sabato 16 aprile 2016

La follia di fare dell'onestà un manifesto politico

Alessandro Sallusti - Ven, 15/04/2016 - 15:09

Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro



«Onestà, onestà», hanno intonato dirigenti e simpatizzanti grillini sul sagrato della chiesa di Santa Maria delle Grazie all'uscita della bara di Gianroberto Casaleggio.

Come ultimo saluto, una preghiera laica in linea con il dogma pentastellato che al di fuori del loro club tutto è marcio e indegno. Gli unici onesti del Paese sarebbero loro, come vent'anni fa si spacciavano per tali i magistrati del pool di Mani pulite, come tre anni fa sosteneva di esserlo il candidato del Pd Marino contrapposto a Roma ai presunti ladri di destra.

Come tanti altri. Io non faccio esami di onestà a nessuno, me ne guardo bene, ma per lavoro seguo la cronaca e ho preso atto di un principio ineluttabile: chi di onestà colpisce, prima o poi i conti deve farli con la sua, di onestà. Lo sa bene Di Pietro, naufragato sui pasticci immobiliari del suo partito; ne ha pagato le conseguenze Marino con i suoi scontrini taroccati; lo stesso Grillo, a distanza di anni, non ha ancora smentito le notizie sui tanti soldi in nero che incassava quando faceva il comico di professione.

Cari Di Maio e compagnia, smettetela con questa scemenza del partito degli onesti che fa la morale a tutti, cosa che fra l'altro porta pure male. L'onestà non è un programma politico, è una precondizione personale per affrontare la vita in un certo modo. Io voglio comportarmi onestamente, e mi piacerebbe facessero altrettanto il mio fruttivendolo, chi mi vende l'automobile, chi si occupa della mia salute, il politico che voto.

Ma da loro pretendo solo una cosa: che la frutta sia buona e sana, che l'auto funzioni come mi aspettavo, che se necessario il mio medico mi salvi la vita, che la politica sia efficiente nel risolvere i miei problemi. L'onestà che viene a mancare è un problema della loro coscienza, e giudiziario se comporta la violazione delle leggi e se danneggia la comunità.

Io non so se Casaleggio, parlandone da vivo, fosse o no il re degli onesti. So che il suo partito, dove governa, non riesce a risolvere neppure mezzo problema in più di qualsiasi altro. Anzi, a volte, vedi casi Livorno e Quarto, fanno disastri ben peggiori. Cosi come in Parlamento la strategia grillina ha prodotto tanto fumo e zero arrosto. Sarò all'antica, ma in chiesa, ai cori sull'esclusiva dell'onestà («chi è senza peccato scagli la prima pietra», diceva il Padrone di casa) preferisco ancora una preghiera.

Donne islamiche, scopritevi in Italia!

Nino Spirlì




1

Gentili signore musulmane, siete arrivate in Italia, in Europa, in Occidente. Siete, ormai e ob torto collo, una realtà. Ci piaccia o no. Vi incontriamo per la strada, davanti alle scuole frequentate dai vostri e nostri figli, al mercato, dal fornaio, a volte dal parrucchiere. Partecipate alle nostre feste. Perfino alle sfilate di carnevale coi vostri bambini in maschera. Siete puntualmente in fila davanti ai portoni delle caritas diocesane, che distribuiscono, soprattutto a voi, la spesa quotidiana. Cucinate benissimo dei piatti succulenti e, perché no, invitanti, il cui profumo forte entra dai pori dei muri fino nelle nostre anime. Abitate nelle case a fianco alle nostre. A volte, le occupate con la forza e l’arroganza. A volte.

1

Acquistate i cosmetici dai nostri profumieri e, sotto quei veli punitivi della vostra bellezza, vestite seguendo la moda occidentale. Ma… solo sotto i vostri tradizionali veli. Che per voi sono simbolo di appartenenza e orgoglio religioso e morale. Nei vostri Paesi d’origine, anche obbligatori. Pena, a volte, il pubblico ludibrio, la frusta, la lapidazione.Praticate, ancora in troppe, nel silenzio complice delle istituzioni e in barba alle leggi che le vietano, la deplorevole e clandestina tradizione della mutilazione dei genitali e l’inconcepibile assuefazione alla sottomissione al maschio e alle sue pretese. Sia come donne, sia come mogli e madri.

1

Non amate, voi per prime, chi non condivide le vostre leggi, le vostre regole, e, a stento, ne accettate la vicinanza, l’amicizia, l’affetto.Nonostante tutto, venite ad abitare le nostre terre e le pretendete vostre. Quasi le aveste sudate.Vi lasciamo fare. Anzi, vi incoraggiamo pure,  accogliendovi e creando motivo, ipocritamente imposto, di conoscenza e condivisione. Compatiamo. Spesso, subiamo e patiamo. Ma, ci dicono, Dio lo vuole. E il Mercato anche. E anche il Potere ci mette la sua.

Ora, se vogliamo dirla tutta, giocate abbastanza sporca la carta dell’integrazione. Eh, sì! Perché, vedete, care signore islamiche, l’integrazione è una cosa seria. Ed è chi arriva in un Paese straniero che si deve adeguare alle Leggi e alle Regole di quella terra così generosa da accoglierlo. Anche se è di passaggio.

1

Lo dimostrano le nostre donne che, ospiti anche temporanee dei vostri Stati, scendono da aerei, navi, automobili, a capo coperto. Per rispetto a voi e alle vostre tradizioni e dimentiche delle lotte, delle battaglie, delle guerre, che le loro – le nostre – antenate, hanno combattuto per ottenere le miracolose PARI OPPORTUNITA’.

Sapete, voi, cosa siano le PARI OPPORTUNITA’? Sono, per dirla come fra le bancarelle del mercato, la LIBERTA’. Il riconoscimento dell’UGUAGLIANZA fra le persone. Uomini o donne che siano. A prescindere da tutto. Anche dai costumi sentimentali e sessuali, per esempio. E non solo da quelli.

Le nostre mamme, le nostre nonne hanno versato il loro sangue per “scoprirsi il capo”, e, oggi, perfino nella Casa di Dio entrano fiere della loro meravigliosa DIGNITA’.

1

Ergo, gentilissime signore dell’Islam, così come mia sorella e mia mamma si coprono il capo a casa vostra, abbiate la decenza e la cortesia di scoprire il vostro fin quando avrete necessità di abitare in queste contrade.
Per rispetto.

Fra me e me. Orgoglioso di essere figlio, nipote, fratello, zio, amico e semplice vicino di casa di DONNE LIBERE

Un nuovo confine al Brennero così l’Austria ritorna al passato

La Stampa
gian enrico rusconi

L’Europa aveva cancellato la divisione tra area germanica e italiana. Ora riemerge la diffidenza verso Roma, “lassista” con gli stranieri



Sono al Brennero. Un passo diventato oscuramente minaccioso. Sospeso in un passato rimosso. Un po’ surreale nella sua apparente normalità. Da quando «la normalità» è diventata lo scorrere incessante di auto, camion pesanti e treni là dove sino a non molti anni fa c’erano lunghe fermate, controlli minuziosi, inquisizioni da parte di due polizie nazionali. Poi è arrivata «l’Europa», fatta anche delle piccole libertà come il passare senza mostrare i documenti, con poliziotti sempre più rari e dall’aria cortese. 

DAI BARBARI AGLI ASBURGO
Era arrivata «l’Europa» sul confine storico più sensibile tra area germanica e area italiana. Da dove erano passati barbari e legioni romane, imperatori e vescovi, mercanti, banchieri, lavoratori di ogni professione. Poi la lunghissima fase del dominio asburgico che ha lasciato l’impronta forse più profonda pur nella storica divisione tra Sud-Tirolo e Trentino. Con il secolo XX il Brennero diventa un fattore e quindi un obiettivo strategico militare di primaria importanza nello scontro tra Austria e Italia nel primo conflitto mondiale.

Segue, anni dopo, l’incontro più che simbolico tra Mussolini e Hitler che conferma la fatale alleanza tra la Grande Germania (che ha assorbito l’Austria) e l’Italia. Dopo la catastrofe c’è la lenta ma felice rinascita (non fermata dal violento intermezzo del terrorismo altoatesino) coronata alla fine dal progetto quasi realizzato dell’Euroregio, che unisce Trentino, Alto Adige e Tirolo. Oggi questo trend sembra interrotto. La minaccia della ricostituzione di un confine rigido al Brennero spezza la geografia e la storia degli ultimi anni. Il clima è teso e sospeso su un passato recente rinnegato e un passato remoto che sembra ritornare.

Adesso al passo del Brennero poliziotti e funzionari austriaci fingono di non sapere nulla di quanto sta accadendo, dei duri scambi verbali diplomatici tra Vienna e Roma, delle polemiche di cui parlano i giornali. Ma è palpabile l’irritazione verso gli italiani e verso chi disapprova le dichiarazioni ufficiali del governo viennese annunciate per bloccare la massa di immigrati provenienti dall’Italia, di cui per altro qui al momento non c’è traccia significativa.

Ma è un’attesa pesante. A trenta metri da dove giorni fa lavoravano le ruspe per lavori preliminari di ricostituzione di nuove strutture in vista di una ipotetica chiusura dei confini, gli interpellati dicono di non sapere nulla. In effetti non c’è più nulla. Sono sparite le ruspe, è stato tolto sotto i nostri occhi persino il cartello che indicava «lavori in corso». E’ una situazione surreale.

ARIA DI MINACCIA
Ma nell’aria si sente la minaccia. È su questo sentimento che gli austriaci lavoreranno politicamente nei prossimi giorni, almeno sino alle elezioni presidenziali nazionali che si terranno prossimamente. Questa minaccia sarà l’arma con cui l’Austria si confronterà con la Commissione europea sempre più impotente a far applicare le regole comunitarie (a cominciare dal trattato Schengen). Il commissario Ue per gli Affari Interni, Avramopoulos, ha dichiarato che invierà Vienna una «lettera formale», ribadendo nel contempo il suo sostegno all’Italia con l’operazione Frontex. Ma ho miei dubbi che questa lettera sortirà qualche effetto. 

E’ importante che torniamo ancora sull’iniziativa dell’Euroregio, poco conosciuta in Italia, che pur nella sua peculiarità rappresenta un’iniziativa di europeismo concreto che ora è seriamente pregiudicata. Si tratta infatti dell’interazione istituzionale sul piano politico, amministrativo, economico e culturale di tre regioni vicine (Trentino, Alto Adige/Sudtirolo e Tirolo austriaco) unite e separate in tempi diversi dalla storia e segnate anche da ostilità, faticosamente superate. Non credo che sia solida l’obiezione che l’Euroregio sia soltanto un’operazione di vertice, da parte delle classi politiche. Credo che soprattutto presso le giovani generazioni la voglia di intesa tra queste regioni sia autentica e attiva.

Ed è bene che una volta tanto le classi dirigenti abbiano dato l’esempio di rinunciare ad un pezzo della sovranità di cui godevano nelle rispettive autonomie regionali e abbiano preso la responsabilità di spingere in questa direzione gli strati di popolazione diffidenti e dubbiosi. Ma adesso la minaccia di reintrodurre il confine al Brennero e le ragioni stesse avanzate da Vienna per questa operazione, hanno già dato luogo a nuovi dissidi interni alle regioni interessate. È’ ricomparsa la mai sopita diffidenza verso «gli italiani», questa volta per il loro lassismo verso l’immigrazione.

LA SCELTA DI BERLINO
Che cosa farà la Germania? Non è una domanda fuori luogo. È inutile negare che Vienna conta su un atteggiamento molto comprensivo della Germania che da parte sua trova oggettivamente vantaggiosa per sé la linea dura austriaca. Non è chiaro sino a che punto la cancelliera Merkel sosterrà operativamente a fondo le richieste europee, se cercherà un compromesso o si limiterà a destreggiarsi tra le dichiarazioni di principio e la denuncia delle inadempienze italiane nell’applicare le regole di accoglienza dei migranti. Ma è proprio su questo punto che la confusione europea è grande. Al Brennero boccheggia l’Europa.

I rassegnalati

La Stampa
massimo gramellini

Raramente un apologo riassume la disperante anomalia italiana come la storia affiorata ieri nella trasmissione «L’aria che tira» di La7. Il Comune di Roma lancia l’applicazione per telefonini «Io segnalo», che nei piani dei suoi solerti ideatori permetterà ai cittadini di indicare tutto quello che non va: buche, macchine in doppia fila e altri menefreghismi assortiti. L’iniziativa è anche uno sfogatoio e ottiene un successo prevedibile. Alcuni romani ci prendono gusto e cominciano a intasare di segnalazioni virtuose la polizia municipale del loro quartiere.

Uno di questi, un ragazzo di nome Andrea, abita al Pigneto. Ogni giorno gli basta uscire di casa per fare indigestione di parcheggi futuristi sulle strisce davanti a scuola, che lui immediatamente segnala ai vigili tramite l’applicazione. Ma con suo grande dispiacere i vigili non intervengono mai. Finché una mattina lo chiamano, dandogli appuntamento sulla strada. Si presentano in sei a bordo di tre auto e lo apostrofano con la risolutezza degli esasperati: «Siamo pochi e già oberati di lavoro, ci mancavano pure tutte ’ste segnalazioni. Lascia perdere».

Nello sgomento di Andrea ci rispecchiamo un po’ tutti. Un ente locale ti chiede di aiutarlo, tu lo fai e lui ti risponde: lascia perdere. Qualcuno eccepirà che sono stati gli uffici del Comune a promuovere l’applicazione, non i vigili. Peccato che, agli occhi del cittadino, vigili e Comune siano organi dello stesso corpo. Ma in Italia il servizio pubblico è una persona che con la mano ti fa cenno di avvicinarti, poi alza un piede e ti tira un calcio.

Nell’ex Las Vegas brianzola trasformata in paese fantasma

La Stampa
alberto mattioli

Consonno, da meta del divertimento di massa a borgo abbandonato



È un paese fantasma, una città dei balocchi dove nessuno gioca più, una Las Vegas dismessa, una piccola Manaus abbandonata anche da Fitzcarraldo. Avrebbe un senso nel selvaggio West, non nella civilissima Brianza, fra paesoni impeccabili e pulitissimi tutti con la desinenza in -ate, Olginate, Malnate, Usmate Velate. Che ci fanno, sull’ermo colle con vista sul Resegone da una parte e sull’Adda dall’altra, un mostruoso centro commerciale moresco con tanto di minareto, una pagoda cinese, il Grand Hotel Plaza? 

LA TRASFORMAZIONE
Questa storia pazzesca inizia nel 1962. Consonno è, all’epoca, un pittoresco borgo medievale come in Italia ce ne sono tanti. Ha circa 300 abitanti, una chiesa, un’osteria e tanta aria buona. Ma in quell’anno se ne innamora il conte Mario Bagno, eccentrico costruttore originario di Vercelli. Secondo alcuni, Bagno è un geniale visionario, secondo altri un visionario e basta: probabilmente, soltanto la dimostrazione che avere delle buone idee in anticipo sui tempi è più pericoloso che averle sbagliate. Sono gli anni del benessere, l’Italia si scopre consumista, gli italiani hanno voglia di divertirsi. Bagno decide che Consonno deve diventare una Las Vegas casereccia, insieme centro commerciale e divertimentificio, un «non luogo» dove la festa è perenne, e a meno di un’ora di macchina da Milano.

Detto fatto. Compra il borgo dai suoi due proprietari per 22 milioni e 500 mila lire e inizia a demolirlo. Le ruspe fanno piazza pulita a ritmi frenetici, talvolta abbattendo le stalle con le vacche ancora dentro. Gli abitanti finiscono altrove o nei container. Si salvano solo la chiesa, la canonica e il cimitero. Il conte costruisce una nuova strada per Olginate di cui Consonno è frazione, spiana con la dinamite una collina per allargare la vista sul Resegone e, buttato giù tutto il buttabile, inizia a tirare su: hotel, centro commerciale, dancing, sala delle feste.

E poi sfingi egizie, un castello medievale, la pagoda giapponese: l’estetica di Disneyland. Il monumento al gusto eclettico del conte, o alla sua totale mancanza di gusto, è la galleria commerciale su tre livelli sormontata da un minareto, un mostruoso incrocio fra il Royal Pavilion di Brighton e Gardaland. E magari, con il senno e l’immigrazione di poi, perfino profetica. 



I graffiti sui muri degli edifici rimasti incompleti (Foto Giuseppe Fanizza)

PROGETTO MAI COMPLETATO
Il complesso non viene mai completato (nei progetti, erano previsti anche un circuito automobilistico, vari impianti sportivi e uno zoo) ma, incredibilmente, per una decina d’anni funziona. Diventa una meta popolare, da divertimento bon enfant, con le coppiette vengono qui a ballare e poi a sposarsi, mentre alle serate danzanti cantano i Dik Dik e presenta Pippo Baudo (ebbene sì, è stato anche qui). Ma montano anche le polemiche sullo scempio ambientale, il boom finisce, Consonno non è più una novità e inizia a passare di moda. Nel ‘76, crolla la strada appena costruita, evidentemente non benissimo. All’inizio degli Anni Ottanta, Bagno tenta di riciclare il Plaza come casa di riposo per anziani, ma non funziona nemmeno così. Lui muore nel ‘95, a 94 anni; nel 2006, un selvaggio rave party nel paese già quasi fantasma distrugge quel che resta dell’hotel; nell’11, se ne vanno gli ultimi quattro abitanti.

IL DESERTO
E oggi? In un pomeriggio di un giorno qualsiasi, per esempio mercoledì, in due ore a Consonno s’incontrano un gatto, due cani e tre umani: un ciclista di Agrate e una coppia di romeni in gita da Milano. Quanto a malinconia, manca solo Amleto con il tesco di Yorick. Ci si aggira fra edifici mai completati, altri in rovina, rottami, immondizia, graffiti, atrii muschiosi e fori cadenti, fra l’altro pieni di amianto, mentre la natura riprende il sopravvento e avvolge con il suo verde le sconsideratezze umane. Gli eredi del conte, pare, hanno messo in vendita tutto, ma l’unica notizia certa è un comunicato dell’agenzia immobiliare che, due anni fa, diffidava la stampa dal parlarne. Manifestò dell’interesse Dj Francesco, alias Francesco Facchinetti, poi anche di lui non si è saputo più nulla. 

Eppure, qualcosa si muove. Il Comune di Olginate ha riaperto la strada, la parte del borgo scampata al piccone del conte è tenuta perfettamente, la chiesa di San Maurizio in ordine, il memoriale dei Caduti pulito. Nella bella stagione, ogni domenica si celebra la Messa e riapre il bar. Pierluigi Cattaneo, che sale a piedi da Olginate per portare da mangiare ai due cani di cui sopra, racconta che d’estate arriva molta gente, non solo i nostalgici del loro borgo sì bello e perduto. Per entrare nella città dei balocchi, si deve passare anche oggi sotto una specie di sbiadito arco di trionfo dove si legge ancora una scritta: «Qui a Consonno tutto è meraviglioso». 


Pierluigi Cattaneo e una veduta sulla Valle d’Adda da Consonno (Foto Giuseppe Fanizza)

Poeti

La Stampa
jena@lastampa.it

L’Infinito di Renzi:
“Così tra questa immensità
s’annega il pensier mio:
E il trivellar m’è dolce in questo mare”.

Né sana né robusta costituzione

La Stampa
mattia feltri

Ventiquattro degli ultimi ventotto referendum non hanno raggiunto il quorum. Secondo una recente lettura, siamo un paese fuori dalla costituzione. Oppure abbiamo una costituzione fuori dal paese. 

La Merkel autorizza il processo contro il comico che fece satira su Erdogan

La Stampa
alessandro alviani

Jan Böhmermann è stato denunciato dal presidente turco. Ora rischia 5 anni di carcere. Rottura all’interno del governo dopo la decisione della cancelliera



Il governo tedesco ha autorizzato l’avvio di un procedimento penale contro il comico Jan Böhmermann per una sua poesia satirica contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, accogliendo così una richiesta di Ankara in questo senso. Al tempo stesso la Germania cancellerà entro il 2018 il paragrafo che punisce le offese ai capi di Stato stranieri. Ad annunciarlo è stata Angela Merkel a Berlino.

SATIRA E POLEMICHE
Si arricchisce così di un nuovo, controverso capitolo una vicenda che ha finito per investire la stessa cancelliera. La quale ha gestito in modo infelice l’intero caso, definendo «volutamente offensiva» la poesia in una telefonata col premier turco Ahmet Davutoğlu ed esponendosi all’accusa di sacrificare il principio della libertà di satira per non entrare in rotta di collisione con un partner di cui ha bisogno per risolvere l’emergenza dei rifugiati. Alla fine Merkel ha di fatto preferito lo scontro all’interno del suo governo a uno scontro con Ankara.

“ERDOGAN PERVERSO E ZOOFILO”
Il 31 marzo Böhmermann aveva recitato su un canale della tv pubblica tedesca ZDF una poesia in cui definiva Erdogan, tra l’altro, un “perverso” e uno “zoofilo”. Prima di recitare il testo, il comico il 35enne aveva spiegato di voler esemplificare in tal modo la differenza tra la satira e l’oltraggio. La provocazione, cioè, era ampiamente e volutamente annunciata e va letta anche alla luce di un importante precedente: pochi giorni prima la Turchia aveva convocato l’ambasciatore tedesco per protestare contro la canzone «Erdowie, Erdowo, Erdogan» che era stata mandata in onda dal programma satirico «extra 3» e tematizzava tra l’altro le limitazioni alla libertà di stampa imposte da Erdogan. Ankara avrebbe anche chiesto a Berlino di cancellare il video che nel frattempo ha totalizzato oltre sette milioni di visualizzazioni su YouTube. 

SCONTRO NEL GOVERNO
Il 7 aprile la Turchia ha chiesto al governo tedesco, attraverso una nota diplomatica, di autorizzare un procedimento penale contro Jan Böhmermann in base al paragrafo 103, che punisce le offese ai capi di Stato stranieri. Perché possa essere applicato questo paragrafo, sono necessarie due condizioni: una richiesta ufficiale a procedere, da una parte, e dall’altra l’autorizzazione dell’esecutivo tedesco. Un via libera giunto ora al termine di uno scontro all’interno del governo di Berlino, come ha ammesso Merkel durante una breve dichiarazione in cancelleria.

La richiesta di Ankara è stata esaminata da cancelliera, ministero degli Interni (a guida Cdu), ministero degli Esteri e della Giustizia (entrambi nelle mani della Spd). «Ci sono state opinioni differenti tra i partner di coalizione», ha confessato Merkel. In uno Stato di diritto non spetta al governo, ma ai tribunali soppesare i diritti dei singoli e la libertà dall’arte, ha chiarito la cancelliera. Ad avere l’ultima parola è la giustizia, non l’esecutivo, ha aggiunto.

IL COMICO RISCHIA 5 ANNI
Merkel ha anche annunciato un’iniziativa per cancellare il paragrafo 103. Un apposito disegno di legge dovrebbe essere approvato entro la fine della legislatura (tra un anno e mezzo) ed entrare in vigore nel 2018. La cancelliera ha ricordato i forti legami con Ankara, ma ha anche espresso la “grande preoccupazione” del governo tedesco per la situazione dei media e il destino di alcuni giornalisti e ha chiesto alla Turchia di rispettare i principi della libertà di stampa e di opinione. Böhmermann rischia ora fino a cinque anni di carcere.