sabato 19 marzo 2016

L’uomo che sfidò l’Fbi prima di Apple

La Stampa
carola frediani

Ladar Levison forniva email cifrate a 400mila utenti, incluso Snowden. Oppose in tutti i modi le richieste del governo Usa e infine chiuse la sua azienda. Oggi sostiene Apple. Lo abbiamo intervistato



Molto prima dello scontro legale tra l'Fbi e Apple sulla cifratura degli iPhone, e prima che l'accesso governativo a servizi e dispositivi cifrati attraverso chiavi, “porte di servizio” (backdoor) o sistemi operativi riscritti su richiesta divenisse un tema scottante, ci fu un uomo che, in quasi totale solitudine e silenzio, ingaggiò un epico braccio di ferro con il governo americano. 

IL RITORNO DI LAVABIT
Ladar Levison fu infatti protagonista, nel 2013, di una strenua e a tratti beffarda resistenza alle richieste del governo Usa di accedere alle comunicazioni dei clienti della sua società, Lavabit, con lo scopo di ottenere informazioni su un particolare e misterioso indagato, che tutti sospettavano essere Edward Snowden.

La storia era ovviamente già nota, ma il caso Apple l'ha rilanciata, anche perché Lavabit – che stava in una specie di limbo dal 2013 -  ha preso posizione al riguardo, appoggiando la casa di Cupertino anche in tribunale con un'opinione legale (Amicus brief). Non solo: nei giorni scorsi sono stati rilasciati ulteriori documenti giudiziari sul caso che offrono interessanti dettagli, oltre che una importante conferma del fatto che l'utente di Lavabit indagato era proprio Snowden. (I dettagli relativi all'indagato erano in realtà oscurati anche in questi ultimi documenti, ma a quanto pare un indirizzo email è sfuggito ai censori: Ed_Snowden@lavabit.com).

Ma veniamo alla storia di Levison. Bisogna partire dal 2004, quando il programmatore americano fonda in Texas un piccolo fornitore di email contraddistinto da un forte interesse per la privacy e la sicurezza dei propri utenti. Lavabit nasce quindi in contrapposizione ai giganti del web che, secondo Levison, non avrebbero protetto abbastanza le comunicazioni dei clienti. E blinda quelle dei suoi con vari sistemi di cifratura, anche a seconda del tipo di account. 

QUEL CLIENTE SPECIALE DI NOME SNOWDEN
Avanti veloce, estate 2013. Siamo in pieno Datagate, con i media che hanno iniziato a rivelare i programmi di sorveglianza di massa del governo Usa attraverso i documenti forniti dall'ex-consulente della Nsa, Edward Snowden, nel frattempo riparato all'estero. In quelle settimane concitate emerge che Snowden avrebbe comunicato con alcuni attivisti e avvocati attraverso un indirizzo email fornito da Lavabit. Ed è in questo periodo che l'Fbi inizia una escalation legale nei confronti di Levison.

La vicenda è complessa ma in sostanza il governo americano chiede prima un accesso ai metadati delle mail di Snowden attraverso un dispositivo particolare (un “pen and trap device”). Ma, poiché la stessa cifratura usata da Lavabit rendeva difficile individuare quei dati, chiede a Levison le chiavi SSL, cioè le chiavi che avrebbero scardinato la cifratura di tutte le comunicazioni dei 400mila utenti di Lavabit, rendendole accessibili al governo americano.

Dal primo momento (addirittura dal primo contatto con gli agenti dell'Fbi, quando l'uomo svicola da una porta di servizio, già, proprio da una “backdoor” di casa sua, almeno secondo il resoconto del governo, contestato però dal fondatore di Lavabit) Levison ha contrastato, a volte anche in modo creativo, tutte le richieste che gli arrivavano, in particolare quella che chiedeva le chiavi per decifrare.

E quando suo malgrado si è trovato a dover inviare queste chiavi ai federali, lo ha fatto inizialmente stampandole a caratteri quasi illeggibili su 11 fogli di carta. Il gesto “situazionista” dell'uomo non è però piaciuto ai federali. “Ognuna delle cinque chiavi di cifratura contiene 512 caratteri, per un totale di 2560”, scrivevano in uno dei documenti rilasciati. “Per usarle l'Fbi dovrebbe scrivere manualmente i caratteri e un solo errore nel laborioso processo renderebbe inefficace il sistema di raccolta dei dati decifrati”.

Messo alle strette, accusato di oltraggio alla corte, multato 5mila dollari al dì, Levison alla fine invia davvero (ora lo sappiamo) le chiavi in un formato digitale accettabile. Il giorno dopo, però, chiude il servizio, smantellando in un giorno l'azienda cui aveva lavorato per dieci anni; e pubblica online una lettera in cui fa capire di non avere avuto altra scelta, perché messo spalle al muro dal governo Usa (non dice molto di più, perché il suo caso sarebbe stato a lungo coperto da un gag order, l'ordine di non parlarne a nessuno ad eccezione del solo avvocato).

 Levison ha rischiato molto, e non solo in termini di business: nei documenti giudiziari il governo Usa rileva che “la chiusura del servizio e la pubblicità generata dalle interviste ai media ha reso impossibile per il governo ottenere prove da qualsiasi account email ospitato da Lavabit, allertando il target delle indagini in corso”.

Oggi Levison sta lavorando a un nuovo progetto, Dark Internet Mail Environment (DIME), un sistema e un insieme di protocolli per inviare comunicazioni cifrate in modo tale da rendere obsolete anche richieste governative come quelle che hanno messo nell'angolo Lavabit.  Lo abbiamo raggiunto al telefono ieri, in Texas, dove ancora vive.

Signor Levison, ripercorriamo brevemente le richieste che le fece l'Fbi all'epoca. Inizialmente l'apparecchio che doveva installare avrebbe dovuto registrare i metadati delle comunicazioni di un utente, poi arrivò la richiesta di fornire le chiavi di cifratura con cui avrebbero avuto accesso  alle comunicazioni di tutti. Quale era la ragione tecnica?
Inizialmente l'Fbi voleva raccogliere i metadati, cioè l'indirizzo IP degli utenti, quando si loggavano, con chi comunicavano ecc attraverso un apparecchio (pen and trap device). Ma l'Fbi non sarebbe comunque riuscita a vedere tutti i metadati, e allora hanno richiesto la chiave crittografica. Senza la chiave non era possibile decifrare una sessione di login e intercettare la password. Con quella potevano vedere anche i contenuti delle email di tutti gli utenti, che in teoria non avrebbero potuto accedere, ma non c'era modo di verificarlo.

Perché lei, dopo la consegna delle chiavi, chiuse Lavabit?
Tecnicamente ho iniziato a chiudere Lavabit prima di consegnare le chiavi. La sera del 5 agosto inizia a chiudere, il 6 mattina mandai le chiavi (in formato digitale; l'invio delle chiavi stampate risale invece al 2 agosto, ndr). E ho chiuso perché sono stato obbligato a compromettere la privacy di tutti gli utenti, non mantenendo la promessa che avevo fatto loro, senza poter nemmeno comunicare la violazione.

L'ordine di non parlare del caso è ancora valido oggi?
Oggi non posso dire solo chi era il target dell'indagine (ma noi sappiamo dagli ultimi documenti che era proprio Edward Snowden, ndr)

Che impatto ha avuto per lei la chiusura di Lavabit?
È stata dura, specie gli ultimi due anni; anche perché in quei precedenti dieci anni ho costruito la mia azienda passo dopo passo, in modo incrementale, e proprio mentre stava andando bene, con un aumento di utenti (specie nei mesi precedenti alla richiesta dell'Fbi) sono stato obbligato a uscire dal mercato. Ora sto lavorando a un nuovo progetto, il Dark Internet Mail Environment (DIME), in cui l'utente possa scegliere di usare la cifratura sul suo apparecchio in modo più sicuro di oggi, evitando il rischio di compromissioni anche da parte del fornitore del servizio. Sto cercando venture capital per sostenerlo.

Pensa di aver avuto abbastanza attenzione e supporto dalla comunità tech all'epoca?
Domanda difficile. Non mi sarei aspettato tutto il sostegno ricevuto da attivisti e varie persone in tutto il mondo, ma nel caso specifico sono stato un po' deluso che più aziende della Silicon Valley non si siano fatte avanti dando manforte a livello legale; anche se va detto che mentre stava accadendo tutto il caso era a porte chiuse, e quando i documenti non erano più secretati c'è stato poco tempo per intervenire. Se avessero partecipato forse sarebbe stato d'aiuto anche alla luce dell'attuale caso di Apple contro l'Fbi.

Che somiglianze ci sono col caso di Apple? E quali differenze invece?
In entrambi i casi il governo voleva accedere a informazioni cifrate create dagli utenti, richiedendo la proprietà intellettuale di una terza parte (Lavabit, Apple) per cercare di accedere a quelle informazioni, e indebolendo la sicurezza del prodotto della terza parte. Mentre è diversa l'autorità legale invocata nei due casi, le leggi usate: in Apple è l'All Writs Acts e in Lavabit sono stati usati altri strumenti come la legge sugli apparecchi per registrare i dati delle comunicazioni (pen register and trap device). Poi ci sono differenze tecnologiche. In Apple vogliono far modificare il codice del sistema operativo e farlo firmare da Apple; nel mio caso sono passati velocemente a chiedere i mezzi per farlo loro stessi.

Pensa che l'azione del governo contro Apple intenda segnare un precedente legale? O è un'iniziativa isolata?
Entrambi i casi nascono da una strategia del Dipartimento di Giustizia che ritiene di avere il diritto di accedere a qualsiasi informazione cifrata senza curarsi delle conseguenze per terze parti. Se passasse questo precedente legale con Apple, quel tipo di attacco potrebbe essere usato in futuro per compromettere anche le app di messaggistica usate sui telefoni come Signal o Telegram, attraverso degli aggiornamenti malevoli sugli apparecchi degli utenti.

Non pensa che un governo abbia comunque e sempre il diritto di ottenere un accesso in qualche modo a comunicazioni cifrate ai fini di un'indagine?
Per fare una cosa del genere dovrebbero prima chiedere al Congresso una legge ad hoc per obbligare i produttori a inserire quelle specifiche capacità di accesso negli apparecchi. Senza quella non possono chiedere qualsiasi informazione vogliano solo perché potrebbe aiutare delle indagini.

Che ne pensa di una simile legge?
Sarebbe un errore madornale da parte del Congresso. Purtroppo non sarebbe il primo.

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica

repubblica.it
 
Dopo l'ultima frase infelice di Guido Bertolaso nei confronti di Giorgia Meloni, "deve fare la mamma", a proposito della sua candidatura a Sindaco di Roma, rivediamo le frasi maschiliste più celebri della politica italiana. Dai padri costituenti ai presidenti della Repubblica, dal Pc alla Dc, da Berlusconi ai 5 Stelle: la “storia degli insulti, delle discriminazioni e dei pregiudizi nei confronti delle donne è un racconto trasversale, scandaloso, spesso involontariamente umoristico, scritto interamente da maschi”. È l’incipit del libro Stai zitta e va’ in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo, scritto da Filippo Maria Battaglia (edito da Boringhieri). Un compendio insieme grottesco e sorprendente, utile soprattutto a donne e giovani donne che poco conoscono la storia della prima repubblica e la sua ideologia.

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre»
Ferruccio Parri, 1945, politico e antifascista italiano. Con il nome di battaglia Maurizio fu un capo partigiano durante la guerra di liberazione dal regime fascista in Italia, decorato dagli USA con la Bronze Star





23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
Marzo 2016: "La Meloni deve fare la mamma", ha detto l'ex numero uno della Protezione civile, Guido Bertolaso scatenando un vespaio di reazioni indignate, a cominciare dalla diretta interessata. Motivo del contendere la candidatura sindaco di Roma

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Abbiamo bisogno di voi soprattutto come spose e madri»
Alcide De Gasperi, 1945, politico fondatore della Democrazia Cristiana
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«La donna non va allontanata dalla casa, che è il suo regno»
Avanti!, 1945, quotidiano del Partito Socialista
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Invece di andare a votare farebbero meglio a occuparsi di cucina»
Giovannino Guareschi, 1946, scrittore, giornalista, umorista e caricaturista


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Agli alti gradi della magistratura, è da ritenere che solo gli uomini possano mantenere quell’equilibrio di preparazione»
Giovanni Leone, 1947, politico. Presidente della Repubblica dal 1971 al 1978


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Non provocare la sua gelosia quando sei per la strada o al cinema, mostrati indifferente verso ogni persona e sempre attratta da lui»
Consigli a una militante comunista, in «Noi Donne», 1947, storica rivista dei movimenti femminili nata nel 1944
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«È uno schifo! È una cosa indegna! È abominevole! Se è vestita in quel modo è una persona disonesta! Le ordino di rimettersi il bolero!»
Oscar Luigi Scalfaro a Edith Mingoni, 1950. Il fatto ebbe luogo nel ristorante romano "da Chiarina": Scalfaro riprese una giovane signora, Edith Mingoni in Toussan, dperché mostrava le spalle nude. Scalfaro uscì dal locale e vi rientrò con due poliziotti. La vicenda finì in Questura dove la giovane donna lo querelò per ingiurie.
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«È l’Urss, se Dio vuole, il Paese dove le giovani donne vanno ancora vergini al matrimonio»
Renato Guttuso, 1950, pittore e politico
  

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«L’aver taciuto allo sposo la perdita della verginità costituisce ingiuria che giustifica la separazione per colpa della moglie
Corte d’Appello di Firenze, 1953


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Ragazze, anche voi, come noi, avete una sola aspirazione: una casa, una famiglia»
volantino UDI, Unione donne italiane, 1956


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«La donna ha un compito primario e irrinunciabile, quello di garantire il buon funzionamento della comunità familiare»
Aldo Moro, parlando al Movimento femminile dc, 1962


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«C’è il problema della idoneità della donna a determinati servizi»
Giovanni Giraudo, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, 1963


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
Col divorzio, «gli uomini abbandoneranno la moglie anziana per prendersi la giovane»
Amintore Fanfani, 1969
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Sotto l’aspetto giuridico il nostro diritto vigente non è basato sull’eguaglianza giuridica dei coniugi. Il capo della famiglia è il marito»
Franco Mariani, 1975
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Lo sapete perché il Ppi rimane così piccolo? Perché ce l’ha in mano Rosy Bindi»
Francesco Storace a proposito di Rosy Bindi, 2005
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Se le donne vincono tanti concorsi, perché sono così poche ai vertici della carriera?»
Renato Brunetta, 2009


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Posso palpare un po’ la signora?»
Silvio Berlusconi, all'epoca Presidente del Consiglio,  all’assessore Lia Beltrami, 2009
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Alla biancheria intima, mutande comprese, provvede Barbara, mia moglie, in merceria»
Francesco Rutelli parlando di Barbara Palombelli
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Se si guarda allo specchio si rovina la giornata»
Silvio Berlusconi, all'epoca Presidente del Consiglio,  a proposito di Mercedes Bresso, all'epoca presidente della Regione Piemonte, 2010
 

23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Quando la vedo non posso non pensare a un orango»
Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato alla Ministra Cécile Kyenge, 2013


23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«La Boschi sarà ricordata più per le forme che per le riforme»
Nicola Morra, senatore M5S, a proposito del Ministro Maria Elena Boschi, 2014




23 frasi che fanno la storia del maschilismo in politica
«Voi siete qui solo perché siete brave a fare pompini».
Massimo De Rosa, deputato 5 Stelle, alle colleghe del Pd

Quell’impronta trovata a gennaio Com’è stato preso Salah Abdeslam

Corriere della sera

di Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi

Blitz falliti e fughe rocambolesche. La svolta in una casa abbandonata. Tutti i segreti e i punti oscuri sul martire che voleva vivere


Intorno alle 5 del mattino del 14 novembre i due complici venuti a recuperarlo per portarlo in Belgio incontrano finalmente Salah Abdeslam a Châtillon, poco fuori Parigi, proprio davanti al McDonald’s. «Era sfinito, in un bagno di sudore — riferiranno poi Hamza Hattou e Mohammed Amri, arrestati il 16 novembre a Bruxelles —. Piangeva e gridava raccontando quello che aveva fatto. Ha detto che era in un’auto durante gli attentati, e aveva usato un kalashnikov per uccidere delle persone». Comincia così l’incredibile fuga dell’uomo più ricercato d’Europa, il terrorista che non voleva morire e che fino all’ultimo, a differenza degli altri nove uomini del commando del 13 novembre, ha cercato di scappare invece di raggiungere in paradiso le vergini promesse ai martiri.
La fuga dopo gli attacchi
Bilal Hadfi, Ukashah al Iraqi e Ali al Iraqi si sono fatti saltare in aria davanti allo Stade de France. Ismaël Omar Mostefaï, Samy Amimour e Foued Mohamed-Aggad sono morti assieme alle loro 90 vittime al Bataclan. Brahim Abdeslam, il fratello di Salah, ha azionato la sua cintura esplosiva in un ristorante del boulevard Voltaire, mentre per Chakib Akrouh e Abdelhamid Abaaoud è finita sparando e facendosi esplodere durante l’assalto delle forze speciali francesi pochi giorni dopo, il 18 novembre a Saint-Denis. Lui, il decimo uomo del commando, all’alba del 14 novembre viaggia verso il Belgio mezzo sdraiato sul sedile posteriore di una Golf, sprofondato nel giaccone e la testa nascosta sotto cappuccio della felpa.

«Molto nervoso, minacciava continuamente di farsi esplodere in auto, non voleva che rallentassimo», diranno sotto interrogatorio i due uomini che cercano di salvarlo. «Se mi prendono i francesi mi torturano — grida in auto Abdeslam —, mi vendicherò, pagheranno per la morte di mio fratello». Con chi ce l’ha? Si direbbe con i compagni terroristi, soprattutto. È chiaro che la sera prima qualcosa non è andato secondo i piani: il telefonino di Abdeslam è stato individuato nel XVIII arrondissement, dove secondo la rivendicazione dell’Isis avrebbe dovuto svolgersi un quarto attacco, mai avvenuto.
Il nascondiglio a Bruxelles
Comunque, in fuga verso il Belgio, l’auto viene fermata tre volte dalla polizia francese: sull’autostrada nei pressi di Cambrai, non lontano dalla frontiera, alle 9 e 10, Salah Abdeslam dà all’agente persino il suo indirizzo di Molenbeek. Ma lo lasciano andare: in quelle ore Abdeslam non è ancora schedato. Una mediocre prestazione delle forze dell’ordine della Francia, che nei mesi successivi sarà ciò nonostante pronta a scaricare colpe sul Belgio nonostante i proclami sulla «impeccabile collaborazione» tra le due polizie. Il 14 novembre Salah Abdeslam arriva a Bruxelles. Vuole cambiare aspetto, al mercato compra dei jeans neri e una giacca, abbandona la felpa con cappuccio, va dal parrucchiere e cerca di tingersi ma non lo accontentano, il barbiere ha finito la tintura. Allora si taglia i capelli a zero e si depila una parte del sopracciglio. Compra un cellulare da 20 euro e si fa portare a Schaerbeek, non a Molenbeek infestata ormai di poliziotti.
I blitz nei quartieri
E in effetti il 16 novembre la polizia belga scatena una grande operazione a Molenbeek ma non trova nessuno. Si comincia allora a pensare che Salah Abdeslam sia riuscito a lasciare il Belgio e a raggiungere la Siria. Non è così. L’8 gennaio, la polizia belga annuncia di avere scoperto un’impronta di Abdeslam in un appartamento di Schaerbeek, dove viene trovato anche lo stesso tipo di esplosivo utilizzato per gli attentati di Parigi. A febbraio gli investigatori si dicono certi che Salah Abdeslam è rimasto nascosto a Schaerbeek almeno fino al 4 dicembre.

Settimane durante le quali Bruxelles è rimasta bloccata per quattro giorni, il presidente francese Hollande ha sottolineato che gli attentati erano stati «pianificati in Siria e organizzati in Belgio», il polemista Éric Zemmour esortava a bombardare Molenbeek piuttosto che la Siria mentre il ministro degli Esteri belga Didier Reynders salutava «le numerose perquisizioni effettuate dalla Francia nelle ultime ore», come a dire potevate pensarci prima. La svolta, un po’ per caso, il 15 marzo quando sei poliziotti francesi e belgi entrano in un appartamento che credono vuoto (acqua ed elettricità sono staccate) a Molenbeek.

Invece trovano tre uomini. Uno, l’algerino Mohamed Belkaïd, viene ucciso da un tiratore scelto. Gli altri riescono a scappare sui tetti, e uno dei due è Salah Abdeslam. Ieri sera l’arresto in rue des Quatre Vents. «Sono sollevato, Abdeslam potrà finalmente chiarire le tante zone d’ombra degli attentati», dice Georges Salines, che ha perduto sua figlia al Bataclan. «Mi tremano le gambe — dice Béchir Saadi, fratello di due ragazze uccise ai tavolini del ristorante Belle Équipe —. Hoda e Halima non torneranno indietro, ma almeno adesso possiamo sperare in un processo». Hollande ha già chiesto l’estradizione.

18 marzo 2016 (modifica il 19 marzo 2016 | 08:15)

Lo spapà

La Stampa
massimo gramellini

Almeno oggi, festa del papà, avremmo volentieri ignorato quello di Manuel Foffo, uno dei due sfaccendati che a Roma torturarono a morte Luca Varani. Purtroppo è il signor Foffo che non smette di reclamare la nostra attenzione. Lo ha fatto fin dal giorno successivo alla strage. Quando, anziché concedersi un minuto e magari un anno di silenzio in memoria della vittima, si presentò a «Porta a Porta». E non per chiedere scusa, ma per farci sapere che suo figlio era un ragazzo meraviglioso, solo «eccessivamente buono». Come quegli attori che nelle interviste dicono: «Il mio peggior difetto? Sono troppo sincero».

Sennonché il «ragazzo meraviglioso» ha offuscato il quadretto di solidarietà familiare, confessando ai giudici di avere accumulato tanta di quella rabbia contro il padre da desiderare di ucciderlo. Eppure, che suo figlio lo detesti al punto da auspicarne la morte, al signor Foffo deve sembrare una quisquilia. Lui, e lo ha precisato ancora ieri al «Messaggero», di una cosa sola è preoccupato. «A noi Foffo non ci piacciono i gay, ma le donne vere. E mio figlio non è da meno». Che abbia seviziato un povero cristo scelto a caso sull’agenda del telefonino, passi. Che volesse fare secco anche lui, pazienza. Però guai a insinuare che si diverta a fornicare con altri maschi: se proprio è successo, sicuramente vi è stato costretto. L’onore della famiglia, prima di tutto. Perché nell’Italia del 2016 assassino e mostro sono marchi di infamia sopportabili, ma «frocio» no.

Via libera alla nuova tassa di sbarco sulle Isole Borromee, ma Stresa “salva” le vacanze di Pasqua

La Stampa
luca gemelli

Dovrà pagare l’imposta anche chi usa i motoscafi pubblici non di linea: la riscossione parte però tra quindici giorni



Arriva la tassa di sbarco sulle Isole Borromee anche per chi usa i motoscafi, ma il Comune di Stresa «salva» il weekend di Pasqua. Da quest’anno infatti non saranno più solo i turisti che utilizzano il servizio di linea della Navigazione Lago Maggiore a dover pagare l’imposta per arrivare sulle tre isole: ora si applica anche ai passeggeri dei motoscafi privati del servizio non di linea. Il Consiglio comunale però ha previsto l’entrata in vigore della nuova disposizione solo tra quindici giorni (e quindi dopo domenica 28), evitando che la «sperimentazione» cadesse proprio nei giorni a ridosso di Pasqua, quando sul Lago Maggiore è atteso un aumento dei visitatori. 

Nel regolamento della tassa è stato confermato l’importo di 50 centesimi per persona per isola: a esigerla saranno i motoscafisti individualmente, che poi la verseranno ogni mese al Comune. Saranno gli stessi gestori del servizio motoscafi (40 licenze a Stresa, 7 a Baveno e 2 a Pallanza) a indicare l’avvenuto pagamento sui biglietti che rilasciano, così come fa già la Navigazione Lago Maggiore. Per il 2015 (i conti non sono ancora stati chiusi) l’amministrazione aveva ipotizzato dalla tassa di soggiorno un introito di 160 mila euro, cifra che potrebbe raddoppiare applicando la tassa anche ai passeggeri del servizio privato. 

Sanzioni ai motoscafisti che non applicano la tassa
Modificate anche le sanzioni per l’omesso pagamento: in una prima bozza era prevista alla terza infrazione la sospensione della licenza da 7 a 30 giorni. Dall’opposizione Alfredo Macrì del Giudice di «Uniti per Stresa» ha fatto notare che, poiché le regole si applicano anche alla Navigazione Lago Maggiore e ai motoscafisti di altri comuni, Stresa si sarebbe arrogata il potere di sospensione della licenza addirittura al servizio gestito dallo Stato. Le sanzioni saranno quindi quelle per le violazioni in materia di imposte. Accolte poi le richieste dei gestori del servizio, che chiedevano di non applicare la tassa a guide turistiche e accompagnatori dei gruppi.

La nuova imposta
L’introduzione della tassa di sbarco anche per chi utilizza il servizio pubblico non di linea è l’effetto dell’approvazione della legge di stabilità che ha introdotto una modifica alla norma sull’imposta risalente al 2012. La versione originaria indicava come «soggetti alla tassa» solo i passeggeri dei servizi di linea, la nuova formulazione, per la quale hanno spinto le isole del Sud, invece testualmente recita che l’imposta si applica «ai passeggeri che sbarcano sull’isola utilizzando vettori che forniscono collegamenti di linea o vettori aeronavali che svolgono servizio di trasporto di persone a fini commerciali, abilitati e autorizzati a effettuare collegamenti». 

Non vi è più quindi la distinzione tra servizio pubblico (che già applica l’imposta dal 2014) e privato e così anche il Comune di Stresa si è dovuto dotare di un regolamento per normare la nuova tassazione, che però «salva» almeno il weekend di Pasqua.

Danimarca, il crocifisso trovato per caso che potrebbe cambiare la storia

repubblica.it

Il danese Dennis Fabricius Holm è uscito per fare una passeggiata portandosi dietro il suo metal detector. Il cercatore di tesori amatoriale ha cominciato a perlustrare un campo vicino alla città di Aunslev (Østfyn, Danimarca) quando all'improvviso il suo dispositivo ha suonato: scavando, l'uomo ha ritrovato un piccolo crocifisso immerso nel fango. Holm ha postato la sua scoperta su Facebook e vedendo quel ciondolo altri appassionati gli hanno consigliato di rivolgersi ad un museo. Per gli esperti si tratta di un ritrovamento straordinario: quella croce infatti, forse appartenuta ad una donna vichinga, dovrebbe risalire alla prima metà del 900 (X secolo) indicando così che il cristianesimo era già presente in Danimarca ben prima di quanto ipotizzato finora.

Dal peso di solo 13,2 grammi e lungo 4 centimetri, il manufatto dorato è liscio sul retro e ha un piccolo foro che indica che fu utilizzato come catenina. La sua datazione dovrebbe essere dellla prima metà del X secolo mentre fino ad ora, nei libri di storia, i segnali di presenza del cristianesimo nel paese scandinavo risalivano alla seconda metà, data delle Jelling Stones, le grandi pietre runiche di Jutland che mostravano la più antica raffigurazione di Gesù su una croce in Danimarca. Quelle pietre commemoravano la conversione dei danesi al cristianesimo ma ora la data potrà essere rivista. "Questa croce può far capire quando i danesi fossero realmente divenuti cristiani - spiegano gli esperti - Un ritrovamento che finirà nei libri di storia". La croce è ora conservata nel Viking Museum Ladby e a Pasqua sarà esposta ai visitatoria cura di Giacomo Talignani 18 marzo 2016

Danimarca, il crocifisso trovato per caso che potrebbe cambiare la storia
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Cei, 8 per mille: riforma all'insegna della trasparenza

repubblica.it
di ANDREA GUALTIERI

Nuove regole per la gestione del contributo statale. I beneficiari dovranno stilare un bilancio preventivo e consuntivo. E' la risposta ai rilievi avanzati dalla Corte dei conti

Cei, 8 per mille: riforma all'insegna della trasparenza

La Cei apre alla trasparenza sull'otto per mille. Il Consiglio permanente che si è riunito a Genova nei giorni scorsi ha tracciato le linee guida di un intervento che riformerà la gestione del contributo statale con l'obiettivo annunciato di "rafforzare il rigore". E' la risposta indiretta ad una serie di rilievi che la Corte dei Conti ha sollevato nelle sue deliberazioni, fino a quella dell'ottobre scorso, e che ha portato anche il ministero dell'Interno, nel 2014 a far notare che rispetto ai fondi erogati, il controllo "non è di tipo contabile, ma esclusivamente finalizzato a verificare che l'utilizzazione di tali fondi sia in linea con le finalità". Uno scenario che i vescovi intendono sanare, con una svolta radicale.

Secondo quanto indicato, per gli interventi finanziati con l'otto per mille la Cei richiederà ai beneficiari di stilare e consegnare il bilancio preventivo e consuntivo, "a comprova di solidità etica ed economica", e poi il piano di finanziamento e sostenibilità del progetto e soprattutto la rendicontazione. In sostanza, tutte le spese dovranno essere documentate fino a produrre le ricevute più dettagliate. E' il modo per evitare che ci siano margini di manovra per le truffe che sono state documentate dalle indagini delle procure in diverse zone d'Italia, a partire dai casi eclatanti di Montecassino e Trapani, dove i soldi sono stati utilizzati per acquisti di lusso anziché per le opere caritative alle quali erano destinati.

Chi vuole promuovere progetti di assistenza, in futuro, dovrà anche dimostrare una compartecipazione economica al fine, spiega la Cei, "di sollecitare l'iniziativa responsabile": "Sono diffidente da chi promuove iniziative solo perché sa che ci sono finanziamenti", ha spiegato in conferenza stampa il segretario dei vescovi italiani, Nunzio Galantino. E sarà obbligatorio anche documentare che la realtà destinataria del contributo ne abbia fatto conoscere la provenienza.
"Ad oggi, ci sono 909 cantieri per l'importo di 279 milioni di euro aperti grazie all'otto per mille" ha dichiarato Galantino, spiegando che si tratta di opere per edilizia di culto, restauri, centri di aggregazione.

E 748 progetti per oltre 93 milioni riguardano realtà di promozione e formazione umana in tutto il mondo, "ma non riguardano costruzione di chiese", ha specificato Galantino. Un impegno che il segretario Cei rivendica anche sul tema dei rifugiati: "Le nostre realtà legate a parrocchie e diocesi ospitano oltre ventimila persone. Ma se mettiamo realtà indiretamente legate alla Chiesa italiana e all'otto per mille, dalle cooperative ai gruppi, si arriva ai 45mila".

Cei, parte la riforma dell'8 per mille Dopo polemiche, nuove regole sui fondi

Tra i vescovi, però, sembra affiorare anche la consapevolezza che accanto alle opere di bene ci sia troppo margine per far infiltrare il marcio. L'operazione trasparenza riguarda quindi anche i bilanci delle 226 diocesi che, da adesso, saranno pubblicati anche sul sito internet della Cei. E poi c'è il tema della modifica della formazione del clero che sarà all'ordine del giorno della prossima assemblea plenaria dell'episcopato italiano, che avverrà a maggio e che, è stato annunciato, sarà aperta dall'intervento di papa Francesco.

Proprio per adeguarsi allo stile del pontefice, ai preti viene chiesto di passare "dalla pastorale del campanile a quella del campanello". Soprattutto, però, per gli aspiranti sacerdoti si riformuleranno il percorso formativo assicurato dal seminario e i criteri di ammissione e di valutazione. Alla vigilia della riunione, il presidente Cei, Angelo Bagnasco, aveva fatto riferimento esplicito al pericolo della pedofilia. Ma è chiaro che anche il rapporto con i soldi ha creato troppo imbarazzo nella Chiesa e se ne riparlerà nella riunione plenaria.

Nella conferenza stampa si è discusso anche della posizione dei vescovi sul referendum per le trivelle ("non diciamo no nèé sì, è giusto che ci sia dibattito e che si ricordi l'enciclica del Papa sull'ambiente", ha detto Galantino) e sul tema dell'immigrazione, in riferimento al quale il Consiglio permanente ha espresso "la preoccupazione per gli esiti di gestione dei flussi migratori, che segnalano una vera e propria selezione, e, quindi, un'esclusione, di nazionalità". Galantino ha anche commentato il processo per il secondo Vatileaks, in corso in Vaticano, esprimendo "condanna per il comportamento sconcertante e irresponsabile di alcuni collaboratori che avrebbero dovuto aiutare il cammino di purificazione".

Un sito raccoglie i 65mila nomi dei caduti della Grande Guerra

Corriere della sera

di Claudio Del Frate

Sono le generalità di tutti i soldati italiani sepolti nei sacrari di Redipuglia Oslavia e Kobarid (Caporetto). Un «tesoro» costato appena 5mila euro d’investimento

La scalinata del sacrario di redipuglia con i nomi dei caduti italiani

L’elenco si apre con il nome del caporale Abate Stefano, del 156 battaglione fanteria, caduto nel settore di Caporetto il 17 giugno del 1917. Seguono altri 65.148 nomi , tutti soldati dell’esercito italiano morti sul fronte della Grande Guerra. Da oggi questo sterminato archivio della memoria è consultabile su internet al sito http://cadutigrandeguerra.net/index.php creato dall’istituto di sociologia internazionale di Gorizia e dall’Unione delle province del Friuli Venezia Giulia.

In oltre 3.500 pagine web sono raccolti i nomi e i riferimenti di tutti i soldati sepolti nei sacrari di redipuglia, Oslavia e Kobarid (la ex Caporetto, oggi in territorio sloveno). La monumentale opera di archiviazione sarà utile per ricostruire le storie dei singoli militari ma forse per aiutare a dare un nome a migliaia di altri uomini in divisa morti durante la Grande Guerra ma che, a un secolo das quegli eventi, non hanno ancora un nome.
I nomi, le storie
La ritirata di Caporetto
La ritirata di Caporetto

Il sito nasce dalla certosina opera di digitalizzazione di tutti gli elenchi riportati sui sacrari dei caduti. Attraverso il sito è possibile consultare gli elenchi, individuando chiaramente il luogo di sepoltura di ogni singolo caduto e altre informazioni, come il reparto di servizio e il luogo di prima sepoltura e, quando le spoglie del soldato lo hanno consentito, anche alcuni riferimenti anagrafici del defunto. Il progetto, partito da un’idea della provincia di Gorizia e costato appena 5mila euro: i ricercatori sono partiti dai registri cartacei conservati nei sacrari e li hanno a mano a mano inseriti sul sito. Ne esce un lavoro di grande suggestione non solo per gli storici o per i discendenti dei militari: 65mila nomi, 65mila storie di persone cadute nella «immane tragedia» sul fronte carnico, quello costato all’Italia il maggior numero di vite umane.

18 marzo 2016 (modifica il 18 marzo 2016 | 16:33)