lunedì 11 aprile 2016

Quel che resta delle megainchieste

Corriere della sera

di Pierluigi Battista

C’è una bulimia narrativo-informativa che consuma intercettazioni rubate e altro materiale di indagini che poi no portano a risultati concreti, che si ricordino

Ma davvero c’è qualcuno in Italia, addetti ai lavori a parte, che sappia che fine hanno fatto le megainchieste che con il concorso mediatico di centinaia di migliaia di intercettazioni avrebbero dovuto scoperchiare il malaffare, le retate delle «cricche», i «sistemi», le «consorterie trasversali», le camarille criminali, tutto un rimescolio di ambienti, sottoboschi, reti, P4, P5, P6, P144, Vallettopoli 1 e Sanitopoli, Vallettopoli 2 e inchieste che «fanno tremare i vip», logge e loggette, «indagini a tappeto» che avrebbero potuto colpire al cuore il potere dei delitti e degli affari?

In sincerità, senza consultare Google, chi si ricorda dei reati contestati, delle condanne, delle archiviazioni, nelle inchieste in cui si volevano ascoltare come persone informate dei fatti, pontefici e capi di Stato, sottosegretari e aspiranti dive della tv, politici «occulti» e «terzi livelli» di un «sistema criminale»?

Niente, nessuno ricorda niente. Restano solo detriti, battute rubate al telefono, «i furbetti del quartierino», «la sguattera del Guatemala», o battute mai pronunciate («la Merkel culona inchiavabile») che sono diventate vere anche se sono leggende metropolitane immortalate dai media: a quale inchiesta appartenevano, quale scandalo avevano dissotterrato, forse il Mose? No. Expo? Nemmeno. Qualche G8? Neanche. Un po’ di Rimborsopoli? Forse, ma quale? L’opinione pubblica è diventata bulimica. Ama l’intreccio di narrazioni giudiziarie e giornalistiche, le «inchieste-reportage» come le ha definite il magistrato Piero Tony, condite di dialoghi «dal vero», trame, turpiloqui, ambizioni, ricatti.

Grandi affreschi «per conoscere», anche se la conoscenza di un ambiente, di una persona, di un gruppo non dovrebbe essere compito della magistratura che deve concentrarsi su ipotesi di reato circoscritte, fatti, documenti, responsabilità penali personali. Aiutate da un giornalismo pigro e fotocopiatore, dall’emergere di reati vaporosi, mai resi leggibili in modo inequivocabile, dal nome insieme altisonante e pieno di echi letterari («traffico di influenze»: geniale invenzione), le inchieste appagano come una serie tv ben costruita. Poi, non resta niente, nemmeno un ricordo, solo intrecci telefonici spudorati. E reputazioni distrutte. Oblio assoluto, però, anche per i magistrati protagonisti. Almeno una piccola soddisfazione.

Stuprato dal nero, non gli brucia l’anima

Nino Spirlì

Lo avessi qui, Karsten Nordahl Hauken, il deputato norvegese che piagnucola perché il suo Paese ha rimandato in Somalia – tremate! – il suo violentissimo stupratore immigrato e infoiato, lo prenderei a calci in culo, facendogli fare il giro di tutto il perimetro dell’UE.

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Probabilmente, al signor Hauken non brucia l’anima come a TUTTI NOI che abbiamo subito violenza. Mi viene difficile raccontarlo ancora, ma lascio la parola alle pagine del mio Diario di una vecchia checca (Minerva edizioni, 2012):

30 Novembre 1986 – Sant’Andrea Apostolo Roma

Gli avevo aperto la porta.
Era il fine settimana dei morti, intorno alle otto e mezza di sera di venerdì. Preparavo la cena. Il cane dormiva sul divano. Televisore spento; nello stereo, le canzoni di Piaf. Poi, ha squillato il telefono. Era Giuseppe, dalla cabina telefonica a pochi metri da casa mia. Mi ha implorato di riceverlo e, così, ho ceduto. E l’ho invitato a cena. Volevo parlargli, spiegargli, convincerlo. Quando il campanello ha squillato, meccanicamente ho aperto dal citofono sia il cancello che il portone di casa e sono tornato ai fornelli.

Poi la furia.

Ho sentito solo sbattere la porta d’ingresso e ho visto Giuseppe entrare in sala assieme a due energumeni. Non mi hanno dato il tempo di dire Amen ed hanno cominciato a pestarmi a calci, pugni, testate contro il muro, contro i mobili e a turno hanno abusato di me. Continuando a picchiarmi. Tutti e tre. Probabilmente pieni di cocaina.

Mi parlavo nella mente e mi dicevo non gridare tanto è inutile.
Mi parlavo da morto e non provavo dolore. Avevo il gusto del sangue sotto la lingua e sentivo come due fiamme ardere ai fianchi.
 E ancora pugni e calci. E poi mi trascinavano sul pavimento.
 Ho sentito guaire il mio cane. Probabilmente pestato anche lui.
 E il buio. Come se mi fossi addormentato. Come un sonno non sonno.

Mi sono risvegliato domenica pomeriggio, immerso in un mare di piscio, merda, vomito, sangue e Dio sa cos’altro, col mio cane che mi leccava sul viso freneticamente, come per svegliarmi; ero stato in coma, ma Dio non mi ha voluto.

Ho tentato di alzarmi per avvicinarmi al telefono, ma ho un po’ di ossa rotte e non ce l’ho fatta. Strisciando ho raggiunto l’apparecchio. E, nel torpore della memoria, ho ricordato il numero di Francesco, il medico più discreto e disponibile che abbia conosciuto in questa città chiacchierona. È venuto, mi ha portato nella sua clinica dove abbiamo dichiarato che ero precipitato giù dal cantiere della mia casa di campagna.

Gli infermieri si sono guardati negli occhi coi medici: nessuno ci ha creduto. Hanno fatto finta di farlo.
Sono ancora a letto. A casa di Francesco. Ai miei abbiamo detto che ho avuto un piccolo incidente di moto e che è tutto sotto controllo.
Sono io che non sono sotto controllo. Gli avevo aperto la porta.

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Giuseppe è il nome fittizio di un maledetto che conobbi, da ragazzo, in un nobilissimo salotto romano. Uomo potente, sposato e padre di figli, con una vita pubblica di elevata notorietà. Si impossessò di me, catturandomi la mente, il cuore, forse l’anima. E, quando cercai di sfuggirgli, mi ridusse in fin di vita. E’ morto da poco, ottantenne e, probabilmente, ossessionato dal ricordo di quella sera. Immagino fra le braccia diafane della moglie, scaldate da uno dei suoi mille maglioncini di cachemire beige, e illuminate dalle inseparabili perle cadaveriche, che le scendevano perennemente dai lobi.o sono vivo. Mi pare.

Quel coglione scandinavo deve augurarsi che io non lo incontri mai. Gli urlerei tutto il mio biasimo. Gli ricorderei le botte allo spirito che gli saranno arrivate, mentre il porco approfittava con violenza – con violenza! – di lui. Gli chiederei come si permette di perdonare il bastardo che, stuprando lui, ha stuprato ancora una volta ognuno di noi. Non si perdona il proprio stupratore. Mai. Perché lo stupro non è una scopata, ma un omicidio.

E non credo neanche alla favola di Maria Goretti che, il suo, se lo porta in paradiso.

#lovolevodire #lemielacrimedirabbia #AbelenonperdonaCaino
Fra me e me. Schifato dal buonismo ipocrita e pericoloso di un rappresentante del “popolo europeo”. #inchemanisiamofiniti