martedì 8 marzo 2016

Il sogno dell’ apecar...

Corriere del mezzogiorno



In via Sperone a Palermo, ph. P. Longo

Due migranti: "Torniamo a casa: la paghetta da profugo è troppo bassa"

Claudio Cartaldo - Lun, 07/03/2016 - 15:29

Due migranti ospitati nei centri di accoglienza in Germani hanno deciso di tornare indietro: "Non ne è valsa la pena"



Hanno deciso di tornare in Iraq. Dopo la fuga dal loro Paese e il viaggio per raggiungere l'Europa, hanno capito che non ne valeva la pena. Due migranti hanno raccontato alla stampa tedesca di aver deciso di tornare in Iraq, perché quello che hanno trovato in Europa non è quello che cercavano.

Surkaw Omar e Rebien Abdullah hanno descritto la loro esperienza in Germania come "disastrosa": "Non vale la pena lasciare la vostra famiglia e rischiare la vita per questo". "Onestamente, nei campi profughi stavamo morendo di fame. Siamo corsi via a causa della fame. Ci hanno dato solo il formaggio e tè, e la nostra paghetta settimanale era solo di € 30". Troppo poco, insomma, lo "stipendio da profugo".

I due profughi sono andati prima in Germania, poi hanno tentato in Svezia e ancora una volta in Germania. Alla fine hanno rinunciato: "Ci siamo detti l'un l'altro, andiamo a casa. È meglio che qui". Omar e Abdullah sono nati nella regione curda del nord dell'Iraq, in gran parte risparmiata dai combattimenti Contro lo Stato Islamico. Omar lavorava come addetto in ristoranti e supermercati, mentre Abdullah aera proprietario di un taxi, venduto per finanziare il viaggio verso l'Europa. Hanno deci di migrare perché tutti intorno a loro dicevano: vedrai che in Europa è meglio.

"Ma quando siamo arrivati non era affatto così" - ha detto Omar - La vita in Europa è davvero difficile".

Ma ora nessuno si lamenta dell'incubo del monopolio

Alessandro Sallusti - Gio, 03/03/2016 - 15:20



Il quotidiano La Stampa di Torino, storico foglio della famiglia Agnelli e di Fiat, si fonde con il gruppo Espresso di Carlo De Benedetti, editore - oltre che del noto settimanale, di sedici importanti quotidiani locali e di famose radio (Dj e Capital) - di la Repubblica, organo ufficiale della sinistra italiana.

Se aggiungiamo che La Stampa è già proprietaria del Secolo XIX di Genova si può dire con certezza che ieri ha preso vita un nuovo mega polo editoriale che controllerà ben oltre il 20 per cento dell'informazione prodotta in Italia. C'è di più. Uno dei due freschi soci, John Elkann, nipote dell'Avvocato e presidente de La Stampa, ha per ora solo annunciato di volersi defilare dal Corriere della Sera, di cui è azionista di riferimento. Non dubitiamo, siamo solo curiosi di vedere quando non sarà certo domani - e come questo accadrà, cioè a chi passerà di mano il controllo del Corriere.

Diciamo la verità. Siamo ammirati perché quando gli imprenditori si muovono e rischiano è cosa positiva. E siamo contenti perché più informazione si omologa e allinea al pensiero unico della sinistra (ieri il comunismo, per vent'anni l'antiberlusconismo, oggi il renzismo in salsa verdiniana) più aumentano gli spazi per chi come noi la pensa diversamente e combatte sul fronte opposto. Non la meniamo con il conflitto di interessi, a noi le concentrazioni non fanno paura. Questo giornale nasce senza piagnistei proprio contro il monopolio culturale e mediatico.

Ma siamo pure divertiti nel vedere come nessuno dei paladini del pluralismo, della libertà di espressione, come quelli del conflitto di interesse permanente, abbia fino ad ora fiatato. Ma come, il grosso dell'informazione finisce nelle mani di un solo uomo è evidente che è De Benedetti che si mangia La Stampa e tutti si allineano? Pensare che gli stessi il circolino che faceva capo alla buonanima di Umberto Eco - volevano fare la rivoluzione quando Mediaset propose di acquistare i tralicci dico tralicci, non canali della Rai per modernizzare i segnali via etere (operazione ovviamente bloccata da Renzi).

E dire che ancora oggi è in corso una rivolta per salvare la democrazia dopo che Mondadori ha acquistato, salvandola dal fallimento, la Rizzoli Libri. A questi cortigiani faziosi abbiamo fatto da tempo il callo. Ci consoliamo con il fatto ed è una bella notizia che dopo un secolo la Fiat si defila dal controllo dell'informazione, che in alcuni periodi è stato assoluto: troppo oneroso e non più strategico per un gruppo ormai internazionale. Grazie Marchionne.

Facebook regala un milione a ogni dipendente per sfuggire al Fisco

repubblica.it

Nei prossimi tre anni la società pagherà un maxi bonus ai lavoratori della filiale inglese per spendere meno in tasse. Beffa per il governo che spende più in pubblicità sul social network di quanto incassi dallo stesso in imposte

Facebook regala un milione a ogni dipendente per sfuggire al Fisco

Maxi bonus ai dipendenti per sfuggire al Fisco inglese. La scorsa settimana Facebook ha annunciato la volontà di fare passare i propri ricavi dalla filiale inglese anziché da quella irlandese a dimostrazione della propria buona volontà e dell'intenzione di "garantire più trasparenza alle attività" sul suolo britannico.

Un'operazione che dovrebbe portare nelle casse del Fisco di sua Maestà milioni di sterline in più. Le stime del Tesoro britannico, però, rischiano di dover esser riviste al ribasso perché Mark Zuckerberg ha annunciato che pagherà ai dipendenti inglesi 400 milioni di dollari di bonus nei prossimi tre anni: poco più di un milione a testa. Spese che il social network più grande del mondo potrà detrarre.

Facebook registra utili per quattro miliardi di dollari l'anno, ma non ha mai comunicato la quota relativa al Regno Unito e adesso la decisione di pagare maxi bonus per i prossimi tre anni rischia di suonare come una beffa per l'esecutivo. Basti pensare che da poco sono stati resi pubblici dati secondo i quali il Tesoro spende più in investimenti pubblicitari su Facebook, di quanto incassi dalla stessa società sotto forma di tasse.

Facebook diventerà il più grande cimitero virtuale al mondo: ecco quando i morti saranno più dei vivi

repubblica.it

Facebook

Nell'anno 2098 Facebook si trasformerà nel più grande cimitero 'virtuale' al mondo visto che il numero degli utenti deceduti supererà quello dei vivi. È la previsione fatta da Hachem Sadikki, esperto di statistica dell'università del Massachusetts, che ha elaborato la sua teoria sulla base di due dati: da una parte, la scelta del social network di continuare a rifiutarsi di eliminare in modo automatico gli account degli utenti che nel frattempo sono deceduti; dall'altra, il dato secondo cui la crescita degli iscritti a Facebook inizierà presto a rallentare.

Secondo 'Digital Beyond' - società che si occupa di 'eredità digitale' - sono 970mila gli utenti di Facebook che moriranno quest'anno. Nel 2010 sono stati quasi 386mila mentre nel 2012 erano 580mila. Al momento l'unico modo per cancellare l'account di una persona deceduta è necessario che qualcuno faccia il Log-in e scelga di eliminare il profilo. Ma (quasi) nessuno consegna i propri dati di accesso a familiari o amici.

I fischi per strada sono molestie o complimenti?

La Stampa
alessandra di pietro

Secondo il filosofo Simone Regazzoni ciò che fa la differenza è la percezione del destinatario



L’attrice Sophie Vergara, star di Modern Family in una recente intervista ha dichiarato: «Guardare la mia età sullo schermo è terribile, fa venire voglia di ammazzarmi. Ma che posso farci? Sarà orribile quando per strada non mi fischieranno più». Ovvero quando lungo la via non mi sarà riconosciuta dallo sguardo maschile la mia bellezza. È questo un atteggiamento in cui le donne si pongono come oggetto perdendo la proprio libertà? Oppure si può essere femministe e apprezzare che uno sconosciuto ti possa urlare dietro i suoi, spesso rozzi, desideri? In sintesi: i fischi per strada sono molestie oppure complimenti?

Pochi argomenti sono così divisivi tra le donne. Slavina, pornoattivista e sex educator, italiana che vive dalle parti di Barcellona, dice: «Ho più di 40 anni, mi considero una persona estremamente passionale e so riconoscere una molestia da un apprezzamento. E allora non è un apprezzamento quando una persona mi urla dietro e tra di noi non c’è stato nemmeno un contatto visivo. Poi non è che vado in giro con la mazza chiodata e uccido chi mi dice “Quanto sei bella stamattina”, semmai rispondo a tono, dipendendo dall’umore». 

Eppure è una forma di libertà poter dire che piacciono le frasi allusive come rivendica Sophie Vergara: o no? Ancora Slavina: «In generale, credo nella buona educazione senza distinzione di genere, ma non giudico politicamente le preferenze delle altre che siano femministe oppure no. Come gioco sessuale consapevole farsi fare i complimenti dal primo che passa non mi sembra condannabile, anzi. La questione più delicata è educarci tutti - femmine ma ahimè soprattutto maschi - al consenso: il maschio eccitato per strada come capisce chi vuole giocare con lui e chi no ? In realtà basta poco per entrare in empatia con l’altro e non considerare le persone come oggetti, tenendo a mente che la vita non è un film porno dove tutto è disponibile, essendo finzione». 

Secondo il filosofo Simone Regazzoni, docente di Estetica a Pavia, «non si eccede mai se il gioco linguistico condiviso. Quindi, la questione non può essere posta in termini morali assoluti di giusto o sbagliato. Ci sono contesti dove fischiare ha un significato ed è parte di rituali di seduzione. Altri in cui è fuori luogo. Io, ad esempio, non lo farei mai». Dunque, per lei il fischio è già molestia? «No, se finisce lì. Possiamo giudicarlo inelegante, fuori luogo, ma non una molestia almeno che non superi certe soglie». Regazzoni sta per pubblicare il romanzo L’origine del male (Longanesi) e Amo ergo sum. Filosofia d’amore (Utet). Il filosofo continua: «Il gioco della seduzione ha vari registri tra cui alcuni bassi, non possiamo cancellare il rischio che alcune pratiche siano, entro i limiti e per alcuni soggetti disturbanti.

Insomma: tu maschio sei libero di fischiare e io donna di mandarti a quel paese. Se non ricevi il messaggio e insisti allora diventi molesto. Però considerare a priori il fischio è una molestia significa pensare sempre la donna nella condizione della vittima quindi un soggetto passivo». Ciò che fa la differenza tra un omaggio e una scocciatura, tra la malia e il reato (le molestie sono punite dall’articolo 660 del codice penale) è la percezione del destinatario, ovvero il suo consenso a ricevere l’altro nel proprio spazio inviolabile. Olga Ricci è la giornalista autrice di Toglimi le mani di dosso edito da Chiarelettere, un diario autobiografico di sopraffazioni e molestie che il suo capo ha a lungo considerato solo attenzioni e complimenti. 

«In generale quando un atteggiamento o una situazione crea difficoltà, inadeguatezza o imbarazzo, significa che la persona sta subendo qualcosa per cui non c’è reciprocità. Il cat calling è un problema perché non è richiesto, viene subito e non è reciproco». Secondo Ricci poi il contesto culturale collettivo può fare la differenza. «In Italia siamo abituate a essere oggetto di apprezzamenti sul fisico in diversi ambiti della nostra vita, in ogni momento, dalla strada al lavoro, tanto che quando invecchiamo e il meccanismo si interrompe ci sentiamo quasi in difficoltà. Si tratta di un fenomeno che io ritengo sessista perché è a senso unico. Difficilmente agli uomini è riservato lo stesso tipo di trattamento e di destino». 

Se mai anche gli uomini dovessero precipitare in massa dentro la tirannia di dover rispondere sempre anche del proprio aspetto fisico, ironizza Ricci «non sono sicura che gli piacerebbe, come invece spesso ribattono scherzando quando si affronta questo argomento. Gli apprezzamenti non richiesti hanno la pecca di ricondurre perennemente la donna alla sua sfera sessuale, che è una sfera della vita, certo, ma non è l’unica». E a questo principio di realtà anche i maschi non posso che dire sì.

Le Ultimarie

La Stampa
massimo gramellini

Le immagini riprese dalle telecamere nascoste del sito Fanpage.it smascherano alcuni consiglieri del Partito Democratico napoletano mentre davanti ai seggi delle primarie forniscono a elettori più o meno casuali l’euro necessario al voto, accompagnandolo con indicazioni a favore di Valeria Valente, la candidata poi risultata vincitrice. Si vede un dirigente del Pd locale tirare fuori il portafogli e smazzare biglietti da dieci euro ai passanti. E uno scrutatore uscire in strada a urne ancora aperte con la lista dei votanti per mostrarla a un tizio seduto dentro un’auto. 

Che, da strumento capace di lanciare in orbita personaggi sgraditi agli apparati, le primarie fossero scadute a camarilla alimentata dagli apparati stessi era cosa nota o comunque fortemente sospetta. Vedersela però sbattere in faccia suscita un moto di disgusto che mina la credibilità di un meccanismo elettorale e del partito che su quel meccanismo aveva fondato la propria differenza. Il fatto poi che, almeno in queste immagini, a essere beneficiata dal voto «assistito» sia stata la candidata che si presentava come simbolo del nuovo corso, rende ancora più indifferibile un intervento del segretario del Pd, che sulla mistica delle primarie ha costruito la sua carriera e legittimato la nomina a presidente del Consiglio.

Il Renzi che abbiamo conosciuto prima che l’incenso dei sacerdoti di regime si incaricasse di rallentarne i riflessi caccerebbe all’istante i dirigenti dall’euro facile e rifarebbe subito le primarie napoletane, mettendo qualche sceriffo affidabile a controllare l’ultima propaggine dell’infinito Far West italiano.

La gran soddisfazione di scrivere sul muro col carbone

La Stampa
mattia feltri

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A proposito dell’ascesa e del declino delle scritte murarie, dello splendido pezzo del professor Gianluigi Beccaria sulla Stampa di domenica, dei muri delle nostri città piene di disegni e motti e parolacce e dichiarazioni d’amore e di odio, tutte figlie dei tempi bui (parrebbe), a voi un sonetto di Giuseppe Gioachino Belli del 1834.

Tutta la nostra gran zodisfazzione
De noantri quann’èrimo regazzi
Era a le case nove e a li palazzi
De sporcajje li muri cor carbone.
Cqua ddiseggnàmio o zziffere o ppupazzi, 
O er nodo de Cordiano e Ssalamone: 
Llà nnummeri e ggiucate d’astrazzione, 
O pparolacce, o ffiche uperte e ccazzi.
Oppuro co un bastone, o un zasso, o un chiodo,
Fàmio a l’arricciatura quarche sseggno,
Fonno in maggnèra c’arrivassi ar zodo. 
Quelle sò bbell’età, pper dio de leggno!
Sibbè cc’adesso puro me la godo,
E ssi cc’è mmuro bbianco io je lo sfreggno.

Attenzione a KeRanger, il primo ransomware per computer Mac

La Stampa
lorenzo longhitano

Il software malevolo si nasconde in un client per BitTorrent e tiene in ostaggio i file personali in attesa di un riscatto. Apple ha già risolto il problema, ma il mito della sicurezza di OS X si incrina



C’è una prima volta per tutto, anche nel mondo della tecnologia e — purtroppo — in quello dei virus. Da poche ore infatti è stata resa nota l’esistenza di KeRanger , un pericoloso malware nascosto all’interno di Transmission, un software per OS X normalmente utilizzato per scaricare file torrent. I Mac non sono invulnerabili, ma sono da sempre considerati più al riparo dagli attacchi di virus e software malevoli rispetto alle controparti PC; in particolare, è la prima volta che un ransomware fa la sua apparsa sui prodotti della casa di Cupertino.

Questa tipologia di virus è particolarmente insidiosa per gli utenti comuni, perché attacca silenziosamente la macchina ospite crittografando documenti, foto e contenuti multimediali con una chiave nascosta rendendoli illeggibili senza la sua mediazione. Dopo tre giorni, il malware esce allo scoperto e tramite una finestra di dialogo rende noto all’utente quanto sta accadendo: i file sono di fatto in ostaggio, e per sbloccarli occorre versare una somma in denaro (un Bitcoin, pari a circa 400 dollari) presso l’account del creatore del virus che provvederà a ripristinarli. In caso contrario, i file crittografati vengono cancellati per sempre dal disco rigido.

Transmission è un programma legittimo e utilizzato da tempo nella comunità OS X dedita al download di torrent: questo vuol dire che i creatori di KeRanger hanno trovato un modo di infettare l’app e di firmarla con un certificato di autenticità valido, in grado di superare i controlli di protezione messi da Apple a guardia del software scritto per il suo OS X; dopodiché gli stessi autori hanno preso il controllo del sito ufficiale e posto tra i download la loro versione dell’app modificata col virus. 

Per verificare la presenza del virus nel proprio sistema, la procedura è semplice: basta cercare, usando il Finder, i file /Applications/Transmission.app/Contents/Resources/General.rtf o /Volumes/Transmission/Transmission.app/Contents/Resources/ General.rtf. Se il risultato della ricerca è positivo, la versione di Transmission installata è da considerarsi infetta e deve essere cancellata il prima possibile. Gli sviluppatori hanno già aggiornato il loro software alla versione 2.92 (quella a rischio è la 2.90), Apple ha revocato il certificato utilizzato in questa occasione, impedendo di installare e avviare il programma, ma il precedente ormai è stabilito.

Cartello degli ebook, Apple dovrà pagare 450 milioni di dollari

Corriere della sera

La Corte suprema ha respinto l’appello del colosso di Cupertino e ha confermato la condanna per aver concordato con cinque grandi gruppi editoriali pratiche antitrust sui prezzi dei libri digitali



Apple dovrà pagare 450 milioni di dollari dopo che la Corte suprema Usa ha respinto il suo appello e confermato la condanna della società di Cupertino per aver concordato con cinque grandi gruppi editoriali (Hachette Book Group, controllata da Lagardere, HarperCollins Publishers, parte di News Corp, Penguin Group, Simon & Schuster, controllata da Cbs, e Macmillan, parte di Verlagsgruppe Georg von Holtzbrinck) pratiche antitrust sui prezzi degli e-book. Apple era stata considerata la «mente» del cartello che aveva come obiettivo spingere Amazon, leader del mercato, ad alzare i prezzi. Le case editrici coinvolte hanno già patteggiato per 166 milioni di dollari.
La multa
La decisione della Corte Suprema, che non valuterà il ricorso in appello della sentenza di un tribunale di grado più basso, lascia valida le decisioni prese a giugno scorso dalla Corte d’Appello di New York, che aveva riconosciuto Apple colpevole di violazioni antitrust. Questo significa che Cupertino dovrà pagare i 450 milioni di dollari previsti dal patteggiamento concordato in precedenza nell’ambito della causa intentata nel 2012 dal dipartimento di Giustizia e da una trentina di Stati americani, che accusavano la società di avere aumentato arbitrariamente i prezzi, d’accordo con gli editori, quando è stato lanciato l’iPad, nel 2010. La maggior parte della cifra sarà destinata ai consumatori.
La vicenda
I fatti risalgono a fine 2009, quando il colosso della Silicon Valley si preparava a lanciare il suo primo iPad e l’iBookstore. Il piano elaborato da Apple puntava a spingere il rivale Amazon ad alzare il prezzo dei suoi ebook — venduti in contemporanea con le novità editoriali in versione cartacea — da 9,99 dollari a una somma più vicina al prezzo di copertina di un libro fisico (circa 15 dollari). Con l’effetto, secondo il giudice, di un rialzo dei prezzi per il consumatore, in qualche caso anche del 50%, e di profitti illeciti per Apple e per gli editori, che avrebbero trovato un alleato per rallentare la corsa di Amazon. All’epoca Apple si era difesa sostenendo di non aver fatto «nulla di male», di «non aver cospirato con nessun editore per far salire i prezzi» e che l’azienda non poteva essere ritenuta colpevole per «una decisione che gli editori hanno assunto in seguito alle condizioni del mercato».

A inchiodare Apple era stata un’email di Steve Jobs a James Murdoch, figlio del fondatore di News Corp e proprietario di Harper Collins, in cui scriveva che «le vendite di Amazon a 9,99 dollari rischiavano di erodere la reale percezione del valore dei prodotti editoriali e che Apple avrebbe tentato di fissare soglie di prezzo più alte». E poi in occasione del lancio dell’iPad Jobs ha pronunciato un’altra frase ritenuta dai giudici americani «rivelatrice». A un giornalista che gli chiedeva per quale ragione avrebbe dovuto acquistare a un prezzo più alto ciò che Amazon vendeva a 9,99 dollari, Jobs rispose che «presto tutti i prezzi saranno uguali». Un’evidenza — per il giudice — del fatto che Jobs fosse a «conoscenza o addirittura ideatore del complotto».

Arriva al Museo della Scienza il «wikipediano in residenza»

Corriere della sera

Marco Chemello, architetto vicentino di 49 anni, è il contributore che collaborerà con i curatori dell’istituzione. Obiettivo: migliorare le voci dell’enciclopedia e crearne di nuove

 

Il sottomarino Enrico Toti, al Museo della Scienza

Anche al Museo della Scienza è partito il progetto del «wikipediano in residenza». L’iniziativa, organizzata Wikimedia Italia con Icom Italia e Museimpresa, prevede che un «contributore volontario» di Wikipedia collabori con un’istituzione culturale per facilitare la redazione di voci dell’enciclopedia online relative a tale istituzione. Marco Chemello, architetto vicentino di 49 anni, è il contributore che per i prossimi due mesi e mezzo, per almeno due giorni a settimana, seguirà lo staff dell’istituzione milanese. Il suo compito sarà quello di insegnare ai curatori e agli addetti della comunicazione come vengono scritte le voci di Wikipedia e come rendere disponibili agli altri utenti foto e altro materiale sui pezzi in esposizione. Sarà poi la comunità dei «wikipediani» a produrre nuove voci dell’enciclopedia online e a integrare quelle già esistenti.
Il progetto
«Stiamo già lavorando per selezionare il materiale — anticipa Chemello — cominciando dalle collezioni tecnico scientifiche presenti sul sito del museo. Poi potremmo proseguire anche con parti dell’archivio che non sono ancora visibili». L’architetto non ha «aspettative numeriche», ma si dice sicuro che di poter «migliorare centinaia e migliaia di voci, soprattutto quelle legate all’ingegneria idraulica e a Leonardo da Vinci, magari con la creazione di pagine dedicate alle singole opere». A trarre vantaggio da questa collaborazione saranno gli stessi wikipediani:

«La qualità delle voci di Wikipedia è variabile. Ce ne sono di ottime e di scadenti — continua Chemello — ci sono quelle senza foto e quelle prive di fonti, il che le rende poco attendibili. Poter collaborare coi curatori del museo, che le correggeranno, porterà a un innalzamento della qualità di tutta la parte tecnico scientifica, ma anche di quella artistica». Il Museo della Scienza non è l’unico ad aver aderito al bando: altri wikipediani collaboreranno con il Museo di Trento e con la Fondazione Mansutti, sempre a Milano.

Caricatore nella presa elettrica senza dispositivo? Ecco cosa si rischia

Il Messaggero

Una presa elettrica

Quante volte è capitato di attaccare il caricatore del telefono e lasciarlo poi nella presa della corrente? Ebbene non c'è nulla di più sbagliato se si vuole risparmiare.

I moderni caricatori, infatti, secondo gli esperti, una volta staccato lo smartphone non consumano più energia, ma se i caricatori sono più datati continuano a consumare. Il problema però non è tanto per la bolletta (il consumo di elettricità è limitato) quanto per i dispositivi: tutti i caricatori che vengono lasciati attaccati alla presa continuano a consumare energia e il rischio è di danneggiare i cavi.

Intrappolato nell’ambra il camaleonte più antico: risale a 99 milioni di anni fa

Corriere della sera

di Paolo Virtuani
Le gocce di ambra vennero scoperte in Myanmar e donate da un privato al Museo americano di storia naturale. Ma rimasero nei magazzini per decenni e solo recentemente sono state analizzate con la tomografia computerizzata

Il camaleonte più antico

Risale a 99 milioni di anni fa, quando la Terra era dominata dai dinosauri, il camaleonte più antico mai trovato.

Il camaleonte è quello in basso a destra (Reuters/David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)
Il camaleonte è quello in basso a destra (Reuters/David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)

È stato rinvenuto in Myanmar in alcune gocce di ambra fossilizzate. Si tratta di un esemplare a uno stadio di sviluppo molto precoce, da poco uscito dall’uovo.

L’orologio spostato indietro

Con questa scoperta l’origine dei camaleonti viene spostata indietro di 78 milioni di anni e viene messa in discussione l’origine africana.

A destra il camaleonte (David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)
A destra il camaleonte (David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)

Infatti quello più antico era datato a 21 milioni di anni fa.

Rimasti in magazzino

Le gocce di ambra vennero scoperte decenni fa e donate da un privato al Museo americano di storia naturale. Ma rimasero sepolte nei magazzini e solo recentemente sono state analizzate.

Ricostruzione tridimensionale dello scheletro (Kristen Grace/Florida Museum of Natural History)
Ricostruzione tridimensionale dello scheletro (Kristen Grace/Florida Museum of Natural History)

Altre undici specie

Insieme al camaleonte più antico, le gocce di ambra contengono i resti di altri undici specie di lucertole e gechi.

Particolari delle squame (David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)
Particolari delle squame (David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)

Secondo gli scienziati si tratta di una scoperta eccezionale in quanto consente di avere a disposizione un anello mancante della storia evolutiva delle lucertole. Lo studio è stato pubblicato su Science Advances.

Senza nome

Oltre al camaleonte, sono stati trovati ben conservati anche un geco e una lucertola, che al momento non hanno ancora ottenuto un nome scientifico.

Ricostruzione tridimensionale del cranio (Kristen Grace/Florida Museum of Natural History)
Ricostruzione tridimensionale del cranio (Kristen Grace/Florida Museum of Natural History)

Tomografia computerizzata

Gli scheletri sono stati ricostruiti grazie alle tomografia computerizzata scannerizzata, in grado di «guardare» dentro le gocce di ambra senza danneggiarle o rovinare i resti fossili.

Ricostruzione tridimensionale dello scheletro (Kristen Grace/Florida Museum of Natural History
Ricostruzione tridimensionale dello scheletro (Kristen Grace/Florida Museum of Natural History

Le dita del geco

Stupefacenti anche le dita di un geco, che dimostra che la particolare evoluzione dei polpastrelli che permette a questi rettili di restare attaccati anche sul soffitto è iniziata già molto presto.

(David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)
(David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)

Una finestra unica

I reperti fossili sono scarsi perché la pelle e le fragili e delicate ossa di piccole lucertole di solito non si conservano, soprattutto ai tropici, il che rende i nuovi fossili nell’ambra una finestra incredibilmente rara e unico nel suo genere.

Una lucertola nell’ambra (David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)
Una lucertola nell’ambra (David Grimaldi/Florida Museum of Natural History)

Prezzi più cari alla Buvette della Camera: caffè a 90 cent e cornetto 1,20. E niente mandorle gratis

La Stampa

Si può davvero parlare di vita più cara per parlamentari, cronisti e dipendenti? Per il Codacons: “Restano ancora troppo bassi”



Da oggi caffè e aperitivi alla buvette di Montecitorio saranno più cari. Lo storico bar di Montecitorio alza da oggi i prezzi di molti prodotti: il caffè passa da 80 a 90 centesimi, il cornetto da un euro a 1,20, i mignon da 60 centesimi a 80 centesimi. Cresciuto anche il prezzo del prosecco che da oggi costerà 4 euro e degli apertivi alcolici che costeranno 4,50 euro. Non solo. Anche le mandorle salate, tra gli snack più “amati” non solo dai parlamentari, hanno subito una “stretta”: verranno servite gratuitamente esclusivamente come accompagnamento all’aperitivo. Chi le vorrà al fianco di altre bevande dovrà pagarle.

PERCHE’ LA STRETTA SULLE MANDORLE
Le mandorle, salate e tostate, vengono acquistate dal bar Giolitti, che si trova a due passi dal Palazzo, a 40 euro circa al chilo. Cifra che è stata considerata troppo alta, nonostante - così viene riferito - si tratti comunque di un prezzo di favore, ma troppo alta a fronte del fatto che le mandorle vanno letteralmente a ruba e c’è chi ne mangia a decine anche bevendo un semplice bicchiere d’acqua con il limone.



I MOTIVI DELL’ AUMENTO
I motivi del “caro prezzi”? «Semplice, la ditta si è resa conto che, senza un aumento, non c’erano più i margini tra acquisto dei prodotti dai rifornitori e loro rivendita», spiegano alla buvette sottolineando come, in tal modo, il luogo più frequentato da parlamentari e cronisti politici si sia «rimesso in pari con un qualunque locale del centro». E i deputati come hanno reagito? «Non è che stiano facendo tante storie, così come non le hanno fatte quando nei giorni scorsi è stato introdotto l’obbligo di fare prima lo scontrino», spiega uno dei dipendenti della buvette.

CODACONS: “PREZZI ANCORA TROPPO BASSI”
Un aggiornamento dei listini che tuttavia non convince il Codacons. «I prezzi alla Buvette continuano ad essere più bassi rispetto i listini medi pagati dai cittadini italiani - denuncia il Presidente, Carlo Rienzi - Ormai la classica tazzina di caffè consumata al bar è arrivata a costare 1 euro in numerosissimi esercizi, e 1 euro l’uno costano anche mignon e piccole paste da accompagnare al caffè. Per un aperitivo alcolico, il costo medio in Italia non è inferiore ai 5 euro, contro i 4,5 euro assicurati a Montecitorio». «Sembra proprio che i politici italiani, nonostante i nuovi listini della Buvette, continueranno a godere dei soliti privilegi, spendendo meno per bere e mangiare rispetto a quanto pagano mediamente i cittadini italiani», conclude Rienzi.

Niente filigrana, siamo inglesi. Arriva la sterlina di plastica

La Stampa
silvana mossano

Le banconote da 5 e 10 saranno più resistenti e non si potranno contraffare. Una rivoluzione nata nel centro stampa Cerutti di Casale Monferrato



Manca soltanto l’annuncio ufficiale: presto cominceranno a circolare nel Regno di Sua Maestà le sterline di plastica che sostituiranno quelle in filigrana. Tutto è pronto per far uscire le banconote da cinque pounds, con l’immagine di Winston Churchill, e quelle da 10, con il volto della celebre scrittrice britannica Jane Austen, realizzate con uno speciale «polipropilene» sottile e flessibile.
Il «polipropilene» garantisce una maggiore durata (fino a due volte e mezzo di più rispetto a quelle di carta), più resistenza (non si rovinano anche se finiscono in lavatrice), ma, soprattutto, rende molto più difficile la contraffazione per via anche di una «finestrella» trasparente su cui è concentrato un elevatissimo livello di tecnologia italiana.

È il know how di una delle aziende leader nel mondo per le macchine da stampa: la Cerutti Packaging equipment del gruppo «Officine Meccaniche Cerutti», quartier generale a Casale Monferrato, centro ricerche a Vercelli, stabilimenti produttivi in entrambe le città. Tutto è pronto, si attende il «la» dalla Bank of England per cominciare a divulgare i nuovi «soldi di plastica» (che «sembrano finti», secondo un sondaggio di gradimento tra gli inglesi, che però approvano «la maggiore sicurezza») e ritirare, via via, quelli tradizionali.

La rivoluzione cultural-monetaria, che mette fine a una tradizione di 322 anni, era stata annunciata a fine 2013 da Mark Carney, governatore della Banca d’Inghilterra che ha affidato alla Innovia Security il contratto in esclusiva per la preparazione delle banconote di plastica. È proprio in questa fase di preparazione che entra a far parte, con un ruolo delicatissimo, l’esperienza e l’affidabilità della «Cerutti» di Casale Monferrato. Le banconote, infatti, si attuano attraverso diverse fasi: dalla realizzazione della pellicola trasparente fino alla stampa finale.

Passaggio intermedio fondamentale è quello in cui vengono impressi i colori di base, utilizzando inchiostri molto sofisticati e, soprattutto, in cui si realizza la «finestrella anticontraffazione», dove si inseriscono speciali sistemi di sicurezza. È la parte più difficile. Ed è stata affidata alla tecnologia Cerutti che già, peraltro, l’ha sperimentata e attuata con successo in molti altri Paesi del mondo: dall’Australia, alla Nuova Zelanda, a Singapore, al Canada, al Cile, al Messico, al Mozambico, al Nicaragua, alla Nigeria, allo Zambia, al Vietnam, alla Romania. Qui si stampano banconote correnti di plastica con il know how casalese; in molti altri Stati tra cui Brasile, Cina, Indonesia, Paraguay, Thailandia, la stessa tecnologia è stata impiegata per la stampa di banconote di polipropilene a scopo commemorativo.



La Cerutti ha attualmente sei macchine di questo tipo installate nel mondo: tre in Australia, una in Messico, una in Inghilterra (che produce per il Centro America e l’Africa) e, da luglio scorso, quella nella contea di Cumbria, al confine con la Scozia, per preparare le sterline della Regina. Il programma concordato con la Innovia Security è stato rigorosamente rispettato: «La macchina, lunga una sessantina di metri e alta otto, è stata montata dai tecnici di Casale e di Vercelli – spiega il presidente Giancarlo Cerutti – e ha superato brillantemente le fasi di accettazione e di verifica». Validation test: ok.

Ora si attende soltanto che la Bank of England annunci l’uscita delle prime banconote di plastica da 5 sterline. Più avanti quelle da 10. Intanto, è stata presa una nuova decisione: con lo stesso materiale e analogo procedimento si faranno anche quelle da 20. «Con tecnologia ancor più raffinata messa a punto nei nostri laboratori di ricerca» spiega il presidente Cerutti.

Niente più streaming, Meerkat diventa un social network

La Stampa
dario marchetti

L’app aveva reso popolare le dirette via smartphone, ma non ha retto il confronto con Facebook e Periscope di Twitter. Diventerà un social per videochat tra amici e familiari



Addio live streaming, benvenuto social network. Finisce così l’avventura di Meerkat, l’app che per prima aveva reso popolare l’idea di trasmettere video in diretta attraverso lo smartphone. L’applicazione si trasformerà nell’ennesimo social network, dove le dirette video si potranno ancora fare, certo, ma saranno dedicate alla condivisione privata con amici e familiari.

La notizia è arrivata direttamente dal Ceo Ben Rubin, che in un’intervista col sito Recode ha spiegato come in realtà l’app non avesse raggiunto grandi traguardi, con posizioni da outsider nelle classifiche degli store e un picco massimo di appena centomila streaming nei mesi migliori.

Alla sconfitta di Meerkat hanno contribuito senza dubbio la popolarità di Periscope, l’app rivale, acquistata poi da Twitter all’inizio dell’anno scorso, e la funzione di streaming integrata su Facebook, inizialmente disponibile solo per le celebrità e da poco utilizzabile da tutti gli utenti, senza alcuna limitazione. E non c’è dubbio che, in attesa della realtà virtuale a disposizione di tutti, il prossimo terreno di battaglia fra social sarà proprio quello del live streaming. Garantisce Mark Zuckerberg.