domenica 3 aprile 2016

Il diritto di lucidarsi le scarpe

laprovinciapavese
di Diego Marani



Mentre un irresponsabile burocrate olandese invita i dipendenti comunali a non indossare la minigonna per non turbare la sensibilità di qualche musulmano arrapato e sancisce così con la carta bollata la limitazione della libertà individuale delle donne per tutelare l’inciviltà e la sopraffazione della più volgare misoginia, in Egitto succede anche di peggio. Non parlo del tragico caso Regeni, che comunque sta facendo tremare il regime di Al-Sisi, ma del ben più futile episodio accaduto al fuoriclasse Leo Messi. Invitato a uno show televisivo, la Pulce ha regalato alla conduttrice le sue scarpe da calcio per destinarle a un’asta di beneficienza.

La cinepresa ha dunque inquadrato le calzature del campione. E lì è scoppiato il finimondo. Perché secondo la religione musulmana, mostrare le scarpe è segno di disprezzo. Telespettatori oltraggiati hanno telefonato al canale televisivo per protestare e perfino la Federcalcio egiziana ha gridato allo scandalo. Per fortuna che il giocatore egiziano Hossam Mido è poi intervenuto a dissipare l’equivoco e a garantire la totale buona fede di Messi. Viene da chiedersi che fine farebbe nel mondo musulmano la povera Cenerentola appena si presentasse dal principe a mostrargli la scarpina… Gliela tirerebbe dietro assieme ai suoi stivali?

Questo episodio ci pone ancora una volta davanti alla questione del dialogo interculturale. Abbiamo fatto di questo concetto il nostro principio fondamentale nell’avvicinamento all’altro. Un dialogo per capirsi, per dissipare equivoci, per trovare un terreno comune che porti infine a una coscienza condivisa. Il grande errore sta nel fatto che mentre noi per condurre questo dialogo partiamo dal piano dello stato di diritto e delle libertà fondamentali, alcuni dei nostri interlocutori partono dai loro principi, inconciliabili con i nostri valori perché fondati sulla pretesa di una verità religiosa incontestabile dalla ragione. Questo non è un dialogo, non c’è scambio qui, c’è un’ingiunzione.

Prima di parlare con noi, i nostri interlocutori ci chiedono rinunciare ai fondamenti della nostra civiltà. Si, ho detto civiltà. La parità di genere, la libertà sessuale, l’uguaglianza, la tutela dell’integrità fisica di ogni individuo, la laicità dello stato non sono principi che possiamo mettere in discussione.

Viene allora il dubbio che con certi gruppi il dialogo sia impossibile perché è un concetto inesistente nella loro cultura. La linea dominante appare oggi essere in Europa quella secondo la quale si deve dialogare con tutti, anche con quelli che non rispettano i nostri valori, come la Turchia di Erdogan, dove la libertà di stampa è calpestata e lo stato di diritto è vacillante, o come il governo tagliagole dell’Arabia Saudita, secondo la logica che parlare è comunque sempre mantenere una porta aperta. Sorvolando sull’ipocrisia di certi dialoghi a sfondo petrolifero.

Questo atteggiamento può anche avere un suo valore e una sua opportunità. Ma solo a patto che si ponga un limite a quanto siamo disposti a accettare. Dobbiamo cominciare ad avere il coraggio di dire che tutti sono i benvenuti in Europa, ma non quelli che non si adattano al nostro modo di vivere. Il verbo migrare deriva dall’antico greco “ameibein” che significa cambiare. Non si può dunque migrare senza cambiare. La migrazione comporta un adattamento, una trasformazione. Piaccia o no ai fanatici del politicamente corretto.

Certo anche noi dobbiamo essere disposti al cambiamento e assorbire la cultura di questi nuovi europei. Ma non avremmo nulla di buono da dare loro se ci snaturassimo per essere accomodanti a regole tribali e disumane. Se migranti da tutto il mondo vengono da noi perché apprezzano il nostro modo di vita, perché lo trovano attraente, sono i benvenuti. Siamo pronti a mescolarci a loro. Ne usciremmo tutti uomini migliori. Se invece vengono per sfuggire alla guerra e alla distruzione ma non sono disposti ad accettare il nostro modo di vita, li dobbiamo certo accogliere, perché questa è umanità. Ma faremmo un torto a noi e a loro

facendoli vivere qui. Dobbiamo invece aiutarli a ricostruire i loro paesi e lasciare che là tornino, a vivere come credono giusto. A me piacciono molto le mie scarpe. Me le lucido tutte le mattine. Non vorrei che questo un giorno potesse offendere qualcuno.

Il musulmano "integrato" in galera per schiavismo

Erica Orsini - Dom, 03/04/2016 - 08:32

Segregava la moglie in casa e la picchiava: tre anni di prigione a meccanico pakistano (e britannico). Ma la realtà è anche peggio



Londra - Segregata a casa, picchiata e umiliata. Per due anni è stata questa la misera vita di Imram, moglie di Safraz Ahmed, un meccanico musulmano della zona sud di Londra che aveva sposato la donna in Pakistan con un matrimonio combinato, quando lei era ancora un'adolescente.

Ora verrà ricordato come il primo cittadino britannico condannato a due anni e otto mesi di carcere per il reato di «schiavitù domestica». Un caso che fa storia e che si spera apra la strada a molti casi simili inducendo altre vittime a farsi avanti. Perchè di Imram in Inghilterra ce ne sono molte altre, ma spesso il terrore impedisce loro di denunciare. Probabilmente neppure Imram l'avrebbe fatto se, nel 2014, i suoi vicini non avessero notato quella donna che veniva tirata a forza dentro casa dal marito che l'aveva afferrata per i capelli e non avessero chiamato la polizia.

Gli agenti notarono che la signora aveva un occhio nero e il naso fratturato e arrestarono il marito che però venne rilasciato il giorno dopo perchè la moglie fu costretta dalla famiglia a firmare una richiesta di scarcerazione. Diciotto mesi dopo Imram tentò senza riuscirci di suicidarsi per mettere fine ad una vita di sofferenze. Chiamò invece la polizia che la convinse a denunciare Ahmed e a lasciare casa. Quando Imram arrivò dal Pakistan a Londra non si aspettava certo di finire così.

Era una ragazza che aveva studiato, forse sperava di trovare un lavoro, sicuramente non pensava di dividere la vita con un uomo che l'avrebbe costretta ad occuparsi di lui e della casa dalle cinque del mattino fino a mezzanotte inoltrata. Le punizioni arrivavano ogni giorno, per futili motivi, tanto da convincere Imram di «non valere nulla: «Non potevo fare niente di quello che desideravo - ha dichiarato la donna durante il processo - non potevo uscire da sola, nè farmi degli amici o conoscere qualcuno». Il marito la picchia di continuo, le tira dietro il cibo dei gatti, la spinge a gettarsi di fronte una macchina in corsa o a tuffarsi nel fiume.

Un regime vero e proprio di torture fisiche e mentali che sono costate all'uomo quasi tre anni di carcere, anche se probabilmente Ahmed sarà libero prima dato che le due sentenze, i due anni per la schiavitù e gli otto mesi per le violenze fisiche, hanno durata contemporanea. Una vittoria parziale quindi che, come spiega Damaris Lakin, avvocato della Procura della Corona, dimostra quanto siamo lontani ancora dall'aver sconfitto la schiavitù dei nostri tempi. «Questo è il primo caso in cui un uomo viene condannato per un simile reato».

Secondo i consulenti del ministero degli Interni soltanto nel 2013 c'erano nel Regno Unito dai 10 ai 13mila casi di schiavitù comprese prostituzione, operai sfruttati nelle fabbriche e nei campi come schiavi. Non si sa quante siano le Imram vittime di feroci violenza domestica, ma Polly Harrar, fondatrice di un'associazione che aiuta le vittime dei matrimoni combinati nelle comunità sud-asiatiche è certa che siano centinaia, se non migliaia: «Questo caso è solo la punta dell'iceberg, ma è servito a prendere consapevolezza del problema».

Unti

La Stampa
jena@lastampa.it

Se Berlusconi era l’unto del Signore, Renzi chi è? L’unto di Verdini.

Diversamente garantisti

La Stampa
mattia feltri

Renato Brunetta: «Noi siamo garantisti sempre e comunque, se però…».
Maurizio Gasparri: «Garantisti convinti, tuttavia…».
Elvira Savino: «Noi siamo e rimaniamo sempre garantisti, ma…».
Alessandro Cattaneo: «Sempre garantisti, però…».
Forza Italia: «Soprattutto garantisti, ma… anche no». 

L’Italia senza fibra che naviga quattro volte più lenta della Corea

La Stampa
giacomo galeazziilario lombardo

Connessione in rame anni 90 e mezzo Paese non usa Internet. Ma le aziende promettono una velocità irraggiungibile



L’Italia è una Repubblica fondata sui 56K, in pratica la velocità di Internet negli anni 90. Su 28 Paesi dell’Ue è al 25° posto dell’indice europeo di digitalizzazione (Desi). E se in Corea del Sud, leader mondiale, la velocità media di connessione è di 20,5 megabit, e in Svezia, leader europeo, è di 17,4 mega, noi siamo fermi a 5,4 mega. In Italia il servizio universale garantito per legge è fermo al doppino di rame collegato al modem.

Per questo, mentre giovedì è atteso l’ennesimo lancio del piano di governo sulla banda ultralarga, l’Autorità garante nelle comunicazioni chiede un salto tecnologico nella qualità minima dei servizi di accesso a Internet. «In Italia ci sono le condizioni per passare dai 56K ad almeno 2 mega» spiega il presidente dell’Agcom Angelo Cardani. 2 mega vuol dire il minimo necessario per parlare di Adsl, un sistema di connessione che a oggi è preistoria. Intendiamoci, qui stiamo ancora discutendo di «accesso efficace» alla Rete, mentre ci sono Paesi come la Finlandia che dal 2010 garantiscono un megabit gratuito a ogni cittadino, nella convinzione che Internet sia un bene (pubblico) necessario.

Per capirsi: 56K è la banda stretta. Con l’Adsl si entra nella banda larga che ancora domina in Italia. Il mondo è proiettato ormai verso la banda ultralarga, cioè una velocità che va da 30 mega in su, più facile da ottenere grazie alla fibra ottica. I ritardi dell’Italia sono sintetizzati in cifre impietose. La copertura di banda ultralarga (superiore a 30 mega) è ferma al 44% contro una media Ue del 71%. Quella a 100 mega è inchiodata al 10,2% contro l’85% richiesto dall’Europa entro il 2020. Gli italiani che hanno abbonamenti sopra i 30 mega sono il 5,4% (il 30% nell’Ue).

I buchi neri della Rete
Quando è arrivato a Genova, da Montreal, per il suo dottorato, Sandro Bettin ha trovato una brutta sorpresa: «Non ho potuto sottoscrivere un abbonamento Adsl. A casa mia la rete fissa non esiste». Prima il rimpallo di responsabilità tra Infostrada e Telecom, poi gli hanno spiegato che non c’erano linee disponibili nella centralina di zona. Nella condizione di Sandro si trovano altri cittadini finiti nei buchi neri della Rete. Un paradosso mentre si parla sempre di più dell’esigenze di definire Internet un servizio universale. Al ministero dello Sviluppo economico il dossier connettività è affidato al sottosegretario Antonello Giacomelli.

La scorsa settimana ha chiesto al commissario Ue Günther Oettinger che la Rete diventi davvero un diritto per tutti, come strade, acqua, poste. Peccato però che la fotografia dell’Italia dica il contrario e immortali un Paese a due velocità, con due terzi dei Comuni senza banda ultralarga e 19 milioni di cittadini che vivono nelle «aree bianche». Sono zone «a fallimento di mercato» dove i privati non trovano conveniente investire in infrastrutture di rete. Sono 5 mila comuni su 8 mila. Si va dalla periferia di Roma al paesino di montagna.

Il caso Telecom
La causa principale dei ritardi risale a una privatizzazione mal gestita che ha regalato la proprietà della rete fissa all’ex monopolista Telecom. Quando il rame sembrava la miglior soluzione, la compagnia investì in rame. Quando si cominciò a parlare di fibra ottica, rimase al rame. Una delle migliori reti in rame del mondo, ma cosa te ne fai quando le performance più efficaci ormai viaggiano su fibra? Telecom, anche per l’impressionante debito accumulato, non ha investito nelle nuove tecnologie. Perché farlo, è l’ovvio ragionamento, se così si svaluta la propria rete?

«Ma la sola logica di mercato non garantisce il futuro» spiega Alessio Beltrame, a capo della segreteria tecnica del Mise. Il governo ha buon gioco a scaricare su chi lo ha preceduto le responsabilità sul digital divide mentre non nasconde una certa ostilità nei confronti di Telecom, avendo affidato a Enel il compito di portare la fibra nelle case degli italiani per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda europea 2020. Anche i più ottimisti pensano che l’Italia, con la burocrazia che ha e i permessi che servono, non ce la farà. Renzi ha dato un’accelerata ma gli scenari restano aperti. Al centro c’è la sfida Telecom-Enel e l’incognita su Metroweb, la società pubblica, che ha il suo gioiello nella rete a banda ultralarga di Milano. 

Il piano strategico del governo divide l’Italia in quattro zone (cluster): A e B sono le più remunerative. C e D sono le «aree bianche» dove è necessario l’intervento pubblico. Il governo vuole partire da quest’ultime con 3 miliardi di stanziamento. L’obiettivo è arrivare con la fibra a casa, l’unica che permette di andare anche molto oltre i 100 mega: è la Ftth (Fiber to the home) che garantisce velocità di connessione più alta rispetto alla Fttc (to the cabinet) che porta la fibra fino all’armadio in strada e poi prosegue sul rame.

Un sistema misto che Telecom, contattata dalla Stampa, difende: «Se la casa non è lontana, e in genere in Italia è così, su 100 mega di velocità il rame fa perdere al massimo il 5% di velocità. Fare anche l’ultimo quinto di collegamento in fibra è più costoso perché si deve entrare nei condomini». Enel invece, sostenuta dal governo, dice di essere in grado di portare a costi ridotti la fibra in casa, attraverso la posa aerea e la sostituzione di 32 milioni di contatori elettrici. Una rete che verrebbe affittata agli operatori interessati a fornire il servizio, come Vodafone e Wind che hanno già sottoscritto un accordo con Enel.

A occuparsi dei bandi di gara nelle «aree bianche» sarà la società pubblica Infratel. Il suo presidente, Salvatore Lombardo, ha chiare le conseguenze per Telecom: «Offrendo la fibra fino a casa, Vodafone e Wind potrebbero prendersi i clienti di Telecom. Se Telecom sta ferma, perde posizioni di mercato. Se invece reagisce e sposa la nuova infrastruttura, la sua rete in rame non servirà più». 

Il recente passaggio di Telecom in mani francesi ha rimesso in pista l’ipotesi di scorporare la rete dell’ex monopolista, che a quel punto non è detto non possa tornare allo Stato magari a un prezzo inferiore. «La rete vale ancora 13 miliardi ed è l’unica garanzia del debito con le banche» spiega Maurizio Matteo Dècina, ex vicepresidente dei piccoli azionisti Telecom, esperto di banda larga. «Lo Stato comprando la rete potrebbe accorparla alle altre, compresa Enel, e creare una società unica delle reti». Dècina sta per uscire con un libro, Digital divide et impera, che svela l’altra forte carenza italiana, dopo quella infrastrutturale: la scarsità di domanda. 

Analfabetismo digitale
In un Paese dove, secondo il Desi, il 37% della popolazione non usa Internet, parlare solo di reti è come costruire autostrade mentre i cittadini non hanno la patente. «Il governo dovrebbe invertire la prospettiva - dice Dècina - perché è la domanda che crea l’offerta». E dovrebbe farlo a partire dalla pubblica amministrazione, il cui livello di digitalizzazione (e-government), nonostante i proclami, è ancora basso. Un esempio è l’e-procurement, cioè l’acquisto dei beni e servizi via web che sfoltirebbe molti costi ma che ancora non supera il 10%. Il Sistema di identità digitale (Spid, password per l’uso dei servizi pubblici) va ancora a rilento, e rischia di creare ulteriori discriminazioni, come spiega Guido Scorza, docente di Diritto delle nuove tecnologie:

«Avremo cittadini che potranno esercitare i propri diritti per via telematica e altri no, a causa del gap tecnologico». Il digital divide si allargherebbe. La diffusione della banda ultralarga deve rispondere a questo, tenendo presente che copertura e utenza effettiva sono due cose ben diverse. Lo insegna il caso della Calabria, al primo posto per cablaggio, in una classifica nazionale capovolta. Le regioni del Sud sono più avanti sulla banda ultralarga perché hanno usato i fondi comunitari 2007-2013. Altra cosa sono le connessioni effettive, quasi nulle: ci vorrebbero sistemi di incentivi e sconti per poveri, studenti, malati, disoccupati. «Infatti pensiamo a voucher e buoni per stimolare la domanda» ammette Beltrame. 

Dal turismo alla telemedicina, il futuro dell’economia passa dalla fibra. Secondo la Commissione Ue e la Banca Mondiale, a un aumento del 10% di penetrazione della banda larga corrisponde un punto e mezzo di Pil. Intanto c’è chi si arrangia. Il piccolo centro di Serramanna, nel cuore della Sardegna, sarebbe potuto diventare un rivoluzionario laboratorio di finanza online. Qui nel 2010 nasce Sardex, un circuito di credito commerciale basato su una moneta digitale locale: una delle prime 20 startup innovative oltre il milione di euro di fatturato, malgrado le croniche difficoltà di accesso a Internet. Dai 56K degli inizi all’Adsl da 7 mega, fino al potenziamento della centralina per intervento del governo. «Ma gli attuali 20 mega non ci bastano per 30 dipendenti sempre connessi», racconta Carlo Mancosu, uno dei cinque fondatori di Sardex. 

È vera fibra?
In Italia dal 2012 esiste un software di Agcom (Misura Internet), l’unico che certifica la reale qualità della connessione rispetto al servizio acquistato e permette di recedere senza penale. Su 50 mila casi l’80% di misurazioni ha attestato la violazione del contratto. La sfida della fibra servirà anche a far chiarezza sulle offerte commerciali proposte dalle compagnie telefoniche. Tim smart fibra, Wind absolute fibra, Ultrafibra di Fastweb. C’è stato un palese abuso del termine «fibra» nelle campagne pubblicitarie, nonostante la tecnologia sia ibrida e poggi anche sul rame, come un maglione che viene venduto in lana ma per metà è di poliestere. Nelle condizioni di contratto si specifica che l’offerta è la fibra fino al cabinet

«Ma guardando la pubblicità in tv sembra che la fibra arrivi ovunque fino a casa» ci spiegano da Altroconsumo che tra i tanti reclami raccolti ha quello di Stefano, cliente Fastweb dal 2011, che dopo aver sottoscritto un aumento della banda da 10 a 100 mega, si è trovato a navigare in wi-fi a metà della velocità. O ancora Chiara F. che lo scorso ottobre ha stipulato un abbonamento Superjet di Fastweb da 20 mega ma non arriva neppure a uno. Appena tre giorni fa, in Francia un decreto ha stabilito che si può definire «fibra» solo quella che arriva fino a casa (Ftth). «Quando anche in Italia la fibra in casa arriverà davvero - sorride Beltrame - mi chiedo quale superlativo inventeranno le aziende visto che li hanno usati tutti».

Il grande cedro del Libano adottato dalle Langhe “Monumento all’amore”

La Stampa
cristina borgogno

La pianta svetta sulle colline del Cuneese. Gli innamorati l’hanno ribattezzata Cupido



Non sarà il ponte dei Sospiri o il balcone di Giulietta. Ma se dovete convincere la vostra amata a farvi dire di sì, il posto più romantico in Langa è sicuramente il Cedro del Libano. È un albero, ma è anche un monumento. Impossibile non vederlo svettare tra i vigneti di uve Nebbiolo. 

E resistere alla tentazione di salire sul colle in cui da 160 anni affonda le sue radici. Da quando, nel 1856, Costanzo Falletti di Rodello ed Eulalia Della Chiesa di Cervignasco, avi della famiglia Cordero di Montezemolo dell’azienda agricola Monfalletto a La Morra, lo misero a dimora nel giorno delle loro nozze, come simbolo di amore reciproco e verso la terra. Un compleanno che ancora oggi mantiene intatto tutto il suo ruolo propiziatorio e quasi magico.

«Fu un gesto beneaugurante - dicono gli eredi - simboleggiato dalla scelta di una pianta particolarmente robusta e longeva, una conifera sempreverde che doveva trasmettere forza e continuità alle generazioni future». A quei giovani che, negli anni, hanno preso sul serio la sua «mission» di Cupido, con centinaia di coppie di innamorati passati sotto la sua chioma, scambiandosi baci, dolci parole, ma anche promesse di matrimonio.

Tra i frequentatori, anche chi è in cerca di un luogo dove meditare, di un’ispirazione o magari un po’ di fortuna, chi vuole l’inquadratura perfetta per un ritratto da cartolina. Oggi chiedono di lui anche tanti turisti che, da tutto il mondo, rimangono a bocca aperta davanti a tanta magnificenza.

Perché il Cedro è un inno alla natura. Si è conservato intatto in tutti questi anni, è cresciuto, è diventato a dir poco maestoso, unico ad avere una sagoma inconfondibile nel paesaggio di Langa, ancor più dei castelli, delle torri, dei campanili e di tutte le opere dell’uomo che punteggiano queste colline. È stato testimone della fatica e della povertà della Malora fenogliana e del mondo dei vinti di Nuto Revelli, della Resistenza partigiana e del riscatto di terre che hanno saputo diventare un nome nel mondo.

A vederlo da lontano, da qualunque punto panoramico della zona, sembra che sia lui a disegnare il paesaggio. Ma è solo quando si raggiungono le sue radici che lo spettacolo che si para di fronte agli occhi è qualcosa che non ti aspetti. Tutti i comuni del Barolo sono lì, come quando si consulta una mappa al tavolo, eppure riconoscibili in un colpo d’occhio, dal vivo: La Morra, Verduno, Roddi, Diano d’Alba, Castiglione Falletto, Serralunga, Barolo, Monforte, Novello. E naturalmente Grinzane Cavour, che con il suo castello è simbolo delle colline dell’Unesco. Anche il Cedro rappresenta un patrimonio per l’umanità. Almeno per la comunità locale, che da sempre lo sente un po’ come proprio.

Zitelle, nozze e cinquine. Quando la dote era un gioco

repubblica.it

Nell’Italia del XVII secolo le donne meno fortunate potevano ambire a guadagnare una piccola dote da portare in matrimonio grazie a una variante del gioco del Lotto. Si chiamava il Lotto delle Zitelle, conquistò tutta l’Europa e piacque persino a Giacomo Casanova

Zitelle, nozze e cinquine. Quando la dote era un gioco

C’è un gioco antico che racconta l’Italia e la sua storia, i suoi costumi e le sue tradizioni. Un gioco che dal XV secolo a oggi si è evoluto, così come si è evoluta la società, attraversando tappe e innovazioni fino ad arrivare a noi. E’ il Gioco del Lotto, nato dalle “borse di ventura” toscane e diventato poi nel 1576 il Gioco del Seminario, la forma più simile a quella che conosciamo oggi.

Zitelle, nozze e cinquine. Quando la dote era un gioco

Tutto partì da Genova, grazie alla riforma di Andrea Doria, che permetteva di scommettere su cinque nomi, tra i 120 di nobili genovesi, individuando quelli che sarebbero entrati nel Serenissimo Collegio. Da Genova il gioco arrivò in tutta la penisola, sorpassando i numerosi confini di un’Italia divisa in Stati. Per ogni stato il gioco si adattò alle tradizioni del luogo. Milano fu una delle prime città a istituirlo nel 1665; a Venezia fu introdotto nel 1733 ma già dalla metà del ‘600 il Senato organizzava una lotteria con premi in immobili chiamata “Lotto del Ponte di Rialto”.
Zitelle, nozze e cinquine. Quando la dote era un gioco

A Roma il Lotto si legò alla Chiesa e lo Stato pontificio abbinò il gioco alla beneficenza quando, a seconda dei Papi eletti, non venne osteggiato per questioni morali. Papa Benedetto XII nel 1728 arrivò a minacciare di scomunica i giocatori ma nel 1731 papa Clemente XII lo reintrodusse. Anche a Torino il Lotto visse fasi alterne tra divieti e la definitiva introduzione nel 1742. Ma è a Napoli che il gioco trovò il suo terreno più fertile: il 9 settembre 1682 fu fatta la prima estrazione. Cinque numeri, 11-14-20-34-52, destinati a entrare nella storia. L’introduzione definitiva avvenne solo nel 1735 sotto i Borbone.

Ma è solo con l’unità d’Italia che il gioco passò in gestione alla Stato e prese il nome ufficiale di Gioco del Lotto. Dal 1863 il Lotto entrò a far parte delle entrate previste nel bilancio statale e i profitti furono destinati alla realizzazione di opere pubbliche. A metà degli anni novanta la gestione è passata a Lottomatica. Una storia, dicevamo, quella del Lotto che è anche una storia d’Italia e del patrimonio nazionale. Ma non solo. Tra le tante curiosità e aneddoti legati al gioco, non tutti sanno che verso la metà del XVII secolo in Italia, e in particolare a Torino, si diffuse la pratica del Lotto delle Zitelle.

Oggi le chiamerebbero single ma allora la figura della donna non aveva ancora la sua emancipazione al punto che un buon matrimonio, e una buona dote, per molte era l’unica prospettiva di vita. Potevano ambire alle nozze le ragazze benestanti, i migliori partiti insomma, mentre venivano penalizzate le più povere che spesso non potevano arrivare alle nozze. A loro si ispirò il Lotto delle Zitelle che, modificando la formula del Gioco del Seminario, permetteva di giocare non sui candidati alle cariche politiche ma sui nomi delle ragazze povere.

Ogni numero era abbinato a una di loro e a seconda delle estrazioni cinque sorteggiate venivano premiate con una dote pari a cento lire. Si narra che la variante delle Zitelle ottenne il benestare del re Carlo Emanuele II che prese a stilare personalmente la lista delle cento ragazze. Questa versione del gioco riscosse grande fortuna non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa e addirittura in Francia venne promosso da un personaggio celebre come Giacomo Casanova.

L'eroe dimenticato di Nassiriya restituisce le medaglie allo Stato

Luca Romano - Sab, 02/04/2016 - 10:07

L'ira di Pietro Sini, abbandonato dalle istituzioni e dall'Arma dei carabinieri



Dimenticato dallo Stato. Pietro Sini, l'eroe di Nassiriya, reduce dalla strage di carabinieri, nel 2003, quando aveva salvato cinque persone ha esternato la sua rabbia nei confronti dello Stato.
Lui, che il 12 novembre di tredici anni fa si era infilato dentro la base Maestrale appena attaccata dai terroristi per prestare soccorso ai colleghi feriti, ora si sente abbandonato. E per questo ha deciso di riconsegnare le onorificenze che gli erano state assegnate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e cioè la nomina di Cavaliere della Repubblica Italiana e la medaglia d’oro - con annessa pergamena - quale vittima del terrorismo. Il tutto per "metter fine a una situazione assurda che dura da anni". In particolare Sini ce l'ha con l'Arma dei carabinieri, rea, a suo dire, di non considerarlo soprattutto in occasione degli appuntamenti istituzionali quali la ricorrenza della Virgo Fidelis (patrona dei carabinieri) o della commemorazione dell’attentato di Nassiriya o di altri attentati costati la vita a militari in missione all’estero.

"In diverse occasioni sono stato contattato informalmente dall’Arma che mi preannunciava un invito a qualche cerimonia – ha raccontato a La Nuova Sardegna – ma poi l’invito vero e proprio non arrivava mai. E ancora, mi hanno invitato a un incontro con tutti i decorati e feriti sardi in missioni di pace che si doveva tenere a Iglesias. Mi hanno detto che ci sarebbe stata un’auto a mia disposizione, ma qualche giorno dopo quell’auto non era più disponibile.

Siccome conosco le difficoltà del momento, la cosa non mi ha infastidito ma quando sono arrivato a Iglesias ho scoperto che molti colleghi erano arrivati a bordo delle auto dell’Arma. E, benché amareggiato, sono andato via dal raduno senza dir niente a nessuno. Non mi invitavano neppure alla commemorazione che si tiene ogni anno a Porto Torres e questo ha creato dei problemi non tanto a me quanto a mio figlio: i suoi compagni, infatti, gli chiedevano conto della mia assenza, arrivando a ipotizzare che mi ero inventato tutto".