lunedì 7 marzo 2016

Tesoro di Mussolini, il sindaco Pd di Predappio: «Datelo a noi per il museo sul fascismo»

espresso.repubblica.it

di Paolo Fantauzzi

Il primo cittadino del paese del Duce ha in mente un progetto museale che faccia i conti con la storia del Ventennio. Propone che i beni conservati in Bankitalia facciano parte della collezione. E a chi paventa il rischio che diventi meta di pellegrinaggi nostalgici ribadisce: “Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto”

Tesoro di Mussolini, il sindaco Pd di Predappio: «Datelo a noi per il museo sul fascismo»
La tomba di Mussolini a Predappio

Da qualche giorno Giorgio Frassineti, sindaco Pd di Predappio, è ricercatissimo. Due settimane fa lo ha cercato la Cnn, poi Le Monde, lo ha intervistato una troupe della tv slovena e nei giorni scorsi era su Rai3. Motivo, il museo sul Ventennio che intende realizzare nella vecchia Casa del fascio: un palazzone da 2400 metri quadrati calpestabili costruito negli anni Trenta e abbandonato appena due decenni dopo, quando il Pci, che lo utilizzava come Casa del popolo, decise di costruirsene una ancora più grande. Questione di orgoglio rosso, per un luogo tanto simbolico.

Inevitabili le polemiche relative al progetto, visto che il paese in cui il Duce nacque e dove è sepolto è da sempre meta dei pellegrinaggi di nostalgici in fez e camicia nera. Proprio per l'intenzione di dare vita a un museo sul fascismo, però, il renziano sindaco Frassineti, che del renzismo ha mutuato anche il linguaggio («la narrazione storica va fatta in maniera scientifica»), vede nella struttura il luogo ideale per ospitare il "tesoro di Mussolini" abbandonato in un caveau di Bankitalia, come ha raccontato l'Espresso :

«La nostra idea è realizzare un centro studi come quello fatto a Monaco sul nazismo. Quindi ben vengano oggetti e cimeli, anche quelli che furono sequestrati nella fuga verso la Svizzera. Non possiamo più lasciare Predappio nelle mani dei commercianti di souvenir e nelle manifestazioni cialtronesche dei neofascisti. L'arma più forte è la cultura. E come disse l'allora sindaco quando fu traslata la salma del Duce: "Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto"».

Eppure non tutti hanno apprezzato l'idea, proprio nel suo versante...
C'è un pezzo della sinistra che ritiene che non siamo maturi per affrontare certi problemi, non capendo che è sbagliato rifiutare un'analisi critica della storia. Alcuni ridicolizzano il progetto perché alla parola museo attribuiscono un significato celebrativo, mentre è narrativo. Oppure mi danno del nostalgico. Ma io sono nipote di un partigiano comunista delle brigate Garibaldi, che Mussolini lo fucilarono. Ma c'è anche chi non la pensa così. La comunità ebraica di Milano ha mandato una lettera di sostegno. L'Anpi, l'associazione dei partigiani, ha sottoscritto un documento dicendosi favorevole al progetto. E c'è un appello di una cinquantina di storici di 28 università di tutta Europa che chiede di realizzare il museo.

Se già ora Predappio è la meta preferita dei neofascisti, non c'è il rischio che ne arriverebbero ancora di più?
Per come la vedo io sarebbe un modo utile per riflettere sul significato di quel periodo. L'idea è farne un punto della topografia europea che, insieme ad altri, restituisca il senso del Novecento. A Monaco, dove è nato, i tedeschi hanno speso 28 milioni per un centro di documentazione sul nazismo e ci vanno 170 mila persone l'anno. L'arma maggiore di distruzione della deficienza è la cultura.

Dobbiamo capire perché l'Italia a un certo punto si è regalata a un regime totalitario. C'è stata una imponente opera di rimozione sul fascismo, ci siamo auto-assolti dalle nostre responsabilità e oggi tutto questo il nostro Paese lo paga: non si risolvono così i problemi. Anche perché siam sempre quelli, non siamo cambiati.

Il comune di Predappio già in passato ha dato la sua disponibilità a ospitare il “tesoro” di Mussolini...
Non posso che essere d'accordo, sarebbe il posto ideale. Non ha senso tenerlo seppellito in un caveau. Non bisogna avere paura. Io coi ragazzi che vengono a visitare la salma del Duce ci parlo e domando loro: “Il calcio è andato avanti o pensi pensi che sia ancora quello di Mazzola e Rivera? E allora ti pare che la soluzione ai problemi di oggi sarebbe una vecchia di quasi un secolo?”. È un problema anche generazionale e ci vuole uno scatto diverso rispetto al passato, come quello che sta mostrando questo governo. Che non a caso è fatto da giovani.

Che c'entra il governo?
A fine gennaio ho fatto venire il sottosegretario Lotti tramite il nostro deputato di zona Marco Di Maio, del Pd. Gli ho esposto il progetto e ne ha capito l'importanza. Soldi, però, non ne tirano fuori.

Quanto servirebbe?
Cinque milioni. Due li abbiamo chiesti alla Regione tramite i fondi strutturali, 500 mila li mette la Fondazione cassa di risparmio di Forlì, altrettanti il comune. Ne mancano altri due, che stiamo cercando di trovare chiedendoli direttamente a Bruxelles. Lavoro da sei anni a questo progetto ed entro l'estate spero di avere notizie positive.

Resta il fatto che la figura del Duce, da qualunque parte la si osservi, continua a rappresentare un tabù...
A Predappio siamo vaccinati. Sia prima del fascismo che dopo la guerra il paese è stato sempre retto da giunte di sinistra. E dopo la svolta interventista del 1914 Mussolini poté tornare qui solo nel 1923, dopo aver preso il potere, perché era considerato un traditore e un voltagabbana e se fosse venuto le avrebbe prese. Non a caso a riportare la salma in paese fu un presidente del Consiglio di Predappio, il democristiano Adone Zoli, nei cui poderi fra l'altro nacque donna Rachele, moglie del Duce e figlia di una contadina che lavorava per la sua famiglia. La condizione che pose Zoli fu che il sindaco Egidio Proli, comunista, fosse d'accordo. E lui, nel dare il beneplacito, pronunciò parole che per me restano valide ancora oggi: “Mussolini non ci ha fatto paura da vivo, non ce ne farà da morto”.

Il tesoro dimenticato di Benito Mussolini abbandonato in un caveau di Bankitalia

espresso.repubblica.it

di Paolo Fantauzzi

l collare d'argento del Duce. La tuta da meccanico indossata dalla Petacci durante la fuga. Il vasellame lasciato dai Savoia al Quirinale. Oltre a lingotti d'oro, monili e preziosi frutto di sequestri e confische. Un patrimonio sterminato e catalogato solo in parte. Di cui lo Stato non conosce nemmeno il valore

Il tesoro dimenticato di Benito Mussolini abbandonato in un caveau di Bankitalia

Quando il 27 aprile 1945 i partigiani della brigata Garibaldi lo fermano a Dongo, nascosto fra i soldati di un'autocolonna della Wehrmacht in ritirata, Benito Mussolini indossa un cappotto militare tedesco. Claretta Petacci, che gli siede accanto, una tuta blu da meccanico. Ma per la fuga verso la Svizzera il Duce ha pensato a tutto, compreso il collare d'argento dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia. Proprio come i gerarchi, l'ex ministro Buffarini Guidi o il generale Sabatini, trovati con pietre preziose, orologi di marca e medaglie d'oro. Tutti beni sequestrati negli ultimi convulsi giorni della guerra e poi divenuti proprietà della Repubblica. Ma di fatto dimenticati e negletti, visto che dopo 70 anni sono ancora inaccessibili.

Questa fortuna, compresa la tuta indossata dalla Petacci, giace infatti da quasi due decenni nel caveau della filiale Bankitalia di via dei Mille a Roma all'interno di sacchi sigillati, come fosse paccottiglia qualunque. Conservata in ambienti inadatti insieme a migliaia di altri gioielli, monete d'oro, placche di platino e perfino un paio di lingotti d'oro, per lo più confiscati fra il '43 e il '45. Un patrimonio sterminato ma ignoto: nessuno sa con esattezza cosa contengano tutti i 419 plichi e le oltre duemila bisacce da cui è composto, perché un inventario completo non è mai stato fatto.

UN TESORO SCONOSCIUTO
C'è quasi mezzo secolo di storia italiana nei locali di sicurezza della Banca d'Italia a due passi dalla stazione Termini: i beni appartenuti alle vittime del terremoto di Messina del 1908; parte dell'oro donato "spontaneamente" alla Patria per finanziare la campagna d'Etiopia, quelli che gli ebrei italiani di Salonicco cercarono di salvare dopo l'invasione nazista della Grecia e quelli appartenuti ai prigionieri di guerra; chili e chili di monili e argenteria lasciata dai Savoia al Quirinale nella frettolosa fuga da Roma dopo l'8 settembre e le ricchezze che i capi del fascismo speravano di portare in Svizzera, fra ciondoli d'oro, banconote di varia nazionalità, collane con cristalli, orecchini, bracciali, gemme, rubini e collier.

E tutta italiana è anche la vicenda che circonda questo patrimonio. Nel 1953 i beni, custoditi fino allora presso le prefetture e le filiali di Bankitalia, furono trasferiti a Roma alla Tesoreria centrale del ministero. Dove sono rimasti fino al 1999, quando il servizio è divenuto competenza di via Nazionale, che da allora conserva tutto questo ben di Dio. Di cui però si sa poco o nulla, neppure quanto valga: né una catalogazione integrale né perizia sul valore sono mai state effettuate.

Una decina d'anni fa il ministero dell'Economia istituì perfino un gruppo di lavoro con Bankitalia e i Beni culturali per realizzare una ricognizione, esporre quel che lo meritava e vendere tramite il Demanio tutto il resto, come le monete rare. In un anno furono catalogati i 59 plichi di maggior rilevanza in base alle informazioni approssimative riportate su ognuno: meno del 15 per cento. Poi però, come spesso accade a tutte le iniziative frutto soprattutto della buona volontà, la funzionaria che tanto si era spesa per il progetto andò in pensione e il programma naufragò.

Nel 2007 i pezzi di maggior pregio furono esposti per una rapida conferenza stampa sull'attività di ricognizione svolta. Poi furono rimpacchettati e rimessi nei sacchi. E da allora tutto è fermo. Finora tutti i tentativi compiuti presso il ministero da via Nazionale non hanno mai sortito effetto. «Noi siamo meri custodi dei beni» afferma il responsabile del caveau Marco Rosi: «I locali di sicurezza sono ben areati ma quegli oggetti dovrebbero essere più utilmente custoditi altrove». Una vicenda kafkiana che adesso è sbarcata perfino in Parlamento con un'interpellanza del senatore del gruppo Misto Giuseppe Vacciano, dipendente Bankitalia in aspettativa, che chiede al Mef di completare almeno l'inventario.



INTERPELLANZA - TESORI DI UN RECENTE PASSATO IN BANCA D’ITALIA
Giuseppe Vacciano - Attività Istituzionale
1 marzo alle ore 5:21 ·


Gli addetti ai lavori da tempo sanno che, dal 1999, all’interno del caveau della Succursale romana della Banca d’Italia di Via dei Mille giacciono circa 419 plichi contenenti cimeli di rilevante valore storico e di diversa natura e provenienza. Questi depositi, suddivisi in oltre 2000 robusti e capienti sacchi, sono divenuti proprietà del Ministero dell’economia e delle finanze tra gli anni ‘20 e gli anni ‘50 del secolo scorso, perché oggetto di sequestri fiscali o per l’impossibilità di accertare i legittimi proprietari o eredi.

Per la complessità e la sostanza della vicenda, è necessario che vengano spese parole in più per permettere a chi legge di comprendere meglio l’intreccio delle dinamiche avviluppate attorno a questi depositi, circostanza che mi ha spinto ad indirizzare nei giorni scorsi un’interpellanza al Ministro Padoan per avere, nel contempo, risposte da cui ripartire.

Nel giugno del 2005 ebbe inizio un lavoro di inventario dei beni contenuti nei plichi, attività promossa dalla stessa Banca d’Italia, autorizzata e incoraggiata dal Ministero dell’economia e delle finanze di concerto con il Ministero de beni culturali.

La ricognizione avrebbe permesso di avere contezza dei beni contenuti nei 2087 sacchi di juta, i quali, fino a quel momento, erano stati abbandonati per oltre 50 anni alla totale dimenticanza istituzionale. Purtroppo, a causa di avvicendamenti politici, cambi dirigenziali e pensionamenti che si sono susseguiti in quegli anni, nonché per la notoria inerzia delle autorità nei confronti del pubblico patrimonio, questo prezioso lavoro di inventario venne interrotto nel successivo luglio del 2006, quando vennero esplorati solamente 59 depositi su 419.

Preso atto della catalogazione incompiuta, i cimeli censiti hanno comunque fornito uno spaccato di un passato non ancora troppo lontano: in alcuni sacchi sono state ritrovate banconote estere, placchette in avorio, monili, moschettoni, titoli azionari della costruenda Baghdadbahn (ferrovia Berlino-Costantinopoli-Baghdad), bottoni in oro, collier, spille, scudetti, orologi di pregio, addirittura una "Olivetti studio 42" appartenuta ad un gerarca fascista arrestato nel tentativo di abbandonare clandestinamente l’Italia.

Nella corsa alla frontiera al termine della II° Guerra Mondiale, Mussolini portava con sé diverse onorificenze, compreso il celebre Collare dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata, anch’esso apparso al momento dell’apertura di alcuni plichi contenenti gli effetti personali sequestrati al dittatore nostrano e della sua compagna Claretta Petacci; tra beni riconducibili alla casata dei Savoia, invece, sono stati rinvenuti candelieri, portasigarette, astucci, imponenti servizi da tavola, numerosissimi vassoi d’argento massiccio su cui é impresso il sigillo del casato; nel gruppo di depositi indicati come "corpi di reato" (sequestri fiscali) sono inclusi oggetti in oro e argento, orologi di marca, lingotti d'oro e di platino, brillanti e rubini.

Altri ritrovamenti degni di nota sono la documentazione relativa al "prestito Morgan", come pure le fedi d’oro donate nel 1935 dalla cittadinanza allo Stato per quella che potrebbe essere descritta come la prima campagna di crowdfunding italiano: l’Oro alla Patria, per la raccolta di metalli utili alla causa bellica.

Durante questo lavoro di catalogazione non è stato possibile stimare il reale valore corrente di molti dei cimeli - come, ad esempio, per le numerose pietre preziose rinvenute - a causa della difficoltà creata dalle procedure di accesso al caveau della Banca d’Italia ad eventuali esperti, poiché, nonostante la lodevole iniziativa, nei locali sotterranei corazzati vigono comunque stringenti procedure di sicurezza.

Interessarsi di cimeli e tesori dei tempi andati arricchisce la conoscenza nazionale oltre che dell'arte, anche della civiltà, dei costumi e delle peculiarità sociali della nostra cultura; occasione che concede, inoltre, una romantica opportunità per comprendere ancor meglio i corsi e ricorsi storici che hanno contribuito a rendere la nostra Nazione per come la conosciamo.

Quindi, è indispensabile considerare questi beni delle preziose risorse - ancora sotto sigillo - alle quali dovrebbe esser dedicato particolare lustro attraverso l’ottimizzazione del loro valore storico, culturale, artistico ed, eventualmente, economico. Questo è il motivo che rende indispensabile conoscere con esattezza la composizione del patrimonio nascosto nel caveau di Via dei Mille, tale che sia possibile ricollocare i beni con spiccato valore espositivo all’interno di mostre ed esposizioni, e per restituire alla cittadinanza beni che - tutto sommato - le appartengono.

Nonostante le articolate premesse e considerazioni, a conclusione dell’interpellanza ho rivolto al Ministro Padoan delle richieste che risultassero semplici ed volte alla massima operatività: garantire il completamento dell’inventario iniziato nel 2005; individuare una o più sedi espositive interessando poli universitari per quanto concerne la valorizzazione di tali beni nazionali; ed infine, quali iniziative anche di carattere normativo possono essere assunte per alienare il materiale privo di rilevante valore storico e culturale (e comunque quello verso cui nessuna istituzione pubblica mostri interesse) per essere monetizzato.

La capacità di un Governo funzionante ed efficiente si palesa anche nello strutturare progetti di valorizzazione del patrimonio pubblico con il miglior livello di resa/spesa e in questa vicenda si ravvisano tutti i requisiti che possono garantire un indubbio valore aggiunto e un potenziale circuito di autosostentamento.

Link articolo L'Espresso --> http://espresso.repubblica.it/…/il-tesoro-dimenticato-di-be…
Link interpellanza --> http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText…

Stufi delle chiamate di telemarketing? Arriva il robot che risponde automaticamente

La Stampa
carlo lavalle

Jolly Roger Telephone Co è una specie di segreteria telefonica intelligente per evitare il fastidio di dover rispondere alle telefonate promozionali



Prima o poi la chiamata di telemarketing arriva a tutti sul telefono fisso o sul cellulare. Si tratta, a volte, di un fenomeno aggressivo ed esasperante negli Stati Uniti ma anche in Italia. Per questo motivo Roger Anderson, un tecnico del settore delle telecomunicazioni originario di Los Angeles, ha realizzato un programma automatico intelligente in grado di rispondere alle telefonate moleste dei call center al posto dell’utente. 

Grazie al sistema inventato è possibile dirottare la chiamata dell’operatore di telemarketing al software Jolly Roger Telephone Co. che gestirà la conversazione cercando di intrattenere il più possibile l’interlocutore. E’ divertente ascoltare il robot rispondere al telefono come si può constatare nell’audio dimostrativo pubblicato per l’occasione. L’utente, insomma, consuma la sua vendetta per il fastidio causato dal telemarketing invasivo e poco rispettoso dei diritti dei consumatori. Secondo i dati diffusi dalla Federal Trade Commission solo nel 2015 sono state presentate 3,6 milioni di reclami contro chiamate di marketing telefonico.

La proposta di Roger Anderson intercetta quindi un disagio diffuso e in forte crescita. Per attivare il programma basta iscriversi ad un sito web creato appositamente e fornire un indirizzo email insieme ai numeri di telefono che si vogliono proteggere dal telemarketing. Come nel servizio di segreteria telefonica è possibile registrare la propria voce che diventerà quella del software. Per ora il sistema è stato testato per controbattere efficacemente gli operatori umani di telemarketing ma l’obiettivo più ambizioso è quello di contrastare lo spam telefonico delle robocall, le chiamate automatiche illegali che raggiungono gli utenti con messaggi pre-registrati. 

L’idea è diventata anche una campagna lanciata su Kickstarter per perfezionare e sostenere finanziariamente il progetto, ma non è riuscita a raggiungere l’obiettivo previsto: poco meno di 26 mila dollari, conto i 46 mila richiesti. 

Il video che mostra quanto è facile entrare in un iPhone anche senza il codice di accesso

Il Messaggero

Se si pensa che il proprio iPhone sia al sicuro da attacchi hacker, forse ci si ritroverà presto a dover cambiare idea. C'è un nuovo trucco che mostra come sbloccare il vostro iPhone -o di chiunque altro- senza un codice di accesso o di identificazione personale.

Il video, pubblicato su YouTube da SocialStar , dimostra quanto sia facile eludere la sicurezza del vostro iPhone utilizzando Siri.

Ecco come si fa:
1. Tenere premuto il tasto home fino a quando Siri è attivato sul vostro iPhone bloccato 
2. Chiedi Siri che ora è 
3. Quando Siri indica l'ora, farei clic sull'orologio. Si dovrebbe arrivare alla schermata Orologio / Sveglia / Cronometro / Timer 
4. Selezionare l'opzione Timer 
5. Clicca su 'Allo stop' 
6. Nella parte superiore si vedrà 'Acquista più toni', fare clic 
7. Si dovrebbe arrivare all'Apple Store.

Tutto quello che rimane da fare ora è cliccare sul tasto Home.

Nessun codice di accesso o di identificazione personale necessario. Un modo apparentemente infallibile per intrufolarsi nel telefono altrui. Si potrebbe sottolineare che è necessario utilizzare l'impronta di sicurezza per cliccare sul tasto home, ma come spiegano sul sito Unilad, questo passaggio è facilmente eludibile utilizzando la nocca del dito mignolo.

Il video

Cyber-ricatti Anche le aziende sotto attacco

La Stampa
gabriele martini

Chi non paga rischia di perdere tutti i dati sul computer



Il futuro Secondo gli esperti gli hacker hanno un altro obiettivo: gli smartphone e prima o poi cripteranno anche tv, frigo, auto e pacemaker 15 anni Il fenomeno del cyber ricatto ha tre lustri ma l’incremento del fenomeno avviene nel 2014, l’anno boom del bitcoin, la moneta virtuale
Funziona così: ti arriva una mail, apri il documento allegato, passa qualche ora e sul computer ti appare una scritta a tutto schermo: «Se stai leggendo questo messaggio, significa che tutti i tuoi file sono stati bloccati. Per riaverli devi pagare». Di solito svariate centinaia di euro. Il cyber racket è la diavoleria più in voga tra i criminali informatici. In gergo: “ransomware”.

Sono virus che criptano i dati di un computer e chiedono un riscatto per renderli nuovamente leggibili dall’utente. Non sfruttano falle informatiche ma l’ingenuità degli internauti. «Sono campagne di estorsione informatica», spiega Paolo Dal Checco, consulente informatico forense dello studio Di.Fo.B. di Torino. «Esistono da 15 anni, ma il salto di qualità avviene nel 2014». E’ l’anno del boom del bitcoin: la moneta virtuale favorisce l’anonimato e abbatte i costi di riciclaggio. Spuntano virus sempre più sofisticati. Inizia una rincorsa continua tra guardie e ladri. Quasi sempre vincono i secondi.

NEL MIRINO
Aziende, piccoli imprenditori, professionisti, privati: l’elenco delle vittime si allunga di giorno in giorno. Soprattutto in Italia. «Ci hanno chiesto 400 euro, cifra per noi irrisoria. Non abbiamo pagato per principio»>, racconta Luca Cotterchio, ad di Ascot ascensori, tra i gruppi leader del settore con 80 dipendenti e fatturato di 10 milioni di euro. «Il virus era in una mail scritta in italiano. I nostri informatici hanno bloccato l’attacco e dopo due giorni di lavoro hanno ripristinato tutti i documenti grazie ai backup». Le imprese sono restie a denunciare il cyber racket. Molte pagano. Un’azienda orafa di Arezzo pochi giorni fa ha versato 3.600 euro. Ma poi gli hacker non hanno sbloccato il computer. 

La Revello è un’azienda veronese che commercia prodotti odontoiatrici ha 350 dipendenti e venditori in tutta Italia. «La tecnologia è il nostro punto di forza», spiega Matteo Quagini, capo dell’area informatica. «Abbiamo salvato i server solo perché il sistema ha segnalato l’anomalia e i tecnici hanno subito isolato il computer infetto». Non tutti sono così reattivi. Uno studio di avvocati di Roma ha preferito pagare. Un’azienda di grande distribuzione del Nord Ovest ha ceduto: ripartire dal backup sarebbe stato più costoso. Anche una carpenteria metallica del Nord Est ha sborsato. Il caso estremo, una ditta con una cinquantina di dipendenti in Lombardia: ha pagato ma la richiesta di riscatto era scaduta. Bolle, fatture, contabilità, dati dei clienti: tutto svanito per sempre. 

Non è un fenomeno solo italiano. La Hollywood Presbyterian Medical Center, nota clinica di Los Angeles, ha scucito 17 mila dollari per sbloccare Tac, computer e strumenti informatici. Secondo Clusit, l’associazione che riunisce decine di aziende di sicurezza informatica, nel 2015 c’è stata una crescita esponenziale. «Negli ultimi mesi sono stati colpiti anche enti locali come ospedali e Comuni», confermano dalla Polizia postale. Dietro questo boom c’è un fenomeno nuovo: il franchising del racket digitale.

Fino a pochi mesi fa, gli attacchi partivano quasi tutti da Est Europa e Russia. Chi creava il virus, tentava di infettare i computer. Poi la strategia dei pirati informatici è cambiata: oggi sfornano software su misura venduti chiavi in mano nel deep web. Spesso per comprarli non servono nemmeno soldi: basta una percentuale sulle future estorsioni. Chi li acquista deve solo scegliere la lingua, decidere quanti bitcoin chiedere come riscatto e lanciare l’amo. Il cyber racket si diffonde via mail o siti web infetti. D’improvviso il computer si svuota, tutti i contenuti diventano inaccessibili. Pagare conviene? «No, si incentivano le estorsioni», spiega Dal Checco. 

L’ORGANIZZAZIONE
«Dietro questi attacchi ci sono organizzazioni criminali che lavorano con programmatori, traduttori e analisti finanziari», spiega Alessio Pennasilico, security evangelist di Obiectivo. «Alcuni offrono persino un “numero verde” da chiamare in caso di difficoltà con i bitcoin. Ci tengono alla loro reputazione». E gli hacker hanno nuovo obiettivo, avverte Pennasilico: «Gli smartphone. Prima o poi cripteranno anche tv, frigo, automobili e pacemaker».

Ho fotografato l’ultima carica della cavalleria italiana”

La Stampa

Campagna di Russia, 24 agosto 1942: di quell’epico assalto si credeva non ci fossero immagini originali. Invece una esisteva: la scattò un artigliere che oggi, a 96 anni, racconta la sua storia


L’unica foto autentica dell’ultima carica della cavalleria italiana, scattata all’alba del 24 agosto 1942 nei pressi del villaggio di Izbuscenskij, poco lontano dal Don, da Carlo Comello, che all’epoca aveva 22 anni e faceva parte del reggimento Savoia Cavalleria

Il mondo sta accelerando. E la guerra, che del mondo è sempre stata un termometro precisissimo, cambia ancora più velocemente. Eppure, nell’era dei satelliti, dei missili e dei droni, c’è chi può dire di aver visto con i propri occhi la guerra dell’800, quella studiata da Carl von Clausewitz per il suo celebre trattato. Carlo Comello, ex agricoltore di Castelnovetto, piccolo centro della Lomellina quasi ai confini con il Piemonte, è stato testimone dell’ultima carica di cavalleria dell’esercito italiano, durante la campagna di Russia. Non solo: scattò l’unica fotografia originale esistente di quell’assalto. Era l’alba del 24 agosto 1942, nei pressi del villaggio di Izbuscenskij, poco lontano dal Don: quattro squadroni del reggimento Savoia Cavalleria, 700 uomini in tutto e i loro destrieri, si lanciarono nel combattimento e dispersero 2500 fanti siberiani armati di mitragliatrici e mortai.

I filmati posticci
«Io ero là», ricorda oggi, lucidissimo a dispetto dei suoi 96 anni. Allora ne aveva 22 ed era in forza al 3° reggimento artiglieria Celere, 1° gruppo artiglieria a cavallo. È nato e sempre vissuto a Castelnovetto. Fino a un mese fa abitava ancora da solo, poi per colpa di una fastidiosa cicatrice che non voleva rimarginarsi sotto un piede («Si era congelato in Russia») si è trasferito alla casa di riposo del paese, l’Asilo Gambarana, ricavata nello stesso stabile in cui quasi un secolo fa frequentò le scuole elementari.

Di quell’epico scontro si è sempre creduto che non esistessero immagini originali, al punto che poche settimane dopo dall’Italia fu inviata una troupe dell’Istituto Luce per realizzare riprese posticce da utilizzare per la propaganda di regime nei cinegiornali. Ufficiali e soldati si prestarono malvolentieri a ripetere a beneficio della cinepresa un finto assalto nella steppa e nei campi di girasole, nel timore di sfiancare ulteriormente i loro cavalli già provati.

Sei ore di carneficina
Invece almeno una fotografia dell’assalto c’era, ma è rimasta chiusa in un cassetto per quasi settant’anni. La realizzò con una Zenith Luxus a soffietto proprio Carlo Comello. Sorretto da una memoria di ferro, ricorda tutto di quella tragica campagna, dalla quale riportò a casa la pelle e anche 55 negativi. Li custodì gelosamente sino al gennaio 2007, quando li offrì a un negozio di fotografia di Mortara per realizzare una vetrina, insieme con i suoi ricordi, annotati a mano su un quadernetto solo dopo essere andato in pensione, poi ricopiati a macchina e in seguito dati alle stampe nel 2012. Il vetrinista, Sandro Passi, che è anche giornalista pubblicista, ne scrisse su un periodico locale, suscitando l’interesse degli esperti di storia militare. Dall’analisi di quel materiale inedito è emerso che conteneva anche uno scatto della carica di Izbuscenskij.

«Il mio compito - ricorda Comello - era guidare un autocarro per gli spostamenti di una pattuglia di osservazione e collegamento. Quel giorno rimasi in disparte, in un boschetto di betulle, dove avevo nascosto il mio Fiat Spa 38R, con a bordo una cassa di bombe a mano e cinque taniche di benzina. Per vedere cosa stava succedendo salii sul tetto della cabina. Con un piccolo cannocchiale, che avevo recuperato da un cannoncino anticarro russo fuori uso, vedevo passare a intervalli gli squadroni lanciati al galoppo contro le postazioni dei russi. Scavalcarono le loro trincee e arrivarono fino al Don, per fare poi dietrofront e colpirli alle spalle, mentre i Lancieri di Novara li attaccavano ai fianchi. Dopo circa sei ore di violenta carneficina il Savoia Cavalleria concludeva la sua ultima carica».

«Non siamo più capaci»
I morti russi furono circa 300, oltre 200 i feriti e 500 i prigionieri. Tra gli italiani, riportano le fonti ufficiali, oltre alla perdita di 150 cavalli ci furono 33 caduti, compresi 3 ufficiali, e 53 feriti. Vennero concesse due medaglie d’oro alla memoria al maggiore Alberto Litta Modignani e al capitano Silvano Abba, due ordini militari di Savoia, 54 medaglie d’argento, 50 medaglie di bronzo, 49 croci di guerra e diverse promozioni sul campo per merito di guerra, oltre alla medaglia d’oro allo stendardo. Gli ufficiali tedeschi si congratularono con il colonnello Alessandro Bettoni, comandante del Savoia Cavalleria, dicendo: «Noi queste cose non le sappiamo più fare». Un riconoscimento del valore dei soldati, ma anche dell’arretratezza delle tecniche militari italiane, quando ormai si era alla vigilia della guerra atomica.

Si chiama Figlio chi ha una Madre

Nino Spirlì






Mamma e Noi
(Mamma Concettina Spirlì e noi figli Suoi)

E la Madre è Colei che ti ha messo al mondo.
La tua radice. Il primo amorevole calore che avverti, immerso dentro di Lei. La confortevole serenità nel buio di una sacca che cresce con te e per te per nove lunghissimi mesi. Per almeno 270 infiniti giorni. Per migliaia di ore, milioni di secondi…

Tua Madre sei tu. Anche quando, per sua sfortuna, dovesse abbandonarti. Anche quando dovesse scegliere di fuggire senza di te. O da te. La cercherai. La vorrai ritrovare, incontrare ancora. Riprovare quella sensazione di appartenerLe per sempre. Anche nell’odio. Nel rammarico. Nel vuoto di sentimenti.

E’ tua Madre quand’anche scegliesse l’uomo sbagliato. Una vita sbandata. Un Suo futuro sgangherato, malato. Anche, perché no, nefasto, o mortale. La pretendi, masochisticamente, presente nella tua vita anche solo per un istante ancora: giusto il tempo di coprirla di rimproveri. Per poi sperare nel suo e nel tuo perdono.
Perché senza di Lei, non saresti tu. Ti piaccia o no

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(Sant’Anna e Maria Bambina)

La vuoi, la vogliamo, la Mamma. Di carne e sangue. Con un’anima e un cuore. Da abbracciare, amare. Oppure, offendere e odiare. Confidando nel tempo. Per poter entrare, magari nel sogno, di nuovo in quel ventre e poter riposare in quel silenzioso nero che ci ha costruiti. Cellula dopo cellula, organo dopo organo. Fino a formare l’involucro giusto per la nostra anima. Che c’è. Eccome, se c’è!

Prima di essere un ovulo perfetto e un intrepido spermatozoo, siamo la sua volontà di diventare Madre. La sua disponibilità. Il tempo che ha dedicato alla preparazione alla Maternità.

Nessuna fiala, nessuna centrifuga, nessun giudice o impiegato d’anagrafe, nessun bonifico bancario, nessun corteo e nessun parlamento potranno mai sostituire o cancellare  la magia del respiro DENTRO di una Madre. Quel soffio di vita che non passa dalle narici, ma da cuore va a cuore.
Il resto sono solo inutili, stupide pretese di uomini incompiuti. Passeggeri ottusi di un treno senza meta.

rose mamma

E’ stato bello, stamattina, curare le piante in terrazza in compagnia di mia Madre. Potavo e zappettavo, e pensavo “Se, nell’Eden, Eva e Adamo fossero stati Madre e figlio, non ci sarebbe stata alcuna possibilità per il serpe…”

Fra me e me. Altro che genitore 1 e 2… Altro che stepchild adoption, adozioni gay e arcigay polemici…

L'altro ostaggio dimenticato. E disoccupato

Lodovica Bulian - Lun, 07/03/2016 - 08:15

Otto mesi in mano ad al-Qaida nel 2014, Gianluca Salviato ha perso tutto



Solo chi in quell'inferno libico ci è finito davvero e ne è riemerso vivo sa cosa significa gioire per la libertà e piangere per la morte in una stessa, unica, lacrima. Per i due ostaggi che sono rientrati dalle loro famiglie e per i due compagni che sono invece rimasti uccisi.Per Gianluca Salviato, tecnico padovano sequestrato in Libia il 22 marzo 2014 e rimasto nelle mani di miliziani di Al Qaida per otto lunghissimi mesi prima di essere liberato dalla nostra intelligence, è come rivivere un incubo. A lieto fine, il suo, anche se il futuro non gli ha riservato ciò che immaginava «dopo tutto quello che ho passato». «Una vita normale». Oggi Salviato, 50 anni, sopravvissuto alla furia jihadista che imperversa davanti alle coste della Sicilia, è disoccupato.

Senza un lavoro, senza un sussidio, vive grazie allo stipendio part time della moglie Maria. La metamorfosi è stata breve: al suo rientro in Italia, l'azienda per cui lavorava e per cui aveva rischiato la vita, la friulana Ravanelli, decide di abbandonare la pericolosa attività a Tobruk. Ecco che in neanche due mesi il tecnico si ritrova messo alla porta. L'amarezza è «estrema». I successivi dieci mesi si mantiene con l'assegno di disoccupazione, ma adesso «l'unica entrata che abbiamo è il part time di mia moglie» oltre che il buon cuore dei «tanti conoscenti che ci hanno aiutato».

Non gli resta che l'ennesimo capitolo da scrivere nella storia di un'esistenza già reinventata per affrontare la crisi, in cui Salviato da artigiano schiacciato dalla recessione ha indossato gli scarponi, andando a calpestare l'infuocato terreno del cantiere dell'acquedotto della città libica, quello dove sarebbe poi stato sequestrato, una mattina qualunque. Disposto, «come tanti altri miei colleghi, a rischiare, certo, pur di lavorare». Adesso si rialzerà, giura, come ha sempre fatto; non vuole chiedere niente allo Stato che «mi ha già riportato a casa. Vorrei solo continuare a lavorare, ma a cinquant'anni non ti prende nessuno. Per questo ho impugnato il licenziamento».

E sì, sono «ore pesanti» ci confida al telefono mentre la voce gli si rompe dal pianto. Sta «rivivendo tutto». Le botte, quelle che arrivavano «a intervalli di tre o quattro ore», il dolore fisico, «ho perso i denti per le percosse», l'angoscia, la paura di perdere il senno, insieme a se stesso. «Quando ha saputo di Fausto e Salvatore (i due ostaggi italiani rimasti uccisi ndr) mia madre mi ha chiamato piangendo, ricordando ciò che mi è successo». Che il padovano ha messo nero su bianco in un libro, Quel mattino sulla strada di Tobruk. Ma è una cicatrice ancora fragile per un trauma «non davvero superato», sempre sul punto di riaprirsi, come già è successo per la sorte dei «nostri connazionali Valeria Solesin, Giulio Regeni, Giovanni Lo Porto».

Infine la preoccupazione sempre viva per tutti i lavoratori che si trovano sui fronti caldi, «mandati allo sbaraglio senza una adeguata macchina di protezione e di sicurezza».

In Italia la mente dei rapimenti in Libia

Fausto Biloslavo - Lun, 07/03/2016 - 08:06

Uno dei capi del Califfato nella zona in cui sono stati sequestrati i nostri connazionali aveva un passaporto rilasciato a Genova



Due passaporti tunisini regolarmente rilasciati a Roma e Genova, se sono veri, oppure comprati nel nostro Paese, se risulteranno contraffatti, rappresentano il collegamento fra l'Italia ed il capo delle bandiere nere a Sabrata incenerito dai caccia americani il 19 febbraio.

L'uomo dei passaporti era il tunisino Chouchane Noureddine, che potrebbe essere stato coinvolto nel rapimento dei 4 italiani in Libia appena concluso. Noureddine era accusato di aver pianificato le stragi dello scorso anno in Tunisia, che sono costate la vita a sessanta turisti, compresa quella al museo del Bardo del 18 marzo, dove sono stati uccisi 4 italiani. Classe 1980, era nato a Sidi Bouzid, la cittadina dove è scoccata la prima scintilla della primavera araba. Noureddine aveva impiantato da tempo un campo di addestramento alle porte di Sabrata facendo transitare in Libia i combattenti tunisini dello Stato islamico. Da questo campo sarebbero partiti i terroristi suicidi del museo il Bardo, nella capitale tunisina e della spiaggia di Sousse.

Il 19 febbraio una coppia di caccia F 15 Usa ha colpito la base uccidendo Noureddine ed una cinquantina di jihadisti. Ieri il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha rivelato che l'attacco americano era stato «coordinato con la coalizione internazionale anti Isis» di cui fa parte l'Italia. I nostri servizi, però, sapevano che nella zona di Sabrata erano tenuti in ostaggio i quattro tecnici italiani sequestrati lo scorso 19 luglio. Il raid ha rotto gli equilibri scatenando la guerra fra milizie locali e bandiere nere. Il risultato è che gli ostaggi Salvatore Failla e Fausto Piano sono stati uccisi.Dopo il bombardamento Usa e durante i combattimenti sono stati ritrovati nei covi dello Stato islamico diversi documenti postati sulle pagine Facebook dei miliziani anti Califfo.

Fra questi due passaporti tunisini intestati a Noureddine, il capo del Califfato locale obiettivo del raid Usa con la sua foto da sbarbato. Il primo è stato apparentemente rilasciato il 22 gennaio 2011 dal consolato tunisino di Genes, Genova in francese. Una fonte del Giornale sostiene che «ha vissuto a lungo nel capoluogo ligure». Il secondo dall'ambasciata a Roma 4 giorni dopo. Se non sono falsi è possibile che Noureddine, forse non ancora conosciuto come terrorista, abbia chiesto un duplicato. Oppure, se fossero contraffatti, li ha comprati per tornare di corsa in Tunisia dove la primavera araba stava prendendo il sopravvento sul regime di Ben Alì.Questi primi due passaporti, che legano Noureddine all'Italia, scadevano nel gennaio 2016.

Fra i documenti ritrovati nei covi jihadisti di Sabrata è spuntato anche un terzo passaporto ancora valido fino al 12 novembre 2017. Il capo delle bandiere nere lo aveva ottenuto in Tunisia nel 2012, quando probabilmente non era ancora latitante. Solo la foto tessera è cambiata rivelando la deriva jihadista. Il tunisino, allora trentaduenne, si era tagliato i capelli a zero e pure i baffi, come i salafiti, lasciandosi crescere un barbone islamista.Secondo gli addetti ai lavori la richiesta di un nuovo passaporto con gli altri due apparentemente rilasciati in Italia ancora validi fa sospettare che si trattasse di documenti contraffatti o forniti chissà come dalle rappresentanze diplomatiche tunisine nel nostro paese nel caos del crollo del regime a causa della primavera araba.

In seguito Noureddine si è trasferito a Sabrata, dove ha organizzato gli attacchi suicidi in Tunisia contro i turisti. Al Bardo sono stati uccisi 4 italiani approdati a Tunisi, guarda caso, poche ore prima dell'attacco con le navi passeggeri della Costa crociera, che ha la sede principale a Genova. La stessa città dove sarebbe vissuto il futuro capo della bandiere nere fino al 2011. Nei giorni dell'attacco al museo il giornalista Toni Capuozzo era stato il primo a dichiarare senza ombra di dubbio: «L'obiettivo sono gli italiani. Non si tratta di un attacco casuale».I quattro tecnici della società Bonatti rapiti lo scorso luglio stavano rientrando dalla Tunisia in Libia.

Il loro autista li ha venduti ad un parente vicino allo Stato islamico secondo la ricostruzione più accreditata a Sabrata. Possibile che il capo delle bandiere nere nell'area, Chouchane Noureddine, con i suoi passaporti veri o contraffatti che lo collegano al nostro Paese fosse all'oscuro del rapimento?www.gliocchidellaguerra.it

Sharon Stone: "La scena delle gambe accavallate? Ecco come è andata davvero"

Luisa De Montis - Dom, 06/03/2016 - 19:33

La rivelazione di Sharon Stone



Chi non ricorda la scena di Basic Instinct in cui Sharon Stone accavalla le gambe? Ecco, adesso la stessa attrice rivela come è andata davvero.

"Poco prima di girare la scena, Paul Verhoeven (il regista, ndr) mi ha chiesto di sfilare le mutandine bianche perché si vedevano nella cinepresa. Mi assicurò che non si sarebbe notato nulla", dice l'attrice che, a distanza di 22 anni dall'uscita del film, al settimanale francese Télé Cable Sat rivela come la scena non sia stata architettata a tavolino.

"Quando poi ho visto il film, alla presentazione al festival di Cannes, mi sono sentita tradita. Mi sono alzata e l’ho schiaffeggiato (il regista Paul Verhoeven, ndr). Mi avrebbe almeno potuto avvisare".

Cancellati dall’anagrafe anche se pagano le tasse

La Stampa

Torinesi privati della residenza, ma esistenti per l’ufficio tributi


I cittadini fantasma devono di fatto mentire per reiscriversi ai servizi sanitari, dichiarando di essere tornati a vivere a Torino anche se non si sono mai spostati

Siete sicuri di esistere? Perché molti torinesi si stanno accorgendo che per l’anagrafe cittadina non esistono più. Cancellati «per irreperibilità cenusaria». Non hanno più titolo ai diritti garantiti dalla residenza, compreso quello di essere nelle liste per l’assistenza sanitaria. E allora, prima di rispondere alla domanda, portate le prove: sappiate però che il fatto che non abbiate mai smesso di pagare le tasse sulla casa, quelle sui rifiuti, né le bollette, non dimostra proprio niente. Perché per quanto cancellati dall’anagrafe, i concittadini che si sono accorti di non avere più titolo di rivendicare i loro diritti, esistevano perfettamente per ottemperare ai loro doveri. Depennati dagli uffici di via della Consolata; vivi e reperibilissimi per l’ufficio tributi.

IL CAOS BUROCRATICO
Questa è, ad esempio, la storia di Federico, 41 anni, freelance. Che non ha risposto al censimento del 2011 ed è una delle persone che ha contattato La Stampa dopo aver letto nelle settimane scorse dei cittadini «fantasma» cancellati dall’anagrafe. Piccolo passo indietro: i dati tra i censiti e gli iscritti alle anagrafi sono sempre discordanti, per questo, dopo il censimento, hanno preso il via le operazioni di revisione anagrafica. Dati a confronto, controlli incrociati e, infine, l’invio del notificatore a casa, per capire chi sia veramente sparito e chi non abbia risposto oppure si sia solo trasferito. Un lavoro che a Torino si è concluso con la cancellazione per irreperibilità di 10.224 persone.

Tra cui, Federico. «Ero stato un paio di mesi all’estero - racconta - ai tempi del censimento. Poi sono rientrato e a dicembre 2015 ho scoperto di essere stato cancellato. È successo quando ho avuto bisogno di una risonanza magnetica al ginocchio. Non potevo prenotare l’esame perché non potevo più usufruire del servizio sanitario». Federico è proprietario della casa in cui vive: «Mi chiedo quali controlli abbiano fatto. L’unica cosa che ho scoperto è che risultava una raccomandata inesitata, nel 2014: il notificatore non mi aveva trovato a casa. Possibile che, in cinque anni, quella sia l’unica raccomandata che non ho ricevuto? Ma, soprattutto: ho pagato le tasse, le bollette, sarebbe bastato controllare con l’ufficio tributi prima di arrivare a una soluzione così drastica». 

LA «REISCRIZIONE»
Gli esami per il suo ginocchio, Federico è riuscito a prenotarli grazie a un dipendente dell’Asl che si è preso la responsabilità di farlo accedere ai servizi sotto condizione di reiscrizione. Ma il paradosso è stato reiscriversi: ha pagato i 43 euro dovuti per la pratica, ma è stato costretto a mentire: «I moduli non prevedevano un loro errore: per riottenere la residenza ho dovuto sottoscrivere una dichiarazione in cui affermo di arrivare da un altro Comune e in cui scelgo la mia “nuova” residenza: che è sempre casa mia, che non è mai cambiata». Tra l’altro, nel corso della pratica, gli hanno telefonato due volte: «Non avrebbero potuto farlo anche prima di cancellarmi?». 

Il Grillo leggente

La Stampa
mattia feltri

La Casaleggio spiava le mail dei parlamentari e cinque stelle. Si sta cercando l’esperto che le decifrava. 

Girano già le 20 euro false. Ecco come riconoscerle

Libero

Girano già le 20 euro false. Ecco come riconoscerle

Attenzione alle nuove banconote da 20 euro perché potrebbero essere false. A lanciare l'allarme è il Giornale di Brescia che spiega che a poco più di due mesi dalla loro introduzione stanno già circolando in Lombardia delle copie finte. Non si tratta di riproduzioni raffinate, ma è facile per chi è distratto cadere nell'inganno.

Cosa fare - Ma cosa fare se ci si trova con in mano una banconota falsa? Bisogna portarla alla propria banca o in posta che a loro volta la consegneranno alla Banca d'Italia. In generale, bisogna quindi fare attenzione, in particolare ai 20 euro che rappresentano oltre la metà delle banconote false individuate in Italia, dove si stima che venga prodotto un quinto del totale dei biglietti taroccati che circolano in Europa. Record tristissimo.

Come riconoscerle - Per distinguere i venti euro falsi da quelli veri bisogna controllare che abbiano una finestra trasparente con il ritratto della figura mitologica Europa. I margini sono inoltre in rilievo e la cifra verde smeraldo cambia colore se si inclina il biglietto.

Mangiavo a sbafo solo perché mi avevano bloccato la pensione”

La Stampa
claudio vimercati

Parla l’anziana di Savona: “Ho perso il libretto delle Poste”


A tavola. L’anziana fotografata al ristorante «Negro» di Vado Ligure, dove aveva ordinato un piatto di fritto misto

Prima c’era solo il suo volto. Ora sappiamo il suo nome e la sua storia. All’anagrafe è Giovanna Tondella, classe 1940, nata a Torino, ultima abitazione a Ceriale (Savona). Ci erano andati vicini i baristi e ristoratori gabbati («Avrà una settantina di anni...») descrivendo quella vecchina dai capelli brizzolati e lunghi, le mani ossute, l’aspetto un po’ trasandato e quelle calze di lana colorate e le scarpe da tennis bianche dalle quali non si separava mai. E’ lei che mangia a sbafo in bar e ristoranti. 

Gli ultimi «colpi»
Cinque conti non saldati, nelle scorse settimane a Savona e Vado Ligure, e nel frattempo centinaia di messaggi su internet: «È una poverina, aiutatela»; «E’ una truffatrice». Una donna disperata piuttosto, che ha reagito così, come racconta ora il suo avvocato, Gian Maria Gandolfo di Albenga, anche per ripicca contro le Poste, contro la burocrazia, perché se perdi il libretto postale ti serve a nulla andare a protestare dal direttore, arrabbiarti e piangere. Passano dicembre, gennaio, febbraio, senza pensione.
E ci si mette pure la giustizia. Giovanna Tondella finisce in carcere a Pontedecimo per una vecchia storia, una condanna a tre mesi per una spesa non pagata al supermercato, qualche anno fa.

Uno di quei corti circuiti in cui cade la macchina giudiziaria. Hai cambiato paese, casa, non conoscono il tuo indirizzo, la sentenza non ti viene notificata e quando ti trovano, è per arrestarti. Giovanna in cella con una sola preoccupazione, per gli uccellini soli a casa. «Chi penserà a loro?» supplica gli agenti di chiamare l’Enpa. Sette giorni, poi la libertà, il ritorno a Ceriale e la questione con le Poste che va per le lunghe, il libretto bloccato e intanto si sono accumulate le bollette della luce, l’affitto, finiti anche gli ultimi soldi rimasti. 

La decisione
Un incubo. Giovanna ne ha abbastanza. «Quei soldi della pensione sono i miei... Me li devono dare... - pensa-. Ma se vado in un bar, mangio e non pago chiameranno i carabinieri. Che vengano pure, così spiego come vanno le cose e magari quelli dell’ufficio postale a loro, ai carabinieri, le mia pensione la daranno». Scroccona per disperazione e ripicca. Ma le denunce non arrivano, anzi si scatena una gara di solidarietà per la misteriosa anziana della quale si conosce il volto, grazie a una foto scattata in un ristorante.

I titolari di uno dei bar presi di mira dall’anziana, l’Olimpia di Savona, le offrono il pranzo gratis. Il vice sindaco di Seborga (nell’Imperiese), Flavio Gorni, l’aspetta nel suo agriturismo. Un negoziante di Savona le offre e verdura gratis. Il 1° marzo finalmente la questione con le poste si è sbloccata. Giovanna ha ricevuto la pensione, restano in ballo gli arretrati ma è un passo avanti. L’anziana salderà i conti con i bar? Ma intanto ha un’altra preoccupazione: l’hanno sfrattata, dovrà lasciare la casa di Ceriale: «Qualcuno può aiutarmi?». 

Le operaie bambine si raccontano: “Così conquistammo parità e diritti”

La Stampa
paola guabello

Nel 1945 le lavoratrici biellesi ottennero 40 ore settimanali e salari uguali ai mariti Furono le prime in Italia. Ora la storia del “contratto della montagna” rivive in un film



Volevano la parità di salario, le 40 ore settimanali (anziché 48 e anche più) e il congedo di maternità retribuito. Mentre gli uomini erano al fronte a combattere, le operaie biellesi erano inchiodate ai telai e mandavano avanti l’economia. Giorno per giorno, sulla trama dei tessuti che uscivano dalle macchine, mentre tutto gravava sulle loro spalle scrivevano, senza osare immaginarlo, la storia delle lavoratrici italiane, con rabbia e passione.

Come gli uomini
Nel 1945 il «patto della montagna» firmato in clandestinità da imprenditori e sindacati con la protezione dei partigiani, metteva gli uomini di fronte a un dato di fatto: o scendevano a compromesso con le donne o nei reparti il lavoro si sarebbe fermato. Così prima ancora della fine della guerra, per la prima volta fu prodotto il documento che sanciva, a pari mansioni, una paga uguale per tutti. E finalmente anche le donne portarono a casa 119 lire come i loro colleghi.

«Ero una bambina ma ricordo l’atmosfera di quei giorni - spiega Annamaria Ranghino, 70 anni, operaia tessile - Mia madre lavorava in fabbrica e mio padre era partigiano. Si respirava la sconfitta del fascismo ma c’erano anche tanta fame e stanchezza. Nelle fabbriche scoppiavano rivolte e scioperi. Le donne rappresentavano il 70, 80 per cento della forza lavoro ed erano sfiancate dall’impegno ai telai e da quello in casa. Per questo erano in prima fila nella protesta: volevano la parità ma soprattutto volevano una vita. Dieci ore in fabbrica e poi i figli e gli anziani da seguire era insostenibile e c’era un disperato desiderio di rivincita».

Ma dopo il «patto della montagna», finita la guerra, le cose tornarono come prima. «Gli imprenditori sembrava avessero dimenticato - prosegue Ranghino -. L’Italia doveva essere ricostruita, l’industria doveva ripartire. Sono entrata in fabbrica a 14 anni e poi è venuta anche mia sorella più piccola. Il primo compito che ti davano era quello di unire i fili. Poi andavi avanti: quando eri abbastanza grande e soprattutto forte ti facevano sistemare le bobine di filo sui tela e quindi si arrivava al telaio». 

Gli Anni 50 furono i più difficili e le donne, allora, tornarono a reclamare quella parità che avevano solo intravisto. Fu un avvocato siciliano approdato alla Camera del Lavoro di Biella a riaprire le contrattazioni con un documento firmato da 1.300 tessitrici che reclamavano gli arretrati maturati sulla disparità di trattamento fra il loro stipendio e quello degli uomini.

«Le sentenze in primo e in secondo grado diedero ragione alle donne - conclude Annamaria Ranghino - Ma gli imprenditori non ci stavano e arrivò l’aut aut: “O ritirate le cause o vi licenziamo”. Mary Ceria, che nel frattempo era andata in pensione, non aveva nulla da perdere e la causa non la ritirò, anzi la vinse. Nel 1963 incassò la vittoria nei tre gradi giudizio e intanto la voce si sparse anche fra le operaie che avevano altre mansioni. Quel risultato spianò la strada della parità retributiva e degli altri importanti traguardi nel contratto nazionale dei tessili. Fu davvero un terremoto che dopo l’Italia passo il confine e arrivò in Europa». 

Il docufilm
Sul «patto della montagna», presto sarà pronto un docufilm, prodotto dai registi biellesi Manuele Cecconello e Maurizio Pellegrini che gioca su un dialogo tra presente e passato, dando la parola agli eredi di quegli imprenditori e operai che riscrissero la storia dei rapporti di lavoro. È lo stilista imprenditore Nino Cerruti nelle riprese, a raccontare come suo padre Silvio, insieme a Guido Rivetti, Lodovico Cartotti, Gino Pavia, Delfino e Pierino Tallia e altri imprenditori ancora, vissero quei momenti.

«Un’intesa davvero fuori dall’ordinario, e non solo per i diritti accordati alle donne ma perché definiva quello che sarebbe stato il modello di relazioni industriali di una democrazia che in giorni di paura e morte era difficile persino immaginare - spiega Cerruti - Il tessuto è un quadro senza cornice in cui l’essere umano è protagonista, in cui c’è continuità di valori che si declinano in modo diverso. Valori di solidarietà e comprensione che gli uomini di allora realizzarono in un quadro ancora valido adesso». 

Il docufilm «Il Contratto della Montagna, resistere oggi» sceneggiato con Francesca Conti vuole dare risonanza nazionale a un percorso tutto biellese. «Le immagini raccontano i luoghi in cui si svolsero i fatti, intrecciando ricordi personali e testimonianze storiche - spiega Cecconello -. Abbiamo creato un parallelo tra l’attualità, in cui gli abiti fatti con i più prestigiosi tessuti biellesi dallo stilista emergente Christian Pellizzari sfilano sulle passerelle dell’alta moda, e le vicende di 70 anni fa, quando il territorio fu teatro di riunioni segrete. Il trailer sarà presto on line».

Segnalazioni sugli avvistamenti Ufo Via tutti i segreti sugli X-files

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Documenti Cia in Rete. Londra: apriamo 18 dossier. Un libro indaga sul fenomeno: «Chi parla rischia il posto di lavoro»

I cartelli di divieto di ingresso all’«Area 51»

La Cia ha appena diffuso su Internet molti documenti sugli Ufo, suggerendo come investigare tra fiction e realtà. Il governo britannico ha promesso che saranno resi pubblici a breve 18 dossier segreti contenenti dati interessanti su oggetti non identificati. Gli appassionai restano cauti. Si fidano poco degli annunci, sospettano che le autorità vogliano trincerarsi dietro un muro di gomma impenetrabile, resistente, a prova di presidente. Nel senso che forse la verità è tenuta nascosta anche ai Grandi, curiosi e intrigati, come molti, da quanto avviene sopra le nostre teste.
Le segnalazioni
Luglio 2013, cielo di Reading, Gran Bretagna. Un pilota di un Airbus è costretto a una manovra improvvisa per evitare una collisione. Riporta l’incidente, non può farne a meno. Un episodio ben noto che suscita speculazioni e interesse su quello che ha segnalato l’ufficiale, su quell’oggetto troppo vicino. Molti anni prima: 1992, Torino. È il comandante dell’Alitalia Massimo Poggi ad avvistare un «disco» insieme al suo secondo. L’ufficiale è di nuovo un testimone, in mezzo all’Atlantico, durante un volo da Roma a San Paolo del Brasile.

Prima un fischio lacerante all’interno delle cuffie, quindi una luce verde sotto il jumbo della compagnia di bandiera. Professionisti che non temono di uscire allo scoperto, che non hanno paura di raccontare. «Altri invece preferiscono tacere per non avere problemi, temono conseguenze sulle loro carriere, rischiano di essere sospesi, e così finiscono per alimentare il codice del silenzio», spiega Sabrina Pieragostini, autrice con Pablo Ayo, di «Mistero Ufo», un libro che scava in un mondo affascinante, un’indagine dove hai «un mare di indizi e nessuna prova». Per questo è difficile superare gli sbarramenti di riservatezza.
Casi in aumento
Le agenzie federali statunitensi, quelle che certamente sanno di più, hanno sempre adottato la strategia dello scudo. Uno schermo basato sul principio della sicurezza nazionale, il tabù inviolabile. Per proteggere i segreti dello Stato hanno cercato di tenere tutto in cassaforte. Una raccolta iniziata dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale quando gli episodi di Ufo si diffondono un po’ ovunque. Nel periodo della guerra fredda gli americani sospettano che i mezzi volanti velocissimi e imprendibili possano essere russi, a Mosca pensano che siano diavolerie statunitensi. Impressioni, sensazioni, ipotesi legate ai luoghi.

Le incursioni avvengono quasi sempre nei pressi di siti nucleari, installazioni militari, basi. Come la mitica Area 51, nel deserto del Nevada, area di test per nuove armi. Facile pensare ad attività di spionaggio condotte con aerei segreti. E in parte lo sono. La stessa Cia, pochi mesi fa, lo ha ammesso. Non solo. Oggi i casi sono in aumento in aree di grande tensione come l’India e la Cina, due Paesi rivali. In precedenza è stato l’Iran, alle prese con i programmi atomici. E dunque ci può stare che certi fenomeni appartengano a realtà terrestri e non extra. In altre parole non sono «marziani».

Ma è proprio tutto così? I misteri non mancano, scarseggiano le risposte ufficiali. O sono incomplete. «Anche la nostra aviazione ha indagato e continua a farlo — aggiunge l’autrice —. Dagli anni ‘70 a oggi sono 445 gli episodi finiti nei rapporti. Non la visione vaga di un lampo nell’oscurità, ma incidenti con denunce specifiche, circostanziate. Eventi rimasti inspiegabili». E la curiosità è legittima al punto da entrare nella campagna elettorale Usa. In dicembre un reporter ha chiesto alla Clinton se fosse pronta, in caso di elezione, ad aprire gli X Files. Lei ha risposto: «Andrò fino in fondo». Attenta Hillary, le bugie si pagano.

6 marzo 2016 (modifica il 7 marzo 2016 | 07:50)