martedì 5 aprile 2016

L’insulto generico

La Stampa
massimo gramellini

Siete di quelli che ancora pensano che dare a qualcuno dell’uomo, o della donna, di m. sia infamia meritevole di querela? Retrogradi. Roberto Pelucchi, giornalista sportivo afflitto da evidente permalosità, si è permesso di denunciare dei galantuomini che sul sito «atalantini.com» lo avevano definito «infame», «bastardo» e «uomo di m.». Ma il giudice di Bergamo, perché c’è un giudice a Bergamo, ha rigettato la richiesta con poche ma definitive parole. «In ambito sportivo un insulto generico ci può anche stare».

Un insulto specifico no, nemmeno lì. Ma un insulto generico, nel ruttodromo del calcio, fa quasi simpatia. Specie se lanciato da ultrà che si nascondono dietro nomi di facciata. Un accorgimento - scrive il giudice - che «toglie carica all’insulto rispetto alle offese fatte con nome e cognome». Se dunque vi assale la voglia di mandare genericamente a stendere qualcuno, non frenate l’istinto. Riempitelo pure di m., purché a volto coperto e senza declinare le vostre generalità.

Va inoltre considerato che il Pelucchi era intervenuto su quel sito per difendere un suo articolo. Decisione che il giudice considera quantomeno imprudente. «Chi si mette a correre per strada durante la festa di Pamplona non può lamentarsi più di tanto se qualche toro finisce per incornarlo». Che sarebbe un consiglio saggio, se provenisse dal gargarozzo di una vecchia zia. Mentre chi parla è uno che in teoria dovrebbe fare rispettare le leggi. Invece sta dicendo che quando vieni rapinato in un vicolo buio a mezzanotte, non solo il reato non esiste, ma se lo denunci sei pure un po’ coglione (insulto generico). 

Renzi

La Stampa
jena@lastampa.it

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per dei boschi oscuri
che la diritta via era smarrita.

Da Cuneo all’Europa la rivoluzione no cash



La Stampa
matteo borgetto, francesco doglio

Un’app inventata da tre ragazzi per eliminare le banconote

«Non dimenticare di dimenticare i contanti», è lo slogan della sesta giornata del «No cash day », che oggi si svolge in tutta Europa.

L’invito è quello di trascorrere 24 ore senza banconote e monetine nel portafogli e utilizzare gli strumenti digitali per il pagamento. A lanciare l’idea Geronimo Emili, fondatore e presidente dell’associazione italiana CashlessWay, che promuove iniziative a favore dei sistemi di spesa alternativi al contante. Pratica ancora poco diffusa in Italia: con 30 operazioni pro capite all’anno siamo tra i Paesi che registrano i tassi più bassi di utilizzo delle carte (in testa la Svezia con 250, mentre la media europea è di 86). Ma non ci sono solo bancomat e carte di credito. 

Da Cuneo è nata una rivoluzione digitale che permette di pagare schiacciando un bottone sullo smartphone. Si chiama «Satispay» ed è un’applicazione scaricabile gratis e inventata da tre giovani cuneesi, Alberto Dalmasso, Dario Brignone e Samuele Pinta. In poco meno di due anni hanno registrato 60 mila download e attivato la possibilità di pagamento in 3 mila esercizi commerciali, italiani ed europei.

UNA LUNGA CATENA
A scorrere l’elenco c’è da perdersi: bar, ristoranti, pizzerie, alimentari, gioiellerie, negozi di abbigliamento, ferramenta, distributori di benzina, catene di supermercati, perfino studi legali, dentistici e di architettura. Una catena che finora ha raccolto, tra investitori privati e istituzionali, 8,5 milioni. 

Per l’attivazione su iPhone, Android e Windows Phone è sufficiente scaricare l’app, iscriversi e inserire il proprio Iban per autorizzare la banca alle transazioni dal conto al portafoglio elettronico. Il procedimento dura almeno una settimana, poi diventa tutto facile. E immediato. Per il privato il servizio è gratuito e agli esercenti non si chiede alcun canone, né commissione per transazioni inferiori ai 10 euro. 

Sopra la soglia il commerciante paga 20 centesimi contro lo 0,3% per la carta di credito e lo 0,2% del bancomat. L’abbiamo sperimentato, con soddisfazione, in una giornata «No cash» tra i negozi di Cuneo, facilmente individuabili dall’elenco online. A partire dalla colazione, al bar «Corso» in corso Nizza, dove il sistema ha permesso di pagare dal dehors senza andare alla cassa. «In media facciamo dalle 20 alle 30 transazioni al giorno - dice il titolare, Marco Basso -.

Siamo soddisfatti: la clientela è in crescita». Qualche centinaio di metri ed ecco una panetteria: a precederci una pensionata. «Pago con Satispay» e subito la titolare, Lorenza Lamberti, attiva la procedura. «Veloce e facile da usare - dice - ma a volte si inceppa per mancanza di rete o per i modelli di cellulari più vecchi». Pausa pranzo e non c’è che l’imbarazzo della scelta.

GRANDI VANTAGGI
Alla richiesta del conto Alessandro Benza dell’«Osteria dei Colori» chiede se vogliamo pagare in contanti, carta o Satispay. Pochi istanti e sul display compare la transazione. «Funziona bene anche se sono ancora pochi i clienti a utilizzarlo - dice il ristoratore -. Grandi i vantaggi per noi: la commissione a 20 centesimi sopra i 10 euro di spesa è davvero bassa». «Comodo e più veloce del bancomat», aggiunge Gian Paolo Tecco, che ha una macelleria in centro, da dove usciamo con una bisteccona da 8 euro.

Il «No cash day» avrà tanti appuntamenti e, in Italia, Torino sarà una delle «capitali» dell’evento. Oggi il Museo del Risparmio ospiterà gli studenti delle superiori che potranno visitare una mostra dedicata alla moneta digitale e cimentarsi in «No Cash World», un gioco di ruolo preparato per farli riflettere sull’importanza degli strumenti di pagamento elettronici. 

Domani, poi, giornata per gruppi di 20-25 ragazzi alla sede torinese della Banca d’Italia: nelle due sessioni la storia della moneta e le sue funzioni, i rischi e l’importanza degli strumenti di pagamento alternativi al contante. È prevista anche la visita alle attrezzature utilizzate per la gestione delle banconote.

Tutti connessi a Internet nel 2020? C’è chi dice no

La Stampa
carlo lavalle

Oltre 4 miliardi di persone nel mondo non sono ancora online, ma la lotta al divario digitale rischia di slittare al 2042 con un ritardo di 22 anni: l’obiettivo dell’Onu è ancora lontano



Oltre 4 miliardi di persone nel mondo non hanno ancora Internet e senza un’azione più incisiva la promessa di estenderne l’accesso anche ai paesi meno sviluppati entro il 2020 non potrà essere mantenuta. Sono le conclusioni cui giunge il nuovo rapporto di “Alliance for Affordable Internet” (A4AI), una coalizione formata nel 2013 da Google, Facebook, Microsoft, Intel e Cisco avendo come finalità una rete alla portata di tutti.

Il diritto di accesso universale a Internet è stato sancito dalle Nazioni Unite nel settembre 2015, in occasione dell’ultimo Summit sullo sviluppo sostenibile che per il suo raggiungimento ha fissato la scadenza temporale al 2020. Ma di questo passo gli obiettivi stabiliti slitteranno al 2042 con un ritardo di 22 anni rispetto a quanto previsto.

Ai ritmi correnti, nel 2020 sarà connesso a Internet solo il 53% della popolazione globale e appena il 16% degli abitanti dei paesi più poveri. Questo significa che in molte società altre generazioni verranno tagliate fuori dalla rivoluzione digitale. Soprattutto, sono le fasce meno abbienti e le donne ad essere maggiormente penalizzate ed escluse dall’accesso alla rete.

Inoltre, come sottolinea il documento di A4AI che valuta in base all’Affordability Drivers Index (ADI) lo stato di 51 diversi paesi tra i meno sviluppati, una più ridotta platea di persone connesse a Internet diminuirà le opportunità di crescita economica. Negando, peraltro, a molti la possibilità di usufruire di servizi online nel campo dell’istruzione e della sanità nonché di esprimersi liberamente sul web.

La soluzione per colmare il divario? Secondo A4AI è necessario, naturalmente, rafforzare gli investimenti pubblici nelle infrastrutture di rete e rendere più fruibile il WiFi. Ma, più in particolare, bisogna agire per abbassare i prezzi di cellulari e dispositivi e quello della banda larga finché ogni singolo utente arrivi a pagare un valore pari o sotto il 2% del reddito medio mensile per 1 GB.

Una radio in ogni scuola”, senza la corrente elettrica. Anche questo fu il Ventennio

La Stampa
piero bottino

La mostra sul fascismo allestita a Tortona fra le proteste di Anpi e Rifondazione, è uno dei primi tentativi di guardare a quegli anni con strumenti storici e non ideologici



Da «u trombou dra cà du Litori» nell’atrio di Palazzo Guidobono si diffondono frasi stentoree e marcette d’epoca. Era una delle due «trombe» sistemate sulla faccia della Casa del Fascio (inaugurata e distrutta dai bombardamenti nel giro di pochi anni) attraverso cui il regime comunicava con i tortonesi. Plastico esempio della propaganda d’epoca che appare oggi, nell’era dei grandi fratelli informatici, così ingenua da apparire quasi caricaturale. Una sensazione che si ripete spesso durante la visita alla mostra «Cartoline dal Ventennio. Tortona negli anni del fascismo», il primo tentativo in provincia di guardare a un periodo risalente a oltre 70 anni fa con strumenti storico-documentari e non ideologici.



Le polemiche non sono mancate, dalle accuse dell’Anpi a quelle di Rifondazione. Ma si tratta davvero dell’esposizione ambigua «di un collezionismo ingenuamente nostalgico», priva del «netto rifiuto di quel periodo»? Forse questa mostra il fascismo - autocelebratosi quand’era in auge, demonizzato dopo - vuole solo limitarsi a osservarlo, lasciando al visitatore il compito di trarne le evidenti contraddizioni, a volte il grottesco, ma comunque il fatto di essere riuscito a diventare centro (totalitario, appunto) della vita sociale. Oltre ai gagliardetti, all’orbace, ai fez e alle divise c’è infatti soprattutto una città e la sua gente.

Ci sono la ricchezza (nel ’27 furono censite a Tortona non più di 40 automobili) e la povertà (le scuole tortonesi furono fra le prime a dotarsi della radio su invito dei gerarchi, ma in campagna non c’era la corrente elettrica per farle funzionare). Ci sono i rapporti interni al Pnf, con un susseguirsi di liti che portano in Comune commissari oppure podestà «stranieri», e le cerimonie di massa. Coinvolgenti le ricostruzioni, come l’aula elementare (fa parte del museo di Casalnoceto) o l’ufficio del podestà; suggestivi gli apporti multimediali, filmati e registrazioni audio.



Gli organizzatori - Comune, società Pro Julia Derthona e Fondazione che ha curato il bel catalogo - prendono atto: «Le polemiche sono positive. Accrescono l’interesse attorno alla mostra». Infatti già si è arrivati a quasi mille visitatori, quota che si punta a superare ampiamente in questo weekend. I più anziani allora erano bambini, ragazzini al massimo, e vengono a ritrovare luoghi e volti della giovinezza. I giovani restano spesso un po’ «straniti» di fronte modi di concepire la politica, la religione, i rapporti sociali, la vita insomma, così distanti e apparentemente assurdi a paragone di quanto accade oggi sotto i loro occhi.



La mostra per altro è la seconda di una trilogia: s’è iniziato l’anno scorso con «I tortonesi e la Grande Guerra», si terminerà l’anno prossimo con il periodo che va dalla caduta del fascismo agli anni del «boom». Resta fuori il ’68, ma chissà, in futuro... La voglia dei tortonesi di tirare fuori dai cassetti e dai solai documenti e immagini che altrimenti andrebbero perduti (da segnalare questa volta l’impegno di Fausto Galli e Matteo Leddi) è ancora tutta da esprimere. Fare i conti con la propria storia, poi, è sempre un fatto positivo: può aiutare a pensare al futuro. 

Addio alle piccole scomodità: com’è nata l’idea di Satispay”

La Stampa
francesco manacorda

“L’obiettivo? Quindici milioni di clienti entro tre anni”


«Ricordo le scene con i colleghi quando si andava a mangiare fuori e si facevano i conti con i buoni pasto: tu mi devi un euro e io devo due euro a un altro, che a sua volta deve tre euro a qualcun altro. Una scomodità quotidiana. È lì che mi è venuta l’idea di fare qualcosa per rendere i pagamenti, anche quelli piccolissimi, più fluidi». Erano quattro amici al bar, adesso sono tre amici trentenni - il laureato in Economia Alberto Dalmasso che ci parla e i suoi soci informatici Dario Brignone e Samuele Pinta - che da un open space milanese provano a guidare la prossima rivoluzione della moneta elettronica con la loro Satispay.

Una app sul telefonino per caricare un portafoglio elettronico e con quello effettuare pagamenti nei negozi o rimborsare un amico. Come nasce? «Dalla scomodità quotidiana di non poter pagare tante spese, specie quelle piccole, con una carta di credito perchè il negoziante sceglie di non accettarla a causa delle commissioni alte. E poi dal fatto che per i giovani anche i contanti non sono comodi. Così abbiamo iniziato a pensare come si poteva fare con il telefonino una delle poche cose che ancora non si facevano».
  
La soluzione trovata? 
«Ci ha aiutato l’Europa, nel senso che mentre pensavamo a come rendere semplici questo tipo di transazioni, una direttiva europea ha imposto l’obbligo di adottare entro il febbraio 2014 uno standard unico, quello Sepa, per i bonifici nell’Ue. A quel punto è stato più facile pensare a un intermediario finanziario centrale che da una parte addebita il conto del pagatore dopo che questo ha dato un’autorizzazione permanente e dall’altra effettua un bonifico a chi invece deve riceve i soldi».

Urge esempio pratico e semplice...
«Tu scarichi la nostra App e ci dai il tuo Iban, ossia il numero di conto corrente. Dopo alcuni controlli l’app viene attivata e tu scegli quanti soldi vuoi sul telefonino ogni settimana, proprio come faresti con i contanti. Se hai scelto di avere 100 euro e nella settimana precedente ne hai spesi solo 40, il lunedì prenderemo dal tuo conto 40 euro per riportare la tua disponibilità al livello iniziale. Se non hai speso nulla in settimana non ci saranno operazioni. Se un amico ti ha accreditato 30 euro e ne hai 130, quei 30 verranno bonificati sul tuo conto corrente».

Tutte operazioni che hanno un costo, no?
«Sì, ma anche perché ci sono molti livelli di intermediazione che possono essere saltati. La nostra forza è stata quella: siamo in grado di dialogare con la stanza di compensazione dove confluiscono la stragrande maggioranza delle operazioni bancarie europee. Adesso ci costa due centesimi a operazione, a regime contiamo di arrivare a un centesimo».

E come guadagnate, o guadagnerete?
«Con la commissione di 20 centesimi che ogni esercente paga sulle transazioni sopra i 10 euro. E studiamo i modi di far fruttare una piattaforma come questa, con un altissimo grado di personalizzazione: possiamo dire a un esercente che con Satispay può programmare una campagna di sconti rivolta solo a donne tra i 24 e i 33 anni. E alcuni ci chiedono anche di pensare al credito al consumo»

Domanda d’obbligo per una startup. Come si parte? E dove si spera di arrivare?
«Siamo partiti Dario ed io a fine 2012, licenziandoci dai nostri posti di lavoro: poco dopo si è aggiunto Samuele. Nel gennaio 2013 abbiamo cominciato a lavorare su Satispay e con l’aiuto di Giuseppe Donnagemma, che era stato in Nokia e Samsung, abbiamo cominciato a raccogliere fondi: prima 420 mila euro, compresi i 150 mila che ci abbiamo messo noi tre. Poi amici e parenti: più di 50 che hanno creduto nell’idea. Negli ultimi due anni abbiamo fatto due round di finanziamento con soggetti più istituzionali e siamo arrivati a raccogliere 8,5 milioni».

Il primo obiettivo, forse inaspettato ma avrà fatto contenti voi - cuneesi Doc - è quello di aver fatto diventare Cuneo la città con più moneta elettronica in Italia. I prossimi?
«Ci concentriamo su alcune città tra Piemonte e Lombardia, ovviamente anche Torino e Milano. Abbiamo accordi di pagamento con molte catene, ad esempio Grom. E dai 500 mila clienti attuali puntiamo a servirne 15 milioni entro tre anni».

Dal tappo «esplosivo» al Bagonghi Tutte le scivolate a Palazzo Marino

Corriere della sera

di Giampiero Rossi

La storia amministrativa milanese vanta una sequenza di «numeri» sorprendenti

La scultura proposta da Italo Rota come simbolo di Milano: «Grillo Mediolanum», opera d’arte concettuale di Luigi Ontani. In testa ha un panettone e una lattina della «Merda d’artista» di Piero Manzoni. Il sindaco Marco Formentini lo definì «nano Bagonghi»
La scultura proposta da Italo Rota come simbolo di Milano: «Grillo Mediolanum», opera d’arte concettuale di Luigi Ontani. In testa ha un panettone e una lattina della «Merda d’artista» di Piero Manzoni. Il sindaco Marco Formentini lo definì «nano Bagonghi»

Marciapiedi come parcheggi, tappi esplosivi ai danni delle opere d’arte, mogli a spasso con l’auto blu, coprifuoco ai gelatai e mascotte mostruose. Non è vero che Milano sia una città austera, dove anche la politica si adegua al pragmatismo senza creatività. Già prima delle pennellate punitive dell’assessore Carmela Rozza, infatti, la storia amministrativa milanese vantava una discreta sequenza di «numeri» sorprendenti.

Ai tempi del sindaco Marco Formentini, per esempio, furono due assessori della giunta monocolore leghista a conquistare gli onori delle cronache per un paio di uscite tutt’altro che ortodosse. Il responsabile del Traffico, Luigi Santambrogio — oggi candidato sindaco con la lista di Alternativa municipale —, si ritrovò in imbarazzo quando a causa della pubblicazione di alcune foto che lo ritraevano mentre scaricava la spesa dall’auto blu comunale.

Ma non fu meno mortificante, pur in assenza di malcostume, il trattamento che accompagnò il suo collega di giunta Italo Rota quando si trattò di proporre un nuovo simbolo per Milano. L’architetto, responsabile municipale della Cultura, presentò un pupazzetto barbuto dalle sembianze sconcertanti (l’aggettivo ricorrente, in realtà era «inquietante») che venne immediatamente ribattezzato «Bagonghi», ma anche «sgorbio», «bestemmia», «pagliaccio sciancato e deforme» (nell’immagine qui a fianco). Inutile ricordare che non se ne fece nulla.

Altro sindaco, altra giunta. Nel 1997 si insedia a palazzo Marino Gabriele Albertini, che nonostante l’impronta manageriale impressa alla sua amministrazione deve fare i conti con qualche uscita infelice da parte dei suoi uomini. Memorabile resta quella dell’assessore al Traffico Norberto Achille che propone di utilizzare i marciapiedi come parcheggi. Nel 2014, poi, l’assessore provinciale al Personale e ai sistemi informatici Roberto Cassago si esibisce in una stappata di spumante che si conclude con lo sfondamento di un quadro del XVIII secolo, fino a quel momento tranquillo a Palazzo Isimbardi.

E si arriva all’attuale amministrazione arancione che, prima dello show stradale di Carmela Rozza, ha vissute almeno un paio di uscite avventurose dell’assessore al Commercio, Franco D’Alfonso: il coprifuoco per la vendita dei coni gelato e i sussidi senza contanti ai poveri, perché «se li giocano alle slot machine».

4 aprile 2016 | 07:54

Jet, jumbo e idrovolanti: nel deserto dell'Arizona gli aerei in pensione

Corriere della sera
di Guido Olimpio

Dozzine di jet passeggeri ritirati dal servizio. Dai Jumbo a vecchi idrovolanti in un aeroporto usato anche dalla Cia e dal Pentagono



PINAL AIR PARK (Arizona) - I due falchi sono appollaiati sul timone di coda di un jumbo in disuso. Su un altro 747, con i colori della TWA, parcheggiato a pochi metri di distanza, c'è il nido. Una piccola rivincita dei rapaci sugli aerei che ora non volano più. A dozzine. Oltre 120 jet passeggeri lasciati in questo deposito a sud di Phoenix, conservati dal clima secco e scoloriti dal Sole.

Camminando tra erba e pietre, nascondiglio naturale per i serpenti a sonagli, incontri qualsiasi modello. Un gigantesco Boeing ritirato in ottobre, dei vecchi idrovolanti sospesi dal servizio negli anni '70 dopo un incidente in Florida, 727 privati e quelli di compagnie famose. E non solo quelli. Sul tarmac porrebbero esserci jet una volta utilizzati nelle missioni coperte della Cia e chissà che qualcuno rimesso a nuovo non possa essere mandato da qualche parte per un'operazione clandestina. Ha la livrea della compagnia X e invece risponde agli ordini della company di Langley.
Da scuola per piloti a deposito
L'aeroporto è nato negli anni 40, in pieno conflitto mondiale, qui addestravano i piloti da mandare al fronte, poi in periodo di pace lo hanno impiegato per il training e per trasformare le «fortezze volanti» in aerocisterne destinate ai pompieri del cielo. Aveva sei piste, spazi enormi, hangar, strutture logistiche, alcune delle quali sono rimaste. Piccole case come dormitori, ambienti per single e famiglie, il ristorante-mensa, il centro comune. In seguito a Pinal sono arrivati i mezzi della Evergreen, grande società di trasporti, in grado di trasferire civili, soldati, merci, materiale per qualsiasi committente, compreso il governo. E con il tempo lo scalo si è tramutato in una sorta di dormitorio o pensionato per le aquile in metallo.
Occasioni vantaggiose
Jim Petty, il funzionario della contea responsabile dell'impianto, ci fa da guida in questo luogo affascinante, silenzioso nonostante i lavori. E ci spiega le tre categorie che «scendono» sulla striscia d'asfalto. I primi sono i jet destinati alla demolizione, a volte marcati con un segno rosso, disseminati lungo il lato della rete che segue il fianco dei capannoni. Li faranno a pezzi, uno dopo l'altro, con l'aiuto di speciali attrezzature e fiamma ossidrica. In un altro settore , vicino agli hangar, aspettano i velivoli inviati per la manutenzione: hanno insegne che richiamano paesi esotici o vettori locali. Infine quelli che aspettano «in sonno», con motori e cabina fasciati da una pellicola che aiuta a proteggerli. Se un giorno un cliente avesse bisogno di un cargo, di un «passeggeri» di seconda mano può trovare l'occasione, anche vantaggiosa. Non ci metteranno molto a rimetterli in linea, chiavi in mano.
Un paradiso per i complottisti
Il posto offre suggestioni e trame per chi ama le teorie del complotto: per anni e ancora adesso c'è chi allude ai «misteri», ai decolli notturni, a quegli «apparecchi con la matricola di copertura». O ancora alla sezione dove si lanciano i commandos e i Navy Seal dell'US Special Operations Command, presenza discreta quanto attiva che si incrocia alla scuola elicotteri frequentata da cadetti statunitensi e di Singapore. Imparano come usare gli Apaches e se vogliono, a ovest, c'è anche il gigantesco poligono dove sparare. Uno scrittore di romanzi potrebbe dire: ecco dove far sparire un jet, magari dopo averlo ridotto in ammasso di rottami.

Fantasia e realtà camminano parallele in una terra piatta dove ogni tanto si alzano mulinelli di sabbia che possono diventare venti impetuosi capaci di sollevare il muso di uno degli «ospiti». Per darvi l'idea è capitato persino ad 747. Quelli privi di motore sono più leggeri e per questo hanno fissato il carrello anteriore con blocchi di cemento. Pochi mesi ancora di attesa prima dell'atto finale, quando saranno demoliti e di loro non rimarrà più nulla. Neppure un pezzo d'ala dove un falco potrà creare il suo rifugio.

4 aprile 2016 (modifica il 4 aprile 2016 | 21:52)

Vino al metanolo, 30 anni dopo nessuno ha pagato per le 19 vittime e le 11 persone rese cieche

Corriere della sera

A casa di Enzo Binotto, reso cieco dall‘adulterazione enologica. I colpevoli oggi si dichiarano «nullatenenti»



Quando si rivolge a sua figlia, ormai una bella donna alta quasi un metro e ottanta, volge ancora lo sguardo in basso. Come quando era bambina, quando aveva quattro anni, quando potè vederla per l’ultima volta. Nella sua casa alla periferia di Milano, nella Brianza industriale, Enzo Binotto racconta senza rabbia, con la semplicità delle persone mansuete e perbene, delle persone consapevoli di essere vittime di una doppia ingiustizia, contro la quale ormai non c’è più nulla da fare, a dirlo è il tempo che passa. In testa ha un livido, una recente botta contro uno stipite.

Ogni tanto succede ancora, anche a lui, che è cieco da ormai trent’anni. Nel marzo del 1986 la cugina di sua moglie andò all’Esselunga di Monza a comprare un pintone di vino sfuso. Quella sera, sua moglie Nicoletta sentì un odore strano uscire dalla bottiglia, troppa acidità. E non toccò il vino che era sulla tavola. Ma Enzo Binotto, tornitore di precisione, detto occhi di gatto per vie della sua professione, ne aveva ormai bevuto due bicchieri. Ancora non lo sapeva, ci sarebbe voluto un altro mese perché l’Italia capisse cosa era successo.
Il peggio dell’animo umano
Quello del vino al metanolo è un episodio di cronaca nera che somma tutto il peggio dell’animo umano, grettezza, avidità, nessun rispetto della salute degli altri. Diciannove morti sparsi lungo tutta la penisola, undici persone rese cieche assolute, così recitavano le perizie dell’epoca, dal giorno alla notte, come schiacciare un interruttore.

Altre cinque rese pazze dalla sostanza chimica messa nel vino per aggiustarne la gradazione da uno sciagurato produttore, si chiamava Giovanni Ciravegna, veniva da Narzole, un paese di pianura al bordo delle Langhe, e dai suoi complici. Nell’ultimo mese si sono sprecate le celebrazioni. Trent’anni fa, a causa del vino al metanolo, il settore che oggi è uno dei nostri fiori all’occhiello toccò il suo punto più basso. Giustamente, anche Coldiretti ne ha festeggiato la rinascita e i passi da gigante. Nessuno però si è ricordato di un dettaglio molto italiano di quella storiaccia.
Nessuno ha pagato
I colpevoli non pagarono, le vittime e i morti rimasero tali, senza alcun risarcimento. Si sa come vanno queste cose. Ciravegna uscì dal carcere per decorrenza dei termini, ancora prima che l’inchiesta fosse chiusa. I magistrati se la presero comoda, e ci misero quattro anni per arrivare al processo, che ne durò altri due. In quel lasso di tempo, tutti gli undici imputati, a cominciare da Ciravegna padre e figlio, divennero misteriosamente nullatenenti, impossibilitati a risarcire le vittime che non videro mai neppure una lira dei soldi che spettavano a chi aveva bevuto quel vino avvelenato.

«È andata così, non ci si può fare nulla» dice Binotto, con la sua rassegnata umanità. Ma ad ascoltarlo, a guardare quel che lui non ha potuto vedere negli ultimi trent’anni, a cominciare dalla sua meravigliosa famiglia, viene da pensare che non è vero che prima o poi giustizia è fatta, non è vero che i cattivi pagano sempre e il bene trionfa. A volte, molto spesso, il male la fa franca, anche sfruttando imperizie e negligenze di chi dovrebbe combatterlo. E tutti noi, semplicemente, dimentichiamo.

4 aprile 2016 | 14:50

Non sopporto più il politicamente corretto

Corriere della sera

Italians

Buongiorno Beppe, mi sono stancata del politicamente corretto, non lo posso più sopportare. Posso capire che abbia avuto e abbia ancora più di una ragion d’essere e che si debba evitare di diffondere i pregiudizi, ma siamo andati troppo oltre. Non si può dire che un marocchino è uno spacciatore, che un rom è un ladro, che una donna è una strega nemmeno quando queste cose sono vere, per paura che si offendano i marocchini, i rom e le donne.

Capisco che si debba evitare di far passare il concetto che tutti i marocchini, i rom e le donne – sono solo esempi potrei farne altri – rientrino in certe categorie, ma a forza di negare la verità stiamo arrivando alla conclusione che gli unici a cui si possa eventualmente imputare qualche colpa siano i maschi, europei – meglio se italiani – eterosessuali, e preferibilmente tra quelli che si alzano alla mattina alle sei per andare a lavorare e non chiedono niente a nessuno. Davvero non riesco più a sopportare il politicamente corretto a tutti i costi.

Simona Rocco, simonarocco1957@gmail.com


Neanche a me piace il “politicamente corretto”: è stucchevole. Ma bisogna evitare l’errore opposto: quello dell’originalità a tutti i costi,  il compiacimento dell’insensibilità e il gusto della provocazione fine a se stessa. E’ un marchio del giornalismo di questi anni – non l’unico, per fortuna! – e una tentazione per molti giovani colleghi.  Qualche incosciente li ha convinti che maleducazione = sincerità,  arroganza = coraggio, chiusura mentale = orgoglio. Il risultato? Magari si fanno notare subito. Ma, presto, la scorciatoia conduce a una strada chiusa: quella dove bivaccano oggi alcuni giornalisti quarantenni, convinti di essere il sale della terra perché vengono ritwittati da altri come loro.

Il minore invia un selfie porno: diffonderlo non è reato

La Stampa

Se è il minore stesso a scattarsi foto pornografiche non è integrato il reato che punisce chi offre o cede ad altri, anche a titolo gratuito, il materiale pornografico (art. 600 ter, comma 4, Codice Penale). Per poter parlare di reato occorre che la produzione del materiale pornografico avvenga da parte di un soggetto altro e diverso dal minore utilizzato. Del tutto irrilevante è invece il fine e la presenza o meno del consenso da parte del minore “a farsi utilizzare” da altro soggetto essendo in tali ipotesi sempre configurato il reato. A stabilirlo è la Corte di Cassazione nella sentenza n. 11675 dello scorso 18 febbraio 2016.


Nella vicenda all’esame della terza Sezione della Cassazione penale, gli autoscatti della minorenne erano stati dalla stessa volontariamente ceduti ad altri e da questi ceduti ad altri ancora ma sia i giudici di primo che di secondo grado, a differenza di quanto sostenuto dal procuratore della Repubblica, hanno ritenuto insussistente la condotta degli imputati, in quanto, non trattandosi di minorenne “utilizzata”, mancherebbe un elemento della fattispecie delittuosa. D’accordo con i colleghi dei gradi inferiori, i giudici di Cassazione hanno ribadito che una diversa lettura della norma comporterebbe un’interpretazione analogica in malam partem.

La decisione. La Suprema Corte chiarisce che il fondamento dell’intera previsione contenuta nell’articolo 600 ter del Codice Penale (Pornografia minorile) deve essere rinvenuto nel primo comma, decisivo per l’interpretazione dei commi successivi, il cui contenuto è chiaro nel punire chi utilizza, recluta o induce il minore. Pertanto, tutte le condotte punite nei successivi commi, tra cui anche il 4° del caso di specie, hanno come presupposto l’esistenza di un soggetto a monte che abbia prodotto il materiale medesimo impiegando come mezzo il minore .

Fonte: www.ilpenalista.it