mercoledì 9 marzo 2016

Monete in lire e schede telefoniche: ecco quanto valgono ora

Chiara Sarra - Mer, 09/03/2016 - 13:44

Moneta per moneta: ecco quanto valgono per i collezionisti



Quanti di voi hanno ancora da parte qualche moneta in lire, magari dimenticata in un vecchio salvadanaio? O magari qualche scheda telefonica rimasta inutilizzata in un portafogli dismesso? Forse non lo sapete, ma potrebbe valere un bel tesoretto.

Ecco quanto valgono per i collezionisti:
- La moneta da 100 lire, coniata nel 1955 vale fino 1200 Euro

- La moneta da 50 lire emessa nel 1958 può valere anche 2mila euro, a patto che sia ancora lucida e priva di graffi

- La moneta da 10 lire vale 50 o 70 euro se emessa nel 1954, ma ben 4 o 5mila euro nel caso si tratti di quella più antica del 1947

- La moneta da 5 lire del 1956 vale "solo" 50-60 euro, ma se è ben conservata potreste guadagnare anche 1500 o 2mila euro

- Più rara la moneta da 2 lire emessa nel 1958: a venderla si possono ottenere dai 100 ai 500 euro
- Le schede telefoniche della serie Numeri Utili o Svegliette stampata nell’86 dalla Pikappa e venduta nei primi mesi dell’87 al salone dell’auto di Torino è così introvabile che può valere anche 10mila euro

- Anche l'intera serie di schede dedicate al turismo realizzate dalla Technicard System all’inizio del 1989 e che raffigurano la Torre di Pisa, un particolare di Michelangelo, un interno di Palazzo, i mulini a vento e Alberobello arriva a valere fino a 10mila euro

Ecco il manuale che spiega ai migranti come fare sesso con le donne europee

Luca Steinmann - Mar, 08/03/2016 - 17:20

Il governo tedesco ha inaugurato una pagina web in cui vengono spiegate ai nuovi arrivati i comportamenti a cui si devono attenere se vogliono avere rapporti sessuali con le donne tedesche. Con tanto di immagini a corredare le spiegazioni. E specificano: "Stupri e mutilazioni genitali non sono accettate culturalmente"



Il governo tedesco ha inaugurato una pagina web esplicitamente illustrata dedicata esclusivamente a promuovere il sesso interrazziale tra “rifugiati” non bianchi e persone europee.

Il sito, chiamato Zanzu, my body in words and images, è stato aperto dal Ministero della Salute (Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung ) in cooperazione con il governo del Belgio. Il video introduttivo con cui si apre la pagina spiega chiaramente quale sia lo scopo prefissato: “dare consigli sul sesso e la sessualità ai migranti che non hanno ancora vissuto in Germania per molto tempo”.

Diviso in sei sezioni la pagina utilizza degli espliciti disegni per ritrarre degli atti sessuali interrazziali tra persone, con spiegazioni anche sull’omosessualità, bisessualità e “transgenderismo”. Disponibile in 12 lingue, tra cui l’arabo il turco e il farsi, nel sito è chiaramente spiegato come esso sia destinato soprattutto alle persone non-bianche (nonwhites) provenienti dai Paesi del terzo mondo.

Nella sezione “relazione e sentimenti” per esempio, viene chiaramente spiegato come il delitto d'onore non sia accettato in Europa: "Onore significa essere apprezzati da se stessi e dalla società… La violenza fondata sull’onore è proibita dalla società”. Un messaggio, questo, dedicato soprattutto e quasi esclusivamente alle persone di religione musulmana, nella cui società il delitto d’onore è diffuso e spesso accettato, soprattutto all’interno delle cerchia familiari.

Un’altra sezione, chiamata “diritti e leggi” spiega ai nuovi arrivati perché non debbano praticare violenze sessuali sulle donne. In un'altra, dedicata all'omosessualità, siene spiegato come in Occidente i nuclei familiari possano essere composti anche da persone dello stesso sesso (guarda le immagini).

che cosa si intende per violenza sessuale? Il sito lo spiega in un’apposita sezione: “Violenza sessuale è quando qualcuno ti minaccia, usando violenza contro di te o approfitta della tua posizione di debolezza per fare sesso con te. Questo è un crimine. Alcune forme di questa violenza sono la coercizione sessuale, l’abuso sessuale e lo stupro. Le persone che commettono violenza sessuale possono essere severamente punite.

E’ una forma di violenza sessuale anche se qualcuno ti aggredisce verbalmente o con azioni a sfondo sessuale e se qualcuno lo fa per umiliarti. Per esempio se qualcuno fa commenti volgari su di te in tua presenza, se ti tocca, se qualcuno ti molesta via telefono sms o e-mail, se ti mostra immagini pornografiche contro il tuo volere. Donne e ragazzine ne sono spesso vittime, ma lo possono essere anche gli uomini e i ragazzi.

In un’altra sezione, chiamata “mutilazione genitale femminile” i nuovi arrivati sono avvertiti che tale pratica, “è illegale in Europa e proibita dalla legge anche se fatta per ragioni culturali”. È nella sezione “Tipologie di sesso” che il vero obiettivo del sito viene descritto chiaramente: utilizzando solo immagini che ritraggono scene di sesso interrazziale, vengono illustrati ai “migranti” (e non ai tedeschi) i termini ai quali si devono attenere per avere dei rapporti sessuali con delle tedesche o dei tedeschi.

Ma perché il governo tedesco avrebbe deciso di aprire una tale pagina? Evidentemente gli episodi di violenza sessuale avvenuti a Colonia durante la notte di Capodanno, le vicende analoghe che sono state denunciate su tutto il territorio nazionale e le reazioni intimorite che si stanno manifestando nell’opinione pubblica hanno portato il governo a prendere delle contromisure, tentando di “educare” i nuovi arrivati alle abitudini sessuali dell’Occidente. Per far sì che la Germania multiculturale non si trasformi in una nuova società ad alta conflittualità sociale.

"Così i migranti devono fare sesso"







Il virus esclamativo

La Stampa
massimo gramellini

Il governo inglese ha dichiarato guerra al punto esclamativo. Il suo abuso da parte delle nuove generazioni, dedite a condire qualsiasi osservazione con una scarica di !!!, è considerato «arrogante» e «oltraggioso», oltre che di cattivo gusto. I bambini britannici crescono nella confusione più totale, mettendo gli esclamativi dove ci vorrebbero gli interrogativi («Ciao, come stai!!!») e vengono indotti a concepire la vita come una sequela di eventi straordinari anche quando si tratta di gesti quotidiani («Ho portato il cane a fare pipì!!!!!»). Un mondo di punti esclamativi è un mondo ipereccitato e fuori controllo. Perciò gli esclamativi verranno estirpati dai libri di testo e sopravviveranno solo in situazioni sporadiche e usati uno per volta. (!)

Il ministro britannico dell’Istruzione ha tutta la nostra solidarietà per l’ardua sfida che si è scelto. Il punto esclamativo è il papà degli emoticon, le faccine che servono a dare una personalità alle tante parole che i ragazzi, e non solo loro, si scrivono incessantemente al telefono. Immaginare una conversazione ridotta al punto e punto virgola cari a Totò è impresa nobile, ma improba. In Italia si era tentata in passato una battaglia contro i puntini di sospensione, specie quelli piazzati in mezzo alla frase per annunciare una battuta di spirito che… non fa mai ridere. Non si venne a capo di nulla. Gli inglesi saranno sicuramente più bravi di noi, anche se mi consola la scoperta che il ministro Gibb, quello che vuole sterminare il punto esclamativo, ha un profilo Twitter dove comunica quasi soltanto con gli esclamativi. 

Filastrocca criminale

La Stampa

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Nel derby dei nuovi campioni
fra la squadra degli imbroglioni
e quella degli spioni
osserva un turno di riposo
Silvio Berlusconi

Le dieci domande a Casaleggio. Il manager in audizione alla Camera

La Stampa
jacopo iacoboni

L’ex M5S Mucci: chiederemo di ricavi e concessionaria del blog



Quando citi Lenin per atterrire i sospettati di eresia, il minimo che possa succederti è che prima o poi qualcuno tenti di processare te. Il Processo a Casaleggio.

Il manager milanese è stato chiamato a comparire in audizione alla commissione Affari costituzionali della Camera tra gli «esperti» che a vario titolo parleranno della nuova legge sui partiti. L’idea è venuta a Mara Mucci, una ex deputata M5S oggi nel gruppo misto, che gli farebbe alcune domande. Diciamo le dieci domande a Casaleggio. Mucci ha parlato con «La Stampa» e ce le ha raccontate.
«Faccio una premessa: questa legge sui partiti a me pare border line, credo ne sia anche consapevole il relatore, Matteo Richetti.

Come si fa a imporre una forma giuridica alle forze politiche? Penso che anche nel Pd stiano riflettendo. Non possono imporre un’organizzazione a un movimento o a un partito, ma si può invece regolamentare per legge la trasparenza». La prima domanda da fare a Casaleggio, dice allora Mucci, è:«Ci direte con esattezza tutti i bilanci? Se rispondono che il bilancio è già pubblico, ci direte come sono rendicontati tutti gli eventi o extraeventi? Chi sono le società a cui vengono appaltati? A noi risulta che sia una sola, sempre la stessa, sono legati alla Casaleggio in qualche forma? Noi avevamo un servizio legale, dove viene rendicontato il pagamento di tutto questo? Chi lo paga? Qual è la lista esatta dei finanziatori di tutti gli eventi?».

Ad alcune domande Casaleggio potrà rispondere agevolmente; ad altre meno. Mucci vorrebbe veder rispondere ad alcune domande sul blog e i suoi guadagni: «I bilanci della Casaleggio sono pubblici, alla Camera di Commercio; ma da quelli non si evince la fetta del blog: quali sono i ricavi pubblicitari esatti del blog, che è collegato all’attività di una forza politica, e se ne giova apertamente? Se tu metti nel bilancio, per dire, 8500 voci, o se aggreghi tutto in poche voci, è diverso, il bilancio diventa leggibile o oscuro. Qual è la società che fa la raccolta pubblicitaria? È una società controllata, direttamente o indirettamente, dalla Casaleggio associati?».

È più che possibile, anzi è probabile, che Casaleggio non si presenti al suo Processo alla Camera, anche per evitare l’assalto. Molte questioni non paiono sempre messe bene a fuoco, come la vicenda delle mail sul server gestito da Massimo Artini («se Casaleggio usava quel server per spiare - dice una nostra fonte - perché poi avrebbe dato ordine di chiuderlo?»). Ma anche altre cose non tornano, e ci riconducono alla legge sui partiti, e all’emendamento Boccadutri che prevede 150 mila euro di multa a chi non presenta un bilancio e una forma giuridica.

Qui la domanda che andrebbe posta - a Casaleggio, e ancor di più ai suoi scalatori/rottamatori del gruppetto Di Maio - è semplice: Danilo Toninelli, che per conto di Di Maio si occupa della questione della legge sui partiti, ha fatto diverse uscite molto plateali denunciando che la legge sui partiti è un modo per attaccare il Movimento, colpendolo anche economicamente. Ma qui siamo in grado di svelare una banalissima contraddizione, che peraltro nel gruppo parlamentare del Movimento conoscono tutti benissimo: proprio per evitare di incappare nei rigori della nuova legge, il Movimento si è ormai dotato sia di un’associazione giuridica (con fondatore, tesoriere e segretario, Beppe Grillo, Enrico Nadasi, Enrico Grillo), sia di un bilancio.

In altre parole: l’associazione c’è già; il bilancio è già regolarmente pubblicato, e risulta a zero euro (certificato da una società terza, la Audit Services, è su https://materiali-m5s.s3.amazonaws.com/rendiconti/ASSOCIAZIONE.pdf). 

Le spese per eventi, o spese legali, o extra, sono invece pubblicate sotto la voce «Comitato elettorale». Ma allora scusate, se il problema non esiste, perché Toninelli e Di Maio fanno lo show contro la legge? Impossibile pensare lo facciano per avere un video teatrale da far cliccare.

Dalla Rossana alla spuma nera, la riscoperta dei cibi quasi scomparsi

Corriere della sera
di Maria Teresa Melodia

La rossa perugina dal cuore tenero

Prima di entrare in un passato culinario a suon di ricordi, chiediamocelo. Come faremo a vivere senza la mitica Rossana? Infatti, forse, dopo 90 anni ci lascerà la caramella nata nel 1926 in onore della Roxanne amata da Cyrano de Bergerac, quel dolciume che trovavamo dalla nonna in qualche scatola o in qualche tasca generosa. Lo stop da parte della Nestlè, che la produce controllando la storica Perugina creata nel 1907 dall’imprenditrice umbra Luisa Spagnoli, in realtà non è ancora confermato.

L’allarme è partito dall’analisi dell’ultimo piano industriale, in cui le famose caramelle non sono citate. Ma con un tweet la multinazionale avrebbe sconfessato le preoccupazioni degli affezionati: «la caramella Rossana vivrà», ha cinguettato l’azienda. Comunque vada, in difesa della caramella dall’inconfondibile ripieno cremoso alla mandorla e nocciola, sono immediatamente scattate diverse mobilitazioni su Facebook e anche una petizione sul sito change.org, scaturita dai gestori del ristorante Il Paiolo, che risiede nel palazzo di Perugia in cui nacque la Perugina.





Dagli anni 60, quando in Italia il commercio industriale ha dato vita a molteplici prodotti, lanciati dal boom economico, l’effetto nostalgia è un crescendo, in particolare per quelli che hanno un forte ancoraggio al periodo spensierato dell’infanzia e dell’adolescenza. Come ci insegnano i pubblicitari, o meglio la semiologia, la marca, e di conseguenza la comunicazione, costruisce mondi possibili che arrediamo con i nostri ricordi e soprattutto i nostri sentimenti ed emozioni. Ma con l’evoluzione del mercato, i mondi e i marchi possono cambiare, seguendo gusti e tendenze, le realtà aziendali evolvono, a volte si esauriscono.

Vi ricordate i gelati dell’italiana Eldorado (gruppo Unilever, derivata dall'ancor più mitica Toseroni, poi inglobata da Algida)? E lo storico Zaccaria, da tutti chiamato cono palla, diventato poi Blob e rilanciato dall’Algida come Super Blob? La memoria collettiva persiste. Il web e i social sono pieni di rievocazioni di biscotti, gelati, spume, merendine, snack di tutti i tipi, Andiamo a ricordarli, chissà che qualcuno non ritorni in vita, come è capitato nel 2014 con il gelato Winner Taco, riesumato a suon di commenti online. Perché, a volte, se il cliente c’è, l’azienda prima o poi se ne accorge.

Soldino mulino bianco

Il ritorno della monetina inserita nella mattonella di pan di spagna ricoperta di cioccolato, prodotto negli anni ’80 e ’90, è acclamato da gruppi su Facebook ma anche da richieste sullo spazio apposito  che il marchio Barilla dedica, intelligentemente, per raccogliere idee e bisogni dei suoi consumatori.



Tortorelle

Si inzuppavano nel latte ed erano popolari negli anni ’80 i biscotti del Mulino Bianco decorati con colombe bianche di zucchero glassato. Nei social network, i nostalgici le rimpiangono.


Palicao

Nati nel 1995. Breve vita anche quella dei biscotti al cioccolato friabili, solubili nel latte, per la prima colazione. Sempre del Mulino Bianco.


Gommolo

Negli anni ‘70 gli italiani vivono il passaggio dal gelato sfuso a quello confezionato di produzione industriale. E la fantasia tra forme e gusti galoppa. Tra i gelati dell’italiana Eldorado ereditati dall’Algida, entrata a far parte della multinazionale Unilever, c’era il Gommolo, un cornetto al gusto di panna e fragola che alla fine del cono nascondeva un chewing gum tutt’altro che morbidissimo, anzi. Estro in stile anni ’80.


Camillino

Si presentava come un “Gelato nascosto in uno snack ai cereali”. Prodotto negli anni’80 dalla Eldorado nella prima versione di gelato alla crema racchiuso in due biscotti rettangolari al cacao, e poi negli anni ’90 in versione “salutista” di gelato alla vaniglia con cereali ricoperto di cacao magro. (Foto da corrierino-giornalino.blogspot.com)




Dall’Arcobaleno al Piedone

I gelati Eldorado entrano in pieno nella categoria nostalgia. Negli anni ‘70-‘80 c’era il ghiacciolo Arcobaleno, con quattro gusti differenti tutti in uno. Partendo dalla sommità sapeva di coca-cola, poi fragola, limone, arancia, fino alla menta. Costava 25 lire, avvolto in una plastica trasparente appiccicosa. Tra gli amarcord ci sono anche il Piedone, stick a forma di piede al gusto di fragola e panna, i ghiaccioli a forma di Pippo e Topolino, lo storico Zaccaria, diventato poi Blob e rilanciato dall’Algida come Super Blob, il conopalla ricoperto di cioccolato e granella di nocciola. E ancora, la Pantera Rosa, con gli occhi che erano due gomme da masticare e il Dottor Strabik, a metà tra Piedone e Pantera Rosa.


Cacao sprint Plasmon e Ovomaltina

Faceva parte della linea Ergo. Concorrente del più fortunato Nesquik Nestlè, la polvere di malto ed orzo, al gusto di cacao, è stato un cult negli anni’80. E il barattolo arancione, sotto il tappo, nascondeva sempre una sorpresa, con oggetti inerenti ai personaggi allora in voga come Asterix o i Puffi. Con lo slogan: “Ovomaltina dà forza”, c’era stata prima anche un’altra polvere che, mischiata al latte, dava come risultato una bevanda al gusto di cioccolato. A fine ’60 arrivarono Cioccovo, la versione solida e la tavoletta Ovomaltina pocket.


Pat bon findus

Anni '80 - '90, gli anni dei surgelati. Amate dai bambini, le patatine surgelate, oggi rimaste solo in versione classica, erano di due tipologie: ABC, a forma di lettere dell’alfabeto e ripiene di ketchup. La confezione conteneva in regalo una manina gelatinosa da appiccicare


Belgioioso Yomo

Reclamato sul web, diffuso negli ‘90, il formaggio spalmabile era contenuto in una doppia vaschetta, sui toni del bianco e del verde. Di diverse tipologie di gusti, alla frutta e anche aromatizzati.


Ramek - Kraft

Negli anni ‘60 -‘70 la categoria dei formaggini era ritenuta importate per i più piccoli. Cremosi, spalmati sul pane, sciolti nella pastina, sulle verdure o da soli, come la miniporzione da 20 grammi consentiva. Antenati dei moderni snack, erano di molte forme. Non c’è più il formaggino triangolare prodotto dalla Kraft e reclamizzato nel 1970, in un Carosello, da Giuseppe Valerio (Giusva) Fioravanti, la cui storia ha poi preso altre svolte, balzando alle cronache come terrorista. (Foto dalla rivista Epoca)


Kremli Locatelli

Erano triangolari nella confezione rotonda, ma quello che li rendeva attraenti era il regalino associato, come figurine o giocattoli. Dal 2007 Locatelli, azienda nata nel 1860 in Vlavassina, fa parte del Gruppo Lactalis Italia. (foto da ebay.it)


Succo Billy

Negli anni ’80 bevevamo il Billy con la sua confezione colorata. All’arancia, anche se c’era anche alla mela e al pompelmo. E con i punti ti spedivano la cintura porta Billy. (foto da anni80.myblog.it)


Whistle

Chi si ricorda il lecca lecca fischietto? In voga negli anni ’70 tra i ragazzini, era un perfetto modo per intrattenersi da soli, a scapito degli altri.


Carrarmato, Cingolato e Armonica Perugina

Nomi evocativi e calorici degli anni ’60- ’70. L’Armonica era una tavoletta di cioccolato e confettura. Carrarmato e Cingolato erano blocchi di cioccolato, l’uno fondente l’altro bianco. (foto da Animamia.net)


Tuc Fun

Erano lo snack salato e sano per i bambini degli anni '90. Divertenti, fun, per le forme che avevano: il delfino, la palma dei caraibi, il sole.


Biscotti Saiwa, dai Belbon agli Urra’ e Uao

I Bel Bon avevano la forma di un sole con tanti minuscoli raggi. Gli Urrà, lanciati da un celebre spot con un occhialuto che ripete “Io non ho mai provato Urrà!”, erano grossi wafer rettangolari coperti di cioccolato con 4 strati di cialda e crema all’interno e avvolti da carta dorata. E poi c’erano gli Uao, con le vignette dei Peanuts in inglese.


Flipper Perugina

Ta gli anni ’60 e ’70 c’è stata la mania della palline di cioccolata ripiene di nocciole, mandorle o arance candite, ogni confezione un gusto.


Cremifrutto Althea

La merenda dei pomeriggi anni ’60? Marmellata di frutta confezionata a cubo in incarto trasparente. Nasce nel 1953 il Cremifrutto, a base di frutta e zucchero dell'industria dolciaria Althea spa di Parma. Eccola nella versione pesca e albicocca. Per piccoli consumatori, in ogni confezione, un francobollo da collezione o figurine sagomate di calciatori. Oggi, il fruttino Zuegg, benché rivisitato, resiste.

Spuma nera Giommi e Cole Sanpellegrino

Antesignana della Coca-Cola e imparentata con il Chinotto, negli anni ’60 il soft drink si chiama spuma nera. La più famosa era la Giommi. Venduta a bicchieri al banco da 50 o 100 lire, apre la strada alla versione bianca, la gassosa. La sfida italiana alla Coca Cola si combatte negli anni ’80 con la Royal Cola Sanpellegrino e poi con la One o One. Chi ha vinto lo sappiamo.

Spid, al via il Pin unico per 300 servizi

La Stampa
lorenza castagneri

Dal fisco alla sanità, un’unica identità digitale per accedere agli sportelli online



Prende ufficialmente il via una delle rivoluzioni digitali previste per il 2016. Dal 15 marzo saranno attive le prime identità digitali. Il nuovo sistema di chiama Spid, è stato messo a punto dall’Agenzia per l’Italia digitale (Agid) e non è altro che una combinazione unica di username e password che permetterà ai cittadini e alle imprese di accedere via Internet a un lungo elenco di servizi della Pubblica amministrazione e dei privati che aderiranno al progetto. Per esempio tutti queti che vedete qui sotto:

Per ricevere le credenziali - gratuite - bisogna rivolgersi a uno degli enti accreditati per fornirle. Sono InfoCert, Poste Italiane e Tim, attraverso la società Trust Technologies del gruppo Telecom Italia. Questa mattina, a Roma, questi tre primi “certificatori” hanno reso noto che le prime identità digitali saranno attive dalla prossima settimana. 

Si comincia in sette regioni: Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Liguria, Lazio, Umbria e Friuli Venezia Giulia. Le altre seguiranno gradualmente. Agenzia delle Entrate, Inps, Inail, i Comuni di Firenze, di Venezia e di Lecce, più i siti delle regioni che partiranno per prime sono gli enti con cui debutta l’iniziativa. Entro giugno saranno 600 i servizi a cui si potrà accedere direttamente online. E’ il primo passo di un percorso che, entro la fine del 2017, porterà tutta la P.a. a garantire l’accesso ai propri servizi attraverso le stesse login e password. 

L’obiettivo è arrivare a distribuire il Pin unico, più pratico e più sicuro, a dieci milioni di persone e imprese per dicembre del prossimo anno. I vantaggi? Accedere ai servizi online diventerà più semplice e, nel caso delle aziende, si spera di dare una spinta alla crescita, grazie allo sviluppo dell’e-commerce e di altre soluzioni innovative. 

Le tipologie di credenziali sono tre, distinte in base al tipo di servizio a cui si può accedere: un Pin invariabile, per le funzioni di base, una password dinamica, inviata tramite sms, per quelle che richiedono un livello di privacy più elevata e una smart card, per cui potrebbe essere richiesto un contributo economico, per quelle ancora più specifiche. Cittadini e imprese potranno richiedere quella che meglio si adatta alle loro esigenze. Ne volete sapere di più? Allora date un’occhiata al sito: www.spid.gov.it.

Gli albanesi e il sogno di avere una limousine

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Sono passati 25 anni da quando irruppe sulle coste pugliesi quella che un manifesto leghista bollò come «l’orda» albanese



«Il porto di Brindisi stamane era gremito da migliaia di profughi e fare un calcolo è divenuto ormai un serio grattacapo anche per la Capitaneria di porto. Nella sola mattinata di oggi gli arrivi sono stati oltre settemila, ma altri ne sono annunciati per la giornata…» (Ansa, 7 marzo 1991). Sono passati 25 anni da quando irruppe sulle coste pugliesi quella che un manifesto leghista bollò come «l’orda» albanese. Ma quelle immagini si conficcarono per sempre nella memoria di tutti gli italiani.

Qualcuno dei quali, forse, ancora ricorda una storia piccola piccola dentro quella più grande. Sul rimorchiatore «Arzeni» che era lungo 26 metri ed era coperto da una coltre immensa di 837 persone, nacque una bambina e la mamma la chiamò Italia. Sembrò, davanti a certe foto, di rivedere le descrizioni dei nostri nonni in viaggio verso le Meriche lasciate da Edmondo De Amicis: «Ammonticchiati là come giumenti / Sulla gelida prua morsa dai venti, / Migrano a terre inospiti e lontane; / Laceri e macilenti, / Varcano i mari per cercar del pane...»

Gigi Riva scrisse su Il Giorno di aver visto uno di quei profughi appena toccata terra, pazzo di gioia, fiondarsi verso il primo uomo in divisa, un vigile, e battersi le mani sul petto: «Io, limousine!». Convinto che l’Italia fosse il luogo dove si poteva realizzare qualsiasi sogno. Lo stesso inviato raccontò d’aver seguito un altro degli sbarcati per vedere dove andasse e che quello si era fermato a fissare un semaforo: verde, giallo, rosso, verde, giallo, rosso… Non ne aveva mai visto uno.

Moltissimi italiani provarono compassione e solidarietà, molti altri paura. «Un voto in più alla Lega, un albanese in meno a Milano», fu lo slogan alle comunali di Marco Formentini. Un quarto di secolo dopo, gli albanesi regolari e i loro figli, in gran parte diventati italiani, sono 498.419, vantano oltre 200 mila occupati, 30 mila imprenditori, 12 mila universitari, centomila studenti dalle elementari ai licei. E anche il tasso di criminalità iniziale, che spaventò gli italiani e li rese diffidenti o ostili, è rientrato in percentuali più accettabili. Sono ancora troppi, gli albanesi in galera. Troppi. Molti di più, però, sono quelli che si sono via via integrati e diluiti tra noi al punto che a volte ci sorprendiamo davanti a un amico:

«Ma dai, sei albanese?». E c’è chi, lavorando sodo, se l’è fatta davvero la limousine…

Per salvare le primarie servono regole

Corriere della sera
di Antonio Polito

Necessaria una norma che regolamenti lo svolgimento di queste consultazioni



Possiamo fidarci delle primarie? Dei loro risultati, dei numeri dell’affluenza, della correttezza dello spoglio, della libertà e segretezza del voto? Valgono anche per loro le regole e le garanzie che vigono per le elezioni vere e proprie? A giudicare da quello che si vede in giro no, non c’è da fidarsi. Eppure dovremmo poterci fidare. Perché, soprattutto grazie al Pd che ha introdotto questa novità in Italia, le primarie sono diventate parte integrante del nostro processo democratico.

Mobilitano decine di migliaia di elettori, selezionano personale politico che può poi assumere cariche pubbliche rilevanti, da sindaco a presidente di Regione a parlamentare, e orientano e condizionano anche le scelte degli altri elettori, di quelli cioè che non vi prendono parte ma ne seguono andamento e risultato sui media. In una parola, non possono essere più considerate un fatto interno a un’associazione privata, come tuttora sono per la legge i partiti politici. Producono conseguenze pubbliche, erga omnes, ma nel loro attuale stato non è neanche chiaro se sono sottoposte al diritto penale.

Per esempio: se a Napoli qualcuno avesse davvero comprato voti, è perseguibile da un pm, come ha chiesto Roberto Giachetti (ieri la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo, è la terza volta di seguito che le primarie campane finiscono in Procura)? O invece no, come sostiene Raffaele Cantone, il quale esclude ogni ipotesi di reato perché equipara la vita interna di un partito a quella di una bocciofila? Eppure, se i brogli venissero accertati e se il voto in quelle sezioni fosse annullato, l’esito della consultazione potrebbe essere addirittura ribaltato, invece della Valente vincerebbe Bassolino. Vi sembra cosa da poco?Torna dunque in discussione l’esigenza di una norma che regolamenti lo svolgimento di queste consultazioni e ne garantisca così l’attendibilità.

La materia è controversa e delicata, e si iscrive nel più generale tema di una legge sui partiti, che da tempo viene chiesta in attuazione e completamento dell’articolo 49 della nostra Costituzione. Un intervento legislativo potrebbe infatti anche trasformarsi in una limitazione della libertà di associazione politica: se una maggioranza parlamentare l’usasse come una clava per mettere fuorilegge, per esempio, le regole interne dei Cinquestelle, questi potrebbero giustamente lamentare una discriminazione (e l’hanno già fatto in occasione di una recente proposta del Pd).

Ma, d’altra parte, la vita interna dei partiti ha una grande rilevanza pubblica, e la democrazia è un bene pubblico che i cittadini hanno diritto di tutelare anche contro i partiti (non foss’altro per tutti i finanziamenti e le agevolazioni di cui godono, e per la fetta di potere pubblico che gestiscono). Lo scambio di denaro per voti alle primarie del Pd di Napoli, la selezione su un server privato dei candidati Cinquestelle, le finte consultazioni con un solo candidato come quelle che Forza Italia prepara a Roma per il fine settimana, sono tutte pratiche che appaiono in contrasto con le regole della democrazia parlamentare.

Se vogliamo salvarla, rinnovandola, dobbiamo fare in modo che queste nuove forme di partecipazione, benedette quando avvicinano i cittadini alle istituzioni, siano affidabili, credibili, trasparenti. In fin dei conti la democrazia è un sistema basato sulla fiducia. Forse è giunta ora che il Parlamento ci metta mano. Non siamo l’America, e non si può obbligare per legge tutti i partiti a selezionare i propri candidati con le primarie. Ma si può fissare uno standard minimo di correttezza cui chi sceglie questo strumento ha l’obbligo di attenersi, e l’onere di dimostrare all’opinione pubblica di averlo fatto.

Basta con i punti esclamativi nei temi «È tutta colpa di WhatsApp»

Corriere della sera

di Antonella De Gregorio

Circolare del ministero per gli alunni delle elementari: si possono usare soltanto in due casi. I media divisi: «Regole troppo strette». «No, così si salva il piacere della lettura»



Astenersi dalle emozioni. Gli alunni di scuole elementari inglesi potranno utilizzare il punto esclamativo solo al termine di frasi che iniziano con «How» o «What», come in «What a lovely day!», «Che bella giornata!». Per il resto, dovranno attenersi a quell’understatement che più si addice all’educazione britannica. Il messaggio è contenuto nelle ultime linee guida ministeriali in fatto di punteggiatura, indirizzate alle scuole e intercettate dal Sunday Times. Che non manca di riportare le posizioni critiche di accademici come John Sutherland, docente emerito di letteratura inglese all’University College London e autore del saggio «How Good Is Your Grammar». «Abbiate pazienza - dice lo studioso - io credo che queste linee guida siano ridicole! Tutto dipende dal contesto del discorso!». E definisce le istruzioni «confuse e imprecise».
Oltraggio ala grammatica
Rei di usare la punteggiatura come se scrivessero messaggini su Whatsapp, gli scolari - a partire dai 7 anni, precisa il ministero - sono invitati ad un utilizzo più coscienzioso del punto esclamativo, che agli occhi di molti prof costituisce un oltraggio alla grammatica. Sotto accusa finiscono anche alcuni testi scolastici, ritenuti troppo «indulgenti» verso l’interiezione.
Padronanza del linguaggio
C’è però chi legge l’imposizione come un tentativo di penalizzare l’entusiasmo, la sorpresa, le forti sensazioni. Un punto esclamativo può anche essere aggiunto a una frase che si vuol caratterizzare come divertente. Oppure: «ordini, imprecazioni, suppliche, invocazioni: senza questo amplificatore di senso non funzionerebbero», sottolinea l’Independent. Mentre sullo Spectator’s, Melanie McDonagh parla di «un privilegio collegato alla padronanza del linguaggio». «Puoi usare liberamente sintassi e punteggiatura se sai quello che stai facendo - scrive -. Altrimenti meglio seguire regole prestabilite: non basta rifarsi all’uso corrente perché lo stile sia accettabile». E se qualcuno ritiene che il diktat sia un po’ autoritario, l’autrice ricorda che in gioco c’è «il diritto di ciascuno di noi di godere appieno del piacere della lettura».
L’uso dell’esclamativo
Audience spaccato, insomma. E se nei college inglesi l’emergenza didattico-linguistica ricorre a interventi drastici, in Italia fa fede la posizione dell’Accademia della Crusca: «Il punto esclamativo (affettuoso, patetico, degli affetti, ammirativo) - si legge nelle indicazioni elaborate dal servizio di Consulenza linguistica - è impiegato dopo le interiezioni e alla fine di frasi che esprimono stupore, meraviglia o sorpresa; segnala una pausa lunga e l’andamento discendente della frase. I punti esclamativo e interrogativo possono essere usati insieme, soprattutto in testi costruiti su un registro brillante, nei fumetti o nella pubblicità».
Punteggiatura
Via libera, insomma, a quel segno d’interpunzione che, è vero, anima lo slang da smartphone; ma prima di eccedere con la matita rossa e blu gli studiosi concordano su un punto: gli insegnanti dovrebbero incoraggiare i bambini a usare più doppi punti e punti e virgola, segni di interpunzione che riflettono e incoraggiano pensiero attento e articolato. O parentesi e virgolette. Oppure, ancora, a non bistrattare la povera virgola, troppo spesso buttata un po’ a caso tra le parole.

Robin Hood al contrario alla Fed di New York. Gli hackers rubano i soldi del Bangladesh

repubblica.it

Dai conti della banca centrale di Dacca presso la Fed di Manhattan sarebbero spariti oltre 100 milioni di dollari. I soldi sarebbero stati ripuliti in parte nei casinò delle Filippine. Le autorità asiatiche indagano ma gli uomini della Yellen negano "intrusioni" nei loro sistemi

Robin Hood al contrario alla Fed di New York. Gli hackers rubano i soldi del Bangladesh

Robin Hood colpisce ancora. Ma questa volta va in casa dei ricchi (la Fed di New York) per rubare i soldi dei poveri. Dai forzieri della sede di Manhattan della banca americana sarebbero spariti 100 milioni di dollari depositati sul conto corrente dell'istituto centrale del Bangladesh. A denunciarlo è stata la vittima stessa del furto: "Un gruppo di hackers è riuscito a forzare il sistema portandosi via il denaro - ha scritto in un comunicato - Parte dei fondi trafugati è stata ripulita attraverso una serie di casinò nelle Filippine, un'altra parte è stata già recuperata per via informatica bloccando i trasferimenti di somme".

Il malloppo - sostiene la France Presse - sarebbe stato dirottato verso Manila e Sri Lanka. Le autorità hanno attivato immediatamente un'indagine assieme ai colleghi dei paesi asiatici  per provare a smascherare i responsabili della ciber-rapina. La sede newyorchese della Fed ha negato intrusioni nel suo sistema senza dare indicazioni invece sulla sparizione dei 100 milioni. "Allo stato non abbiamo evidenza di alcun tentativo di forzare la nostra infrastruttura - ha spiegato -, nemmeno in relazione con i conti interessati".

Nei caveau di Manhattan sono custodite le riserve di oltre 250 istituti centrali nazionali, sotto forma di depositi in dollari e in titoli di stato a stelle e strisce. Il sistema della Fed era già stato violato da alcuni hackers nel 2014. La banca del Bangla Desh ha 28 miliardi di dollari di rierve valutarie, parte delle quali parcheggiati nelle casseforti di New York.

La storia di Rosina, la donna italiana che ispirò il manifesto del femminismo

repubblica.it
di AGNESE ANANASSO

Dietro il poster "We can do it!" c'è "Rosie" Bonavita, l'operaia che costruiva aerei da guerra, stabilendo anche record di velocità nell'assemblaggio. Morta a 73 anni, è diventata il personaggio simbolo del patriottismo e della lotta per i diritti femminili

La storia di Rosina, la donna italiana che ispirò il manifesto del femminismo
Rosie, nel celebre manifesto simbolo del patriottismo e del femminismo

"We can do it!". Il manifesto di J. Howard Miller diventato il simbolo del femminismo nasconde, svelandola al tempo stesso, la forza delle donne statunitensi che durante la Seconda guerra mondiale si sono rimboccate le maniche per lavorare nelle fabbriche di armi e di mezzi da combattimento, mentre i loro uomini erano al fronte. È la storia di "Rosie the Riveter", Rosie la rivettatrice (rivettare vuol dire unire due lamiere con dei giunti, ndr), di tutte le "Rosie", con tute da meccanico e capelli raccolti in un fazzoletto, con scarponi ai piedi e maschere protettrici sugli occhi. La prima "Rosie" apparve in una canzone, scritta nel 1942 da Redd Evans e John Jacob Loeb e che venne diffusa su tutte le radio l'anno dopo.

Sulla carta il personaggio venne tratteggiato per la prima volta nel 1942, non da Miller, ma dal pittore Norman Rockwell che prese a modella l'allora 19enne Mary Doyle Keefe, morta lo scorso anno all'età di 92 anni. Il ritratto apparve sulla copertina del Saturday Evening Post nel maggio del 1943: una donna muscolosa, in tuta da lavoro, col viso sporco, colta nella pausa pranzo mentre mangia un panino, con i piedi che poggiano sul "Mein Kampf" e sulle gambe il porta pranzo con su scritto "Rosie".

Il più famoso "We can do it!", è diventato tale solo negli anni 80. Il poster infatti faceva parte di una serie di manifesti che il comitato coordinatore della produzione di guerra della Westinghouse Company’s aveva commissionato a Miller per motivare le dipendenti durante la guerra a non perdersi d'animo e a lavorare duro. Manifesti che rimasero sempre dentro le fabbriche e che vennero mostrati solamente un paio di settimane nel 1943. Fu solo nel 1982, quando i poster di Miller vennero esposti, che "We ca do it!" divenne il simbolo dell'indipendenza femminile e della lotta per i diritti delle donne.

A ispirare il personaggio di "Rosie", non come modella ma come donna reale, fu però la rivettatrice dei record: l'italo-americana Rosina Bonavita, l'operaia poco più che ventenne di Peekskill (New York) che nel 1943 finì su tutti i giornali perché con la sua collega Jennie Fiorito riuscì a fare in sole sei ore 900 buchi e a fissare 3.345 rivetti per la costruzione di un'ala di un aereo da combattimento. Quando il record venne superato da un altro team, Rosie non si perse d'animo e con un'altra partner riuscì a costruire un'ala di aereo in 4 ore e 10 minuti. Tanto è bastato a farla diventare un personaggio, anche se lei non si sentiva un'eroina.

Pensava solo a lavorare, a costruire sempre più aerei, lavorando fino a 12 ore sette giorni su sette. Ma personaggio lo era suo malgrado, infatti ispirò la canzone di Evans e Loeb, il manifesto di Rockwell e quello di Miller. E milioni di donne americane si identificarono in lei.

Rosie, morta nel 1996, ha vissuto per buona parte dei suoi 73 anni, sempre nella stessa casa di Peekskill, si è sposata con il suo compagno di scuola Jimmy Hickey. Il matrimonio venne celebrato durante uno dei congedi dal fronte di Jimmy. Da lui ha avuto tre figli, una vita serena, non lavorò più ma è diventata il punto di riferimento della cittadina, spendendosi per la comunità, facendo torte, lavando le uniformi della squadra di football...

Rimasta vedova, Rosie seguì il figlio Joe, quando si trasferì a Hilton Head, nella Carolina del Sud. Gli ultimi anni sono stati segnati da gravi disturbi dovuti all'osteoporosi, conseguenza forse dal duro lavoro da rivettatrice. Nonostante tutto, nonostante una fragilità mai conosciuta prima, Rosie non si è mai arresa.  È rimasta una combattente, fino alla fine

E' morto Leonard Berney, il primo ufficiale britannico che liberò il lager di Bergen Belsen

repubblica.it

Aveva 95 anni, lo ha colto un infarto mentre si trovava in un'isola dei Caraibi. Ha passato gli ultimi sei anni a circumnavigare il mondo in barca

È morto Leonard Berney, il primo ufficiale britannico che liberò il lager di Bergen Belsen
Leonard Berney, il primo ufficiale britannico che liberò il lager di Bergen Belsen, è morto all'età di 95 anni

Addio al primo ufficiale britannico che liberò il 15 aprile 1945 il lager nazista di Bergen Belsen, vicino ad Hannover, in Germania, dove un paio di mesi prima era morta per tifo la quindicenne Anna Frank. L'ex tenente colonnello Leonard Berney è morto all'età di 95 anni nell'isola di Saint Vincent, nei Caraibi, per un infarto. L'annuncio della scomparsa è stato dato dalla famiglia alla stampa londinese. Il figlio ha precisato che suo padre ha passato gli ultimi sei anni a circumnavigare il mondo in barca.

L'orrore scoperto quel giorno di 71 anni fa ha sempre segnato la vita succesiva dell'ex soldato dell'11esima divisione britannica. "Ho visto l'orrore, il male assoluto, l'inferno descritto da Dante", ha ripetuto in numerose interviste alla carta stampata e in tv Berney. La squadra di soldati inglesi agli ordini del maggiore Leonard Berney quando aprì i cancelli del campo di concentramento si trovò di fronte a una scena infernale,

con i sopravvissuti allo sterminio denutriti, ridotti come larve, spesso vittime di violenze atroci, con le fosse comuni riempite di oltre diecimila cadaveri. Si calcola che tra il 1940 e il 1945 siano morte oltre 70mila persone a Bergen Belsen, in gran parte ebrei.