giovedì 17 marzo 2016

Smascherare le bufale online non è inutile, ecco perché secondo i debunker italiani

La Stampa
chiara severgnini


Paolo Attivissimo (Il disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo) e David Puente (Bufale.net)

A dicembre il Washington Post ha chiuso la sua rubrica sulle bufale. Una delle ragioni è che cercare di sbugiardarle, a quanto pare, è inutile: lo dimostra una ricerca realizzata dal CSSLab dell’IMT di Lucca. Eppure c’è chi non ha smesso di farlo: non tutti i debunkers - coloro che si occupano di “debunking”, e cioé di smascherare le storie false - si sono arresi.

Tra loro, in Italia, i punti di riferimento sono Paolo Attivissimo con il suo Disinformatico, l’ormai storico blog di debunking (e non solo); il gestore di Bufale.net David Puente e il cofondatore di Bufale un tanto al chilo (Butac.it) Michelangelo Coltelli. Li abbiamo intervistati per capire se quella contro le bufale è davvero una battaglia persa.

Secondo i ricercatori dell’IMT gli sforzi dei debunker, sui social network, raramente raggiungono il bersaglio e, quando ci riescono, ottengono pochi risultati. Ma questo prova che il debunking non serve? «Non credo - risponde Attivissimo - credo invece che lo studio dimostri quanto sia inutile il muro contro muro negli ambienti online citati nella ricerca, e cioé i social».

Non va dimenticato che il team di ricercatori si è occupato soprattutto di teorie del complotto e dei loro adepti. «Non ci occupiamo solo di quelli - precisa Coltelli - ma anche di notizie false, pseudo-medicina e truffe». C’è differenza? Sì, perché sul web ci sono «tante persone che cadono in trappole diverse dal complottismo, come i malati alla disperata ricerca di una cura o chi ingenuamente crede a qualche truffa mascherata da occasione irripetibile». Ed è per loro, insiste il fondatore di Butac.it, che c’è bisogno «di un servizio che combatta la disinformazione dilagante».

Anche Puente di Bufale.net ridimensiona la portata dello studio. «Il campione della ricerca - spiega - era composto da utenti Facebook statunitensi, ma Facebook non rappresenta il mondo reale. E poi il debunking è inutile solo per chi è così convinto dell’esistenza dei complotti da arrivare ad accusare chi li contraddice di “far parte del sistema” o di essere “pagato dai poteri forti”.

Ma ciò non significa che sia inutile per gli altri». Chi si dedica a sbugiardare le notizie false è abituato a vedere i propri sforzi infrangersi di fronte alle convinzioni ferree di chi ormai ha il pallino per le teorie complottiste. L’admin di Bufale.net la prende con ironia (“Vorrei le prove dei bonifici che ricevo dai poteri forti perché ho un mutuo da pagare!”) e non si scoraggia. Le soddisfazioni arrivano.

Per il collega debunker Coltelli «anche una sola mamma che sceglie di vaccinare i figli grazie ai nostri articoli vale lo sforzo che facciamo ogni giorno». E succede? «Ho ricevuto tante mail da parte di mamme che mi hanno ringraziato per averle aiutate a superare la paura dei vaccini». Non è il solo ad avere storie simili da raccontare. Puente ricorda un dottore sudamericano incontrato su una pagina Facebook dedicata alla presunta terapia anti-cancro di Tullio Simoncini, un ex medico radiato dall’albo nel 2006. «L’ho contattato e gli ho spiegato cosa rischiava fidandosi di un personaggio del genere: mi ha ringraziato per avergli fatto capire a cosa andava incontro».

Tutti episodi che non combaciano granché con l’idea che il debunking non serva a nulla. Del resto, Attivissimo ne è convinto: «Esiste una trascurata terra di mezzo, quella delle persone silenziosamente dubbiose, indecise se accettare una tesi di complotto o la sua smentita e riluttanti a esternare questi dubbi sui social network». E aggiunge: «Mi preoccupa l’idea che questo studio, o una sua interpretazione fatalista, faccia passare la voglia di fare debunking a chi oggi si impegna per cercare di fare chiarezza».

Quindi la ricerca secondo cui sburgiardare le bufale non serve è tutta da da buttare? Al contrario: è un utile spunto di riflessione. Per Attivissimo è soprattutto «un buon campanello d’allarme per i debunker aggressivi, perché dimostra, dati alla mano, che il loro metodo non funziona. I battibecchi sarcastici e polemici sui social sono inefficaci: su questo sono perfettamente d’accordo con lo studio». Questione (anche) di metodo, quindi. «Alcuni debunkers - ammette Puente - sbagliano approccio: i complottisti in fondo sono vittime di una cattiva informazione o di veri e propri raggiri.

Finché la discussione non si chiude con un “sei pagato dai poteri forti” e finché si mantiene una certa pacatezza c’è ancora una possibilità». A volte l’errore sta a monte, in chi scrive senza preoccuparsi di farsi capire dai non addetti ai lavori. «Se si vuole raggiungere quella parte di pubblico che rischia più facilmente di lasciarsi ingannare dalle bufale - puntualizza Coltelli - bisogna spiegare le cose senza paroloni». L’admin di Butacit ricorda i dati Ocse che segnalano l’alto tasso di analfabetismo funzionale nel nostro Paese: «Quasi un italiano su due non è in grado di seguire un breve testo, di capire un contratto, di apprezzare un editoriale. Occorre ridurre questo gap: fare e insegnare il debunking può dare una mano».

Insomma, «C’è debunking e debunking», come chiosa Attivissimo, e quello fatto bene può funzionare. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare. «Smascherare le bufale - prosegue Attivissimo - mi ha fatto imparare tanto, mi ha fatto conoscere fatti, fenomeni e persone eccezionali, ed è una continua fonte di piacere: probabilmente farei debunking anche se non cambiasse l’opinione di nessuno». Questa confessione è il miglior modo per chiudere questo articolo: sburgiardare le bufale serve. Anche a chi lo fa.

Una buona notizia per Roma

La Stampa
mattia feltri

I candidati a sindaco di Roma sono addirittura undici. C’è notizia buona e una notizia cattiva. Quella buona è che dieci di loro perderanno

Bandiere

La Stampa
jena

Parafrasando Rosa Luxemburg, Renzi raccatta le bandiere che la destra ha lasciato cadere nel fango.

Buon samaritano conforta un cane investito, la foto commuove il web

La Stampa
fulvio cerutti



È mattina presto quando un cane viene investito da un’auto nella contea di Solano, in California. Il quattrozampe rimane sull’asfalto bagnato da una fitta pioggia. In un quel momento così difficile, però, quel cane non è solo: un uomo, che ha assistito all’investimento, si ferma e chiama l’ufficio per la gestione degli animali dello sceriffo di zona.

Quando gli operatori arrivano sul luogo della chiamata, trovano quell’uomo seduto accanto al cane, incurante della pioggia. Eric, così si chiama il buon samaritano che non ha voluto dare in cognome, è rimasto con l’animale per confortarlo, accarezzandolo, condividendo con lui quel dolore. Il cane è stato poi portato in una clinica veterinaria dove purtroppo, dopo alcuni giorni, non è sopravvissuto all’incidente.

Quel gesto di compassione è stato però immortalato in una foto scattata da un agente che l’ha poi pubblicata sul profilo Facebook della polizia della Contea di Solano con un messaggio speciale per quell’eroe sconosciuto: «Vorremmo ringraziare Eric per non essersi voltato dall’altra parte. È andato ben oltre l’aiuto per quel cane ferito. Condividete questa foto così ci aiuterete a ringraziarlo».

twitter@fulviocerutti

InfelicItalia

La Stampa
massimo gramellini

Si vive meglio in Italia o in Uzbekistan? In Uzbekistan, sostiene il rapporto annuale sulla felicità redatto dai gufi dell’Onu interpellando i cittadini del mondo intero su indici che vanno dal reddito economico alla qualità dei rapporti umani e al livello di corruzione. La fonte è autorevole e i risultati tutto sommato scontati. Agli ultimi posti ci sono nazioni in guerra o tormentate dalla fame, ai vertici l’intera Scandinavia (primi assoluti i danesi), la Svizzera, l’Olanda e il Canada.

Noi siamo in caduta libera, cinquantesimi dietro l’Uzbekistan, e per spiegare cosa ci deprime basta confrontarci con lo specchio rovesciato delle repubbliche nordiche della felicità, che alla faccia dell’individualismo tanto di moda hanno un modello fortissimo di comunità. I cittadini vivono meglio là dove lo Stato funziona, garantendo una qualità della vita meno stressante, una rete di protezione per i più deboli, uno straccio di idea di futuro.

Invece il Paese dei furbi non è più un Paese felice. Ed è ovvio che sia così, perché il problema della furbizia è che si è furbi sempre a danno di qualcun altro. In Italia per molto tempo il patto di reciproco disinteresse tra individui e Stato ha funzionato benissimo. Lo Stato non garantiva i servizi, ma lasciava ai singoli la libertà e l’impunità di supplirvi, aggiustandosi per conto loro. Da quando la crisi ha fatto saltare quel patto, gli italiani si ritrovano isolati e smarriti. Non più capaci di essere felici da soli e sprovvisti di una comunità che li sappia rendere felici insieme.

Scoperte lettere inedite di Garibaldi e Mazzini, così la Sicilia si battè per l’Unità d’Italia

La Stampa
paola italiano

Trovate da una famiglia di Troina (En) erede del patriota Francesco Schifani



Lettere autografe di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, documenti inediti che testimoniano l’attività cospiratoria antiborbonica in Sicilia, anche nella piccola città di Troina, in provincia di Enna: è il tesoro che una famiglia locale ha scoperto tra i cimeli tramandati da un suo avo, il patriota Francesco Schifani, esponente di spicco del movimento carbonaro nel Meridione e in collegamento diretto con i vertici nazionali per realizzare il sogno dell’Unità d’Italia.

GESTO D’AMORE E D’ORGOGLIO
Schifani morì nel 1873. I suoi discendenti, ritrovandosi in mano a un patrimonio storico comune, hanno deciso di affidarlo al Comune di Troina, che ha coinvolto il Museo del Risorgimento di Italiano di Torino: sarà istituita una Borsa di studio destinata a un ricercatore per analizzare il materiale inedito e valorizzare gli studi storici sul Risorgimento siciliano e ricostruire a tutto tondo la figura del patriota troinese. «Il nostro è un gesto di amore e di orgoglio: vogliamo che si approfondisca la lotta del nostro avo, un sincero democratico che credeva già allora nell’Italia», dice Maria Rosa Russo, in rappresentanza della famiglia erede.

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Il vincitore della Borsa sarà scelto da una commissione presieduta da Umberto Levra, già professore ordinario di Storia del Risorgimento all’Università di Torino e presidente dal 2004 del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino. «I documenti - spiega Levra - dimostrano il funzionamento della fitta rete di opposizione democratica, compresa la componente massonica, e meritano di certo un approfondimento scientifico».

DAL PIEMONTE ALLA SICILIA
E, tra poco più di un anno, prenderà vita il Museo del Risorgimento di Troina, uno spazio con caratteristiche inedite in Sicilia: un edificio a due piani nel centro storico della città, borgo normanno tra i monti Nebrodi, esporrà l’intera collezione donata alla collettività dalla famiglia Russo, a partire dalle lettere di Mazzini e Garibaldi. E in più, altri documenti, anche multimediali, per riprodurre il contesto di storia e vita del periodo, la ribellione ai Borbone e l’avvento dei Savoia, con l’importante intermezzo garibaldino. «Il nostro spazio - dice il sindaco Fabio Venezia - sarà di interesse per l’intera Sicilia e anche oltre, parlerà agli studiosi e ai normali cittadini: verrà ricostruito in maniera curiosa e accattivante un pezzo del nostro passato».

Perché smentire le bufale è inutile

La Stampa
lorenza castagneri



Smentire le bufale è una completa perdita di tempo. Possiamo citare studi scientifici, interrogare esperti, fare numeri e calcoli come quando abbiamo cercato di capire se davvero due milioni di persone hanno potuto partecipare al Family Day ma è del tutto inutile: le credenze di chi legge saranno sempre più forti di qualsiasi smentita. Ciò che c’è scritto magari ci convince, ma non ci persuade, potremmo dire citando Pascal. E così continuiamo a credere alle leggende.

Se già ce ne eravamo resi conto da soli, a darci conferma di questa triste verità adesso è Walter Quattrociocchi, della Scuola IMT Lucca dove dirige il laboratorio di scienze sociali computazionali (CSSLab). Assieme ad altri sette ricercatori ha analizzato in che modo due gruppi di iscritti a Facebook negli Stati Uniti si pongono nei riguardi delle notizie che compaiono nella loro timeline.

Da una parte c’era chi legge soltanto articoli che arrivano da fonti affidabili. Dall’altra tutti coloro che che Quattrociocchi e colleghi hanno chiamato i «complottisti»: quelli che credono che i giornali siano pagati per pubblicare certe notizie, che sono contro tutto e contro tutti, che sono convinti che il mondo sarebbe governato da qualche élite segreta e che cercano informazioni su siti «alternativi».
Il primo risultato a cui sono giunti i ricercatori di Lucca è che soltanto una minima parte di questi ultimi è raggiunto dai post di debunking, che provano a fare un po’ più di chiarezza o a tentare di smontare le loro teorie.

Due: quei pochi che li leggono, non solo non cambiano opinione, ma dopo pensano di essere nel giusto ancora più di prima. E se si imbattono in un articolo che sostiene le loro idee, sono maggiormente propensi a cliccare «mi piace». Un paradosso. Quattrociocchi ha spiegato che in psicologia cognitiva, questo meccanismo si chiama «pregiudizio di conferma»: la nostra identità si sviluppa attorno a certe credenze e ignoriamo tutte le altre, per quanto gli altri provino a farcele conoscere.

A peggiorare la situazione sono i gruppi: quando entriamo in una comunità di utenti che condivide con noi certi pensieri - è contro i vaccini o a totale sostegno dell’alimentazione vegan, per esempio - cambiare opinione diventa praticamente impossibile. La tribù diventa una cassa di risonanza. Ecco perché smentire le bufale è una completa perdita di tempo.

In vendita all’asta una piazzetta con vista lago dell’Isola Bella

La Stampa
luca gemelli

Stresa vuole cedere 15 metri quadrati vicino al palazzo dei Borromeo: la base è 5 mila euro


L’Isola Bella con il Palazzo dei Borromeo (foto Danilo Donadio)

Possedere un pezzo, anche piccolo, dell’Isola Bella, la principale attrazione turistica del Lago Maggiore. Un sogno che potrebbe diventare realtà per il miglior offerente se il Comune di Stresa procederà con la decisione di togliere dal patrimonio del demanio e mettere in vendita all’asta 15 metri quadri di terreno, contigui a via Vittorio Emanuele dell’Isola Bella.
 
Per poter procedere alla vendita manca ancora il via libera del Consiglio comunale, chiamato a decidere sull’argomento: il prezzo di partenza per l’asta pubblica è già stato fissato in 5.000 euro, pari a 333 euro al metro quadro. Il valore è stato indicato dall’Agenzia del territorio di Verbania a cui si è rivolto il Comune.

Due gruppi interessati
«Si tratta - spiega il sindaco di Stresa Giuseppe Bottini - di un’area limitrofa a via Vittorio Emanuele, di fatto inutilizzata e rialzata rispetto alla sede stradale. Per questo pezzetto di terreno sono state presentate negli anni scorsi due richieste di acquisizione da privati e quindi la vendita avverrà con un’asta».

I due potenziali acquirenti sono la famiglia Borromeo, che oltre a essere proprietaria del palazzo e dei giardini dell’Isola Bella, ha rimesso a nuovo tutti gli edifici di sua proprietà nell’area destinandoli a negozi di lusso e ad appartamenti turistici. L’altro è la famiglia Mozzana, titolare del ristorante Magnolia confinante con l’area in questione.

In sede d’asta la proprietà verrebbe assegnata al miglior offerente, che potrebbe però essere anche un semplice cittadino, che volesse togliersi lo sfizio di vantare il possesso di piccolo terreno sull’Isola Bella.

La decisione di vendere questo pezzetto pubblico di Isola Bella non piace al gruppo consiliare di opposizione di Progetto Comune: nei giorni scorsi i consiglieri hanno distribuito all’Isola Bella volantini con lo slogan «Giù le mani dall’Isola», facendo rimarcare come mentre negozianti, bar e botteghe sono chiamati ogni anno a pagare per occupare il suolo pubblico, qualcun altro potrebbe cavarsela comprando a 5 mila euro il fazzoletto di terra da occupare.

«Chiediamo ai cittadini di far vedere la propria contrarietà - spiega la capogruppo di Progetto Comune Marcella Severino - partecipando alla seduta del Consiglio comunale». 

L'ex boss conferma: «I clan fermarono Pantani, la camorra non riusciva a pagare le puntate sul Pirata vincente»

Il Mattino

immagine L'ex boss conferma: «I clan fermarono Pantani, la camorra non riusciva a pagare le puntate sul Pirata vincente»

«Non sono a conoscenza di come abbiano fatto a modificare i dati di Pantani per farlo risultare positivo, ma il clan ha sicuramente avvicinato chi era addetto ai controlli e lo ha corrotto». È il verbale agli atti della richiesta di archiviazione con la quale la procura di Forlì intende far calare il sipario sulla squalifica del Pirata al Giro D'Italia del 1999. Reati prescritti e impossibilità di individuare i responsabili. Queste le motivazioni del pm, contro le quali la famiglia dell'indimenticato campione leva uno scudo. «Per sapere chi ha modificato i test è sufficiente risalire a coloro che potevano maneggiare le provette: si faccia giustizia»: tuona Antonio De Rensis, avvocato della famiglia Pantani.

D'altronde, il verbale agli atti è l'ennesima riscrittura di quella squalifica per doping che sconvolse il mondo del ciclismo. L'ex boss Augusto La Torre parlò di Pantani con i capiclan Luigi Vollaro, di Portici, Angelo Moccia, di Afragola, e con il casalese Francesco Bidognetti. E, dice La Torre, tutti e tre gli confermarono che «solo i Mallardo di Giugliano, con poteri decisionali nell'Alleanza di Secondigliano, potevano aver fatto una cosa simile». Il motivo? Per coprire le scommesse a nero, la camorra sarebbe andata in «bancarotta».

Ma chi è Augusto La Torre? L'ex boss di Mondragone che il capostipite del clan dei Casalesi, Antonio Bardellino, definiva il suo «giovane di belle speranze», è in un penitenziario del Nord Italia, in un'area riservata ai pentiti che non godono del programma di protezione. Controversa è infatti la storia del suo «pentimento». Dal 2003 è artefice di schiaccianti testimonianze ai danni di camorristi di spessore. Poi si rende protagonista di comportamenti che la Dda di Napoli ritenne tali da chiedere e ottenere che fosse escluso dai benefici previsti per i collaboratori di giustizia. Chi pronuncia la frase che impone una rilettura di quel Giro maledetto che per il Pirata segnò l'inizio della fine è, insomma, un «pentito a metà».

Ma il verbale redatto dai carabinieri della procura di Forlì, e trasferito alla Dda di Bologna, conferma le dichiarazioni di Renato Vallanzasca, datate 2007, che all'epoca di conferme non ne trovarono. Disse che un camorrista gli aveva annunciato che Pantani sarebbe stato fermato. Successivamente, e questo è emerso negli ultimi giorni, un malavitoso di Secondigliano fu intercettato mentre diceva a una sua parente che «sì, a Madonna di Campiglio, la provetta fu alterata». La camorra, dunque, avrebbe taroccato i test del Pirata perché, se avesse vinto, l'Alleanza di Secondigliano non sarebbe stata in grado di pagare le scommesse clandestine. La camorra fermò Pantani nel modo più subdolo e l'Italia intera smise di credere nel ciclismo. E le parole di La Torre non dicono cose diverse. 

Quell’antico insulto al tempo di Salvini

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

L’ex Cavaliere, dicendo che il segretario leghista «non ha nessuna esperienza di governo» e «non ha avuto mai nemmeno un mestiere vero» si avvicina al concetto di «faniguttùn», fannullone



«Faniguttùn». A Matteo Salvini, ormai, manca solo il marchio ufficiale di «faniguttùn». Quello che Berlusconi, ai tempi in cui era il padrone d’Italia, appiccicava agli alleati che nella vita avevan fatto solo politica. Un marchio tale che alla fine dovette prenderne atto, tra i neologismi, perfino il vocabolario Treccani: «fanagottone (fanigottone, faniguttùn), s. m. Fannullone, chi non è capace di realizzare nulla». L’ex Cavaliere, dicendo che il segretario leghista «non ha nessuna esperienza di governo» e «non ha avuto mai nemmeno un mestiere vero» con l’aggiunta che «l’unico lavoro che ha fatto è la comparsa a Mediaset» si è avviato lì, all’antico insulto. Segno che i rapporti sono ormai pessimi.

Ora, che l’osservazione dell’anziano leader sia campata in aria è difficile da sostenere. Come ha scritto Marco Travaglio, che con Berlusconi condivide solo il disprezzo per «Matteo bis», Salvini «è il capopartito più vecchio della II Repubblica, anche se riesce inspiegabilmente a spacciarsi per il più nuovo: dei suoi 43 anni di vita, gli ultimi 23 li ha trascorsi a carico di noi contribuenti». Già nel 2008 ammetteva con Panorama di essere iscritto da 16 anni alla facoltà di storia: «Arriverà prima la Padania libera della mia laurea». Traduzione: mai. Una volta, a «Virus» su Rai Due gliene scappò una di grossa: «Il migrante è un gerundio». Non l’avesse mai detto! Su Twitter lo misero in croce:

«Se #migrante è un gerundio, #Salvini è un ignorando». Fino alla domanda fastidiosa: «Com’era quella storia degli stranieri che devono imparare la nostra lingua?». Solo che ormai anche le sfuriate di quello che si definì «di gran lunga il più grande capo di governo della storia», non hanno più il peso di una volta. Erano la sua passione, quelle sfuriate contro quelli che «non hanno mai lavorato in vita loro» e «non possono permettersi le barche e le case che esibiscono, dunque non c’è che una spiegazione: rubano».

Lui, invece, sempre a «laura’, laura’, laura’». Più di chiunque altro al mondo. Lo disse il giorno del Tax-day: «Bisogna passare da 100 tasse a 8: l’è un laura’ de la Madonna». Lo ridisse a un convegno di Confindustria: «Per sistemare l’Italia ci vuole un laura’ de la Madonna». Lo ribadì un’infinità di volte: «Far le riforme l’è un laura’ de la Madonna». E con chi si ritrova a far i conti dopo aver litigato con Mastella e Casini e Follini e Bossi e Fini e tutti gli altri? Col solito «faniguttùn»…

15 marzo 2016 (modifica il 15 marzo 2016 | 19:55)

All’asta la pistola più piccola del mondo

Corriere della sera

La pistola più piccola del mondo va all’asta. «Le Petit Protector» - questo il suo nome inciso nel metallo - è un raro anello-arma francese del XIX° secolo che si poteva indossare come un gioiello, uno dei primi esempi di arma da fuoco di questo tipo.Ha una piastra di rinculo d’acciaio che fa da base ad un caricatore per cartucce PinFire che possono essere sparate direttamente dalla mano. Si prevede che il pezzo sarà battuto a 1.500 sterline, circa 2 mila euro (IberPress)

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Nessuno deve essere ucciso, nemmeno un assassino

La Stampa
massimo gramellini

Ho pensato che poteva essere emozionante farsi di acidi e crack e eroina. E ancora più emozionante fare sesso in tre o in quattro o in cinque, ubriachi e sballati. Ho pensato che non avevo mai provato a rubare: non per bisogno ma per divertimento. E che non avevo mai picchiato un vecchio, un barbone inerme per sentirmi più forte. Ho pensato che non avevo mai violentato una donna per farla sentire debole e sporca e insicura: per sempre.

E che non avevo mai ingannato un bambino per rubargli l’ingenuità e l’innocenza. Ho pensato che non avevo mai deriso un disabile e che, soprattutto, non l’avevo mai torturato. Ho pensato che non avevo mai ucciso per il gusto di uccidere, per desiderio di onnipotenza, per il piacere di procurare dolore, per privare qualcuno della vita senza una ragione qualsiasi...

Adesso l’hai fatto, noi siamo i tuoi giudici e non invocheremo la legge, il diritto di difesa, il giusto processo, l’infermità mentale. Non ci chiederemo se la colpa è dei genitori, dei giornalisti, della scuola, dell’ambiente sociale, delle cattive frequentazioni, dei social media. Non chiederemo lumi agli psicoterapeuti. Non inviteremo i tuoi genitori a qualche talk show. Non ascolteremo le tue ragioni e neppure quelle di coloro che ti stanno vicino. Semplicemente ti toglieremo la vita.

Spegneremo la tua vita come quella che tu hai spento, con indifferenza, sufficienza, supponenza. Quella vita che dobbiamo impedire tu possa dare ad altri. Chi è come te non può generare, può solo distruggere. E noi lo impediremo. E se la pena di morte non ci è consentita lo faremo sembrare un suicidio riparatore. Tu non sapresti suicidarti: questa è l’unica emozione che non hai mai pensato di provare. Chi è come te non arriva a tanto. Questo sì, per te, sarebbe sacrilegio. E poi, semplicemente, non ne parleremo più. E ancora più semplicemente ti dimenticheremo.
Giulio Biino


Questa lettera colpisce allo stomaco e troverà tantissimi lettori disposti a lasciarsi colpire proprio lì. Quando Cameron divenne primo ministro britannico, invitò i cittadini a indicargli la loro priorità assoluta, promettendo che l’avrebbe subito trasformata in un disegno di legge. Non mantenne la promessa perché il provvedimento più richiesto dal popolo risultò essere la pena di morte per gli assassini.

Credo che le posizioni estreme come la sua dipendano dalla sensazione di impunità che circonda il destino dei colpevoli di certi delitti particolarmente abietti. Per me un assassino non può essere ucciso per la semplice ragione che nessuno di noi può arrogarsi il diritto di uccidere un altro uomo. Ma deve scontare la pena che si merita senza troppi abbuoni, in un carcere civile e non in una di quelle fogne dove teniamo stipati migliaia di individui nel disinteresse generale. E invece di essere lasciato a poltrire in cella, va fatto lavorare per la comunità, affinché trovi nel lavoro uno strumento per redimersi e per ripagare i soldi pubblici spesi per il suo mantenimento.

In difesa di Bertolaso

La Stampa
Mattia Feltri



Va bene, sulla maternità di Giorgia Meloni tutti avete preso in giro Berlusconi e Bertolaso. Tutti. Invece io voglio prendere le loro difese: invoco la seminfermità mentale.

Il tesoro di Michael Jackson va alla Sony, due milioni di canzoni cambiano padrone

La Stampa
piero negri

Tutto nacque da una beffa: Paul McCartney gli suggerì di investire nelle edizioni musicali. Ma il re del pop acquistò da solo i diritti dei brani dei Beatles e non lo volle mai come socio


Paul McCartney e Michael Jackson nel 1980, prima che l’amicizia finisse per colpa del business

Era la primavera del 1981, Michael Jackson era ospite a cena a casa di Paul McCartney e di sua moglie Linda, quando l’ex Beatle aprì sul tavolo un librone misterioso. «Questo è la raccolta delle canzoni di cui possiedo i diritti - disse allora Paul - e questo è il modo in cui si fanno i soldi veri: ogni volta che qualcuno registra una di queste canzoni, io vengo pagato. Ogni volta che qualcuno ne suona una alla radio o dal vivo, io vengo pagato».

Mai nessuno imparò meglio e più in fretta una lezione di Michael Jackson quella sera. Quattro anni dopo, al termine di una trattativa durata mesi e giocata come «una partita di poker» intercontinentale tra l’America e l’Australia, il cantante di Thriller acquistò per 46 milioni di dollari (ma c’è anche chi dice 41,5) la Atv, il più grande catalogo di edizioni musicali al mondo che, per somma beffa, comprendeva quasi tutte le canzoni composte da Lennon & McCartney ai tempi dei Beatles. La stessa società che è il nucleo centrale - e più importante - di quella Sony/Atv che ieri gli eredi di Jackson per 750 milioni di dollari hanno ceduto completamente alla Sony, che ne possedeva già il 50%.

Non è solo un gigantesco affare: è anche la grande rivincita postuma del re del pop, a quasi sette anni dalla morte. Un colpo da maestro: la cifra servirà ad azzerare i debiti della società che gestisce la sua eredità (nel 2009 erano 500 milioni di dollari) e ciò che rimane verrà versato a un fondo fiduciario per i suoi tre figli, Prince Michael, 19 anni; Paris Michael Katherine, 17 anni; Prince Michael II detto Blanket, 14 anni. Che comunque si tengono il 10% delle edizioni della Emi Music Publishing e i diritti detenuti dalla Mijac Music, la società che amministra le canzoni di Michael Jackson (più alcune altrui, aggiunte nel tempo) e i master di tutte le sue registrazioni.

La Sony/Atv è il più grande editore musicale al mondo, gestisce i diritti di due milioni di canzoni e incassa ogni anno 1,2 miliardi di dollari. Un colosso che amministra l’eredità artistica dei Beatles, di Bob Dylan, Eminem, Björk, Shakira, Francesco De Gregori (che non a caso ha appena pubblicato un album di canzoni di Dylan). Quando si suona Moon River, Over the Rainbow o Footloose, dall’omonimo film, la Sony/Atv incassa qualcosa, e così pure da Hound Dog, che nella versione di Elvis Presley è una delle canzoni più popolari di sempre.

Si tratta, insomma, di un colosso, uno dei veri padroni della musica, ora che i dischi non si vendono più e l’industria si regge esattamente su ciò che quella sera di tanti anni Paul McCartney spiegava a Michael Jackson. E l’operazione da lui condotta tra il 1984 e il 1995, quando in società entrarono i giapponesi della Sony al 50%, si può legittimamente considerare uno dei punti di svolta del rapporto tra musica e business, come i «bond» lanciati da David Bowie negli Anni 90 sui suoi futuri diritti d’autore, o la rete di società e di investimenti che hanno creato gli U2 tra Irlanda e Olanda.

Al confronto, il povero Paul McCartney (che è pur sempre l’artista più ricco di Gran Bretagna, con un patrimonio di 730 milioni di sterline) fa un po’ la figura dell’ingenuo. Proprio nei giorni in cui diede a Jackson l’idea di acquistare Atv, pare che lui stesso - con Yoko Ono - stesse cercando di fare quell’affare. La richiesta del proprietario australiano era di 40 milioni di dollari, e lui e la vedova di Lennon avrebbero dovuto entrare al 50%, investendo dunque 10 milioni di dollari a testa. Ma Yoko decise che ne avrebbe spesi al massimo cinque, e la trattativa si arenò per sempre.

Anni dopo, ospite nel talk show di David Letterman, McCartney offrì il suo punto di vista: «Pensavo che Michael fosse la persona giusta per quell’affare, in fondo là dentro c’era la società che avevamo creato a 21 anni firmando un foglio in un vicolo di Liverpool, era bello che andasse a un artista. L’ho chiamato per capire se potevamo diventare soci, lui mi disse solo: “Sono soldi, Paul. Tutto qui”. Non ho mai avuto una vera risposta. E certo, dopo quella storia ci siamo un po’ allontanati».

La nuova vita di Chi Chi, il cane coreano senza zampe

La Stampa
cristina insalaco



«Chi Chi è un cane che potrebbe cambiare il mondo», ha detto commosso il suo proprietario, Richard Howell. Lei è un incrocio Golden Retriver, che era destinata all’industria della carne. Doveva essere uccisa in un allevamento, ma le corde con le quali l’avevano legata prima di farlo erano così strette da averle tolto la pelle alle zampe. Così gli allevatori hanno pensato che la sua carne non valesse più a nulla, e l’hanno gettata in un sacchetto di plastica davanti allo stabilimento. Come fosse immondizia.


AFP

I volontari del gruppo di salvataggio «Nabiya Irion Hope Project» però poche ore dopo l’hanno trovata, e le hanno salvato la vita. E’ stata portata immediatamente da un veterinario che le ha amputato tutte e quattro le zampe. «Non sapevamo se sarebbe sopravvissuta, è invece è accaduto un piccolo miracolo - racconta Shannon Keith, presidente del gruppo di salvataggio -: qualche giorno dopo l’intervento il cane ha ripreso a camminare e scodinzolare, come se non avesse vissuto nessun trauma».


AFP

Mentre lei stava facendo una lunga riabilitazione a Seoul imparando ad usare le nuove protesi, una famiglia di Phoenix seguiva la sua storia sui social network. «All’inizio avevamo intenzione di fare soltanto una donazione economica - racconta Richard Howell - poi abbiamo deciso di adottarla». Oggi la cagnolina vive insieme a loro: «Ha così tanta voglia di vivere, che è felice di quello che ha, nonostante il suo passato».


AFP

Adesso Chi Chi passa le sue giornate correndo e camminando nel giardino, mentre aspetta altre quattro protesi che con il passare del tempo miglioreranno ancora la sua camminata. «Vogliamo portarla negli ospedali a far visita ai soldati e ai bambini che hanno dovuto subire delle amputazioni - raccontano i nuovi proprietari -. Vogliamo usare la sua esperienza per migliorare la vita degli esseri umani».