sabato 2 aprile 2016

Chi è il terzo uomo di Apple (che resistette solo 12 giorni)

Corriere della sera
di Greta Sclaunich

Nel quarantesimo anniversario della nascita del mito, rispunta il nome di Ronald G. Wayne, che creò la società insieme a Jobs e Wozniak. Oggi, a 81 anni, sarebbe miliardario, ma non ha rimpianti. Anzi sì, uno solo — e non riguarda le azioni di Apple



Il mito del garage è ormai inscalfibile. Il mito della Mela Morsicata, simbolo scelto per ragioni ancora misteriose, anche. Il mito dei due fondatori, invece, no. Tanto che nel giorno del quarantesimo compleanno di Apple rispunta non solo il nome, ma anche il volto e la personalità del terzo fondatore. Si chiama Ronald G. Wayne, ha 81 anni e vive nel deserto del Nevada a un’ora di auto da Las Vegas (in alto il suo ritratto, tratto dal suo profilo Facebook).

La Bbc lo ha trovato e gli ha dedicato un lungo articolo (per leggerlo sfiora l’icona blu), che racconta chi è il «terzo uomo» che per un periodo ha affiancato e aiutato i due Steve, Jobs e Wozniak. Anzi, a quel che racconta sarebbe stato proprio lui a convincere i due — il genio visionario dal carattere difficile Jobs, il tecnico pacato e sorridente Wozniak — a lavorare insieme.

Così nacque Apple
Erano gli anni ‘70, tutti e tre lavoravano nella società di produzione di videogiochi Atari e il ventenne Jobs aveva preso l’allora quarantenne Wayne come una sorta di fratello maggiore: un giorno gli chiedeva consigli su un ipotetico business di slot machine, un altro gli confidava di voler andare alla ricerca di sé stesso in India. Finché un giorno non gli chiese una mano per convincere Wozniak a lavorare con lui. «Pensava che io fossi più diplomatico di lui — ricorda ora Wayne —.

Era ansioso di cominciare a sviluppare la produzione di Apple mentre Wozniak non pensava ancora al possibile business». Per cambiare le carte in tavole, a Wayne, ci vollero 45 minuti. Tre quarti d’ora di conversazione che diedero il via a tutto: il garage, la Mela, il mito. Anche la Apple stessa, e fu lo stesso Jobs a decretarlo alla fine di quei 45 minuti: «Disse: lanceremo una società, sarà la Apple Computer Company», spiega Wayne. Che si trovò in tasca il 10% dell’azienda (i due Steve, invece, si presero due grosse fette del 45% ciascuno).
Perché decise di lasciare
Durò solo dodici giorni. Poi il terzo fondatore decise di ritirarsi: per «una serie di buone ragioni che mi sembrano corrette ancora oggi», come sostiene nel corso dell’intervista. Oggi che la Apple compie 40 anni, ha collezionato una serie di successi di mercato e di innovazione, se la gioca con Alphabet per il primato di società più grossa del mondo, se avesse tenuto quel 10% Wayne sarebbe milionario. All’epoca, fu solo prudente:

Jobs aveva stretto un accordo per la produzione di 50 computer per una piccola catena di pc, la Byte Shop, e per costruire le macchine doveva ottenere un prestito da 15 mila dollari.Wayne non ricorda chi, ma qualcuno lo mise in guardia: la Byte Shop non sempre pagava i suoi fornitori. «Jobs e Wozniak non avevano un centesimo in due. Io avevo una casa, un conto in banca, un’auto: ero rintracciabile», e per paura di finire nel mirino di banche e fisco si ritirò. Gli unici soldi che riuscì mai a guadagnare grazie ad Apple furono 1.500 dollari per aver disegnato il primo logo che vedete qui sotto (dal quale Jobs fece comunque togliere la sua firma).

Il suo unico rimpianto
Con quel 10%, oggi avrebbe in tasca 60 miliardi di dollari. A questa osservazione fa spallucce: «Se avessi davvero voluto far soldi, avrei potuto farlo anche in altri modi. Ma io ho sempre pensato fosse importante fare ciò che mi piace». C’è solo una cosa che rimpiange: aver venduto la sua copia del contratto originale, firmata da lui, Wozniak e Jobs. Lui l’ha venduta per 500 dollari, cinque anni fa quello stesso contratto è stato battuto all’asta per 1,6 miliardi di dollari. A proposito: quello stesso anno, ironia del destino, qualcuno gli regalò un iPad 2. Wayne finì per regalarlo a sua volta a qualcun altro. E questo potrebbe essere un altro mito, il suo personale: il terzo fondatore di Apple non ha mai posseduto un solo prodotto della società che ha contribuito a creare.

L’FBI sblocca un altro telefono

La Stampa
andrea nepori

Dopo il telefono di San Bernardino l’FBI aiuterà a sbloccare un altro iPhone e un iPod touch per un tribunale dell’Arkansas in un caso che non ha nulla a che fare con il terrorismo, ma non è chiaro con quale tecnica

A pochi giorni dall’annuncio dello sblocco dell’iPhone del terrorista Syed Farook, avvenuto senza l’aiuto di Apple, l’FBI ha accettato di sbloccare l’iPhone e l’iPod di due imputati in un processo per duplice omicidio in Arkansas. L’autore della richiesta, subito accordata da parte dei federali, è il Pubblico Ministero della contea di Faulkner, Cody Hiland. I due dispositivi, un iPhone 6 e un iPod touch, appartengono al diciottenne Hunter Drexler e al complice, il quindicenne Justin Staton, entrambi accusati di aver ucciso una coppia nel luglio scorso a Conway.

Secondo le informazioni fornite alla stampa, gli inquirenti puntano soprattutto alle chat contenute sull’iPod touch e ad altre prove che i due dispositivi potrebbe contenere. Secondo alcune intercettazioni telefoniche gli imputati avrebbero usato l’iPod per discutere e pianificare il duplice omicidio. Sebbene l’FBI abbia accettato di collaborare allo sblocco, non è dato sapere se la tecnica che verrà applicata sia la stessa usata per aggirare il blocco sull’iPhone 5C di San Bernardino.

Nel caso dell’iPod touch (un dispositivo a 32-bit, privo dell’enclave sicura) le condizioni tecniche sarebbero le stesse e il dispositivo si può dunque sbloccare con la medesima facilità. Se tuttavia la tecnica ottenuta dall’FBI si potesse applicare anche all’iPhone 6 (dispositivo a 64-bit e dotato di maggiori misure di sicurezza), allora i federali avrebbero fra le mani uno strumento ancora più potente di quanto ipotizzato finora.

Stupisce in ogni caso che il Bureau abbia accolto la richiesta del Pubblico Ministero dell’Arkansas. Nel caso le prove venissero estratte con la tecnica di San Bernardino, infatti, i federali potrebbero essere chiamati a testimoniare nel processo e costretti a rivelare il metodo utilizzato per accedere ai dati. L’unica ipotesi rimasta, a meno di un clamoroso autogol, è che nel caso dell’Arkansas l’FBI applichi strumenti differenti, sacrificabili in sede processuale.

Gemelli diversi

La Stampa
massimo gramellini

«A tutti i politici… Buffoni». Anzi: «BUFFONI!!!». E chi sarà mai l’indignato cronico che sbraitava così nel 2011 sul suo profilo Twitter, dove tutto rimane scritto a futura memoria, comprese le giravolte? L’imprenditore Gianluca Gemelli. Ma come, il compagno della ministra Federica Guidi, quello che nelle foto sembra ipnotizzato da Giucas Casella? Proprio lui. Il nemico della Casta che, quando la fidanzata gli spiffera al telefono di essere riuscita a piazzare una leggina in grado di procurargli un appaltone, mica le risponde «BUFFONA!!!» o anche solo «buffona». Intasca felice e porta a casa.

«Ai politici… La gente è stanca di voi!!!». Eccone un altro. Ma no, è sempre lui. Il Gemelli 2011 in abiti da fustigatore. Stavolta ce l’ha con i politici italiani che guadagnano troppo rispetto al nulla che fanno: per lui. Porta pazienza, amico, arriverà il giorno in cui non ti stancherai più di loro. Persino nelle intercettazioni Gemelli Diversi non resiste alla tentazione di condire la prosa degli affari con osservazioni da bar sul declino dell’Italia, dove a investire sono rimasti solo i petrolieri. Guarda caso quelli con cui lavora lui.

Perché è tipico di questa classe dirigente di scampati alla rottamazione fare coincidere il proprio tornaconto con il bene collettivo, ammantando l’interesse personale di significati altruistici. Al maneggione indigeno non piace passare per maneggione. Vuole sentirsi un salvatore della Patria a dispetto dei connazionali, gentaglia pigra e corrotta. Per un italiano, gli italiani sono sempre gli altri.

E tu, per quanto venderesti la password dell’ufficio?

La Stampa
valerio mariani

Secondo una ricerca di Sailpoint, un dipendente su cinque cederebbe le credenziali di accesso dell’azienda per cui lavora in cambio di denaro. I più esosi sono gli olandesi, mentre quelli che si accontentano di meno sono gli inglesi



Un dipendente su cinque è disposto a vendere la propria password. È questa una delle maggiori evidenze della Market Pulse Survey realizzata da Sailpoint – azienda specializzata nella gestione della sicurezza delle grandi aziende -su un campione di circa mille persone di aziende di tutto il mondo con almeno un migliaio di dipendenti.

Alcuni degli interpellati sarebbero disposti a cedere la propria password di accesso al computer aziendale anche per 55 dollari ma, in verità, le cifre medie sono più alte. In Olanda, per esempio, la media degli interpellati si farebbe corrompere per cifre intorno ai 450mila dollari. Quasi la metà dei soldi basterebbero per conquistare i tedeschi, mentre i francesi si accontenterebbero di meno di duemila dollari e gli inglesi di meno di quattromila. La media globale si assesta intorno agli 80mila dollari.

La percentuale dei dipendenti facilmente ricattabili è cresciuta rispetto all’anno scorso, quando si assestava su circa uno su sette. In particolare, gli infedeli si localizzerebbero soprattutto negli Stati Uniti mentre i più attaccati alle aziende sarebbero in Australia e in Olanda. Infine, due terzi degli interpellati ha ammesso di usare la stessa password per diversi accessi ai sistemi aziendali, un terzo, invece, ammette di condividerla con i colleghi.

Per cani e gatti la spesa pubblica sfiora i 250 milioni di euro, ma il randagismo non viene risolto

La Stampa



Sono una cifra enorme i quasi 250 milioni che amministrazioni comunali e aziende sanitarie locali spendono per le politiche e i servizi per gli animali da compagnia. E comunque non bastano a risolvere problemi come randagismo e neanche a garantire campagne per una corretta gestione di Fido e Micio. A dirlo è Legambiente nel quinto rapporto “Animali in città” che raccoglie ed elabora i dati forniti da 91 Comuni capoluogo di provincia (82,7% del campione) e da 73 Asl (49% delle 149 contattate).

Il randagismo rimane un fenomeno grave (tanto che Legambiente ha elaborato un decalogo di proposte da realizzare con Anci, Regioni e governo), l’anagrafe canina viene utilizzata solo dai più responsabili, mancano controlli e adeguate campagne di sterilizzazione degli animali. Il tutto perché manca una politica strategica nazionale condivisa.

In questo scenario, Terni e Modena hanno le migliori performance fra i Comuni che hanno attivato l’assessorato o un ufficio dedicato agli animali mentre a Savona e Brescia ci sono le Asl più attente fra quelle che hanno almeno il canile sanitario o l’ufficio di igiene urbana veterinaria.

In Italia, secondo il rapporto illustrato da Legambiente e dai rappresentanti dei veterinari, viene sterilizzato un cane ogni cinque che arriva nei canili e un gatto ogni otto nelle colonie. I cani registrati all’anagrafe sono 7.715.817 (uno ogni 9 cittadini) con Terni che ne ha uno ogni 3,5 abitanti e Avellino uno ogni 722.

Stessa situazione per i gatti nelle colonie: uno ogni 12,5 abitanti ad Arezzo mentre ad Asti diventano uno ogni 1.913. I cittadini di Bolzano e Lucca sono i più sensibili all’adozione degli amici a quattro zampe nei canili mentre nelle aziende sanitarie di Frosinone e Ancona per ogni nuovo ingresso trovano felice sistemazione due esemplari. Maglia nera a Trapani, una sistemazione ogni 30 nuovi ingressi.

Portare a spasso un cane a Taranto è complicato visto che c’è una sola area per 218 chilometri, mentre è più semplice a Pordenone dove le zone dedicate sono una ogni 2,5 chilometri. Quasi tutte le Asl dicono di intervenire contro il maltrattamento degli animali (86,3%) e quasi tutte di aver fornito lettori microchip al proprio personale (95,89%). Ma conti alla mano vengono fatti pochi controlli, le multe non si fanno e il recupero delle spese è scarso: si passa dall’Asl Milano 1 che recupera 562,2 euro a controllo alla Usl Modena con soli 0,35 euro a controllo.

Se a Potenza c’è un controllo all’anno ogni 21 cittadini e a Terni uno ogni 45, a Novara ce n’è uno ogni 21.000 abitanti, mentre la Asl Milano 1 dichiara di farne uno ogni 95mila abitanti.

Pedoni senza testa chini sugli smartphone

Corriere della sera
di Beppe Severgnini



Nel New Jersey intendono multare i pedoni che camminano con gli occhi sul telefono (50 dollari). Se insistono, la proposta è metterli in prigione (fino a 15 giorni). Con o senza telefono: non è dato sapere. I legislatori vogliono intervenire perché gli incidenti mortali pedonali aumentano: nel solo New Jersey, 170 nel 2015. Negli Usa — scrive il Washington Post — ci sono stati 2 milioni di pedoni feriti durante l’anno 2010 a causa dello smartphone (ultimo dato nazionale disponibile, triplicato rispetto al 2004).

In America li chiamano digital zombies. In Italia non abbiamo né un nome né un numero: quante sono le vittime pedonali del telefono? Non poche, presumibilmente. Alla cattiva abitudine di camminare con la musica negli auricolari, s’è aggiunto l’uso massiccio dei social: chi sta litigando via Whatsapp non è molto attento a dove mette i piedi. Chi non ha mai rischiato di investire un pedone assorto nella sua bolla telefonica? Chi non è mai inciampato o caduto mentre controllava un messaggio?

Apro le confessioni: tre giorni fa, a Milano, ho rischiato di investire una ragazza che ha ignorato il rosso pedonale in viale Romagna: ha attraversato una grande strada di scorrimento senza alzare la testa, come se andasse dalla camera al bagno. Qualche anno fa, a Cracovia, sono rotolato dalle scale dell’Istituto di Cultura (senza conseguenze, per fortuna). Un posto esotico per un incidente: ma questo non riduce la mia stupidità.

Perché stupidi o geniali non gli strumenti, ma le persone che li usano. Prendete Alessandro Bordini, 31 anni, non vedente in seguito a un incidente. Nel 2012 s’è inventato «Light the planet», illumina il pianeta, un viaggio intorno al mondo per dimostrare che la solidarietà tra gli uomini è garanzia di indipendenza e mobilità. La sua storia l’ho appresa da un racconto di Federico Taddia su La Stampa.
Alessandro, tra il 2013 e il 2015, è andato dall’America del Nord alla Nuova Zelanda, dalla Russia asiatica alle Terra del Fuoco: affidandosi all’iPhone che, grazie a un software integrato per non vedenti, gli ha permesso accedere a Internet, usare i social network, girare video e scattare fotografie («Beh, sulle foto non posso garantire il risultato: mi affido all’istinto»). Più lungimirante un ragazzo senza vista di tanti zombie senza testa. Siete d’accordo, spero.

30 marzo 2016 (modifica il 30 marzo 2016 | 18:33)

Grande distribuzione Esselunga, le vendite crescono più del mercato

Corriere della sera

Utili nel 2015 a +37%. Margine operativo lordo in aumento del 20% a 521 milioni



Vendite in crescita del 4,3% a 7,3 miliardi di euro (meglio del mercato di riferimento, aumentato del 2,4%) e un margine operativo lordo in aumento del 20% a 521 milioni. Sono i numeri del 2015 di Esselunga. Il gruppo fondato da Bernardo Caprotti (nella foto) ha archiviato l’anno con un utile netto a 290 milioni di euro, +37% rispetto all’anno precedente. L’azienda leader della grande distribuzione ha effettuato investimenti per 400 milioni di euro durante lo scorso esercizio, portandoli negli ultimi 5 anni a oltre 1,8 miliardi.

L’organico medio invece ha raggiunto 21.930 unità, con un incremento di 795 persone rispetto al 2014 ma negli ultimi cinque anni l’organico medio è cresciuto di oltre 2.600 persone. «La politica di contenimento dei prezzi, pur a fronte di un incremento dei costi dei fornitori - ha fatto sapere il gruppo in una nota - si è rivelata ancora una volta centrale nella strategia di Esselunga, premiata con una crescita dei clienti del 5%, trainata anche da numerose iniziative promozionali». Nel 2016 è prevista, tra le altre, l’apertura del primo superstore a Roma.

Auto lesionista

La Stampa
 massimo gramellini



Non è un momento facile per le donne al volante. Mentre la ministra ombra Guidi finiva fuoristrada (e finalmente in prima pagina) per un aiutino legislativo alla sua anima Gemelli, l’icona della fu-Forza Italia faceva un frontale con la sua sagacia, già messa a dura prova quando immaginò dei neutrini che sfrecciavano in un tunnel sotto il Gran Sasso senza neanche la cintura di sicurezza e il libretto di circolazione. In un video elettorale Maria Stella Cadente Gelmini critica la pratica della giunta Pisapia di multare gli automobilisti milanesi per rimpinguare le casse esangui del Comune. Il problema è che dietro di lei, a favore di telecamera, sorridono tre auto in sosta vietata. 

O la Gelmini intende lanciare il messaggio iperliberista che ciascuno ha diritto di parcheggiare la sua auto dove gli garba, anche sui mocassini del vigile urbano. Oppure non si è accorta di predicare il verbo innocentista in flagranza di reato. Come se avesse registrato un appello a favore della cucina vegana addentando una bistecca al sangue. Escluso che una berlusconiana di razza ignori l’importanza dell’immagine, se ne deve dedurre che l’unica che le stia a cuore sia la sua. Al punto da non accorgersi delle gomme più o meno sgonfie che la circondano. 

Fascisti, comunisti e Pasolini

La Stampa
mattia feltri

Qualche teppistello caricatura di fascista ha fatto a pezzi la stele in ricordo di Pier Paolo Pasolini a Ostia e lasciato una scritta: «Ma quale poesta e maestro: frocio e pedofilo, lui era questo». E così siamo alle solite: da noi si discute così. Su Pasolini si può dire che era una specie di reincarnazione di Dante oppure che era un brutto pederasta. E mai che si discuta delle cose dette, compresa qualche solenne stupidaggine («Il Pci italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto»).