sabato 9 aprile 2016

Si oppone a Landini, licenziato dalla Fiom

Paolo Bracalini - Sab, 09/04/2016 - 08:18



È il Fiom Act, libertà di licenziare in tronco chi dissente da Landini. La punizione, per un funzionario da quindici anni in permesso sindacale, è pesante: tornare in fabbrica a lavorare.

Il malcapitato è Sergio Bellavita, duro e puro della direzione nazionale Fiom ma esponente della minoranza «Opposizione Cgil» non allineata al segretario Landini. Circostanza che può costare cara. Tra pochi giorni a Bellavita toccherà presentarsi in tuta blu ai cancelli della «Costruzione Emiliana Ingranaggi Spa» di Anzola Emilia, sua fabbrica di provenienza prima del lungo distacco sindacale, e rimettersi alla catena di montaggio. Landini con lui si è comportato come il più severo dei padroni, un Marchionne in felpa rossa.

Racconta Bellavita: «Mi è stato comunicato il licenziamento dalla Fiom nazionale dopo 15 anni di impegno sindacale. Landini e la sua segreteria hanno deciso all'unanimità di darmi venti giorni di tempo per rientrare in fabbrica. Non vengo cacciato perché colto a rubare, vengo cacciato solo perché rappresento l'opposizione interna alla Cgil. Il dissenso che la Fiom e la Cgil hanno deciso di ridurre al silenzio, di espellere». E poi su Landini: «Anche questa è parte della pochezza di un segretario dispotico e arrogante che ha raccolto solo sconfitte e che lascerà solo macerie».

Su Facebook il sindacalista licenziato pubblica «la lettera della vergogna», la comunicazione firmata da Maurizio Landini e dal responsabile organizzativo Fiom Enzo Masini che come oggetto ha appunto la «cessazione dal distacco sindacale di Sergio Bellavita». Lì si legge che, per la Fiom, sono «venute meno le esigenze sindacali» che avevano portato al distacco del dissidente Bellavita. E dunque arrivederci e grazie, senza possibilità di fare appello dal sindacato, perché sono loro: «Ti invitiamo a prendere tempestivamente contatto con il tuo datore di lavoro per la reimmissione in servizio. Cordiali saluti».

L'ala di sinistra del sindacato si schiera con l'espulso e contro Landini, «la statua che portano in processione e di cui tutti hanno paura a parlare male» dice Stefania Fantuzzi, delegata Fiom alla Fiat di Termoli. Anche l'ex leader Fiom, Giorgio Cremaschi, si scaglia contro Lanidni e il suo «atto di autoritarismo vergognoso, segno della totale degenerazione del gruppo dirigente». La componente barricadera del sindacato rimprovera a Landini la pace con Marchionne, il grande nemico su cui il segretario ha speso parole di elogio («Prima di lui la Fiat era a rischio fallimento, oggi no.

Nessuno vuol negare le qualità finanziarie del manager, di tutto questo siamo contenti»). Linea che non è piaciuta alla minoranza, che l'ha fatto sapere. Per i vertici Fiom il licenziamento è dovuto, «era venuta meno la fiducia» Bellavita ha «contestato ripetutamente le decisioni dell'Assemblea e del Comitato centrale della Fiom». Una grave colpa che va punita col ritorno in fabbrica. Non si scherza col «Fiom Act».

I comunisti? Sono i nuovi capitalisti

Claudia Gualdana



Se lo chiedono politologi e giornalisti. Se lo domanda l’uomo di strada: dove sono finiti i comunisti? Quali sono le ragioni della trasformazione del Pci in Pd? I “compagni” sono rimasti orfani. Con un triplo salto mortale da difensore dei lavoratori sindacalizzati il partito di Peppone si è fatto paladino delle istanze libertarie. Vale la pena scomodare le categorie della sociologia, della psicologia forse, e senza alcun dubbio, quelle della filosofia.

Ha scelto quest’ultima strada il Circolo Proudhon, che fa politica e cultura ponendosi oltre gli schieramenti. Costoro, giovani, preparati e agguerriti, dispongono di un’ottima casa editrice. L’ultimo libro pubblicato la dice lunga sulla metamorfosi subita dalla sinistra: il passo tra Berlinguer e Vladimir Luxuria non è breve.

Parliamo di Un comunista a Parigi nel ’68, metamorfosi del Capitalismo nel pensiero di Michel Clouscard di Lorenzo Vitelli (Ed. Circolo Proudhon, pp. 94, Euro 10), in cui si enuclea appunto il pensiero di Clouscard (1928-2009), un marxista puro osteggiato in patria e mai tradotto in Italia. I suoi erano i tempi di Foucault, Guattari, Deleuze, il cui strumento rivoluzionario era la “liberazione del desiderio”. Alla faccia di Stalin e dei suoi emuli occidentali.

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Il ’68 è il padre del ceto medio, del terziario, della civiltà dei consumi e dei diritti, della liberazione sessuale: con il proletariato e la borghesia classica tutto ciò non attecchisce. Ha trovato humus fertile nella terra di mezzo, dove ex proletari non si dedicano all’accumulo di beni tipicamente borghese ma consumano all’infinito. I beni, il lavoro, persino se stessi lavorando cinque giorni per poi “divertirsi nel week end”.

Che il Sessantotto francese è padre pure della droga, dello sballo e di tutti gli eccessi.Tra le pieghe di questo libro troviamo la metamorfosi spiegata. Compreso il disagio dei duri come Marco Rizzo del residuale partito comunista, che non ci si raccapezza. L’inutilità dei diktat severi di un prete laico come Gianni Cuperlo. Le ragioni della saggia scomparsa di Oliviero Diliberto, che con questi non c’entra nulla. La nuova sinistra erede del ’68 è l’alleata migliore del neocapitalismo del terziario avanzato, del consumismo e dell’etica à la carte, perché, come spiegò bene Clouscard, il desiderio è la “mercanzia suprema del capitalismo”.

Perciò ai diritti primari si sono sostituiti quelli privati. In un grande supermercato della volontà di potenza rovesciata, in cui l’uomo consuma se stesso desiderando. Persino di mutarsi in altro da sé.

Il boom di ricorsi dei furbetti che chiedono asilo

Fausto Biloslavo - Sab, 09/04/2016 - 08:24

Le spese legali sono tutte a carico dello Stato Un'arma in mano agli stranieri. Che ne approfittano

Oltre 20mila ricorsi di richiedenti asilo ancora pendenti fino ad oggi dal 2014, nonostante sia stata già respinta qualsiasi forma di protezione.Grazie al giochetto del ricorso pagato dallo Stato, chi si è visto negare l'asilo resta in Italia a spese nostre per due, tre o anche 4 anni.

Una tendenza in aumento, che potrebbe esplodere nel 2016 con lo stop della rotta balcanica. «Il problema non sono le domande d'asilo, ma i ricorsi» ha dichiarato al quotidiano locale, Il Piccolo, il vice prefetto Massimo Mauro della Commissione territoriale di Gorizia, che decide sulle richieste. «Chi riceve il diniego, impugna il provvedimento. Succede praticamente nel 100% dei casi e questo innesca situazioni paradossali che vanno oltre ogni limite immaginabile» sostiene Mauro.

Il 100% riguarderà Gorizia, ma i numeri parziali forniti dal Viminale a livello nazionale (quelli completi sono in possesso del dicastero della Giustizia, che li sta raccogliendo) indicano percentuali fra il 50 ed il 75%, ma in aumento in termini assoluti. Nel 2014 sono state respinte 14257 domande di asilo, che hanno provocato quasi 10mila ricorsi. Nel 2015 le domande di asilo sono esplose ad 83.970, un incremento del 31% rispetto all'anno precedente.

Quasi la metà, 41659, sono state respinte, ma i ricorsi ammontano a ben 15.226. Ad oggi sono ancora pendenti 21.443 ricorsi. Ed i richiedenti asilo sono soprattutto nigeriani, pachistani, gambiani, che in gran parte non hanno alcun diritto del genere essendo migranti economici.

Se la Commissione territoriale respinge la pratica l'aspirante profugo può fare ricorso, che porta avanti solitamente fino all'appello. L'assistenza legale è pagata dallo stato trattandosi di «indigenti». Gli avvocati incassano fra gli 800 e 1.000 euro a pratica. Nel limbo del ricorso, che dura anche due-tre anni e si somma ai 200 giorni medi per il primo esame della pratica nelle Commissioni territoriali, l'aspirante profugo ha diritto all'accoglienza.

A Gorizia, dopo il respingimento del ricorso, diversi furbetti dell'asilo si sono ripresentati con degli alias per rifare la domanda e riprendere tutto l'iter. Ci sono persone che vanno avanti così dal 2007» spiega Mauro al quotidiano il Piccolo. Adesso con l'obbligo delle impronte digitali il problema dovrebbe diminuire, anche se i migranti protestano e non vogliono lasciarsi schedare.

In grandi città come Milano il numero dei richiedenti asilo è raddoppiata nell'ultimo trimestre 2014. I dati di gennaio a livello nazionale indicano 7505 richieste e non c'è neppure un profugo siriano, che avrebbe realmente diritto. Lo stesso mese sono state respinte 4266 richieste, ma in molti presentano ricorso. Oltre il 70% viene alla fine accettato dai giudici.

«Una criticità da superare - ha sostenuto il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento per l'Immigrazione - perché i tempi della decisione del giudice ordinario sono lunghissimi, spesso superano i due anni, e ai ricorrenti va comunque assicurata l'accoglienza».

Nel frattempo si susseguono casi di richiedenti asilo che sfruttano l'accoglienza, spesso non dovuta, per fini criminali. Il 17 febbraio è stata sgominata fra Trento e Rovereto una banda di 19 gambiani e senegalesi che avevano messo in piedi un vasto traffico di droga e riciclaggio di denaro. Tutti richiedenti asilo ed in parte ospiti della provincia autonoma di Trento.

In gennaio, a Trieste, i carabinieri hanno arrestato 4 afghani per droga, pure loro richiedenti asilo.
Il 28 gennaio, a Terni, la polizia ha sorpreso nel sonno 4 gambiani in appartamenti gratuiti perché avevano richiesto l'asilo. Nelle federe dei divani è stata trovata droga e 5mila euro in contanti.
Il 15 novembre scorso la questura di Bolzano ha rintracciato sei afghani, richiedenti asilo, coinvolti in una rapina in pieno centro.

Il 2 aprile sono finiti sotto inchiesta per terrorismo due afghani in attesa di asilo nel centro di Restinco vicino a Brindisi. E il 9 marzo è stato arrestato per terrorismo un giovane «imam» somalo che inneggiava ad Al Qaida e stava pianificando un attentato a Roma. Nel centro di accoglienza di Campomarino, in provincia di Campobasso, cercava di reclutare volontari della guerra santa grazie alla richiesta di rifugiato politico, che era stata da poco respinta. Se non fosse finito in manette avrebbe potuto sempre fare ricorso.

Donne & Potere Sei consigli semiseri

Corriere della sera
Maria Laura Rodotà

Data la presunzione d’innocenza; data la sensazione che Federica Guidi dia troppa carta bianca sia al suo pingue ingegnere ora indagato, sia al suo parrucchiere. Data l’empatia che in molte suscita (su Twitter, sei il caso del giorno se l’account Donnadimezzo si ribattezza evocandoti; si chiama La Pora Guidi, ora). Data la curiosità morbosa per una bega personal-politico-penale da classe dirigente eticamente disattenta, dedita alla guerriglia per bande e magari poco interessata al bene pubblico.

Dato tutto questo, il caso Guidi è un manuale alla rovescia. Di tutto quello che non si deve fare nella vita pubblica e privata (a partire dalla prima regola: non mescolarle). Degli errori tipici delle donne con una carriera, e anche senza. Della mancanza di senso di sé, delle ansie da prestazione tradizionale di molte italiane. Per le femmine interessate a uscire dal tunnel (e a non andare in galera) ecco qualche riflessione, anzi qualche consiglio.

50 sfumature di Guidi
Non c’era Christian Grey ma Gianluca Gemelli, non un bel riccone, un rampante pasticcione; eppure, si lamenta Guidi, si comporta «come un sultano», tra prima moglie, compagna importante e chissà chi. Chiede favori alla compagna e al governo italiano, esige norme ad hoc, nomine, appalti, camicie stirate. Al netto delle indagini, una storia tipica da donna arrivata, colpevolizzata anzitutto da se stessa perché potente e pure ricca. E perciò tendente al contrappasso masochista nella vita privata. E forse il caso Guidi, le intercettazioni avvilenti, faranno del bene. Alcune ricorderanno passate miserie; si chiederanno «siamo donne o moquettes?». E cambieranno linea.

Latina a casa, luterana in piazza
Le leggi anticorruzione tutelano i partner incauti, o almeno dovrebbero. Le nebulose trattative di sottogoverno e i fidanzati insistenti possono indurre a dimenticarle. Le donne eccellenti — specie se ministre della Repubblica — dovrebbero rendersi conto che rassicurare su un emendamento non porterà convincenti conferme della loro femminilità. Meglio andare tra ministre a vedere uno strip, casomai.

Gli emendamenti son come le rose
Se una donna saggia va a cena la prima volta con un uomo, e arriva un venditore di rose, e l’uomo, neanche la prima sera, le regala una rosa, la saggia lo classificherà tra i pidocchi senza speranza e non cenerà con lui mai più. Gli emendamenti sono le nuove rose, al contrario: se l’uomo chiede di un emendamento che fa i suoi interessi, meglio dirgli addio mandandogli un bouquet.

La verità sulle sguattere guatemalteche
La frase «mi tratti come una sguattera guatemalteca» è infelice. Il dato è purtroppo corretto: molte donne venute dal machista Centro-Sudamerica per lavorare si fanno trattare malissimo. Visto il terreno comune, servirebbero gruppi di autocoscienza e supporto formati da colf straniere e imprenditrici emiliane. Le seconde potrebbero trovare la forza di cacciare i partner pessimi. Le prime potrebbero bruciargli col ferro l’ultima camicia che chiederanno da far stirare. E altro.

L’anonimo donatore meglio del noto faccendiere
Da anni, italiane singole e coppie lesbiche vanno a far figli in Paesi normali dove possono ricorrere alla fecondazione assistita. Concepiscono bambini mezzi spagnoli a Valencia, biondi a Copenaghen, e così via. A molti di questi bimbi fanno da papà dei nonni dilaganti; anche Guidalberto Guidi, l’industrialone padre di Federica, pare sia pazzo del nipotino quattrenne e guardi Peppa Pig; il papà , pare, latita (la spinta familiare a fornire nipotini va spesso arginata, però, attenzione).

Henry James non è un buon consulente
Né lui, né gli altri scrittori che hanno raccontato donne vittime di cacciatori di dote. Il Ritratto di Signora con Quartierino dipinto in questi giorni — sempre al netto delle indagini — non rende giustizia a Guidi, che nella vita ha lavorato parecchio (la migliore vendetta sarebbe tornare a far bene l’imprenditrice e nel tempo libero ostentare un toy boy guatemalteco; poi chissà).

Il numero svedese

La Stampa
massimo gramellini

Componendo il numero +46 771 793 336, una voce registrata avverte che a breve ci risponderà un cittadino svedese, scelto a caso tra coloro che hanno aderito alla proposta del governo di diventare ambasciatori telefonici del proprio Paese. Chi telefona chiede dritte sugli alberghi e sugli itinerari, discute di immigrazione, cerca semplicemente compagnia. L’iniziativa sta riscuotendo un successo straordinario (più di seimila chiamate il primo giorno), tanto che qualcuno potrebbe essere tentato di introdurla in Italia, meta turistica per eccellenza. Sarebbe con ogni evidenza una sciagura.

Intanto chi chiama troverebbe sempre occupato: gli italiani sono perennemente al telefono. Nei rari casi in cui la linea è libera, prende male e cade di continuo (solo le intercettazioni della ministra Guidi sembrano sfuggire a questa regola). Nell’eventualità mirabolante che al sedicesimo tentativo il turista riuscisse a stabilire un contatto, si troverebbe di fronte allo scoglio della lingua. Gli svedesi parlano tutti benissimo l’inglese. Gli italiani parlano tutti abbastanza male l’italiano. Qualcuno anche l’inglese. Ma se l’interlocutore straniero avesse la disgrazia di conoscere la nostra lingua, si sentirebbe rispondere con una di queste formule di cortesia a scelta:

«Non ho bisogno di nulla, riprovi quando c’è mia moglie»; «Robé, sei tu? Basta con ’sti scherzi, dai»; «E a me che me ne viene in tasca?»; «Se cerca un ristorante le consiglio quello di mio cugino, dica che la mando io»; «Come ti chiami? Jessica… Ma quale albergo, vieni a dormire da me… Prima però per sicurezza mandami una foto». 

De Cataldo nella sua Suburra

La Stampa
mattia feltri

Il giudice Giancarlo De Cataldo è finito sui giornali, con qualche malizia di troppo, per le conversazioni telefoniche con Salvatore Buzzi (mafia capitale). Assieme a Carlo Bonini, De Cataldo è autore di un bel romanzo sulla criminalità romana, “Suburra”, che è diventato anche un film dallo stesso titolo. Il libro, come il film, ha il limite di essere qua e là pletorico, e dà un’immagine di Roma quasi caricaturale. Bonini ha capito la mia obiezione ma mi ha spiegato: “Abbiamo comunque messo insieme episodi tutti realmente accaduti”. Anche le telefonate di De Cataldo sono realmente accadute, ma non raccontano De Cataldo. 

Barili

La Stampa
jena

Prima o poi una verità sull’omicidio Regeni verrà a galla, al momento è sigillata in un barile di petrolio.

Nel paese dei soprannomi: “Così tuteliamo la memoria”

La Stampa
simona marchetti

A Galliate (Novara) gli abitanti usano parole nel dialetto antico per identificare famiglie e luoghi: “È il nostro patrimonio storico”



A Galliate anche la piazza principale ha un soprannome: per le cartine si chiama piazza Vittorio Veneto, per i galliatesi «Taragiu». Non è l’unico: nei decenni le famiglie hanno cercato di differenziarsi.E l’hanno fatto facendo appello alla lingua madre, quella che si parlava in casa. Sono nati così quasi cinquecento soprannomi, conservati gelosamente in un elenco ordinato, in bella grafia.

Nella città dell’Ovest Ticino - frontiera novarese alle porte con la Lombardia - questa ricca tradizione popolare è stata conservata fino ad oggi sia grazie alla memoria e all’uso, sia per l’opera di Ezio Bozzola, che li ha trascritti pazientemente a mano in un ordinato elenco all’inizio degli Anni 70, in bella grafia. Ora a custodirli è il figlio Marco, presidente del Consiglio comunale, che conserva gelosamente l’eredità paterna.

La lista comprende pochi fogli, in rigoroso ordine alfabetico: venti voci per colonna, cinque colonne per pagina. Centinaia e centinaia di nomi, su una popolazione che attualmente supera i 15 mila abitanti, ma che all’inizio del secolo scorso non andava oltre i 9 mila residenti. Quasi uno per ogni nucleo famigliare.

Molto meno numerosi sono i cognomi in uso come Airoldi, Bozzola, Belletti, Gambaro, Fonio, Martelli, Avvignano, che resistono ancora oggi nonostante le varie ondate migratorie. In queste condizioni il rischio di fare confusione era concreto: qui come altrove si svilupparono dunque definizioni legate alla professione, a caratteristiche fisiche, morali, difetti, aneddoti: ce ne sono di curiosi come «Sciüca», in italiano «zucca», per la capatosta del primo titolare. Da questa pianta nascevano poi discendenti più o meno robusti che prendevano il nome di «Sciüchin», «zucchino», o «Sciücon», «zuccone».

Anche il sindaco, Davide Ferrari ne ha uno: è «Sciarturin», poiché uno dei suoi antenati era un sarto. Il dialetto è quello di questa terra di mezzo tra Piemonte e Lombardia: si va dai classici «Purslatin» e «Purslaton», rispettivamente maialino e maialone, all’altisonante «Trumbonbalè», il trombone ballerino. Poi ci sono i «Pursati», le pulci, ma anche i «Paua», intraducibile, «Cichin centu boti», «Francesco cento volte», poi «Zucrati», ovvero produttore di zoccoli. Ci sono poi suoni forse anche onomatopeici come «Gnaf», oppure altri legati alla propensione al cibo o alle chiacchiere come «Bucascia», boccaccia.

«All’inizio degli Anni 70 - spiega Marco Bozzola - mio papà con altri amici decise di non far dimenticare il dialetto. Nacque così il primo “Tacuêin dl’anu 1971, spitascià da Gajà”. La bozza fu compilata da mio padre a mano». Pochi anni dopo arriva «Gajà spitascià»: accanto ai nomi degli autori l’immancabile soprannome: Angelo Belletti, detto «Didò», Lo stesso Bozzola, detto «Fratin» perché aveva studiato dai frati, Antonio Garzulano, «Garzüron», Alessandro Mainardi, «Bison», biscione, Umberto Cardano, «Pec», denominazione che ha a che fare con colori e pennelli, forse da un antenato pittore o imbianchino, e Domenico Airoldi, «Gabiin».

L’attaccamento a questa parte del proprio patrimonio culturale non è morta neanche con l’arrivo della televisione e dell’italiano diventato ormai lingua madre. «Raccolgo cartoline, materiale vario sulla città, pubblicazioni - conferma Giuseppe Grigolon, padre veneto ma con ascendenze materne galliatesi che risalgono al 1600 - sto facendo anch’io una ricerca sui soprannomi, e diffondo tutto questo materiale sui social network. Non sono un collezionista geloso, mi piace condividere quotidianamente ciò che trovo».

Lo ribadisce il sito del Gruppo dialettale galliatese: «Un popolo «è» le sue radici. E il dialetto è uno «scrigno» che custodisce storia, vita, usi, tradizioni, costumi e folclore di un territorio; è un prezioso ponte tra un passato più o meno remoto, che rischia di scomparire, e un presente nel quale la tradizione orale potrebbe diventare soltanto un lontano ricordo».

La Chiesa e il sesso, quando Paolo disse: «Le donne siano sottomesse»

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo

Il confronto tra i testi dei Vangeli e della tradizione della Chiesa e le parole di Papa Francesco: «Amoris Laetitia», a cominciare dal titolo, è una grande innovazione



Il matrimonio è un dono di Dio. Tale dono include la sessualità (Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, d’ora in poi semplicemente Francesco). «Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca» (Matteo 19,12).Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso per le sue creature (Francesco).

«La donna è un tempio costruito su una cloaca. Tu, donna, sei la porta del diavolo, tu hai circuìto quello stesso (uomo) che il diavolo non osava attaccare di fronte. È a causa tua che il figlio di Dio ha dovuto morire; tu dovrai fuggire per sempre in gramaglie e coperta di cenci» (Tertulliano). L’erotismo più sano, sebbene sia unito a una ricerca di piacere, presuppone lo stupore, e perciò può umanizzare gli impulsi.

In nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi (Francesco). «Se è un bene non toccare una donna, allora è un male toccarla: gli sposati vivono come le bestie, infatti nel coito con le donne gli uomini non si distinguono in nulla dai porci e dagli animali irrazionali» (San Gerolamo).
L’uomo e la donna nel matrimonio
L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il mistero nuziale (Francesco). «Maria fu pura, santa, senza macchia, risplendente, dai sentimenti divini, santificata, libera da tutte le lordure del corpo, del pensiero, dell’anima» (Sofronio da Gerusalemme). La Bibbia è popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari (Francesco).

«Se fosse amico il re dell’universo / noi pregheremmo lui della tua pace / poi c’hai pietà del nostro mal perverso» (Dante Alighieri, Inferno, V canto, episodio di Paolo e Francesca). «Le donne siano sottomesse ai mariti» (San Paolo, Lettera agli Efesini 5, 22). È importante essere chiari nel rifiuto di qualsiasi forma di sottomissione sessuale. Perciò è opportuno evitare ogni interpretazione inadeguata della Lettera agli Efesini.

San Paolo qui si esprime in categorie culturali proprie di quell’epoca, ma noi non dobbiamo assumere tale rivestimento culturale, bensì il messaggio… (Francesco). Desideri, sentimenti, emozioni, quello che i classici chiamavano «passioni», occupano un posto importante nel matrimonio… L’essere umano è un vivente di questa terra e tutto quello che fa e cerca è carico di passioni (Francesco). «Sì, dalla volontà perversa si genera la passione, e l’ubbidienza alla passione genera l’abitudine, e l’acquiescenza all’abitudine genera la necessità» (Sant’Agostino, Confessioni, Libro VIII).
I desideri sessuali
Provare un’emozione non è qualcosa di moralmente buono o cattivo per sé stesso. Incominciare a provare desiderio o rifiuto non è peccaminoso né riprovevole (Francesco). «I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero» (San Paolo, Lettera ai Romani 8,21).

Provare piacere per qualcuno non è di per sé un bene. Se con tale piacere io faccio in modo che quella persona diventi mia schiava, il sentimento sarà al servizio del mio egoismo. Credere che siamo buoni solo perché «proviamo dei sentimenti» è un tremendo inganno. Ci sono persone che si sentono capaci di un grande amore solo perché hanno una grande necessità di affetto, però non sono in grado di lottare per la felicità degli altri e vivono rinchiusi nei propri desideri (Francesco).

«Le donne sono destinate principalmente a soddisfare la lussuria degli uomini. Dove c’è la morte ivi c’è il matrimonio, dove non c’è matrimonio ivi non c’è morte» (San Giovanni Crisostomo). Più che parlare della superiorità della verginità sotto ogni profilo, sembra appropriato mostrare che i diversi stati di vita sono complementari, in modo tale che uno può essere più perfetto per qualche aspetto e l’altro può esserlo da un altro punto di vista (Francesco).

«Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza» (Catechismo della Chiesa cattolica, punto 493). D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione di Cristo (Francesco). «Cristo non rideva mai» (Jorge da Burgos, da «Il nome della rosa» di Umberto Eco).

Un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale (Francesco).
La novita dell’interpretazione
Nei duemila anni di discussione tra le massime intelligenze della cristianità sull’amore e sul sesso si trova tutto e il contrario di tutto. Le interpretazioni mutano con il mutare delle condizioni storiche e delle sensibilità. Ma bastano questi pochi cenni per realizzare che l’esortazione «Amoris Laetitia», a cominciare dal titolo, rappresenta una grande innovazione nella storia della Chiesa (per quanto ovviamente la sessualità sia concepita dal Papa all’interno del matrimonio); e basterebbe questa per far capire perché Francesco sia molto amato da tanti ma anche molto detestato da qualcuno; e perché, comunque prosegua il suo pontificato, questo Papa è destinato a entrare nella storia, e dopo di lui nulla sarà più come prima.

8 aprile 2016 (modifica il 8 aprile 2016 | 21:35)

Biagi intervistò Sindona e Liggio Ma allora nessuno batté ciglio»

Corriere della sera

di Bruno Vespa

Bruno Vespa interviene sulle polemiche sollevate sulla sua trasmissione che ha visto ospite il figlio di Totò Riina. «Era utile che il pubblico lo conoscesse»

Bruno Vespa nello studio di Porta a Porta (Ansa)

Caro Direttore,

se Adolf Hitler risalisse per un giorno dall’inferno e mi offrisse di intervistarlo, temo che dovrei rifiutare. Vedo, infatti, che dopo il «caso Riina» vengono messi in discussione i parametri di base del giornalismo. La Storia è stata in larga parte scritta dai Cattivi. Compito dei cronisti è intervistarli per approfondire e mostrare l’immagine della Cattiveria. Aveva ragione nel gennaio del ’91 il governo Andreotti a voler bloccare (senza riuscirci) la mia intervista a Saddam Hussein alla immediata vigilia della prima Guerra del Golfo perché il dittatore iracheno era un nostro nemico? Chi ha intervistato per la Rai il dittatore libico Gheddafi o quello siriano Assad avrebbe dovuto puntare sui crimini commessi da entrambi invece di focalizzare il colloquio sulla loro politica estera?
La proposta dell’editore del libro
Quando l’editore del libro di Salvo Riina ha offerto una intervista esclusiva al Corriere della Sera, a Oggi e a Porta a porta, non immaginavo né di fare il colpo della vita, né di creare un turbamento sensazionale. Ho letto il libro, ho detto ai miei colleghi che era l’opera di un mafioso a 24 carati e ho informato quell’eccellente professionista che è il nuovo direttore di Raiuno che avremmo potuto mostrare per la prima volta il ritratto della più importante famiglia mafiosa della storia italiana vista dall’interno. Decidemmo allora di far seguire all’intervista un dibattito con parenti delle vittime di Riina e con dirigenti di associazioni che coraggiosamente si battono contro la mafia.

Così è avvenuto. Ciascun giornalista farebbe una intervista in modo diverso. In coscienza, credo di aver mosso al giovane Riina le obiezioni di una persona di buonsenso mostrandogli anche le immagini delle stragi di Capaci e di via D’Amelio e dell’arresto di suo padre. Ho riportato dall’incontro l’impressione che avevo riportato dal libro: un mafioso con l’orgoglio di esserlo. Era utile che il pubblico conoscesse il volto della nuova mafia? A mio giudizio sì, perché solo conoscendo la mafia la gente acquisisce la consapevolezza di doverla combattere.
I precedenti
Ho rivisto i precedenti. Guardate su Internet l’attacco dell’intervista del 1982 di Enzo Biagi a Michele Sindona. Prima di entrare nel merito ci fu una piacevole introduzione sui pasti del detenuto e sulla qualità delle sue letture. L’avvocato Ambrosoli era stato ucciso tre anni prima. La Commissione antimafia — che già esisteva — non batté ciglio. Lo stesso Biagi intervistò liberamente Luciano Liggio, il maestro di Totò Riina, il capo dei capi dei primi anni Sessanta. E Tommaso Buscetta, che spiegò come funzionava la Cupola, ma non pianse certo pentito sulla spalla del grande giornalista. Altra intervista famosa fu quella di Biagi al terrorista nero Stefano Delle Chiaie. Non ricordo che siano stati parallelamente ascoltati i parenti delle vittime.
Il caso di Ciancimino jr
Jo Marrazzo, grande cronista della Rai, intervistò il capo della ‘ndrangheta Giuseppe Piromalli e il capo della camorra Raffaele Cutolo. Ricevette meritati complimenti. Come li ricevette Sergio Zavoli per aver intervistato tutti i terroristi (non pentiti) disposti a rispondere alle sue domande. Trascuro l’esempio più recente e discutibile: Massimo Ciancimino, figlio di Vito, è stato a lungo ospite d’onore di Michele Santoro con ampia libertà di dire l’indicibile, prima di essere arrestato nel 2013. Mi piacerebbe che tutte queste interviste fossero riviste insieme per un sereno confronto. Forse avremmo qualche sorpresa. In ogni caso, il tema è chi si può intervistare nella Rai di oggi. Se Riina padre fosse disponibile, pioverebbero giornalisti da mezzo mondo. E noi?

8 aprile 2016 (modifica il 8 aprile 2016 | 21:48)

Annibale e “Il passo dell’elefante”

La Stampa
marina palumbo

Quando un documentario di fantasia immaginò il ritrovamento di una zanna vicino al Colle delle Traversette. E vinse il festival



Ha l’animo del burlone Stefano Scarafia e quando ha letto della notizia di questi giorni sul passaggio di Annibale dal Colle delle Traversette, non ha potuto resistere: «Vi segnalo che un po’ di anni fa alcuni documentaristi italiani avevano già scoperto la cosa, e l’hanno raccontata in un breve lavoro video».

Segue link a un video pubblicato su Youtube nel quale si racconta, a partire dalla conferenza stampa del sindaco di Ostana, il ritrovamento di una zanna proprio nella zona del Colle delle Traversette , probabilmente d’elefante, ma così fuori norma nelle dimensioni che potrebbe esser stata di un mammuth. Tutto lascia credere, compreso il fatto che sia stata ritrovata durante uno scavo, che possa essere molto antica e avallare l’ipotesi di un passaggio di Annibale proprio da qui.Il lavoro s’intitola Il passo dell’elefante.

Sulle prime sembra persino plausibile, fin quando il documentario non comincia a mostrare tocchi buffi, come i caricaturali vecchietti del paese che in stretto piemontese tengono un consiglio comunale un po’ rabbocciato, tra brindisi e carte da tressette. 

Insomma, più che un vero documentario, è un’opera ironica, un mockumentary, cioè un falso. Ma costruito così bene, che a tratti è difficile distinguere il vero dalla commedia. «Il trucco è mescolare elementi veri e inventati, in modo che il tutto sembri plausibile» ci svela al telefono Scarafia, che insieme a Paolo Casalis e Pino Pace, nel 2012 con questo lavoro ha vinto il Documenteur filmfest. E a proposito di commedia... la studiosa che commenta Dante è uno dei pochi elementi reali. 

Vietato il sigaro alla corrida, è la fine di un mito dei Paesi Baschi

La Stampa
francesco olivo

La sanzione di chi trasgredisce può arrivare a costare seicento euro



Chi andava in cerca di stereotipi iberici trovava soddisfazione soprattutto alla Plaza De Toros: la scena, oltre alle povere bestie, al torero e al palco assolato, prevedeva lo spettatore medio, uomo, con sguardo gaudente e un sigaro, un puro, tra i denti. La scena potrebbe non verificarsi più, prima che la corrida, infatti, è stato abolito il fumo tra gli spalti delle arene. 

A compiere il grande passo per la tutela respiratoria degli spettatori è stato il parlamento dei Paesi Baschi, regione ribelle per eccellenza (ora meno che in passato), dove però i tori hanno grande tradizione, a San Sebastián, per esempio, finiti gli anni di potere della sinistra filo Eta, le corride sono tornate, e alla prima, qualche mese fa c’era anche il Re emerito Juan Carlos. Le banderillas, insomma, non si toccano, le sigarette (e i sigari) sì. Stesso divieto negli stadi e nei concerti all’aperto. 

Il proibizionismo basco, però, è più esteso e riguarda anche l’alcol, niente puros alla corrida, ma neanche birra alla partita di calcio o un txacolí alla pelota (vino e sport tipico locale). Il divieto, poi, è esteso alle sigarette elettroniche, equiparando di fatto ogni tipo di fumo. La multa prevista, di fatto stabilisce il prezzo del vizio: fumare un sigaro davanti al toro nell’arena, più costare seicento euro. Un po’ troppo per uno stereotipo.

Il docente di «escapologia fiscale» che scappa dalle Isole Vergini

Corriere della sera

di Mario Gerevini e Giuseppe Guastella

Un italiano di 34 anni nella lista dei Panama Papers. Il suo lavoro: aiutare vip, politici e imprenditori a scappare legalmente dal Fisco



Mancava l’«escapologo fiscale» nell’elenco internazionale dei clienti di Mossack Fonseca, dove invece abbondano uomini di spettacolo, sportivi, manager, faccendieri, politici e imprenditori. Eccolo dunque, colui che insegna a scappare dal Fisco, legalmente s’intende. Il libero docente di dribbling alle tasse è italiano, naturalmente, 34 anni, umbro di Orvieto. Gianluca Massini Rosati vende su Internet, dal suo sito di escapologia, un corso per «pagare solo il giusto carico fiscale in modo onesto e legale». Occhio che se lo si acquista entro 12 ore da adesso costa solo 197 euro invece di 497.

Venire «beccato» nella lista di Panama non è un bel biglietto da visita per un escapologo. Lui la spiega così (per sintetizzare una lunga e filosofica dichiarazione): nel 2011 «mi feci incantare da un professionista “amico” che voleva spillarmi qualche decina di migliaia di euro per gestire le operazioni estere delle mie società di energia (piccole realtà, ndr)». Tradotto: venne aperta, con i servigi dello studio Mossack Fonseca, la Tiger Consulting company. «Chiusa dopo tre mesi — precisa al telefono — perché mi accorsi che stavo commettendo errori». Solo quella operazione? «Solo quella». Più nulla a Panama o Isole Vergini? «Assolutamente no».

Eppure Rosati ha avuto interessi, insieme al professionista perugino Roberto Raimondi, anche nella St. Paul’s Limited, altra creatura alle British Virgin Islands del tandem di professionisti panamensi (nella foto l’atto firmato da Mossack Fonseca) . «In effetti adesso ricordo… ma sono stato solo amministratore, poi è andata in liquidazione». Nel 2014 aprì un conto corrente a Panama per un’operazione della sua piccola immobiliare Dolphin. «Sì ma poi non si è chiuso l’investimento e ho venduto anche la società». Un immobile a Panama? «Si fanno investimenti in tutto il mondo». La Dolfin ha proprietà solo per 600 mila euro.

Nel corso completo acquistabile online è compresa anche la preziosa «guida dei 59 segreti di escapologia fiscale». Rosati potrebbe farne avere gratis un paio di copie anche a Mossack e Fonseca, prima che sia necessario un manuale di escapologia carceraria.

9 aprile 2016 (modifica il 9 aprile 2016 | 01:20)

Moschee, scuole, ospedali Soldi dal Qatar all’Italia

Corriere della sera

di Claudio Del Frate

Sempre più massicci gli investimenti dei paesi arabi nel campo del no profit, protagonisti il petrolio e una Fondazione in passato gravata da sospetti



Un conto sono gli investimenti per l’acquisto di hotel superlusso, marchi della moda, compagnie aeree: soldi destinati a generare altri soldi attraverso le leggi dell’economia. Un altro sono i quattrini, tanti, investiti nel no profit: assistenza sociale, attività religiosa, istruzione. E questi servono ad altro, a cementare consensi e a guadagnare fiducia nel campo politico e sociale. I paesi arabi del Golfo, quelli sostenuti dall’economia del petrolio negli ultimi anni, in Italia hanno battuto l’una e l’altra strada.

E se è noto il loro intervento in campo turistico in Sicilia e Sardegna, nell’acquisto della griffe Valentino o nel rilevare il 49% di Alitalia, meno conosciuto è l’ingente sforzo finanziario sostenuto per la nascita di centri culturali islamici, moschee e scuole. Un campo, quello del no profit coranico, che ha visto in prima fila la Qatar Charity Foundation, istituzione tra le più potenti del mondi islamico ma più volte oggetto di critiche perché ritenuta emblema di un islam tradizionalista.
Da Bergamo alla Sardegna
Cominciando dalla fine, per rintracciare la presenza più recente della Qatar Charity Foundation occorre far tappa a Bergamo; qui la comunità islamica ha beneficiato di un finanziamento di 5 milioni di euro per la nascita di un centro di preghiera. I lavoro erano già cominciati quando è esplosa una lite interna alla comunità culminata con l’intervento della procura: quel finanziamento era già arrivato in toto sui conti bergamaschi ma una fazione accusa l’altra di averli fatti sparire. Si indaga per truffa ma la pm Carmen Pugliese ha chiesto approfondimenti alla Digos.

La Qatar Charity Foundation aveva negli ultimi anni pagato di tasca sua buona parte dei lavori per la moschea di Colle val d’Elsa, in Toscana e di Ravenna. La medesima sigla era comparsa per un ventilato centro islamico a Pavia dove però, fatto l’annuncio, il progetto si è perso un po’ nelle nebbie. Dalla religione all’assistenza sociale e sanitaria, gli emiri del Qatar hanno rilevato anche l’ex clinica del San Raffaele a Olbia, annunciando un investimento niente meno che di 1,2 miliardi di euro.
Sicilia terra d’elezione
La terra d’elezione della Qatar Charity Foundation sembra però essere la Sicilia. Ecco cosa recitava un comunicato ufficiale dell’organizzazione risalente al 2013: «Stiamo realizzando un numero importante di progetti per un investimento di 11 milioni di ryal (2,3 milioni di euro). Riguardano progetti di centri islamici a Ispica, Catania e Messina. Lo stesso presidente della regione Rosario Crocetta, in una intervista alla tv Al Jazeera aveva sollecitato l’arrivo della Fondazione per la costruzione di un centro per i profughi a Lampedusa. Chicca finale: la Sicilia proprio nel 2013 aveva conferito il premio «Uomini e società» al presidente della Qatar Charity, Ahmed Al Kawari.
Il «progetto Pioggia»
L’interventismo del piccolo stato del Golfo in campo sociale non riguarda tuttavia solo l’Italia: da tempo è stato lanciato un programma di progetti in campo sociale denominato Gaith (che in arabo significa pioggia). Un programma, citiamo ancora un documento ufficiale dalla QCF, che «mira a introdurre la cultura islamica e a rafforzarne la presenza nelle comunità occidentale e del mondo in generale». La nascita di centri islamici e scuole è il primo obiettivo che Gaith si prefigge. Cultura ed educazione, insomma, nonché «creare un’immagine positiva dello stato del Qatar tra le comunità mussulmane in Occidente». Sull’organizzazione, però, in passato si sono allungate ombre.

Il Washington Institute for Near East Policy sospetta la Qatar Charity Foundation di collusioni con l’area terroristica. In particolare una relazione di Daveed Gartenstein-Ross e Aaron Zelin accusa l’organizzazione, che compare su una black list dello stato di Israele, di nascondere dietro gli aiuti umanitari a paesi islamici il supporti ad attività terroristiche. A sostegno delle accuse, più volte smentite dal Qatar, viene citata la testimonianza di un ex componente di Al Qaeda, Jamal Ahmed al-Fadl. Accuse che però non sono mai sfociate in condanne .
«Terrorismo no, tradizionalismo sì»
Ma come interpretare l’«offensiva umanitaria» in Italia e in Occidente e i massicci investimenti in campo religioso che porta con sè? Valentina Colombo, ricercatrice, docente all’università di Roma ed esperta del mondo islamico la spiega così: «I due piani, quello economico e quello sociale, viaggiano paralleli: gli investimenti no profit servono ad accreditare l’immagine del Qatar davanti alle istituzioni e alla società italiane; sono funzionali insomma a quelli in campo strettamente economico».

Ma questa presenza crescente porta con sè preoccupazioni per infiltrazioni di natura terroristica? «Questo direi di no — è ancora il parere di Valentina Colombo — . Certo, la vicinanza dalla Qatar Foundation con la Fratellanza Musulmana è nota ma a mio giudizio questo comporta solo una visione tradizionalista e conservatrice della religione, una visione che si tenta di far passare all’interno degli immigrati islamici in Europa, facendola crescere dal basso».
«Petrolio per la gloria di Allah»
Ma come detto all’inizio, gli investimenti in campo sociale da parte del mondo islamico, non vedono protagonista solo il Qatar. Giampiero Khaled Paladini, imprenditore italiano convertito, ha lasciato l’ambizioso progetto della prima università islamica in Italia, proponendo un sistema di finanziamento che non si rifà alle fondazioni. «Abbiamo denominato il nostro percorso “petrolio per la gloria di Allah”: siamo intenzionati a interpellare paesi produttori di greggio perché versino una parte dei loro guadagni per finanziare la nascita di istituzioni culturali musulmane in Italia, come la nostra».

Paladini si rivolge più al campo dell’istruzione: «Il progetto per la nostra università è già stato depositato negli uffici tecnici del comune di Monteroni, in provincia di Lecce e comporterà un impegno di 35 milioni di euro; un’altra decina saranno investiti per il dipartimento di finanza islamica, i cui corsi di formazione inizieranno già il prossimo ottobre ad Omegna, in Piemonte: qui abbiamo già rilevato una parte dell’ex stabilimento della Bialetti».

8 aprile 2016 (modifica il 8 aprile 2016 | 18:03)