i metodi consigliati:

1) la progettazione architettonica consapevole, ossia la realizzazione di edifici che non incentivino la presenza e la nidificazione del piccione senza impedire l’accesso ad altre specie come rondoni, passeri, rapaci e pipistrelli;

2) l’utilizzo di dissuasori di appoggio incruenti e adatti al particolare architettonico;

3) l’uso di reti antintrusione per impedire l’accesso dei piccioni in balconi, capannoni, cortili, porticati e torri campanarie, fatto salvo il periodo riproduttivo e senza impedire ad altre specie (rondoni, passeri, codirossi e pipistrelli) l’accesso a tali aree.

4) la gestione dell’alimentazione, che stabilisca limiti alla somministrazione di cibo aggiuntivo e poco nutriente (come pane e pasta), per migliorare lo smaltimento dei rifiuti e l’igiene pubblica e considerato che il piccione trova già nelle città e nelle aree circostanti cibo in abbondanza;

5) campagne di informazione e sensibilizzazione verso pubblico e operatori, basati su dati etici, contenuti tecnici e scientifici;

6) l’incremento dei predatori naturali, tramite l’installazione di nidi artificiali per il falco pellegrino e l’allocco (rapaci presenti nelle città) o la taccola. Infine:

7) l’allestimento di colombaie nei parchi urbani, gestite direttamente dai Comuni, che possano dare soddisfazione ai colombofili senza creare problemi alla città, permettendo anche il controllo sanitario;

8) l’effettuazione di censimenti e monitoraggi, fondamentali per un’efficace strategia di gestione del piccione;

9) il miglioramento dell’igiene pubblica;

10) l’utilizzo, in ambiti diversi da quelli urbani, di deterrenti ottici e integrati, ad esempio negli aeroporti e per la prevenzione dei danni in agricoltura.

Non consigliati le catture e gli abbattimenti, il trasferimento di soggetti, la sterilizzazione chimica e la falconeria. «Quest’ultima, oltre che essere eticamente inaccettabile - spiega il presidente Lipu - si basa sul presupposto errato che la preda abbandoni l’area in presenza del predatore. Semmai, la preda si limita a nascondersi alla sua vista, per poi tornare a frequentare l’area e anche a nidificarvi, come dimostrano i nidi che il piccione ha realizzato in città anche nei pressi di quelli costruiti dal falco pellegrino». 

I topi del Colosseo

La Stampa
Mattia Feltri



Intanto qui a Roma i topi hanno battuto i gatti. Adesso vediamo come va col sindaco 

L’Europa a rate

La Stampa
massimo gramellini

Se non pagherai sette rate del tuo mutuo, la banca potrà portarti via la casa: la venderà, tratterrà la parte di denaro che le spetta e il resto, se ci sarà un resto, lo darà a te per comprarti una tenda da metterti sopra la testa. Lo stabilisce una direttiva europea che ha giustamente agitato i Cinquestelle. Magari l’applicazione non sarà così automatica e brutale: se il debitore moroso si rifiuta di sgomberare, la banca dovrà pur sempre ricorrere a un giudice, con conseguente dilatazione dei tempi e incertezza sugli esiti. Ma al di là degli effetti concreti, rimane il quesito di base: come fa un cittadino, non dico a provare senso di appartenenza, ma almeno a non provare disgusto per l’Europa, se ogni provvedimento che si associa a quel nome sembra studiato apposta per tutelare i più forti e vessare i più deboli?

L’euroburocrate che ha confezionato la direttiva spazza-mutui sarà sicuramente convinto di avere agito in nome dell’efficienza economica. Nella sua testolina asettica non si sarà affacciato neanche per un attimo lo scenario di un padre o di una madre di famiglia che perde il lavoro, non riesce a pagare le rate e si ritrova in mezzo a una strada. Questo genere di pensieri può venire in mente solo a un politico, che ancora qualche relazione di interesse con gli elettori è costretto ad averla. Purtroppo l’Europa non la stanno facendo i politici e tantomeno gli elettori. La stanno disfacendo i burocrati. Ed è a loro che va sfilata, prima che finiscano di distruggerla a colpi di direttive.

Comodini

La Stampa
jena@lastampa.it


Ieri mattina Renzi si è svegliato e ha trovato sul comodino due miliardi e mezzo per la ricerca.

Scoperto il gene dei capelli grigi. Si potrà disattivare

La Stampa
vittorio sabadin

Si chiama Irf4, responsabile del calo di melanina nell’invecchiamento



Il calvario a cui moltissimi uomini e donne si sottopongono periodicamente per sembrare più giovani potrebbe presto avere una tappa in meno: quella dal parrucchiere per tingere i capelli. Scienziati di mezzo mondo, coordinati dall’University College di Londra, hanno scoperto che l’ingrigimento dei capelli ha anche origine genetica e non escludono di poter presto arrivare alla pillola che lo cura. L’indagine, pubblicata su Nature Communications e firmata dal dott. Kaustubh Adhikari dell’Ucl, ha preso in esame, con la collaborazione di molte università Usa, circa 6630 individui, selezionati in America Latina tra quanti avevano antenati europei, africani o nativi americani.

In questo modo, la ricerca ha riguardato un vasto patrimonio genetico, mettendo sotto osservazione individui dalla chioma più disparata: i biondi di discendenza europea, i neri dai capelli crespi e gli indios dai capelli nerissimi, folti e lucidi. Dopo mesi di ricerche, quasi ogni gene responsabile è stato individuato: quello che rende la barba folta, quello che governa l’intensità delle sopracciglia e persino quello che determina il diametro dei capelli.

La ricerca
Il gene che a un certo punto della vita schiarisce la chioma fino a farla diventare bianca è stato battezzato Irf4 (Interfon Regulatory Factor 4). Non agisce da solo, ma con altri fattori ancora da identificare ed è comunque responsabile di quel fenomeno che priva i follicoli piliferi dell’apporto di melanina: è come se alla base di ogni singolo capello ci fosse un microscopico barattolo di colore, che si esaurisce. La ricerca ha anche dato nomi scientifici a fenomeni che tutti avevamo già osservato, come il fatto che le persone di origine africana e asiatica tendono in tarda età ad avere meno capelli bianchi. Ma se un europeo sposa una bionda, conferma il rapporto, deve aspettarsi che la chioma dei suoi figli ingrigisca col passar del tempo.

Il gene Irf4 è responsabile anche dell’imbiancamento precoce dei capelli, che colpisce molti giovani causando notevole stress nelle relazioni sociali. Il professor Andrés Ruiz-Linares, esperto di bioscienze della Ucl, è convinto che «comprendere i meccanismi dell’Irf4 può essere rilevante per sviluppare soluzioni che ritardino l’ingrigimento dei capelli e per approfondire aspetti della biologia dell’invecchiamento umano». Per la prima volta, una ricerca ha anche preso in esame le diverse caratteristiche dei capelli in base al patrimonio genetico e alla zona di provenienza. L’evoluzione ha dato capelli più scuri e folti a chi viveva in clima molto freddi o molto caldi e ha schiarito le chiome di chi abitava in quelli temperati, come l’Europa. Anche i capelli molto sottili e le chiome che tendono a diradarsi in giovane età sono una caratteristica europea e nordamericana.

La colpa non è ovviamente tutta dei geni, che sembrano governare solo per un 30% l’ingrigimento dei capelli. Il 70% è ancora dovuto a fattori ambientali e allo stress, come dimostra la capigliatura di ogni presidente americano: Obama aveva i capelli scuri quando è entrato alla Casa Bianca e ora, dopo 8 anni, li ha quasi completamente bianchi. Lo stesso era accaduto a George W. Bush e, in Gran Bretagna, a Tony Blair. Si racconta anche che i capelli di Maria Antonietta fossero diventati completamente bianchi la notte prima che la portassero al patibolo in Place de la Concorde.

L’applicazione più immediata della ricerca riguarderà proprio la medicina forense: la mappatura genetica consentirà di aiutare i medici a ricostruire le sembianze di vittime di delitti particolarmente efferati, ricostruendone grazie al Dna anche il tipo di barba e di capigliatura. Per la pillola contro i capelli bianchi bisognerà aspettare ancora un poco, ma non moltissimo, assicurano gli scienziati. C’è comunque tempo, visto che i capelli bianchi sembrano di gran moda: li esibiscono continuamente Lady Gaga, Rihanna, Pink e le attrici Helen Mirren e Meryl Streep. E George Clooney non sarebbe lo stesso senza quei capelli sale e pepe che ne aumentano il fascino. Ma averli in testa è tutta un’altra storia. 

Vendola e il racconto della maternità Agli amici spedisce la foto del bimbo

Corriere della sera

di Monica Guerzoni

L’ipotesi che la gestazione sia stata fatta non per soldi. Inviata agli amici la foto del bimbo che dicono: «Quando tornerà in Italia, Nichi spiegherà tutto»

«Quando tornerà in Italia, Nichi spiegherà tutto. E allora vedrete che la storia di Tobia Antonio è molto diversa da come è stata raccontata...». Sperando che passi presto la tempesta politica con cui è stata accolta la notizia della nascita del figlio di Vendola, gli amici del leader di Sel provano a mettere a fuoco un’immagine nebulosa anche ai loro occhi. E delineano i contorni di un quadretto familiare che, sperano, avrà un impatto sui giudizi di chi ha parlato di utero in affitto, contratto padronale e compravendita di esseri umani.

Cosa ha voluto dire l’ex presidente della Puglia quando, per rispondere agli «squadristi della politica», ha detto che Tobia è «figlio di una grandissima storia d’amore»? Si riferiva semplicemente all’unione che lo lega a Eddy Testa, o voleva comunicare altro? Perché ha aggiunto che la donna che lo ha portato in grembo «e la sua famiglia» sono parte della sua vita e di quella del compagno canadese?
Vendola ha scelto il silenzio anche in famiglia
Da sabato scorso questi e altri interrogativi assillano familiari e amici, giacché Nichi — raccontano — ha scelto la linea del silenzio, persino con i fratelli. Ai quali ha dato la notizia della gravidanza solo a Natale, per poi annunciare il lieto evento attraverso il gruppo «family». Ed è sempre per mezzo di Whatsapp che Vendola ha inviato alle persone che gli sono care la foto del figlio, uno scatto che gli amici custodiscono gelosamente e per il quale un giornale patinato avrebbe offerto 35 mila euro. Tobia Antonio, che alla nascita pesava poco più di tre chili, è disteso di fianco sul cuscino bianco di un fasciatoio e sfoggia una curiosa bandana color pastello che copre i capelli di neonato, lisci e castani. «Siamo già pazzi di lui e non vediamo l’ora di abbracciarlo», ha confidato la sorella di Nichi, Patrizia.
La «versione di Nichi»
L’incontro però è rimandato, perché lui non tornerà in Italia prima di aprile e, fino ad allora, non rivelerà i dettagli della maternità surrogata a cui ha fatto ricorso. Ma la «versione di Nichi» comincia a prendere forma. Ieri notte Matrix, il programma condotto da Luca Telese su Canale 5, ha mandato in onda un’intervista registrata il 28 gennaio scorso, dove Vendola allontana da sé l’ombra dello sfruttamento: «La strumentalizzazione mercantile di una donna può essere veramente un pericolo. E ci sono Paesi, come Israele, Stati Uniti e Canada, dove questo non accade». C’è dunque «un’altra realtà», prosegue Vendola parlando quasi in prima persona: «È quella della gestazione per altri. Cioè di donne che non sono in condizioni economiche disagiate e che scelgono, come gesto d’amore, di mettere a disposizione il loro corpo per una gravidanza per altri».
Extraordinary Conceptions
Una maternità surrogata di tipo «solidale» insomma, come la descrivono gli amici scambiandosi le (scarne) informazioni: «Vicino San Diego c’è una associazione che mette in contatto la coppia gay con una volontaria. Si chiama Extraordinary Conceptions e se ne è parlato mesi fa in tv, a Servizio pubblico...». La donna che ha aiutato Nichi ed Eddy portando in grembo il loro primogenito lo avrebbe fatto «per generosità». Dicono sia californiana e non indonesiana e assicurano che i due neopapà l’avrebbero conosciuta quasi due anni fa: «Sarà per Tobia una specie di zia, che magari il giorno di Natale starà con loro a Terlizzi». Quanto ai soldi, di certo Vendola ha dovuto sborsarne, essendo volato in California «tre o quattro volte» prima del lieto evento. Ma chi gli vuole bene giura che «non sono poi così tanti».
I rimborsi spese per le volontarie vanno da 25mila a 45mila dollari
Se davvero l’associazione a cui Nichi ed Ed si sono rivolti è la Extraordinary Conceptions di Carlsbad, i rimborsi spese per le volontarie che si offrono di portare in grembo il bambino vanno dai 25 mila ai 45 mila dollari. «Non le sfruttiamo, sono le madri surrogate a venire da noi» hanno dichiarato i proprietari dell’agenzia, che accolgono solo donne che hanno una casa e una situazione economica stabile. Se poi la coppia sceglie la «surrogazione completa» si può arrivare anche a 150 mila dollari tra donatrice dell’ovulo, spese legali di agenzia e onorari dei medici. La vera storia di Tobia Antonio è ancora tutta da scrivere. Nell’attesa, papà Nichi invita gli italiani ad andarci piano con commenti e interpretazioni. «Io credo — ha detto ancora a Matrix — che queste cose vadano attraversate con molta delicatezza e che parlare a nome o per conto degli altri, senza sapere quali sono le loro scelte, è sbagliato»

2 marzo 2016 (modifica il 3 marzo 2016 | 00:52)

Ora la Boldrini fa marcia indietro: vuol vietare l'utero in affitto solo alle donne povere

Ivan Francese - Mer, 02/03/2016 - 17:14

La presidente della Camera aveva espresso "molte riserve" sulla maternità surrogata. Ora corregge il tiro: "Ho riserve solo se coinvolge donne indigenti"



Laura Boldrini fa inversione a u. La presidente della Camera, che due giorni fa aveva sorpreso tutti esprimendo "molte riserve" sulla pratica dell'utero in affitto, oggi torna sui propri passi.
Se appena lunedì aveva condannato i casi di maternità surrogata, oggi la terza carica dello Stato introduce dei distinguo tra caso e caso. Cedere in prestito il proprio utero, insomma, dovrebbe essere concesso solamente alle donne di condizione economica agiata, così da escludere che vengano sfruttate le donne indigenti.

"Come ho già detto - scrive oggi la Boldrini su Facebook - ho delle riserve nel caso in cui la maternità surrogata coinvolga donne indigenti che portano avanti una gravidanza dietro il pagamento di una somma di denaro. In circostanze differenti, quando si tratta di una scelta libera e consapevole, non dettata dal bisogno, anche le valutazioni sono di natura diversa."

Correda il tutto un'immagine di Vendola e della stessa Boldrini fianco a fianco sorridenti. Al netto della difesa del leader di Sel da attacchi violenti e volgari, viene il sospetto che il "ravvedimento" della presidente della Camera sia stato "pilotato" da un Vendola sempre più in difficoltà per le critiche che gran parte degli italiani ha riservato ha una decisione che moltissimi giudicano incomprensibile.

Case sul confine in cerca di un Comune: oltre 150 le famiglie divise

Corriere della sera

di Paola D’Amico

Cucina in città e letto nell’hinterland: ora i limiti saranno rivisti. Nell’elenco ci sono anche l’area del depuratore di Sesto e l’aeroporto di Linate

La metropoli ritocca i confini. La linea invisibile che separa la grande città dai comuni vicini, in tutto ventitré, è lunga 109 chilometri. E sconta una storia di rimaneggiamenti, con soppressioni di municipi e annessioni di altri all’inizio del secolo scorso. Accade così che ci siano villette con soggiorno a Cusago e camera da letto a Milano, o un deposito Atm che «deborda» a Sesto San Giovanni. Persino il carcere di Opera si trova per metà su territorio milanese.

Il caso più eclatante è quello di un condominio «extraterritoriale» del Quartiere Olmi, un unico angolo di un grande quartiere costruito a Milano ma accatastato a Cesano Boscone. Caso che il responsabile del settore Pianificazione Urbanistica, Marino Bottini, definisce «incomprensibile». Per le «situazioni critiche» che coinvolgono più di 50 cittadini la legge prevede la possibilità di indire un referendum, perché possano decidere in quale Comune venire accatastati. Nel caso degli Olmi il referendum potrebbe essere esteso all’intero quartiere. Anche se gli uffici precisano che, una volta ridisegnato il confine, sarà sufficiente una delibera condominiale.

L’assessore all’Urbanistica Alessandro Balducci spiega l’intenzione di trovare una soluzione ai casi «irrazionali» di confine, con un progetto complessivo di «ridefinizione» della linea di contorno del territorio cittadino. La delibera dovrà essere votata dal Consiglio comunale per poi essere sottoposta alla decisione della Regione. Alcuni comuni, Arese, Cusago, Settimo Milanese e Sesto San Giovanni hanno già aperto il confronto. La linea di confine, soprattutto nelle zone più urbanizzate a Nord taglia a metà tetti di case, cortili di villette, centri commerciali.

I casi critici ad oggi individuati sono 49, «condivisioni» anomale fra Milano e 15 dei 23 Comuni limitrofi, con 150 tra famiglie e privati cittadini coinvolti oltre ad aziende, spazi commerciali e «grandi servizi». Nell’elenco ci sono anche l’area del depuratore di Sesto, l’aeroporto di Linate «a mezzo» con Peschiera Borromeo, un demolitore fra la tangenziale e Settimo Milanese, un centro commerciale diviso in due fra Milano e Segrate.

2 marzo 2016 | 10:23

Expo obiettivo degli hacker: 500mila attacchi sventati in sei mesi

Corriere della sera

di Pierpaolo Lio

Nel rapporto di Clusit i numeri della cyber sicurezza durante la manifestazione universale: «Legame tra l’aumento dell’interesse per l’evento e la crescita delle azioni dei criminali informatici»

(Fotogramma)

Non solo visitatori: l’Expo di Milano, come ormai ogni grande evento nel mondo, ha attirato la curiosità anche dei pirati informatici. Un interesse, quello degli hacker, cresciuto in parallelo con il successo della manifestazione universale. In sostanza: più clamore circondava i padiglioni, e più l’evento diventava calamita per attacchi dalla Rete. Come certificano i numeri illustrati oggi nel rapporto di Clusit, l’associazione italiana per la sicurezza informatica: durante il semestre universale, più di mezzo milione di attacchi sventati.
Il rapporto
Il dossier si basa su dati forniti da tre soggetti che hanno lavorato alla sicurezza della manifestazione: Cisco systems che, come Ip network and solution partner, aveva il compito di fornire una rete affidabile e sicura; Poste Italiane, che ha erogato servizi di sicurezza di intelligence e prevenzione di minacce cibernetiche; il Cnaipic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche che fa parte della Polizia Postale), incaricato della prevenzione e della repressione dei crimini informatici. Il bilancio l’ha tracciato Alessio Pennasilico, del comitato direttivo di Clusit. Partendo da una considerazione: «Essendo Expo un evento di rilevanza internazionale, sicuramente nel mirino di diversi criminali, tutto sommato è andata bene perché incidenti gravissimi», dal punto di vista della sicurezza informatica, «non ce ne sono stati».
Gli attacchi
La rete di Expo si è sviluppata su 360 chilometri di fibra istallata sul sito espositivo oltre che su una infrastruttura wi-fi con 2.700 punti di accesso. Lo sforzo è servito a offrire a tutti i visitatori accesso gratuito al web con numeri che hanno toccato picchi di 103mila connessioni. A garantire la sicurezza dei dati è stato un team di sei specialisti (che hanno lavorato 24 ore su 24 per un totale di 19mila ore di monitoraggio) supportato da un’architettura di sistemi sempre aggiornati capaci di riconoscere e bloccare le innumerevoli tipologie di intrusione. Per precisione, più di mezzo milione di tentativi provenienti da tutto il mondo nei sei mesi di Expo. Senza contare gli oltre 10mila tentativi di presa di controllo di applicazioni e apparati. Il documento di Clusit ha rilevato inoltre il legame tra l’aumento del successo di Expo e la crescita del numero di cyber attacchi, per lo più «trojan», ovvero file scaricati da internet ritenuti erroneamente affidabili dagli utenti. Il Cert di Poste Italiane ha poi identificato 355 «eventi di sicurezza», di cui 12 attacchi informatici mirati sventati.
La tutela del marchio Expo
Altro capitolo della difesa informatica dell’evento ha riguardato la tutela del marchio di Expo sui canali digitali. Un’attività che ha permesso di individuare 338 domini internet simili a quello dell’evento creati con lo scopo di confondere gli utenti e sottrarre dati, credenziali di accesso e numeri di carte di credito. Oltre all’individuazione di 8 rivenditori di ticket non autorizzati e di due domini impropriamente riconducibili all’esposizione universale creati per la diffusione di virus e per la diffusioni di falsi annunci di lavoro per conto di Expo. Non potevano mancare le app nel corredo di «trappole virtuali» sparse nella Rete: una applicazione, ad esempio, utilizzava loghi e segni distintivi simili a quello dell’app ufficiale e richiedeva l’inserimento di dati dell’utente.
I numeri in Italia
In generale, nel 2015, l’Italia ha fatto registrare il numero di attacchi gravi più elevato degli ultimi cinque anni: i 1.012 dello scorso anno hanno segnato una forte crescita rispetto agli 873 del 2014. Non solo: il rapporto evidenzia un aumento degli attacchi con finalità criminali, con un +30% nel 2015 rispetto all’anno precedente. Protagonisti:«ransomware» e «cryptoransomware», ovvero codici che criptano i documenti presenti nei sistemi degli utenti chiedendo poi il pagamento di un vero e proprio riscatto per riottenerli in chiaro, e le attività di «espionage» (+39%).

Nel mondo, invece, obiettivo principale è stato il settore governativo che ha concentrato circa un quinto degli attacchi. La categoria dei servizi online e cloud si conferma al secondo posto con un aumento dell’81% rispetto al 2014, mentre è del 79% la crescita degli attacchi nella categoria entertainment e news. Ma la crescita percentuale più alta (+153%) è quella degli attacchi verso le cosiddette «critical infrastructures», una serie di strutture fondamentali per il funzionamento della vita digitale.

1 marzo 2016 | 18:24

King Kong, lo smartphone indistruttibile di Hisense

Marco Lombardo



Si chiama King Kong C20 e questo rende già l’idea che possa assere quanto meno curioso. E’ in realtà lo smartphone che Hisense (l’azienda cinese che sarà sponsor degli ruropei di calcio) ha presentato a Barcellona e la sua caratteristica principale – da qui il nome – è la resistenza alla caduta, alla polvere e l’impermeabilità. King Kong C20 è realizzato con lega in acciaio 100% rinforzato e due vetri Gorilla Glass 4 di ultima generazione che ne garantiscono la massima protezione da graffi e cadute occasionale.

King Kong

In più c’è la certificazione IP67, che ne assicura la completa impermeabilità fino ad un metro di immersione, il che lo rende uno dei pochi sul mercato a poter scattare foto e video subacquei. Insomma stiamo parlando di un device indistruttibile o quasi e soprattutto versatile, con una silhouette semplice e pulita unita a finiture di alta qualità. Riguardo alle caratteristiche, lo spessore è di 8,6 mm e il  telaio è in acciaio, ha 3GB di RAM e 32 MB di memoria, una batteria è ad alta capacità e il processore Octa-core 1.36 GHz. Lo schermo è un 5″ con risoluzione HD, la fotocamera posteriore è da 13 megapixel mentre quella frontale è da 5, ideale per gli appassionati di selfie. Anche il prezzo è concorrenziale: 249 euro.
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Il no di Apple all'Fbi? Una questione di soldi"

Angelo Scarano - Mer, 02/03/2016 - 18:03

L'esperto informatico: "In pericolo non c'è solo la privacy dei cittadini, ma anche il bilancio dell'azienda"



C'è solo una questione di privacy dietro il continuo "no" di Apple all'Fbi che chiede di sbloccare l'iPhone del killer di San Bernardino? Il tira e molla rischia di arrivare fino alla Corte Suprema.
Ma "a pensare male...", insinua l'esperto di sicurezza informatica, Alessandro Curioni.

"Apple lamenta di come il governo federale vorrebbe che un’azienda privata si mettesse al suo servizio per creare di fatto sistema operativo per IPhone, già battezzato GovtOS", fa notare sottolineando che già un'operazione del genere richiederebbe uno o due mesi di lavoro di un staff ad hoc. Inoltre, come riporta il Wall Street Journal, a Cupertino sono arrivate già altre 12 richieste dall'Fbi per interventi simili.

"Pensando male e con una grossa semplificazione potremmo iniziare a moltiplicare i mesi di lavoro per il numero di apparecchi", dice Curioni, "Risulta evidente che ci sarebbero decine di tecnici qualificati e stipendiati da Apple al lavoro per il governo. Spingiamoci ancora oltre: in giro per il mondo ci sono milioni di smartphone Apple, differenti per dotazione hardware e software, e la possibilità che siano coinvolti in crimini di varia natura è alta".

Insomma, o scenario potrebbe essere quello di migliaia di richieste di intervento, magari supportate da ingiunzioni delle autorità giudiziarie di mezzo mondo. "A quel punto i costi per l’azienda sarebbero elevatissimi", continua l'esperto, "Potrebbe dunque non essere soltanto una questione di privacy, ma anche di denaro? L’improvvisa solidarietà degli altri colossi delle nuove tecnologie, da Facebook a Google, è così disinteressata oppure vale il vecchio detto Oggi a lui, ma domani potrebbe toccare a me?

Anni di piombo, la dietrologia da sfatare

Corriere della sera

di PAOLO MIELI

Ne «I nemici della Repubblica» di Vladimiro Satta riletti tra gli altri i casi Pinelli e Moro «Non ha riscontri l’ipotesi che lo stato abbia pilotato i terroristi rossi e neri»

Alcuni volantini delle Brigate rosse mandati all’asta a Milano nel marzo 2012 (foto Ansa / Daniele Mascolo)

Gli uomini armati, che tra gli anni Sessanta e gli Ottanta hanno provato ad aggredire la democrazia italiana, sono stati sconfitti. Le istituzioni repubblicane «hanno vinto e hanno vinto abbastanza bene, nel complesso», constata Vladimiro Satta in un importante e documentatissimo libro, I nemici della Repubblica. Storia degli anni di piombo, pubblicato da Rizzoli.

C’è un solo terreno sul quale le cose sono rimaste com’erano allora: quello della ricostruzione storica. Nel senso che le idee dietrologiche, anche le più bizzarre, diffusesi in quei momenti terribili sono sopravvissute come se i successivi dibattimenti giudiziari non ci fossero stati, le confessioni assai circostanziate su ciò che è realmente accaduto, l’assoluta assenza di riscontri alle ipotesi più fantasiose non fossero mai esistite.

E pensare, scrive Satta, che «la scomparsa dalla scena di fenomeni del genere è una controprova che essi non erano frutto di complotti orditi in misteriose alte sfere del potere italiano o mondiale che tutto comandano, bensì di spinte che nascevano dall’interno della nostra società e della nostra (in)cultura politica in un dato momento. (...) Spinte che, fortunatamente, si sono esaurite». Di più: «I terrorismi, senza volerlo, hanno contribuito al consolidamento e alla depolarizzazione della democrazia italiana, che dalla dura prova è uscita migliore di prima».

Non si può dire lo stesso della storia che (sia pure con qualche lodevole eccezione) ha codificato quegli anni come un’epoca in cui apparati deviati dello Stato hanno dapprima cospirato con terroristi di destra e di sinistra, per poi far naufragare i processi in modo da impedire che le loro responsabilità venissero accertate. E pensare che, a quasi cinquant’anni dai fatti, non esiste prova che anche un solo «uomo dello Stato» abbia avuto responsabilità diretta o indiretta nei misfatti di quell’epopea sanguinosa.

Il massimo che si è ottenuto, in merito alla bomba di piazza Fontana, sono state le condanne di Gianadelio Maletti e Antonio Labruna per aiuti che il Sid aveva dato a Marco Pozzan e Guido Giannettini, «due personaggi niente affatto esemplari, entrambi assolti dall’accusa di strage». Satta smonta un centinaio di piccoli e grandi sospetti (legittimi) e di ipotesi (alcune davvero cervellotiche) che nella pubblicistica e in molti libri di storia si sono depositate come verità accertate.

Ad esempio che le bombe fatte esplodere il 12 dicembre del 1969 alla Banca dell’Agricoltura di Milano fossero due anziché una: la prima di bassa potenza messa lì nell’istituto di credito da Pietro Valpreda, la seconda, devastante, collocata nello stesso luogo da un sosia dell’anarchico. Ipotesi formulata dal libro di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie), smontata pezzo per pezzo da Giorgio Boatti e da Adriano Sofri (il presunto sosia di Valpreda sarebbe stato in realtà una fotomodella scandinava bionda e ventitreenne, ovviamente del tutto innocente), ma ripresa poi dal regista Marco Tullio Giordana per il film Romanzo di una strage.

Parimenti bislacca la ricostruzione di Fulvio e Gianfranco Bellini che, dietro lo pseudonimo Walter Rubini, hanno scritto — in Il segreto della Repubblica (Flan) — che Giuseppe Saragat e Aldo Moro il 23 dicembre del 1969, undici giorni dopo la carneficina, avrebbero stretto un patto per avvolgere nel silenzio l’intera vicenda, così da coprire le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura (il cui ruolo in questa storia sarebbe emerso, però, solo a metà del gennaio successivo).

Saragat era stato presentato già all’epoca da «The Observer» come artefice della strategia della tensione e Satta dimostra punto per punto quanto quelle accuse fossero campate in aria. Al giudice istruttore Guido Salvini viene mosso il rilievo di aver usato «i concetti di “stato di emergenza” e di “golpe” come fossero interscambiabili»: «Nel 1969», scrive l’autore, «le istituzioni repubblicane valutarono — correttamente — che non ci fosse necessità di proclamare lo stato di emergenza, ma
resta il fatto che eventualmente si sarebbe trattato di una misura antifascista e non antidemocratica».

Allo stesso modo Satta fa a pezzi l’idea, messa in campo a ridosso di quegli anni, che lo scioglimento anticipato delle Camere (peraltro praticato sistematicamente dal 1972 in poi) sarebbe stato una misura golpista. Assai brillante è il modo in cui lo studioso dimostra come Moro non fosse affatto depositario di chissà quali segreti a proposito dei rapporti tra lo Stato e gli stragisti.

E allo stesso modo come alcuni atti o ripensamenti attribuiti all’allora presidente del Consiglio Mariano Rumor fossero o inventati o assai più lineari del modo in cui vennero presentati. Per quel che riguarda la morte di Giuseppe Pinelli, Satta dà atto all’allora giudice Gerardo D’Ambrosio di non aver mai definito quello dell’anarchico un «malore attivo» e sostiene che questa fu «un’invenzione giornalistica che gli venne appioppata allo scopo di gettare discredito sulla sentenza» che scagionava il commissario Luigi Calabresi.

Il giudizio sui processi di Catanzaro e poi Bari è positivo: «Coloro i quali immaginavano che il trasferimento del processo sulla strage di piazza Fontana nella remota sede meridionale preludesse all’insabbiamento si sbagliavano, e di grosso… A Catanzaro si fece sul serio; il processo, anzi, si allargò a esponenti di primo piano dei servizi segreti e dell’autorità politica, la quale fu chiamata ad assumersi le proprie responsabilità in ordine agli addebiti contestati agli apparati dello Stato».

Quanto al «giudicato definitivo», che addossa la strage di piazza Fontana ai neofascisti padovani di Ordine Nuovo, Satta mette in rilievo che esso «non precisa il movente dei criminali»; ciò che «è normale nell’ambito di una valutazione incidentale in sede giudiziaria, ma lascia un vuoto che la storiografia deve tentare di colmare». Cosa che, evidentemente, finora nessuno storico ha credibilmente provato a fare.

L’attentato di piazza Fontana fu indicato da allora in poi come «la madre di tutte le stragi». Ma Satta invita a riflettere che «se così fosse, le gestazioni sarebbero state alquanto lunghe»: tra il 12 dicembre del 1969 e il primo tra gli attentati mortali di natura eversiva, quello avvenuto a Peteano il 31 maggio 1972, passano quasi due anni e mezzo. Per quel che riguarda l’epoca successiva, l’autore mette in discussione lo schema di Guido Crainz — in Il paese mancato (Donzelli) — che tenderebbe a rintracciare un filo che collega il piano Solo del generale Giovanni De Lorenzo dell’estate 1964 agli attentati degli anni Settanta, e a unificare in qualche modo golpismo e stragismo.

Poi, sulla base de Il piano Solo (Mondadori) di Mimmo Franzinelli, ricorda con qualche malizia che se De Lorenzo avesse chiuso la propria carriera per limiti di età a fine 1966, gli storici lo presenterebbero oggi come il «militare di sinistra», protagonista della Resistenza, schedato nel dopoguerra per filocomunismo, paladino dell’apoliticità dell’esercito e modernizzatore dell’Arma dei carabinieri.

L’autore nota in seguito come nell’inchiesta di Giovanni Tamburino su Amos Spiazzi e la Rosa dei venti sia presa per buona una testimonianza di Roberto Cavallaro circa l’esistenza nel 1964 di una struttura parallela assimilabile a Stay Behind (solo che Cavallaro, nato nel 1949, nel 1964 aveva quindici anni ed è perciò improbabile che parlasse di quei fatti per «conoscenza diretta»).

Ci stiamo riferendo ad un processo che coinvolse l’ex capo del Sid Vito Miceli mandandolo assolto, anche se, ammette Satta, quel genere di sentenze «non furono le migliori possibili» e «qualche testa calda avrebbe meritato un trattamento più severo». Si osserva inoltre che «nell’ottica del nesso con Gladio, la strage di Peteano e i depistaggi che la riguardarono sarebbero fenomeni niente affatto uniti da un comune disegno eversivo, bensì eterogenei»: l’attentato «apparterrebbe alla storia del neofascismo, che è italiana», mentre le deviazioni tese a coprire Stay Behind «apparterrebbero alla storia della guerra fredda».

Per quel che riguarda la strage dell’Italicus (4 agosto 1974) il libro esprime dubbi sulla testimonianza di Maria Fida Moro, figlia di Aldo, secondo la quale suo padre stava per prendere quel treno ed era contro di lui che sarebbe stato ordito l’attentato. Più in generale l’autore fa notare come la tempistica del golpismo e dello stragismo di fatto non coincida per nulla con la cronologia dei successi del Partito comunista e neppure sia «correlabile ad essa in termini di reazione, perché la precede invece di seguirla».

La verità è che sugli autori delle stragi degli anni Settanta si sa molto poco, ma è certo che la democrazia italiana ne uscì rafforzata (e il Pci conobbe una stagione di successi). Cosicché si può definire poco convincente una celebre frase rivolta agli stragisti dal giudice Libero Mancuso («Ci avete sconfitti, ma sappiamo chi siete»). Andrebbe piuttosto ribaltata: «Non sappiamo chi siete (ad eccezione di Freda, Ventura e pochi altri), però noi abbiamo vinto e voi perso». E tra quei «pochi altri», di cui si è appena detto, ci sono casi che provocano imbarazzo come quello di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, condannati per la strage di Bologna con una sentenza che lascia adito a più di un dubbio.

Quanto al celeberrimo «Io so ma non ho le prove» di Pier Paolo Pasolini, coloro che si sono richiamati o (come Antonio Ingroia) hanno riproposto quelle parole sono, secondo Satta, «non dei coraggiosi eretici ma i continuatori di un intreccio tra il sospetto eretto a metodo, la presunzione e il dogmatismo». Passando alle Brigate rosse, il libro dimostra come non siano provate le tesi di Alberto Franceschini, secondo il quale Mario Moretti era manovrato dall’esterno, e quelle, caratterizzate da «assenza di riscontri, dimenticanze e valutazioni incongrue», di Rocco Turi (in Gladio rossa, edito da Marsilio, e Storia segreta del Pci.

Dai partigiani al caso Moro, pubblicato da Rubettino), per cui i brigatisti erano in mano a «forze di oltre cortina». Assai ridimensionato esce da questa trattazione il ruolo dell’istituto linguistico parigino Hyperion, il cui leader, Corrado Simioni, fu addirittura identificato come il «grande vecchio» delle Brigate rosse. Così come non ha trovato riscontri l’«identità di vertice» tra l’Autonomia di Toni Negri e le Br ipotizzata dal giudice Pietro Calogero nell’inchiesta del 7 aprile 1979.

Quanto al rapimento e all’uccisione di Moro — qui anche sulla scia di precedenti libri dello stesso Satta — vengono smontate tutte le ricostruzioni che attesterebbero un ruolo dei servizi segreti italiani o internazionali nell’affaire. È «insostenibile» che ci fosse un «auto dei servizi» in via Fani dove lo statista fu sequestrato. Stesso discorso vale per la misteriosa moto Honda che ha ispirato il film Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli.

È «altamente inverosimile» persino che all’attacco di via Fani abbiano partecipato soggetti esterni alle Br. Neanche «compagni» stranieri. «Così come nessun brigatista rosso andò a Colonia per sequestrare Schleyer, nessun terrorista tedesco venne a Roma per rapire Moro». Assai circostanziate, con punte di perfidia, sono poi le contestazioni di Satta ad alcune estrose «ricostruzioni» di Ferdinando Imposimato, Miguel Gotor, Sergio Flamigni, Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca.
Fortemente ridimensionato anche il ruolo della P2 (sulla quale viene in ogni caso pronunciato un giudizio assai severo) nell’affare Moro.

Vengono spesso spacciati «per piduisti personaggi che non lo erano o che lo sarebbero diventati soltanto mesi e anni dopo» e, a torto, la loggia massonica viene considerata «responsabile di nomine volute da altri, talvolta dai comunisti (Giulio Grassini al Sisde), talaltra da comunisti e socialisti (Raffaele Giudice a capo della Guardia di finanza, nel lontano 1974) e talvolta addirittura dallo stesso Moro (Francesco Malfatti invece che Francesco Pompei al vertice dell’amministrazione della Farnesina). Un’organica mappatura degli assetti istituzionali alla viglia del sequestro Moro mostra», secondo Satta, «che, a parte Santovito e Grassini — i quali erano stati nominati ai vertici di Sismi e Sisde, ma non in quanto piduisti — i sodali di Gelli erano assenti dalla grande maggioranza dei posti chiave».

La P2, è la conclusione dell’autore, «fu indubbiamente nociva al Paese, ma sarebbe iniquo incolparla di ogni sventura nazionale, caso Moro e brigatismo rosso compresi». Altrettanto improbabile il ruolo che nella vicenda avrebbe avuto l’«americano» Steve Pieczenik che addirittura si autoaccusò — assieme a Francesco Cossiga — di aver contribuito all’uccisione Moro.

Salvo poi smentire tale affermazione. Basti dire che in tempi recenti Pieczenik in un suo blog ha sostenuto che Saddam Hussein è ancora vivo e «risiede sotto falso nome nella città russa di Barvikha», che le foto del cadavere di Gheddafi sono un inganno, che l’ex dittatore libico e la sua famiglia «se la stanno passando bene nel deserto subsahariano sotto la protezione dei tuareg» (e «non sono andati pure loro in Russia soltanto perché da quelle parti fa troppo freddo»). Forse è giunto il momento che la storia d’Italia, anche quella recente, venga raccontata in modo meno suggestivo di quanto lo sia nelle parole di Pieczenik.

29 febbraio 2016 (modifica il 1 marzo 2016 | 16:02)

La tribù dei codisti: «Noi, in fila per mestiere»

Corriere della sera

di Alessio Ribaudo

I professionisti della fila si sono dotati di un contratto nazionale e rilasciano ai clienti ricevute fiscali

Professione? Codista. No, non avete letto male. È un neologismo per indicare chi svolge file per gli altri. Attenzione, non un lavoretto in nero e in barba al fisco. Si tratta, invece, di una vera professione regolata da un contratto collettivo nazionale, retribuita a ore d ai clienti che, dopo il pagamento, ricevono una ricevuta fiscale.

«Le code per fortuna in Italia non mancano mai e una volta tanto l’odiata e vituperata burocrazia si è trasformata nella mia migliore alleata — spiega Irene Xotta, 41 anni, di Galliate nel Novarese — perché sempre più persone non hanno il tempo o la voglia di fare la fila agli sportelli e si affidano a me che ho fatto di banche, uffici postali e agenzie delle Entrate il mio pane quotidiano».

In effetti, si stima che ogni italiano trascorra circa 400 ore (16 giorni) all’anno in fila con un costo, secondo l’associazione dei consumatori Codacons, di 40 miliardi di euro. Tra l’altro, lo scorso anno un dossier dell’Istat, ha spiegato come fra il 2003 e il 2013 sia mediamente «aumentata sensibilmente la quota di coloro che per sbrigare pratiche attendono anche più di 20 minuti».

Professione? Codista. No, non avete letto male. È un neologismo per indicare chi svolge file per gli altri. Attenzione, non un lavoretto in nero e in barba al fisco. Si tratta, invece, di una vera professione regolata da un contratto collettivo nazionale, retribuita a ore d ai clienti che, dopo il pagamento, ricevono una ricevuta fiscale.

«Le code per fortuna in Italia non mancano mai e una volta tanto l’odiata e vituperata burocrazia si è trasformata nella mia migliore alleata — spiega Irene Xotta, 41 anni, di Galliate nel Novarese — perché sempre più persone non hanno il tempo o la voglia di fare la fila agli sportelli e si affidano a me che ho fatto di banche, uffici postali e agenzie delle Entrate il mio pane quotidiano».

In effetti, si stima che ogni italiano trascorra circa 400 ore (16 giorni) all’anno in fila con un costo, secondo l’associazione dei consumatori Codacons, di 40 miliardi di euro. Tra l’altro, lo scorso anno un dossier dell’Istat, ha spiegato come fra il 2003 e il 2013 sia mediamente «aumentata sensibilmente la quota di coloro che per sbrigare pratiche attendono anche più di 20 minuti».



I corsi di formazione per codisti
Senza considerare che spesso si sbaglia fila o a indicare i dati. Districarsi, ogni giorno fra pile di moduli, bollette e deleghe spesso è complicato e occorre essere preparati. «Ero rimasta disoccupata e ho saputo che Giovanni Cafaro, il primo codista professionista, realizzava corsi per conoscere tutti i segreti di questa nuova professione — ricorda Irene — così mi sono iscritta e poi abilitata: da profana non immaginavo quanto fosse difficile affrontare la burocrazia». Il primo scoglio da superare è stato quello di trovare persone disposte ad affidarle incarichi. «Ho realizzato e distribuito centinaia di volantini casa per casa per far conoscere i miei servizi e, con mio stupore, sono stata contattata subito per ritirare degli esami clinici a Novara — prosegue Irene — Questo mi ha dato l’entusiasmo per continuare e ho iniziato a pubblicizzarmi anche tramite un sito internet e i social network».
Gli orari e i segreti del nuovo lavoro
Idee azzeccate visto che la clientela, settimana dopo settimana, è cresciuta. «Sono chiamata per commissioni singole da tante persone ma ho un rapporto stabile con una decina di clienti che mi consentono di guardare al futuro con ottimismo: sono sia anziani sia professionisti impegnati». Il segreto per ingranare, come in tutte le libere professioni, è la fidelizzazione. «Occorre preparazione, precisione e serietà per ottenere la loro fiducia — argomenta — perché tra l’altro il nostro ufficio è principalmente la casa del cliente dove ci rechiamo almeno un giorno prima della loro scadenza per prendere le bollette da pagare, compilare moduli o deleghe e per ricevere soldi: sia gli anticipi sia i pagamenti a servizio finito».

Il lavoro in media segue gli orari degli sportelli pubblici: dalle 8 alle 14. «Siamo pagati in base al tempo realmente trascorso in coda e chiediamo 10 euro l’ora su cui poi versiamo il 20 per cento di tasse — continua Xotta — ma ogni tanto lavoriamo anche di pomeriggio perché arrivano richieste di tutti i tipi». I codisti professionisti sono disponibili per l’acquisto di biglietti per i concerti, di manifestazioni sportive o mostre ma anche per le commissioni più impensate. «Mi è stato chiesto di acquistare estrattori per succhi su Internet — conclude — oppure di mettermi in fila all’alba per comprare l’ultimo modello di smartphone perché il cliente voleva essere uno dei primi ad averlo ma non aveva tempo di acquistarlo: è un mestiere che non conosce la parola noia».
La burocrazia e i costi per le aziende
Non tutti però puntano solo ai privati. «Dopo aver finito il corso, ho iniziato questo nuovo lavoro con i privati e il loro passaparola ma ora sto provando ad allargarmi con aziende, professionisti e artigiani — esordisce Chiara Bresciani, 40 anni, di Milano — che sono oberati di burocrazia e io posso fargli risparmiare molti soldi evitando che i loro dipendenti trascorrano intere giornate in coda». In effetti, secondo una ricerca dello scorso anno del Censis, le aziende italiana mediamente «solo» per pagare le imposte impiegano 269 ore all’anno (circa 34 giorni lavorativi), contro le 110 ore necessarie nel Regno Unito, 137 in Francia, 218 in Germania. Per l’ufficio studi dell’Associazione artigiani e piccole imprese (Cgia) di Mestre, le aziende spendono per la burocrazia fra i 7 e i 12 mila euro annui.

Un costo che per le piccole e medie imprese ammonta a 31 miliardi di euro. Numeri che, di converso, potrebbero aprire varchi per i professionisti delle code. C’è già chi pensa in grande. «Sono un ex imprenditore — dice il marchigiano Riccardo Pizzuti, 37 anni — e so quanto la pubblicità sia l’anima del commercio: mi farò conoscere da tutti anche tramite spot radio e tv». Altri, vanno meno di fretta. «È il lavoro ideale per me che volevo trovare un part-time che mi sostenesse economicamente — spiega Matteo Andriolo, 31 anni, di Bergamo — e mi lasciasse coltivare la passione della vela». Motivazioni e storie diverse ma la tribù dei codisti ha in comune la voglia di battere la crisi e trovare un lavoro.
Il contratto collettivo per battere il lavoro «nero»
«Ho voluto regolare la professione con un contratto nazionale depositato — spiega Giovanni Cafaro, inventore dei corsi — in modo tale che ognuno conosca diritti e doveri e modalità di fruizione del servizio». Il contratto lascia ampi margini di scelta. «Si possono chiamare regolarmente i codisti per un’ora, un giorno, una settimana o un mese ma si può scegliere di assumerli a tempo indeterminato con una regolare busta paga, lo straordinario e le ferie — continua Cafaro, 44 anni, salernitano trapiantato a Milano da 15 anni, che ha alle spalle un master in organizzazione aziendale e risorse umane alla «Bocconi» —.

 In questo modo si elimina la malapianta del lavoro in nero e per questo ho scritto al presidente della commissione europea, Jean-Claude Junker, che mi ha risposto mentre ho chiesto udienza sia al ministro del Lavoro Giuliano Poletti sia al premier Matteo Renzi per spiegare la potenzialità di questo strumento ma, a oggi, non ho ricevuto inviti». Cafaro però non demorde. Del resto, ha già trasformato la sua pazienza in una vera e propria professione.

29 febbraio 2016 | 23:24