venerdì 4 marzo 2016

Testamento politico Giuseppe Garibaldi


 Sentendosi umanamente tradito e politicamente perseguitato, Enrico Croce (1869-?) si sentì in dovere di rendere pubblico, dalla sua residenza parigina, il Testamento politico di Giuseppe Garibaldi (1807-1882), di cui fu ufficiale guerra franco-prussiana del 1870-1871. 

Il testamento non è originale, ma è un collage di pensieri e affermazioni che Garibaldi confidò a Croce, il quale li raccolse, ordinò e pubblicò per lanciare un grido d’allarme «contro l’inimico comune per non patire ulteriori vergogne e sciagure», in quanto: «Le ragioni [sono] molteplici, – scrive Croce nella premessa, – ma innanzi tratto quest’una ch’abbraccia e compenetra l’altre tutte: vo’ dire la portentosa servilità 

indomabile de’ reggitori la cosa publica in Italia, che - adulterate le nostre tradizioni, le aspirazioni nostre pervertite, l’onore nazionale prostituito, - strinsero un patto nefando con Austria e con Prussia; – e dispregiati i nostri naturali alleati – provocatili fors’anco – Libertà, Nazionalità essi violarono e Giustizia, – costituitisi complici, ministri, satelliti dell’austriache paure, dell’austriache vendette, giust’appunto in ciò che concerne codesto Testamento politico».   

                        

1°) Ai miei figli, ai miei amici, ed a quanti dividono le mie opinioni, io lego: l’amore mio per la libertà e per il vero; il mio odio per la menzogna e la tirannide. Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga con l’impostura in cui è maestro, che il defunto compi, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico.

2°) In conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in istato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada.

3°) Dopo la mia morte, raccomando ai miei figli e ai miei amici di bruciare il mio cadavere, e di raccogliere un po’ delle mie ceneri in una bottiglia di cristallo che collocheranno sotto il ginepro favorito, a sinistra della strada che scende dal lavatoio;

4°) Io spero di vedere il compimento dell’unificazione italiana, ma se non avessi tanta fortuna raccomando ai miei concittadini di considerare i sedicenti Puri Repubblicani, col loro esclusivismo, poco migliori dei moderati e dei preti, e come quelli nocivi all’Italia

5°) Per pessimo che sia il governo italiano, ove non si presenti l’opportunità di facilmente rovesciarlo, credo meglio attenersi al gran concetto di Dante: fare l’Italia anche col diavolo ‘; ‘ Adattarsi alla propria condizione, cioè: quando si ha dieci, spendere nove: poiché, se avendo dieci si spende venti, la rovina è certa ed in conseguenza bisogna vendersi o suicidarsi. Tale massima è sancita dall’esperienza, e certo ne abbiamo prova in questo nostro infelice Paese dove una metà della Nazione si vende per far da sgherro all’altra

6°) Potendolo, e padrona di sé stessa, l’Italia deve proclamarsi repubblicana, ma non affidare la sua sorte a cinquecento dottori, che dopo averla assodata con ciarle, la condurranno a rovina. Invece scegliere il più onesto degli italiani e nominarlo dittatore temporaneo, e con lo stesso potere che avevano i Fabi ed i Cincinnati. Il sistema dittatoriale durerà sinché la nazione italiana sia più educata a libertà, e che la sua esistenza non sia più minacciata dai potenti vicini. Allora la dittatura cederà il posto a regolare governo repubblicano.

                                                          °°°°°°°°°°°°°°°°°°
Caprera, 2 luglio 1881

1°) Essendo assoluta mia volontà di aver il mio cadavere cremato, io lascio le disposizioni seguenti:
2°) Il mio cadavere sarà cremato al punto da me scelto, e marcato con un’asta di ferro portante un ingranaggio alla parte superiore, ove si appoggeranno i piedi del feretro.
3°) La testa del feretro si appoggerà sul muro a tramontana dell’asta. E la testa come i piedi del feretro, saranno assicurati da catenelle di ferro.
4°) Il mio cadavere nel feretro, ossia lettino di ferro, avrà il volto scoperto, e vestito con una camicia rossa.
5°) Al sindaco si parteciperà la mia morte quando il mio cadavere sarà incenerito completamente.
6°) Molta legna per il rogo.

g. garibaldi

Tra sogni e paure. L'ultima notte di Ayrton Senna

Simone Finotti - Gio, 03/03/2016 - 08:46

A più di vent'anni dalla morte del campione brasiliano di Formula 1 una mostra sulla carriera e sulle ore che hanno preceduto l'incidente in pista



Dopo più di 20 anni le immagini mettono ancora un brivido lungo la schiena: la monoposto che sfreccia ingovernabile a 250 all'ora, la curva del Tamburello inspiegabilmente tirata dritta e lo schianto tremendo sul muro a bordo pista.

La vettura divelta, le chiazze di sangue sull'asfalto, l'inconfondibile casco auriverde reclinato nell'abitacolo. Siamo a Imola, domenica 1° maggio 1994, ore 14 e 17 minuti, e milioni di sportivi in tutto il mondo trattengono il respiro: ecco gli ultimi istanti di vita di Ayrton Senna, uno dei piloti più forti e amati di sempre.

Un'esistenza breve, 34 anni appena, ma vissuta con l'acceleratore pigiato sempre al massimo. Specie l'ultimo decennio, passato in giro per il globo a bordo delle F1: Toleman, Lotus, McLaren, Williams, fino al drammatico fine settimana del 14° GP di San Marino, con quell'ultima notte, trascorsa nella Suite 200 dell'Hotel Castello a Castel San Pietro cercando di acciuffare un po' di concentrazione.

Ma niente: la mente corre al coetaneo Roland Ratzenberger, morto in qualifica quel giorno alla curva Villeneuve, e al giovane connazionale Rubens Barrichello, decollato il venerdì sul cordolo della variante bassa e salvo per miracolo. Proprio «Ayrton Senna. L'ultima notte» è il titolo di una mostra, intensa e commovente, aperta fino al 24 luglio negli spazi dell'Autodromo Nazionale di Monza, Museo della Velocità. L'idea nasce dal libro «Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna» del giornalista Giorgio Terruzzi, un racconto avvincente che ripercorre la carriera dell'asso brasiliano.

Ma siccome su «Beco» (così lo chiamavano i più intimi) di parole se ne sono già spese a fiumi, il percorso espositivo punta soprattutto sulle immagini, un centinaio di magnifici scatti di Ercole Colombo, il grande fotografo-poeta dei GP (dal 1970 ne ha seguiti oltre 600) inimitabile nel cogliere l'unicità di attimi rubati, senza fare sconti nemmeno sugli aspetti più intimi: lo sguardo al veleno fra Senna e Prost, i due eterni amici-colleghi-rivali, la Toleman che scoda nella pioggia, l'occhio del campione riflesso nello specchietto, l'espressione dubbiosa prima di una gara, la soddisfazione durante il montaggio del cockpit, l'estasi dell'ennesimo trionfo (saranno 41, alla fine, i GP conquistati).

Il tutto valorizzato dallo sfondo nero, drammatico e solenne, e dalla voce di Ayrton, che si sente in sottofondo. Ci sono anche oggetti rari, come giornali e riviste dell'epoca, alcune tute e il kart originale del 1979 con cui il pilota, che ancora era chiamato «Da Silva» (avrebbe scelto poi il cognome della madre, più riconoscibile) vinse le prime gare e rivelò il suo talento. E c'è un'ultima sala, come fuori dal tempo, che restituisce l'immagine di un campione profondo e sensibile, protagonista suo malgrado di quell'ultima notte affollata da desideri, pensieri e fantasmi: «È strano. Proprio quando penso di essere andato il più lontano possibile, scopro che posso spingermi ancora oltre».

Yoani Sánchez pensa solo ai soldi, a Cuba è libera di fare ciò che vuole". Lo sfogo del traduttore italiano della blogger

L'Huffington Post
Pubblicato: 09/05/2014 18:09 CEST

YOANI SNCHEZ

Yoani Sánchez ha disdetto il contratto con La Stampa e ha fatto di me un uomo libero, ché fino a ieri non potevo dire quel che pensavo, visto che la traducevo. Adesso che non ho più alcun legame e che gli interessi della blogger più ricca e premiata del mondo vengono gestiti dalla sua agente, Erica Berla, posso togliermi i sassolini dalle scarpe. Mi stavano facendo un male…

Comincia così la lettera aperta in cui Gordiano Lupi, scrittore ed editore toscano, si scaglia contro Yoani Sanchez, la famosa blogger cubana anticastrista, che in Italia aveva un blog su La Stampa e Internazionale. Lupi è stato biografo e traduttore italiano della Sanchez; insieme a lei ha scritto due libri. Ora che il contratto con La Stampa non c'è più, offre ai suoi lettori una descrizione della blogger molto diversa da quella di paladina della libertà. "Fa tutto per i soldi", a Cuba ha estrema libertà di movimento e fa tutto ciò che vuole.

"In realtà lo scopo di Yoani Sánchez è sempre stato quello di diventare ricca e famosa", scrive Lupi. "Adesso l’ha raggiunto. Adesso stia lontano da me, che ho perduto persino il diritto di rientrare a Cuba, mentre la principessa delle blogger entra ed esce come se fosse un moscone che un po’ ronza all’Avana, un po’ a Miami".

L'autore italiano, sposato con una donna cubana, spiega di essere rimasto estremamente deluso da Yoani.

Fin qui abbiamo viaggiato insieme, cara Yoani. Adesso basta. Il mio viaggio prosegue da solo, lontano dalle tue mire. Tocca anche Cuba, certo, che fa parte della mia vita, anche se molti cubani mi hanno deluso. Proverò a non pensarci, per rispetto a mia moglie, che è una cubana del popolo e non ha niente a che vedere con la tua alterigia borghese. E poi, l’ha detto anche Fidel Castro che sarà la storia a decidere. Vediamo chi assolverà.

E ancora:

Ho avuto il torto di credere nella lotta di Yoani Sánchez ritenendola una lotta di David contro Golia, una lotta che partiva dal basso per colpire il potere, una lotta idealista per la libertà di Cuba. Mi sono dovuto rendere conto – a suon di cocenti delusioni – che l’opposizione di Yoani era lettera morta, per non dire di comodo, come per far credere al mondo che a Cuba esiste libertà di parola. Ho cominciato a dubitare che Yoani fosse non tanto un’agente della Cia – come dicevano i suoi detrattori – quanto della famiglia Castro, stipendiata per gettare fumo negli occhi. Ma anche se non fosse niente di tutto questo, basterebbe il fatto che mi sono reso conto di avere a che fare con una persona che mette al primo posto interessi per niente idealistici.

Una blogger che conduce la sua vita tranquilla, che a Cuba nessuno conosce e che nessuno infastidisce, che non viene minacciata, imprigionata, zittita, che non ha problemi a entrare e uscire dal suo paese. Per la sua bella faccia mi sono preso offese e minacce di castristi e comunisti italiani, per aver condiviso una lotta inesistente, un sogno di libertà sperato da molti, ma non certo da lei, che pensava solo al denaro proveniente da premi e contratti. A questo punto non lo so se Yoani Sánchez è un’agente della Cia o della Rivoluzione Cubana. Non lo so e non m’interessa neppure di saperlo. So solo che non è la persona che credevo. Tanto mi basta.

Lupi racconta anche un episodio familiare che lo ha particolarmente deluso:

Un episodio su tutti avrebbe dovuto farmi aprire gli occhi sulla realtà, oltre un anno fa, quando mandai mia suocera a casa di Yoani per chiederle chiarimenti sul viaggio italiano. Ebbene, la fecero attendere sulle scale. Non la fecero passare neppure in sala. Un comportamento molto strano per un cubano del popolo. Avrei dovuto credere a mia suocera quando mi diceva: “Quella gente non lotta per la libertà di Cuba. A loro interessa solo riempirsi le tasche”. Non l’ho fatto e ho sbagliato. Ho creduto in una lotta ideale che non esisteva.

Poi attacca il nuovo progetto editoriale che vede coinvolta la blogger cubana:
Adesso Yoani Sánchez aprirà un periodico farlocco, come li chiamiamo qui in Italia, qualcuno dei servizi glielo traduca in cubano, io non lo so fare. Un periodico farlocco come L’Avanti di Lavitola, con tutto il rispetto per Lavitola. Aprirà un giornale, insieme ai suoi amichetti, che a Cuba non leggerà nessuno, perché consultabile on line. Ma a Yoani cosa importa? A lei basta che qualcuno lo finanzi, che si legga a Miami, tanto tanto in Spagna, che la comunità cubana continui a illudersi per una paladina inesistente.


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