martedì 29 marzo 2016

Vietati cross o tiri al volo, a Finale Ligure si può giocare a calcio soltanto rasoterra

La Stampa



La polizia municipale di Finale Ligure, nel Savonese, come Guardiola e Montella: d’ora in poi i ragazzini che vogliono giocare a pallone in piazza o fanno il “tiki taka” (stile di gioco del calcio caratterizzato da ragnatele di passaggi rasoterra, tipico del Barcellona, ndr) oppure devono rinunciare. 

Mai più passaggi aerei, palombelle e sombreri: si calcia solo rasoterra. La decisione è stata pubblicata su un cartello esposto nelle principali piazze della cittadina. E attenzione a chi sgarra, scattano sonore ramanzine e multe: da un minimo di 75 a un massimo di 500 euro. Le corse con i pattini a rotelle? Dimenticate pure quelle, questione di sicurezza. La decisione, e la foto del cartello, sono diventate subito virali sui social network.

Facebook disobbedisce al pm che ordina di oscurare un account

La Stampa
franco giubilei

Protesta anche il ministro Alfano: “No all’impunità dei social network”



Al decreto del magistrato di Reggio Emilia, che intimava a Facebook di oscurare due pagine perché contenevano minacce di stampo islamista a una giornalista, il social network più seguito del mondo ha risposto con un no secco: «rejected», respinto, senza spiegare il motivo.

Ora i giudici valuteranno se presentare una rogatoria internazionale o se rafforzare la richiesta di chiusura dei profili con la specifica del pericolo di terrorismo. E dire che i reati contestati, di cui Facebook si è fatto veicolo ospitando i profili “Musulmani d’Italia” e “Islam Italia”, non sono leggerissimi: si parla di minacce aggravate e diffamazione per una serie di frasi rivolte contro Benedetta Salsi, redattrice del Resto del Carlino di Reggio, “colpevole” di aver raccontato sul suo giornale la storia di Luca Aleotti.

Trentatreenne disoccupato, di padre italiano e madre maghrebina, era stato indagato per terrorismo dalla procura di Bologna per alcune frasi pubblicate su internet dopo gli attentati di Parigi, come “non esiste nessun Islam laico o moderato, esiste solo la sottomissione ad Allah”, sotto lo pseudonimo Saif-Allah, cioè spada di Dio. Ad Aleotti (seguito dai servizi sanitari), è stata poi applicata una misura di sorveglianza speciale per atti di stalking inflitti alla sua ex compagna e per aver aggredito un agente.

Così, oltre all’obbligo di firma e di dimora in città e al ritiro del passaporto, non può uscire di casa la sera, né frequentare bar o locali affollati. In sostanza gli è vietato di fare vita sociale, ma solo nell’accezione tradizionale del termine, perché sul social per antonomasia, può continuare a comunicare quel che vuole con chi gli pare, oltre a raccogliere “mi piace” sulla sua pagina, che negli ultimi giorni hanno superato quota 11mila. 

La giornalista commenta il rifiuto di Facebook: «E’ più tutelata la libertà di espressione di Aleotti della mia dignità personale». Benedetta Salsi ripercorre le tappe della vicenda: «La mattina della pubblicazione del mio articolo, sulla pagina Musulmani d’Italia compare un post. C’è la mia fotografia rubata da Twitter e un testo con il mio nome, cognome, età, luogo in cui lavoro. Sono indicata come “islamofoba”, poi pesanti calunnie e invenzioni riguardanti la mia sfera personale e intima, allusioni sessiste e volgarità». Al termine del messaggio, la minaccia: «Per lo statuto giuridico islamico questi atti sono punibili severamente».

Ne sono seguite la querela alla Digos e l’apertura di un fascicolo da parte della pm Maria Rita Pantani per minacce aggravate e diffamazione attraverso mezzi di comunicazione di massa. Poi la richiesta della magistratura al colosso californiano di prendere provvedimenti, e il no del social fondato da Zuckerberg. Il capo della procura di Reggio, Giorgio Grandinetti, annuncia contromisure: «Non saremo acquiescenti al diniego di Facebook - ha detto a al Resto del Carlino -. Faremo il possibile per arrivare a un risultato». Non sarà semplice e il magistrato non lo nasconde: «Bisogna fare provvedimenti che non possano essere liquidati dai gestori di Facebook con un “no, io non aderisco”».

Potrebbe essere formulata una rogatoria internazionale, o si potrebbe insistere sulla pericolosità per terrorismo, ma il procuratore non si sbilancia. Anche il ministro Alfano è intervenuto: «Gli spazi social non possono trasformarsi in una zona franca, perché si rischierebbe di garantire non più la libertà, ma l’impunità».

Diventò un killer del Mossad» Skorzeny e la missione anti scienziati

Corriere della sera

di Paolo Salom

Otto Skorzeny, il pupillo di Hitler, l’uomo che liberò Mussolini dal Gran Sasso nel 1943, dopo la guerra aiutò gli israeliani a trovare ed eliminare gli esperti tedeschi che lavoravano al programma missilistico egiziano: uccidendo anche in prima persona


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«Abbiamo stretto un patto con il diavolo». Questo il pensiero degli agenti del Mossad che nei primi mesi del 1962 riuscirono a «persuadere» Otto Skorzeny — l’ex ufficiale delle SS che liberò Mussolini dal Gran Sasso — a diventare non solo un preziosissimo informatore per il servizio di intelligence del neonato Stato ebraico ma, addirittura, un killer capace di eliminare gli scienziati tedeschi che allora si erano messi al servizio del Paese considerato il nemico numero uno di Israele: l’Egitto.

I particolari di come sia avvenuto un simile incontro — una spy story degna di Hollywood — sono raccontati dall’americano The Jewish Forward e dall’israeliano Haaretz. Non è la prima volta che l’episodio viene alla luce. Tanto che persino Benny Morris lo ha citato nel suo saggio «Mossad» (Rizzoli, 2003), ma senza riuscire a rivelare il ruolo di assassino di Skorzeny che gli autori del lungo e dettagliato articolo, Dan Raviv e Yossi Melman, hanno potuto riscontrare grazie alle loro fonti nel segretissimo «Istituto».
L’antefatto
Otto Skorzeny, allora 35enne capitano delle SS, nell’estate del 1943 fu incaricato personalmente da Hitler, di cui sarebbe diventato un pupillo, di liberare il Duce, imprigionato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, per ordine di Badoglio. L’operazione Quercia ebbe luogo il 12 settembre: l’ufficiale nazista scese con una formazione di alianti sull’altipiano. Con lui cento paracadutisti che non trovarono reazione tra gli italiani. Mussolini era libero, pronto a iniziare la tragica epopea della Repubblica sociale; Skorzeny, da quel momento, un eroe e non più capitano: ma tenente colonnello. Le vicende della guerra lo portarono ovunque in Europa. Fu poi processato dagli americani ma riuscì a fuggire, aiutato da complici, e a rifugiarsi in Spagna.
La missione
La nuova storia comincia da una notizia di cronaca. L’11 settembre 1962, Heinz Krug, scienziato tedesco che durante la guerra aveva lavorato al programma missilistico nazista nella base di Peenemünde — dove erano stato sviluppate le temibili V-1 e V-2 — sparisce senza lasciare traccia. Un giornale israeliano spiega — ma è un depistaggio — che Krug è stato rapito dagli egiziani per «impedirgli contatti con Israele». La verità, emerge ora, è ben diversa.Krug era stato sì rapito. Ma non dagli egiziani: è Skorzeny l’uomo chiave di questa vicenda.

Scortato da tre «guardie del corpo» (in realtà agenti del Mossad tra i quali un giovane Yitzhak Shamir, futuro premier di Israele, e un altro, Zvi «Peter» Malkin, membro della squadra che catturò Eichmann in Argentina), Skorzeny porta Krug in una foresta e lo uccide senza esitare un secondo. Lo scienziato, dopo aver rifiutato un’offerta di Werner Von Braun che lo aveva invitato a lavorare per gli americani, si era messo al servizio del programma missilistico egiziano e per questo, insieme ad altri ex nazisti che continuavano così la «guerra contro gli ebrei», era diventato un pericolo esistenziale per lo Stato ebraico.
Guerra mondiale
La soluzione, per un’intuizione dell’allora capo del Mossad, Isser Harel, era arrivata proprio grazie all’arruolamento di Skorzeny, che in realtà era anch’egli in procinto di essere eliminato per il suo ruolo durante la Seconda guerra mondiale. Non tanto per aver liberato Mussolini (peraltro senza colpo ferire) quanto perché, come pupillo di Hitler, vero «eroe nazista», aveva preso parte alle maggiori operazioni in Europa e anche se passò la vita a negarlo, non poteva non aver partecipato alla distruzione degli ebrei d’Europa. Skorzeny era stato dunque avvicinato nel suo buen retiro di Madrid al principio del 1962 da Yosef «Joe» Raanan, il «terzo uomo» del gruppo. Con uno stratagemma, inviò una squadra – una giovane coppia – per sedurre l’ex ufficiale e la sua consorte e indurlo a collaborare con Israele.
Colpo di scena
A momenti l’operazione era fallita: Skorzeny, lui stesso un abile contraffattore, aveva capito che i due giovani di fronte a lui, seduti e quasi ubriachi nel salotto della sua sontuosa villa, erano spie israeliane. «Siete venuti per uccidermi — gridò Skorzeny, il viso ancora affascinante solcato da una vecchia cicatrice, un revolver spianato e pronto a sparare —. Ma vi ho scoperto: siete del Mossad». La risposta, tranquilla e incisiva, in pochi minuti raddrizzò la situazione:

«È vero, siamo del Mossad — confessò l’uomo, la cui identità è ancora coperta da segreto — ma non siamo venuti per ucciderti, se avessimo voluto farlo, saresti morto da settimane». Poi l’incredibile offerta: lavorare per Israele e aiutare lo Stato ebraico nella lotta per la sua sopravvivenza. Skorzeny godeva di una fama intatta nei circoli degli ex nazisti. Poteva avvicinare chiunque tra i molti scienziati che allora si erano messi (per soldi e non solo) a disposizione degli egiziani desiderosi di sviluppare un programma missilistico capace di regalare al Cairo la supremazia strategica sull’odiato vicino.
La decisione
Il punto era: perché mai Skorzeny avrebbe dovuto mettersi al servizio degli israeliani? Non per avidità: «Sono abbastanza ricco, non ho bisogno di altro denaro», chiarì subito. Ma un accordo poteva essere trovato: «Voglio che Simon Wiesenthal tolga il mio nome dalla sua maledetta lista!». Skorzeny temeva di fare la fine di Eichmann. E sapeva che nessuno Stato poteva metterlo al sicuro dalla vendetta degli ebrei. Dunque accettò l’offerta e da qual momento fu uno dei più validi collaboratori dei servizi segreti israeliani. Si recò più volte in Egitto, portando indietro la lista di tutti i principali scienziati (tedeschi) all’opera per costruire il missile capace di colpire Israele. Addirittura, in un caso inviò lui stesso un pacco bomba che uccise cinque egiziani in una base segreta dove lavoravano gli ex nazisti. E poi, l’opera in prima persona: il rapimento e l’omicidio (mai risolto dalla polizia di Monaco di Baviera) di Kurt Heinz.
Falsa identità
Un giorno, Otto Skorzeny fu persino invitato, sotto falsa identità, in Israele e i suoi ospiti, dopo averlo presentato al direttore del Mossad, Harel, lo portarono in visita allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Skorzeny durante tutta la visita fu silenzioso e mostrò rispetto. Ma fu riconosciuto da un ex deportato: «È un nazista!». Uno degli accompagnatori, rispose tranquillo: «Si sbaglia, è un mio parente: anche lui ha sofferto durante la Shoah». Il lavoro — molto fruttuoso — continuò per anni.

Nessuno ha mai capito fino in fondo perché lui abbia accettato: sensi di colpa? Paura di essere ucciso? Il Mossad, dal canto suo, proseguì l’opera di intimidazione ed eliminazione dei nemici dello Stato ebraico: come gli organizzatori dell’attentato a Monaco 1972. Con ogni mezzo. Anche stringendo, se necessario, patti con il diavolo. O falsificando le carte: Wiesenthal non accettò mai di cancellare dalla sua lista il nome di Skorzeny. Così all’ex ufficiale fu consegnata una lettera realizzata a Tel Aviv con la firma (riprodotta) del cacciatore di nazisti: tanto bastò a donargli sonni tranquilli.

28 marzo 2016 (modifica il 28 marzo 2016 | 23:19)

La crescita infelice

La Stampa
massimo gramellini

Per Marcel Fratzscher, un economista tedesco non allineato al pensiero unico, quando una minoranza di persone si arricchisce ai danni di tutte le altre, il prodotto interno lordo dell’intero Paese peggiora. A prima vista sembra una banalità: se pochi ricchi rastrellano il rastrellabile e la maggioranza dei consumatori ha sempre meno soldi in tasca e tantissima paura di spenderli, chi può ancora permettersi di comprare frigoriferi, maglioni e telefonini, alimentando la fantomatica Crescita? Invece gli economisti tedeschi di sistema si sono scagliati contro il tapino, sostenendo che i suoi dati (peraltro desunti dall’Ocse, non da Disneyland) sono sbagliati e le sue conclusioni abborracciate.

Perché è vero che anche in Germania i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri, ed è verissimo che il risanamento dei conti pubblici lo hanno pagato il ceto medio immiserito e i giovani disoccupati o sottopagati. Ma lungi dal mortificarla, l’aumento della disuguaglianza e dell’infelicità collettiva ha fatto bene alla signorina Crescita. Infatti il reddito pro capite è in salita, seppure a scapito di tre tedeschi su quattro, che come nella storia dei polli di Trilussa si ritrovano abbondantemente sotto la media.

Mi guardo bene dall’entrare in queste dispute tra scienziati. Ma se anche i rivali di Fratzscher avessero ragione, un sistema economico che cresce sulla pelle di tre quarti della popolazione e trova degli economisti disposti a menarne vanto senza proporre uno straccio di alternativa, sancisce il passaggio definitivo dal capitalismo al sadomasochismo.

L’Fbi sblocca l’iPhone di San Bernardino senza l’aiuto di Apple

La Stampa

Ciò consente al Dipartimento della Giustizia Usa di non procedere con una azione legale nei confronti della società



L’Fbi conferma di avere trovato un modo di “entrare” nel cellulare dell’attentatore di San Bernardino senza l’aiuto della Apple. 

Non è chiaro quale sia il metodo individuato dagli agenti federali, ma ciò consente al Dipartimento della Giustizia Usa di non procedere con una azione legale nei confronti della Apple per avere accesso alle informazioni contenute nel cellulare, considerate indispensabili per l’inchiesta. 
La casa di Cupertino si era sin dall’inizio detta contraria ad intervenire per ragioni di privacy, pronta ad affrontare una serie di processi, fino alla Corte Suprema. 

Che fine ha fatto il teschio di Shakespeare?

La Stampa
vittorio sabadin

Per un documentario di Channel 4 esaminata con il radar la tomba del Bardo: profanata probabilmente due secoli fa, sfidando la maledizione incisa sulla lapide


William Shakespeare nacque nel 1564 a Stratford-upon-Avon, dove morì il 23 aprile 1616 e dove è sepolto nella Holy Trinity Church

Sulla lapide della tomba di William Shakespeare nella Holy Trinity Church di Stratford-upon-Avon non è stato inciso il suo nome, ma un invito in versi a non toccare le ossa che quel sepolcro contiene. Un esame del loculo effettuato con un radar in grado di penetrare il terreno ha però permesso di scoprire che l’invito, pure accompagnato da una maledizione, non è stato rispettato: la tomba è stata profanata probabilmente due secoli fa, e il teschio di Shakespeare è stato rubato.

L’indagine commissionata da Channel 4, che ha mandato in onda ieri sera in Gran Bretagna un documentario sulla sepoltura del più grande poeta inglese, ha permesso di sfatare alcune leggende che si tramandano da tempo: Shakespeare non è sepolto in piedi come il suo amico e scrittore Ben Jonson all’Abbazia di Westminster; il corpo non si trova a cinque metri di profondità come si diceva, ma a 90 centimetri dalla superficie; è avvolto in un lenzuolo e non rinchiuso in una cassa. Ma dove si sarebbe dovuta trovare la testa del poeta ci sono segni di uno scavo e di terra frettolosamente rimessa a posto. È visibile anche una strana «scatola» di mattoni, della quale si ignora lo scopo. 

La voce che il teschio di Shakespeare fosse stato rubato era circolata già nel XVIII secolo, un’epoca nella quale la violazione delle tombe era molto frequente. «C’era l’abitudine - ha spiegato l’archeologo Kevin Colls, direttore del progetto - di prelevare i teschi delle persone famose per analizzarli e per scoprire le ragioni anatomiche del loro genio. Da questo punto di vista il teschio di Shakespeare era un obiettivo molto appetibile». 

Il 23 aprile si celebreranno i 400 anni dalla morte del drammaturgo, una ricorrenza così importante da avere convinto il vicario della Holy Trinity, Patrick Taylor, a concedere il permesso di esaminare con il radar la tomba. La scritta sulla lapide maledice solo chi «muoverà le mie ossa», e sembra dunque autorizzare uno scanner. «Ma non faremo altro - ha detto Taylor - e rispetteremo la richiesta di Shakespeare di non essere disturbato. Il mistero della sua tomba non sarà svelato, e non sapremo mai che cosa esattamente contiene».