venerdì 18 marzo 2016

Quante ragazze ci sono in questa foto?"

repubblica.it

Divide il web lo scatto della svizzera Tiziana Vergari, di origini italiane, che sfrutta l'illusione ottica generata da due specchi contrapposti

"Quante ragazze ci sono in questa foto?"

E' l'ennesimo fenomeno virale: la foto di alcune ragazze sedute tra due specchi. Il risultato è un'ìllusione ottica che ha messo in crisi il web: difficile stabilire con precisione, a prima vista, quale sia il numero esatto di giovani immortalate. Provate a rispondere, poi leggete - subito dopo il sondaggio - l'informazione fondamentale per osservare correttamente la foto.

C'è addirittura chi ipotizza che l'immagine includa due gemelle - la seconda e la terza giovane da sinistra - ma l'indizio chiave è quello lasciato tra i commenti dall'autrice dello scatto, che dice di avere due figlie. Il gioco di specchi, insomma, coinvolgerebbe solo le prime due adolescenti a partire da sinistra. Tizzia, nickname su Instagram della fotografa svizzera (di origini italiane) Tiziana Vergari, non ha comunque dato una risposta definitiva al rompicapo. La sua foto ha riscosso un successo enorme: decine di migliaia di like su Instagram e condivisioni sui principali social network.

Peel P50, l’auto più piccola del mondo vale 176.000 dollari

La Stampa
alessandro vai (nexta)

Prodotta dal 1962 al ’64 in soli 47 esemplari, l’auto dei record pesa meno di 60 kg e trasporta un solo passeggero



Le repliche si possono comprare, anche in kit, per qualche migliaio di euro, ma le vere, uniche e originali Peel P50 sono le superstiti della produzione datata anni Sessanta, 47 unità in tutto. Secondo Sotheby’s, che ne ha battuta una rosso fuoco (nelle foto) all’asta di Amelia Island, ce ne sarebbero non più di 27 in circolazione. Chi si è aggiudicato questo esemplare ha speso 176.000 dollari (156.000 euro) per una vetturetta lunga 1,34 metri, larga 99 cm e alta 1,2 metri.

Guardandola, salta subito all’occhio la pericolosità del mezzo, visto che il guidatore (e unico passeggero) non avrebbe alcun tipo di protezione in caso di urto. Ma negli anni Sessanta non ci si badava più di tanto: in quel periodo non erano ancora diffuse nemmeno le cinture di sicurezza e comunque nell’Isola di Man – il luogo di origine sia della monoposto Peel P50 sia della due posti Peel Trident – quello del rischio è un tema interpretato in maniera un po’ particolare, visto che qui si corre la gara motociclistica più pericolosa del mondo, la Tourist Trophy o TT.

Quello che stupisce della Peel P50, invece, è la sua scheda tecnica, a partire dalle tre piccole ruote (due anteriori e una posteriore), dall’assenza di un vano bagagli e proseguendo con il motore monocilindrico da 49 cc e 4,5 CV abbinato a un cambio manuale a tre rapporti. La retromarcia non è prevista, perché con un peso di soli 59 kg la vettura si spinge tranquillamente con i piedi; la leggerissima cabina realizzata in fibra di vetro può raggiungere i raggiungere i 60 km/h.
Un mezzo davvero particolare, insomma, che è stato oggetto di molte attenzioni.

Nel 2010, per esempio, l’antesignana delle microcar è entrata nel Guinness dei primati come “auto di produzione più piccola mai realizzata”.La Ford l’ha utilizzata per un video promozionale (qui sopra), in cui la vettura riesce persino a fare inversione di marcia all’interno di un furgone Transit. E anni fa la P50 è stata protagonista di una famosa puntata di Top Gear in cui Jeremy Clarkson, dopo essersi faticosamente calato al suo interno, si aggirava per le strade di Londra attirando gli sguardi di tutti. Non contento, il popolare conduttore inglese l’aveva trainata a mano dentro la sede della BBC, per poi mettersi nuovamente al volante e scorrazzare nei corridoi e negli ascensori dell’emittente britannica.

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Tutto esaurito per Piero Angela che spiega i segreti del cervello: la folla rimasta fuori sfonda la porta per entrare

La Stampa
emanuela minucci

Circa un migliaio di persone non è riuscito a conquistare un posto nell’aula magna della Cavallerizza e ha forzato l’ingresso



La coda arrivava a fare il giro dell’isolato. Tutti lì, ansiosi di entrare nell’aula magna dell’Università alla Cavallerizza per scoprire – per bocca del grande divulgatore scientifico Piero Angela - come funziona quella macchina meravigliosa chiamata cervello. Poi il migliaio di persone che sperava di entrare ha capito che non c’era speranza. E a quel punto i più irriducibili hanno sfondato la porta. Si è trattato insomma di una conferenza blockbuster, dal titolo «Viaggio nella mente: dove si nascondono il genio, l’amore e la libertà» tra le più importanti e di successo del filone «Giovedì Scienza».

In tantissimi - troppi evidentemente per la sala - volevano imparare a conoscere meglio la macchina del pensiero per usarlo bene e in tutte le sue potenzialità: dall’infanzia all’età più avanzata. Da questo spettacolare groviglio composto da miliardi di cellule nervose e delle loro diramazioni, infatti, come ha ricordato Angela nasce tutto: la capacità di vedere e immaginare, di soffrire e gioire, di creare e ricordare, di odiare e innamorarsi.

L’origine di tutte le scelte
Ma il vero segreto è scoprire attraverso quali meccanismi organici e chimici avviene tutto ciò. Ovvero: come si formano le immagini che vediamo nel nostro “teatrino mentale”? Come scegliamo? Siamo davvero liberi? Da dove nasce l’amore? Come spieghiamo i déjà-vu? Piero Angela ha raccontato alla foltissima platea quello che si è finora capito del cervello scavando nelle frontiere di quello che ancora resta da conoscere. Tante le domande che si è posto il pubblico ancora quando era in fila e aspettava di conquistare un posto in sala: come tenere il cervello attivo e brillante per tutta la vita? Quanto incidono l’allattamento, l’esercizio fisico, l’alimentazione, l’allenamento mentale, il sesso? Che dicono gli studi sul cervello dei centenari o sull’Alzheimer? Molte ricerche dimostrerebbero che è possibile tenere in buona forma i nostri neuroni e prevenire parte di quelli che paiono essere inevitabili danni del tempo e dell’età.

Il Robin Hood delle risaie vercellesi riposerà in pace

La Stampa
samuel moretti, valentina roberto

Salvi i resti del “Biondin” cantato da De Andrè. A Carisio rischiavano di finire nell’ossario comune



Nessuno meglio di Francesco Demichelis detto il «Biondin» poteva smentire le discusse teorie del professor Cesare Lombroso. Lui, che da bandito di risaia visse i suoi rapidi 34 anni sbeffeggiando le autorità, si prese il gusto di ingannarle anche da morto. Davanti al cadavere di quel brigante contadino ucciso in una sparatoria coi carabinieri dalle parti di Carisio nel 1905, i frenologi non resistevano: vollero misurargli il cranio per dimostrare che la sua forma conteneva il disegno della sua vicenda criminale. Così affidarono la salma a Lombroso. «Dalle indagini eseguite risulta la perfetta regolarità di involucri, emisferi e sostanza cerebrale», recita il referto d’autopsia.

Il bandito insomma era normale. «Non traspare alcuna anomalia che giustifichi la propensione alla violenza». Ma il «Biondin» violento lo fu davvero. In un’epoca in cui violenta era la povertà, violento il lavoro nei campi che iniziava da bambini, violente le lotte tra il potere padronale e i movimenti operai. A quel mondo Demichelis fu vicino sempre. Dai giorni in cui da «cavallante» si fece rapinatore dandosi alla macchia. Amava vestiti sgargianti, feste mondane e belle donne. Ma era in campagna che si rifugiava dopo le rapine ai treni e i furti nelle gioiellerie. Lì erano le sue amanti, la gente che apprezzava. E a cui regalava i proventi delle sue scorribande.

Tanto che in terra di risaia fra Vercelli e Carisio lo amano ancora dopo un secolo e più: tutti lo ricordano, lo celebrano, lo chiamano «Robin Hood» per la generosità verso il popolo. E dopo averlo ospitato per 111 anni nel cimitero di Carisio hanno trovato il modo di ripagarlo. Regalandogli la dimora definitiva. Pochi giorni fa i resti del «Biondin» hanno rischiato di finire nell’ossario comune, quello dei dimenticati. Questione di burocrazia: il municipio sta cancellando i tumuli senza famiglia. A salvare il bandito ci ha pensato la Pro loco, «sobillata» da Pier Emilio Calliera, uno dei suoi componenti. Che ha reclamato la salma e acquistato un loculo.

«Non potevamo permettere che la sua memoria andasse perduta», dicono. Quasi fosse normale che un paese di 839 anime ne adotti un’altra per riconoscenza storica. E si impegni persino a realizzare, con le mani d’artista di Romano Pagliarini, una lapide con cui adornare la celletta che ospiterà i resti del Robin Hood di risaia: «Siamo soddisfatti di avergli dato degna sepoltura - spiega Calliera -. Quando fu ucciso i giornali scrissero che non se ne sarebbe più sentito parlare. Dopo 110 anni invece è ancora nella memoria della gente». Capita con il Biondin quel che John Ford diceva del Far West, dove tra realtà e leggenda vince sempre la leggenda.

E come in ogni leggenda, anche in questa c’è un colpo di scena. Durante la riesumazione decisa dal Comune è emersa una prova che spazza via un secolo di dubbi sull’identità del corpo sepolto col nome di Francesco Demichelis. Molti storici sostenevano che a Carisio non ci fosse il corpo del Biondin. Ma la terra ora ha restituito un anello uguale a quello descritto nei documenti sulla sepoltura.

Sono infinite le storie su questo Billy the Kid di Baraggia, ricercato vivo o morto, due taglie sulla testa, ucciso la sera del 7 giugno mentre ballava sull’aia di cascina Campesio circondato dalle sue amate mondine. Storie degne della galleria degli ultimi cantata da Fabrizio De Andrè e incise nella ballata che porta il suo nome: «Era bravo il Biondin con i poveri/e cattivo lui era coi padroni/i suoi amici eran ladroni/e nel cuor una pietra non c’è». 

Il ministero dell’Interno cerca un giornalista. Ma non lo vuole pagare

La Stampa

Protesta duramente l’Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti



Il ministero dell’Interno prepara un bando, chiede a una commissione di tre persone di valutare una alta professionalità che si occupi per un anno intero «delle attività di comunicazione per le esigenze della Direzione Centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo del Dipartimento per le Libertà Civili e l’immigrazione». E allora? La notizia è che il ministero cerca tutta questa professionalità, ma non la vuole pagare. La cerca gratis, insomma.

Il bando è finalizzato all’individuazione di un giornalista professionista che dovrà curare i rapporti con la stampa nazionale e internazionale con esperienza nella comunicazione istituzionale di almeno 3 anni. Oltre all’esperienza triennale per ottenere la «collaborazione occasionale» si richiede la conoscenza dell’inglese e la capacità di «individuazione e adozione delle forme innovative di comunicazione che aumentino l’efficacia e la trasparenza nei confronti degli utenti», nonché di promuovere la «valorizzazione delle attività relazionali, sociali e culturali della Direzione centrale».
Il passaggio del bando “incriminato” in cui si precisa che la prestazione professionale sarà gratuita


Protesta duramente l’Fnsi, il sindacato nazionale dei giornalisti, che chiede il ritiro del bando: «È inaccettabile, oltre che offensivo, che il ministero dell’Interno proceda ad una selezione pubblica per reclutare un giornalista professionista specificando che l’incarico è a titolo gratuito», affermano, in una nota, il segretario generale, Raffaele Lorusso, il presidente, Giuseppe Giulietti, e il segretario aggiunto e presidente della commissione lavoro autonomo della Fnsi, Mattia Motta.

«Quel bando va immediatamente ritirato. È inconcepibile pretendere una ‘complessa attività professionale’ ad ‘alto contenuto specialistico’, da affidare ad un giornalista professionista con certificata esperienza pluriennale, ma a titolo gratuito. Senza contare l’assurdità di definire ‘occasionale’ un incarico della durata di un anno e l’inammissibile esclusione dalla selezione degli iscritti nell’elenco dei giornalisti pubblicisti, in chiara violazione della legge n. 150/2000». «L’attività giornalistica, al pari di tutte le altre attività professionali, non può mai essere a titolo gratuito.

Il bando pubblicato dal ministero dell’Interno offende il decoro della professione giornalistica e la dignità di migliaia di giornalisti che aspirano ad una occupazione stabile e ad una retribuzione adeguata. Per queste ragioni - concludono dalla fnsi - è auspicabile che venga immediatamente ritirato».

La storia del Tricolore riscritta vicino ad Albenga

La Stampa
stefano pezzini

A Onzo, nell’entroterra ligure, spunta un dipinto in cui c’è già la bandiera rossa bianca e verde. Ma l’autore è morto nel 1789


Il dettaglio della bandiera nel dipinto attribuito a Pietro Balestra

Il giallo del Tricolore. A Onzo, entroterra di Albenga, rischia di essere riscritta la storia del Tricolore. Già perchè nell’ormai tradizionale mostra di primavera organizzata dalla Fondazione TribaleGlobale diretta da Giuliano Arnaldi, viene esposto un dipinto inedito, attribuito a Pietro Balestra, artista e sacerdote attivo a Busseto nel XVIII secolo. «Ho scelto di esporlo sia per la forza immaginifica e la qualità estetica tipica di quell’artista nel raffigurare l’estasi della Ascensione della Madonna, sia per un particolare che mi ha colpito: in basso a destra, ai piedi di un giovane che contempla in estasi l’Ascensione è raffigurata una bandiera tricolore. 

In anticipo sui tempi
Se lo studio più approfondito del dipinto confermerà l’attribuzione e l’integrità della pittura il dipinto farà discutere, anche perché il Balestra morì nel 1789, ovvero diversi anni prima della nascita ufficiale della nostra Bandiera. Perché un Sacerdote dipinge una Bandiera Bianca, Rossa e Verde ai piedi della Madonna? Azzardo una ipotesi: Dante, nel Purgatorio, presenta le tre virtù teologali come tre donne vestite appunto di rosso (carità), bianco (fede) e verde (speranza), nel canto XXIX. Ed è poi la stessa Beatrice che rappresenta la teologia - la summa di carità fede e speranza - e a comparire di conseguenza vestita dei tre colori.

I simboli danteschi
«Può essere che Pietro Balestra abbia voluto esprimere in questa forma un profondo significato estatico: in fondo Beatrice sostituisce Virgilio nel viaggio di Dante proprio quanto egli si affaccia alle porte del Paradiso, e gli compare in uno splendore di gloria sostituendo alla guida della ragione (Virgilio) quella della Teologia, che trova in Beatrice una allegoria perfetta e indispensabile per percorrere la strada del Paradiso», commenta Arnaldi. Bianco, rosso e verde a quel tempo erano peraltro nell’aria in terra emiliana.

Il primo tricolore
Sono due giovani studenti Bolognesi - Giovanni Battista De Rolandis e Luigi Zamboni - ad usare per primi la coccarda tricolore in un tentativo di sollevazione avvenuto a Bologna contro il potere assoluto che opprimeva la città da duecento anni, sostituendo l’azzurro della bandiera francese con il verde al fine di affermare una identità, ed è a questo episodio che Napoleone fa riferimento nel decretarne l’uso nel 1796. La trasversalità del Tricolore tra origini cattoliche e laiche è peraltro confermata dallo stesso Giosuè Carducci (che certo non fu clericale…): in presenza del Re, ed in occasione del primo Centenario della nascita del Tricolore, celebrato il 7 gennaio del 1897 a Reggio Emilia, ne ricordò l’antica origine sacra con queste parole:

«Sii benedetta. Benedetta nell’immacolata origine, benedetta nella via di prove e di sventure per cui immacolata ancora procedesti, benedetta nella battaglia e nella vittoria, ora e sempre, nei secoli! Nel santo vessillo quei colori parlarono alle anime generose e gentili, con le ispirazioni e gli effetti delle tre sacre virtù onde la patria sta e si augusta: il bianco, la fede serena che fa divina l’ anima nella costanza dei savi; il verde, la perpetua rifioritura della speranza a frutto di bene nella gioventù de’ poeti; il rosso, la passione ed il sangue dei martiri e degli eroi».

Un Risorgimento cattolico
«Se queste riflessioni sono fondate, si conferma il pensiero di chi vede salde radici cattoliche nell’esperienza del Risorgimento, al di là del ruolo storico dello Stato Pontificio. Per ciò che mi risulta siamo inoltre davanti alla prima raffigurazione del Tricolore inteso come insegna: certamente non è possibile stabilire l’intenzionalità dell’artista nel riferire questa immagine ad un sentimento patriottico nazionale, ma è curioso che un Sacerdote scelga di rappresentare le Virtù Teologali in forma di Bandiera, e lo faccia nei luoghi e nel periodo in cui quel simbolo è al centro di mutamenti profondi ben radicati nel territorio in cui egli agisce. Resta comunque la constatazione del fatto che l’Arte parli, sia viva e riservi sorprese a chi resta sempre disponibile a sorprendersi…”, conclude Arnaldi.

LA MOSTRA
Il tormento e l’Estasi: Opere Sacre dalla Collezione Di Betta è una mostra curata da Giuliano Arnaldi per Fondazione Tribaleglobale con il Patrocinio Gratuito del Comune di Onzo, Savona e visitabile a Onzo nella Sala Polivalente tra Giovedì Santo e il 10 Aprile. In esposizione tra l’altro una Collezione di Cristi in Bronzo, Avorio e Legno datati tra il XVI e il XVIII secolo, un “ Ecce Homo” dipinto ad olio su tela databile nel XVIII secolo e l’opera attribuita a Pietro Balestra. Entrambi i dipinti sono inediti.

Online senza paura: ecco come proteggere acquisti e carte di credito

La Stampa
stefano rizzato

La crescita dell’e-commerce e dell’e-banking ha moltiplicato attacchi informatici e frodi. Ma difendersi si può: con un po’ di cultura digitale e scegliendo bene



Ormai non è più un rischio remoto o un’eventualità rara. Perché tutti conosciamo qualcuno cui è successo. Sempre che non sia toccato proprio a noi. La carta di credito clonata, il conto online perforato, gli hacker che si intrufolano tra le nostre finanze e provano a metterci le mani. Storie di vita vissuta, ai tempi della moneta che si smaterializza e della banca che si gestisce via internet. I criminali si spostano dove si spostano i soldi. E anche nel 2015 il cybercrimine è cresciuto del 30 per cento rispetto all’anno prima, come rileva il rapporto Clusit - l’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica - appena presentato al Security Summit di Milano. La buona notizia è che sopravvivere indenni ai pericoli emergenti si può. E in fondo si può fare seguendo poche regole pratiche. Ne abbiamo parlato con alcuni esperti impegnati in prima linea sul tema.

REGOLE SEMPLICI
«La prima regola è scegliere servizi finanziari che offrano una notifica via sms o email di ogni operazione che viene fatta. In modo da poter bloccare subito quelle che non abbiamo autorizzato noi». A dirlo è Claudio Telmon, tra gli esperti di punta del Clusit. Che poi prosegue: «L’altra grande regola riguarda l’e-commerce: verificare sempre la reputazione del sito da cui si acquista. Anche a costo di spendere qualcosa in più, meglio scegliere una piattaforma nota e affidabile. Poi ci sono le regole base della sicurezza informatica. Sono semplici e ormai molti le conoscono, ma pochi le mettono davvero in atto. Proteggere tutti i dispositivi - smartphone compreso - con un antivirus, non aprire le email sospette e men che meno gli allegati sospetti, scegliere password avanzate e con caratteri speciali. Perché gran parte degli attacchi informatici si basa su tecniche molto semplici».

EFFETTO PARACADUTE
Secondo i dati Netcomm, nel 2015 è salito ad oltre 17 milioni il numero degli italiani che fanno almeno un acquisto online ogni tre mesi. Ma sull’e-commerce il nostro Paese era molto in ritardo, proprio per la poca fiducia nella sicurezza. Così da noi è molto elevato, più che altrove, il ricorso agli e-wallet: i portafogli tutti digitali come PayPal, da ricaricare con il conto bancario o la carta di credito e da usare ogni volta che si fa un acquisto. «Il nostro grande consiglio - spiega Angelo Meregalli, general manager di PayPal Italia - non può che essere questo: non usare la carta di credito direttamente online, ma associarla ad un conto PayPal.

Più in generale, è vero: è fondamentale optare per uno strumento di pagamento che offra notifiche in tempo reale delle operazioni». Ovviamente, se suona un campanello d’allarme bisogna anche sapere cosa fare. Davanti ad una frode, il paracadute è uno solo: contattare subito chi ci ha fornito la carta di credito o il conto online. E bloccare immediatamente sia la transazione che la carta. «Anche su questo - dice Meregalli - la scelta del servizio fa la differenza. È un fronte su cui PayPal si è impegnata molto, e mette a disposizione degli utenti un call center al cento per cento italiano, con persone preparate e che hanno esperienza».

SCEGLIERE LA STRATEGIA
In crescita in Italia c’è anche il ricorso all’e-banking: secondo i dati Nielsen, sono ormai quasi 10 milioni gli italiani che fanno operazioni via internet o controllano online il saldo della banca. Spesso anche da telefonino. Un motivo in più per fare attenzione alla sicurezza dei nostri dispositivi. Tutti. «Bisogna alzare l’asticella della protezione, ma anche evitare gli allarmismi», dice Gianluca Martinuz, a capo della sicurezza informatica e della gestione delle frodi di FinecoBank. «All’utente noi consigliamo di adattare i servizi e le opzioni alle sue esigenze. Per esempio impostando dei limiti geografici o d’importo all’uso della carta online.

Oppure usando una carta per i pagamenti diretti e una diversa per l’e-commerce. Da parte nostra c’è invece lo sforzo a mantenere elevato il livello di usabilità della carta, senza imporre all’utente soluzioni di sicurezza macchinose. Per questo da inizio 2016 stiamo investendo molte energie su un programma di monitoraggio avanzato delle transazioni, che permette di individuare in automatico le operazioni che non sono in linea con il profilo del cliente. Quando succede, siamo noi ad avvisare l’utente e controllare che sia tutto ok».

COPRIRSI BENE
Alla base di tutto, però, la vera sicurezza resta un fatto di cultura digitale. Niente è più importante della capacità di distinguere un’email potenzialmente dannosa da una normalissima. E anche qui: non sono molte le cose da sapere. «Quella più importante - dice Morten Lehn, direttore di Kasperky Lab Italia - è che nessuna banca o istituzione finanziaria ci chiederà mai di scrivere in chiaro dati come il codice pin o il codice cvv2, quello scritto sul retro della carta di credito. Quindi ogni email, sms o chat nella quale ci venga chiesto di indicare queste informazioni sensibili va considerato un tentativo di frode. Quanto all’antivirus, oggi è la base di sistemi più complessi e integrati. Gli strumenti che offriamo sono sempre più vari, e aiutano i clienti anche a gestire le proprie password e a connettersi in modo sicuro alla piattaforma di e-banking».

Tim Cook: Apple sta difendendo la libertà di parola

La Stampa
andrea nepori

L’AD dell’azienda di Cupertino torna a parlare del caso di San Bernardino in vista della prima udienza decisiva che si terrà il 22 marzo. “Abbiamo saputo del mandato dell’FBI dalla stampa”



Tim Cook è «profondamente offeso» per il modo in cui l’FBI e il Dipartimento di Giustizia hanno attaccato la sua Apple, accusando l’azienda di aver assunto una posizione ostile nel caso di San Bernardino solo a fini di marketing. Il 16 febbraio scorso i federali avevano fatto recapitare a Cupertino il mandato di un giudice con cui si intima l’azienda a creare una speciale versione di iOS che permetterebbe ai tecnici del Bureau di sbloccare il telefono di Syed Farook, il terrorista della strage avvenuta nella città californiana ad inizio dicembre 2015. L’azienda si è rifiutata di procedere e ha fatto ricorso. Il modo in cui Apple è venuta a conoscenza di quel mandato non è andato giù a Tim Cook, che ha espresso tutto il suo malcontento in una lunga intervista di copertina sulla rivista TIME

Nessuna telefonata da parte del’FBI, nessun preavviso, nonostante gli ingegneri Apple stessero collaborando al caso con gli investigatori già da più di un mese. Cook e i suoi hanno appreso la notizia come tutti gli altri, dalle edizioni online dei giornali: «Se sto lavorando a qualcosa con te per diversi mesi, se ho una relazione in corso con te e un giorno decido che ti faccio causa», ha detto l’AD, «alla fine sono sempre un ragazzo di campagna: prendo il telefono e ti chiamo per dirti che ti sto facendo causa».

Cook ci tiene anche a rimarcare che la decisione di fare appello contro l’ordine dell’FBI non è maturata nella solitudine del suo ufficio. Lui, in quanto amministratore delegato di Apple, ci mette la faccia, ma la scelta di tenere questa posizione è frutto di un processo collegiale che ha coinvolto le persone più importanti dell’azienda: «Abbiamo avuto lunghe discussioni interne quando ci hanno inviato la richiesta. Molte persone sono state coinvolte. Non ho deciso da solo, seduto in una stanza, è stata una decisione elaborata. E abbiamo pensato a tutte le possibilità». Il caso, secondo Cook, è rilevante perché può diventare un precedente nella difesa delle libertà civili alla base di una società democratica.

«Quando penso alle libertà civili, penso ai principi fondativi [degli Stati Uniti]» ha detto Cook, che tiene un busto di Robert Kennedy nel suo ufficio, vicino ad una placca con una citazione di Theodore Roosevelt. «Le libertà che sono nel Primo Emendamento [della Costituzione], ma anche il diritto fondamentale alla privacy». Il problema, insiste l’AD di Apple, è semplice: approvare una richiesta come questa sulla base di una legge (l’All Writs Act) generica e vecchia più di 200 anni non può che aprire la strada a richieste ben peggiori come «un OS di sorveglianza, o magari la possibilità, per le forze dell’ordine, di attivare in remoto la videocamera del vostro Mac».

E infine Cook insiste su quanto già affermato più volte, ovvero che il caso non riguarda il singolo telefono di San Bernardino, neppure nel breve termine e non solo sul piano teorico, contrariamente a quanto sostiene il Dipartimento di Giustizia. Su questo aspetto concordano esperti di sicurezza ed eminenti giuristi.  «In ballo c’è decisamente il futuro. C’è un signore a Manhattan (il procuratore distrettuale Cyrus Vance, ndr) che dice: ho 175 iPhone che voglio sbloccare con un procedimento analogo».

Sia Apple che l’FBI hanno depositato tutti i documenti necessari in vista dell’udienza che si terrà il prossimo martedì 22 marzo (un giorno dopo l’evento speciale Apple previsto per il 21). Il giudice Sheri Pym, ascoltate le parti e prese in considerazione le lettere degli amici curiae che hanno espresso il proprio supporto ad Apple e all’FBI, dovrà decidere se confermare il mandato con la richiesta dell’FBI o archiviarlo. In entrambi i casi è possibile un ulteriore appello e non è da escludere che il caso, per come è strutturato e per quanto c’è in ballo, possa finire davanti alla Corte Suprema.

Ecco perché la Turchia non può entrare in Europa

Livio Caputo - Ven, 18/03/2016 - 10:24

È islamica al 98%, va verso la dittatura e nell'Ue avrebbe i numeri per comandare. Dieci buone ragioni per dire no a chi ci ricatta

Nella sua disperata ricerca di una soluzione al problema dei profughi, la signora Merkel non ha esitato a promettere alla Turchia una accelerazione dei negoziati per la sua adesione Ue.
E mentre a Bruxelles si discute se dobbiamo davvero prostituirci ad Ankara per un accordo sulla riduzione dei migranti che molti giudicano, oltre che scarsamente inefficace, anche illegittimo, sarà opportuno ricordare perchè ammettere la Turchia nella UE sarebbe un follia. Vediamo, in 10 punti, perché neppure un'intesa sulla gestione delle migrazioni giustificherebbe un cedimento.

1) Non è un Paese europeo, e la sua ammissione all'Ue aprirebbe un autentico vaso di Pandora, incoraggiando le pretese di altre nazioni con noi incompatibili. É inoltre un Paese al 98% musulmano, scarsamente tollerante verso le altre religioni (e, se guardiamo al passato, anche nemico storico dell'Europa) che introdurrebbe un elemento estraneo in una Unione che, pur non riconoscendolo nei documenti ufficiali, è nata da radici e regole giudaico-cristiane.

2) Con il suo impetuoso sviluppo demografico, diventerebbe entro pochi anni il Paese più popoloso della Ue e quindi con la più numerosa rappresentanza nel Parlamento di Strasburgo e il diritto a una forte presenza nella burocrazia di Bruxelles. Sarebbe, allo stesso tempo, il Paese più povero, e perciò il destinatario della maggior parte dei fondi strutturali, sottraendoli ai Paesi dell'Est, al Portogallo, alla Spagna e perfino a parti dell'Italia.

3) Era, ai tempi della guerra fredda, il pilastro orientale della Nato. Oggi è una ambiziosa potenza regionale che persegue obbiettivi suoi spesso in contrasto con i nostri: ha aiutato sottobanco la crescita dell'Isis comprando il suo petrolio e lasciando passare in Siria migliaia di foreign fighters (anche italiani); appoggia i Fratelli musulmani nemici dell'Occidente; ha sviluppato una insensata ostilità verso Israele culminata nella fallita spedizione per forzare il blocco di Gaza. Nella guerra di Siria, tratta come nemici i Curdi, che l'Occidente considera invece i suoi miglior alleati contro il Califfato, e ha assistito impassibile al tentativo dei jihadisti di massacrarli a Kobane. Ha abbattuto, senza un valido motivo, un aereo russo, rischiando di scatenare una crisi dagli esiti imprevedibili.

4) Nella vicenda dei profughi, esercita nei confronti dell'Europa un vero e proprio ricatto: pur essendo perfettamente in grado di fermare coloro che si imbarcano verso la Grecia, pretende, per farlo, sempre più soldi. Per ottenerli, ha chiusoo entrambi gli occhi sui «trafficanti di esseri umani» nell'Egeo.

5) Si sta trasformando in una dittatura. Dopo essersi fatto eleggere Capo dello Stato in vista di una modifica (per ora non riuscita) della Costituzione in senso presidenziale che gli permetterebbe di governare fino al 2023, Erdogan travalica oggi sistematicamente i suoi poteri continuando a comandare tramite ministri a lui asserviti. Pochi giorni fa, è arrivato ad asserire di non riconoscere l'autorità della Corte costituzionale quando questa ha osato dargli torto sull'arresto di un avversario. Magistrati e poliziotti che hanno portato alla luce un caso di corruzione che coinvolge la sua famiglia sono stati rimossi o trasferiti.

6) Dopo una lunga trattativa fallita, ha ripreso a perseguitare la minoranza curda (circa il 15% della popolazione), non esitando a prendere a cannonate le sue città e villaggi. Ne viene ripagata con una serie impressionante di attentati, che hanno trasformato le sue città in veri campi di battaglia e ora minacciano anche le istituzioni occidentali.

7) Conduce una spietata campagna contro la libertà di stampa, imprigionando più giornalisti della Cina e chiudendo o commissariando progressivamente i media ostili. Gli ultimi casi riguardano il quotidiano Gumuriyet, il cui direttore è stato accusato di tradimento e minacciato di ergastolo per avere rivelato traffici di armi e petrolio tra la Turcia e il Califfato, e il quotidiano Zaman, (di proprietà del suo antico alleato e oggi mortale nemico, l'imam Gulen, da tempo rifugiato in America) obbligato a trasformarsi da in giorno all'altro da oppositore a giornale di regime.

8) Ha avviato una progressiva e implacabile islamizzazione del Paese, riducendo i diritti delle donne (invitate a rimettersi il velo e a stare a casa a fare figli) e avvicinando la legislazione alla Sharia, con il fine deliberato di cancellare lo «stato laico» voluto da Ataturk.

9) Si rifiuta ostinatamente di risolvere la questione di Cipro, di cui ha invaso la parte settentrionale cinquant'anni fa, restando così in conflitto con uno Stato Ue che, per ritorsione, mette il veto a qualsiasi decisione che la riguarda.

10) Un quinto dei suoi cittadini ammette di avere simpatie per l'Isis. Se anche uno su mille diventasse un militante, apriremmo le porte dell'Europa a 7.500 fanatici pronti a commettere attentati.

Cbs venderà la radio con cui Orson Welles creò il panico “da alieni” nel 1938

La Stampa

La decisione segna la fine di un’era: era stata fondata 80 anni fa dal leggendario William Pauley



Fine di un’epoca: la Cbs sta per mettere in vendita la sua storica radio, quella per intendersi dell’immortale Ed Murrow («Good Night and Good Luck») e che Orson Welles utilizzò come piattaforma per terrorizzare l’America nel 1938 con la «Guerra dei Mondi», la finta diretta che raccontava l’invasione della terra da parte degli extraterrestri. E come sempre, da ormai qualche anno, la colpa è di Internet. Il presidente e amministratore delegato della emittente a stelle e strisce, William Paley, ha annunciato a un gruppo di investitori a New York che l’azienda sta esplorando «opzioni strategiche» per «aprire possibilità di rendita per gli azionisti».

La divisione radio della Cbs era stata fondata 80 anni fa dal leggendario William Pauley che aveva acquistato la nascente Columbia Broadcasting System, ponendo così le basi di uno dei grandi imperi dei media mondiali. Negli anni Trenta la radio della Cbs divenne leader nel settore del dramma radiofonico, con autori come Welles e Norman Corwin e personaggi dell’intrattenimento del calibro di Al Jolson, Bing Crosby e Red Skelton.

Ma il contribuito più importante della Cbs Radio, secondo gli storici, fu nel settore delle news: fin dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale divenne un anello fondamentale per l’informazione e spedì inviati in tutto il mondo. Tra questi, Ed Murrow, che fu «basato» a Londra nei lunghi giorni del Blitz, cioè della campagna di bombardamenti aerei tedeschi sulla Gran Bretagna nel 1940, e i suoi colleghi, i cosiddetti «Murrow Boys», mandavano dispacci dal vivo da zone di guerra che immediatamente eclissarono la carta stampata.

La decisione di vendere segna la fine di un’era e sottolinea il declino della radio commerciale che nessuno più considera un’industria in crescita sotto la concorrenza di servizi internet in streaming, come Spotify o Pandora. Questo a sua volta ha indotto gli inserzionisti tradizionali - concessionari di auto, cellulari e società di servizi finanziari - a trasferire i loro fondi per il marketing a altre piattaforme digitali. «Per i pubblicitari la radio non è più sexy», ha spiegato Adam Jacobson, un analista del settore radiofonico.

E tuttavia la radio della Cbs rappresenta ancora un asset: è la seconda catena radiofonica in America in termini di reddito, con oltre 70 milioni di ascoltatori sul territorio nazionale e 117 stazioni in 26 mercati tra cui sei soltanto a Los Angeles. Non è ancora stato fissato un calendario per la messa in vendita, che presumibilmente non avverrà prima della fine dell’anno elettorale, durante il quale milioni di dollari vengono spesi dai candidati in spot promozionali.

Una fine impietosa per l'icona della sinistra

Riccardo Pelliccetti - Ven, 18/03/2016 - 08:44

Lula era considerato il "leader operaio". Ora il Paese si rivolta contro di lui e contro la Rousseff



La caduta dei giganti di aria fritta. C'è poco da dire sullo scandalo che ha colpito le figure simbolo del Brasile, anzi le icone della sinistra mondiale.

Luiz Ignacio Lula da Silva, ex presidente brasiliano, è finito nella polvere. Lui, considerato il «leader operaio», quello che faceva sognare un'intera nazione ed era stato eretto a simbolo del riscatto per milioni di poveri, trascinato a forza dalla polizia federale in caserma per essere interrogato. Il suo marxismo in salsa sudamericana gli aveva attirato le simpatie dei compagni di tutto il mondo, il suo populismo totalmente incentrato sulla difesa dei più deboli, degli sfruttati e sulla guerra al capitalismo, considerato un male della storia. Fino a poco tempo fa era proibito criticarlo, tanto che molti affermavano che Lula «è al di sopra del bene e del male.

Il Movimento dei campesinos aveva annunciato che sarebbe sceso in campo con le armi se lo avessero arrestato e gli stessi presidenti neo marxisti del Venezuela, Nicolas Maduro, e della Bolivia, Evo Morales, avevano paventato un intervento armato in Brasile per difendere i compagni. Ma sono solo chiacchiere. Oggi il Brasile non ama più Lula e ama sempre meno anche l'attuale presidente Dilma Roussef. Lo scandalo colossale che ha colpito questa sinistra illuminata ha spinto addirittura i brasiliani a scendere in piazza contro di loro. Soldi dal colosso petrolifero di Stato Petrobras, tangenti da imprese di costruzione, villa di lusso e attici in regalo, favori per sé e per i suoi familiari.

La lista non è finita ed è lunghissima. Alla faccia dei poveri e dei diseredati. Insomma, era «il boss della banda» come lo definiscono in questi giorni i partiti d'opposizione. Ora rischia davvero l'arresto, quantomeno ai domiciliari, perché le prove raccolte dai magistrati sono pesanti e nessuno avvierebbe un'inchiesta di questo calibro contro un uomo così potente e divenuto quasi intoccabile, se non avesse in mano le carte per incastrarlo. Ma è arrivato subito il soccorso rosso. La presidente Roussef ha infatti deciso di nominarlo ministro proprio per metterlo al riparo dalle accuse.

Ma non solo. In un'intercettazione telefonica, resa nota dalla magistratura, viene a galla che la nomina è proprio una strategia confezionata dalla presidente per salvare il compagno Lula. Il Tribunale federale ha così deciso di annullarla, mettendo nei guai anche la Roussef. Ed è infuocata la protesta nelle piazze. La gente si aspetta un cambiamento. La crisi economica, la corruzione, la caduta vertiginosa del Pil hanno creato un clima di aspettativa. Il possibile arresto di Lula potrebbe delegittimare il governo e la stessa presidente, che rischierebbe l'impeachment, dopo il suo maldestro tentativo di creargli uno scudo contro le inchieste giudiziarie.

Ma significherebbe anche la fine di un'epoca, l'epoca del Partito marxista leninista che governa ininterrottamente il Brasile dal 2003.

L'uomo del Fisco a Striscia: "Così roviniamo chi ha casa"

Claudio Torre - Ven, 18/03/2016 - 09:59

È guerra tra l'Agenzia delle Entrate e Striscia la Notizia. Da qualche giorno il tg satirico sta approfondendo alcuni prblemi legati al rapporto tra i contribuenti e l'agenzia del Fisco



È guerra tra l'Agenzia delle Entrate e Striscia la Notizia.

Da qualche giorno il tg satirico sta approfondendo alcuni prblemi legati al rapporto tra i contribuenti e l'agenzia del Fisco. A far discutere è stato un servizio che riguardava chi ha acquistato gli immobili. Durante una delle ultime puntate di Striscia, uno degli intervistati ha spiegato di aver ricevuto una maxi multa da 20mila euro subito dopo l'acquisto di un locale per farci una piccola palestra di yoga a 210mila euro. Ma per l'Agenzia delle Entrate il valore reale dell'immobile è di 313 mila euro. Stessa cosa, come ricorda Libero, per il proprietario di un terreno: lo ha pagato 35 mila euro, ma l' Agenzia gli ha attribuito un valore undici volte superiore, multa di 84 mila euro.

Il problema, però, è proprio la valutazione del Fisco. Tutti gli intervistati spiegano che l'Agenzia delle entrate non ha effettuato sopralluoghi, dunque i funzionari hanno valutato case e terreni senza vederli. Di fatto la valutazione dell'immobile è avvenuta con un paraone con altri che hanno un valore di mercato più alto. Di fronte a tutte queste testimonianze raccolte da Striscia, il Fisco ha mandato un comunicato in cui ventila azioni legali contro Striscia. Ma non finisce qui. Proprio ieri sera un funzionario dell' Agenzia delle entrate, a volto coperto, ha rilasciato un' intervista all'inviato Trombetta.

"Ho visto i vostri servizi e mi sono reso conto che state dicendo la verità. Noi facciamo delle ricerche di mercato esclusivamente puntate ad aumentare il valore che viene dichiarato nell' atto di compravendita", ha raccontato. "Ci viene imposto dal dirigente. Il dirigente si sente forte del suo operato, perché dice che opera nell' interesse dello Stato. Non rischia nulla, anzi, addirittura prende un premio a fine anno. Quando l' Agenzia convoca il cittadino e gli propone di pagare una cifra di molto inferiore (rispetto alla perizia), il cittadino preferisce pagare per non avere problemi. In questo modo l' Agenzia fa una bella figura e recupera una somma, diciamo, ingiusta". Insomma il caso, dopo queste parole, farà ancora discutere.

Denis e Lula hoop

La Stampa
massimo gramellini

A dispetto dei gufi, con baffetti e no, ormai Renzi si colloca molto più a sinistra della sinistra sudamericana. Infatti, mentre in Brasile la compagna Dilma Rousseff è arrivata a nominare Lula ministro pur di evitargli l’arresto, in Italia nessuno pensa ancora di offrire un posto di governo al Verdini condannato a due anni per corruzione. Ci si limita a tenerlo dentro la maggioranza: a portata di mano, pulita o sporca che sia. 

Da una parte all’altra dell’oceano, il messaggio che la politica e i partiti cosiddetti progressisti mandano ai cittadini è: chi se ne infischia se un nostro sodale è nei guai con la giustizia, basta che ci sia utile o che lo si debba ricompensare per qualche servigio. La politica è un cinico gioco di potere da molto prima di «House of Cards» e anche di Machiavelli, che ne mise per iscritto la teoria. Rimane il problema di farla convivere con un simulacro di democrazia, che presuppone la partecipazione al gioco da parte dei cittadini. I quali ogni tanto vorrebbero illudersi che la posta in palio siano gli slanci ideali e gli interessi concreti delle persone.

Invece la politica si presenta al giudizio degli elettori nella sua nudità, intessuta di bramosie e convenienze completamente sganciate da qualsiasi obiettivo che non sia la conquista o la conservazione del potere. Esimi politologi ci spiegano con un sorriso di degnazione che non può essere che così. Allora la smettano di stupirsi se le urne si svuotano. E se il mantra degli astenuti non è più «non mi interessa», ma «mi disgusta». 

Fuori

La Stampa
jena@lastampa.it

Renzi su Verdini: «Fuori i compagni dalle galere».

Lola sarà operata grazie alla raccolta fondi lanciata da La Stampa, “Cureremo anche suo fratello”

La Stampa
cristina insalaco



Lola, il cane con un buco al cuore, tra qualche settimana sarà operata. Grazie alla raccolta fondi lanciata da La Stampa, l’Enpa di Torino ha già raccolto oltre 3.000 euro per l’operazione del quattrozampe. E’ quasi tutto pronto per l’intervento, e a breve il meticcio nero potrà partire per la clinica di Novara, specializzata nelle operazioni a cuore aperto. Lola ha una rara malformazione genetica: un pezzo del tessuto del suo cuore è bucato, e questo le causa dalla nascita molti problemi di salute.



Ma i soldi donati dai torinesi sono superiori al necessario: e insieme a lei verrà operato anche il fratello, che ha un problema genetico simile al suo. «Il veterinario ci farà un ottimo sconto, e riusciremo ad operarli entrambi - dice Marco Bravi, responsabile Enpa di Torino -. Siamo rimasti senza parole: non ci aspettavamo tutta questa solidarietà da parte della gente. E’ meraviglioso».



Lola è stata abbandonata dai suoi proprietari a Pizzo Calabro, probabilmente perché era incinta, ed è arrivata all’Enpa di via Germagnano, a Torino, perché nel precedente rifugio non c’era più spazio per lei. Nel canile della città ha partorito e allattato quattro cuccioli. Due di loro sono già andati in adozione, gli altri stanno ancora cercando casa.



Poi, al termine dell’intervento, e dopo una lunga fase di riabilitazione, potrà essere data in adozione pure Lola. «Siamo convinti che troverà finalmente una famiglia che saprà amarla veramente - prosegue Marco Bravi -. Dopo tanta sofferenza, avrà solo bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei».