lunedì 4 aprile 2016

Il supermarket della procreazione

Alessandra Bertirotti



È tutta questione di… andare contro natura.

figli supermarket

Nel giro di vent’anni non ci sarà più bisogno di fare sesso per procreare perché i figli saranno concepiti in laboratorio, con metodi diversi, innovativi rispetto a quello tradizionale,  ormai obsoleto, praticato da millenni.Diventerà inusuale fare l’amore a fini riproduttivi perché la tecnologia riuscirà a liberarci da questa ormai inutile incombenza.

Quando una coppia vorrà un bambino – e a questo punto non ci interessa nemmeno sapere se la coppia sia eterosessuale oppure omosessuale – sarà sufficiente lo sperma di un maschio – non necessariamente il maschio della coppia – ed un lembo di pelle di una femmina. Con la pelle di una qualsiasi “lei” avremo la possibilità di creare cellule staminali le quali daranno vita ad una selezione di embrioni. Questi ultimi, prima dell’impianto, potranno essere analizzati, esaminati e studiati, affinché sia possibile individuare in anticipo ogni tipo di malattia.

Non vi sto descrivendo l’ultimo libro di fantascienza presente sugli scaffali delle nostre librerie. No: si tratta della previsione del professore Henry Greely, direttore del centro di bioscienze della Stanford University, che potremmo leggere nel suo “The End of Sex and the Future of Human Reproduction”.

Secondo il Professore i genitori (potremmo ancora chiamarli così mi chiedo!) potranno disegnare il bambino secondo l’adozione di quattro classificazioni:

a) la presenza di malattie gravi o incurabili;
b) la presenza di altre patologie;
c) l’aspetto del nascituro, come il colore degli occhi e dei capelli;
d) le caratteristiche comportamentali.

Su questa ultima categoria di scelta, lo stesso Greely afferma che attualmente le informazioni a nostra disposizione sono ancora limitate perché non siamo in grado di affermare se un bambino potrà sicuramente essere intelligente o meno, anche se certamente ci avvicineremo a saperlo con una discreta approssimazione.

Il Professore è convinto che la sua ipotesi sia plausibile e che avrà vantaggi in particolare per le coppie dello stesso sesso che saranno nelle condizioni di poter scegliere o meno di aver figli con i loro stessi geni.Va da sé che questi nuovi metodi permetterebbero di evitare l’atto sessuale a scopo procreativo.

Non so cosa ne pensiate voi di questo scenario, ma io rabbrividisco al pensiero di una realtà così asettica dove non accettiamo i figli per come ci arrivano, senza decidere noi le loro fattezze e caratteristiche comportamentali e dove il sesso è relegato a semplice passatempo se non puro esercizio fisico.

Sarò retrò, ma io preferivo i sani metodi tradizionali!

La Chiesa non è Cristo

Nino Spirlì

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No, la Chiesa di Roma non è Cristo. Non ne ha la dignità, la divinità, l’umanità. Non ne conosce e non ne comprende il sacrificio. Non ne onora il messaggio. Non ne perpetua la semplicità e la genuinità. Non rinuncia al potere medievale. Non sa disfarsi degli ori e degli incensi. Non esalta la grandezza spirituale della Mangiatoia. Né la mansuetudine, la gentilezza, di Giuseppe. Né l’amore materno di Maria.

E’ impastata, è vero, col sangue e la carne di milioni di cristiani di tutte  le contrade della Terra. La loro fiducia è colonna del tempio di Dio, nonostante il marcio che divora la solidità necessaria al clero per essere simbolo puro del divino fra gli uomini. Ma dei fedeli stessi, la Chiesa non è difensore, né madre premurosa. Né si farebbe crocifiggere per la loro salvezza. Anzi.

Roma ha, ormai, scelto La Mecca, distruggendo Gerusalemme. Abbraccia il carnefice e ne bacia i piedi, mentre espone ogni Cristo vivente in Terra alle bombe, alle lame, ai proiettili, agli insulti, agli stupri, alle derisioni, alle prevaricazioni. Il vescovo di Roma, pastore venuto dalla fine del mondo, vescovo dei vescovi, riferimento delle preghiere e delle speranze dei credenti in Gesù Cristo, umilia la Croce dell’Uomo ed esalta la forgia dei chiodi, imponendo il farisaico buonismo verso i boia e mortificando la Bontà.

Traveste da Divina Misericordia la dabbenaggine e la resa incondizionata agli infedeli, mortificando la Speranza di un mondo cristiano in un mondo cristiano. Baratta la solidarietà a rimborso con l’umile e francescana Carità.E’ lo squillo delle trombe della Rivelazione? Indubbiamente. Cristo urla fra i suoi morti che è arrivato il tempo del Suo ritorno e ci mostra, senza manti, tutto il male e il marcio di questo nostro mondo corrotto.

A partire dalle presunte sante stanze, quelle in cui la menzogna, il vizio, la lussuria e l’avidità di soldi e potere, hanno lordato e lordano i lini degli altari. Con – misericordia! – un romantico e profondo Papa costretto al silenzio e ancora un papa giocoliere e clown, secondo solo al santo subito polacco, seminatore del caos nella casa di Cristo.

E non basta. Nella vergogna di quest’Ultimo Tempo, il pastore dei pastori è in ottima e corposa compagnia. Ci sono, a fianco al suo candido e non immacolato mantello, i potenti della Terra, i quali sciolgono i cani della guerra che scotennano i civili, ma paralizzano gli eserciti. I banchieri e i massoni, che accatastano oro e tirannide, mentre il popolo pesa la fame e ingoia la miseria.

Maria Sacro Cuore

Tempo di orrore e di fiaccole capovolte, in cui le sacre effigi “vengono inchinate” al cospetto delle ombre. Dio, di cui si legge distrattamente e velocemente la Parola dall’ambone, è dimenticato già nelle sagrestie, dove squillano le suonerie dei satanici cellulari del peccato e della vergogna umana.
E, infine, noi. Gli uomini.

Noi, quelli che non abbiamo i soldi per pagare i debiti del nonlavoro  e della nonpensione e perdiamo le case e le libertà. Percorriamo gli irti sentieri verso la Luce di Dio, fiduciosi che non ci abbandonerà, ma moriamo dei veleni sepolti con stupida astuzia negli orti e nelle acque, nei mari e nelle bocche spente dei vulcani di un tempo. Moriamo dei nodi alla gola, che stringono la nostra impotenza contro lo Stato, che strangola i propri figli e adotta i misteriosi e sconosciuti invasori in attesa di ius soli.

Noi, quelli che crepiamo di impossibilità di acquistare farmaci troppo costosi, ricevere terapie (malandrine) in cliniche private, godere della disponibilità di medici pubblici attenti e preparati. Noi che ci accoltelliamo per difendere la dignità della zucchina vegana e dell’agnello pasquale, ci spariamo in fronte sul pianerottolo condominiale per il volume del televisore troppo alto o troppo basso, ci frantumiamo la vita e le ossa a bordo di autovetture che guidiamo col cellulare in mano e la bottiglia svuotata nelle arterie…

Sì, è lo squillo delle trombe! E lo sanno anche i sepolcri imbiancati che spargono incensi sulla tomba di Pietro.

>>>ANSA/ PAPA, SCALZO NELLA MOSCHEA BLU, IN PREGHIERA ACCANTO A IMAM

Ma a loro poco importa. Perché questo novello sinedrio ha già la testa alla Mecca e il culo rivolto verso la nostra agonizzante Civiltà. E spera, ancora una volta, nella vittoria del sepolcro e non certo nel Trionfo del Risorto. Ma
.. … Dio non è la Chiesa. La Chiesa non è Dio.

Vittorio Sgarbi: "Se in Libia c'è l'Isis è colpa della Boccassini"

Gabriele Bertocchi - Lun, 04/04/2016 - 09:01

"Con il caso Ruby la Boccassini deligittimò il premier Berlusconi. E Sarkozy fece cadere Gheddafi". Sgarbi in un'intervista a Libero spiega come l'Occidente si è fatto sottomettere all'islam

"Un ritorno alle origini" così Vittorio Sgarbi, intervistato dal quotidiano Libero, racconta la sua candidatura alle a Cosenza.

Ricordi indelebili che tentano di cancellare il desiderio di candidarsi come sindaco di Milano. "". Ovviamente non dimentica quell'accusa dei magistrati italiani dopo il successo nella terra dei Bronzi di Riace: "Fui inquisito dieci mesi per 'ndrangheta, perchè i nostri giudici sono coviniti che se sei eletto laggiù sei per forza un mafioso".

Ma le ruggini del passato riaffiorano alla mente, e non si fermano ai trionfi in politica. La Libia, vedova del Rais Mu'ammar Gheddafi, e vittima dei tagliagole dello Stato Islamico, vede la sua terra martoriata da scontri e conflitti interni. Le colpe di questa situazione complessa e sanguinosa vengono attribuite a due persone dal critico d'arte: "Se oggi in Libia c'è l'isis è cola della Boccassini".
"Non le sembra un pò grossa questra?" chiede Senaldi, autore dell'intervista.

Puntuale e precisa arriva la spiegazione di Sgarbi: "Ha delegittimato Berlusconi con l'indagine su Ruby, e quando Sarkozy ha scatenato una guerra presuntuosa contro Gheddafi, il premier, non aveva né forza né credibilità per opporsi. La storia poi ha dimostrato che aveva ragione lui". E sullo scontro tra Occidente e Islam, il critico d'arte ha le idee chiare: "L'Isis crocefigge i suoi nemici, e noi in risposta togliamo il crocifisso dalle aule per non urtare la sensibilità degli islamici". "Non è questione di fede, ma di identità. Anche chi non è credente dovrebbe essere orgoglioso dei propri valori cristiani".

Non solo spiegazioni ma anche accus. La colpa di questo nichilismo nei confronti della religione, Sgarbi lo attribuisce ad Amato, Fini e Giscard d'Estaing: "Hanno tolto le radici cristiane dalla Costituzione Europea. Così abbiamo negato la nostra storia e le nostre radici. Da qui alla sottomissione all'Islam il passaggio è automatico".

Al via a Roma un corso per esorcisti

La Stampa
stefano pezzini

Potranno partecipare anche gli operatori socio-sanitari



Il diavolo esiste ed è in mezzo a noi ma, per nostra fortuna, è contrastato dagli esorcisti. Ovviamente per chi crede all’esistenza del maligno e, di contro, di chi lo combatte. Per la Chiesa cattolica, nonostante i dubbi teologici, la presenza di Satana continua ad essere una certezza. Per questo parte oggi l’11 edizione del corso «Esorcismo e preghiera di liberazione» che si tiene sino a sabato presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

Il corso è organizzato dall’Istituto Sacerdos in collaborazione con il Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa di Bologna (Gris) e l’Associazione Internazionale Esorcisti (Aie). Un ciclo di lezioni si propone di fornire ai sacerdoti ma anche ai laici (operatori pastorali, psicologi, medici, insegnanti, giuristi) gli strumenti idonei di formazione su un argomento a volte sottaciuto e controverso, come quello della pratica dell’esorcismo e della preghiera di liberazione.

Spiega Padre Pedro Barrajón, direttore dell’Istituto Sacerdos: «Abitando in una società molto secolarizzata nella quale più che in passato vi è la tendenza ad aprire le porte all’occultismo e all’esoterismo, l’azione diabolica è favorita dalle pratiche magiche e dal ricorso agli indovini, che possono avere un influsso reale fino alla possessione». A differenza del passato, però, l’esorcismo non è più inteso come una ritualità medievale:

«Il corso, che per la natura dell’argomento potrebbe prestarsi a un sensazionalismo che deborda da una sana teologia, si prefigge di approfondire la base teologica della natura e dell’azione di angeli e demoni da un punto di vista biblico, liturgico, dogmatico e morale, in aperto dialogo con altre scienze come la psicologia, la giurisprudenza e la medicina», si legge in una nota. Ad aprire i sei giorni del corso saranno una lectio magistralis del cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore della Penitenzieria Apostolica ed una lezione di mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio.

Durante le giornate di studio interverranno, tra i vari esperti, mons. Raffaello Martinelli, vescovo della diocesi di Frascati, monsignor Davide Salvatori, prelato uditore della Rota Romana, il teologo esegeta e storico mons. Helmut Moll, padre Cesare Truqui, scrittore e esorcista nella diocesi di Coira, Mario Landi, coordinatore nazionale del Rinnovamento dello Spirito, Luigi De Ficchy, magistrato a Perugia, Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. Al termine del corso si terrà una tavola rotonda con gli esorcisti padre François Dermine, mons. Larry Hogan e don Antonio Mattatelli.

Francia, la regione dell’Alsazia cambia nome: si chiamerà Grand Est

La Stampa
Lo hanno deciso 300 mila abitanti attraverso un referendum via Internet


Una veduta di Colmar, in Alsazia

La regione Alsazia-Champagne-Ardenne-Lorena si chiamerà d’ora in poi - secondo quanto deciso da un referendum via Internet da 300.000 abitanti - «Grand Est».

Il nuovo nome ha ottenuto un plebiscito online, secondo quanto annunciato stamattina da Philippe Richert, presidente regionale della destra dei Republicains. Il 75%, 3 persone su 4, hanno votato «Grand Est». Bocciate le altre proposte, «Rhin-Champagne», «Nouvelle Austrasie» e «Acalie». 

Terrorismo e intercettazioni: ecco perché non si può rinunciare alla privacy

La Stampa
stefano rizzato

Dopo gli attentati di Bruxelles l’avvocato e scrittore Guido Scorza, esperto di diritto dell’informatica, allontana le prospettive di un maggiore controllo sulle nostre attività online: «Non c’è prova che servirebbe a qualcosa»



Più controllo sulle nostre attività digitali, più sorveglianza online, più intelligence digitale. È questo che oggi, dopo gli attentati di Bruxelles e Parigi, si sente chiedere da più parti come antidoto al terrorismo. «Ma chi garantisce che serva davvero? Manca del tutto una prova statistica o scientifica. Di certo imporremmo ai cittadini di avere meno privacy. Ma in cambio daremmo loro solo la promessa di avere più sicurezza.

La scelta è politica, e la politica vera non toglie qualcosa ai cittadini senza la certezza dei risultati». Sono queste le riflessioni, e le obiezioni, di Guido Scorza: avvocato, docente di diritto dell’informatica all’Università di Bologna e alla Lateranense, giornalista e scrittore. Il suo ultimo libro - scritto per Laterza insieme alla public editor de La Stampa Anna Masera - porta nel titolo proprio questi temi: «Internet, i nostri diritti».

Privacy e sicurezza? Non dobbiamo scegliere
Sono temi ormai usciti dal giro di esperti e appassionati della materia. Di fronte a tutte le falle investigative emerse in relazione agli attentati del 22 marzo, la domanda è lecita: ci sono strumenti da usare di più o meglio per prevenire le future minacce? «Un utilizzo più evoluto e coordinato, direi una razionalizzazione, degli strumenti d’intelligence - risponde Scorza - è sicuramente auspicabile. Sia per Bruxelles che per Parigi c’erano informazioni sufficienti per bloccare i singoli episodi, ma sono state gestite male. E proprio questa razionalizzazione può diventare la chiave tra privacy e sicurezza: smettiamo di credere che ci sia una contraddizione tra questi due diritti».

Tanti dati raccolti, tanti rischi
Più efficienza, più coordinamento, l’uso delle nuove tecnologie ovunque sia possibile: ecco le prime cose che i cittadini dovrebbero pretendere da chi è chiamato a difenderli. Senza rassegnarsi però a scenari di sorveglianza di massa. «L’idea che si debba accettare una compressione della privacy per avere più sicurezza - dice Scorza - è un messaggio pericoloso. E così il principio che chi non abbia niente da nascondere possa o debba acconsentire alla raccolta dei suoi dati. Il metodo ‘pesca a strascico’ ha molti rischi. Anche se venisse fatto in buona fede, con l’impegno a cancellare i dati che non sono utili a fini investigativi. L’esistenza stessa di quei dati crea una debolezza. Il rischio è che quel 90 per cento di informazioni ‘inutili’ diventi oggetto di attacchi informatici. E i casi Hacking Team e del sito d’incontri Ashley Madison mostrano quanto sia pericoloso - oltre che costoso - ammassare tanti dati sensibili in un posto solo».

Il caso San Bernardino è diverso
Se la raccolta «a strascico» è un male - come del resto indicano sia le leggi nazionali che la direttiva europea in materia - la prospettiva deve cambiare quando si parla di casi singoli e specifici. E soprattutto quando ci sia un giudice a decidere. È questo che Scorza suggerisce nell’affrontare la polemica tra Apple e Fbi, che si sono messi a litigare pubblicamente sull’iPhone 5c di uno dei due attentatori di San Bernardino. «È un caso molto mediatico - osserva Scorza - perché di situazioni analoghe ce ne sono altre 70 o 80 negli Stati Uniti. Ma al di là di questo credo sia un metodo che dobbiamo accettare: uno schema in cui ci sia la polizia che indaga e chiede, e un giudice terzo che decide.

La partita è viziata solo dal fatto che l’ordinamento americano non prevede una norma specifica e pensata sui problemi di oggi. Per San Bernardino è stata usata ed interpretata una ‘legge ombrello’ più datata: sarebbe meglio incontrarsi intorno a un tavolo, a livello internazionale, e decidere principi più moderni e precisi. Apple obietta che fornire la tecnologia per sbloccare un iPhone aprirebbe la porta ad altri usi futuri? È un argomento che non regge: come si è visto dall’epilogo della vicenda, non è realistico pensare che le competenze su una cosa simile siano e resistano in mano a una sola persona, o a una sola azienda».

Sviluppo economico un ministero che serve ancora?

Corriere della sera
di Francesco Giavazzi

Abolirlo consentirebbe finalmente di tagliare la voce più inutile della spesa pubblica: i sussidi alle imprese private tanto inutili che neppure Confindustria li vuole

L’ex ministro per lo sviluppo economico    Federica Guidi durante la cerimonia di giuramento del governo al Quirinale (Ansa)
L’ex ministro per lo sviluppo economico Federica Guidi durante la cerimonia di giuramento del governo al Quirinale (Ansa)

Davvero serve un ministro per lo sviluppo economico? Una volta si chiamava ministro dell’industria. Il ruolo fu occupato da personaggi di grande autorevolezza, da Romano Prodi a Giuseppe Guarino. Era il fulcro della «politica industriale» del governo, il luogo dove si dirigeva, meglio ci si illudeva di dirigere, la strategia industriale del Paese. Una «idea insana» come l’ha ben definita Franco Debenedetti nel suo libro recente (Scegliere in vincitori, salvare i perdenti, Marsilio).

Poi cambiò nome, ma le illusioni non vennero meno. «Diciamo chiaro e tondo che chi rifiuta il termine politica industriale è un disfattista», disse il primo ministro per lo sviluppo economico, Pier Luigi Bersani. Ma nonostante i miraggi dei successivi ministri — il più ambizioso fu Corrado Passera — quel ministero è stato via via svuotato. Col passar del tempo si è cominciato a capire che anziché rischiare un ministro che si inventi una nuova politica industriale è meglio tradurre in leggi e regolamenti le segnalazioni che l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato trasmette ogni anno al governo.

Oggi il ministro per lo sviluppo economico si occupa essenzialmente di gestire le crisi aziendali, un compito importante, ma che può essere assegnato ad un sottosegretario ad hoc nella struttura di Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dovrebbe cogliere l’occasione e cancellare quel ministero. Ciò avrebbe un altro beneficio importante.

Consentirebbe finalmente di tagliare la voce più inutile della spesa pubblica: i sussidi pubblici alle imprese private, gestiti da quel ministero e tanto inutili che neppure Confindustria li vuole. Sa, presidente, perché è tanto difficile tagliarli? Perché il potere dei burocrati di quel ministero dipende dalla loro discrezionalità nell’allocazione dei sussidi. Ogni tentativo di ridurli si è infranto contro il muro eretto da questi signori. Il premio per il coraggio di chiudere quel ministero vale una decina di miliardi di euro.

3 aprile 2016 (modifica il 3 aprile 2016 | 21:09)

Italia-Svizzera, sconto benzina a rischio: il chip è un caso politico

Corriere della sera

Le nuove carte sanitarie nazionali incompatibili con i pos dei distributori. La Regione contro il ministero: «Non è un problema di Lombardia Informatica»



Lo sconto benzina, erogato in 239 comuni lombardi distanti entro 20 chilometri dal confine svizzero, è a rischio. Da qualche giorno, molte tessere sono bloccate. Il rimpallo di responsabilità è in corso e nel mezzo c’è il cittadino, che non riesce più a usare la tessera sanitaria valida come carta sconto. Quello che sta accadendo è un vuoto tecnologico. La Regione sta ritirando le tessere sanitarie Crs (grazie alla quale si ottengono sconti da 10 a 20 centesimi al litro) e sta inviando le nuove tessere nazionali Cns. Qui cominciano i guai. Due in particolare. A molti utenti è stato disattivato il chip della tessera vecchia, senza che abbiano ricevuto quella nuova. A una seconda fascia di sfortunati, invece, è stata già recapitata la tessera nazionale ma non funziona.

Gli esempi si sprecano. Varese, venerdì pomeriggio, distributore Esso di viale Europa: «Molte tessere sono già state disattivate — raccontano i gestori — anche la nostra scade in teoria a ottobre. Eppure non funziona già più». Per risolvere il problema, il 7 aprile Davide Rovera di Lombardia Informatica, dovrebbe incontrarsi con il presidente della Regione Roberto Maroni. «Il problema non è in alcun modo riconducibile né a Lombardia Informatica né a Regione Lombardia — osserva Rovera — le nuove carte sono state predisposte da un appalto del ministero dell’Economia, non hanno tenuto conto della compatibilità con i pos dei distributori di carburante».

Tuttavia il centrosinistra ha un’altra versione dei fatti. E cioè che già dal 2103 era prevista la gara nazionale alla Consip per la nuova tessera sanitaria: la Lombardia era al corrente della situazione. « La Giunta ha avuto tre anni per accompagnare il cambio da una carta all’altra — precisa Alessandro Alfieri del Pd —, il passaggio di consegne tra le società appaltatrici era noto. Le giustificazioni date dalla Giunta lasciano il tempo che trovano». Secondo una stima, sono circa 3 mila le nuove carte difettate, mentre sono 54 mila le vecchie carte bloccate e disabilitate nelle province di Varese, Como e Lecco. Daniela Maroni, rappresentante dei benzinai comaschi, invita a non gettarle via, poiché la Regione potrebbe decidere di riabilitarle nei prossimi giorni.

Rin Tin Tin, 60 anni italiani, e tutte le star a quattro zampe

Corriere della sera
di Nicoletta Pennati

Dopo il successo del cane pastore negli Stati Uniti, la Rai comprò la serie. Ritrasmessa a lungo negli anni a seguire. Rin Tin Tin è stato il primo di tanti altri quattrozampe star.

Rin Tin Tin, 60 anni italiani, e tutte le star a quattro zampe

Un cane e il suo padroncino, un orfano “adottato” da alcuni soldati di stanza in un forte nel selvaggio West dopo che gli indiani gli hanno ucciso i genitori. Ovvero i protagonisti di una serie televisiva americana che ha conquistato, per anni, bambini e adulti. Negli States prima e, dal 5 aprile del 1956, anche in Italia.

Titolo della serie? Le avventure di Rin Tin Tin. Le ricordate? In totale vennero trasmesse 164 puntate di una ventina di minuti l’una. Vera star delle storie, molto più del piccolo Rusty, il pastore tedesco Rin Tin Tin. Un cane molto espressivo, ben educato, sempre al posto giusto al momento giusto. Visto il successo di pubblico, gli episodi vennero mandati in onda più e più volte nei decenni successivi. Passando dal bianco e nero al colore. E quindi riproposti anche da Rete 4, nel 2008, nel periodo estivo.

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Rin Tin Tin con il suo padroncino Rusty.

Una vera consacrazione per Rin Tin Tin, in precedenza protagonista solo sul grande schermo (dal 1922 al 1931). Il primo cane-attore star della storia (Rinty ha una stella sulla “Walk of Fame” di Hollywood ndr). Ruolo ricoperto in seguito anche dal collie Lassie, protagonista, dal 1938 ad oggi, di film, serie televisive, cartoni animati, fumetti, romanzi.

Da allora i quattrozampe protagonisti di film e telefilm sono stati decine. Qualche nome? A marchio Disney: Pluto, Idefix, Brutus (il danese che si faceva comandare dai quattro bassotti ndr), i dalmata della Carica dei 101, Lilly e il Vagabondo, Bolt. E ancora: Zanna Bianca, Marley, Tequila, ando, Belle. Fino al commissario Rex, star indiscussa della televisione.

Electrified S è la bici elettrica che si controlla con lo smartphone

Corriere della sera
di Alvise Salice - 04/04/2016 09:05

L’azienda olandese VanMoof ha presentato la sua nuova e-bike: bella, versatile, smart, connessa e soprattutto accessibile



Vi avevamo già parlato di Freygeist, la lussuosa e-bike tedesca che presenta caratteristiche di primissimo piano ma anche un costo decisamente elitario.



Dall’olanda invece arriva la nuova Electrified S, che per un prezzo ben più abbordabile offre un pacchetto tecnologico forse altrettanto interessante. Con un sobrio look metallizzato da classica city-bike, la versione 2016 dell’Electrified incorpora un propulsore che permette una velocità massima di 32 km/h (limitato a 25 km/h per i Paesi EU), mentre il telaio integra una batteria ricaricabile che dichiara un’autonomia di 100 Km.

Il fiore all’occhiello dell’Electrified S, però, risiede senz’altro nella connettività con lo smartphone: tramite l’app sviluppata dall’azienda olandese, infatti, è possibile monitorare costantemente il corretto funzionamento della bici e utilizzarne la strumentazione.



Ma ancor più importante, il telefono servirà anche per sbloccare l’antifurto elettronico (con tracciamento GPS) di cui è fornita l’e-bike: antifurto associato con blocco Keyless ad una catena senza chiave, che si apre solo toccando un micro-display incassato nel telaio, in grado di riconoscere il proprietario del mezzo.

Ruote da 28”, freni a disco idraulici, trasmissione SRAM con cambio automatico completano la ragguardevole dotazione tecnica di un’e-bike pesante appena 18,5 kg. La pre-vendita inizierà il 5 aprile sul sito di VanMoof, ad un prezzo speciale di 1.998 € per le prime 1.000 unità (in seguito il prezzo di listino si attesterà sui 2.998 €).

Consegne a partire da giugno 2016.