domenica 13 marzo 2016

Dopo Apple il Governo Usa attacca WhatsApp

La Stampa

Si allarga lo scontro tra amministrazione federale e Silicon Valley: non si è ancora risolta la questione dell’iPhone del killer di San Bernardino, e ora è sotto accusa anche l’app di chat più popolare del mondo



WhatsApp è il nuovo fronte di scontro fra le autorità americane e la Silicon Valley. Mentre la battaglia è pubblica sul caso Apple e la richiesta di sblocco dell’iPhone del killer di San Bernardino, dietro le quinte l’amministrazione Obama si interroga su come risolvere la lunga lotta con WhatsApp, la popolare applicazione per i messaggi che fa capo a Facebook.

Secondo quanto riporta il New York Times citando alcune fonti, in un caso di indagini penali il Dipartimento di Giustizia ha ricevuto il via libera alle intercettazioni, ma si è scontrato con il sistema di cifratura della società che, rafforzato di recente, risulta impenetrabile. Se quando è stata creata WhatsApp era in grado di leggere i messaggi che i suoi utenti si scambiavano, alla fine del 2014 è arrivata la svolta con l’adozione di un sistema di cifratura con il quale sono i destinatari del messaggio sono in grado di leggerlo. «Non possiamo fornire informazioni che non abbiamo» ha detto WhatsApp nelle ultime settimane rispondendo alla richiesta delle autorità brasiliane di fornire informazioni su un utente oggetto di un’indagine per traffico di droga.

Il caso WhatsApp rischia di aver implicazioni ancora maggiori di quello di Apple. L’app ha un miliardo di utenti, molti dei quali fuori dagli Stati Uniti. Non è chiaro - riporta il New York Times - il caso sul quale le autorità americane stiano indagando e abbiano chiesto e ottenuto il via libera per intercettazioni su WhatsApp, ma non si tratterebbe di terrorismo.

Il presidente Barack Obama è tornato a ribadire nelle ultime ore la sua posizione, mettendo in evidenza di essere a favore delle libertà civili anche se qualche concessione deve essere fatta in nome della sicurezza. A chiedere di venirsi incontro è anche James Comey, il numero uno dell’Fbi, che nei giorni scorsi ha ribadito che sarebbe necessario incontrarsi a metà strada, tutelando la sicurezza dei privati ma facilitando gli sforzi delle autorità.

Ex minatori da trent’anni a casa ma col sussidio: riesplode il caso

Corriere del Mezzogiorno

Sono un centinaio, ricevono tra 1.200 e 1.700 euro al mese. La storia torna a galla perché un deputato ha messo all’esame della commissione Bilancio un comma che consentisse a queste persone di firmare un contratto di lavoro senza perdere sussidio



Alla Regione siciliana costano tra i 4 e i 5 milioni di euro all’anno. Sono ex minatori, idraulici, operai, impiegati. Trent’anni fa lavoravano nelle aziende pubbliche per l’estrazione dello zolfo, controllate da enti regionali, come l’Ems e l’Espi, un tempo fiori all’occhiello della «Regione imprenditrice». Di quelle aziende non c’è più traccia, liquidate come la Sochimisi. I lavoratori però esistono ancora. In realtà non hanno alcun impiego, ma percepiscono un sussidio dalla Regione siciliana, grazie a un fondo creato nel 1975: le loro buste paga variano dai 1.200 ai 1.700 euro netti al mese. Su di loro, ne sono rimasti un centinaio, si erano spenti i riflettori. Fino a oggi.
Norma del ‘75
Ora questa storia, tutta siciliana, ritorna a galla per una norma che qualche deputato ha inserito in un disegno di legge, cosiddetto omnibus o mini-finanziaria, all’esame della commissione Bilancio dell’Assemblea siciliana: si tratta di un comma di 2 righe, col quale si concedeva a queste persone di poter firmare un contratto di lavoro privato o aprire una partita Iva mantenendo però per cinque anni e non più per tre mesi il diritto a poter rientrare nel bacino del fondo, e quindi a riavere il sussidio, entro cinque anni. Al momento la norma del ‘75 prevede infatti che chi trova un lavoro per più di tre mesi continuativi perde il diritto al sussidio. Una norma di nicchia per favorire qualcuno, dunque, che però è stata bocciata in commissione Affari istituzionali dell’Assemblea, da un emendamento soppressivo del capogruppo del Pid, Toto Cordaro, grazie al suo staff che ha studiato la vecchia legge.
Il comma
Rimane il mistero su chi sia il deputato regionale che abbia presentato il comma, rispolverando una storia che era finita in soffitta. Gran parte di questi ex lavoratori operavano in miniere nelle province di Agrigento, Enna e Caltanissetta. La loro età media è di circa 60 anni. Se non ci fosse stata la legge Fornero, gran parte di loro sarebbe già in pensione. E invece rimangono ancorati alla mammella della Regione che ogni anno versa per il loro sussidio 4-5 milioni di euro. Gente pagata per rimanere a casa, chi lavora lo fa in nero.
Furbi
Solo l’anno scorso ne sono andati in pensione 38. Qualcuno, secondo quanto risulta all’ANSA, ha provato a fare il furbo: prendeva il sussidio pubblico nonostante avesse un impiego regolare. È stato scovato e ha restituito le somme percepite indebitamente. I controlli, nel tempo, sono diventati più rigidi: ogni anno questa platea di ex lavoratori deve certificare la propria esistenza in vita e presentare la dichiarazione dei redditi.

 (Fonte Ansa)

Probabilità

La Stampa
jena

Chi vince oggi le primarie del Pd ha buone probabilità di non diventare sindaco.

Ich bin ein populisten

La Stampa
Mattia Feltri



Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è molto preoccupato dai populisti. Dice che la situazione di oggi ricorda molto quella che portò a Mani pulite, quando si creò un vuoto di potere riempito dal qualunquismo («Io non aspetto di vedere le carte. Voterò per l’autorizzazione a procedere (di Craxi, ndr) in quanto ritengo che in questo momento sia necessario favorire il rapido accertamento della verità», Sergio Mattarella, 12 gennaio 1993).

Diciamo no all'invasione dell'olio sporco tunisino"

Michel Dessi - Sab, 12/03/2016 - 17:59

I mastri oleari italiani sono sul piede di guerra contro l’Alto rappresentante UE Federica Mogherini



Un vero e proprio tsunami di scadente olio tunisino si abbatte sulle colture italiane e soffoca il mercato dell’ottimo extravergine di nostra produzione (guarda il video).

I mastri oleari italiani sono sul piede di guerra contro l’Alto rappresentante UE Federica Mogherini, che, chissà mai per quale oscuro e scellerato patto, ha concesso alla Tunisia di esportare in Italia migliaia di tonnellate di pessimo prodotto nordafricano. Chi ne andrà a soffrire? Soprattutto i piccoli produttori, che rischiano l’estinzione. Ma un grave danno lo subiranno anche i medi e i grandi, considerato l’abbassamento del prezzo di mercato del prodotto, qualunque esso sia, agli occhi del consumatore.

Chi spiegherà alla casalinga che il prezzo basso di quell’olio al terzo piano dello stand dell’ipermercato non corrisponde in percentuale alla qualità del prodotto? Chi potrà mai convincerla che per produrre un litro di olio di ottima qualità il produttore non spende meo di sei euro per litro? Probabilmente nessuno. Perché sembra che del prodotto Italiano, oggi, non importi più nulla. Men che meno della tutela, della difesa sia del prodotto stesso che del consumatore. L’olio d’oliva è alla base della dieta mediterranea, il primo consiglio del medico, l’unico condimento che, non solo piace, ma fa bene alla salute. Quand’è buono!

Il problema è che tra i tanti buoni, si stanno infilando olii pirata. Di pessima fabbricazione, pessima provenienza. Chi lo sa, per esempio, che in alcuni di quei paesi terzi da cui provengono certe ciofeche olearie sia ancora autorizzato l’uso di pesticidi vietatissimi da oltre un ventennio su tutto il territorio della UE? Certamente non l’italiano medio. Ma i politici, sicuramente, lo sanno. E come!

E dunque ci chiediamo tutti il perché di questa dissennata scelta di aprirei ancora di più le porte dell’Europa a prodotti senza garanzia di qualità e di tutela della salute del cittadino. Fosse solo questo, poi, il danno. In realtà non sarà solo il cittadino a patire, ma il Paese intero, anche nella sua morfologia e nel suo aspetto. Spariranno i magici uliveti della Puglia, della Calabria, della Toscana, del Lazio, della Liguria… spariranno mestieri e professioni. I produttori saranno costretti a reinventarsi, a diversificare in maniera radicale la proposta produttiva.

Mimmo Fazari, produttore Calabrese da generazioni, per esempio, ha deciso di entrare sul mercato, oltre che con il suo apprezzatissimo olio, anche con altri prodotti, non solo alimentari, come il famoso Pandulivo, nobile sostituto del panettone, ma, soprattutto, con una linea di cosmetici e detergenti all’olio extravergine d’oliva, secondo l’antica tradizione romana. Una sorta di salvagente per la propria azienda che avrebbe potuto patire proprio l’invasione incontrollata dei prodotti magrebini.

Ma quanti come lui riusciranno a trovare una soluzione e uno spazio vitali? E, comunque, perché dovrebbero farlo i nostri, che garantiscono da sempre l’alta qualità, e non quei produttori stranieri che, invece, stanno imponendo, con la forza, il peggio del peggio in campo alimentare? Domande a cui dovrebbero rispondere il nostro Governo e i nostri rappresentanti in Europa, ma che temiamo, rimarranno inascoltate.

Si fa presto a dire vergine. Ecco come scegliere l'olio

Andrea Cuomo - Gio, 12/11/2015 - 08:16

La prima regola è il prezzo: una bottiglia buona non può costare meno di 6-8 euro. E poi occhio alle diciture in etichetta e all'annata



Già la parola, extravergine, è di quelle ambigue, che inducono in confusione: che vuol dire extravergine? Esiste qualcosa di più di vergine? E allora perché non inventare anche un superextravergine? O un megavergineplus? Parlassimo di donne, staremmo facendo dell'umorismo di bassa lega.

Siccome invece parliamo di olio la questione è serissima. Ne va della nostra salute, delle nostre tasche, del nostro palato, non necessariamente in ordine di importanza.L'inchiesta della procura di Torino condotta da Raffaele Guariniello ha scoperchiato un tema che, al di là degli aspetti penali (ieri è emerso che potrebbero essere avanzate anche altre ipotesi di reato) ha rimesso al centro del villaggio un tema forte: con che cosa condiamo le nostre insalate e le nostre bruschette? Che cosa diamo da mangiare ai nostri bambini?

Domande non peregrine che vivono di un paradosso di fondo. Negli ultimi anni si è battuto molto sulle qualità del vino, al punto che oggi qualsiasi consumatore medio sa bene che esistono rossi da 1,99 euro che si acquistano al supermercato e grandi vini da decine di euro che si trovano nelle enoteche (poi gli uni e gli altri si trovano dappertutto, volendo) e che quindi facendo la spesa si tratta solo di fare una scelta consapevole.

Mentre tutto ciò accadeva per un prodotto che in fondo è destinato solo a una parte del pubblico (ci sono i bambini, i ragazzi, gli astemi, quelli che per ragioni di salute non possono assumere alcol, quelli che preferiscono altre bevande alcoliche), per l'olio, che invece è consumato 1-99 (anni) quotidianamente, è passato il concetto che una bottiglia di una grande azienda, magari tra quelle finite nell'inchiesta torinese, magari in offerta sullo scaffale di un ipermercato a pochi spiccioli, andasse benissimo.

Anzi, fosse il top.E invece no. Alla domanda: come esser certi di non acquistare un olio scadente, al di là delle dicitura in etichetta?, la prima risposta è: guardate il prezzo. Un olio extravergine buono non può infatti costare meno di 6-7 euro alla bottiglia. Il costo infatti per il produttore che voglia mantenere un alto standard qualitativo non può essere inferiore a 5 euro al litro. In fondo anche la certificazione ha un suo costo. E la piramide qualitativa, che vede in cima l'extravergine, al di sotto il vergine e sotto l'olio d'oliva semplice, ottimo per le fritture.

C'è poi un altra trappola: quella del possibile acquisto dell'olio della campagna olearia (il corrispondente della vendemmia) 2014, un anno drammatico per il made in Italy con la produzione scesa al minimo storico di 300mila tonnellate e la conseguente impennata del 38 per cento delle importazioni, per lo più dalla Tunisia, che hanno raggiunto le 666 milioni di tonnellate, di olio usato per «tagliare» quello nostrano. Per fortuna la stagione 2015 sembra nascere sotto ben altri auspici, grazie anche all'andamento climatico favorevole che ha anche limitato gli attacchi della mosca olearia, che era stata la concausa della pessima annata precedente.

Neppure il miele è più nostrano. "Dall'estero un barattolo su due"

Lucio Di Marzo - Sab, 12/03/2016 - 13:29

La concorrenza dall'estero è agguerrita. Si rischia che sulle tavole finisca un prodotto di scarsa qualità



Non è soltanto l'olio ad arrivare dall'estero, insidiando la produzione italiana. Anche il settore dell'apicoltura soffre di un'importante quota di prodotti in arrivo dall'estero e un barattolo di miele su due, tra quelli che troviamo sugli scaffali dei supermercati, non sono una produzione nostrana.

Nel 2015 sono 23,5 milioni i chili di miele importati nel nostro Paese. A dirlo è un'indagine svolta dalla Coldiretti, basandosi su dati diffusi dall'Istat, che ricorda come il concorrente più agguerito per il miele nostrano sia quello prodotto in Ungheria (7,4 milioni di chili), ma che segue la Cina con 4,8 milioni di chili e numeri raddoppiati nel giro di dodici mesi.

"C’è il rischio di portare in tavola prodotti spacciati per Made in Italy, ma provenienti dall’estero, spesso di bassa qualità", dice la Coldiretti.

Un chilo di pasta su tre è prodotto con grano non italiano"

Lucio Di Marzo - Mar, 09/02/2016 - 18:41

Coldiretti lancia l'allarme: "I prezzi al di sotto dei costi di produzione". Ma gli industriali: "Battaglia ideologica"



La confezione potrà portare il marchio di una società italiana, il panettiere potrà pure avere un nome italianissimo, ma gran parte del grano che finisce nei nostri primi e sulle nostre tavole tutto è tranne che un prodotto locale.

A ribadirlo è la Coldiretti, che denuncia come questa situazione dipende dalla mancanza di un obbligo di indicazione della provenienza delle materie prime. L'associazione ha compiuto un blitz questa mattina, nel porto di Bari, raggiungendo con una goletta gialla le navi che scaricano soia, mais e grano che arrivano dall'estero.

Un'azione in difesa del Made in Italy quella degli agricoltori, che denunciano un crollo nei prezzi del grano duro, che rispetto allo scorso anno sono al -31%, valori che sarebbero anche al di sotto dei costi di produzione e mettono a rischio la produzione autoctona.

"Scelte poco lungimiranti fatte nel tempo da chi ha preferito fare acquisti speculativi sui mercati esteri di grano da spacciare come pasta o pane made in Italy", dice ancora Coldiretti, hanno portato a questa situazione. E i ritardi nella legislazione non hanno aiutato.

A rispondere l'Aidepi (Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta), secondo cui quello di cui non si tiene conto è che "la produzione di grano italiano non è sufficiente a soddisfare i volumi di pasta prodotti in Italia o i requisiti qualitativi richiesti per produrre la pasta, essendo noto che dobbiamo approvvigionarci all’estero nella misura del 30% - 40% a seconda delle annate". E accusano: "È una battaglia ideologica".

Matteo v/s Matteo. SUD, uno a zero per Salvini

Nino Spirlì


E blablablà e blablablablà, bla e riblablablablà. Blablà Salernoreggiocalabria blablablà. Rinascita blablà dell’Acalabria blablà, il Sud primo pensiero bla bla e blablablablà. 22 dicembre blablablà e blablà inauguriamo bla. Firmato Matteo Renzi.

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Poi, scorta, riscorta, cordone di sicurezza, tramezzini, cincin, galleria tappezzata e imputtanata di tappetoni rossi e poltroncine, auto blindata, ririscorta armata, aereo e salutamassoreta.

Cronaca di un blablà del solito stornellatore fiorentino globe-trotter. Stavolta, “sceso in magnamagnagrecia” a riprendere per i fondelli i calabri appecorati allo sceicco rosso dal cranio implume, che, di rosso, ormai, ha giusto la parte più centrale delle terga. La sua presunta amminestrazione, ormai abbondantemente scolorita dopo le forzate dimissioni degli eletti e la loro sostituzione coi “professori” esterni, somiglia, infatti, più al grande immoto silenzio notturno dei freddi conventi medievali che a ciò di cui questa “estrema regione meridionale” avrebbe avuto bisogno: un governo snello, agile, propositivo, risolutivo. Cazzuto, insomma. Alla Salvini, per intenderci. Con una buona dose di sangue nuovo. Leghista, magari; ché quelli, di cui tanto parliamo male, le aziende, in tempo di crisi, se le sono sapute difendere, eccome. E anche l’economia locale.

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Il pinocchietto filocinopratese, invece, è calato morbido fino a Mormanno, ha rotto l’imene all’ultima galleria della già obsoleta Salerno-Reggio Calabria e s’è dato, senza voler incontrare i lavoratori di Vibo Valentia che non portano pane a casa da mesi. Tanto, volendo, al bar dell’autogrill di Tarsia, dove sono stati bloccati dalle forze dell’ordine, “potrebbero sempre trovare delle brioches!”

Del resto – avrà pensato – quanto rompono i coglioni questi italiani senza salario e senza pensione! Invece di lamentarsi e manifestare disturbando i fotografi e i cinereporter di regime, potrebbero andare ad occupare i territori lasciati liberi in Mali, Senegal, Costa d’Avorio, Congo, Siria, Burkina Faso, Tunisia, Marocco, Libia, Curdistan, Somalia dai nostri fratelli immigrati al sicuro dei nostri alberghi a 4 stelle… Eh, no! Lì non ci vogliono andare, ‘sti choosys! Abituati troppo bene dai governi di Destra, che hanno garantito loro perfino lo stipendio a fine mese e anche, udite udite, l’acquisto della casa! Meno male che Napolitano e soci ci hanno pensato in tempo,  a comprare virtuali cucchiarelle di legno e a dar loro una bella lezione. Monti, Letta e Renzi!  E a letto senza casa!

Mentre il ciarlone postdantesco volava via dalla Calabria, come una cicogna appena alleggerita dell’infante consegnato a destinazione, l’altro Matteo, il temerario Salvini, sbarcava in Trinacria. Due o tre fischi – forse di treno di passaggio o di vigile urbano al crocevia – per un’accoglienza fraterna. “Te l’aspettavi, Matteo, una Sicilia sorella?” sembravano dirgli gli occhi speranzosi dei coltivatori diretti etnei.

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Forse la sperava, il furbacchione, ma non proprio così calorosa.

C’ero anche io, a Grammichele. Ho visto, sentito, registrato e fotografato. E c’erano i miei a Vittoria. Matteo Salvini, l’impossibile per il Sud, del Sud è diventato bandiera e paladino. Che piaccia o no. Concreto, come la terra e la fatica dell’uomo. E presente, come il cielo e il mare. Non promette, ma sprona a fare. Non dispensa chimere. “Aprite gli occhi e le orecchie. Non vi fate prendere in giro… Se non mollate, non mollo. Se vi piaccio, ci sono. Altrimenti, scegliete chi vi aggrada. Ma non lamentatevi, poi…”

Altri due fischi e un “bufone”: il tizio, però, non era di Grammichele. Importiamo contestatori dall’accento esotico. Forse, non gli erano piaciuti i rigatoni al sugo o la cotoletta impanata: dovremmo migliorare, probabilmente, gli aiuti umanitari dei centri d’accoglienza, per non deluderli all’arrivo. Un po’ come stiamo facendo con le mense scolastiche, nelle quali, per far sentire a casa i mocciosetti venuti da fuori, facciamo sentire in perenne viaggio all’estero i nostri bambini. Couscous a fottere e non un chicco di pastina al formaggino, manco per sbaglio! Vergogna italica. Mentre i nostri muoiono di fame e dormono sotto i cartoni, derisi dagli stranieri che gli pisciano addosso.

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I rossi le chiamano vittorie democratiche. Qualcuno si adegua. Abbassa la testa e magna “er pappone”. Noi, no! Salvini, no! Lui non ci sta a trasformare l’Italia in Italistan. Anzi! E, per questo, conquista territorio. E popolo. Perché gli Italiani veri, quelli che al proprio Paese, alle proprie radici, tradizioni ci tengono, lo scelgono. E lo accolgono come fratello.

Finiti i tempi dell’Onorevole a cui mostrare le stesse vacche, trasportate a razzo da un pascolo all’altro. Oggi, l’Italia vera, quella che si fa il mazzo, cerca risposte, non raccomandazioni. E pretende Leggi. Dure, magari. E fatte cum grano salis. Niente figli del tubo di vetro, né matrimoni alla cicoria, per promessi sposi arcobaleno, ma riconoscimento dei diritti civili per tutti. Uomini e donne. Non importa con chi abitino, chi accarezzino, chi amino. E leggi per la tutela del lavoratore. Per ridare dignità alle vittime della ministra ipocritamente piagnona. Leggi per difendere i confini nazionali. La sicurezza domestica. Il prodotto italiano. L’arte e la cultura… La storia e il futuro sereno del Paese più “in gamba” del mondo, che quattro sciacquatrippe stanno svendendo alla peggiore massoneria e mafia mai censite sulla faccia della Terra.

Di questo, noi del SUD, parliamo con Matteo. Quello giusto.
Sì, Uno a zero. Fra me e me.

Breivik fa causa al governo per violazione dei diritti umani

Il Messaggero

Anders Breivik

Anders Behring Breivik ha fatto causa alle autorità norvegesi sostenendo di essere vittima di una violazione dei diritti umani a causa del regime di isolamento al quale è sottoposto. L'estremista di destra autore delle stragi di Oslo e Utoya, riporta Euronews, comparirà martedì nell'aula di tribunale allestita nella palestra del carcere nel quale deve scontare una condanna a 21 anni.

Nel 2011 Breivik provocò la morte di 8 persone e il ferimento di oltre 200 facendo esplodere un ordigno nel centro della capitale norvegese. Successivamente, dopo aver raggiunto l'isola di Utoya, dove stava avendo luogo il raduno dei giovani del Partito laburista, uccise 69 persone, in gran parte adolescenti. Nel carcere di Skien, a sud di Oslo, l'estremista dispone di un'ampia cella, con accesso a Internet, tv e anche una Playstation.

Quando l’adozione fallisce. Ogni tre giorni un bimbo viene restituito allo Stato

La Stampa
andrea malaguti

Bugie e genitori lasciati soli: cento famiglie l’anno si arrendono. La commissione del governo accusa i troppi enti, ma non vigila



Negli archivi del ministero della Giustizia i ragazzini adottati sono nomi e cognomi senza un passato. Cinquantamila negli ultimi dieci anni. Numeri con un’etichetta appiccicata sopra - Elena, Mattia, Olga, Rashid, Ivan, Felipe - materiale indistinto buono per le statistiche ma di scarsa utilità per capire da dove vengono, quali traumi hanno subito, che lingua parlano, se sono figli di mafiosi o di combattenti sudanesi, perché una cicatrice profonda gli segna un ginocchio o perché gli mancano le braccia, se sono geni della fisica o incapaci di parlare, di pensare, di sorridere, se sono calmi o aggressivi, bianchi o gialli. Non esiste, insomma, una banca dati nazionale che li riguardi, che parli di loro come persone, anche se una legge di quindici anni fa (la 149 del 2001) l’ha inutilmente prevista.


FONTE: elaborazione dati di Istituto degli Innocenti, Dott.ssa Raffaella Pregliasco, CIAI.it, AiBI.it, Dr. Peter Selman

Il senso di quello che sono è custodito all’interno dei faldoni raccolti nei ventinove tribunali per i minori che assieme ai servizi sociali, alla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) e agli enti autorizzati, costituiscono la rete di fili invisibili nata per impedire a questi ragazzi di finire in un abisso fatto di niente. È normale questo buco che non consente di tenere sotto controllo il sistema, di creare momenti di collaborazione, riducendo dolori, errori e costi?

Evidentemente sì, perché, allargando appena l’orizzonte, si scopre che non esiste neppure una statistica su quanti di questi bambini meravigliosi e interiormente scassati vengano restituiti alle case famiglia dopo l’adozione. «È andata male, ci spiace, riprendetelo». Lacrime e strazio. Capita così? Esattamente così. Succede cento volte l’anno. Tra le otto e le dieci volte al mese. Li chiamano fallimenti adottivi, storie in cui perdono tutti. E che, secondo l’ultima conta superficiale, anche questa risalente all’inizio del secolo, sono circa il 3% del totale.

«Il che significa che il 97% delle adozioni va a buon fine, ma anche che dal 2005 ci sarebbero stati oltre 1.500 bambini riconsegnati allo Stato», dice Anna Maria Colella, presidente dell’Arai, unico ente pubblico che opera nel settore in compagnia di 62 enti privati autorizzati dalla Cai, la commissione per le adozioni internazionali presieduta da Silvia Della Monica che fa capo a Palazzo Chigi e che da due anni è al centro di una violenta polemica fatta di accuse, insulti, interrogazioni parlamentari, lettere di protesta, atti mancati, insinuazioni e carte bollate.


FONTE: elaborazione dati di Istituto degli Innocenti, Dott.ssa Raffaella Pregliasco, CIAI.it, AiBI.it, Dr. Peter Selman

Scontro sulla Cai
Il nemico numero uno di Silvia Della Monica è un signore lombardo che abita a Melegano e presiede l’Ai.Bi, storico ente privato che, per quanto le adozioni internazionali si siano dimezzate negli ultimi cinque anni, nel 2015 ha gestito l’arrivo in Italia di 174 bambini. Si chiama Marco Griffini, è un cattolico praticante padre di tre bambini adottivi - «Per me l’adozione è un atto di fede perché il Dominatore del mondo (Satana) sta lavorando» - che sulla Cai ha un giudizio netto. «Una bolla antidemocratica, mi chiedo perché Renzi non prenda provvedimenti».

Esagera? Certamente. Ma due dei rilievi sono sottoscritti da molti suoi colleghi e fanno parte di una contestazione parlamentare alimentata dagli onorevoli Giovanardi e Brambilla e condivisa anche da pezzi del Pd. «Dal 2013 la Cai non fornisce i dati sulle adozioni internazionali. Non era mai successo. In più la commissione non si riunisce dal giugno del 2014», dice Griffini, lamentando una difficoltà di relazione con Della Monica, accusata di non rispondere né al telefono né alle lettere, sue e degli altri enti privati, 27 dei quali, assieme a 33 associazioni, hanno scritto prima alla Cai e poi a Renzi per avere chiarimenti.

Richiesta caduta nel vuoto.
«Quando Della Monica è stata nominata abbiamo pensato: è arrivata una di noi. Diceva cose che sosteniamo da sempre. Tipo: sono i bambini ad avere diritto a una famiglia, non le famiglie ad avere diritto ai bambini. Bellissimo. Poi qualcosa ha smesso di funzionare. Tra l’altro sappiamo che i rapporti statistici sono pronti. E allora perché non pubblicarli?», dice Paola Crestani, presidente del Ciai.

Della Monica, ex pretore di Pontassieve, magistrato a Firenze negli anni del Mostro ed ex senatrice del Pd, viene nominata vicepresidente della Cai nel giorno del passaggio di consegne tra Letta e Renzi. Il neo premier dopo un paio di mesi decide di attribuirle anche le deleghe che fanno capo a Palazzo Chigi, consegnandole il ruolo sia di presidente sia di vicepresidente. Un inedito per la commissione che ha sempre avuto una guida politica (in genere il ministro della famiglia) e una tecnico-amministrativa, il vicepresidente, appunto. In questo caso controllore e controllato sono la stessa persona.

Abbiamo provato a parlare con Della Monica. Inutilmente. Allora siamo andati a cercare le dichiarazioni rilasciate nelle occasioni pubbliche. «Pulizia, trasparenza, bambini al centro. I dati presto li daremo». Alcune sue affermazioni sono inattaccabili. Altre discutibili. La più forte? «In Italia esistono enti che propongono adozioni internazionali, ma che lo fanno comprando i bambini, una prassi che va estirpata». Dunque la presidente della Cai sostiene che alcuni enti comprano i bambini. Ma non dice quali.

Curioso, considerando che è proprio la Cai che li autorizza a lavorare. «È come se un preside convocasse i genitori e dicesse: ci sono degli insegnanti che picchiano i ragazzi ma non posso darvi i nomi e non li rimuovo», dice Paola Crestai. In una società che ha paura di adottare in senso lato, che teme il dolore, che ha un cattivo rapporto con la disfunzionalità, che vede in chi riesce ad affrontarla un santo, o un eroe, e in cui la narrazione è decisiva, dibattiti come questo non sono un dettaglio.

I fallimenti adottivi
Attraverso il sistema nazionale lo scorso anno sono stati adottati mille bambini e quasi altrettanti sono stati dati in affido preadottivo. Mentre attraverso il sistema internazionale sono entrati circa duemila piccoli. Le famiglie dichiarate idonee all’adozione erano poco meno di diecimila. Eppure la distanza tra la domanda e la disponibilità di bambini è meno larga di quello che appare. Quando si tratta di abbinare piccoli e famiglie il sistema tende a funzionare.

I tribunali per i minori lavorano bene. «Cerchiamo di curare quello che la legge, con una splendida definizione, chiama “il migliore incontro” tra coppia e bambino in abbandono», dice Maria Francesca Pricoco, presidente del tribunale per i minori di Catania, un’area da due milioni di abitanti ad alta densità mafiosa, dove per altro molti sono i minori non accompagnati che arrivano con gli sbarchi. Figli di criminali, figli di profughi morti in mare, figli di donne disperate, di genitori trascuranti. Nel campionario del dolore non manca nulla.

E quel dolore per molte famiglie è inaffrontabile. «Un bambino con un deficit psicofisico difficilmente lo vuole qualcuno», dice Pricoco. Ma proprio dentro a quel «difficilmente» ci sta la parte migliore delle famiglie adottive, «quelle che sanno che prendersi cura di queste creature è comunque una straordinaria fortuna. Per loro e per chi lo fa», dice Manuela Guidi, madre romana di tre bimbi dell’Est.


FONTE: elaborazione dati di Istituto degli Innocenti, Dott.ssa Raffaella Pregliasco, CIAI.it, AiBI.it, Dr. Peter Selman

A Torino Anna Maria Colella, una sorta di angelo delle adozioni che sta cercando di allargare il sistema piemontese ad altre regioni, racconta una storia che ne tiene dentro almeno due. Quella di un bambino asiatico che arrivato in Italia ha cominciato a sbattere la testa contro il muro. La famiglia adottiva, non fidandosi più dell’ente al quale si era rivolta, ha bussato alla porta dell’Arai. L’Arai, grazie a dei mediatori culturali, ha scoperto che il rapporto tra bambino e famiglia prima dell’adozione era stato troppo breve e che la famiglia l’aveva preso, nonostante le difficoltà psichiche, perché una coppia partita con loro aveva avuto il coraggio di adottare un piccolino nato senza ano.

Una volta tornati a casa le cose però sono peggiorate. Finché il piccolo ha raccontato che era convinto di venire in Italia solo per una vacanza e che gli avevano garantito che avrebbe visto la tv nella sua lingua. Un disastro o una truffa? «La verità è che quando si opera all’estero bisogna avere un team d’appoggio preparato nel Paese in cui si adotta. E che qualche ente italiano fatica a rispettare gli standard necessari», dice Colella. Per questo il controllo dello Stato sui privati dovrebbe essere più penetrante.

E soprattutto, altro problema irrisolto, l’appoggio alle famiglie dopo l’adozione dovrebbe essere prolungato e garantito per legge. «Il diritto di un minore è un diritto pubblico, non privato», sostiene Pricoco. E Colella aggiunge: «Noi lavoriamo per lo stipendio. I privati, che nella maggior parte sono bravissimi, hanno bisogno di fare numeri. Certo se ci fossero meno enti sarebbe un vantaggio per tutti. A cominciare dalle famiglie che risparmierebbero un sacco di soldi». Economie di scala. In Italia gli enti autorizzati sono 62. In Francia 34. In Germania 12. Difficile immaginare che abbiamo ragione noi. Difficile immaginare che non ci sia nesso con i fallimenti adottivi.

Storia di Matilde
Devi avere un cuore largo almeno quanto le spalle se decidi di adottare un bambino, ma tre volte più largo delle spalle se decidi di adottare un bambino con bisogni speciali. Matilde l’ha fatto impazzire. L’ha amata con tutto il suo cuore. Ma starle dietro è stato quasi impossibile. Gianluca S. si appoggia alla sedia di metallo in una stanzetta di una associazione nel Nord Italia. È un impiegato pubblico, guadagna bene e ha due figli. Uno biologico e uno adottivo, Matilde, appunto.

L’ha presa piccolissima. Sua madre l’aveva abbandonata. Matilde sembrava sana, poi qualcosa nella sua testa si è rotto. A scuola ha cominciato a rubare. Prima le merende ai compagni. Poi i portafoglio. Mai usato i soldi. Accatastava ogni cosa in un armadietto. Gianluca le ha chiesto: perché lo fai? Lei ha detto: non lo so. Poi Matilde ha cercato di mettere Gianluca contro sua moglie. Impossibile. Rapporto troppo forte. Allora a poco più di tredici anni ha cominciato a rivolgere le proprie attenzioni a ogni uomo che le passava davanti.

Complicato controllarla. Più facile essere costretti ad andare a recuperarla nel cuore della notte in una stazione dei carabinieri. Hai mai pensato di ridarla indietro? Gianluca dice: no. A un certo punto anche la madre di Matilde si è rifatta viva. La rivoleva con sé: Matilde era abbastanza grande per decidere da sola. Ha accettato. Le cose sono andate male. Gianluca e sua moglie l’hanno ripresa. Poi Matilde è rimasta incinta. Meglio che tu non tenga il bambino, le ha detto Gianluca, non saresti in grado di crescerlo. Lei ha detto: va bene.

Quindi è rimasta incinta una seconda volta. E la scena si è ripetuta uguale. Adesso Matilde convive con uno strano signore che un po’ l’aiuta e un po’ la sfrutta, ma Gianluca continua a starle di fianco. E Matilde gli dice: ti prego papà non morire. Senza di te non saprei cosa fare. E tu, Gianluca hai mai pensato di avere sbagliato? Lui deglutisce piano, come se volesse aprire una porta nascosta per fare uscire la voce della sua anima. «Mai». Esistono anche genitori adottivi così. Tanti. Guarda la foto di Matilde sul cellulare. E’ molto cambiata da quando era bambina. Ancora adesso gli è difficile trovare un angolo di dolore accettabile dove la mente possa finalmente riposare. Ma in fondo non gli importa molto.