giovedì 24 marzo 2016

Il nostro giusto orgoglio e i commessi della morte

Corriere della sera
di Beppe Severgnini

In radio, in TV e sui giornali, forse, dovremmo essere più orgogliosi dell’oasi
di democrazia e tolleranza che abbiamo costruito in Europa

Candele in Place de la Bourse, a Bruxelles (Getty Images)

Martedì ho preso il tram n.10 a Milano e ho trovato quello che ho sperato di trovare. Sono tornato a Crema, ieri mattina, e ho visto quello che sognavo di vedere. Sotto le finestre del mio studio, gente che usciva nel sole, entrava nei bar e usciva dalla farmacia, si avvicina all’edicola carica delle prove di carta dell’orrore. Prova di cui non c’era bisogno: tutti sappiamo cos’è accaduto a Bruxelles. Ma i quotidiani - anche questa rubrica, nel suo piccolo - servono a ragionare insieme sulle cose.

Cos’ho trovato, su quel tram verso corso Sempione e in questa piazza davanti al Duomo? Una bella cosa: calma. La calma di continuare con la propria vita. Non è disinteresse e non è superficialità. Tutti siamo addolorati. Tutti ci rendiamo conto che attentati vigliacchi come quelli di Bruxelles potrebbero accadere altrove, anche in Italia.

Cos’è, allora, che porta i milanesi, i lombardi, gli italiani e gli europei a restare calmi? Una consapevolezza istintiva. Quella che spinse i newyorchesi a reagire dopo l’11 settembre 2001, gli spagnoli nel 2004, gli inglesi nel 2005, i francesi nel 2015. La stessa consapevolezza - non esagero - che salvò i londinesi nel 1940 durante il Blitz, quando la città venne bombardata dai nazisti per 57 notti consecutive. I nostri nemici vogliono spaventarci? E noi non ci spaventiamo.

Perché diciamolo, senza girarci intorno: gli islamisti e i loro commessi-viaggiatori della morte sono i nuovi nazisti. Dispiace ascoltare da persone intelligenti come Maurizio Crozza (DiMartedì, La7) e Massimo Fini (La Zanzara, Radio24) giudizi che equiparano le azioni militari contro l’Isis al terrorismo in Europa. «Noi attacchiamo con i droni, loro con i trolley» (Crozza), «i terroristi sono migliori di noi»(Fini). Non è così: loro sono peggiori, molto peggiori. Sono il rigurgito di una storia schifosa, per la quale siamo passati anche noi.

Ma dalla quale siamo usciti, per fortuna.In radio, in TV e sui giornali, forse, dovremmo dire anche questo. Ed essere più orgogliosi dell’oasi e democrazia e tolleranza che abbiamo costruito in Europa. Un’oasi imperfetta, certo. Ma resta un’oasi verso la quale — lo sappiamo, lo vediamo, lo temiamo — stanno accorrendo milioni di disperati.

Crozza e Fini, forse, se ne sono dimenticati. I passeggeri del tram n.10, per fortuna, no.

Quei paragoni sbagliati sull’Isis

Corriere della sera

di Paolo Mieli

Evocare il fascismo o il nazismo porta a semplificazioni molto pericolose



Nelle ore successive agli attentati di Bruxelles è risuonato il consueto anatema: gli uomini del Califfato sono dei fascisti e li sconfiggeremo come settant’anni fa facemmo con i loro predecessori in camicia nera. Parole del genere sono state pronunciate, con le migliori intenzioni, anche dal nostro presidente del Consiglio. Che non è stato certo il primo. A dicembre il laburista Hilary Benn, ministro degli Esteri del gabinetto ombra britannico (nonché figlio di Tony Benn a suo tempo leader dell’estrema sinistra inglese) sorprese la Camera dei Comuni sostenendo che quelli dell’Isis sono uguali ai fascisti e perciò meritavano i bombardamenti decisi dal governo Cameron.

Il capo del suo partito, Jeremy Corbyn, aveva chiesto che si votasse no a quell’azione militare, ma Benn riuscì a trascinare dalla sua, a favore del sì, molti parlamentari del Labour. Quindici giorni fa, il segretario di Stato americano John Kerry non ha parlato esplicitamente di fascismo ma ha accusato di genocidio gli uomini del Califfato e ha sposato la risoluzione del repubblicano del Nebraska Jeff Fortenberry che contro i jihadisti ipotizzava addirittura azioni sul terreno. Nulla da eccepire su questi abbracci tra opposti in chiave anti Daesh. Anzi. Ma l’evocazione del fascismo può indurre a commettere errori. In che senso?

L’assimilazione di Al Baghdadi a Hitler può essere fatta risalire, nella discussione attuale post 11 settembre, a Christopher Hitchens che, riferendosi a Bin Laden e ai musulmani radicali, inventò il termine «islamofascismo». Fu più sottile Paul Berman, secondo il quale il movimento islamista sarebbe un ibrido: il califfato islamico, osservò, affianca una lettura apocalittica dell’Islam con una burocrazia da stato di polizia che ha poco a che fare con le tradizioni ottomane del lontano passato, ma deve molto al partito Baath, basato sul modello sovietico; il concetto islamista della cospirazione demoniaca degli ebrei invece è un’eredità nazista. Insomma ci troveremmo al cospetto di un’unione infernale tra il peggio della storia d’Europa e di quella del Medio Oriente.

Niall Ferguson ha contestato queste tesi che riconducono l’oltranzismo musulmano alla categoria del fascismo. E così anche Ian Buruma, prendendo di mira «la nostra scarsa conoscenza della storia (limitata quasi esclusivamente al nazismo e alla Seconda guerra mondiale)» che ci impedirebbe, nei fatti, di scorgere altre analogie storiche destinate, forse, a rivelarsi più istruttive. La situazione attuale, secondo Buruma, non andrebbe assimilata alla Seconda guerra mondiale bensì alla Guerra dei trent’anni che tra il 1618 e il 1648 devastò l’Europa centrale.

Una guerra considerata ancora oggi di natura religiosa, dal momento che vedeva opposti tra loro cattolici e protestanti, anche se i soldati mercenari (sia protestanti che cattolici) cambiavano fronte ogni volta che faceva loro comodo, i prìncipi protestanti tedeschi erano sostenuti dal Vaticano e la Francia cattolica appoggiava la Repubblica olandese (protestante).

Ed è questo il punto. La Guerra dei trent’anni fu in realtà una lotta per l’egemonia tra la monarchia dei Borbone e quella degli Asburgo. Allo stesso modo — e lo si è definitivamente capito dopo quel che è seguito all’impiccagione dell’imam sciita Nimr al Nimr e altre quarantasei persone il primo gennaio scorso — la lotta tra Riad e Teheran, che fa da sfondo a tutti i conflitti del Medio Oriente. Una contesa che non è di natura solo religiosa, ma politica. Anche se lo scontro fondamentale, le cui origini risalgono a mille e trecentocinquant’anni fa, è quello tra sunniti e sciiti.

Non si tratta, come potrebbe apparire, di dispute terminologiche. L’evocazione del fascismo e del nazismo rischia di indurci a qualche eccesso di semplificazione. Se davvero fossimo al cospetto di eredi di Hitler e Mussolini, basterebbe non ripetere l’errore compiuto nel settembre 1938 a Monaco allorché il primo ministro inglese Neville Chamberlain riuscì a far passare una politica di appeasement con la Germania nazista, sarebbe sufficiente resistere ad attentati comparabili alle bombe su Londra del 1940, e prima o poi schierare «sul terreno» i nostri eserciti. Così ne potremmo venire a capo come accadde nel giugno del 1944 quando le truppe alleate sbarcarono in Normandia e nel giro di due mesi liberarono Parigi.

Si tratta solo di evitare qualche clamoroso errore, prepararci e attendere il momento propizio. Se invece lo scenario, per grandi linee, assomiglia di più a quello della prima metà del Seicento, dovremmo considerare più efficace il saper attendere, svolgere azioni mirate ad ottenere risultati provvisori, inviare contingenti per poi ritirarli prontamente (come ha fatto Putin in Siria) e soprattutto elaborare una politica delle alleanze di lunga durata che regga all’impatto emotivo di scelte riprovevoli o raccapriccianti dei partner locali che abbiamo scelto.

I soggetti a fianco dei quali dovremmo combattere contro il califfato e affrontare i giganteschi problemi connessi a questa guerra (come i flussi migratori) sono quello che sappiamo: i due governi libici, la Turchia, l’Egitto, l’Arabia Saudita, il regime di Damasco, quello di Bagdad, l’Iran, per non dire di quelli che hanno minore dignità statuale. Alcuni sono più affidabili, altri meno, altri ancora non lo sono per niente. Prepariamoci. E facciamo in modo di poter delineare una strategia a lungo termine che sia chiara per noi ma soprattutto per i nostri interlocutori.

E che sia destinata a reggere nel tempo. Di anni, dall’11 settembre, ne sono trascorsi già quindici. E se l’attuale situazione non è molto migliore di quella che era nel 2001 (anzi, è andata via via peggiorando) forse sarebbe il caso di liberarci delle categorie che fissammo all’indomani dell’abbattimento delle Torri Gemelle e che ne definissimo di nuove. Adatte ad affrontare un conflitto che non sarà breve.

23 marzo 2016 (modifica il 23 marzo 2016 | 22:09)

Attentati Bruxelles, la Madre di Satana: la bomba fai-da-te dell’Isis

Corriere della sera

Potente e altamente instabile, il Tatp è a base di perossido di idrogeno e acetone, facili da trovare e da acquistare. I jihadisti l’hanno già usato a Parigi e Londra



L’hanno soprannominato «La Madre di Satana» ed è l’esplosivo più amato dai terroristi jihadisti. E’ stato utilizzato a Bruxelles e 15 chilogrammi di Tatp (perossido di acetone) è stato rinvenuto anche all’interno dell’appartamento di Shaerbeek che ha fatto da base ai tre uomini del commando autore della strage all’aeroporto di Zaventem. L’assemblaggio con viti, chiodi e sfere metalliche ha ulteriormente aumentato il potenziale distruttivo degli ordigni.
Precedenti
Il Tatp, altamente instabile ma molto potente, è lo stesso esplosivo usato per gli attentati di novembre a Parigi. In epoca pre Stato Islamico, quando il jihadismo agiva prevalentemente nel nome di Al Qaeda, venne impiegato anche negli attentati di Londra del 2005 e, fortunatamente senza successo, anche da Richard Reid, lo «shoe bomber» che non riuscì a farsi esplodere su un volo Parigi-Miami nel dicembre 2001.
Nelle valigie
I suoi ingredienti, come il perossido di idrogeno concentrato e l’acetone sono molto facili da trovare, su internet come da un ferramenta. Acquistarli anche in grandi quantità non desta necessariamente sospetti ed è relativamente semplice combinarli insieme per fabbricare un ordigno. Più difficile è maneggiare il composto per evitare esplosioni accidentali. Proprio a causa della sua instabilità combinata alla grande potenza, il Tatp è infatti raramente usato per fabbricare ordigni improvvisati in zone di guerra. Il ricorso al Tatp negli attentati di Parigi e Bruxelles fa supporre che la rete europea dell’Isis abbia raggiunto un alto livello di specializzazione nel fabbricare e maneggiare questo esplosivo.

Non è un caso che le bombe dell’aeroporto di Zaventem fossero contenute all’interno di valigie: ciò ha consentito ai terroristi di gestire con relativa tranquillità l’instabilità del Tatp contenendo il rischio di un’esplosione accidentale.

Protesta e preghiera degli islamici davanti alla sede de ilGiornale

Sergio Rame - Mer, 23/03/2016 - 19:29

Anziché scendere in piazza contro gli assassini di Bruxelles, i musulmani protestano contro ilGiornale. Sit in davanti alla sede di Milano. Evacuato il direttore Alessandro Sallusti



Non scendono in piazza contro i tagliagole dello Stato islamico che con bombe piene di chiodi e bulloni hanno sventrato decine di innocenti.

Né organizzano cortei o sit in contro i musulmani di Bruxelles, di Parigi o, più in generale, d'Europa che vogliono tutti gli europei "infedeli" morti. No, contro quei barbari non osano alzare la voce né prendere le distanze. Gli islamici che vivono a Milano se la prendono con ilGiornale. Si presentano davanti alla sede di via Negri, a Milano, per protestare e pregare rivolti verso la Mecca. Obbligano le forze dell'ordine a evacuare il direttore Alessandro Sallusti. E provano a mettere il bavaglio a un quotidiano che si rifiuta di consegnarsi nelle mani sporche di sangue di violenti che, attentato dopo attentato, stanno mettendo a ferro e fuoco l'Europa.

Si sono dati appuntamento davanti alla sede de ilGiornale alle 18.30. La chiamata alle armi arriva dal Coordinamento associazioni islamiche (Caim). "Un giorno vennero a prendere me - scrive Davide Piccardo, figlio dell'ex direttore dell'Ucoii Hamza Roberto Piccardo - e non c'era rimasto nessuno a protestare". Non ce l'ha, da italiano, con quei barbari musulmani che ammazzano gli europei perché infedeli. Ce l'ha, da musulmano, con noi de ilGiornale. A innervosirlo è stata la prima pagina del quotidiano oggi in edicola. Titola così l'editoriale di Sallusti: Cacciamo l'islam da casa nostra.

Perché, come spiega il direttore, "l'islam e il suo Allah sono incompatibili con la nostra civiltà, hanno le mani sporche di sangue dei nostri figli e non sono sazi". E conclude: "Devono stare a casa loro, devono tornare a casa loro. Non è razzismo, è legittima difesa". Per queste sacrosante parole, però, Sallusti è stato evacuato dalla sede del quotidiano. Perché, quando ci sono in giro musulmani, non si sa mai come può andare a finire. In realtà si sono presentati appena una decina di fedeli.

Intorno alle 19 gli uomini hanno disteso le pagine de ilGiornale ed hanno iniziato la preghiera declamando "Allah u Akbar". Non le donne, rimaste in disparte perché "non possono assumere determinate posizioni". Sei minuti con la fronte rivolta alla Mecca e le spalle al portone della redazione. "Abbiamo pregato su quelle pagine per non sporcarci la fronte - dice Piccardo - Siamo offesi dai titoli de ilGiornale che sono una istigazione alla pulizia etnica e all'odio razziale e religioso". Quel titolo - aggiunge - "è stato un atto ignobile e vigliacco. Un atto di terrorismo mediatico". La loro preghiera, ammettono, è una provocazione.

"Con le pagine de ilGiornale ci si incarta il pesce - conclude Piccardo - Avremmo potuto far cose meno eleganti con quelle pagine". Una manifestante ha poi rincarato la dose: "Scrivetelo che hanno le mani sporche di sangue". Non sono, quindi, i terroristi ad essersi macchiati del sangue di innocenti. Ma ilGiornale.

I pesticidi dell’olio tunisino che arriva in Italia

La Stampa
giorgio calabrese

Gentile professor Calabrese, 

approfitto della sua presenza sul giornale per chiederle qualche informazione generale, visto che non si tratta di una visita specialistica. Vorrei chiederle quali sono gli alimenti di questa stagione che sarebbe bene mangiare perché più salutari di altri. Vorrei inoltre conoscere la sua opinione, dato che è stato anche membro dell’Efsa, sulla decisione dell’Europa di far entrare in Italia più olio tunisino. Economia a parte, quali sono i rischi?
Luigi Marchetti


Caro signor Marchetti, in inverno, per combattere i rigori della stagione, si tende a introdurre cibo più ricco di calorie e grassi, e ciò aumenta le scorie. Con la primavera si ha un risveglio del metabolismo e l’organismo necessita di nutrienti che lo riforniscano di nuova energia ad azione detossicante. 
Occorre assumere alimenti con micronutrienti utili e coadiuvanti la riattivazione delle funzioni metaboliche, in altre parole: vitamine e minerali prima di tutto.

Cereali integrali, legumi e semi sono ricchi di questi nutrienti, assieme alle vitamine che svolgono un’azione antifatica, dato che in primavera si avvertono maggiore sonnolenza e stanchezza muscolare. A ciò sopperisce la vitamina B1 o Tiamina, fondamentale per la produzione di energia e la salute delle cellule nervose. La vitamina C è importante per la sua attività antiossidante e per il sistema immunitario. Entrambe aiutano a vincere: stanchezza, torpore agli arti e depressione.

Le troviamo in ciliegie, fragole, agrumi, asparagi, broccoli, cavoli, kiwi, lamponi, peperoni, pomodori, ribes nero e spinaci. Per quanto riguarda invece l’arrivo massiccio di olio di oliva proveniente dalla Tunisia le dico subito che non ne sono affatto contento, purtroppo in Italia le importazioni sono aumentate del 681% nel primo trimestre del 2015, circa 8 volte le quantità dello scorso anno. Questa è un’analisi precisa della Coldiretti. 

Il problema per la nostra sicurezza alimentare, e quindi per la nostra salute, deriva dal fatto che in Tunisia i produttori, specie statali, possono utilizzare molti pesticidi che in Italia e in Europa sono assolutamente proibiti perché dannosi. In tale prodotto si osserva una diminuzione di sostanze antiossidanti, che fanno del nostro olio extravergine un vero linimento e quasi un farmaco. È necessario aiutare economicamente gli amici tunisini per riprendersi dalla crisi che li attanaglia, ma forse sarebbe meglio spingere i loro governi a legiferare per non utilizzare sostanze dannose oppure aiutarli economicamente per non permettere l’esportazione di prodotti alimentari non salutari per noi consumatori.

Giorgio Calabrese, laureato in Medicina e Chirurgia, è specialista in Scienza dell’alimentazione. È stato membro dell’Efsa a Bruxelles dal 2002 al 2008. Autore di pubblicazioni nazionali e internazionali, è membro del Comitato della sicurezza alimentare del ministero della Salute, della New York Academy of Sciences e della American Association for the Advancement of Science di Washington. È docente di Alimentazione all’Università Federico II di Napoli e all’Università di Torino ed è il dietologo ufficiale della Juventus F. C.

Un pugno in faccia a chi ancora contesta la Fallaci

Vittorio Feltri - Mer, 23/03/2016 - 15:47



A volte il caso è beffardo. Mentre ieri arrivavano notizie angosciose dal Belgio, attentati che hanno ridotto in tocchi Bruxelles, decine e decine di morti ammazzati e centinaia di feriti dai bastardi, e sottolineo bastardi islamisti, apprendevamo dalla lettura di alcuni quotidiani di casa nostra che le teorie della Fallaci sono ancora oggetto di dotte (si fa per dire) discussioni: Oriana aveva ragione o torto nel sostenere, nei suoi libri scritti con il fegato e con l'anima, che i musulmani integralisti sono semplicemente degli assassini capaci di dettare la linea ai loro popoli?

Titolo sulla Terza pagina del Corriere della Sera: «E Firenze voltò le spalle a Oriana. La parabola di un amore tradito». Il pezzo annuncia l'uscita d'un saggio polemico di Riccardo Nencini sulla scrittrice, ovviamente controversa. Perché? Ella aveva previsto quello che sarebbe successo, e che continua a succedere, ma parecchi - quasi tutti - gli intellettuali si rifiutano di dargliene atto, fiorentini o no che siano. D'altronde si sa: nemo propheta in patria. Non è finita. Il Foglio, sempre di ieri, avverte che sabato prossimo sarà pubblicata sul quotidiano fondato da Giuliano Ferrara una «Lettera inedita a Oriana Fallaci» vergata da Adriano Sofri.

L'argomento della quale è in una sorta di sommario: «Oggi sono in molti a dirsi che Oriana Fallaci aveva ragione, a tal punto da potersi permettere di avere platealmente torto. Il problema è: benché avesse molte ragioni, aveva torto? O: benché avesse molti torti, aveva ragione?». Chiedo scusa: ma che razza di domande sono? È vero o no che dal 2001 (abbattimento delle Torri Gemelle) i terroristi compiono stragi di gente comune che non dà loro alcun fastidio?

Gente che lavora e che si occupa dei fatti propri senza offendere nessuno, tantomeno Allah e Maometto dei quali non le importa nulla? È vero o no che l'ottima giornalista toscana nelle analisi del fenomeno più violento, dopo le guerre mondiali, abbia colto nel segno, documenti alla mano? E allora dov'è il problema? Quali sarebbero i motivi per sospettare che Oriana abbia commesso errori di valutazione?

Gli islamisti uccidono gratuitamente uomini e donne, cioè senza un perché sia pure abietto. Puntano a sterminare anche coloro che li accolgono nelle proprie città (offrendo loro lavoro e brandelli di benessere); pretendono di convertire il mondo e indurlo a praticare una religione discutibile, come tutte le religioni, per altro. È altresì assodato che l'Europa (e gli Stati Uniti) sono affollati di musulmani a cui ci viene spontaneo rivolgere alcuni quesiti: non vi garba la nostra civiltà? Vi fa orrore il nostro modo di vivere?

Preferite la dittatura degli imam alla democrazia, il Corano alle leggi votate dal Parlamento? Che sarà mai? Invece di venire qui a soffrire, rimanete lì nel deserto a fare compagnia ai cammelli, frequentate assiduamente le vostre moschee, lontani dalle chiese cristiane, dai cani e dai maiali. Chi vi obbliga a lasciare le terre e i costumi che amate per risiedere a Parigi, a Bruxelles o a Londra? Ciò che risulta incomprensibile, sulla base di una logica elementare, è questo: perché rinunciare ai vostri paradisi per piombare nei nostri inferni? Non vi piacciono i nostri stili esistenziali?

Rifiutateli pure. Ma non siete autorizzati a fare secco chi, viceversa, li ha adottati, più o meno felicemente. Con tutta la buona volontà, non afferriamo il senso delle carneficine di cui siete responsabili.Non osiamo maltrattare Nencini e Sofri solo perché non digeriscono in toto i discorsi di Oriana Fallaci. Aspettiamo per farlo di aver letto i loro interventi. Ma entrambi ci consentano di segnalarne la intempestività, che fa quasi ridere, visto che le loro opere escono nei giorni in cui a Bruxelles si raccolgono le prove che la defunta signora era nel giusto allorché di scagliava contro i tagliatori di teste e gli stragisti ubbidienti al Corano.

Oriana era dotata di una intelligenza che i suoi detrattori non hanno, di un intuito prodigioso. Di quanto ha divulgato non c'è da cambiare una virgola. Lei ne sapeva più di coloro che intendono integrare chi non vuole essere integrato, perché persuaso di essere comandato da dio, e che aspirano a un multiculturalismo contrastante con l'integrazione stessa. Comunque, per quel che ci riguarda, prediligiamo avere torto con la Fallaci che non avere ragione con chi confonde la realtà con i propri sogni ingenui.

Abbandonato per strada, il cagnolino triste abbraccia un peluche

La Stampa
giulia merlo



Non ha casa né padrone e vive per strada. Unico conforto, un piccolo amico di peluche, a cui dorme accanto. Questo cagnolino abbandonato è costretto a sopravvivere così giorno per giorno nelle strade di Houston, in Texas.

La fotografia è stata scattata alcuni mesi fa da una fotografa dilettante e ha ben presto raggiunto quasi le 1500 condivisioni su Facebook. La donna ha raccontato di essersi quasi scordata dello scatto, ma di avere poi deciso di condividerlo sui Social Network, per sensibilizzare i suoi amici sul problema dell’abbandono di animali domestici.

«Quando ho visto questo cane, praticamente abbracciato al suo peluche, la mia prima reazione è stata di grande tenerezza. Poi la realtà ha preso il sopravvento e ho capito che la mia fotografia rappresentava un cane randagio, il cui unico conforto era un pupazzo vecchio e gettato via dal proprietario. Proprio come quel pupazzo, quanti sono i cani che vengono abbandonati per strada quando i padroni si stancano di averli con loro?», ha scritto la fotografa, a commento dell’immagine.
Ad oggi, questo cagnolino non è stato né adottato né riconosciuto dai volontari di Houston come uno degli animali che hanno trovato rifugio presso le loro strutture. 

L’Fbi ricorre a Cellebrite per sbloccare l’iPhone di San Bernardino

La Stampa
andrea nepori

Ad aiutare i federali a recuperare i dati dall’iPhone di Syed Farook è la stessa azienda israeliana che ha permesso al Tribunale di Milano di decrittare il telefono di Alexander Boettcher



Dopo il rinvio della prima udienza sul caso dell’iPhone di San Bernardino richiesto dall’FBI, emergono i primi dati sulle procedure che il Bureau sta mettendo in campo per sbloccare l’iPhone del terrorista Syed Farook senza l’aiuto di Apple. 

I federali stanno collaborando con Cellebrite, azienda israeliana che opera in due settori: da una parte la gestione commerciale dei dispositivi mobili aziendali, dall’altra l’analisi forense degli smartphone e l’estrazione dati. Dal 2007 la società è una controllata della giapponese Sun Corporation. Ha sede a Petah Tikva (Israele), dove è stata fondata nel 1999, e filiali a Monaco, Parigi, Londra, Singapore, San Paolo e ancora in Cina, Canada e negli U.S.A., in New Jersey.

COME A MILANO
Proprio alla filiale di Monaco di Cellebrite si è rivolto anche il Tribunale di Milano per ottenere lo sblocco dell’iPhone 5 di Alexander Boettcher, il broker imputato per le aggressioni con l’acido ai danni degli ex della sua amante, Martina Levato. Ne avevamo parlato poche settimane fa, proprio per segnalare come fossero disponibili sul mercato soluzioni di sblocco dei telefoni Apple che non prevedono l’intervento di Cupertino. In quel caso l’operazione era stata più semplice, perché sull’iPhone di Boettcher girava ancora iOS 8.0.

«Il servizio che Cellebrite mette a disposizione pubblicamente funziona solo fino ad iOS 8.4 e per tutti i dispositivi con processore a 32 bit, e quindi nello specifico per gli iPhone 4s, 5 e 5C», spiega a La Stampa Mattia Epifani, consulente di informatica forense e perito del Tribunale di Milano nel caso Boettcher. «Il telefono di Farook è un 5C; è probabile che Cellebrite abbia trovato il modo di sfruttare una vulnerabilità simile anche su iOS 9. Se così fosse, Apple in futuro potrebbe avere serie difficoltà a proteggere questi dispositivi, ma non c’è alcuna conferma ufficiale. La tecnica utilizzata potrebbe anche essere un’altra.»

TECNICHE ALTERNATIVE
Una delle tante suggerite dagli esperti in queste settimane, magari, come la clonazione della memoria NAND in cui è registrata la chiave numerica del telefono con un sistema che permetterebbe di violare il codice di accesso senza innescare il blocco totale dell’iPhone dopo il decimo inserimento errato. Tutti metodi che l’azienda israeliana può testare e verificare grazie a strumentazioni dedicate, conoscenze tecniche e lunga esperienza nel settore.

Secondo quanto si legge sul sito di Sun Corporation, la Cellebrite produce e vende un dispositivo chiamato UFED (Universal Forensic Extraction Device): «Ci sono più di 20.000 unità UFED a disposizione delle forze dell’ordine e delle agenzie di sicurezza in 60 paesi».L’FBI ha già usato i servizi e gli UFED di Cellebrite molte volte in passato.

Un documento datato proprio 21 marzo emerso grazie alla segnalazione dell’utente Twitter @zenalbatros certifica il rinnovo di un contratto da circa 15.000 dollari fra il Dipartimento di Giustizia e la filiale statunitense dell’azienda. La coincidenza di date potrebbe essere solo un caso, poiché il contratto è relativo alla contea di Cook, in Illinois, e non alla circoscrizione di San Bernardino. Una rapida ricerca nel database centralizzato che raccoglie tutti gli appalti federali statunitensi, in ogni caso, mostra centinaia di collaborazioni fra il Bureau e Cellebrite, avvenute nel corso degli ultimi anni.

A CACCIA DEL PRECEDENTE
Il fatto che l’FBI non abbia deciso di rivolgersi a un fornitore conosciuto ed esperto prima di costringere Apple a una collaborazione forzata è l’ulteriore conferma di quanto sostenuto fin da subito gli esperti di sicurezza: l’inviolabilità del telefono, in questo caso, c’entra poco. L’FBI aveva bisogno di un precedente legale da sfruttare in futuro e lo voleva trovare grazie un caso ad alto coinvolgimento emotivo. Un gioco pericoloso, che si è ritorto contro il Bureau e che ha costretto i federali ad un improvviso dietrofront legale

«Prima di alzare un polverone così grande avrebbero potuto consultare in modo approfondito sia società private (Cellebrite per prima, dato che aveva già una soluzione valida fino ad iOS 8.4)», dice Epifani, «sia la NSA, che sicuramente dispone di risorse umane ed economiche che le permettono di accedere a vulnerabilità Zero-Day [ancora sconosciute al produttore, n.d.a.] per le diverse versioni di iOS».L’FBI aggiornerà la corte con i risultati dei primi test nelle prossime due settimane, ed entro il 5 aprile sarà in grado di confermare ufficialmente se l’aiuto di Apple nel caso di San Bernardino non è più richiesto. 

Lo spapà

La Stampa
massimo gramellini

Almeno oggi, festa del papà, avremmo volentieri ignorato quello di Manuel Foffo, uno dei due sfaccendati che a Roma torturarono a morte Luca Varani. Purtroppo è il signor Foffo che non smette di reclamare la nostra attenzione. Lo ha fatto fin dal giorno successivo alla strage. Quando, anziché concedersi un minuto e magari un anno di silenzio in memoria della vittima, si presentò a «Porta a Porta». E non per chiedere scusa, ma per farci sapere che suo figlio era un ragazzo meraviglioso, solo «eccessivamente buono». Come quegli attori che nelle interviste dicono: «Il mio peggior difetto? Sono troppo sincero».

Sennonché il «ragazzo meraviglioso» ha offuscato il quadretto di solidarietà familiare, confessando ai giudici di avere accumulato tanta di quella rabbia contro il padre da desiderare di ucciderlo. Eppure, che suo figlio lo detesti al punto da auspicarne la morte, al signor Foffo deve sembrare una quisquilia. Lui, e lo ha precisato ancora ieri al «Messaggero», di una cosa sola è preoccupato. «A noi Foffo non ci piacciono i gay, ma le donne vere.

E mio figlio non è da meno». Che abbia seviziato un povero cristo scelto a caso sull’agenda del telefonino, passi. Che volesse fare secco anche lui, pazienza. Però guai a insinuare che si diverta a fornicare con altri maschi: se proprio è successo, sicuramente vi è stato costretto. L’onore della famiglia, prima di tutto. Perché nell’Italia del 2016 assassino e mostro sono marchi di infamia sopportabili, ma «frocio» no.

Kamikaze

La Stampa
jena@lastampa.it

Direbbe oggi Marx che la religione è il tritolo dei popoli.

Svolta storica, gli eredi Rockefeller abbandonano il petrolio che li ha fatti ricchi

La Stampa
luigi grassia

“I combustibili fossi non hanno futuro”. Ma il consumo nel mondo continua a crescere



È la storia che volta pagina: la dinastia Rockefeller, nata dallo sfruttamento del petrolio, danno l’addio all’oro nero che li ha resi ricchi e a tutti gli altri combustibili fossili. Un fondo d’investimento gestito dai discendenti del magnate del petrolio John D. Rockefeller ha annunciato l’intenzione di uscire completamente dal settore del petrolio, del metano e del carbone.

Il fondo ha anche criticato il colosso energetico statunitense ExxonMobil per «condotta moralmente riprovevole». La compagnia petrolifera è oggetto di indagine da parte del procuratore generale di New York per il sospetto che abbia mentito al pubblico e agli investitori, manipolando i risultati degli studi sugli effetti dei cambiamenti climatici. La Exxon Mobil è la maggiore fra le società petrolifere nate dalla Standard Oil creata da John D. Rockefeller.

La decisione del fondo segue una mossa analoga da parte del più grande Rockefeller Brothers Fund, che ha annunciato nel mese di settembre 2014 che si sarebbe gradualmente allontanato dagli investimenti nel settore. «Mentre la comunità internazionale lavora per eliminare l’uso di combustibili fossili, non ha molto senso - finanziariamente o eticamente - continuare a tenere gli investimenti in queste aziende», ha spiegato il fondo in un comunicato stampa.

Il capostipite John D. Rockefeller è stato co-fondatore della Standard Oil nel 1870, che crebbe fino a diventare quasi monopolista dell’estrazione e della raffinazione del petrolio negli Stati Uniti. Il semi-monopolio andò incontro nel 1911 a una sentenza anti-trust della la Corte Suprema degli Stati Uniti a seguito della quale il gruppo si divise in 34 compagnie separate. Ma poi ci furono nuovi accorpamenti . L’attuale Exxon Mobil è erede della Standard of New Jersey (poi ribattezzata Esso, e successivamente Exxon) e della Standard of New York (poi ribattezzata Mobil).

Quanto al presunto tramonto dei combustibili fossili, molti analisti sostengono che sia inevitabile, e questo è di certo vero nel lunghissimo termine, ma per quanto riguarda il presente va notato che il consumo di petrolio nel mondo continua a crescere, anno dopo anno, e anche nel 2016 aumenterà e anche a un ritmo sostenuto, circa un milione di barili al giorno. La debolezza attuale del prezzo del barile si deve al fatto che in anni recenti la produzione è cresciuta ancora più della domanda, soprattutto grazie allo “shale oil” americano, ma non c’è mai stato un calo dei consumi.

Quando i pirati del Mediterraneo si arricchivano con gli schiavi

La Stampa
laura anello

Musulmani e cristiani a caccia di uomini tra ’500 e ’700, prime vittime i siciliani. Un’attività lecita e soggetta a imposte



«Vui mi pare che aviti poco cura a li fatti mei, che haio mandato multi literi, e mai non fu inpissibuli reciviri da voi uno signo di litera». Non è un Camilleri arcaico, ma la lettera di uno schiavo siciliano che accusa la sorella di non rispondere ai suoi messaggi e la implora di darsi da fare per riscattarlo. È il 15 aprile 1596 e Giuseppe Sanciza, così lui si chiama, è uno degli sventurati cristiani rapiti dai corsari musulmani e trascinati in catene a Tunisi, a Biserta, ad Algeri.

Tanti, tantissimi. Oltre un milione, secondo lo storico americano Robert C. Davis. Uomini donne e bambini, razziati in mare o in terra tra i primi decenni del 1500 e la fine del 1700. I numeri sono scivolosi. Ma di sicuro c’è che il fenomeno della schiavitù e della pirateria nel Mediterraneo, legato alla guerra tra mondo cristiano e islam, sta emergendo soltanto adesso in tutta la sua imponenza, in tempi di nuova jihad e di nuove crociate, a smentire «la leggenda aurea della sua insignificanza numerica rispetto alla schiavitù atlantica», per dirla con Giovanna Fiume, docente di Storia moderna all’Università di Palermo. 

Un mestiere autorizzato
Andare per mare a caccia di uomini, in tutto il mondo cristiano, per tre secoli, non è un’attività illecita, ma un mestiere autorizzato dai governi (che avevano il diritto a un quarto del bottino), soggetto a imposte doganali, sancito con un atto dal notaio che ratificava la costituzione delle «società per andare in corsa». I corsari erano quelli in regola, i pirati gli abusivi, predoni senza patente.
 
Venduti sulle piazze dei mercati, spesso maltrattati e denutriti, gli schiavi siciliani scrivono alle famiglie implorando di pagare il riscatto: le loro lettere sono una straordinaria carrellata di testimonianze custodita negli archivi dell’Arciconfraternita per la Redenzione dei Captivi (cioè per il riscatto dei prigionieri), l’istituzione che si occupa di riportare a casa gli schiavi raccogliendo denaro tramite elemosine e donazioni, in un tourbillon di scambi finanziari che ingrassa mercanti, banchieri, intermediari.

«Ora è tempo di mostrare il vostro vero amore et quanto mi amate come io amo vui», scrive il 6 dicembre 1597 alla moglie il palermitano Cristoforo Lodi, catturato dai corsari tunisini a Ustica nel traghetto proveniente da Napoli, «non lasciate cosa a vendere ne che fare con parenti e amici». E aggiunge, a convincerla: «La morte è fine di tutto, ma perdenza di roba con il tempo si travaglia et si torna a casa». Lavorando, i soldi si guadagnano di nuovo.

Dopo Lepanto
I siciliani, abitanti dell’ultimo lembo di cristianità, vengono predati da navi «barbaresche», gli islamici da imbarcazioni cristiane, con assoluta reciprocità: una pratica che dietro la cortina dello scontro di civiltà e di religioni diventa business, affare privato, soprattutto dopo la tregua seguita a Lepanto, la madre di tutte le battaglie che nel 1571 - con la vittoria della Lega Santa - traccia nuovi equilibri politici, pone fine alla guerra aperta ma apre la strada a un più sottile, quotidiano ed endemico conflitto. Fa venire i brividi attualizzare quel che successe allora, quando la crisi degli imperi e la fine del conflitto frontale, riconoscibile, ortodosso, aprì la strada alla guerriglia per mare e ai cani sciolti.

Fa venire i brividi trasporre quella storia all’oggi, alla disgregazione della Libia e della Siria, ai fragili governi che sono arrivati dopo le primavere arabe, al terrorismo fondamentalista. Nel Cinquecento lo specchio di mare tra il Nord Africa e la Sicilia pullula di cacciatori e di prede: razziano i cristiani con patente e i cristiani abusivi, razziano gli islamici in regola e no, razziano gli schiavi musulmani autorizzati dal padrone a esercitare l’attività per pagarsi il riscatto e conquistare la libertà, razziano gli schiavi liberati che hanno appreso il know-how dell’andar per mare, tutti contro tutti, in un arraffa-arraffa di uomini e cose che incrocia destini e fortune.

Una proposta di scambio
C’è chi, dalla sua terra di schiavitù, si preoccupa che i familiari non subiscano la stessa sorte («Direti a mio niputi Filippo che apra li occhi quando va per lo mare e supra tutto si guardi di non andare a la larga», scrive il 9 agosto 1598 da Tunisi Salvo Garofano alla moglie) e pure chi più concretamente suggerisce soluzioni per uscire dall’impaccio, come organizzare uno scambio con un prigioniero musulmano: «Si potessiti comprare un turco e mandarlo di qua», scrive il 4 maggio 1592 Nocentio da Messina alla madre e al fratello. Già, se poteste.

Garibaldini, nazisti e fantasmi: la storia vive nelle stanze di casa Giacometti

La Stampa
andrea cionci

Durante il Risorgimento fu un caposaldo dei patrioti italiani, quasi un secolo dopo il rifugio per famiglie ebree in fuga dalle SS. Oggi è abbandonata: un libro ricostruisce le vicende della palazzina sul Gianicolo, oggi disabitata



Insieme alla famosa villa del Vascello, al Gianicolo, casa Giacometti è l’unica superstite dei furiosi combattimenti che ebbero luogo tra italiani e francesi, nel giugno 1849, e che terminarono con la caduta della Repubblica Romana. Tuttavia, pressoché sconosciuti sono i fatti eroici - e inquietanti - che vi si svolsero nell’arco di un secolo. Durante il Risorgimento, il sangue dei patrioti italiani intrise i pavimenti della casa, e, sotto l’Occupazione nazista, i coraggiosi proprietari nascosero nelle cantine intere famiglie ebree. Nel dopoguerra, poi, vi si praticarono movimentate sedute spiritiche i cui racconti scoraggiarono chiunque dal volervi abitare, tanto che, che fin dalla fine degli anni ’50, gli appartamenti sono rimasti completamente abbandonati.

Il libro di Giovanni Adducci
Per la prima volta, il volume “Un garibaldino a Casa Giacometti”, edito da Palombi, ricostruisce la storia di questo edificio situato accanto a Porta San Pancrazio. L’autore è Giovanni Adducci, ingegnere aeronautico e appassionato storico, diretto discendente della famiglia che gestisce l’osteria Lo Scarpone, che, fin dal 1816, è parte integrante di Casa Giacometti. Il cugino dell’autore, Antonello Soccorsi, attuale proprietario del ristorante, ci ha aperto l’accesso alla casa mostrandoci quelle stesse scale, dai gradini consunti e malmessi, che furono percorse dai Garibaldini e dai Bersaglieri.


Casa Giacometti in una stampa conservata al museo del Risorgimento

Avamposto garibaldino
Nel giugno 1849, per ordine di Garibaldi, Casa Giacometti era divenuta, infatti, un avamposto di enorme importanza strategica per la difesa di Roma. Una stampa conservata presso il Museo del Risorgimento, che descrive i furiosi combattimenti di quei giorni, mostra il casale con due significativi sbuffi di fumo che fuoriescono dalle sue finestre. Da queste, infatti, gli Italiani tiravano continuamente contro i francesi del generale Oudinot asserragliati nel Casino dei Quattro Venti, in Villa Pamphili. Casa Giacometti non era, tuttavia, un riparo efficace perché le pallottole nemiche, penetrando dalle finestre, rimbalzavano sulle pareti interne facendo strage di soldati.
«Ci ritrovammo in un girone dantesco»

Un giovane bersagliere anonimo così descriveva, in una lettera al fratello, la scena che gli si parò innanzi: «Ci ritrovammo in una sorta di girone dantesco. Tutto il piano terreno era disseminato di feriti, tra i quali si aggiravano senza posa il chirurgo e il cappellano Gusmaroli. Nelle stanze più esposte, vidi larghe chiazze di sangue sul pavimento e sulle pareti. Gli angoli opposi al nemico erano ingombri di cadaveri e di moribondi. […] Non un moto di scoramento vidi nei soldati che, con me, bersagliavano il nemico dalle finestre di Casa Giacometti e nessuno di loro voleva considerare chiusa la partita».

Il blitz dei francesi respinto
Il casale costituiva per i francesi una vera spina nel fianco, tanto che nella notte fra il 20 e il 21 luglio, gli stessi tentarono un’incursione. Ecco come Garibaldi riporta l’episodio, in una lettera ad Anita: «Questa notte, 30 dei nostri, del Reggimento Unione, sorpresi in una casetta fuori le mura (C. Giacometti) da 150 Galli-frati, se l’hanno fatta a baionettate. Hanno ammazzato il capitano, 3 soldati, 4 prigionieri ed un mucchio di feriti. Noi, un sergente morto e un milite ferito». Durante un altro attacco, il 22enne patriota Enrico Dandolo, gravemente ferito, venne trasportato nella stalla di questo casale, dove spirò fra le braccia di Emilio Morosini e Luciano Manara.


Il libro di Adducci

La dannazione dell’oblio
Dopo aver ricevuto in dono il libro dall’autore, donna Costanza Ravizza Garibaldi, discendente dell’Eroe dei Due Mondi, ha lanciato un appello al Comune di Roma: «E’ un peccato che nonostante la sua storia, neanche una targa ricordi gli eventi che si svolsero in Casa Giacometti». L’oblìo ha sempre perseguitato questo edificio che, nel 1931, rischiò perfino di essere demolito per i lavori di ampliamento di Via di San Pancrazio. Si salvò solo grazie alle proteste del Sodalizio garibaldino. 
Erano gli stessi anni in cui, presso Lo Scarpone andavano a gustare il pollo ai peperoni e le altre specialità romanesche, Trilussa e Mussolini, con Claretta Petacci. 

Il colonnello Dollmann
Durante l’Occupazione, un vero habitué divenne il colonnello delle SS Eugen Dollmann, interprete personale di Hitler, amico di Himmler e collaboratore di Kappler. Uomo di mondo ben inserito nell’alta società romana, profondo conoscitore della cultura italiana (nel dopoguerra sarà anche il traduttore in tedesco de La dolce vita di Fellini) la sua figura è rimasta controversa. Accusato da alcuni storici di aver avuto dirette responsabilità nelle deportazioni del ghetto di Roma, secondo altri autori - tra questi Paolo Mieli - rimase estraneo a quei fatti e, anzi, si adoperò perché si evitassero il più possibile atti di forza cruenti in rappresaglia all’attentato partigiano di Via Rasella. 


L’areatore attraverso il quale gli Adducci passavano i viveri agli ebrei nascosti

Gli ebrei nascosti nella sala dei cuori
Comunque sia, mentre l’ufficiale nazista sedeva a tavola, sotto il pavimento dell’osteria trattenevano il fiato intere famiglie ebree cui la famiglia Adducci aveva dato rifugio e che sostentava passando loro i viveri da un aeratore ancor oggi visibile. Sotto Casa Giacometti, infatti, si snodano le gallerie di un ipogeo catacombale; una sala sotterranea, è ancor oggi detta «dei cuori» perché gli ebrei rifugiatisi vi disegnarono molti piccoli cuori rossi, forse in segno di gratitudine verso i loro salvatori. 

La collaborazionista
Ospite temibile dell’osteria era anche Celeste Di Porto, detta la pantera nera, la bella collaborazionista ebrea che, animata dall’odio verso i suoi correligionari, li vendeva ai nazisti. Per ogni ebreo consegnato, il Reich pagava, infatti, cinquemila lire, quasi lo stipendio annuale di un operaio. Finita la guerra, Casa Giacometti continuò per qualche anno ad essere abitata dai fattori. Nella famiglia Adducci, nutrivano una vera passione per le sedute medianiche, durante le quali si avvalevano anche di una medium. A quanto pare, a causa dei fenomeni che continuavano a prodursi ben oltre le sedute, la casa è rimasta disabitata da più di 70 anni. Recentemente, perfino un gruppo di parapsicologi piuttosto noti, i Ghost Hunters Roma, vi ha fatto un sopralluogo dieci giorni fa, preliminare a un indagine più approfondita.


Uno scarpone militare abbandonato nella casa

Scarponi abbandonati
Noi vi abbiamo trovato solo polvere, mobili sfondati e alcuni scarponi chiodati incartapecoriti, forse dell’esercito tedesco. Tuttavia, l’atmosfera della casa è davvero suggestiva e carica di una strana tensione. Inevitabile pensare, con commozione, a tutti i soldati che in quelle stanze diedero la vita per fare l’Italia, poveri caduti ai quali Giovanni Adducci ha voluto dedicare il suo libro.