sabato 5 marzo 2016

Giornalisti fusi e giornalisti zerbini

Piero Ostellino - Sab, 05/03/2016 - 08:18

Mi spiace che la gloriosa Stampa scompaia e finisca in un gruppo dentro il quale ci saranno altri giornali



La fusione fra La Stampa di Torino, la Repubblica di Roma e il Secolo XIX di Genova ha a proprio fondamento un progetto industriale.

Detto grossolanamente, si prefigge, come ogni soluzione strettamente industriale, di risparmiare quattrini utilizzando le strutture di ogni giornale che si fonde in un gruppo che comprende più giornali; col sistema informativo non c'entra per niente. Se mai, un progetto industriale è in contraddizione con il sistema informativo. La riduzione del numero delle testate in circolazione che esso comporta è una diminuzione del pluralismo informativo che presiede (dovrebbe presiedere) ad ogni democrazia liberale. Personalmente, da vecchio torinese, mi spiace che la gloriosa Stampa scompaia e finisca in un gruppo dentro il quale ci saranno altri giornali.

Avrei preferito sopravvivesse, così come mi auguro sopravviva il Corriere della sera - altro giornale cui sono affezionato perché vi ho passato gran parte della mia carriera giornalistica - dal quale l'attuale proprietà di riferimento, la Fiat, uscirà fra breve. Non è che la Fiat fosse quanto di meglio si potesse sognare della proprietà di un giornale. Come industria che produceva (produce) automobili, era (è) esposta ai capricci del governo di turno, o era (è) tentata di scambiare l'autonomia e l'indipendenza del suo giornale con qualche favore.

Abbiamo un giornalismo miserabile, che si caratterizza per la pubblicazione, sotto dettatura (i giornali sono diventati veri e propri porta parola) delle Procure. Diventerà, finalmente, un giornalismo accettabile quando certi cronisti giudiziari la smetteranno di essere il tappetino delle Procure per ottenerne i favori (cioè le informazioni sulle sentenze che non sono in grado di procurarsi da soli). Non è decente che articoli di giornale ripetano, magari in anticipo, parola per parola il testo delle sentenze...

Non succede in altri Paesi che la cronaca giudiziaria sia portavoce delle Procure, non si vede perché mai non debba succedere in Italia...Per esperienza personale, posso dire ai colleghi che si occupano di questi argomenti di starne alla larga. Se commentano criticamente una sentenza, corrono il rischio di essere querelati da qualche magistrato «democratico» uno che fa politica con le sentenze e di dover pagare somme salate a chi si è ritenuto offeso, mentre, in realtà, aveva solo bisogno di far soldi e li fa con la complicità di qualche collega sulla base di un rapporto similmafioso io faccio un piacere a te adesso e tu ricambierai a tempo opportuno...

Dico ai colleghi: quando un magistrato si dichiara «democratico», stategli alla larga, perché, sotto la maschera del democratico, si nasconde un mascalzone che non fa il suo mestiere, ma fa politica nella convinzione che il futuro (luminoso) del Paese dipenda dalla sue sentenze. Cari colleghi, non scrivete, neppure se lo sentite con i vostri orecchi che una sentenza è politica, perché è certo che sarete querelati e dovrete sborsare fior di quattrini per arricchire qualche mascalzone democratico di turno. In un Paese civile, la giustizia ha una funzione regolativa della convivenza sociale.

Solo in Italia ha (anche) quella, che non le è propria, di cambiare il mondo e di migliorare gli uomini... Eppure siamo il Paese di Cesare Beccaria, la patria del diritto fin dai tempi dei romani trasformata in una sorta di Chiesa all'interno della quale vige il dogmatico principio che le sentenze non si commentano, di esse non si parla, ma si applicano... senza commento. La politica si era prefissata di riformare il sistema giudiziario. Ma non lo ha fatto e quando un politico leggi Berlusconi - ha detto di volerlo fare, da qual momento è finito nei guai di decine di avvisi di garanzia, per non dire di sentenze da parte della magistratura cosiddetta democratica.

Non sono un tifoso del Cavaliere, ma trovo ugualmente scandaloso che un politico solo perché vuole mettere le mani sul sistema giudiziario finisca nei guai come ci è finito Berlusconi. piero.ostellino@ilgiornale.it

Gli amaReggiati

La Stampa
massimo gramellini

È solo grazie alla denuncia coraggiosa di alcuni sindacalisti che siamo venuti a conoscenza degli incredibili fatti della Reggia di Caserta, dove il nuovo direttore Mauro Felicori è posseduto dal demone della voglia di lavorare. Lasciamo il resoconto dei drammatici eventi alla loro prosa inconfondibile. «A cinque mesi dal suo insediamento spiace rilevare che il direttore permane nella struttura fino a tarda ora senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura museale».

I suoi predecessori, immuni dal morbo, sparivano un po’ prima della chiusura, seguiti a stretto giro dalla corte di impiegati e custodi. Anche Felicori si alza dalla scrivania verso le cinque, però non se ne va. Si mette a girare tra le sale della Reggia e controlla che tutto funzioni. Poi torna in ufficio e ci resta almeno fino alle nove. A preoccupare i sindacalisti non è tanto che il direttore «permanga nella struttura museale» fino a tarda sera, ma che si ostini a permanervi senza avere presentato apposita richiesta su carta bollata. Un atteggiamento provocatorio che crea disagio tra i dipendenti, i quali potrebbero essere persino tentati di imitarlo. 

Come se non bastasse, il bolognese Felicori non si schioda dalla Reggia neppure nei fine settimana, quando si fa raggiungere dalla moglie. La sua ossessione ha già prodotto una conseguenza allarmante: l’aumento del 70 per cento dei visitatori e del 105 per cento degli incassi. Quest’uomo va assolutamente fermato, prima che il virus del cattivo esempio dilaghi fino a Pompei.

Medaglia in Germania a un boia di Marzabotto, la Regione Emilia-Romagna: “Oltraggio alle vittime”

La Stampa



È uno dei boia della strage di Marzabotto, ma in Germania ha ricevuto una medaglia all’onore. Lui è Wilhelm Kusterer, ex Ss, che nell’autunno del ’44 si trovava lì dove si consumava uno dei più atroci crimini contro i civili italiani da parte dei tedeschi. 

E così Marzabotto, consegnata alla storia come paese simbolo della violenza nazista in Italia, è costretta a riaprire una ferita a 72 anni di distanza. La municipalità tedesca di Engelsbrand ha infatti attribuito un riconoscimento a uno degli autori del massacro della collina di Monte Sole, sull’Appennino bolognese, dove fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 ci fu una retata e l’assassinio sistematico di 770 tra bambini, donne e uomini. Kusterer, che oggi ha 94 anni, l’ha ricevuta mesi fa dal sindaco di Engelsbrand «per aver reso grandi servigi al suo comune di origine», 4300 abitanti, nel land del Baden-Wuerttemberg, non troppo distante dal confine con la Francia.

«La denuncia del Presidente del Comitato Onoranze ai Caduti di Marzabotto Walter Cardi, che ha appreso dalle pagine del Pforzheimer Zeitung, merita grandissima attenzione», ha detto il deputato Pd Andrea De Maria. «Credo che tutto il Paese, le sue istituzioni, i partiti politici debbano sostenere la richiesta dei familiari delle vittime dell’eccidio nazifascista di Marzabotto perché il Governo della Germania intervenga e chieda la revoca di quel riconoscimento».

D’accordo anche la Regione Emilia-Romagna: l’assessore alla Cultura, Massimo Mezzetti, ha detto di aver già parlato con il presidente Bonaccini della vicenda e di essere già al lavoro: «Nelle prossime ore muoveremo tutti i passi necessari nei confronti del Land Baden-Wuerttemberg e del Comune di Engelsbrand per chiedere l’immediato ritiro dell’assurdo riconoscimento assegnato a un criminale nazista. Quella medaglia è un oltraggio non solo alle persone barbaramente uccise dall’ex SS e ai loro familiari, ma a tutti noi che da sempre siamo impegnati nel tramandare il ricordo dell’orrore nazifascista per costruire un futuro democratico e di pace». 

Pedofilia

La Stampa

Avessimo sbagliato con quella storia di libera Chiesa in libero Stato?

Il senatore ex grillino che vuol dimettersi ma non ci riesce mai

Lodovica Bulian - Sab, 05/03/2016 - 08:23

La strana storia di Giuseppe Vacciano, ex M5S



Da oltre un anno sta tentando invano di dimettersi dal Senato. Prigioniero di una poltrona che non vuole più occupare, disilluso dal sogno di una «democrazia orizzontale» a cinque stelle e ansioso di ritornare alla sua vita com'era prima di incrociare la politica.Giuseppe Vacciano, 44 anni, ex tesoriere del M5S, espulso e costretto ad approdare tra gli scranni del gruppo Misto, ci ride su, anche se comincia a perdere la pazienza.

L'istanza con cui ha presentato le dimissioni il 22 dicembre 2014 è impantanata nella palude di provvedimenti in attesa di calendarizzazione a Palazzo Madama, dopo essere stata respinta per due volte dall'Aula. «Si sta prolungando la mia permanenza in questa istituzione oltre la mia volontà, e io non ho cambiato idea», denuncia. Originario di Latina, dipendente della Banca d'Italia in aspettativa prestato alla politica con la militanza nei primissimi meet up del Movimento Cinque Stelle, quando la creatura di Beppe Grillo non era ancora un partito e la conformazione che avrebbe assunto con il direttorio allora impensabile, Vacciano è un puro epurato.

È il novembre 2014 quando in Parlamento il M5s inizia a prendere le sembianze di una struttura partitica con i cinque del direttorio, e il senatore non riconosce più «lo spirito degli inizi». Vede la strada imboccata dal movimento «allontanarsi» sempre di più dalla «base» e dalla sua missione. Decide dunque per «coerenza» di rimettere il mandato, «pur disponibile a rimanere nel gruppo fino al via libera dell'Aula» al suo «licenziamento». Mai avrebbe pensato che un anno dopo si sarebbe trovato ancora senatore. Invece i mesi passano, Vacciano reo di dissidenza viene espulso e approda nel Misto in attesa che il presidente Grasso metta in agenda le dimissioni.

Puntualmente respinte, come da prassi, la prima volta. Ci mettono però altri sette mesi per ritornare al voto, e anche in questo caso, a settembre 2015, vengono bocciate. C'è addirittura chi maligna che a ostacolare la «liberazione» nel segreto dell'urna sia una certa maggioranza insofferente all'ingresso a Palazzo Madama di un'altra ortodossa anima grillina, visto che lo scranno spetterebbe al primo dei non eletti. Ma il senatore fuga i dubbi: «Ho sempre votato e continuo a votare in linea con il movimento. Vorrei semplicemente tornare al mio lavoro», e sì, chiarisce «con la politica ho chiuso».

Forse è proprio questo a scandalizzare, punge Vacciano, «il fatto che si possa rinunciare alla poltrona, mentre io considero la dimissione politica una scelta nobile». Dei solleciti che ha inviato al presidente dell'emiciclo, Pietro Grasso, ha perso il conto. «Ho fatto ripetutamente presente che questo stallo è una mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini a cui intendo restituire un rappresentante della forza politica con cui sono stato eletto. Trovare uno spazio per una votazione di pochi minuti non credo rappresenti un problema». Chissà se la terza, se verrà, sarà davvero la volta buona.

Arriva dall’Italia l’ultimo spyware di Hacking Team individuato online

La Stampa
carola frediani

Dei ricercatori hanno trovato un nuovo campione del software Rcs, in passato utilizzato in molti Stati. Ed arriva proprio dal nostro Paese. Ecco cosa sappiamo e le domande che restano



Arriva dall’Italia il campione di software attribuito ad Hacking Team rinvenuto qualche giorno fa da alcuni ricercatori di sicurezza internazionali sul sito Virus Total. La Stampa ha potuto verificare indipendentemente che l’indirizzo IP di chi ha inviato una parte del malware è italiano. Dato che ci è stato confermato anche dal primo analista che ha individuato il software, Claud Xiao.

E questo apre una serie di scenari e di domande interessanti.Ma ripercorriamo gli eventi per capire di cosa stiamo parlando. Hacking Team, la nota azienda italiana che vende spyware (software spia) a governi di tutto il mondo, alcuni – come abbiamo scritto spesso in passato - anche pesantemente criticati per violazioni dei diritti umani, ha subito un pesante attacco informatico lo scorso luglio che ha riversato online, oltre a molte sue email e documenti interni, il codice sorgente del suo software, Rcs, Remote control system.

Ciò aveva portato a una sospensione della sua attività e aveva fatto preoccupare varie istituzioni italiane. Tuttavia Hacking Team aveva poi dichiarato di stare lavorando a una nuova versione della sua piattaforma, aggiungendo che presto sarebbero tornati operativi. Ora, a sette mesi dell’attacco, sembra esserci la prima prova del fatto che la società milanese (e i suoi clienti) stiano usando un nuovo software Rcs.

E lo stanno probabilmente usando in Italia, cosa che in linea teorica non stupisce molto considerato il suo esteso utilizzo passato in attività di indagine interne. Ricordiamo che tra i suoi clienti nel nostro Paese c’erano ad esempio la Polizia, i Carabinieri, la Guardia di Finanza, i servizi segreti. Tuttavia va ricordato che l’utilizzo del software da parte di questi clienti (cioè da parte del governo italiano) era stato fermato per un tempo indefinito dopo l’attacco di luglio.

Come si è arrivati a questa scoperta? Il campione di software, che nel caso specifico prendeva di mira computer Mac, è stato inviato da qualcuno lo scorso 4 febbraio sul sito Virus Total, usato da utenti e analisti per far scansionare un file da molteplici antivirus e per analizzare gli eventuali campioni di malware (software malevolo) conseguentemente caricati.

Il 4 febbraio dunque qualcuno dall’Italia (o, come ipotesi alternativa anche se meno probabile, usando un proxy il cui IP sia italiano) ha inviato su Virus Total due file appartenenti allo stesso campione di software: un file zip dal nome (piuttosto esplicito) Mac.zip e il file eseguibile contenuto nello stesso. A cosa serve questo tipo di software? In gergo si chiama dropper, e la sua funzione è di depositare il malware nel computer target, dando inizio all’infezione (che poi prosegue attraverso vari stadi, aumentando progressivamente l’estensione del controllo da remoto dell’attaccante sul pc infettato).

Il dropper è un pezzo di software molto importante nella piattaforma Rcs di Hacking Team perché ha il compito di infettare l’apparecchio di nascosto, senza essere individuato dagli antivirus. Per questo usa una serie di stratagemmi per mimetizzarsi. Chi ha caricato quel campione di software su Virus Total voleva molto probabilmente farlo testare agli antivirus. Ricordiamo che dopo il leak di luglio, poiché il codice di Rcs era accessibile da chiunque online, era anche facilmente individuato da tutti i principali fornitori di protezioni per computer.

Claud Xiao, un ricercatore di Palo Alto Networks, qualche giorno fa ha dunque individuato questo campione su Virus Total (su come abbia fatto ci torniamo dopo), lo ha analizzato e inviato a un altro ricercatore, Pedro Vilaca, a cui se ne sono aggiunti altri come Patrick Wardle. Le conclusioni a cui sono giunti è che: si tratterebbe molto probabilmente di una nuova versione di Rcs prodotta proprio da Hacking Team (e non invece riutilizzata da altri attori, ad esempio gruppi cybercriminali); è comunque basata ancora in gran parte sul codice vecchio di Rcs, il che può significare forse che ancora la società milanese non ha avuto il tempo di rinnovare profondamente il codice (o che non lo

ritiene necessario); il software conterrebbe alcune innovazioni tecniche, ad esempio un sistema per rendersi invisibile che consiste nel nascondersi usando la stessa cifratura nativa di OSX, il sistema operativo di Apple, e controllerebbe proprio la presenza di nuove versioni di OSX; il campione sarebbe datato ottobre 2015, il che significa che a tre mesi dall’attacco Hacking Team era tornata in qualche modo operativa; comunque quel campione appena caricato, e prima di essere scoperto dai ricercatori, era di fatto invisibile a tutti gli antivirus presenti su Virus Total (ora non più, viene individuato da parecchi venditori di protezioni dal malware, che in questi giorni si devono essere precipitati ad aggiornare i loro motori).

Come ha notato anche Kaspersky Lab, il software in questione ha tutte le funzionalità degli spyware usati in passato dalla società milanese: fare screenshot dello schermo; rubare informazioni dalle applicazioni, dalle voci della rubrica, dagli eventi del calendario e dalle chiamate; spiare la vittima abilitando la fotocamera e il microfono, osservando le chat, leggendo email, SMS e MMS, e geolocalizzando il dispositivo; inoltre si sincronizzerebbe con dei server in Gran Bretagna (probabilmente il primo anello della catena di proxy con cui viene mascherato il cliente che poi effettua la raccolta dati dai computer infettati).

Hacking Team, contattata da La Stampa, come sempre non rilascia dichiarazioni in merito ai suoi prodotti o clienti, anche se sembra trapelare un certo stupore per l’idea - veicolata dai media - che la società sia «tornata» di colpo sulla scena, dal momento che la loro posizione anche dopo l’hack è sempre stata quella di essere al lavoro per essere presto nuovamente operativi.

Ciò detto, rimangono a questo punto due domande principali: chi ha caricato il campione su Virus Total? E come è stato trovato e individuato il campione da Claud Xiao nella gran massa di file caricati su Virus Total, dal momento che era passato inosservato agli antivirus? A questa seconda domanda Xiao ha detto alla Stampa di non poter rispondere. «Non stavamo specificamente cercando campioni di Hacking Team», ci ha scritto però Xiao. «Abbiamo usato i nostri sistemi/metodi per monitorare e identificare tutto il malware collegato a OSX e iOS, e questa è stata una delle nostre scoperte».

In quanto alla prima domanda, Xiao ci conferma invece (come si vede anche dall’ultima riga nello screenshot qua sotto che abbiamo ottenuto in modo indipendente) che la provenienza del file è italiana. «L’origine del primo caricamento (submission) su Virus Total è l’Italia». Pur non potendo escludere del tutto l’uso di un proxy che esca in Italia, sembra plausibile che chi abbia caricato il campione sia italiano. Forse un target insospettito (curioso però che possa aver ricevuto un file denonimato mac.zip) o forse un cliente di Hacking Team che voleva testare il software.

Reggia di Caserta, sindacati all’attacco: «Il nuovo direttore lavora troppo»

Corriere della sera

L’accusa: «Permane nella struttura fino a tarda ora. Tale comportamento mette a rischio la struttura». Renzi contro i sindacati: «La pacchia è finita»

Mauro Felicori
BOLOGNA - Lavora troppo, sta in ufficio anche di sera e non torna a casa nemmeno nel weekend. Evidentemente, è una cosa mai vista e grave. Non solo: «Mette a rischio l’intera struttura» dove lavora. Sono le parole con cui i sindacati «denunciano» al ministro della Cultura Dario Franceschini il comportamento giudicato sconsiderato di Mauro Felicori, dall’agosto scorso numero uno della Reggia di Caserta che è andato a dirigere lasciando la sua città, Bologna, e il lavoro in Comune.

SUI SOCIAL - La notizia, uscita venerdì sul quotidiano Il Mattino di Napoli, in poche ore fa il giro dei social e a Bologna sta destando stupore ma anche ammirazione per lo storico dirigente di Palazzo D’Accursio super-esperto di cultura. Tantissime le manifestazioni di solidarietà sul profilo Facebook di Felicori, dove qualcuno arriva addirittura a candidarlo a sindaco di Caserta. A scrivere sono politici ma soprattutto gente «normale», compreso lo staff dello storico Caffè Terzi, in centro a Bologna.

L’ACCUSA DEI SINDACATI - «Il direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura». È questo il passaggio chiave dell’accusa dei sindacati (lo hanno firmato più sigle, ma non tutte), che a quanto pare è stata anche presa in considerazione, visto che Il Mattino scrive che a Felicori sono state chieste delle spiegazioni.

IL DOCUMENTO DI PROTESTA - Il documento si intitola «Gestione della Reggia di Caserta. Rilievi» e, oltre che al capo di gabinetto di Franceschini, è stato inviato anche al segretario generale del ministero dei Beni Culturali e ai responsabili della Direzione generale dei musei: Giampaolo D’Andrea, Antonia Pasqua Recchia e Ugo Soragni. Questo l’incipit: «A cinque mesi dall’insediamento del nuovo direttore della Reggia di Caserta spiace rilevare che...». Di certo, nel mirino dei lavoratori c’è -oltre che gli orari da stakanovista di Felicori- anche la piccola grande «rivoluzione» che il dirigente bolognese in questi mesi ha portato a Caserta. Alcuni dipendenti sono stati spostati, scrive ancora Il Mattino, ma non solo.

CAMBIAMENTI IN VISTA - L’obiettivo di Felicori, a cui è stata affidata la missione di rimodernare e riportare in auge la Reggia di Caserta, facendo crescere il numero dei visitatori e riorganizzando il servizio, sarebbe quello di arrivare a tenere aperta la struttura sette giorni su sette, togliendo anche lo storico riposo del martedì, giorno in cui i dipendenti stanno a casa perché la Reggia è chiusa. Dopo i primi cambiamenti di questi mesi, dunque, ne arriveranno altri. E questo non entusiasma tanti lavoratori, che già ora trovano scomoda la presenza costante di un direttore che non torna a Bologna neanche nel weekend (si è trasferito in provincia di Napoli), abituati com’erano - scrive il quotidiano napoletano - a precedenti figure che si trattenevano a Caserta il minimo indispensabile facendo la settimana corta e lasciavano l’ufficio ben prima di loro.

RENZI - Della vicenda si è occupato anche il premier. Matteo Renzi ha pubblicato sul suo profilo Facebook una foto con Felicori scattata durante l’ultima visita alla Reggia con un messaggio. «`Questo direttore lavora troppo. Così non va’. Questo il grido d’allarme lanciato contro il nuovo direttore della Reggia di Caserta, Mauro Felicori — ha scritto il premier —. L’accusa sembra ridicola, in effetti lo è. I sindacati che si lamentano di Felicori, scelto dal governo con un bando internazionale, dovrebbero rendersi conto che il vento è cambiato. E la pacchia è finita!».

04 marzo 2016

Paypal, l'Antitrust interviene su "clausole vessatorie" e chiede trasparenza

repubblica.it
PINO BRUNO

Regole poco chiare sul Programma Protezione Acquisti e sul foro competente in caso di controversie. L'Autorità italiana interviene

Paypal, l'Antitrust interviene su "clausole vessatorie" e chiede trasparenza

L'Antitrust ha chiesto e ottenuto un dietrofront a Paypal: l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha ritenuto "vessatorie" alcune clausole imposte agli utenti del colosso dei pagamenti. Le nuove condizioni, decisamente più trasparenti, diventeranno operative dal 23 marzo prossimo.

Una delle clausole che ha fatto storcere il naso all'Authority riguarda i rimborsi previsti dal "Programma Protezione Acquisti" e, in particolare, il concetto di prodotto (acquistato) "notevolmente non conforme alla descrizione". Ebbene, l'Antitrust ha ritenuto vessatoria questa condizione "in quanto in grado di limitare l'applicazione dei rimborsi garantiti da PayPal in caso di consegna di un bene difforme dalla descrizione, tenuto conto che la società non definiva chiaramente il concetto di prodotto 'notevolmente non conforme alla descrizionè riservandosi una discrezionalità nella verifica delle effettive difformità". Le nuove condizioni imposte dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato non lasciano più margini di ambiguità, limitano la discrezionalità di Paypal e tutelano il consumatore.

Stesso discorso per quel che riguarda la legislazione da applicare e la giurisdizione competente in caso di contenzioso. Paypal indicava leggi e tribunali del Regno Unito e del Lussemburgo, mentre l'Antitrust ha chiesto e ottenuto il rispetto delle norme europee, e cioè che la competenza - in caso di controversie - è del foro di residenza del consumatore. Il testo completo del provvedimento è disponibile sul sito dell'Authority. La sintesi dovrà essere pubblicata per dieci giorni consecutivi sulla home page di Paypal Italia, "con adeguata evidenza grafica".

L’Onu con la Apple e contro l’Fbi

La Stampa
luigi grassia

“Costringere a sbloccare l’iPhone sarebbe un precedente pericoloso”



L’Onu si fa sentire a difesa della Apple contro l’Fbi americano. Dicono le Nazioni Unite che costringere la Apple a sbloccare l’iPhone di uno degli autori della strage di San Bernardino, come le ha ordinato di fare l’Fbi, rischia di aprire un «vaso di Pandora».

A dirlo è l’Alto commissario Onu per i diritti unmani, Zeid Ra’ad Al Hussein, secondo cui l’ordinanza dell’Fbi se applicata v creerebbe un precedente che potrebbe avere serie ricadute sui diritti umani. «Per risolvere un singolo problema legato alla sicurezza che riguarda un caso di decrittazione - si legge in un comunicato dell’Alto commissario Onu - le autorità rischiano di aprire un vaso di Pandora, che potrebbe avere implicazioni molto negative per i diritti umani di molti milioni di persone, inclusa la loro sicurezza fisica e finanziaria». 

Cane scappa di casa e va sul luogo dove è scomparso il suo proprietario

La Stampa
fulvio cerutti

Con il passare dei giorni la famiglia di Kerry Morgan ha perso la speranza di rivederlo vivo, ma non la sua cagnolina, che fedele lo aspetta.

L'uomo, 53 anni, è scomparso la scorsa settimana durante una passeggiata lungo la riva del fiume Waikato, vicino alla sua casa a Hamilton, in Nuova Zelanda. Con lui c'era la sua quattrozampe Ataahua. Kerry non ha fatto più ritorno a casa. Di lui si sono trovati solo il cappello e le scarpe sulla riva del fiume dove era solito sedersi mentre la sua cagnolina si faceva una nuotata perché l'acqua è più bassa. 



Non vedendolo tornare, sono subito scattate le ricerche. Sul posto però c’era solo Ataahua. Mentre i sommozzatori hanno iniziato a dragare il fiume, la quattrozampe è stata portata a casa dalla figlia di Kerry. Ma Ataahua non ha voluto accettare l'idea di non poterlo più rivedere: alla prima occasione è così fuggito dall'abitazione ed è ritornato sul luogo dove ha visto per l'ultima volta l'uomo che l'ha cresciuta sin da un cucciola.



«Quando ci è stato detto che mio padre era scomparso, mio fratello e mia sorella sono venuti qui a casa, in attesa di notizie da parte della polizia - ha detto Lorraine al New Zealand Herald -. Hanno lasciato Ataahua fuori di casa per farle fare i suoi bisogni. Ma quella notte non è tornata e siamo dovuti andare a cercarla. Uno dei poliziotti e mio fratello l'hanno trovata lungo il fiume di nuovo nello stesso posto, stava seduta lì. Sta aspettando il suo ritorno».

Ma per ora quel ritorno sembra lontano. Dopo aver dragato il fiume e aver perlustrato le zone limitrofe, di Kerry non ci sono tracce. Ma Ataahua non perde la speranza.

Il tempo ritrovato: come funziona “Accadde oggi” di Facebook

La Stampa
diletta parlangeli

Un algoritmo riporta ogni giorno in primo piano un ricordo degli anni precedenti, ma a volte lo viviamo come una forzatura. Vi spieghiamo perché



«Sei importante per noi, così come lo sono i ricordi che condividi. Abbiamo pensato che ti avrebbe fatto piacere rivedere questo post di sei anni fa», firmato: Facebook. 

“Accadde oggi” (On This day), lanciata a marzo dello scorso anno, è la funzione con la quale il social network propone ai propri utenti, ogni giorno, i contenuti che hanno pubblicato in quella stessa data negli anni precedenti. Rispetto però a molte altre funzioni che risultano personalizzabili – con più o meno impegno – questa storia dei ricordi sembra essere la più difficile da gestire dall’utente.
Facebook, oltre a proporre in automatico un vecchio post quando si accede alla piattaforma, dedica alla funzione una pagina a sé stante, alla quale si accede dalla colonna sinistra del News Feed, la home page. Lì si trovano più contenuti, la possibilità di disattivare le notifiche (opzioni: “no” e “tutti i ricordi”) o comunicare al sistema le proprie preferenze: scegliere quali persone si desidera non vedere più e, in teoria, anche indicare quali periodi di tempo si vorrebbe fossero rimossi. 

Peccato che, seguendo l’iter preferenze > filtri > date > modifica, il social non reagisca come dovrebbe. S’incanta su una data, tende a considerare intervalli di tempo che non vadano oltre l’anno. Qualsiasi cosa faccia, non è mai esattamente ciò che gli viene richiesto di fare. 
L’idea del ripescaggio dall’infinita memoria di dati che vengono distribuiti online non è un’idea nuova: il servizio Timehop propone salti di un anno per i suoi utenti, vantandosi di aver inventato il concetto di “nostalgia digitale”. La differenza è che i nostalgici Timehop possono scegliere. “Accadde oggi”, invece, sembra violare l’intimità del personale sguardo al passato. Come se i ricordi avessero un prezzo.

«La forzatura più grande di questo processo – spiega Davide Bennato, docente di Sociologia dei Media Digitali all’Università di Catania - sta nel fatto che Facebook costringe a un’organizzazione legata all’asse del tempo, quando invece la nostra memoria tende a meccanismi sinestetici ed esperienziali». Per intendersi, la madeleine di Proust sarebbe esclusa da questo giochino, a meno di non averla fotografata su Instagram e postata.

«L’aspetto che più colpisce è che venga proposta una memoria di tipo autoreferenziale – rincara la dose Tiziano Bonini, esperto di cultura digitale e ricercatore in media studies all’Università Iulm di Milano – Normalmente invece, si pensa se stessi nell’ambito di un contesto collettivo (‘Dov’ero quando sono cadute le Torri Gemelle, o durante i Mondiali’?): Facebook ribalta la prospettiva riportando tutto al proprio ombelico».

Un processo che non sembra casuale: «Pare che voglia rinvigorire l’abitudine a condividere contenuti interni al social network – continua Bonini – Dopotutto, Facebook commercializza emozioni. La ripubblicazione di un contenuto genererà altre reazioni emotive (like e affini) negli utenti, reazioni che Facebook potrà studiare per proporre contenuti simili”. In questo senso, Bonini pensa che si tratti di “uno strumento per il rafforzamento della manutenzione delle relazioni sociali». 

Non sembra, tuttavia, che ci siano margini per il social network di riuscire ad ampliare l’area semantica del termine “ricordi”, così com’è successo con quello di “amicizia”: «I ricordi sono una parte troppo integrante dell’identità – risponde Bennato - Al momento questa rigida sequenza di contenuti proposta all’utente non è rappresentativa. Servirebbe un sistema più sofisticato, che proponesse un cluster di post che definisce una particolare esperienza». 

Scadenza dei cibi: quando non è vincolante

La Stampa

Bisogna buttare il cibo scaduto? Dipende: alcuni cibi si possono consumare ben oltre la data di scadenza

Leggere l'etichetta

La maggior parte delle persone quando legge che la data di scadenza impressa sull’etichetta di un alimento è superata butta il cibo in questione. Si suppone infatti che oltre quella data esso sia compromesso nel sapore e pericoloso per la salute, ma non è sempre esattamente così: alcuni cibi si possono consumare anche dopo diverse settimane, se ben conservati e integri nella loro confezione.
Lo afferma - tra i tanti - Dan Cluderay, che gestisce Approved Food, uno store online dove vengono rivenduti cibi che hanno superato o stanno per superare la data di scadenza, ma sono ancora perfettamente consumabili.

Moltissime volte quando si buttano alimenti scaduti si commette uno spreco, perché in realtà non c’è nulla di nocivo o pericoloso nel mangiarli. Ma come sapere quali si possono consumare? Occorre fare distinzione tra le diciture delle etichette innanzitutto: ‘da consumarsi preferibilmente entro’ significa che non si tratta di una data categorica, ma che oltre quel giorno il cibo potrebbe subire dei piccoli cambiamenti organolettici; mentre ‘da consumarsi entro’ indica la necessità di seguire la data di scadenza con maggiore rigidità perché si tratta di alimenti facilmente deperibili (carni fresche, formaggi freschi, pasta fresca, prodotti ittici freschi, etc).

Spiega Cluderay, e non è il solo a pensarlo, che molti alimenti confezionati sono assolutamente buoni da mangiare anche dopo la data indicata (pesce in scatola, conserve, verdure sott’aceto) fino a qualche mese dopo, quelli essiccati anche di più (legumi, riso, pasta secca). Ma se a mangiare dei ceci secchi scaduti non ci si fanno grossi problemi, potrebbero insorgere dei dubbi su yogurt, latte, uova, verdure. E invece, afferma Cluderay, anche su questi c’è la possibilità di limitare gli sprechi. Lo yogurt per esempio si può mangiare anche 6 giorni dopo la sua data di scadenza, anche di più se non risulta inacidito; stesso discorso per il latte pastorizzato (diverso da quello fresco), che se conservato nella confezione integra si può consumare fino a 4-5 giorni dopo la scadenza – fidatevi del vostro naso, un latte andato a male si sente subito.

Per quanto riguarda i formaggi a pasta dura o stagionati, se si presenta un angoletto di muffa basterà toglierlo e consumare il resto. E le uova? Le uova scadute si possono mangiare ancora (c’è chi sostiene anche dopo una settimana), ma è meglio consumarle ben cotte; c’è un ‘test della nonna’ assolutamente valido da fare: mettete l’uovo in una ciotola con dell’acqua: se viene a galla, significa che batteri hanno iniziato a formarsi al suo interno, quindi buttatelo via. Le verdure non hanno obbligo di data di scadenza, a meno che non siano trattate - già affettate per esempio, quindi fino a che non presentano muffe non c'è problema, e nel caso di alcuni ortaggi 'duri' (broccoli, cavoli, patate, carote) spesso basta togliere la parte ammaccatta e consumare il resto.

Sono consumabili ben oltre la scadenza barrette di cioccolato, marmellate, merendine, biscotti secchi e tutti quei prodotti ricchi di zuccheri, i quali agiscono da conservanti; anche il pane confezionato, se non presenta muffe, si può tranquillamente mangiare, al massimo sarà meno fragrante (stesso dicasi per crackers o fette biscottate). Uguale il discorso per patatine e cibi confezionati ricchi di conservanti, che, pur non essendo particolarmente sani, non presentano pericoli legati alla loro scadenza.

Perquisizione all’alba in casa Lula L’ex presidente prelevato dalla polizia

Corriere della sera

di Rocco Cotroneo, da Rio de Janeiro

Misura coercitiva per obbligare l’ex leader a deporre nell’ambito della mega inchiesta anti-corruzione «Lava Jato». Dubbi su due immobili della famiglia



La Mani Pulite brasiliana arriva al cuore del potere e abbatte un mito. L’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva è stato prelevato all’alba dalla sua abitazione e portato nella sede della polizia per una deposizione. Non è un arresto, ma una misura coercitiva per obbligarlo a rispondere alle domande dei magistrati. Misure analoghe sono state applicate nei confronti della moglie, l’ex first lady Marisa, e due figli della coppia. I giudici di Curitiba — dai quali è partita oltre un anno fa la cosiddetta operazione Lava Jato — vogliono vederci chiaro su due immobili riconducibili a Lula e famiglia. Una casa di campagna ad Atibaia, non lontana da San Paolo, e un appartamento vista mare sul litorale atlantico.
Trattamenti
In entrambi gli immobili, secondo le accuse, Lula avrebbe avuto trattamenti di favore, nell’acquisto e nella ristrutturazione, dalle società di costruzione implicate nello scandalo Petrobras. I fatti sarebbero avvenuti mentre Lula era ancora presidente, nel 2009 e anche dopo. Si sospetta insomma che attraverso i «lavori» nei due immobili, Lula abbia di fatto ricevuto tangenti. Lula nega la proprietà delle due case e si proclama innocente e «pulito».
Perquisizione all’alba
Quella di campagna è intestato ad amici del figli (ma la polizia ha dimostrato che Lula ci è andato più di cento volte) mentre l’acquisto dell’appartamento al mare, spiega la famiglia dell’ex leader, è saltato al momento di firmare il rogito. Lula ha sempre opposto resistenza alle richieste dei magistrati di interrogarlo, da cui la spettacolare operazione coercitiva di ieri. Non ci sarebbero al momento mandati di prigione. Le auto della polizia sono arrivate attorno alle 6 del mattino sotto al palazzo di São Bernardo do Campo, periferia di San Paolo, dove l’ex presidente vive con la moglie. Quattro automobili sono entrate nel palazzo mentre una decina di agenti sono rimasti nella portineria.

Poi Lula è stato caricato su un auto e portato nella sede della Polizia Federale. Tra gli indagati di questa fase dell’operazione Lava Jato, oltre a Lula, la moglie, i figli e una nuora, ci sono una quindicina di personaggi e società che gravitano attorno all’ex presidente, tra cui alcuni degli amici più fraterni della famiglia.

4 marzo 2016 (modifica il 4 marzo 2016 | 12:06)

Pensionato rovista tra i rifiuti e gli immigrati lo deridono

Claudio Cartaldo - Ven, 04/03/2016 - 12:31

Una foto pubblicata sui social dal consigliere regionale di Forza Italia in Abruzzo, Lorenzo Sospiri, fa scattare la polemica

L'immagine scattata a Pescara. La foto che racconta "il mondo alla rovescia" dell'Italia che accoglie gli immigrati e dimentica nella povertà gli italiani. Lorenzo Sospiri, consigliere regionale di Forza Italia in Abruzzo l'ha pubblicata sul suo profilo facebook. Si vede un pensionato italiano rovistare tra i rifiuti. Sullo sfondo tre immigrati che lo guardano, uno di loro sembra sorridere.

"Nella foto scattata da me a Pescara in nostro connazionale rovista nella spazzatura alcuni stranieri lo osservano mentre vanno a spasso - scrive Sospiri - Denunciare è doveroso lo faccio e non smetterò di farlo,anche i numeri sono razzisti? O invece questa Regione e questa Nazione vanno alla rovescia è non è il caso di raddrizzarla?".

L'occasione è anche quella per riportare alla luce le disparità di trattamento tra immigrati e italiani. "Il Fondo Sociale Nazionale assegna all'Abruzzo 7 milioni di euro circa e per la non Autosufficienza 9, 5 milioni di euro. In totale, quindi, 16, 5 milioni di euro per aiutare gli abruzzesi in difficolta; in Abruzzo ci sono 554.710 famiglie di cui 80.000 in situazione di povertà relativa 30.000 in povertà assoluta, 37.806 anziani ultra 75enni e 70.000 persone con invalidità. Le 4 Prefetture abruzzesi hanno fatto bandi per il 2016 per assistere 2900 migranti (500 circa a Pescara), presunti rifugiati (moltissimi molto molto presunti) per una spesa totale di 29.5 milioni di euro".
Se non vi sembra disparità questa.

Condanna a 9 mesi per lo youtuber Giuseppe Simone

Chiara Sarra - Gio, 03/03/2016 - 14:03



Con i suoi video-appelli su YouTube con cui cerca una donna, Giuseppe Simone è diventato una star (trash) del web.

Ma ora il 42enne di Neviano (Lecce) deve fare i conti con la giustizia.
È stato infatti condannato a nove mesi di reclusione per aver diffamato e minacciato la pornostar Roberta Gemma, 35 anni, di Frascati. Simone è stato condannato anche al risarcimento dei danni in sede civile. Nei suoi filmati aveva minacciato di morte la Gemma ed il suo compagno Roberto Giulianelli o le aveva dedicato "versi" con riferimenti espliciti a rapporti sessuali. Parole che alla lunga hanno offeso la pornostar che lo ha denunciato.