lunedì 14 marzo 2016

iPhone, il trucco per la batteria che non serve assolutamente a nulla

Corriere della sera

di Michela Rovelli

Chiudere le app dalla schermata multitasking non aumenta la vita della carica. La risposta di Apple a un utente


Chiudere le app che si aggiornano in background non serve a niente. O perlomeno, non aumenta la durata della batteria. Da quando è nato il menu per il multitasking sugli iPhone, narra la leggenda che chiudere tutte le applicazioni sia un trucco utile a salvare tacche preziose. Il motivo? Eviterebbe l’aggiornamento costante di tutti i servizi attivi, ma congelati in background. Un utente ha deciso di sfatare il mito. E ha scritto una mail – condivisa poi sul sito 9to5Mac – direttamente a Tim Cook.

La domanda: «Hey Tim, tu vai spesso a chiudere le app sul menu multitasking e questo è utile per aumentare la vita della batteria? Voglio solo che tu metta fine, una volta per tutte, a questo dibattito!» L’amministratore delegato di Cupertino non ha risposto, ma lo ha fatto Craig Federighi, a capo del software di Apple. In modo sintetico e chiaro: «No e no». A quanto pare, chi lavora su iOS in prima persona non si preoccupa di quante app rimangano aperte, e assicura che il multitasking non incide sulla durata della batteria.
Il multitasking sull’iPhone
Come suggerisce il sito 9to5Mac, se fosse necessario chiudere tutte le app quando non si utilizzano, Cupertino non avrebbe pensato a un sistema così laborioso. Le app possono essere congelate – e rimanere in background – dal 2010, con l’aggiornamento a iOS4. Per accedere al menu, basta cliccare due volte sul tasto home. Oggi la sezione multitasking appare come se fosse un libro da sfogliare, e le pagine sono le applicazioni che si stanno utilizzando. Per chiuderne una, basta trascinarla verso l’alto. E non esiste un’opzione per chiuderle tutte in una mossa sola. Il menu, stando alla risposta di Federighi, servirebbe quindi solo per passare da una schermata a un’altra. Oppure per resettare un’app quando smette di funzionare.
Se non serve perché c’è una sezione nelle impostazioni?
Le tacche della batteria saranno anche in salvo, ma qualcuno ha pensato comunque di mettere le mani avanti. Andando nelle impostazioni – sezione “Generali” – c’è l’opzione “Aggiornamento app in background”, dove si può scegliere quali servizi continuare a far funzionare mentre non li visioniamo sullo schermo. E poi c’è scritto: «Disattivando le app, la durata della batteria potrebbe aumentare». La leggenda continua.
Otto consigli per far durare di più la batteria dello smartphone
13 marzo 2016 (modifica il 13 marzo 2016 | 21:14)

I primi quarant'anni di Febbre da cavallo, mito nato in televisione

La Stampa

Steno, Proietti, Celi, Montesano sono i quattro moschettieri di un film diventato cult senza quasi accorgersene



Il prossimo 17 maggio cadrà un importante compleanno, il quarantesimo dell'uscita nelle sale italiane di Febbre da cavallo di Steno. Certo, a leggere le critiche del 1976 il film sarebbe potuto passare quasi inosservato, commedia 'di cassetta' tra le tante di quel periodo, con un cast di attori e caratteristi che spesso si alternavano in quel tipo di prodotto, pur se dai nomi importanti.



Col passare del tempo, però, i personaggi interpretati da Gigi Proietti (accreditato con il suo nome reale, Luigi), Enrico Montesano, Adolfo Celi, Mario Carotenuto e Catherine Spaak, insieme a Francesco De Rosa, Felice Roversi, Gigi Ballista, Maria Teresa Albani e Mario Brega (senza dimenticare l'apparizione di Alberto Giubilo) sono divenuti immortali. Almeno presso il pubblico nostrano. Televisivo in primis, ma ormai non solo. Il dramma di Mandrake, Pomata e Felice - e i loro maldestri tentativi di porvi rimedio - ha infatti iniziato ad innalzare le proprie quotazioni con l'intensificarsi dei passaggi televisivi sulle reti private e locali dell'epoca.

Una goccia cinese, insomma, che ha scavato nel cuore di più di una generazione e che ha fatto di quel film un vero e proprio cult, che nessuno potrebbe mai confessare di non aver mai visto. Un cult che da "filmetto accolto con freddezza" - come lo ricordò lo stesso Proietti - è arrivato a essere presentato nel 2010 alla 67ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia e a produrre un attesisissimo - quanto deludente - sequel, il Febbre da cavallo - La mandrakata del 2002. Ancora oggi, in realtà, molti si peritano di sottolineare il successo spropositato raggiunto, in relazione al reale valore del film, ma sembra più esercizio di snobismo in alcuni casi, ché Febbre da cavallo continua la sua 'galoppata', forte di gag indimenticabili, di un ritmo che farebbe la fortuna di molti suoi epigoni recenti e di uno sviluppo essenziale e privo di orpelli.



A quarant'anni da allora, i "ca**i" di Mandrake e il suo "whisky maschio", Piripicchio e Antonello da Messina, e le tante battute entrate nell'uso comune più che nella storia del cinema continuano a definire una setta sempre più ampia di accoliti, una 'fanbase' di appassionati di commedia leggera, di cavalli e scommesse, o anche solo simpatizzanti per questi 'soliti noti'. E magari a spingere alla creazione di veri e propri gruppi di visione. E incredibilmente non solo nella capitale, dove il film si svolge, e dalla romanità della quale (e dei suoi protagonisti) è connotato.

E dove è stato girato, in gran parte dietro Piazza Venezia, tra piazza d'Aracoeli e piazza Margana, ma utilizzando anche le location dell'ospedale Fatebenefratelli sull'isola Tiberina, della stazione di Roma Termini (diventata quella Centrale di Napoli) e ovviamente dell'ippodromo - ormai deserto e inutilizzato (almeno dai cavallari) - di Tor di Valle, spingendosi al massimo sulla via Ostiense, verso Vitinia, dove Mandrake si ferma senza benzina.

L'asilo abolisce la festa del papà: "Non offendiamo i genitori gay"

Nino Materi - Lun, 14/03/2016 - 08:19

Quest'anno i bimbi non prepareranno letterine e piccoli doni. L'assessorato all'Educazione: "Scelta autonoma delle educatici"



Nella classifica delle feste più stupide d'Italia, la festa del papà (ex aequo con la festa della mamma) è seconda solo alla festa della donna che, in più, ha l'aggravante di ammorbare l'aria con quelle stramaledette mimose.

Se vogliamo abolire quindi la festa del papà (ma, già che ci siamo, non si potrebbe eliminare pure la festa degli innamorati?), facciamolo pure, ma in quanto festa «stupida», non certo in quanto festa «lesiva della dignità dei genitori arcobaleno». La definizione «genitori arcobaleno» non è altro che una ipocrita formula per definire una coppia formata da due individui dello stesso sesso: insomma due maschi o due femmine. Una relazione tra un maschio e una femmina, nella società di oggi, è considerata infatti un'«anomalia», da guardare quasi con diffidenza.

E proprio per tale motivo, forse, un asilo comunale di Milano (per la precisione quello di via Toce, quartiere Isola) avrebbe deciso di azzerare la «festa del papà», tradizionalmente in programma il 19 marzo. L'assessorato all'Educazione del Comune ha chiarito al Corriere della sera (che ieri riportava la notizia sotto il titolo: «I genitori gay e la festa del papà abolita dall'asilo»): «Mai fatto disposizioni relative a regali o feste per le giornate del papà e della mamma. Si tratta di iniziative gestite in base alla discrezione, alla libertà didattica e alla sensibilità delle educatrici».

Fatto sta che ieri mattina una telefonata è arrivata al Giornale. Dall'altro capo del telefono una «mamma allarmata» per quella che ha definito una «decisione scandalosa», ma che a noi appare solo uno dei tanti atteggiamenti paradossali del politically correct che, come in questo caso, raggiunge vette tragicomiche. Un filone che soprattutto in asili e scuole elementari trova un particolare brodo di coltura (ma, un po', anche di cottura). Di esempi ce ne sono tanti: dal divieto dei simboli natalizi (presepe, canti, recite) per «non offendere le altrui sensibilità religiose» ai menù differenziati nel «rispetto delle altrui culture gastronomiche»; dai corsi di lingua araba destinati agli alunni italiani per «meglio integrarsi con i compagni stranieri» (scusate, ma non dovrebbe essere il contrario?

Cioè con i bimbi stranieri che dovrebbero imparare l'italiano per «meglio integrarsi» con i compagni italiani? ndr) al divieto di esporre i crocifissi nelle aule scolastiche. Nulla di strano allora se in tempi di stepchild adopstion i responsabili di un asilo siano terrorizzati dall'idea di far preparare ai bambini letterine e piccoli doni da regalare il 19 marzo ai papà. Al solito genio di turno che siede dietro la cattedra non sarà parso vero di essere più realista del re, ponendosi un «problema» inesistente.

Un quesito assurdo in precario equilibrio tra il lettino dello psicanalista e il divano del salotto radical chic: e se uno dei bimbi, invece di avere un solo papà, ne ha due? E se, invece di avere una sola mamma, ne ha due? In altre parole, come la mettiamo se un bimbo è figlio di una coppia gay o lesbica? Visto che su questo fronte la burocrazia ha tirato fuori la «brillante» idea di chiamare i due genitori con i «simpatici» nomi di «genitore 1» e «genitore 2», a che serve andare ancora dietro a una parola tanto desueta come «papà»? Figuriamoci stare lì a perdere tempo con la sua «festa»... Risultato: azzerate letterina e regalini per il padre- «fantasma». Se ne riparlerà quando verrà istituita la «festa del genitore 1».

Da non confondersi con la «festa del genitore 2». Nel dubbio, auguri a entrambi. E, soprattutto, ai loro eventuali figlioletti.

Il 14 marzo è il Pi Greco Day, anche su Marte si festeggia il “re dei numeri”

La Stampa



Oggi, 14 marzo, torna il Pi Greco Day, la festa dedicata al numero più famoso che esprime il rapporto tra la circonferenza e il suo diametro, 3,14.

Insospettabile protagonista di innumerevoli attività della vita quotidiana, pi greco è cruciale perfino nelle missioni spaziali che puntano alla conquista di Marte. A sottolinearlo è la Nasa, in prima fila come ogni anno per celebrare il “re” dei numeri, mentre in tutto il mondo fioccano iniziative curiose e divertenti che abbinano la matematica alla creatività, con sfide all’ultimo decimale e gare di dolcetti sui social. Anche in Italia sono previste manifestazioni da Nord a Sud, che coinvolgeranno scuole, università e musei.

Il giorno dedicato al numero 3,14 non poteva che essere il 14 marzo, data che nel sistema anglosassone viene scritta come 3/14. La festa, lanciata nel 1988 dal museo Exploratorium di San Francisco, quest’anno offre una succulenta occasione per ricordare l’importanza della matematica nella conquista dello spazio, che proprio in queste ore torna alla ribalta con il lancio della missione europea ExoMars.

«Usiamo pi greco ogni giorno, per comandare i rover su Marte e per misurare i crateri sulla superficie», ricordano anche i tecnici della Nasa. Proprio l’agenzia spaziale americana lancia dal suo sito una sfida agli studenti per usare il pi greco e risolvere problemi matematici simili a quelli affrontati ogni giorno dagli esploratori dello spazio, come mappare la superficie delle lune di Saturno o tracciare gli spostamenti delle sonde in orbita intorno a Marte.

Le iniziative per il Pi Greco Day si susseguiranno per tutta la settimana anche in Italia. Ad aprire i festeggiamenti sarà Udine, che fino al 20 marzo organizza corse, passeggiate, incontri con esperti e gare mnemoniche per chi volesse cimentarsi con gli infiniti decimali del pi greco. Il 14 marzo la città di Monfalcone organizza una caccia al tesoro matematica, mentre a Treviglio (Bergamo) il Pi Greco Day si festeggia al Museo Explorazione con un “gelato scientifico”. Il 16 marzo al Politecnico di Milano verranno premiati gli studenti delle scuole primarie e secondarie che hanno prodotto i lavori più originali tra poesie, prose e videoclip.

Dal 18 al 20 marzo la palla passa a Rovigo, con il suo festival della matematica, mentre la città di Siracusa dedica addirittura un monumento al genio di Archimede, il primo ad approssimare scientificamente il valore di pi greco. 

Bertolasarie

La Stampa
Mattia Feltri



Soltanto Forza Italia poteva organizzare primarie con un solo candidato e imbrogliare per vincerle.

Socci sui primi tre anni di Francesco: "Occhio, che cosa sta per crollare"

Libero
13 Marzo 2016

Socci sui primi tre anni di Francesco:

A tre anni dall’elezione di papa Bergoglio, sia i suoi sfegatati sostenitori, sia i suoi critici, sono d’accordo su un punto: egli rappresenta una rottura nella millenaria storia della Chiesa. Su questo c’è unanimità. Molti però ignorano che la Chiesa - per la sua divina costituzione - non può avere rotture nella sua tradizione magisteriale.

Deve restare sempre fedele al «depositum fidei» ricevuto da Gesù Cristo e contenuto nella Sacra Scrittura: il Papa è servo della verità rivelata, non padrone. Non può mutarla o disporne a suo arbitrio, altrimenti decade dal papato. O sarebbe l’apostasia e la fine stessa della Chiesa Cattolica.

È proprio in mezzo a questo vertiginoso guado - fra una rottura radicale, che pare continuamente vagheggiata, e la paura di compiere lo strappo ufficiale - che sembra trovarsi oggi il pontificato di Bergoglio. La sua ambiguità, da Giano bifronte, ha indotto Newsweek a fare la celebre copertina: «Is the Pope Catholic?» (il Papa è cattolico?). Su nessun altro Pontefice si è mai potuta porre una domanda così inquietante. D’altra parte lo stesso Bergoglio nel 2013 dichiarò a Scalfari: «Non esiste un Dio cattolico».

Quell’intervista svelò il personaggio. Ross Douthat, sul New York Times, nei giorni del Sinodo 2015, ha firmato un editoriale («Il complotto per cambiare il cattolicesimo») dove scriveva: «In questo momento il primo cospiratore è il papa stesso. Lo scopo di Francesco è semplice: egli favorisce la proposta dei cardinali liberal» cioè «un cambiamento di dottrina». Però, al Sinodo, Bergoglio è finito in minoranza, com’era accaduto già a quello del 2014 e al Concistoro.

Dunque ora la patata bollente è tutta nelle sue mani perché se nell’Esortazione post-sinodale sulla famiglia, che firmerà il 19 marzo, per tirare le conclusioni, volesse davvero sancire l’ufficiale cambiamento di dottrina - ovvero il tradimento del Vangelo - non potrebbe nascondersi dietro al mandato del Sinodo (che non c’è stato), ma dovrebbe metterci la sua sola firma e assumersi - davanti a Dio e agli uomini - la responsabilità personale di una rottura che può diventare un tragico scisma. Se non lo farà potrebbe esplodere la delusione dei suoi sostenitori modernisti. Che già sobbollono.

Per esempio, Vito Mancuso sulla Repubblica dice: «Il problema di questo pontificato è che alla radicalità dei gesti non corrisponde quella del governo (…). La fortissima popolarità di Francesco, in particolare nel primo periodo, poteva consentirgli scelte di maggiore coraggio (…). Io temo l’effetto boomerang. Ci è apparso come un papa che avrebbe cambiato tutto, e invece è quasi tutto fermo».
Mancuso rimprovera a Bergoglio di non aver fatto subito un blitz rivoluzionario, cosa che ha permesso ai cattolici di capirne i pericoli e organizzare la resistenza.

Nel corso dei mesi, in effetti, di fronte al Bergoglio che civetta con i nemici della Chiesa, fino a esaltare la Bonino e Napolitano, il Bergoglio che accantona l’insegnamento della Chiesa fissandosi solo sugli immigrati (fino a esaltare i «benefici» di un’«invasione araba dell’Europa»), il Bergoglio che arringa il Centro sociale Leoncavallo e disprezza il Family day - il popolo cristiano si è raffreddato con lui.

Mancuso riconosce che «c’è stato un netto calo di fedeli alle udienze del 2015 rispetto al 2014. E anche il Giubileo non sta andando come previsto. Nella Chiesa Cattolica stanno aumentando di intensità due forze diametralmente opposte: gli innovatori come me, e chi invece chiede di tornare alla “sana tradizione”. Una caratteristica diffusa soprattutto tra i giovani sacerdoti. Il Papa sta al centro».

Mancuso gli chiede di decidere da che parte buttarsi. In effetti con Bergoglio il vecchio modernismo cerca l’assalto finale alla Chiesa: l’ideologia postconciliare del ’68 si sta giocando tutto per appropriarsi della Chiesa e ridurla a cimitero «politically correct».

E la resistenza più forte, a difesa della Chiesa di Cristo, viene proprio dai giovani cresciuti con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Se papa Bergoglio non ha fatto il «colpo» nei primi mesi, come auspicava Mancuso, probabilmente è proprio per la presenza silenziosa e carismatica del «papa emerito», la cui autorevolezza ha frenato e intimidito lo spirito rivoluzionario.

Bergoglio ha scelto un’altra via. In una memorabile copertina dello Spectator, col titolo: «Pope vs Church» (il Papa contro la Chiesa), Bergoglio era disegnato su una macchina demolitrice che, un colpo dopo l’altro, abbatteva una chiesa. Si è scelto di picconare gradualmente e quotidianamente l’edificio sacro, anziché abbatterlo di colpo.

Tuttavia i danni sono già enormi. Bergoglio, per esempio, ha sottratto alla Chiesa la sua missione di Kathécon, cioè di presenza che si oppone al dilagare del «mysteryum iniquitatis». Cioè all’Impero, all’ideologia anticristiana che ha deciso la cancellazione della legge naturale, della famiglia e della sacralità della vita (oltreché delle radici cristiane).

Fra gli applausi dei nemici di Cristo, Bergoglio ha accantonato la grandiosa opposizione di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II alla «dittatura del relativismo». Così ora la situazione sembra precipitare ogni giorno di più. C’è un impazzimento sempre più veloce delle società e degli individui.

Lo mostrano le vicende internazionali, ma anche le cronache di questi giorni, con tanti efferati delitti. E a quest’umanità precipitata in un abisso di follie, guerre, persecuzioni e atti di barbarie, la «nuova Chiesa» di Bergoglio si presenta con queste testuali parole affidate dal papa a Eugenio Scalfari: «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene».

Se così fosse anche i più sanguinari tiranni sarebbero legittimati perché non fanno che perseguire la «propria idea» di bene. Nessuno potrebbe condannarli. Se il Bene e il Male non sono oggettivi, tutto è lecito. È la notte del relativismo dove il Bene è quello che piace a me o ciò che uno Stato o un tiranno impongono. È solo la forza a decidere. E non si può nemmeno più ricordare che incombe su tutti noi il giudizio divino.

Infatti la «nuova Chiesa» di Bergoglio - come si è sentito nei giorni scorsi - si scaglia addirittura sulla Chiesa di sempre perché avrebbe «per lungo tempo trasmesso una fede impastata di paura. Che ruotava attorno al paradigma colpa/castigo». Così ora nessuno più griderà, come Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, rivolto ai mafiosi: «Verrà un giorno in cui risponderete davanti al Giudice supremo» (anche Gesù aveva gridato: «Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo». E ancora: «Guai a te Korazym! Guai a te, Cafarnao!»).

Al contrario la Chiesa di Bergoglio vuole eliminare la paura (cioè il timor di Dio) e tace al mondo la luce della Verità. Così l’umanità finisce nel baratro e «il papa non s’immischia». Del resto le quotidiane picconate di Bergoglio hanno preso di mira soprattutto la dottrina cattolica fondamentale: quella dei sacramenti che sono i pilastri della Chiesa. Quasi non c’è sacramento che non sia stato terremotato dai tanti «sperimentalismi dottrinali» vagheggiati da Bergoglio o dai suoi supporter che - se fossero formalizzati in affermazioni magisteriali - sarebbero per la Chiesa più devastanti di Lutero. Abbiamo per ora Lutero in affitto.

Il momento della verità sarà dunque l’ormai prossima Esortazione post-sinodale dove Bergoglio dovrà uscire dal guado. Se vuol essere Papa non può rinnegare la verità cattolica. Vale infatti ciò che Ratzinger scriveva anni fa sottolineando che il papa non può «imporre una propria opinione», deve «richiamare proprio il fatto che la Chiesa non può fare ciò che vuole e che anch’egli, anzi proprio lui, non ha facoltà di farlo: in materia di fede e di sacramenti, come circa i problemi fondamentali della morale», la Chiesa può solo «acconsentire alla volontà di Cristo». Se no si autodemolisce.

di Antonio Socci

Il Papa scrive a Socci: "Grazie per le critiche"

Libero
20 Febbraio 2016

Il Papa scrive a Socci:

Venerdì scorso passavo frettolosamente da casa dei miei, piena di ricordi di mio padre, come il suo quadro più bello: un minatore esanime trasportato su una barella dai compagni (mio padre stesso in miniera un giorno rischiò la vita e restò mutilato). È lui che mi ha insegnato che la vita è lotta per la propria dignità e per la verità.

E mi ha testimoniato che la libertà è perfino più importante del pane. A lui, che da minatore cattolico il 18 aprile 1948 si batté per la libertà del nostro Paese, devo l' insegnamento più importante: vivere senza menzogna.  E a lui ho pensato venerdì, quando mi è arrivata quella lettera per posta prioritaria. Mia madre stupita mi ha consegnato la busta bianca, col timbro della Città del Vaticano, sussurrandomi: «Ma ti ha scritto il Papa?».

In effetti la grafia era inequivocabile. Proprio il Pontefice, con una stilografica a inchiostro nero, ha tracciato il mio indirizzo e il mittente, dietro la busta (una "F." per Francesco) e sotto: «Casa Santa Marta - 00120 Città del Vaticano». Ho pensato a mio padre perché per me è il simbolo di quel popolo cristiano a cui dobbiamo tantissimo, quel popolo cristiano che è disprezzato dall' establishment intellettualoide che esalta Francesco (penso a Repubblica).

Quel popolo cristiano che si è sentito abbandonato dai suoi pastori negli ultimi tre anni. Papa Francesco infatti ha un gran successo mediatico tra i mangiapreti, ma ha portato la Chiesa in una grande confusione. Basti vedere le dichiarazioni fatte anche ieri sul volo di ritorno dal Messico dove si è "immischiato" pesantemente sulle politiche dell' immigrazione, ma ha affermato di non volersi immischiare nella discussione italiana relativa alle unioni gay (eppure è vescovo di Roma e primate d' Italia).

Ma voglio fare un esempio più clamoroso. Proprio venerdì, mentre ricevevo la sua lettera, vedevo il Santo Padre in tv per la Dichiarazione firmata da lui col Patriarca ortodosso Kirill. È un memorabile pronunciamento storico-politico con cui la Chiesa Cattolica romana e la Chiesa ortodossa, insieme, hanno rovesciato l'«Agenda obamiana» a cui il Papa si era finora - disastrosamente - sottomesso.
La Dichiarazione riporta la Chiesa sulla via di Benedetto XVI, infatti è un vero siluro contro «la dittatura del relativismo» dell' Occidente e contro la dittatura dell' islamismo dell' Oriente. È un grido di libertà che esalta le nostre radici cristiane, dall' Atlantico agli Urali, e ci restituisce alla grande storia dell' Europa dei popoli e delle cattedrali.

Il contrario di ciò che Francesco ha fatto in questi anni.  Infatti la Dichiarazione fa una vigorosa difesa (finalmente) dei cristiani perseguitati e della libertà religiosa a tutte le latitudini, con l' appello a una coraggiosa testimonianza cristiana nella vita pubblica; attacca la tecnocrazia nichilista dell' Europa occidentale che ha rinnegato le sue radici cristiane e che emargina fino al disprezzo i cristiani; infine fa una difesa tenace della famiglia naturale e della vita dal suo concepimento fino alla sua fine naturale.

Tuttavia, subito dopo la pubblicazione solenne e in mondovisione di questo documento, papa Bergoglio ha cercato di "rimangiarsi" la firma minimizzandone il significato. Riducendo tutto a una photo opportunity. Come si spiega questa repentina e incredibile marcia indietro? Evidentemente l' Impero che ha "dimissionato" Benedetto XVI e che sostiene il pontificato di Francesco non gli consente di ribaltare la collocazione geopolitica della Chiesa.

Per questo Francesco (che pure sulla Siria nel 2013 si permise una coraggiosa indipendenza) è subito tornato nei confini assegnati. Gli è stato facile anche per la leggerezza con cui abitualmente dice, disdice e si contraddice, a seconda degli interlocutori. Il suo magistero è spesso cangiante come la veste di Saruman.  Probabilmente ora anche al Patriarcato di Mosca si chiederanno quanti Francesco sono in circolazione.

Noi ce lo chiediamo da tre anni. Qualunque barca condotta così affonda, infatti la confusione nella Chiesa regna sovrana. Forse per questo il Papa chiede insistentemente preghiere. Purtroppo però lui ha molti adulatori, cortigiani, lustrascarpe e tifosi che lo esaltano, ma ben pochi pregano per lui e per la barca di Pietro che rischia di colare a picco fra gli applausi e le risa del mondo.

Io invece prego per lui. Nel mio libro La profezia finale, ho concluso così la lettera aperta a Franceso dove lo esortavo a combattere virilmente con noi la «santa battaglia» contro la notte, contro il Mysterium iniquitatis ormai dilagante: «Io vivo anche una mia guerra personale, durissima, che combatto con la mia famiglia contro il male e che da anni ci fa stare sul Calvario (...). Le assicuro che nell' offerta di questo martirio - insieme a tutta la Chiesa e all' umanità - c' è anche lei, con papa Benedetto XVI. La nostra preghiera è a Dio, perché restituisca e conservi sempre alla Chiesa e al mondo la luce del Vicario di Cristo, specialmente nelle tenebre dell' ora presente.

Caro papa Francesco, sia uno dei nostri veri pastori sulla via di Cristo, con papa Benedetto che la sostiene con la preghiera e il consiglio: aiuti anche lei la Chiesa, oggi smarrita e confusa, a ritrovare la via del suo Salvatore e così riaccenderà quella luce che permetterà all' umanità di non perdersi in un abisso di violenza. Tutti i santi del Cielo pregano per questo».  Nelle pagine precedenti del libro non ho lesinato (dolorose e amare) critiche a questi tre anni di Francesco, e l' ho esortato a difendere la Chiesa e la fede cattolica anziché farsi "usare" ed esaltare dai nemici di essa.

L' ho implorato di non umiliare più la Chiesa, di non proclamare la resa, solidarizzando con gli avversari, ma invece di opporsi al dominio del «nuovo potere» che - come diceva Pasolini - è «completamente irreligioso, totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai, corruttore, degradante». Io credo che nel profondo papa Francesco ne sia convintissimo. E, dibattendosi fra gli Imperi, cerchi una strada che scaltramente tolga la Chiesa dall' angolo: ma si può essere più scaltri di Dio? Può esservi una via più scaltra di quella di Cristo che è la testimonianza alla verità fino alla croce?

Può esserci un annuncio del Vangelo che non sia anche un giudizio sul mondo e sulle tenebre dei poteri mondani? «Se non c' è lotta non c' è cristianesimo», dice Benedetto XVI. È stolto mettersi contro il Potere? San Paolo ci avverte che è attraverso la stoltezza della predicazione della verità che Dio salva il mondo «perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Co 1, 25).

Queste sono le cose che ho scritto nel mio libro e su queste mi ha risposto il Papa. Quando ho aperto la busta ho visto che era tutto di suo pugno. So capire il senso di certi "dettagli": i Pontefici comunicano attraverso la Segreteria di Stato (ho ricevuto in passato altre missive papali di questo tipo). Invece questa lettera autografa scritta dal Papa stesso e inviata direttamente, senza passare per nessun ufficio vaticano, ha un significato preciso: vuole essere un segno di familiarità, un gesto paterno, di affetto e di comunione.

Pur sapendo quanto papa Bergoglio ami uscire fuori dai formalismi, non me lo aspettavo.
Gli avevo fatto inviare dalla Rizzoli il mio libro perché il sottotitolo recita: «Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra». Su quel volume avevo scritto una dedica in cui spiegavo al Papa che il libro contiene ciò che in coscienza mi sento in dovere di dirgli. Ma dopo averlo fatto inviare non ci ho pensato più.  Sono dunque rimasto molto sorpreso vedendo la lettera e leggendo le parole - davvero non formali - di papa Francesco: «Vaticano 7 febbraio 2016 Sig. Antonio Socci Caro fratello: Ho ricevuto il suo libro e la lettera che lo accompagnava. Grazie tante per questo gesto.

Il Signore la ricompensi. Ho cominciato a leggerlo e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore. La ringrazio davvero tanto per le sue preghiere e quelle della sua famiglia. Le prometto che pregherò per tutti voi chiedendo al Signore di benedirvi e alla Madonna di custodirvi. Suo fratello e servitore nel Signore, Francesco». Sono parole che non lasciano indifferenti. Ci sono cose di questo Papa che mi commuovono profondamente (l' ho scritto nel libro).

Mi entusiasma la sua libertà evangelica, la sua semplicità, il suo essere fuori dagli schemi clericali. È emozionante quando parla dello sguardo di Gesù o, come nei giorni scorsi a Guadalupe, degli occhi materni di Maria. E quando ricorda che il nostro Salvatore non vuole perdere nessuno e si prende ciascuno di noi sulle spalle.  Ma infine un pontificato è anzitutto il suo magistero e il suo governo della Chiesa e di fronte allo smarrimento e alla confusione che in questi tre anni hanno investito il popolo cristiano ho dovuto e voluto dire la verità, a costo del suicidio professionale e morale.

Ho buttato alle ortiche quello che il mondo definisce «prestigio», costruito in decenni di lavoro, per diventare un reietto nel mondo cattolico, che è la mia casa. Diventato di colpo un "appestato", in questi due anni ho fatto indigestione di insulti. Quelli più frequenti sono stati i seguenti: «Sei un indemoniato» e «sei impazzito». Altri poi hanno invocato l' arrivo di un esorcista, del Tso o perfino una sentenza di scomunica, hanno insinuato addirittura che fossi stato accalappiato da qualche setta, da qualche bislacco guru o da qualche oscuro "potere" e hanno sentenziato che sarei ormai fuori dalla Chiesa. 

Mi hanno messo al bando dai loro media ed è stato messo all' Indice un mio volume in certe librerie cattoliche dove, magari, vendono Augias e Mancuso. C' è perfino chi ha fatto disgustose considerazioni sulle traversie vissute dalla mia famiglia.  Oggi però le parole che Francesco mi ha scritto fanno giustizia di mesi e mesi di insulti. Sono anzitutto, per ciascuno di noi, un esempio di umiltà e di paternità. Ma la legittimazione delle «critiche al papa», contenuta nella lettera, mi pare anche che insegni a essere cristiani virili e non pavidi o opportunisti. Si deve parlare con parresia e non con calcolata ipocrisia.

Nel mio libro avevo riportato le parole del vescovo spagnolo Melchor Cano (1509-1560), grande teologo del Concilio di Trento: «Pietro non ha bisogno delle nostre bugie o della nostra adulazione. Coloro che difendono ciecamente e indiscriminatamente ogni decisione del Sommo Pontefice sono quelli che più minano l' autorità della Santa Sede: distruggono, invece di rafforzare le sue fondamenta». Così motivavo la mia franchezza, come un piccolo aiuto al vescovo di Roma. È molto bello che ora il Papa risponda al mio libro confermando tutto: «In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore».

Francesco del resto sa bene che, per lui, il pericolo non viene dalla franchezza dei figli di Dio, ma dalla corte: un giorno arrivò a dire che «la corte è la lebbra del papato».  È vero del resto che nella Curia romana e nelle altre curie, sotto il suo pontificato, domina un clima di vero terrore, un' oppressiva aria inquisitoriale, mai vista prima. Ed è sua responsabilità. Il modo come ha condotto le vicende ecclesiali in questi anni e anche l' ultimo Sinodo purtroppo dimostrano che insieme al Francesco paterno e comprensivo ce n' è uno che usa il potere in modo molto duro.

Talora anche per imporre alla Chiesa dottrine eterodosse. È lui che usa il pugno di ferro contro famiglie religiose o ecclesiastici di grande fede e ortodossia e poi elogia e promuove chi va dietro ai venti delle ideologie mondane. Continuo a sperare vivamente che egli metta fine a questo clima ed esorti tutti a stare nella Chiesa con la libertà e la dignità dei figli di Dio, come lo stesso Concilio insegna (senza temere epurazioni, vendette e umiliazioni). Ma spero soprattutto che sia fedele alla missione di Pietro, cioè che difenda la fede cattolica e non la svenda e nemmeno la stravolga: questo non gli è lecito.

Non può farlo. «Perché anche il papa», diceva Joseph Ratzinger, «non può fare quello che vuole. Non è un monarca assoluto, come un tempo lo furono alcuni re. È tutto il contrario, Egli è il garante dell' ubbidienza. Egli è il garante che noi non siamo dell' opinione sua o di chicchessia, ma che professiamo la fede di sempre che egli, opportune importune, difende contro le opinioni del momento».

Antonio Socci

Papa Francesco. quella frase agghiacciante: "E' in corso una invasione araba e..."

Libero
04 Marzo 2016
Papa Francesco. quella frase agghiacciante:

L'invasione araba, il ruolo dell'Europa e l'unità del mondo. Sono alcuni degli argomenti che Papa Francesco ha affrontato durante l'udienza privata con una delegazione francese di operatori del cristianesimo sociale, come li definisce La Vie che aveva fra di loro Jean-Pierre Denis, direttore della redazione del giornale.

La Stampa riporta il resoconto del giornale francese: Bergoglio, parlando dell'Europa e della crisi di natalità di alcune nazioni (fra le quali l'Italia), ha detto: "Se l'Europa vuole ringiovanire, deve ritrovare le sue radici culturali. Fra tutti i Paesi occidentali, le radici europee sono le più forti e le più profonde. Grazie alla colonizzazione, queste radici hanno persino raggiunto il nuovo mondo". Ma, ha aggiunto il Pontefice, "dimenticando la sua storia, l'Europa si indebolisce. E' allora che rischia di diventare un luogo vuoto".

Del resto, ha concluso Papa Francesco è giusto parlare di "invasione araba", "è un fatto sociale". "Quante invasioni l'Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! Ha sempre saputo sorpassarsi, andare avanti per trovarsi poi come ingrandita dallo scambio di culture". L'Europa, ha concluso, "è il solo continente che possa portare unità al mondo".