venerdì 8 aprile 2016

Apple oltre i 40 anni: la Mela è già troppo matura?

Corriere della sera
7 APRILE 2016 | di Paolo Ottolina


Tim Cook (a sinistra) e Steve Jobs in una foto d’archivio del 2008 (Epa / Monica M. Davey)

Ha debuttato nei panni di una ragazzina irriverente e geniale. Come tanti divi adolescenti, ha avuto una crisi di crescita che l’ha portata a un passo dal disastro. Poi una resurrezione che ha fatto scuola e l’inizio di un’ascesa apparentemente senza fine. Ora entra nei suoi secondi 40 anni, con qualche ruga e alcuni dubbi sul suo futuro (leggi: I primi 40 anni di Apple in 40 schede).

Eredità e futuro
Apple ha appena celebrato, il 1° aprile, il quarantesimo anniversario dalla fondazione. Nessuno dei tre soci originari ha più un ruolo nell’azienda. Non Ronald Wayne, l’uomo che rivendette dopo soli 12 giorni il suo 10% (oggi varrebbe 70 miliardi di dollari). Non Steve Wozniak, che da anni si gode una sorta di dorata pensione. E ovviamente non Steve Jobs, il visionario leader scomparso nell’ottobre 2011. A Cupertino si ricorda il passato, ma non c’è tempo per guardare indietro, in un settore iper-competitivo dove è necessario spingere ogni giorno le frontiere più in là.

Un ruolo che Jobs ha svolto con maestria ineguagliata. Ora i detrattori puntano il dito sullo sbiadirsi dell’eredità di Jobs, sull’evaporare del patrimonio di idee che ha lasciato. L’inizio dei secondi 40 anni di Apple come principio di una crisi di mezza età dovuta all’incapacità lanciare nuovi prodotti rivoluzionari. Nel mirino i nuovi prodotti. L’iPhone SE è un remake (molto potenziato) di un modello presentato nel 2012 (la nostra recensione: guarda). L’iPad Pro da 9.7 pollici (la recensione) è la versione più compatta del modello di tablet professionale uscito pochi mesi fa.

L’imprenditore Vivek Wadhwa, in un intervento sul «Washington Post», ha lanciato un attacco senza mezzi toni: «Apple potrebbe già aver raggiunto l’apice del suo successo. Ha imboccato la stessa direzione presa da Ibm negli anni Novanta e da Microsoft alla fine degli anni Duemila. L’ultima innovazione importante, l’iPhone, è del giugno 2007. Da allora Apple ha lavorato sulla messa a punto delle componenti, inserite in dispositivi dalla forma più grande o più piccola, come l’iPad e l’Apple Watch. Sembra che Apple sia impegnata solo a rincorrere Samsung – che offre tablet e smartphone di diverse dimensioni e con caratteristiche migliori – e a copiare prodotti come Google Maps, con scarsi risultati».

Un’accusa esplicita (e un po’ troppo audace: difficile sostenere che l’iPad o il Watch siano solo iPhone di dimensioni differenti) che fa eco a un ritornello in voga fin dalla scomparsa di Jobs: Apple non innova più, non inventa più. Non sperimenta, dice Wadhwa, citando competitor che hanno progetti dal dubbio (o nullo) successo commerciale ma di sicuro più audaci: Oculus e la realtà virtuale per Facebook, i Google Glass e la Google Car per Alphabet.

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Nuovo leader
Tim Cook ha però più di un argomento per smontare questa tesi. La strategia dell’amministratore delegato di Cupertino è sempre stata all’insegna di un doppio binario. Da una parte il sostegno alla crescita dell’azienda, strada percorsa con successo. Apple è sempre la prima società al mondo per capitalizzazione in Borsa (dopo il breve sorpasso di Alphabet). Tra gli smartphone si porta a casa oltre il 90% degli utili globali. Le vendite dei pc languono, ma i Mac da anni fanno meglio del mercato e la quota sale (7,5% a fine 2015, Apple è ora nella top 5 dei produttori). I tablet faticano e anche l’iPad non brilla ma (stime di Idc) il costoso iPad Pro ha venduto meglio dei Surface di Microsoft.

Apple Watch secondo gli analisti di Juniper ha già conquistato oltre il 50% del mercato smartwatch. iPhone SE sarà anche un «remake» ma nel 2015 Apple ha venduto 30 milioni di smartphone con schermo da 4 pollici: i pre-ordini dalla Cina dicono che il nuovo arrivato sarà un successo, con margini elevati per l’azienda. Cook ha allargato la sua ragnatela ad altri promettenti settori: dai pagamenti elettronici (Apple Pay ora si espande in Europa e Cina) alla musica in streaming (Apple Music in gennaio era già a 11 milioni di abbonati, al secondo posto dietro a Spotify), dalla tv (su Apple Tv debutteranno serie originali prodotte dalla Mela), alla rete degli Apple Store, formidabile presidio sul territorio ora in 39 Nazioni e quasi 500 punti vendita.
Rivoluzione
Ma è il secondo sentiero battuto da Tim Cook la vera rivoluzione per un’azienda che sotto Jobs era tutta concentrata sui prodotti. Come scrive Jean-Louis Gassé, ex manager di Apple, in una sua analisi sui 40 anni della Mela, «Nei 5 anni sotto Cook, Apple persevera nel suo ‘Think Different’, e lo fa in modo differente dal pensiero di Jobs. Ora Apple paga dividendi, supporta attivamente cause legate ai diritti civili, massimizza il riciclaggio e fa massiccio uso di fonti rinnovabili». E potremmo aggiungere il tema della privacy, in cui Apple si erge (non senza ritorni di marketing, sottolineano i maliziosi) a paladina dei cittadini contro l’invadenza dei governi. Una «Apple 3.0» come la definisce Gassé, che affronta in modo nuovo un mondo in rapido cambiamento.

L’analista Horace Dediu ricorda che l’azienda è arrivata ad avere un miliardo di dispositivi attualmente in uso nel mondo. Rammenta inoltre l’elevato livello di fedeltà al marchio e conclude: «La dimensione e la lealtà del pubblico Apple porteranno a un’ulteriore crescita. Anche nei prossimi 40 anni ci sarà un’ampia fetta di consumatori disponibile a spendere per qualunque cosa Apple creerà». Nel futuro, dopo altri iPhone e iPad e Watch, può esserci lo sbarco nel mondo dell’auto: con la Apple Car potrebbe partire l’era 4.0 della Mela.

Quelle interviste della tv pubblica a ergastolani e terroristi rossi e neri

Fabrizio De Feo - Ven, 08/04/2016 - 08:30

Chi oggi si scandalizza ha rimosso i colloqui con Cutolo, Badalamenti, Moretti, Peci, Delle Chiaie e Sindona

Indignazione, raccapriccio, condanna, richieste di sanzioni, con una morbida gradualità che va dal licenziamento, alla richiesta di radiazione dall'Ordine dei Giornalisti fino alla cancellazione hic et nunc di «Porta a Porta».

L'intervista di Bruno Vespa al figlio di Totò Riina scatena una vera e propria tempesta di polemiche e di attacchi che sfociano anche nl personale. Il «reato» è quello di avere ospitato il figlio di un mafioso (anche lui condannato per associazione mafiosa) sugli schermi del servizio pubblico. Una circostanza mai avvenuta prima? Ovviamente no, perché la Rai in passato ha dato spazio e ospitalità a figure condannate e condannabili, a boss mafiosi e capi delle Brigate rosse senza alzate di scudi e tempeste politico-mediatiche.

L'elenco è lungo e variegato. Nel corso della sua carriera, Enzo Biagi ha incontrato la «primula rossa di Corleone», Luciano Liggio, Raffaele Cutolo e Tommaso Buscetta. Gioe Marrazzo si è confrontato con il boss calabrese Momo Piromalli, oltre alla celebre intervista a Raffaele Cutolo. Nel 1991 Michele Santoro ospita un mafioso come Rosario Spatola. Tra le celebri interviste anche quella di don Tano Badalamenti, nel 1997 a Ennio Remondino, durante la sua detenzione negli Stati Uniti. Un incontro che Remondino ebbe modo di spiegare così: «Per arrivare a un mafioso del calibro di Badalamenti, anche se in carcere, giocano tanti fattori. Il primo, che lui abbia qualche interesse a rendere noto qualcosa, poi, che possa fidarsi di te».

Un altro capitolo è quelle delle interviste di Sergio Zavoli che nel 1990 realizzò una celeberrima serie che titolò La Notte della Repubblica. Puntata dopo puntata passarono sugli schermi Rai gli ex della lotta armata, rossi e neri, che ragionavano sul loro passato, spesso senza dissociarsene. Tra questi Mario Moretti, la mente del rapimento Moro che ammise il fallimento della lotta armata senza mai collaborare con gli inquirenti. Senza dimenticare le interviste di Biagi a Michele Sindona, condannato all'ergastolo quale mandante dell'omicidio Ambrosoli. O a Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale, ai brigatisti Patrizio Peci e Alberto Franceschini e al «cattivo maestro» Toni Negri. Interviste che hanno contribuito a tenere viva e trasmettere la memoria del Novecento e degli anni di piombo.

Querele, cavilli, precisazioni. Così le celebrità negano tutto

Francesca Angeli - Ven, 08/04/2016 - 08:26

Verdone: "Non ho conti all'estero". La D'Urso: "Informazioni lacunose". E su Valentino c'era già un'inchiesta

Roma - «Non ho conti all'estero», avverte Carlo Verdone che sarebbe azionista della Athilith Real Estate con sede a Panama.

«Le informazioni sono lacunose» comunicano gli avvocati di Barbara D'Urso, amministratrice della Melrose Street Ltd, individuata in un registro delle Seychelles. «Non possiedo società off shore», protesta Luca di Montezemolo, associato alla panamense Lenville Overseas e beneficiario di un conto in Svizzera. Oggi L'Espresso pubblica i primi cento nomi italiani dei complessivi 800 che compaiono nei Panama Papers. Milioni di documenti appartenenti allo studio Mossack &Fonseca che hanno provocato un terremoto nell'establishment mondiale.

L'Italia non poteva mancare c'è già chi ha messo le mani avanti, negando qualsiasi coinvolgimento. Oltre ai nomi del regista romano che minaccia querele, della popolare presentatrice di Canale 5 e del presidente di Alitalia ci sono imprenditori, avvocati, manager, finanzieri ma anche boss mafiosi. Sui conti esteri degli stilisti Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti l'Agenzia delle Entrate aveva già aperto un'inchiesta chiusa nel 2006 con un accordo tra le parti. Ora che il nome di Giammetti emerge in connessione con la Jarra Overseas

Sa registrata alle Isole Vergini Britanniche gli avvocati fanno notare che da 10 anni i due risiedono a Londra, anche per il fisco. Spulciando la lista emerge il nome dell'ex calciatore uruguaiano Daniel Fonseca che giocò con la Roma e con la Juventus. Non è l'unico sportivo. Nella lista anche l'ex pilota di Formula Uno Jarno Trulli ed ex calciatori che giocarono in Italia come Ivan Zamorano e Clarence Seedorf. Spunta pure il magnate indonesiano patron dell'Inter Erick Thohir. Tra gli imprenditori spiccano i romani Stefano e Roberto Ottaviani, attivi nel mondo della ristorazione e imparentati con Gianni Letta.

Entrambi risultano beneficiari di un trust con sede a Panama, Lagoon Investments Group. Le carte rivelano anche nomi di condannati per riciclaggio: Nicola Di Girolamo, ex senatore Fi ed i broker Carlo Focarelli e Marco Toseroni. L'Espresso dedica un intero capitolo ai tesori di Cosa Nostra che vedono coinvolti i tesorieri di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Un'enorme giro di denaro ruota intorno al nome di Angelo Zito tesoriere del clan di Brancaccio che fa capo alla famiglia Graviano. Condannato per mafia a Palermo e procuratore di società sparse tra le Seychelles, il Lussemburgo e Hong Kong.

A scorrere l'elenco si inciampa nel nome dell'ex amministratore delegato della Campari, Marco Perelli Cippo che lo scorso anno ha liquidato la Allison Park Ltd alle Seychelles. C'è un ricco petroliere, Gian Angelo Perrucci cui fa capo la Burfield International sempre alle Seychelles e che risulta socio del vicepresidente della Nigeria Atiku Abubakar. Infine l'armatore Giovanni Fagioli ex console della Bulgaria a Parma, beneficiario della Great Alliance International Ltd, Isole Vergini Britanniche. Tra gli interpellati dal settimanale: molti non hanno risposto, altri hanno negato di aver mai agito al di fuori della legalità. Sul coinvolgimento di Unicredit l'ad del gruppo, Federico Ghizzoni ha detto che non risultano rapporti di alcun tipo con lo studio Mossack & Fonseca.

Charles Watson, l'omicida di Sharon Tate, chiede a Wikipedia di correggere la pagina sulla strage in cui uccise la moglie di Polanski

Il Messaggero
di Antonio Bonanata



Charles “Tex” Watson è uno dei quattro assassini della strage di Cielo Drive, compiuta a Los Angeles nel 1969 all’interno della villa del musicista Terry Melcher. Il crimine è passato all’onore delle cronache come il pluri-omicidio in cui perse la vita, tra gli altri, Sharon Tate, 26 anni, moglie del regista Roman Polanski.

Oggi, a distanza di quasi 50 anni da quei terribili fatti, Watson manda a Wikipedia la sua versione, chiedendo di correggere quelli che considera degli errori e precisando che – a differenza di quanto riportato – non rubò 70 dollari dalla borsa di una delle vittime. Il bilancio finale della carneficina fu di cinque morti (sei, contando anche il figlio che la Tate portava in grembo).

Quel giorno nella villa si trovavano, oltre alla moglie di Polanski, il parrucchiere Jay Sebring, Abigail Folger, il fidanzato Voityck Frykowski e un amico del guardiano, Stephen Earl Parent, freddato da Watson in persona mentre usciva con l’auto dalla proprietà. Il regista polacco, invece, era a Londra per lavoro: aveva appena finito di girare il film Rosemary Baby e fu solo un caso a salvarlo dalla strage.

La scorsa settimana, stando a quanto riporta il Times, ai moderatori della pagina Wikipedia relativa a quel pluri-omicidio, è arrivato un messaggio, presumibilmente inviato dallo stesso Watson, in cui venivano segnalate alcune correzioni da apportare: nello specifico, ai gestori della pagina è stata spedita una copia stampata della stessa, lunga cinque cartelle, in cui l’omicida si era premurato di scrivere, a margine e a mano, gli aggiustamenti da apportare. Ad esempio: ha dichiarato che non è affatto vero che pugnalò sette volte Abigail Folger e ha suggerito di sostituire con “Watson assistette all’omicidio della Folger, commesso da Patricia Krenwinkel”.

Chiede poi che il suo nome, indicato come “Tex Watson”, venga modificato in “Charles ‘Tex’ Watson”; aggiunge, inoltre, che non è stato mai conosciuto come “Mad Charlie”. Attualmente rinchiuso nel penitenziario di Mule Creek, vicino Sacramento (in California), l’autore del messaggio chiede anche di inserire maggiori dettagli della vita giovanile, come quando in estate “lavorò in un impianto di imballaggio di cipolle, mettendo da parte un po’ di soldi per il college”. Infine, Watson chiede di rimuovere l’indicazione relativa al sesso dei quattro figli concepiti con l’ex moglie nel corso di alcune visite ricevute in carcere.

I moderatori dell’enciclopedia virtuale, che ricevono ogni settimana centinaia di richieste e commenti, hanno dichiarato di aver prima discusso sull’attendibilità della provenienza, convenendo poi sul fatto che l’unica cosa che contasse davvero era la verità dell’informazione. Al momento, diverse frasi “incriminate” sono rimaste uguali a prima, con l’aggiunta tra parentesi che l’informazione risulta priva di citazione.

Lane Rasberry, la volontaria che si è occupata della richiesta di Watson, ha commentato: «Ho elaborato la richiesta come farei con chiunque altro e come ho fatto finora. Ma deve essere consentito ai detenuti modificare Wikipedia? Dovrebbe esserci una norma speciale che tenga fuori alcune persone da Wikipedia? Forse. Ma, in questo caso, ho evitato di giudicare la persona che ha elaborato questa richiesta. I carcerati sono dove la società vuole che stiano, ma sono liberi di scrivere delle lettere».

I balordi responsabili degli omicidi di Cielo Drive facevano parte della cosiddetta “Famiglia Manson”, l’accolita di seguaci che agiva su impulso di Charles Manson, rocker e improvvisato predicatore. Tra i suoi piani deliranti, c’era lo scoppio di una “guerra razziale” che avrebbe contrapposto bianchi a neri (da lui profondamente disprezzati); l’esecuzione nella villa di Melcher, secondo le intenzioni di Manson, avrebbe svolto la funzione di “miccia” con cui “appiccare l’incendio”.

Nella voce Wikipedia dedicata al musicista statunitense (oggi 81enne, recluso a vita in un penitenziario della California), si parla di come Watson sia penetrato nella villa armato di coltelli, una pistola e una corda di nylon di 13 metri. Wikipedia riferisce che Watson, dopo aver sentito la Tate urlare “Mamma! Mamma! Mamma!”, la uccise senza pietà.

Giovedì 7 Aprile 2016, 20:41:40 - Ultimo aggiornamento: 07-04-2016 20:44

Germania-Italia la guerra dei risarcimenti

La Stampa
alessandro alviani

Per le vittime dei crimini nazisti Berlino pensa a un nuovo ricorso all’Aja che nel 2012 le diede ragione, ma sollecitando una soluzione politica


Nell’immagine scattata in Germania nel 1945, prigionieri italiani rilasciati dai tedeschi

La Germania starebbe riflettendo sull’ipotesi di un nuovo ricorso contro l’Italia davanti la Corte internazionale di giustizia dell’Aja sulla questione dei risarcimenti alle vittime dei crimini nazisti. Lo rivela da Amburgo l’avvocato Martin Klingner, attivo nel «Gruppo di lavoro di Distomo», che si batte da anni per costringere Berlino a indennizzare le vittime greche del nazismo. Il governo tedesco nega, ma non chiude la porta.

Sarebbe il secondo ricorso, dopo quello che venne depositato nel 2008 e che portò nel 2012 la Corte dell’Aja a bloccare qualsiasi richiesta di indennizzo dall’Italia.

Nella risposta dell’esecutivo federale a un’interrogazione di un gruppo di deputati della Linke si legge: «Il governo tedesco non ha intenzione di avviare un nuovo procedimento contro l’Italia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, ma si riserva una simile azione e non esclude che in futuro, se necessario, si potrebbe arrivare a un nuovo procedimento». Una mossa che potrebbe puntare a sbloccare una situazione di stallo giuridico. 

L’INTERVENTO DELLA CONSULTA
Nel 2008 la Cassazione condannò la Germania a risarcire i familiari delle vittime delle stragi naziste in Italia. Poco dopo Berlino si rivolse alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando il nostro Paese di aver violato il principio dell’immunità degli Stati sovrani. Un’argomentazione fatta propria dai giudici dell’Aja, che il 3 febbraio 2012 diedero ragione alla Germania, accogliendo in tutti i punti il suo ricorso. Perché allora chiamare nuovamente in causa la Corte internazionale? Perché nel frattempo sulla questione è intervenuta la Corte costituzionale italiana, con una sentenza dell’ottobre 2014 che ha vanificato di fatto la decisione dell’Aja. E così i contenziosi sono andati avanti. 

Al momento sono pendenti in Italia 30 procedimenti giudiziari contro la Germania. Si tratta di cause relative a richieste di risarcimenti per le vittime dei massacri nazisti o per i cosiddetti internati militari, quei 600.000 italiani che vennero deportati in Germania e costretti ai lavori coatti e che nel 2000 furono esclusi dagli indennizzi elargiti da una fondazione creata dal governo e da alcune aziende tedesche. 

Berlino non partecipa ai processi in corso attualmente in Italia, spiega da Arezzo l’avvocato tedesco Joachim Lau, che difese le vittime italiane al procedimento dell’Aja, pur non essendo stato ascoltato. La Germania, spiega, si limita a depositare ai giudici un documento in cui, di fatto, nega la competenza dei tribunali italiani in materia: «Personalmente ritengo che non si tratti di un segnale di stima e rispetto nei confronti della Giustizia di un altro Paese». 

IL DANNO MAGGIORE
Del resto la Germania non cambia posizione. «L’Italia resta obbligata, dal punto di vista del diritto internazionale, a seguire la sentenza del 3 febbraio 2012 e a applicarla sul suo territorio nazionale», si legge nella risposta dell’esecutivo all’interrogazione della Linke. Il documento rivela anche un altro dettaglio interessante: il governo italiano, interpellato da quello tedesco sulle sue mosse per mettere in pratica la sentenza della Corte dell’Aja, ha spiegato di dover rispettare l’indipendenza del proprio sistema giudiziario, ma ha aggiunto che «interverrà» nei processi in corso o futuri, tramite l’Avvocatura dello Stato, muovendosi in linea con la posizione di Berlino. 

Un intervento non in senso politico, ma legale, precisa l’avvocato Klingner. Il quale interpreta questo passaggio come un’ammissione del fatto che la Germania avrebbe già provato a influenzare in qualche modo il governo italiano, ma non c’è riuscita. 

In realtà, aggiunge il legale di Amburgo, un nuovo ricorso contro Roma non è privo di rischi per Berlino, in quanto nel 2012 i giudici dell’Aja le diedero sì ragione, ma sollecitarono una soluzione politica alla vicenda, che però la Germania non vuole. Anche Joachim Lau si mostra scettico su un nuovo ricorso: per la Repubblica Federale il danno politico sarebbe maggiore di quello economico derivante dalle condanne nei tribunali italiani.

Ciabatte sugli scogli ed erroracci: la pubblicità della Calabria è un autogol

La Stampa
eugenio furia

La denuncia della Lucarelli sul web: “Hanno affidato la campagna a un gruppo di peracottari”. Il governatore Oliverio: ha ragione


La pubblicità incriminata: in basso a destra il refuso (areoportualeR), in primo piano le ciabatte abbandonate

«Di fronte a questa ennesima porcheria frutto di una burocrazia sciatta ed indolente disporrò immediatamente una indagine conoscitiva per accertare ogni responsabilità». Finalmente, la Calabria fa sul serio sull’ennesimo caso di malagestione! Macché, si tratta dello scivolone – l’ennesimo, anche questo – in fatto di pubblicità istituzionale, refusi nei testi e scelte grafiche discutibili. Il virgolettato è del presidente della giunta regionale calabrese, Mario Oliverio, che ieri ha promesso di voler fare massima chiarezza sull’inserzione apparsa a pagina intera sulla rivista della compagnia aerea Ryanair e segnalata via Facebook dall’indomita Selvaggia Lucarelli. «Ha ragione Selvaggia Lucarelli, che ringrazio per aver segnalato una vicenda che non può in alcun modo trovare giustificazioni – ha scritto Oliverio, sempre su Fb –. La Calabria merita altro».

«Ribellatevi amici calabresi»
Nasce tutto dal post, con tanto di documentazione fotografica, della blogger: «Non so chi sia il grafico/pubblicitario/copy che s’è occupato di questa pagina ma immagino sia un bambino di otto anni o un alcolista o il nipote del cugino del fratello di un qualche assessore del turismo calabrese ma ditemi voi se è possibile che : a) il titolo sia un mesto arial bianco che si vede malissimo e non è manco centrato. b) velo pietoso sui puntini di sospensione in un titolo (con la minuscola dopo). C) nella scritta in fondo “sistema aeroportuale” sia scritto “sistema aeroportualeR”».

Secondo Lucarelli sono «peracottari tutti. Chi ha incaricato dei peracottari, chi non ha visto gli errori dei peracottari e chi paga dei peracottari per lavorare con tutti i grafici/pubblicitari/copy bravi che fanno la fame. L’altro Paradiso non è la Calabria. E’ il posto in cui per questa mediocrità non c’è spazio. (la Calabria è una regione bellissima, merita di più. Ribellatevi amici calabresi)». Poi la chiusa: «Sì, magari anche le ciavatte sullo scoglio le avrei tolte, ecco. Pure il mezzo culo del tipo in mezzo, ecco».


La pubblicità di Toscani: anche per questa non mancarono le polemiche

Toscani, Bronzi e Himmler: tre precedenti
Da quel momento in poi tutto il web si scopre popolato da esperti di grafica. Fosse stato in Helvetica o in Bodoni sarebbe andata meglio? Urge commissione d’inchiesta sull’utilizzo delle font, forse. Mentre trova conferma il «purché se ne parli», non manca l’ironia – «Noi manco ce l’abbiamo l’assessore al turismo!!!», o meglio la delega è in capo proprio a Oliverio; oppure «Poteva andare peggio, per esempio “un’altro” scritto con l’apostrofo» –, ma il mood dei commenti col passare delle ore si canalizza su questi tre filoni:

1) ennesima figuraccia della Calabria, anzi della sua classe politica visto che le coste restano meravigliose,
2) fondi comunitari sperperati e
3) professionisti e copy che fanno la fame. Certo è che dallo spot dei Bronzi che prendono vita e mostrano le terga (governatore Giuseppe Scopelliti, epoca cui dovrebbe peraltro risalire anche questa campagna) al gerarca Himmler inserito in una brochure sulla leggenda di Alarico da portare alla Bit 2015 (amministrazione comunale di Cosenza, sindaco Mario Occhiuto) la Calabria ha una lunga tradizione di pubblicità istituzionali quantomeno particolari.

«Sempre realizzate e diffuse all’insaputa del committente» scherza qualcuno sui social scomodando il refrain scajoliano. Il presidente era Agazio Loiero, invece, quando Oliviero Toscani decise di ribaltare i luoghi comuni per la campagna «gli ultimi saranno i primi»: «terroni? si, siamo calabresi», sorridevano gruppi di ragazzi – e se la minuscola era una scelta stilistica, il «sì» senza accento era un refuso bello e buono, per non parlare del font, un Courier più anonimo dell’Arial. Allora, però, poche polemiche su refusi e grafica, molte sui soldi spesi. 

Codacons: indaghi la Corte dei Conti
Nicola Morra, senatore del MoVimento 5 Stelle, attacca: «Con otto giornalisti strapagati e illegittimi la Calabria si fa, giustamente, sputtanare da Selvaggia Lucarelli per gli strafalcioni commessi su una ricca pubblicità istituzionale apparsa sulle riviste Ryanair. Errori di ortografia e di grammatica, grafica pedestre che compongono un mosaico vergognoso, tutto ciò squalifica agli occhi del mondo la nostra regione. Mario Oliverio aggiunge un altro record alla sua tragica legislatura, dimostrando come regni l’approssimazione a Germaneto (la nuova cittadella regionale – ndr). Si tratta di un fatto gravissimo, che mortifica l’immensa cultura della Calabria e squalifica ingiustamente una terra piena di grandi risorse intellettuali».

«Non sappiamo quanto è costata»
Il Codacons ha deciso di denunciare la pubblicità alla magistratura contabile, chiedendo di aprire un’indagine «per verificare se la pagina sia stata pagata dalla Regione Calabria e, in tal caso, quanto abbia speso l’amministrazione per commissionare una pubblicità realizzata in modo approssimativo e superficiale, che rischia di danneggiare seriamente il turismo locale» fornendo «un’immagine distorta della Calabria e delle bellezze del territorio. Non sappiamo chi l’abbia realizzata e quanto sia costata – incalzano i consumatori –, ma chiediamo oggi il suo ritiro immediato da ogni rivista o testata e con un esposto alla Corte dei Conti invitiamo a verificare chi abbia pagato il messaggio, quale società lo abbia realizzato e, qualora sia stato pagato con i soldi dei cittadini calabresi, chiediamo che venga disposto l’immediato recupero delle risorse spese».

Dall'asso Baracca alla Ferrari la storia del Cavallino Rampante in mostra a Roma a Palazzo Aeronautica

Il Messaggero
di Ebe Pierini



Lo stesso stemma del cavallino rampante sfreccia sulle Ferrari di Maranello ma compare anche sul timone di coda degli Eurofighter dell'Aeronautica Militare e, per un periodo, comparve anche sulle moto Ducati. Vi siete mai chiesti come nacque il mito del simbolo italiano più famoso al mondo? Lo racconta la mostra "Nel segno del Cavallino Rampante. Francesco Baracca tra mito e storia" organizzata dall'Aeronautica Militare, dalla Provincia Autonoma di Trento e dal Museo dell'Aeronautica Gianni Caproni di Trento e dal Museo Francesco Baracca di Lugo.

L’esposizione che sarà inaugurata domani, 7 aprile, presso il Palazzo dell'Aeronautica, a Roma, rientra nell’ambito delle commemorazioni per il centenario della Grande Guerra. Per la prima volta sono riuniti tutti i più importanti cimeli e documenti disponibili sul celebre aviatore. In un percorso che si intreccia tra aneddoti, testimonianze e cimeli unici, sarà possibile conoscere anche alcuni aspetti meno noti della leggendaria, seppur breve, vita dell'asso dell'aviazione italiana, ripercorrendo al contempo gli avvenimenti salienti del primo conflitto mondiale.

La mostra costituirà anche l'occasione per approfondire e far conoscere la storia del Cavallino Rampante: dalle origini del simbolo, con il suo impiego quale emblema distintivo di Baracca sugli aeroplani da lui pilotati, alla sua evoluzione, sotto il profilo iconografico e simbolico, con il passaggio dal mondo aeronautico a quello delle corse automobilistiche e motociclistiche. Un simbolo, quello del Cavallino, che è tutt'oggi legato in modo indissolubile all'aviazione militare, in quanto identificativo di alcuni tra i più prestigiosi Stormi dell'Aeronautica Militare.

Lungo il percorso espositivo trovano spazio cimeli e documenti provenienti dalle collezioni dell'Aeronautica Militare, dal Museo "Francesco Baracca" e dal Museo dell'Aeronautica “Gianni Caproni”, nonché una vettura di Formula 1 che è stata gentilmente concessa dalla Ferrari, a testimoniare il presente e il futuro del Cavallino Rampante. Vi saranno anche ricostruzioni tridimensionali di luoghi e personaggi e sarà possibile salire idealmente a bordo dello SPAD di Baracca durante uno dei leggendari duelli aerei che gli sono valsi la fama e il riconoscimento a livello mondiale.

Nell'occasione, sarà possibile visitare anche le altre Sale Storiche di Palazzo Aeronautica, considerato un mirabile esempio del razionalismo italiano e tra i complessi monumentali di maggiore interesse storico ed architettonico del Paese.  Il cavallino rampante era lo stemma araldico del "Piemonte Reale Cavalleria", uno dei più prestigiosi reparti dell’Esercito Italiano, presso il quale Francesco Baracca prestò servizio ad inizio del Novecento. Quando divenne aviatore adottò lo stesso stemma per i suoi aeroplani.

Il cavallino rampante nero apparve per la prima volta su di un aeroplano da lui pilotato  a inizio 1917. Il 19 giugno 1918 Francesco Baracca, che aveva abbattuto 34 avversari, non rientrò da un volo di guerra sul Montello. Il padre e la madre del pilota donarono quindi il simbolo ad Enzo Ferrari affinchè lo mettesse sulle sue macchine. Lui aggiunse lo sfondo giallo canarino, che è il colore di Modena, e modificò l'orientamento della coda che sulle vetture punta verso l'alto.

La mostra sarà visitabile venerdì 8 aprile dalle 13 alle 18; sabato 9 aprile dalle 9 alle 14.30; domenica 10 aprile dalle 19 alle 23.30; sabato 16 aprile e domenica 17 aprile dalle 9 alle 14.30; venerdì 22 aprile dalle 13 alle 18; sabato 23 aprile e domenica 24 aprile dalle 9 alle 14.30.

2016-04-06 18:03

E' tutta ’na Reggia

La Stampa
massimo gramellini

Per limitarsi alle ultime ore, si è appreso che due milioni di italiani (venticinque volte lo stadio di San Siro gremito) pagano mazzette per passare davanti agli altri nelle liste d’attesa degli ospedali e che dentro la Reggia di Caserta patrimonio dell’Unesco si affittano appartamenti a 3 euro al mese con parcheggio annesso e acqua potabile a carico dello Stato. Il fatto è che nessuna di queste notizie ha più il potere di sorprenderci. Ci sembra di averle già sentite tanto tempo fa, sulle prime anche esecrate, ma poi accettate come un pedaggio inesorabile all’italianità. 

In un mondo ideale, o forse soltanto normale, gli appartamenti dentro la Reggia di Caserta costerebbero 3000 euro al mese invece di 3 e con quei soldi si dimezzerebbero le liste d’attesa di un paio di ospedali, vanificando il traffico di bustarelle. Ma siamo sicuri di volerci vivere, in un posto simile? Un posto dove gli alloggi di proprietà pubblica vengano affittati a equo canone e non a iniquo vantaggio degli amici del signorotto locale, e dove sia possibile prenotare un esame clinico o restaurare una soffitta senza che il titolare di un qualsiasi potere di interdizione si senta subito in diritto di pretendere una tangente?

Un politico democristiano della Prima Repubblica mi disse una volta che il giorno in cui tutti gli italiani si fossero messi a rispettare e far rispettare tutte le leggi, l’Italia si sarebbe fermata. Quel giorno non è mai arrivato, ma l’Italia si è fermata lo stesso. E se resta in piedi è solo perché non sa più nemmeno lei da che parte cadere.

Preso il ladro accusato di 17 furti: i carabinieri lo arrestano dopo l’ennesimo colpo, ma è già libero

La Stampa
miriam massone

Sorpreso al Penny Market di Alessandria con 3 paia di scarpe sottratte, da Tally Weijl ha rubato 11 volte, le commesse dei negozi del centro l’hanno riconosciuto ma non andrà in carcere perché secondo il tribunale non ci sono gli estremi per la misura cautelare



Per i carabinieri di Alessandria (e le commesse) non ci sono dubbi: è lui, un marocchino di 35 anni, il ladro in bicicletta che da gennaio ha svaligiato una serie di negozi in corso Roma. Accusato di 17 colpi, è già fuori. Anzi, in carcere, per l’ultimo furto, non c’è neppure andato: arrestato dai carabinieri, poi subito liberato in tribunale.

Un curriculum formato lenzuolo, il suo: il 28 febbraio da Tally Weijl si è portato via 100 euro di camicie, il 9 marzo si è impossessato di 10 paia di pantaloni per un valore di 300 euro, il 15 marzo è tornato da Terranova, negozio di moda per ragazzi che aveva «visitato» già 11 volte da gennaio per un danno complessivo di 1400 euro, il 25 marzo da Pimkie ha rubato giubbotti da donna (90 euro), il 4 aprile altro furto da Tally Weijl: 7 paia di jeans per 210 euro. 

I militari della compagnia di Alessandria hanno organizzato anche servizi in borghese tra i negozi per riuscire a smascherarlo: era difficile bloccarlo, perché fuggiva sempre in bicicletta, che lasciava parcheggiata nelle traverse di corso Roma. Ma alla fine ce l’hanno fatta e l’hanno sorpreso all’uscita di un supermercato, lontano dal centro. Era appena stato al Penny Market: un addetto alla vigilanza si è accorto del furto e l’ha bloccato nella zona delle barriere che si aprono in automatico quando entra qualche cliente.

Stava cercando di superare il dispositivo antitaccheggio con tre paia di scarpe appena rubate (90 euro il valore). I militati l’hanno arrestato per tentato furto aggravato. Ma, sorprendentemente, il pm ha deciso di liberarlo ritenendo che non ci fossero gli estremi per una misura cautelare, nonostante gli accertamenti dei militari e il riconoscimento da parte delle commesse di corso Roma, per le quali era diventato un incubo.

Danno il permesso di soggiorno anche ai trafficanti di uomini

Paola Fucilieri - Ven, 08/04/2016 - 08:34

Arrestato sudanese: già condannato a 12 anni, operaio regolare, aveva pure fatto domanda per le case popolari

C'è chi sostiene - e probabilmente non a torto - che sia la nostra politica - «morbida» e comunque molto più accogliente con profughi e stranieri di quella di molti altri Paesi europei in genere - a evitarci le ire dell'Isis e, almeno per il momento, a non scatenare sciagure in Italia.

Naturalmente tutto ha un limite, anche con la morbidezza. In particolare quella delle procedure di quelle commissioni territoriali che non valutano i precedenti penali dei richiedenti asilo. Lo sa bene (anzi, forse non lo sa proprio e manco se n'è reso conto fino a oggi) Ibrahim Mosabal Abbker Alì, un sudanese di 40 anni. L'uomo è stato prelevato qualche giorno fa dagli investigatori del commissariato milanese di Greco Turro (lo straniero domiciliato in quella zona di Milano, ndr) dal suo posto di lavoro nel comasco, Fornaci a Faloppio, dove era regolarmente assunto come operaio e condotto dalla polizia milanese appunto nel carcere di Como, il Bassone.

Abbker, infatti, deve scontare una pena definitiva di 9 anni e 7 mesi che gli è stata inflitta quest'anno dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Bari per associazione a delinquere e sequestro di persona finalizzati alla tratta di clandestini a scopo di estorsione e favoreggiamento della permanenza clandestina di immigrati nella quale era coinvolto insieme ad altri sei connazionali e un ugandese, tutti finiti in manette tra la Lombardia, il Lazio e la Sicilia nel marzo 2009. L'ambito era quello di una vasta inchiesta dei carabinieri di Bari partita tra il 2005-2006 e conclusasi con i sette arresti, sull'immigrazione clandestina e sui rapimenti lampo di stranieri (17 solo gli episodi accertati dagli investigatori dell'Arma).

Nonostante questo, non solo il nostro sudanese, condannato in un primo tempo a 12 anni, nel frattempo ha usufruito dell'indulto e ottenuto così uno sconto di pena di tre anni. Dopo aver scontato in carcere il periodo di custodia cautelare che precede il processo, infatti, l'uomo si era stabilito a Milano (era a Cremona, insieme a un complice, nel 2009 quando era stato catturato dai carabinieri pugliesi, ndr) dove aveva fatto richiesta per una casa Aler ed era in lista d'attesa, ma, quel che è ben più grave, nel 2014, cioè due anni fa, ha chiesto e ottenuto il rinnovo per ben 5 anni dal permesso di soggiorno per protezione internazionale!

Ibrahim Mosabal Abbker Alì davanti ai poliziotti di Greco-Turro, che lo hanno destato all'improvviso e del tutto inaspettatamente durante la pausa pranzo che lui aveva trasformato in siesta a bordo della sua Golf, non si è ribellato, ma non ha nemmeno parlato di quel permesso di soggiorno concessogli con tanta inimmaginabile facilità...

L'indagine per cui il sudanese è finito in carcere non è esattamente cosa da poco. Nel corso di una inchiesta embrionale sulla possibile presenza di cellule terroristiche, di rilevanza internazionale, infatti, tra il 2005 e il 2006 in Puglia erano stati individuati collegamenti operativi con un'organizzazione di sequestratori di clandestini in particolare a Canosa, Barletta, Andria e Foggia. L'ugandese residente a Palermo era incaricato di fornire i documenti contraffatti (costo 1.500 euro l'uno) per la successiva regolarizzazione.

Il trasferimento dei soldi, oltre che «brevi manu», avveniva anche con trasferimenti bancari tramite agenzie di money transfer, come ricostruito dai carabinieri attraverso i tabulati. In genere il sequestro durava pochi giorni grazie agli sforzi e alle collette di amici e parenti che si impegnavano allo spasimo per racimolare le somme necessarie. E i 17 casi, come avevano giustamente insistito a sottolineare investigatori e magistrati all'epoca, erano solo quelli accertati.

I terroristi ora usano i documenti italiani

Simone Di Meo - Ven, 08/04/2016 - 08:33

Scoperte carte d'identità e permessi di soggiorno falsi. Rubate alle nostre anagrafi



L'Isis usa documenti italiani. Una dozzina di carte d'identità, passaporti e permessi di soggiorno contraffatti è stata scoperta nel trolley di due fiancheggiatori dello Stato Islamico.

È successo nei giorni scorsi nell'aeroporto «Atatürk» di Istanbul, in Turchia. Il franco-belga e il siriano sono stati fermati dalle squadre di 007 poco prima di imbarcarsi. Entrambi sono «schedati» e noti alle agenzie di intelligence europee. In particolare, il franco-belga è ritenuto un elemento di spicco della rete per il commercio illegale di documenti comunitari per finti profughi di guerra. Un affare che nel Paese di Recep Erdogan salda, in un unico inestricabile intreccio, controllori e controllati.

A piazza Aksaray, a Istanbul, i Servizi segreti occidentali stanno monitorando da mesi la compravendita di certificati personali ad opera di broker siriani, iracheni e turchi, ovviamente, con la complicità di poliziotti e funzionari governativi locali che incassano la «stecca» dalle organizzazioni in cambio del silenzio. Il materiale italiano fa parte di un più ampio «bottino» che i due sostenitori della sigla terroristica di Al Baghadi dovevano probabilmente smerciare di lì a poco. Ben 148 «pezzi» da vendere al miglior offerente. In Turchia, un passaporto di una nazione del Nord Europa può essere comprato a poco meno di 800 euro.

Una patente a circa 500. E la domanda è in costante aumento. Non sempre però gli acquirenti sono uomini e donne disperati che fuggono dai luoghi maledetti dove il Califfo impone la feroce Sharia e l'osservanza più ottusa della fede islamista. Appena due settimane fa, è stato infatti arrestato in provincia di Salerno il 40enne algerino Djamal Eddine Ouali, accusato dalle autorità di Bruxelles di aver fornito i documenti falsi al terrorista «pentito» Salah Abdeslam e a Najim Laachraoui, uno dei due kamikaze che si è fatto saltare in aria all'aeroporto di Zaventen il 22 marzo scorso.

Il network internazionale dei falsari, di cui si serve il terrorismo jihadista, opera ormai con modalità e proiezioni su vasta scala: i documenti di riconoscimento vengono rubati sempre più spesso direttamente presso gli uffici delle Anagrafi comunali. In alcune indagini della magistratura, è stato accertato che sono stati gli stessi dipendenti municipali a fornirli, dietro corrispettivo, agli specialisti della contraffazione.

È questa una «materia prima» pregiatissima perché con una carta d'identità o un passaporto nuovi di zecca non è necessario nemmeno assumere l'identità del vecchio possessore. Si creano dal nulla generalità ad hoc, assolutamente insospettabili e compatibili con l'attuale portatore. Si applica la foto e il gioco è fatto. E le porte delle frontiere (e dei check-in) si spalancano.

I numeri seriali dei documenti italiani sono già stati segnalati alle autorità nazionali per verificarne la provenienza e per mappare i possibili spostamenti. E analoga procedura è stata seguita con gli altri Stati interessati. I due «trafficanti di dati personali» sono stati arrestati e trasferiti in prigione. Ma è assai difficile che possano decidere di collaborare con la giustizia. Finora, quasi mai erano emerse prove certe sull'uso di documenti italiani falsi da parte dei tagliagole di Mosul.

Erano stati preferiti altri tipi di nazionalità come quelle belga, francese, tedesca e addirittura danese. Che cosa significhi questo genere di cambio di rotta toccherà agli analisi dell'antiterrorismo scoprirlo. In fretta.

L’ombra di Hacking Team sull’omicidio Regeni

La Stampa
carola frediani

Due interrogazioni parlamentari gettano ombre sull’azienda milanese



Le tensioni con l’Egitto per l’uccisione di Giulio Regeni hanno lambito anche Hacking Team, l’azienda italiana che vende software di intrusione e sorveglianza a numerosi governi. Il 31 marzo infatti il Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) ha revocato con decorrenza immediata l’autorizzazione globale per l’esportazione che era stata concessa alla società milanese, dallo stesso Mise, circa un anno fa. 

Cosa significa in concreto? Che per esportare i suoi software spia in Europa non avrà bisogno di via libera, mentre dovrà chiedere delle autorizzazioni specifiche individuali per Paesi extraeuropei, invece del generico e generale passe-partout che il governo le ha concesso fino ad oggi. La ragione del ripensamento del Mise va inquadrata probabilmente nell’attuale contesto geopolitico, con lo scontro (per alcuni troppo debole da parte italiana) tra il nostro Paese e l’Egitto sul caso Regeni. Non a caso nel provvedimento di revoca si menzionerebbero «mutate situazioni politiche» in alcuni Paesi esteri.

L’Egitto sarebbe stato infatti un cliente di Hacking Team: lo mostravano i documenti della stessa azienda pubblicati online dopo l’attacco informatico subito la scorsa estate, ma anche la lista di 46 Paesi che fino ad oggi rientravano nell’autorizzazione globale ottenuta dall’azienda (molti dei quali erano clienti fino a poco tempo fa, anche se non è detto che siano ancora tutti clienti attuali): Stati come il Bahrein, l’Etiopia, l’Arabia Saudita, l’Uzbekistan e appunto l’Egitto.

A spingere il Mise (e in particolare la Direzione generale per la politica commerciale internazionale) a revocare l’autorizzazione a maglie larghe concessa all’azienda milanese potrebbero aver contribuito anche due specifiche interrogazioni parlamentari – presentate lo scorso 4 marzo, e rivolte sia al Mise che al Ministero degli Affari esteri - proprio su Hacking Team e l’Egitto.

Nel testo i firmatari citano il report di febbraio di Privacy International – che avevamo pubblicato in anteprima – secondo il quale Hacking Team avrebbe venduto i suoi software spia a una unità segreta dell’intelligence egiziana, il Technical Research Department. E citando proprio la morte di Regeni, l’interrogazione domanda «se la vendita ai servizi egiziani del software sia stata autorizzata dal Ministero dello sviluppo economico; quali siano state le verifiche fatte e le motivazioni per tale autorizzazione; se il Ministero dello sviluppo economico abbia approfondito a quale organizzazione governativa egiziana fosse destinato; se esistano elementi per escludere che il software sia stato usato, in qualche modo, contro Regeni».

E soprattutto viene sollevata una domanda che fino ad oggi è stata del tutto ignorata dal dibattito politico italiano. Ovvero: «quali approfondimenti ed elementi di valutazione del rispetto dei diritti umani vengano considerati nell’autorizzazione all’export delle dual use technology da parte del Ministero dello sviluppo economico». Per tecnologie dual use, a uso duale, si intendono quelle tecnologie che possono avere applicazioni sia civili che militari, come appunto i software di intrusione e sorveglianza venduti dall’azienda.

Hacking Team non sembra però troppo preoccupata della revoca dell’autorizzazione. In una comunicazione ai dipendenti – mostrata da una fonte che chiede l’anonimato – il Ceo David Vincenzetti sostiene di aver già attivato i legali dell’azienda per ottenere di nuovo una autorizzazione globale, ricordando che Hacking Team si era già trovata nella stessa situazione, dall’ottobre 2014 all’aprile 2015.

Come avevamo scritto, infatti, già nell’autunno 2014 il Mise, sull’onda forse di pressioni internazionali per la violazione dei diritti umani in alcuni Paesi attraverso l’uso di questi spyware, aveva posto alcune restrizioni all’esportazione del software di Hacking Team. Restrizioni che però sono state ritirate pochi mesi dopo, anche grazie all’attività lobbistica ad alto livello dell’azienda. E nell’aprile 2015, malgrado col nuovo anno l’aggiornamento del regolamento europeo consideri ormai chiaramente gli spyware come tecnologie a uso duale (particolarmente delicate, che dunque richiedono licenze d’esportazione), Hacking Team ottiene comunque un’autorizzazione globale per i suoi prodotti. 

In questo momento l’azienda milanese è un crocevia di inchieste e cause legali: oltre alla causa mossa da Vincenzetti contro alcuni ex-dipendenti che se ne erano andati (rubando, a suo dire, proprietà intellettuale), c’è l’indagine sul misterioso attacco informatico che ha colpito Hacking Team la scorsa estate (e che ha portato anche alla perquisizione dell’azienda di due ex-dipendenti), ma c’è anche, sempre coordinata dalla procura di Milano, una indagine più recente sulla stessa Hacking Team e i suoi affari in Paesi esteri.

Vespa siamo

La Stampa
massimo gramellini

Intervistare il figlio di Totò Riina è un colpo giornalistico. Non come lo sarebbe una conversazione col padre, ma quasi. Eppure, appena lo fa Bruno Vespa, diventa subito una cosa immonda. Rosy Bindi parla di negazionismo, la sorella di Falcone è costernata e Bersani per protesta annulla la sua presenza a «Porta a Porta», gettando sicuramente nella disperazione legioni di fan. Vespa ha tante colpe, dai risotti di D’Alema alla criminologa Bruzzone incombente sulle nostri notti come un incubo.

Ma come già accadde coi Casamonica, incontrare il Male Assoluto fa parte del suo mestiere. Quale giornalista sarebbe così pazzo da rifiutare una chiacchierata col califfo dell’Isis? Fallaci, Biagi e Montanelli intervistarono tiranni e banditi alla macchia. Ora quelle interviste si studiano nelle scuole. La tv è uno strumento più potente della parola scritta e il pubblico della tv si presume più fragile di quello dei giornali. Ma l’importante resta non sdraiarsi sull’ospite e inquadrarlo in un contesto che non lo trasformi in eroe.

Alla fine è questo il comprensibile lamento dei parenti delle vittime: che i «cattivi» intrigano più degli esempi positivi, di solito morti ammazzati e quindi nell’impossibilità di essere intervistati da Vespa. Non è colpa sua, però, ma della natura umana. Al cinema si va più volentieri a vedere la storia di uno squalo di Wall Street che quella di un missionario d’Africa. Il bene stimola paragoni nobilitanti, ma anche maledettamente scomodi. Mentre il male ha questo di buono: che fa sentire dalla parte giusta e, al confronto, migliori.

L’Fbi rivela come ha sbloccato l’iPhone, ma solo a due senatori

La Stampa
andrea nepori

I federali hanno illustrato il metodo usato per sbloccare il telefono del terrorista di San Bernardino, ma solo a due membri del congresso che stanno lavorando ad una legge sulla crittografia ampiamente criticata dagli esperti di cybersicurezza



Secondo Dianne Feinstein, senatrice democratica californiana, la crittografia è il tallone di Achille di Internet. «E’ anche nella Playstation che usano i nostri bambini: se due persone comunicano, è tutto criptato», dichiarava a novembre 2015 alla CBS dopo i fatti di Parigi. «I terroristi possono usare la Playstation per comunicare e non ci possiamo fare nulla».

Richard Burr, senatore Repubblicano della North Carolina, è invece il capo della Commissione del Senato sull’Intelligence, di cui fa parte anche la senatrice Feinstein. 

I due politici sono i cofirmatari di una nuova legge che, se approvata, costringerà le aziende tecnologiche a collaborare con le richieste del Dipartimento di Giustizia, anche a costo di indebolire (o compromettere del tutto) la crittografia utilizzata per mantenere al sicuro gli utenti. Ora i due sono anche le uniche persone cui l’FBI ha deciso di rivelare il metodo utilizzato per sbloccare il telefono del terrorista di San Bernardino al centro dello scontro fra i federali ed Apple. 

Gli avvocati di Cupertino, a seguito delle dichiarazioni dell’FBI sullo sblocco dell’iPhone 5C di Syed Farook, stanno cercando metodi legali per costringere i federali a rivelare i dettagli tecnici della procedura di hacking, ma è molto probabile che le loro domande cadranno nel vuoto. 

La senatrice Feinstein, per tutta risposta, ha fatto sapere al National Journal che l’FBI ha tutto il diritto di non rivelare nulla all’azienda: «Non credo che il governo abbia alcun obbligo nei confronti di Apple, nessuna compagnia né alcun individuo è al di sopra della legge; sono basita che chiunque possa pensare di non aiutare il governo in un’indagine anti-terroristica di prima importanza». 

Nei giorni scorsi l’FBI ha fatto sapere che fornirà il proprio aiuto una procura dell’Arkansas per sbloccare un iPhone e un iPod touch di due imputati di omicidio. Il Bureau accetterà inoltre analoghe richieste dalle forze dell’ordine statali anche per indagini su crimini che attengono al diritto penale e con il terrorismo non hanno nulla a che fare. 

Se dopo gli attacchi di Parigi i senatori Feinstein e Burr potevano contare sul supporto della Casa Bianca per favorire l’approvazione rapida della legge,la strategia legale dell’FBI nel caso di San Bernardino, molto controversa anche per Washington, sembra aver cambiato le carte in tavola. 
Secondo Reuters , che cita fonti interne alla cerchia presidenziale, l’amministrazione rimane profondamente divisa sulla questione della crittografia e con ogni probabilità non offrirà alcun supporto pubblico alla proposta dei due senatori. 

Una posizione che, per alcuni analisti, potrebbe essere parte di una strategia politica volta a bloccare o ritardare la legge - criticata dagli esperti di sicurezza, ma anche da ambienti dell’intelligence - senza creare alcun attrito: basterà affidarsi all’inevitabile inefficienza del congresso nel periodo caldo che precede le prossime elezioni presidenziali di novembre.

Riemerge dal buio il cacciatorpediniere “Gioberti”

La Stampa
f. p.

Era stato silurato e affondato nei pressi dell’isola del Tino. I 171 superstiti erano stati salvati con i Mas. Individuato dalla Marina Militare e dall’ingegnere Gay il relitto a 600 metri di profondità

Eccolo il relitto del Regio cacciatorpediniere Vincenzo Gioberti. La nave militare, protagonista durante la Seconda Guerra Mondiale di oltre 200 missioni di guerra, è stato localizzato nei pressi dell’isola del Tino a circa 600 metri di profondità dall’ingegner Guido Gay con gli strumenti da lui stesso progettati e installati sul catamarano Daedalus.



Affondato il 9 agosto del 1943 mentre stava scortando la VIII Divisione diretta a Genova, il cacciatorpediniere fu colpito dai quattro siluri lanciati verso le 5 navi da un sommergibile avversario. La nave si spezzò in due tronconi che affondarono a distanza di decine di metri tra loro. I 171 superstiti furono recuperati da alcuni Mas e da altre unità partite da La Spezia.



In prima fila nell’operazione la Marina Militare, da alcuni anni impegnata con il MiBACT nella ricerca in altofondali, volta all’individuazione e alla documentazione dei relitti profondi. Missioni che oltre ad arricchire le conoscenze archeologiche sulle imbarcazioni ed i traffici commerciali di età antica, medievale e moderna, permette la sperimentazione e lo sviluppo di nuovi ed innovativi strumenti di indagine subacquea. All’operazione Gioberti ha preso parte il cacciamine Gaeta della Marina Militare, i tecnici della Soprintendenza Archeologia della Liguria e lo stesso scopritore Guido Gay: è stato acquisito il rilievo sonar e nuove immagini del relitto. 



La storia
Il cacciatorpediniere Gioberti faceva parte della 9^ Squadriglia Cacciatorpediniere con i gemelli della classe “Poeti” Alfieri, Oriani e Carducci. Costruito nel cantiere O.T.O. di Livorno fu varato nel 1936 e consegnato alla Marina l’anno successivo. Durante il conflitto 1940-43 partecipò a 216 missioni di guerra, tra le quali 12 di ricerca del nemico, culminate nelle battaglie di Punta Stilo, Capo Teulada, Gaudo e Matapan, Prima Sirte, Mezzo giugno e Mezzo agosto. 

Il 9 luglio 1940 danneggiò, col tiro del suo cannone, l’Incrociatore britannico Neptune, informazione che fino a questo momento non era ancora stata comunicata.Scortò con successo 60 convogli, ed eseguì 31 missioni di trasporto urgente di truppe e materiali, oltre a bombardamenti controcosta, pose di mine e caccia antisom. Ha percorso complessivamente 74.071 miglia.

Lungo 106,7 metri aveva un apparato motore composto da 3 caldaie a vapore surriscaldato e 2 turbine che potevano spingere la nave fino ad una velocità massima di 39 nodi. Aveva un equipaggio di 173 uomini tra ufficiali, sottufficiali, graduati e comuni, e un armamento di 4 cannoni da 120/50 mm, 2 mitragliere pesanti da 37/54 mm, 8 mitragliere da 20/65 mm e 6 tubi lanciasiluri da 533 mm, in aggiunta a 2 lanciabombe.

Rivoluzione sulle multe: arriva l'autovelox fantasma

Claudio Cartaldo - Gio, 07/04/2016 - 14:24

La nuova frontiera degli autovelox con i "bidoni" arancioni è quella di renderli "mobili": "Così aumentiamo la deterrenza"



Lo hanno chiamato "autovelox fantasma". Che compare e scompare da un giorno all'altro, togliendo agli utomobilisti la possibilità di "registrare" dove rallentare per evitare una multa.

Dopo le multe a strascico, dopo i velox montati sulle auto della municipale, ora arrivano i "bidoni velox" fantasma. L'idea è venuta all'amministrazione di Maniago, un piccolo Comune in provincia di Pordenone. Gli automobilisti hanno notato che una colonnina arancione montata lungo la strada la sera, era sparito qualche ora dopo. E non per colpa dei vandali. A spostarlo sono gli stessi agenti della pattuglia di turno, che lo allestiscono per fare le multe a chi sgarra sui limiti di velocità.

L'amministrazione comunale di Maniago ha spiegato al Gazzettino questa nuova idea: "Il meccanismo è il medesimo degli altri bidoni arancioni, soltanto che l'effetto deterrenza dovrebbe essere ancora maggiore perché sfrutta il fattore sorpresa e, quindi, impone la massima attenzione al rispetto costante dei limiti di velocità, non sapendo dove potrà essere posizionato. Il dispositivo può essere spostato dalla pattuglia di turno che lo allestisce e si procede con multe immediate".
In pratica, le colonnine arancioni non saranno mai nello stesso punto. Impossibile quindi ricordarsi ogni volta dove è collocato, rallentando quando si è nei pressi del velox. Oggi potrebbe essere qui, domani chissà. E la nuova frontiera dell'autovelox.

Cassazione: "Vietato il revisionismo sui partigiani decorati"

Luca Romano - Gio, 07/04/2016 - 18:49

Stop al "revisionismo" fatto da storici poco scientifici che utilizzano racconti di osteria e fonti non verificabili per gettare fango sulle circostanze della morte dei partigiani caduti combattendo per la libertà contro i nazisti

Stop al "revisionismo" fatto da storici poco scientifici che utilizzano racconti di osteria e fonti non verificabili per gettare fango sulle circostanze della morte dei partigiani caduti combattendo per la libertà contro i nazisti, e che per il loro coraggio sono stati decorati al valor militare. L'altolà viene dalla Cassazione che ha messo al bando la tesi del "fuoco amico" che, ad avviso dello scrittore Gianni Canedera, avrebbe ucciso il comandante partigiano Arturo Aulo Magrini caduto mentre guidava l'attacco a una colonna di tedeschi in Carnia, al ponte di Noiaris, il 15 luglio del 1944.

Ad agire per tutelare la "considerazione" di cui godeva la memoria del padre, partigiano decorato, è stato Giulio Magrini, il figlio, che si è rivolto al Tribunale di Tolmezzo. Senza citare fonti e prove di quanto sostenuto, l'autore del libro 'L'ultima verità. Da Mirko al dopoguerrà, aveva scritto che Magrini, organizzatore delle prime brigate partigiane in Carnia, era stato ucciso dai suoi compagni che volevano impadronirsi dei soldi che lui aveva con sè, e che aveva ricevuto per finanziare la Resistenza carnica. Invece in base alle testimonianze ufficiali, sia dei partigiani che dei tedeschi, Magrini fu colpito in fronte dal nemico mentre guidava i suoi compagni all'attacco e nessuno gli prese i soldi, 67mila lire di allora, che, infatti, i nazisti gli trovarono addosso.

"Non può riconoscersi l'esimente del diritto di critica storica - afferma la Cassazione sconfessando lo scritto di Canedera - se la ricostruzione dei fatti contrastante con quella ufficialmente riconosciuta (nella specie, quale motivazione di una decorazione al valore militare) si fondi su fonti anonime o non riscontrabili o su voci correnti". Con questa sentenza - verdetto n. 6784 della Terza sezione civile, presidente Giuseppe Salmè, relatore Franco De Stefano - la Cassazione ha respinto il ricorso di Canedera contro la condanna a pagare cinquemila euro di risarcimento danni ai familiari del comandante 'Arturò, così come stabilito dalla Corte di Appello di Trieste nel 2012.

Sono frequenti i tentativi di 'revisionismò delle gesta dei partigiani comunisti e garibaldini come Magrini, medico prestato alla guerra che morì imbracciando il suo Sten ed esortando i suoi a colpire l'avanguardia della colonna di nazisti che si trovarono davanti all'improvviso. Con lui caddero anche il garibaldino Ermes Solari, e Vito Riolino della brigata Osoppo.