sabato 23 aprile 2016

Il tariffario di MediaWorld fa infuriare Selvaggia Lucarelli

Corriere della sera
di Federico Cella



È bastato un tariffario postato da uno dei punti vendita per scatenare un piccolo putiferio social. A gettare benzina sul fuoco Selvaggia Lucarelli che su Twitter ha scritto: “Da Mediaworld hanno capito come fa’ i soldi. Coi rinco”. Da Twitter a Facebook, dove c’è la vera cassa di risonanza: “A MediaWorld hanno deciso di fare cassa coi vecchietti. Io ora se mia mamma mi chiede di installarle whatsapp le chiedo 10 euro”. Il post della giornalista conta quasi 9 mila condivisioni, oltre 21 mila interazioni (like e quant’altro) e quasi 5 mila commenti. Abbastanza diversificati tra chi condivide l’indignazione per l’idea di sfruttare gli analfabeti digitali, e chi invece rivendica che il tempo è denaro. E dunque se c’è una richiesta, è giusto dare una risposta. Che se si traduce in lavoro, è corretto che venga pagata.



La notizia, perché lo è a questo punto, è effettivamente gustosa. Quello che dalla catena leader in Italia per i prodotti di elettronica viene chiamato MediaWorld Service è un tariffario che prezza l’aiuto ai clienti (lo vedete sopra) che si trovano ad affrontare le operazioni basiche per attivare smartphone o tablet. Si va dalla “prima accensione” a 4,99 euro al “download delle app” (3,99 euro cadauna) a operazioni più complesse come la “configurazione dell’account” (19,99) o il trasferimento della rubrica (9,99). Operazioni semplici, o relativamente tali, per i nativi digitali. Insormontabili (o quasi) per altre fasce d’età.



“Sono cose che di solito le mamme chiedono ai figli”, spiega Lucarelli al Corriere. “Dunque è ovvio che Mediaworld si rivolge a persone anziane che sono sole”. La giornalista del Fatto Quotidiano è stupita del cancan che si è sollevato da suoi post. “Non voglio demonizzare Mediaworld per questo, sia chiaro. Però un’azienda seria che rileva una domanda da parte dei clienti agisce in modo diverso, fornisce un servizio serio”. Spiega meglio il concetto, postato in modo provocatorio sui social network: “Il tariffario messo così sembra una cosa da sanguisughe. Anche a me tanta gente scrive e chiede favori o consigli. Se non ho tempo non rispondo, non chiedo 3,99 euro. Sono una persona seria”.

Quella di Mediaworld non vuole essere una risposta a Lucarelli. “Ognuno è libero di esprimere la propria opinione”, dice al Corriere Marco Orlandi. “Ma è importante spiegare che questo servizio (a fianco sul sito ufficiale) è attivo per il momento solo in una decina di nostri negozi in giro per l’Italia, è un qualcosa in cui crediamo ma che ancora non ha avuto una comunicazione ufficiale”, prosegue il direttore delle relazioni esterne del gruppo. “Il nostro è un concetto di info-educazione che riteniamo doveroso offrire ai nostri clienti, dato che siamo un retailer a tutto tondo. E dobbiamo dunque non solo vendere i prodotti, ma aiutare il cliente nei passaggi successivi all’acquisto per imparare a usare quello che hanno comprato”. E il tempo, come si diceva, è denaro. “Si tratta di servizi moderni”, conclude Orlandi. “E che rientrano nell’idea dei nuovi spazi che ci mettono in contatto diretto con il consumatore che stiamo allestendo man mano nei nostri punti vendita”.

L’idea di fondo, che risponde come si diceva a un’esigenza concreta, è che l’uso di strumenti digitali è ormai diffuso ad ampio spettro sulla popolazione (mamme e nonne – e papà e nonni – che sbarcano in massa su Facebook e WhatsApp). Rivoluzione digitale che interessa tutti, per amore o per forza, ma che non va di pari passo con un’educazione-formazione ai nuovi strumenti. Ben vengano i servizi di Mediaworld e simili, dunque (sono un sollievo anche per i figli). “Ma che vengano comunicati meglio”, conclude Lucarelli. “Fatto così sembra un cartello messo dai cinesi “riparatutto” di via Paolo Sarpi a Milano. Anzi, loro sono più seri”.

Fbi, speso oltre un milione di dollari per sbloccare l’iPhone di San Bernardino

La Stampa

Resta ancora il giallo sull’hacker che ha aiutato la polizia federale



L’Fbi ha pagato oltre un milione di dollari per sbloccare l’iPhone di uno degli autori della strage di San Bernardino. Lo rivela Nbc citando il direttore dell’Fbi James Comey, che ad una conferenza sulla sicurezza a Londra ha risposto ad una domanda su quanti soldi avesse speso la polizia federale per ottenere il suo scopo. «Un sacco, di sicuro più di quanto guadagnerò in quanto mi resta da lavorare in questo incarico, ossia sette anni e quattro mesi», ha risposto.

Secondo i calcoli della Nbc, il direttore dell’Fbi ha uno stipendio di 180 mila dollari l’anno, quindi moltiplicando per 7,3 anni si arriva a circa 1,3 milioni di dollari. 

Apple ed Fbi si erano sfidati in tribunale ma poi il governo aveva congelato l’udienza decisiva annunciando di aver trovato un modo per ottenere i dati dell’iPhone in questione. Resta ancora un mistero chi abbia aiutato la polizia federale, ma si tratta probabilmente di un hacker o di qualche società specializzata.

Canone Rai, il Ministero spiega chi paga e chi no. Ma non è tutto chiaro

Corriere della sera
di Roberto Pezzali


Una nota emessa dal Ministero cerca di chiarire cosa si intende per apparecchio televisivo e chi deve pagare e chi no. Ma non tutto è chiaro, e la nuova generazione di utenti che predilige lo streaming può anche trovare soluzioni per non pagare i 100 euro all'anno.

Con una nota diramata ieri il Ministero dello Sviluppo Economico, settore “Comunicazioni”, ha voluto chiarire cosa si intende per “apparecchio televisivo”. La nota è la diretta conseguenza alle critiche mosse dal Consiglio di Stato negli scorsi giorni, che ha bocciato il decreto sul canone proprio per la mancanza di una definizione chiara di quali siano i prodotti per i quali è necessario pagare e quali siano invece i casi in cui si può richiedere l’esenzione dal pagamento.

Tutto a posto? Non tanto, perché la nota che dovrebbe far chiarezza in realtà lascia qualche dubbio e qualche “buco” Si legge infatti che “per apparecchio televisivo si intende un apparecchio in grado di ricevere, decodificare e visualizzare il segnale digitale terrestre o satellitare direttamente (in quanto costruito con tutti i componenti tecnici necessari) o tramite decoder o sintonizzatore esterno.

Per essere ancora più preciso il Ministero chiarisce che “per sintonizzatore si intende un dispositivo, interno o esterno, idoneo ad operare nelle bande di frequenza destinate al servizio televisivo secondo almeno uno degli standard previsti nel sistema televisivo italiano per poter ricevere il relativo segnale TV.

Quali siano queste bande lo spiega l’ultimo paragrafo: si parla di un “sintonizzatore per il digitale terrestre o satellitare”. Il Ministero precisa anche che “computer, smartphone, tablet e ogni altro dispositivo non costituiscono apparecchio televisivo se privi di questo sintonizzatore”.

Nella nota emessa dal ministero c’è una leggera contraddizione: prima si dice che un apparecchio televisivo è adattabile a ricevere, visualizzare o decodificare un segnale tramite decoder esterno, e poi si dice che computer, smartphone, tablet e ogni altro dispositivo non sono apparecchi televisivo se privi di questo sintonizzatore.

Quello che il Ministero vuole dire con la nota è che non solo l’apparecchio dev’essere adattabile, ma che la persona per pagare il canone deve effettivamente possedere il decoder che gli permette di vedere le trasmissioni. L’apparecchio quindi non dev’essere solo “adattabile” (al giorno d’oggi ogni schermo è adattabile a ricevere la TV, anche il display LCD di un frigorifero), ma proprio adattato: videoproiettori, monitor e tutti i TV con tuner analogico, se non sono collegati ad un decoder, non pagano il canone.

Abbiamo chiesto un parere al Ministero, e in attesa di una risposta ci siamo rivolti anche al numero verde Rai che ci ha confermato che un proiettore o un televisore privi di tuner DVB-T e non collegati ad un sintonizzatore esterno sono esenti dal pagamento del canone. Questo apre scenari interessanti: un vecchio TV o un videoproiettore collegati per esempio allo Sky Online TV Box non pagano, così come non paga una Xbox One con a bordo le app della Rai, di La7 e altre app per la visione della TV in streaming. Non si paga neppure se si usa Chromecast, se si compra un set top box Nexus Player di Google e si usano le app e la rete per guardare i canali TV. Soluzioni di nicchia, certo, ma con la tecnologia che viaggia a passi da gigante con il passare del tempo saranno sempre di più le persone che troveranno soluzioni per fruire della TV via rete e in mobilità.


XBox con Tuner? Dovresti pagare il canone

Tablet, smartphone e PC non pagano? Non è del tutto vero neppure questo, perché come ci ha confermato l’operatore del numero verde Rai e come sottointende la nota se qualcuno ha acquistato uno di quei piccoli tuner da collegare ad un tablet, oppure si è dotato del tuner TV per Xbox One, è tenuto a pagare ugualmente il canone Rai. La stessa cosa vale se il computer ha all’interno una scheda tuner, opzione questa rara con la sparizione dei media center ma sempre possibile.

Fermo restando che lo streaming non può pagare, ed è giusto così, il Ministero si è fissato sul concetto di apparecchio televisivo quando l’unico elemento che alla fine conta quando si deve decidere chi paga e chi no è la presenza del tuner.

Bastava semplicemente dire che “è tenuto a corrispondere il canone Rai chi ha in casa almeno un sintonizzatore/tuner capace di ricevere canali TV da digitale terrestre o da satellite, sia esso integrato in un TV o in una qualsiasi periferica esterna (decoder, set top box, schede per PC e chiavette USB).

Fine della storia (e della confusione).

Bertolaso e il Milan

La Stampa
mattia feltri

Giornata contraddittoria per Berlusconi: il Milan fa un passo indietro, Bertolaso no.