mercoledì 20 aprile 2016

Antitrust Ue contro Google, ecco i tre punti chiave dell’accusa

La Stampa

Le riserve dell’antitrust comunitario



La Commissione Europea indaga sul sistema operativo Android di Google. Ecco le riserve dell’antitrust comunitario diffuse oggi:

1) Le licenze delle applicazioni su cui Google detiene i diritti
L’indagine della Commissione ha rivelato l’esistenza di un incentivo commerciale che induce i fabbricanti di dispositivi dotati del sistema operativo Android a preinstallarvi Play Store, l’app store di Google per Android. Nei contratti con i fabbricanti, Google subordina la licenza per installare Play Store su dispositivi Android alla preinstallazione di Google Search come motore di ricerca predefinito. Ne deriva che i motori di ricerca concorrenti non possono essere impostati come motori predefiniti sulla grande maggioranza dei dispositivi venduti nel SEE. Inoltre, Google ha ridotto gli incentivi dei fabbricanti a preinstallare applicazioni di ricerca concorrenti e dei consumatori a scaricarle.

Analogamente, i contratti con i fabbricanti impongono la preinstallazione del browser mobile Google Chrome in cambio della licenza per l’installazione di Play Store o di Google Search. In tal modo, Google ha anche ottenuto che il suo browser mobile sia preinstallato sulla grande maggioranza dei dispositivi venduti nel SEE. I browser sono un importante punto di accesso per le ricerche sui dispositivi mobili. Così, riducendo gli incentivi dei fabbricanti a preinstallare browser concorrenti e dei consumatori a scaricarli, si è nuociuto alla concorrenza sia nel settore dei browser mobili sia in quello delle ricerche generiche.

2) Accordi anti-frammentazione
Android è un sistema a sorgente aperta che chiunque può quindi liberamente utilizzare e sviluppare per creare un sistema operativo mobile modificato (una variante Android). Tuttavia, se un fabbricante intende preinstallare in un suo dispositivo applicazioni di cui Google detiene i diritti, compresi Google Play Store e Google Search, deve sottoscrivere con Google un “accordo antiframmentazione” (“Anti-Fragmentation Agreement”) con cui si impegna a non vendere dispositivi che utilizzano varianti Android.

La condotta di Google ha avuto un impatto diretto sui consumatori, negando loro l’accesso a dispositivi mobili intelligenti e innovativi basati su versioni alternative, potenzialmente superiori, del sistema operativo Android. Ad esempio, la Commissione ha riscontrato che la condotta di Google ha impedito ai fabbricanti di vendere dispositivi mobili intelligenti basati su una variante Android concorrente che aveva il potenziale di diventare un’alternativa valida al sistema operativo Android di Google. In tal modo, Google ha anche sbarrato una strada importante che permetterebbe ai suoi concorrenti di introdurre applicazioni e servizi, in particolare servizi di ricerca generica, preinstallabili su varianti Android.

3) Gli incentivi finanziari per preinstallare app Google
Google ha concesso incentivi finanziari significativi ad alcuni dei maggiori fabbricanti di smartphone e tablet, nonché a operatori di reti mobili, affinché preinstallino sui loro dispositivi esclusivamente Google Search. Google ha così limitato gli incentivi di fabbricanti e operatori di reti mobili a preinstallare servizi di ricerca concorrenti sui dispositivi che commercializzano. In effetti, la Commissione ha potuto rilevare che l’obbligo di esclusiva ha influenzato la scelta di taluni fabbricanti di dispositivi e operatori di reti mobili se preinstallare o meno servizi di ricerca concorrenti.

Android, Ue contro Google «Abuso di posizione dominate»

Corriere della sera
di FEDERICO CELLA

La Commissione ha formalizzato le accuse: «Restrizioni imposte ai produttori
di smartphone e tablet Android e agli operatori di telefonia mobile»



La Commissione europea ha formalizzato le accuse contro Google sul sistema operativo mobile Android. Secondo il documento di Bruxelles, Big G si è macchiata di «abuso di posizione dominante» per «le restrizioni imposte» ai produttori di smartphone e tablet Android e agli operatori di telefonia mobile, a cui impone di pre-installare alcune sue app come Google Maps, GMail, Chrome e altri servizi di Mountain View. Secondo la commissione gestita da Margrethe Vestager, Google ha «attuato una strategia sugli apparecchi mobili per conservare e rafforzare il suo dominio nel campo delle ricerca internet». Violando quindi le regole Ue.
«Danneggia i consumatori e limita la concorrenza»
La Commissione ha inviato a Google uno Statement of objections, cioè il primo passo formale della procedura che può portare fino alle sanzioni se l’azienda non attuerà i rimedi concordati con l'Unione. Lo spettro su cui sta lavorando Bruxelles è ampio e l'abbiamo riassunto in questo approfondimento. Google avrebbe una posizione dominante nel campo dei servizi di ricerca su web, in quello dei sistemi operativi per smarphone e con Google Play, lo store di app per i device che usano Android. L’indagine Ue ha permesso di scoprire che l’azienda obbliga i produttori di smartphone ad installare Google Search e renderlo il motore di ricerca pre-definito, oltre a Google Chrome.

In questo modo si è assicurato che le due app occupino la maggior parte degli apparecchi, visto che l’80% dei devices venduti in Europa e nel mondo usa Android. La pratica, secondo Bruxelles, «chiude la strada ai produttori rivali di app di accedere al mercato», e «danneggia i consumatori riducendo la concorrenza e restringendo l’innovazione. «Riteniamo che il comportamento di Google neghi ai consumatori una scelta ampia su app e servizi e impedisce l’innovazione degli altri competitor, violando le regole Ue», ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager.
La risposta di Google: «Android è un vantaggio per tutti»
Non si è fatta attendere la replica di Google nelle parole di Walker, Senior Vice President & General Counsel di Google: «Android ha contribuito allo sviluppo di un ecosistema rilevante - e, ancora più importante, sostenibile - basato su un software open source e sull'innovazione aperta. Saremo felici di lavorare con la Commissione Europea per dimostrare che Android è un bene per la concorrenza ed è un bene per i consumatori». La risposta del colosso di Mountain View prosegue sottolineando la natura dei rapporti con produttori di smartphone e operatori: « «I nostri accordi con i partner sono interamente su base volontaria - chiunque può usare Android senza Google. Provateci - potete scaricare l'intero sistema operativo gratuitamente, modificarlo come volete e costruire un telefono. E grandi aziende come Amazon lo fanno».
«Android è gratuito e si ripaga tramite le nostre app»
«I produttori che vogliono partecipare all'ecosistema Android - prosegue la nota di Google - si impegnano a testare e certificare che i loro dispositivi supportano le app Android. Senza questo sistema, le app non funzionerebbero da un dispositivo Android all'altro. Pensate a quanto sarebbe frustrante se un app che avete scaricato su un telefono Android non funzionasse anche sul telefono Android dello stesso produttore che avete acquistato in sostituzione del precedente. Ogni produttore - sottolinea Mountain View - può scegliere di caricare la suite di app Google sul dispositivo e liberamente aggiungere altre app. Ad esempio, oggi i telefoni sono dotati di svariate app già pre-installate (Microsoft, Facebook, Amazon, Google, quelle degli operatori mobili e altre ancora).

Naturalmente mentre Android è gratuito per i produttori, richiede comunque risorse per il suo sviluppo, per migliorarlo, per mantenerlo sicuro e anche per difenderlo da battaglie sui brevetti. Offriamo Android gratuitamente e compensiamo i costi sostenuti attraverso i ricavi che generiamo con le nostre app e i servizi Google che distribuiamo attraverso Android. Ed è semplice e facile per gli utenti - conclude la nota - personalizzare i propri dispositivi e scaricare le app per proprio conto - incluse le app che sono in diretta concorrenza con le nostre. La popolarità di app come Spotify, WhatsApp, Angry Birds, Instagram, Snapchat e molte altre dimostra come sia facile per i consumatori usare nuove app che apprezzano.Oltre 50 miliardi di app sono state scaricate su Android».

20 aprile 2016 (modifica il 20 aprile 2016 | 13:37)

Perù: risolto il mistero dei «puquios» di Nasca

Corriere della sera

di Elisabetta Curzel

Grazie all’analisi satellitare un gruppo di studiosi italiani riesce a datare al VI secolo d. C. le straordinarie opere idriche di una civiltà fiorita nel deserto in condizioni estreme

I puquios di Nasca

Nuovi elementi illuminano Nasca, in Perù, area cerimoniale tra le più famose al mondo: dall’analisi delle immagini satellitari, effettuata da un’équipe di scienziati italiani, emerge una stretta correlazione tra i pozzi spiraloidi della zona, la distribuzione degli antichi insediamenti, e i percorsi che uniscono gli uni agli altri. Situato nel centro-sud del Paese, l’altopiano di Nasca (che dallo scorso anno per legge si scrive con la esse e non più Nazca), una delle aree desertiche più aride del mondo, si estende per un’ottantina di chilometri tra le città di Nasca e di Palpa.
Non solo le «Linee»
Celebre soprattutto per le omonime «linee» – geoglifi tracciati sul terreno che danno forma a migliaia di enormi disegni, visibili solo dall’alto – il posto è stato per millenni considerato sacro dalle popolazioni locali. Nel passato più recente, interpretazioni fantasiose (come quella che vede in una grande figura umana stilizzata la rappresentazione di un astronauta, o di un visitatore celeste) hanno dato fama al luogo anche nella cultura popolare; ma Nasca, nella realtà, costituisce soprattutto un luogo straordinario di ricerca e di studio su una civiltà pre-incaica di grande interesse.

Società teocratica dedita al commercio e all’agricoltura, i Nasca fiorirono tra il primo e il sesto secolo dopo Cristo. Oltre a ceramiche e tessuti di rara bellezza, sono giunti fino a noi le già citate linee, che testimoniano di un’ottima conoscenza della geometria, e i puquios. Il termine puquio, che in lingua quechua significa «sorgente d’acqua», si riferisce a un sistema di acquedotti che, in una zona tra le più aride del mondo, colpita da siccità ricorrenti, riusciva a prelevare l’acqua sotterranea e a renderla disponibile per coltivazioni intensive e necessità domestiche: una formidabile opera di ingegneria idraulica che in alcune parti risulta a tutt’oggi funzionante.
Difficile datazione
Costruiti probabilmente nell’ultimo periodo della civiltà Nasca, verso il 500 d. C., i puquios sono stati considerati a lungo di difficile datazione: anche per la costante manutenzione effettuata nel corso dei secoli, sistemi di datazione come il carbonio-14 risultavano inapplicabili. Poi gli archeologi hanno trovato una correlazione tra ciò che rimane degli antichi insediamenti Nasca - praticamente scomparsi, perché costruiti in terra cruda, un materiale facilmente deperibile - e i puquios stessi. Un passo ulteriore è stato fatto da un gruppo di studiosi italiani, diretto da Rosa Lasaponara dell’Istituto di metodologie per l’analisi ambientale e da Nicola Masini dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali (entrambi afferenti il Cnr), in collaborazione con Giuseppe Orefici, archeologo italiano che in Perù dirige il Centro de estudios arqueológicos precolombinos.
Analisi satellitare
Con l’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione, il team di studiosi ha confermato e sistematizzato il legame tra i puquios e gli insediamenti, ha individuato nuovi pozzi sinora sconosciuti, e ha consolidato con analisi statistiche le ipotesi avanzate dagli archeologi. «I Nasca», spiega Lasaponara, «avevano una conoscenza dettagliata di questo luogo, che era da millenni utilizzato come huaca (parola quechua che gli inca utilizzavano per definire luoghi considerati sacri, ndr).

Era un’area cerimoniale di grande importanza, dove nel corso dei secoli si erano sviluppati anche insediamenti umani. Della sacralità del luogo facevano parte la luce, le montagne e certamente l’acqua, un elemento che in ogni civiltà è simbolo di vita». Grazie a una conoscenza approfondita della geologia del posto e a una indubbia capacità tecnologica, i Nasca riuscirono a costruire una rete di tunnel che attingeva all’acqua sotterranea e la rendeva disponibile, in qualsiasi periodo dell’anno, per l’agricoltura e le necessità dell’uomo.
Un sistema ingegnoso
«I puquios dei Nasca», dichiara Lasaponara, «funzionavano in maniera simile ai quanat, un sistema sviluppato dagli antichi Persiani e poi diffuso presso molte civiltà antiche, basato su una serie di pozzi verticali collegati tra loro da un canale sotterraneo in lieve pendenza. Gestire l’acqua era strategico», dichiara la scienziata. «Controllare questa risorsa, in una situazione estrema come può essere un deserto, significava controllare l’intero territorio».

L’analisi delle foto satellitari porta infine a ipotizzare che il sistema dei puquios sia stato in epoca Nasca «molto più sviluppato di quello giunto fino ai nostri giorni. Ed è impressionante», conclude Lasaponara, «pensare non solo a come seppero gestire una ricchezza sotterranea per sviluppare un’agricoltura intensiva in uno dei luoghi più aridi della terra, bensì anche agli sforzi grandiosi, all’organizzazione e alla cooperazione richiesti per costruire e manutenere un’opera di tale grandezza».

20 aprile 2016 (modifica il 20 aprile 2016 | 15:21)

Processo Why Not, tutti assolti Era l’inchiesta del pm de Magistris

Corriere della sera

Le indagini condotte dall’attuale sindaco di Napoli all’epoca magistrato a Catanzaro. La sentenza del Tribunale di Salerno scagiona i sei imputati: c’è anche l’ex procuratore aggiunto Murone e l’ex sottosegretario alle Attività Produttive Galati



Tutti assolti perché il fatto non sussiste. È la sentenza dei giudici della I sezione penale del Tribunale di Salerno per i sei imputati nel processo basato sull’ipotesi che le inchieste «Why not» e «Poseidone» condotte dall’attuale sindaco di Napoli Luigi de Magistris quando era pm di Catanzaro, fossero state sottratte all’allora sostituto procuratore sulla base di un complotto. Sono stati quindi assolti Salvatore Murone, ex procuratore aggiunto di Catanzaro, Giancarlo Pittelli, avvocato e parlamentare, ex coordinatore regionale di Forza Italia in Calabria; Giuseppe Galati, ex sottosegretario alle Attività produttive (oggi esponente parlamentare del gruppo Ala); Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria; Dolcino Favi, ex procuratore generale facente funzione a Catanzaro e l’avvocato Pierpaolo Greco.

20 aprile 2016 | 17:19

Libertà di stampa nel mondo Crollo dell’Italia al 77esimo posto

Corriere della sera

di Salvatore Frequente

Nell’annuale classifica redatta dall’organizzazione non governativa Reporter senza frontiere, l’Italia perde altre 4 posizioni. Lo Stato più «libero» è la Finlandia

La mappa 2016 della classifica sulla libertà di stampa (Foto da rsf.org)

Settantasettesimi su 180 Paesi. L’Italia perde altre 4 posizioni nell’annuale classifica di «Reporter senza frontiere» sulla libertà di stampa. Per l’organizzazione non governativa, negli ultimi due anni l’Italia è crollata di ben 28 posizioni: nel ranking del 2014, infatti, la posizione era la 49esima. Meglio dell’Italia, tra gli altri, la Namibia (posizione 17), il Ghana (26) e il Burkina Faso (42).
Troppi giornalisti minacciati
Le ragioni di questa tendenza negativa, per Reporter senza frontiere, vanno attribuite ai troppi i giornalisti in Italia sotto protezione e scorta. «Il livello di violenza contro i giornalisti (comprese le minacce di morte e intimidazioni verbali e fisiche) è allarmante», scrivono nel rapporto. Difficoltà che riguardano soprattutto i giornalisti che indagano «sulla corruzione e la criminalità organizzata». Ma non solo. Reporter senza frontiere cita anche il processo in corso in Vaticano, Vatileaks 2, che vede tra gli imputati i due giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, autori rispettivamente dei libri «Via Crucis» e «Avarizia», da cui è scaturita l’inchiesta.
Gli Stati più pericolosi del mondo
Maglia nera all’Eritrea che da 8 anni occupa l’ultima posizione: attualmente almeno 15 giornalisti sono detenuti, alcuni dei quali in isolamento. Segue Nord Corea con il regime guidato da Kim Jong-un, Turkmenistan e Siria: quest’ultimo è definito uno dei Paesi «più letali per i giornalisti» per via del regime, dei conflitti in corso e della presenza di jihadisti. Posizione 176, invece, per la Cina.
Sul podio: Finlandia, Olanda e Norvegia
Prima della classe, nella stessa posizione da 5 anni, è la Finlandia: dispone di 200 giornali di cui 31 quotidiani. Ma la proprietà è altamente concentrata. Due gruppi media possiedono la maggior parte dei quotidiani. Sul podio l’Olanda e la Norvegia. Poi Danimarca, Nuova Zelanda e Costa Rica (primo Paese dell’America Latina).

20 aprile 2016 (modifica il 20 aprile 2016 | 16:29)

Brescello: il comune di Don Camillo e Peppone sciolto per mafia

Corriere della sera

di Valeria Palumbo

Il Consiglio dei ministri commissaria il paese emiliano. L’Antimafia aveva già annunciato di considerarlo tra i dieci centri da sorvegliare in vista delle elezioni



Il Comune di Brescello (Reggio Emilia) è stato sciolto dal Consiglio dei ministri per infiltrazioni mafiose. Perfino le biciclette di Don Camillo e Peppone, conservate nel locale museo, avranno avuto un fremito. Nel giro di qualche decennio, il paesino scelto come set dei personaggi di Giovanni Guareschi, ha del tutto cambiato natura.
Si attendeva lo scioglimento
La notizia è stata data il 20 aprile dalla Lega Nord in Regione Emilia-Romagna, che ha commentato: «Lo scioglimento per mafia è una vittoria di Ln che da anni sta conducendo una battaglia per la legalità». Ma l’ipotesi girava già da alcuni giorni e il Corriere l’aveva dato quando uno scandalo di appalti aveva travolto sindaco e assessori di Finale Emilia.
L’impegno del Carroccio
L’attivista antimafia del Carroccio Catia Silva, consigliera comunale di Brescello, ha commentato: «Ora aria pulita a Brescello, siamo pronti a collaborare col commissario, come già fatto con la commissione prefettizia». E ha spiegato che «il commissariamento è il riconoscimento di oltre dieci anni di lavoro svolto dalla Lega Nord che per prima fiutò il rischio infiltrazioni e denunciò i casi». Secondo Gianluca Vinci, segretario della Lega Emilia, Silva ha pagato un duro prezzo per la sua tenacia, «subendo numerose intimidazioni tra le quali incendi, danneggiamenti e non da ultime minacce aggravate dalla finalità mafiosa, da parte di cinque personaggi, tra i quali, in primis, spicca Alfonso Diletto, ritenuto uno dei cinque esponenti emiliani della `ndrina, attualmente al 41bis nell’ambito del processo Aemilia e sotto processo a Bologna per le minacce alla Silva a partire dagli anni 2009-2010».
L’inchiesta Aemilia
Alan Fabbri, capogruppo leghista in Regione Emilia Romagna, ha aggiunto: «Certe scene non si dovranno mai più ripetere nel paese che ci piace ricordare come quello di don Camillo e Peppone. Vogliamo una regione libera dalle mafie, libera dalle compromissioni». L’inchiesta Aemilia, le cui indagini sono state avviate nel 2010, aveva svelato l’immensa rete della ‘ndrangheta a Nord e in particolare in Emilia. Nel 2015 erano finite in carcere 117 persone, delle quali 54 per associazione di stampo mafioso. L’inchiesta è poi continuata.
Brescello e le dimissioni del sindaco Coffrini
Quanto a Brescello, come aveva scritto il Corriere di Bologna il 16 aprile: «A gennaio si era dimesso il sindaco Marcello Coffrini, dopo aver resistito per oltre un anno, da quando, all’indomani degli arresti per Aemilia, definì il figlio del boss Nicolino Grande Aracri «una persona perbene». In quella relazione, consegnata al ministro Alfano, ci sarebbero le ricostruzioni di appalti e assunzioni sospette, cambi di destinazioni d’uso di terreni. Al contrario del caso di Finale Emilia, per cui dopo aver letto la relazione Alfano decise di non dare seguito allo scioglimento, per Brescello il titolare del Viminale ha portato il caso in Consiglio dei ministri. E il responso potrebbe fare di Brescello il primo comune emiliano sciolto per mafia».
L’inchiesta de L’Europeo del 2005
Nel 2005 Vittorio Zincone era andato a Brescello per un numero speciale de L’Europeo, che metteva a confronto una serie di luoghi italiani, oggetto di celebri reportages, a distanza di 60 anni. Zincone aveva scritto: «Giovannino Guareschi aveva scelto Brescello perché gli sembrava il paradigma dell’Emilia in trasformazione. I contadini e gli operai che si incontravano sotto i portici. Il fiume limpido, le prime fabbriche. Il regista Julien Duvivier ci aveva visto il set ideale per girare le avventure di Peppone e Don Camillo: l’ Emilia comunista e cattolica, con la grande piazza su cui si affacciano il municipio rosso e la chiesa bianca. Oggi invece uno scrittore potrebbe scegliere Brescello per raccontare l’ impatto del cinema sulla vita di un piccolo paese di provincia. O per parlare della nuova Emilia, delle nuove immigrazioni e dell’ integrazione tra etnie italiche ed esotiche...»

20 aprile 2016 (modifica il 20 aprile 2016 | 15:33)

L’amore dei grillini per i petrolieri

La Stampa
mattia feltri

Secondo un’interpretazione dei dati del professor Diamanti, il 46 per cento degli elettori dei cinque stelle ha votato al referendum, il 54 sta coi petrolieri.