venerdì 15 aprile 2016

Panama Papers: ecco l'elenco completo dei primi 200 nomi italiani

IlGiornale - Ven, 08/04/2016 - 06:49

L'Espresso ha pubblicato il primo elenco di 100 nomi degli 800 connazionali che hanno aperto un conto offshore



11,5 milioni di documenti, migliaia di conti nei paradisi fiscali, migliaia di persone coinvolte tra vip, politici e sportivi. Sono i numeri da capogiro che da domenica hanno scosso la leadership mondiale, portando persino un premier - quello dell'Islanda - a dimettersi.

Sono i cosiddetti Panama Papers, migliaia di documenti - trafugati o passati da una talpa - finiti nelle mani dell'Icji, il consorzio di giornalismo investigativo di cui fa parte anche L'Espresso.
Ed è proprio il settimanale italiano che oggi pubblica il primo elenco che riguarda i nostri connazionali. Si tratta di 100 dei circa 800 italiani coinvolti. Per lo più imprenditori, manger o uomini d'affari, ma nella lista spunta pure qualche vip, come Luca Cordero di Montezemolo, il cui nome era trapelato fin dall'inizio, ma anche l'attore Carlo Verdone e lo stilista Valentino.

Tutti si difendono da accuse che - tra l'altro - non sono state ancora formulate, dal momento che aprire conti all'estero non costituisce di per sé reato. "Non possiedo alcuna società off shore, né alcun conto estero e, soprattutto, non ho commesso alcun illecito", ha detto Montezemolo al cda di Unicredit, sostenendo che degli affari gli erano sì stati proposti, ma non erano mai andati in porto. Come il presidente di Alitalia, negano anche Carlo Verdone e Barbara d'Urso, tirata in mezzo per "un'operazione immobiliare mai concretizzata", come spiegano i suoi avvocati.

Intanto il governo promette accertamenti, soprattutto nei confronti di chi "non abbia mai fatto il monitoraggio fiscale nè la voluntary disclosure", sottolinea il viceministro Enrico Zanetti. Di certo questo elenco è un buon punto di partenza per chi dovrà controllare.

Ambrosione Francesco, Cuneo, imprenditore
Angiolini Marco Angelo, Varese, immobiliarista
Anti Michele, Roma, procuratore finaziario
Apolloni Gianluca, Roma, commercialista
Astarita Ercole, Napoli, imprenditore
Baglietto Giovanni Battista, Savona, imprenditore
Battistini Andrea, Rimini, imprenditore
Benfenati Gabriele, Reggio Emilia, armatore
Bertè Mariele, Milano, imprenditore
Bigi Mauro, Firenze, imprenditore
Bizzarro Salvatore, Napoli, commercialista
Calugi Candido, Firenze, imprenditore
Caracciolo Borra Filippo, Como, imprenditore
Carturan Mauro, Padova, commerciante
Chimento Adriano, Vicenza, gioielliere
Cialella Giovanni, Roma, imprenditore
Cimino Simone, Milano, finanziere
Contini Roberto, Milano, imprenditore
Corallo Francesco, Catania, imprenditore
Cuffaro Vincenzo, Roma, mprenditore
D’Urso Barbara, Roma, presentatrice tv
Da Silva Rigo De Righi Neli, Roma, imprenditore
Da Vià Abramo, Belluno, imprenditore
Daniele Antonio, Ferrara, mprenditore
De Carlo Pantaleo, Udine, imprenditore
De Leo Domenico, Bologna, commercialista
De Montis Marco, Roma, imprenditore
Della Salda Paolo Angelo, Milano, rchitetto
Di Feo Gioacchino, Imperia, imprenditore
Di Girolamo Nicola, Roma, ex senatore Pdl e avvocato
Fagioli Giovanni, Reggio Emilia, armatore
Faraone Alessandra, Milano, commercialista
Fazio Alfio, Siracusa, imprenditore
Fazio Carlo, Siracusa, imprenditore
Fiolis Maurizio, Cuneo, amministratore
Focarelll Carlo, Roma, broker
Fonseca Daniel, Como, ex calciatore e procuratore
Fraissinet Fabio, Napoli, imprenditore
Gandolfo Giuseppe Giorgio, Milano, imprenditore
Garavani Valentino, Londra, stilista
Giammetti Giancarlo, Londra, manager
Golfarini Renzo, Bologna, imprenditore
Hoekstra Jacob, Vercelli, imprenditore
Impellizzeri Giovanni Luca, Catania, agente di scommesse
Iossa Fasano Arturo, Milano, imprenditore
Iuraca Diego, Genova, imprenditore
Jacchia Maurizio, Firenze, imprenditore
Khan Sageer, Bari, musicista
Lapenna Eugenio, Roma, procuratore
Lauri Francesco, Roma, avvocato
Lelli Alessandro, Pesaro, manager
Losev Petr, Roma, manager
Marabotti Franco, Firenze, dirigente
Marazzini Lorenzo, Milano, imprenditore
Marin Walter, Vicenza, procacciatore d’affari
Massini Rosati Gianluca, Perugia, fiscalista
Menichetti Marcello, Firenze, amministratore
Monteleone Lorenzo, Biella, imprenditore
Montezemolo Luca, Modena, manager
Morgano Gianfranco, Napoli, albergatore
Natangelo Roberto, Lucca, imprenditore
Nicosia Donaldo, Miami, manager latitante
Novero Eugenio, Torino, imprenditore
Nucera Andrea, Genova, imprenditore
Ortonovi Francesco, Modena, imprenditore
Ottaviani Roberto, Roma, imprenditore
Ottaviani Stefano, Roma, imprenditore
Paciello Lorenzo, Milano, amministratore
Palazzolo Christian, Estero, imprenditore
Palazzolo Pietro, Estero, imprenditore
Palmieri Alessandro, Bologna, imprenditore
Palvarini Roberto, Monza, imprenditore
Perelli Cippo Marco, Milano, dirigente
Perrucci Gian Angelo, Genova, imprenditore
Pianesani Augusto, Modena, imprenditore
Raccah Simeone, Roma, immobiliarista
Rizzi Flaminio, Milano, imprenditore
Rovelli Oscar, Svizzera, erede
Russo Corvace Giancarlo, Roma, avvocato
Sacchi Silvio, Napoli, avvocato ed ex magistrato
Senesi Sergio, Genova, imprenditore
Sibona Bruna, Cuneo, imprenditore
Sibona Giancarlo, Cuneo, imprenditore
Smid Thomas, Rimini, ex tennista
Spiriti Andrea, Varese, manager
Strafingher Friedrich, Modena, imprenditore
Sturlese Marco, La Spezia, finanziere
Taroni Paolo, Imperia, imprenditore
Toseroni Marco, Roma, broker
Vacca Santiago, Savona, commercialista
Valentini Emanuele, Roma, imprenditore
Valiante Glulio, Milano, imprenditore
Vanelli Lorenzo, Massa Carrara, imprenditore
Verdone Carlo, Roma, attore
Vicari Sergio, Rieti, imprenditore
Vicari Simone, Rieti, imprenditore
Villevielle Bideri Flavio, Roma, editore
Villevielle Bideri Silvia, Roma, editore
Villevielle Valentino, Roma, editore
Zito Angelo, Lussemburgo, broker

 Secondo elenco di 100 nomi di nostri connazionali coinvolti nel caso Panama Papers

Accomo Remigio, Cuneo, imprenditore.
Aimone Sebastiano Giuseppe, Torino, immobiliarista.
Airaudo Valter, Torino, imprenditore.
Albano Antonio Francesco, La Spezia, imprenditore.
Alberani Ricardo, Firenze, imprenditore.
Albertazzi Alberto, Modena, imprenditore.
Alessandrini Giampiero, Treviso, imprenditore.
Antonini Lorenzo, La Spezia, industriale.
Arienti Alessandro, Bologna, commercialista.
Arienti Leonardo, Bologna, consulente.
Arienti Lorenzo, Bologna, commercialista.
Asteggiano Sergio, Cuneo, imprenditore.
Audagna Pier Diego, Cuneo, imprenditore.
Barilla Emanuela, Parma, imprenditrice.
Batelli Eugenio, Roma, costruttore.
Berro Rodolofo, Imperia, dentista.
Bianchi Teodora, Brescia, imprenditrice.
Bloch Saloz Stéphane, Roma, gallerista.
Borghini Paolo, Massa Carrara, imprenditore.
Carlino Domenico, Imperia, imprenditore.
Casale Roberto, La Spezia, imprenditore.
Cattaneo Carla, Pavia, immobiliarista.
Cherubini Giuseppe, Roma, broker.
Chiarizia Alfredo, Roma, igegnere.
Cortese Maria Stella, Asti, immobiliarista.
Cortese Raffaella, Milano, gallerista.
Cottino Francesco, Pavia, imprenditore.
Crobu Fabrizio, Bologna consulente.
Cuoghi Mauro, Modena, commerciante.
Cuomo Luigi, Napoli, imprenditore.
Dal Vecchio Giampietro, Gorizia, imprenditore.
De Blasio Gennaro, Napoli, commerciante.
Del Rosso Mauro, Roma, consulente,
Della Maddalena Marco, Varese, commerciante.
Della Maddalena Roberto, Varese, commerciante.
Demartini Roberta, Roma, imprenditrice.
Di Fabio Livio Luigi, Pescara, imprenditore.
Di Paolo Fernando, Montecarlo, immobiliarista.
Fagnani Federico Massimo, Milano, consulente.
Fagnani Filippo, Milano consulente.
Fiorani Giancarlo, Ancona, intermediario.
Fiordelli Francesco, Milano, stilista.
Fiorellino Fabio, Imperia, immobiliarista.
Fiorini Angela, Savona, immobiliarista.
Gallato Silvana, Verona, consulente.
Gerbino Roberto, Cuneo, imprenditore.
Ghezzo Claudio, Ivrea, industriale.
Gillio Margherita, Torino, immobiliarista.
Genovesi Donato Mario, Milano, immobiliarista.
Grassino Roberto, Torino, commercialista.
Leporati Giorgio, Torino, imprenditore.
Liviani Dino, Imperia, imprenditore.
Lorenzini Davide, Ravenna, imprenditore.
Lucchesi Gastone, Lucca, ex banchiere.
Manassero Daniela, Cuneo, imprenditrice.
Manassero Michele Angelo, Cuneo, imprenditore.
Mariani Claudio, Verona, consulente.
Marino Claudio, Milano, imprenditore.
McMillan David Dewar, Firenze, stilista.
Monaco Furio Patrizio, Roma, costruttore.
Monateri Roberto, Torino, imprenditore.
Montabone Graziella Avigliana, Torino, immobiliarista.
Montalbetti Irene, Varese, imprenditrice.
Monti Pier Paolo, Cuneo, imprenditore.
Musso Piercarlo, Cuneo, imprenditore.
Nisi Salvatore Rocco, Milano, imprenditore.
Novaro Tiziano, Imperia, immobiliarista.
Oddone Gian Carlo, Alessandria, gioielliere.
Palumbo Giovanni, Genova, broker.
Paradiso Gaetano, Roma, finanziere.
Pensa Marco, Torino, imprenditore.
Pessina Stefano, Montecarlo, imprenditore.
Pilotti Claudia, Torino, immobiliarista.
Piovano Ferdinando, Torino, costruttore.
Prosperi Henri, Lucca, chef.
Quasso Maria Luigia, Asti, immobiliarista.
Ricci Emma Virginia, Bologna, consulente.
Riveri Umberto, Lucca, imprenditore.
Robasto Giovanbattista, Torino, manager.
Ronca Luigi, Alessandria, imprenditore.
Rossi Franco, Torino, costruttore.
Rota Celestina, Alessandria, gioielliera.
Roversi Manlio, Genova, imprenditore.
Roversi Rodolfo, Modena, imprenditore.
Ruschena Alessandro, Vercelli, rivenditore auto.
Sacco Alice, Vercelli, rivenditore auto.
Saladino Filippo Fernando, Modena, imprenditore.
Santilli Sergio, Imperia, commercialista.
Sassi Gisberto, Milano, commerciante.
Scaglioni Fernando, Piacenza, agente.
Scappini Giorgio, Torino, immobiliarista.
Scarabelli Maria Luisa, Pavia, immobiliarista.
Siccardi Stefano, Milano, informatico.
Taurini Alessandro, Firenze, gioielliere.
Tiraboschi Edoardo, Brescia, imprenditore.
Tosello Clelia, Cuneo, immobiliarista.
Trivellone Marco, Roma, albergatore.
Zacchera Alberto, Verbania, albergatore.
Zavoli Mario, Ravenna, imprenditore.
Zuffa Maurizio, Bologna, geometra.


Scoperti 35 discendenti di Leonardo, tra loro anche Zeffirelli

La Stampa
flavia amabile

Si credeva che la famiglia dell’artista della Gioconda si fosse estinta



Ci sono 35 discendenti di Leonardo Da Vinci in vita. Si credeva che la famiglia dell’artista della Gioconda si fosse estinta invece una ricerca sta rimettendo in discussione la questione della discendenza. Si tratta di un lavoro iniziato nel 1973, realizzato da Alessandro Vezosi, direttore del Museo Leonardo da Vinci e da Agnese Sabato, storica, presidente dell’associazione internazionale Leonardo da Vinci-Museo Ideale. 

La ricerca ha portato i due studiosi a cercare documenti anche in Francia e Spagna e ha permesso di rintracciare i 35 discendenti ancora in vita del padre e della famiglia di Leonardo, e di scoprire che fra di loro c’è anche Gianfranco Corsi, vale a dire il regista Franco Zeffirelli.Gran parte dei discendenti sono venuti a sapere solo pochi giorni fa di avere il grande Leonardo fra i loro antenati. Molti sono toscani e vivono nell’area fiorentina. 

Uno dei discendenti è Giovanni Calosi, nato nel 1940 e residente a Vinci, ex ragioniere in una ditta di falegnameria. Calosi ha iniziato a collaborare con Vezzosi 9 anni fa per rintracciare gli altri discendenti. E’ stato il primo ad essere stato informato della discendenza diretta con Leonardo Da Vinci «Mia madre Dina aveva ragione – racconta Calosi – ci parlava di documenti e lettere scritte al contrario che si leggevano solo allo specchio. Da generazioni si tramandava quella che noi abbiamo sempre ritenuto essere una leggenda e che invece si è poi dimostrata realtà. E’ per questo che a quei documenti, andati persi e venduti, non avevamo mai dato importanza».

La figlia Elena, architetto di Empoli: «Questa ricerca ci ha permesso di ricordare tutto quello che la nonna ci raccontava. Mio padre mi ha svelato solo alla fine i motivi della collaborazione con Vezzosi. L’ho aiutato a rintracciare i cugini e la sorpresa è stata generale. Cosa si prova a essere discendi di Leonardo Da Vinci? Ovviamente sono sorpresa io stessa, ma felice, felice anche per la mia nonna che non c’è più, e che era orgogliosa di avere il cognome Vinci.

Stento io stessa a crederci ma è davvero emozionante vedere ricostruito il proprio albero genealogico ed andare a fondo delle proprie radici. Se poi fra queste radici trovi avi così importanti come Leonardo, ovviamente dopo lo stupore la gioia prende il sopravvento. Chi non ha studiato Leonardo o visto i suoi dipinti?»

Franco Zeffirelli è figlio di Ottorino Corsi (nato e vissuto a Vinci e successivamente trasferitosi a Firenze), nipote di Olinto Corsi, uno dei personaggi più noti della Vinci di fine Ottocento. Secondo la ricostruzione dell’albero genealogico da parte di Vezzosi e Sabato la famiglia Corsi si è imparentata con la famiglia Da Vinci nel 1794 grazie al matrimonio fra Michelangelo di Tommaso Corsi e Teresa Alessandra Giovanna di Ser Antonio Giuseppe Da Vinci, diretta discendente di Ser Piero, padre di Leonardo. 

Nella famiglia del regista la parentela era risaputa: quando nel 2007, al Quirinale, il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano consegnò a Zeffirelli il “Premio Leonardo”, il grande regista pronunciò quella che sembrò un mot d’esprit, una battuta scherzosa: «I Corsi, che sono la mia famiglia, sono anche una famiglia che discende da Leonardo».

Dal Datagate a San Bernardino: i sistemi operativi criptati di Apple e Google

Corriere della sera

di Michela Rovelli
Il rifiuto di Cupertino alla richiesta del giudice di forzare lo smartphone dell’autore della strage di dicembre è l’ultimo capitolo della «battaglia» tra governi e aziende hi-tech su privacy e sicurezza

Il rifiuto di Apple

«L’innovazione è dire di no a mille cose», diceva Steve Jobs, il fondatore di Apple scomparso nel 2011. E di “no” la sua società non si fa problemi a dirne, anche se a volte significa andare contro il sistema di giustizia americano. L’ultimo è il rifiuto di eseguire l’ordine del giudice federale Sheri Pym per decriptare l’iPhone 5c appartenente a Syed Farook, uno dei due attentatori della cittadina californiana di San Bernardino che il 2 dicembre ha ucciso 14 persone in un centro per disabili. Secondo il giudice, Apple avrebbe dovuto cooperare con l’Fbi per creare un sistema di backdoor in grado bypassare la crittografia degli smartphone, che neanche la stessa società può decriptare.

Tim Cook, amministratore delegato di Apple
Tim Cook, amministratore delegato di Apple

Il ceo Tim Cook ha risposto con una lettera. Nonostante la totale condanna degli attentati, e la piena collaborazione con le forze dell’ordine, non è disposto a forzare la sicurezza dei suoi stessi prodotti, né a creare un «precedente pericoloso». A schierarsi dalla parte della Mela, l’associazione no-profit Electronic Frontier Fundation, che si occupa di diritti civili nel mondo digitale. La richiesta non si limita alla mera assistenza, ma alla creazione di un nuovo codice che comprometterebbe la sicurezza dei dati sensibili degli utenti. Sicurezza che è il prodotto di un lungo percorso che inizia da uno scandalo.

Lo scandalo Datagate

Nel 2013 l’amministrazione di Barack Obama si trova a dover affrontare un terremoto, ribattezzato “Datagate”. Protagonista: l’informatico Edward Snowden, che consegna al Guardian le prove dell’esistenza del programma PRISM. Si tratta di un sistema di sorveglianza di massa sistematica messa in atto dall’NSA (National Security Agency), organismo governativo che insieme a FBI e CIA sia occupa della sicurezza nazionale.



Lo scandalo – che ha coinvolto anche alcune intelligence di Paesi europei – ruota attorno alle intercettazioni telefoniche e all’accesso dell’organizzazione ai server dei giganti del web: oltre a Apple, anche Google, Facebook, Microsoft, Yahoo e AOL. Cupertino risponde con un report in cui elenca tutte le richieste di dati e informazioni provenienti dai diversi governi. L’obiettivo è dimostrare trasparenza verso i propri utenti. Per quanto riguarda l’Italia, ne indica 409. Negli Stati Uniti: 3.542.

Una lunga lista d’attesa

Sempre nel 2013 si scopre che le richieste della polizia americana per decriptare dispositivi Apple sono talmente tante che la società è stato costretta a creare una lista d’attesa. Durante un processo contro un uomo del Kentucky accusato di spaccio, l’ATF – un’organizzazione che risponde al Dipartimento di Giustizia per le indagini sul traffico illegale di stupefacenti e sul possesso di armi da fuoco ed esplosivi – richiede di bypassare il sistema di sicurezza per accedere ai dati del suo iPhone 4S.



Apple accetta di mettere a disposizione i suoi tecnici, ma prevede dei tempi di attesa di almeno sette settimane. Alla fine il ritardo nelle indagini, provocato dalle numerose richieste di decodifica a Cupertino, sarà di quattro mesi.

Neanche Apple può violare iOS 8

Il 2 giugno 2014 viene messo a disposizione degli utenti della Mela il nuovo sistema operativo iOS 8. È inviolabile per tutti, anche per i tecnici della società stessa. Si può accedere ai dati criptati solo con la password. In presenza di un mandato del giudice, Apple non sarà più in grado di bypassare la sicurezza dei suoi dispositivi. C’è solo una possibilità di fuga delle informazioni, ed è iCloud. Se l’utente ha fatto il backup dei suoi dati sullo spazio di cloud computing, allora si potrà ancora far fronte alle richieste investigative.



È una risposta pratica alle tante critiche e accuse dell’opinione pubblica dopo lo scandalo Datagate alle grandi società di telecomunicazione e operanti sul web. Che riceve anche l’approvazione di Edward Snowden, che sul New York Times indica Apple come un esempio da seguire. «Le tecniche base di sicurezza come il criptaggio – in passato considerato esoterico e non necessario – sono ora disponibili su prodotti di società pionieristiche come la Apple, che assicurano che anche se il vostro telefono venisse rubato, la vostra vita privata rimarrebbe tale».

Anche Google diventa inviolabile

Qualche mese dopo, Google segue l’esempio di Apple e inserisce nel sistema operativo Android un sistema di crittografia simile, non bypassabile neanche sotto ordine di un giudice. Molti casi giudiziari negli ultimi anni sono rimasti senza una soluzione a causa della mancanza di un sistema per oltrepassare la barriera di sicurezza degli smartphone. Nel solo distretto di Manhattan, tra ottobre 2014 e giugno 2015, ci sono stati 74 casi di iPhone con sistema operativo iOS 8 non accessibili dagli investigatori.



Presunti rapinatori, assassini e pedofili sono stati prosciolti per mancanza di prove. Un esempio: lo scorso giugno Ray C. Owens, un padre di sei bambini, viene ucciso in un quartiere a nord di Chicago. Nessun testimone né telecamere di sorveglianza potevano aiutare gli inquirenti. L’unica pista da seguire erano due smartphone trovati accanto alla vittima: un iPhone 6 e un Samsung Galaxy S6 Edge. Entrambi erano protetti da password. Sia Google che Apple hanno risposto che non era in loro potere decriptare i dati contenuti nei telefoni.

Gli account iCloud di Hollywood violati

Quasi cinquecento foto di alcune dive di Hollywood pubblicate sul web: un nuovo scandalo rimette in discussione, nell’estate del 2014, i sistemi di sicurezza degli smartphone. Ma non si tratta della crittografia sul dispositivo, bensì dei dati caricati su iCloud.

Jennifer Lawrence era stata una delle star più colpite dagli hacker
Jennifer Lawrence era stata una delle star più colpite dagli hacker

Inizialmente si pensa che gli hacker abbiamo sfruttato la funzione “Trova il mio iPhone” per rubare le fotografie che coglievano attrici e cantanti in momenti privati. In realtà il furto del materiale è avvenuto rubando username e password delle loro vittime. Apple si dissocia da ogni accusa. Il sistema è sicuro, a meno che non si rivelino le proprie credenziali.


Le accuse dei magistrati e la risposta di Apple

Nell’estate del 2015 tre importanti magistrati di tre Paesi diversi accusano Apple e la neonata Alphabet di ostacolare la lotta contro il crimine. Le due società – che hanno sviluppato sistemi inviolabili – controllano il 96% del mercato globale degli smartphone. Contro di loro si scagliano Cyrus R. Vance Jr., procuratore distrettuale di Manhattan, François Molins, capo della Procura di Parigi, e Javier Zaragoza, procuratore capo della Corte Suprema in Spagna. Li affianca il commissario capo della City of London Police, Adrian Leppard.

Il procuratore Cyrus R. Vance Jr.
Il procuratore Cyrus R. Vance Jr.

«Si deve cercare un equilibrio tra il diritto alla privacy degli individui e il diritto pubblico alla sicurezza delle comunità» sostengono i tre magistrati, ricordando i tanti casi di giustizia bloccati dal rifiuto di Apple e Google di collaborare con le indagini. La risposta da Cupertino: «Crediamo che la sicurezza non dovrebbe essere ottenuta alle spese della privacy individuale», si legge in una nota sul sito ufficiale. E aggiunge dei numeri: nei primi sei mesi del 2015 il governo americano ha avanzato tra le 750 e le 999 richieste.

Come funziona la crittografia sull’iPhone

Prima dell’avvento di iOS 8, i dispositivi Apple erano accessibili grazie a un sistema di backdoor che solo i tecnici della società potevano utilizzare. Dal 2 giugno 2014, viene adottata una nuova modalità di crittografia dei dati che rende le informazioni irrecuperabili se non si conosce la password del dispositivo.



L’unica alternativa è operare sull’account iCloud dell’utente – se è stato effettuato il backup – o trovare il codice. I tempi per sbloccare lo smartphone dipendono dal tipo di PIN inserito: dai 20-40 minuti per i codici a quattro cifre fino a 25 anni per quelli a dieci cifre. Meglio andare sul sicuro: dopo dieci tentativi tutti i dati vengono automaticamente cancellati.

Come funziona la crittografia sui dispositivi Android

Il procedimento per crittografare gli smartphone Android è più lungo e complesso. Si attiva con la funzione Full Disk Encryption e funziona grazie all’inserimento di un PIN, senza il quale è impossibile accedere ai dati. Non è automatico, ma una scelta dell’utente.



La procedura di crittografia come detto richiede tempo, e consumo di molta energia. Lo stesso dispositivo consiglia di eseguire la crittografia con un caricatore a portata di mano.

Eliminare la crittografia sugli smartphone entro il 2017

Il progetto di legge è stato presentato il 20 gennaio 2016 da Jim Cooper, deputato dello Stato della California. Chiede al governo americano di obbligare Apple e Google ad eliminare i sistemi di crittografia sugli smartphone. Se la legge passasse, allora ogni telefono dotato di sistemi inviolabili diventerebbe illegale, e la società produttrice dovrebbe pagare una multa di 2.500 dollari per ogni dispositivo.



Cooper sostiene che il 99% dei californiani non avrebbe nessun problema a rendere accessibili i propri dati a ufficiali delle forze dell’ordine, anche perché questi sono casi molto rari che non riguardano la maggior parte della popolazione.

Salto nel voto

La Stampa
massimo gramellini

Dopo le stupefacenti dichiarazioni del presidente della Corte Costituzionale, dispiace che anche una persona sensibile come lo scrittore Erri De Luca abbia tuonato contro la legittimità dell’astensione ai referendum, definendo «patetico» il senatore Napolitano che invece la ritiene sacrosanta. Con buona pace del presidente della Corte, se i Padri Costituenti hanno previsto uno sbarramento solo per i referendum, una ragione ci sarà. Qualora alle elezioni politiche andasse a votare lo 0,1% degli aventi diritto (di questo passo succederà davvero), il verdetto delle urne sarebbe comunque valido.

Ecco perché in quel caso si dice che l’astensione è un comportamento da masochisti: chi non vota crede di manifestare la propria protesta, ma in realtà finisce per delegare ad altri la scelta di coloro che governeranno anche lui. Invece in materia di referendum abrogativi la Costituzione ha previsto esplicitamente un quorum (del 50 per cento più uno). E lo ha fatto per difendere lo Stato dallo strapotere delle minoranze motivate, cautelandosi dal rischio che venga cancellata una legge di cui non importa un fico secco ad almeno la metà degli elettori. 

È vero che nel tempo i seguaci del «No» ci hanno marciato, preferendo al voto contrario la scorciatoia dell’astensione, così da sommare la loro volontà negativa all’indifferenza dell’italiano medio, lasciato a marcire nell’ignoranza. Ma allora i fautori del «Sì» non se la prendano con chi difende l’evidente legittimità dell’astensione. Se la prendano con la tv di Stato che ha dato al referendum sulle trivelle meno spazio che al campionato italiano di tamburello.

Astensionisti

La Stampa
jena@lastampa.it

Tutti ar mare, tutti ar mare
a mostra’ le chiappe chiare,
co’ li pesci, in mezzo all’onne,
noi s’annamo a diverti’.
(Renzi-Napolitano)

I cinque stelle sul monte Sinai

La Stampa
mattia feltri



Al funerale di Casaleggio si è alzato un grido, un nuovo Kyrie eleison, “onestà onestà”. Sembrava l’avverarsi del commento di Nilde Iotti alla questione morale di Enrico Berlinguer: “Il Pci è sul monte Sinai e guarda la sconcezza degli altri partiti nella valle”.

A Hong Kong chiude il museo dedicato a Tiananmen

La Stampa
cecilia attanasio ghezzi

Le autorità: deve cessare l’attività perché lo stabile che lo ospita è “a uso ufficio”



Aperto appena due anni fa, in occasione del 25esimo anniversario degli incidenti dell’89 a piazza Tiananmen, il primo e unico museo su quello che Pechino chiama «incidente del 4 giugno» sarà chiuso perché lo stabile che lo ospita sarebbe esclusivamente «a uso uffici». Il museo è gestito dall’Alleanza di Hong Kong in supporto dei movimenti patriottici-democratici cinesi, la stessa organizzazione che ogni anno organizza la veglia commemorativa per le vittime del 4 giugno.

«Credo che ci sia un motivo politico», ha dichiarato l’avvocato presidente dell’Alleanza pro-democrazia Albert Ho all’Afp. «Chi sta dall’altra parte sembra avere risorse illimitate». I gruppi a favore di Pechino si erano schierati fin dall’inizio contro l’apertura del museo argomentando che presentava una visione «distorta» degli eventi. Dal canto loro i curatori hanno a più riprese denunciato che i visitatori erano spesso costretti dalle forze dell’ordine a identificarsi attraverso documenti.

Il museo è grande 74mq e raccoglie video e fotografie dell’occupazione della piazza al centro di Pechino durata 40 giorni. C’è persino la riproduzione della statua della libertà che avevano costruito gli studenti di belle arti. Un’occupazione che si è chiusa con l’intervento militare dell’Elp la notte tra il 3 e il 4 giugno. Da allora nella Cina continentale quei quaranta giorni di piazza e la loro sanguinosa repressione sono un tabù. Non si sa nemmeno quante persone abbiano perso la vita quella notte (almeno 200, ma alcune stime parlano di più di duemila).

All’epoca Hong Kong era ancora una colonia britannica: aveva appoggiato le proteste, diffuso le notizie dei manifestanti e aiutato molti di loro a fuggire dalla pesante repressione. Riconsegnata alla Repubblica popolare nel 1997, Hong Kong dovrebbe essere governata secondo «un Paese, due sistemi», una formula che dovrebbe garantirgli di conservare il proprio sistema politico ed economico fino al 2047. Ma le libertà di chi si oppone a Pechino negli ultimi anni sono sempre più frequentemente messe in discussione.

Il mio negozio di sci diventerà il posto di polizia della dogana”

La Stampa
davide lessi

Il racconto di chi abita sul Valico: “Così si torna al passato”



Per capire cosa succede al confine più discusso d’Europa non basta andare nella prima area di servizio autostradale austriaca, dove si stanno mettendo le incerte basi di una nuova zona di controlli alla frontiera. Bisogna scendere più a Sud, tornare in Italia e imboccare la statale 12, la romana Claudia Augusta che taglia in due il comune di Brennero. Qui un piccolo negozio sta per essere «espropriato», o meglio, affittato dalle autorità austriache. L’obiettivo? Farne, di nuovo, una sede degli uffici di polizia doganale. Una storia che si ripete. Vent’anni dopo. 

«Era il secondo sabato di marzo quando degli uomini di polizia hanno bussato alla nostra porta: volevano chiederci se potevano affittare il negozio», racconta Christian Stecher, 40 anni, gli ultimi dodici trascorsi a gestire l’OutletPoint. Una piccola attività di rivendita di articoli sportivi in una posizione strategica, a pochi passi dalla linea del confine: non a caso, fino al 1994, era la sede degli uffici di polizia. Fuori dal negozio, dove bisognava fermarsi ai controlli, oggi c’è una rotonda. E le garitte doganali sono diventate parte integrante di un’altra attività commerciale, sul lato italiano della frontiera. «Tutto a metà prezzo», si legge nei poster sulle vetrine, quasi a ricordarci l’idea di una libera circolazione di merci, ma prima ancora di persone, che oggi rischia di essere rallentata.

«Il problema è che nessuno ci dice niente. Non sappiamo nemmeno noi cosa succederà», commenta sconsolata Carla Stecher, 43 anni. La moglie di Christian spiega: «Queste politiche di annunci e smentite hanno prodotto solo un effetto: in questi giorni di qui non passa più nessuno». Se c’è un muro, in effetti, è quello di gomma delle autorità austriache: quando interrogate glissano mentre scrutano con aria circospetta chiunque passi, specie se forestiero. «Ho fatto un mutuo per rilevare questa proprietà e alla fine mi sa che cederò alle richieste», dice Christian. E spiega: «Non penso di avere alternative: o la affitto oppure, se chiudono i confini, mi ritroverò con decine di profughi fuori dal negozio». 



È questo, oltre al muro invisibile, l’altro fantasma che si aggira a Brennero, un piccolo centro abitato da circa trecento persone: l’ondata dei migranti. Vienna ne ha annunciati 300 mila in arrivo dall’Italia nel 2016. L’anno scorso l’Austria ne ha accolti in tutto 90 mila, in gran parte provenienti dai Balcani attraverso la Slovenia. Una rotta ora chiusa. Eppure dei grandi flussi provenienti dalle coste italiane per ora non c’è traccia.

«Pensa che oggi non c’era nemmeno la scorta internazionale sul treno», racconta Sara, giovane assistente di bordo lungo la tratta Verona-Brennero. «Di migranti ormai ce ne sono pochi», chiosa il suo collega Giulio. «La gran parte li ho visti arrivare la scorsa estate e in autunno. Ora il flusso sembra essersi arrestato». Una situazione d’attesa, sospesa. Che rischia di degenerare in una psicosi collettiva. «Non bisogna continuare a profetizzare il peggio e ad alimentare la paura», ammonisce Franz Kompatscher, il sindaco della Svp in carica.

«Rischiamo non solo in termini di ritardi e code di camion alla frontiera, ma anche per il turismo e le nostre attività commerciali». Perché nella partita tra Vienna e Roma rischia anche il negozio di Stecher. Oltre che l’idea stessa d’Europa. 

Via le gomme invernali: c’è un mese di tempo per mettersi in regola

Corriere della sera

di Alessio Ribaudo


La primavera è arrivata da qualche giorno ma, se siete automobilisti, non basta il cambio degli armadi. A partire da domani, chi monta sulla propria auto gomme invernali (o termiche) avrà un mese per sostituirle con quelle estive. La spada di Damocle del 15 maggio, infatti, è stata posta da una circolare ministeriale (n° 1049). Attenzione, però. Non tutti dovranno portare la propria auto obbligatoriamente dal gommista perché dipende dal tipo di pneumatici invernali utilizzati. Quelli vietati, durante il periodo estivo, si possono riconoscere facilmente. Sul fianco della gomma se c’è la dicitura M+S (Mud+Snow) va controllato anche un codice che identifica un indice di velocità. Se è inferiore a quello riportato sulla carta di circolazione vanno sostituite.
Cosa rischia chi non procede al cambio
I «furbetti» rischiano grosso: una sanzione amministrativa da 419 a 1.682 euro e il ritiro del libretto di circolazione. In più, in caso di incidente stradale, l’assicurazione è autorizzata a non pagare i danni. Certo è che a prescindere dalle leggi (e dalle sanzioni) è consigliabile eseguire sempre il cambio gomme estate/inverno per avere sempre le «scarpe» più adatte rispetto alle condizioni stradali influenzate dal clima. Del resto quanti automobilisti utilizzerebbero i sandali a Natale o gli scarponi a Ferragosto? Ben pochi a meno di correre rischi per la salute. Lo stesso concetto vale anche per le gomme delle auto ma c’è un’aggravante perché i guidatori possono mettere a repentaglio non solo la propria salute ma anche quella degli altri passeggeri o automobilisti.
E’ una questione di mescola
Le gomme stagionali consentono di massimizzare la sicurezza stradale perché garantiscono la massima aderenza (anche in termini di spazi di frenata più ridotti) rispetto al clima. Per raggiungere questo scopo vengono realizzate con materiali diversi. La mescola delle invernali, infatti, è più morbida perché il freddo tende a irrigidire le gomme. Inoltre, per contrastare l’asfalto viscido per la pioggia vengono realizzate delle scanalature più profonde e dei tagli lamellari fitti. Invece, gli pneumatici estivi sono costruiti con una mescola più dura per evitare che si rovinino a contatto con il manto bollente.

In tutti i casi occorre ricordare che lo spessore del battistrada non può essere inferiore a quello fissato per legge: 1.6 millimetri. Se si vuole stare tranquilli per tutto il 2016 allora bisogna cerchiare, sin d’ora, sul calendario la prossima data: 15 novembre. Da quel giorno occorrerà far rimontare gli pneumatici termici per bypassare l’obbligo di avere le catene dentro l’abitacolo.

14 aprile 2016 (modifica il 14 aprile 2016 | 14:57)

Internet, italiani sempre più connessi grazie alle app

La Stampa
dario marchetti

In un solo anno la Rete italiana ha guadagnato 3 milioni di utenti, soprattutto grazie a smartphone e tablet. E le app di Facebook e Google sono su più della metà dei dispositivi



Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori. Del web, s’intende: secondo gli ultimi dati raccolti da comScore, a gennaio di quest’anno sono stati rilevati online ben 37,5 milioni, 3 in più rispetto allo stesso periodo del 2015. Una crescita guidata soprattutto da chi ormai naviga solamente attraverso dispositivi mobili, più 36% rispetto all’anno scorso, e chi utilizza più piattaforme insieme. In forte calo, meno 11%, chi accede a internet esclusivamente da PC.

I dati di comScore rivelano anche che, sempre a gennaio 2016, nell 87% dei casi chi ha navigato in Rete lo ha fatto attraverso un’app e non un semplice browser come Chrome. L’utilizzo delle app risulta anche piuttosto concentrato tra pochi giganti come Facebook e Google, presenti su quasi il 60% dei dispositivi mobili in Italia. Lo scettro di app regina tocca a WhatsApp, cresciuta del 20% rispetto all’anno precedente, ma a scalare più posizioni in classifica sono le app di Libero.it, Amazon e Instagram. Aumenta anche il numero di italiani che dichiara di aver utilizzato almeno una app nel mese precedente: ben 27 milioni, circa quattro in più rispetto al 2015.