domenica 24 aprile 2016

Il “colpo di stato” nel finto principato di Seborga finisce in procura

La Stampa
giulio gavino

Il principe Marcello I presenta un esposto sull’utilizzo dello stemma



Un esposto in procura per il «colpo di stato» al Principato di Seborga. Lo hanno presentato il principe eletto dal popolo, Marcello I, cittadino del Principato di Monaco al secolo Marcello Menegatto, con al suo fianco la principessa Nina. L’azione legale ha due obiettivi: verificare eventuali profili di rilevanza penale nell’utilizzo dei marchi registrati (a Ginevra) che riguardano lo stemma seborghino e contestualmente dissociarsi da ogni eventuale iniziativa promossa dal principe «usurpatore», Nicolas Mutte, il francese che on line ha annunciato al mondo l’autoproclamazione a principe di Seborga.

Insomma, l’esposto è una sorta di intervento di autotutela perchè anche se il Principato non è riconosciuto dallo Stato italiano è indubbio che possa rappresentare un business sotto il profilo economico anche per le relazioni diplomatiche, più o meno efficaci, che sono state intraprese nel corso degli anni in tutto il mondo. 

Marcello I e Nina non sono preoccupati più di tanto. A tutelare il principe in carica sono soprattutto gli Statuti per i quali si tratta di una carica elettiva e basta. Quindi è Menegatto ad aver avuto la fiducia degli aventi diritto al voto di Seborga che nel 2010 gli hanno dato la loro fiducia. Era stato Giorgio I nel 1996 a proclamare l’indipendenza. 

Dalla Francia Nicolas I, il rivale di Marcello I, tace ma il suo «ministro delle relazioni esterne» fa sapere che la nuova costituzione di Seborga è stata scritta anche sulla base di elementi storici che ad oggi sarebbero sconosciuti ai più. E annuncia la determinazione a intraprendere azioni mirate a far riconoscere l’indipendenza di Seborga dal Vaticano e dallo Stato Italiano. Di cosa si tratta Nicolas I non lo dice ma fa sapere che farà rivelazioni importanti in proposito in occasione di una conferenza stampa che sarà convocata a Parigi nei primi giorni di maggio. 

Cosa c’azzecchi un francese della Normandia con Seborga e la storia millenaria che la vuole terra di cavalieri Templari, di crociati e di intraprendenti monaci benedettini, nessuno lo ha ancora capito bene. Di certo si è dato da fare visto che ai primi di aprile ha rappresentato Seborga alla cerimonia di insediamento del presidente della Repubblica Sudafricana. Ma ha anche annullato tutti i passaporti di Seborga attualmente in circolazione, e creato la Banca centrale con l’utilizzo dell’Euro per soli tre anni (dopo di che sarà in vigore solo il luigino). L’elemento più interessante riguarda un decreto per la creazione di una zona franca dove neppure l’Italia possa applicare l’Iva. 

Niente canone Rai per pc, smartphone e tablet

La Stampa

“Per apparecchio televisivo si intende un apparecchio in grado di ricevere, decodificare e visualizzare il segnale digitale terrestre o satellitare, direttamente (in quanto costruito con tutti i componenti tecnici necessari) o tramite decoder o sintonizzatore esterno”. È con questa laconica – ma esaustiva al contempo – specificazione che il Ministero dello Sviluppo Economico risponde alle richieste di chiarimenti avanzate dal Consiglio di Stato in merito al canone televisivo, e nello specifico in relazione a cosa si intenda per apparecchio televisivo.

Sì, perché il canone in bolletta era stato bacchettato dal Consiglio di Stato, in quanto era poco chiaro cosa si intendesse per apparecchio TV. Insomma, servivano integrazioni e chiarimenti che, almeno per il punto della definizione di apparecchio televisivo (i dubbi del Consiglio di Stato erano infatti su più argomenti) sono arrivati in tutta celerità: la nota è del 20 aprile, ma è stata resa pubblica nella giornata di ieri.

Il Ministero, risolvendo in tutta fretta la questione, nella sua nota tecnica ha quindi escluso che pc, tablet e smartphone possano essere considerati apparecchi televisivi (ipotesi che era già stata sollevata in passato), osservando che la chiave di volta della questione è da ricercarsi nel decoder o nel sintonizzatore. “Per sintonizzatore – specifica il Ministero – si intende un dispositivo, interno o esterno, idoneo ad operare nelle bande di frequenze destinate al servizio televisivo secondo almeno uno degli standard previsti nel sistema italiano per poter ricevere il relativo segnale TV”.

Ma non è l’unica novità sul fronte del canone. Infatti, l’Agenzia delle Entrate ha spostato al 16 maggio il termine unico entro cui presentare la dichiarazione di non possesso del televisore, sia in forma cartacea che online. Il termine è stato procrastinato. “In questo modo – specifica l’Agenzia in un comunicato –i contribuenti possono presentare la dichiarazione in tempo utile per evitare l’addebito del canone da parte delle imprese elettriche, a partire dal mese di luglio 2016, qualora abbiano i requisiti previsti dalla legge”.

Per saperne di più clicca qui
Fonte: www.fiscopiu.it – Giuffrè per i Commercialisti

Ogni anno in Italia 7 mila persone arrestate e poi giudicate innocenti

La Stampa
andrea malaguti

Il garante dei detenuti: ridurre le misure di custodia cautelare. Gli avvocati: separare le carriere di giudici e pubblici ministeri


630 milioni. La cifra pagata dal 1992 dal ministero del Tesoro per indennizzi da ingiusta detenzione. L’anno scorso sono stati 36 milioni

«Credevano che fossi il Padrino e non un uomo perbene. Così in attesa dei processi ho fatto 23 giorni di galera e un anno e mezzo ai domiciliari. Dopo di che mi hanno assolto con formula piena in primo grado, in appello e in cassazione. Eppure non è finita».

Secondo la Procura di Palermo, Francesco Lena, ottantenne imprenditore di San Giuseppe Jato, titolare dello spettacolare relais Abbazia di Sant’Anastasia nel parco delle Madonie, era un prestanome di Bernardo Provenzano. Così cinque anni e mezzo fa, all’alba, le forze dell’ordine hanno bussato alla sua porta: «Venga con noi». «È per il permesso di soggiorno del ragazzo che sto assumendo?». «No, mafia». La moglie è sbiancata, lui si è sentito mancare e il suo mondo è andato in pezzi.

Che cosa è successo da quel momento in avanti? «Mi hanno massacrato, trattandomi come il colletto bianco della cosca dell’Uditore e io l’Uditore non so neanche dove sia». Gogna mediatica e custodia cautelare in attesa di tre gradi di giudizio che avrebbero stabilito la sua innocenza, un destino paradossalmente non insolito. «Ogni anno settemila italiani vengono incarcerati o costretti ai domiciliari e poi assolti. Una parte di questi si rivale contro lo Stato, che mediamente riconosce l’indennizzo a una vittima su quattro», spiega l’avvocato Gabriele Magno, presidente dell’associazione nazionale vittime degli errori giudiziari «Articolo643».

Lo Stato sbaglia, dunque. E sbaglia tanto. Almeno a guardare i numeri del ministero della Giustizia. Dal 1992 il Tesoro ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione, 36 milioni li ha versati nel 2015 e altri 11 nei primi tre mesi del 2016.

E se la politica - come ha fatto il presidente del Consiglio Matteo Renzi - non rilanciasse il tema ambiguo dei «25 anni di barbarie giustizialiste» (parla alle procure, ai media, ai suoi colleghi o a tutti e tre?) e la magistratura non sostenesse - coma ha fatto il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo - che «la presunzione di innocenza è un fatto interno al processo e non c’entra nulla con i rapporti sociali e politici» e che «i politici rubano più di prima solo che adesso non si vergognano più», sarebbe più facile capire se questi numeri siano la fotografia di una debolezza fisiologica del sistema o una sua imperdonabile patologia.

«Credevano che fossi il Padrino e non un uomo perbene. Così in attesa dei processi ho fatto 23 giorni di galera e un anno e mezzo ai domiciliari. Dopo di che mi hanno assolto con formula piena in primo grado, in appello e in cassazione. Eppure non è finita».

Secondo la Procura di Palermo, Francesco Lena, ottantenne imprenditore di San Giuseppe Jato, titolare dello spettacolare relais Abbazia di Sant’Anastasia nel parco delle Madonie, era un prestanome di Bernardo Provenzano. Così cinque anni e mezzo fa, all’alba, le forze dell’ordine hanno bussato alla sua porta: «Venga con noi». «È per il permesso di soggiorno del ragazzo che sto assumendo?». «No, mafia». La moglie è sbiancata, lui si è sentito mancare e il suo mondo è andato in pezzi.

Che cosa è successo da quel momento in avanti? «Mi hanno massacrato, trattandomi come il colletto bianco della cosca dell’Uditore e io l’Uditore non so neanche dove sia». Gogna mediatica e custodia cautelare in attesa di tre gradi di giudizio che avrebbero stabilito la sua innocenza, un destino paradossalmente non insolito. «Ogni anno settemila italiani vengono incarcerati o costretti ai domiciliari e poi assolti. Una parte di questi si rivale contro lo Stato, che mediamente riconosce l’indennizzo a una vittima su quattro», spiega l’avvocato Gabriele Magno, presidente dell’associazione nazionale vittime degli errori giudiziari «Articolo643».

Lo Stato sbaglia, dunque. E sbaglia tanto. Almeno a guardare i numeri del ministero della Giustizia. Dal 1992 il Tesoro ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione, 36 milioni li ha versati nel 2015 e altri 11 nei primi tre mesi del 2016.

E se la politica - come ha fatto il presidente del Consiglio Matteo Renzi - non rilanciasse il tema ambiguo dei «25 anni di barbarie giustizialiste» (parla alle procure, ai media, ai suoi colleghi o a tutti e tre?) e la magistratura non sostenesse - coma ha fatto il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo - che «la presunzione di innocenza è un fatto interno al processo e non c’entra nulla con i rapporti sociali e politici» e che «i politici rubano più di prima solo che adesso non si vergognano più», sarebbe più facile capire se questi numeri siano la fotografia di una debolezza fisiologica del sistema o una sua imperdonabile patologia.

Il caso Lena
Ma perché Francesco Lena sostiene che la sua vita è ancora sospesa? L’imprenditore siciliano precipita in fondo al suo pozzo giudiziario perché un gruppo di mafiosi parla di lui al telefono - «Di me e mai “con” me», chiarisce - ma nei suoi confronti non c’è nient’altro, perciò i processi finiscono in nulla. Eppure la sua proprietà viene sequestrata nel 2011 dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo guidata dall’ormai ex presidente Silvana Saguto, accusata oggi di corruzione e sospesa dalle funzioni e dallo stipendio. Il sequestro avviene pochi mesi prima che la Cassazione scagioni Lena in via definitiva.

A danno si aggiunge danno. «Della magistratura ho una altissima stima. Ci sono persone di grande valore, ma anche uomini e donne capaci di distruggere una comunità o una persona. Io vivo di fianco all’Abbazia e quando vedo come l’hanno trattata mi si crepa il cuore. Su 60 ettari di vigne, 30 sono stati abbandonati. Non l’hanno ancora distrutta, ma prima era un’altra cosa. Sono vittima dell’antimafia e delle gelosie, però resisto, pensando che a Enzo Tortora è andata peggio di così», spiega Lena e dal fondo della gola gli esce un suono a metà tra il sospiro e il gemito.

Il 26 di maggio una sentenza dovrebbe restituirgli ciò che è suo. Nel caso di Lena è possibile dire che le misure cautelari non abbiano inciso sulla sua vita sociale? E allo stesso tempo è possibile non pensare che nelle regioni in cui comanda la criminalità organizzata il lavoro dei magistrati sia più duro e complesso e il rischio di errore più alto?

Lo scontro
Come l’avvocato Magno, anche l’avvocato Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle Camere penali, è convinto non solo che i magistrati facciano un ricorso eccessivo alla custodia cautelare, ma anche che il problema resterà irrisolto fino a quando non saranno previste la separazione delle carriere di pubblici ministeri e giudici e la rinuncia alla obbligatorietà dell’azione penale, «correttivi che esistono in ogni Paese regolato dal sistema accusatorio, ma in Italia no». 

Per questo Migliucci, sostenuto dal suo ordine, ha pronta una raccolta di firme per presentare una legge di iniziativa popolare in ottobre. «Bisognerebbe ricordarsi della presunzione di innocenza, che non è un fatto interno al processo come ritiene Davigo e dunque l’associazione nazionale magistrati. Volere sostenere tale idea significa prescindere da un precetto oggettivo ripreso dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per introdurre valutazioni etiche e moralistiche che sono proprie di logiche autoritarie». È evidente che siamo alla vigilia di un nuovo scontro frontale.

Eppure un punto di equilibrio tra la posizione di Migliucci e quella dell’Anm, che propone operazioni sotto copertura con poliziotti che offrono denaro a politici ed amministratori pubblici per vedere come reagiscono al tentativo di corruzione o l’introduzione di una norma che aumenti automaticamente la pena a chi ricorre in Appello e perde, presumibilmente esiste.

Chi va in galera e chi no
«La separazione delle carriere, che non mi scandalizzerebbe, di fatto già esiste. Ma ritenere che le mie sentenze possano essere condizionate dal fatto che prendo il caffè con un pm è ridicolo. Io decido solo secondo scienza e coscienza, come ho fatto nel caso della Commissione Grandi Rischi, quando, qui a L’Aquila, ho mandato assolti sei scienziati che in primo grado erano stati condannati per omicidio colposo e lesioni. Sentenza, la mia, confermata dalla Cassazione».

Fabrizia Francabandera è la presidente della sezione penale della Corte d’Appello dell’Aquila, tribunale che lo scorso anno ha indennizzato 44 persone per ingiusta detenzione. È una donna pratica, figlia di un magistrato, che considera il ricorso alla custodia cautelare la risorsa estrema a disposizione dei giudici. «Io penso che meno si arresta e meglio è. Alcuni colleghi usano malamente la custodia cautelare, non come se fosse una misura specifica, ma come una misura di prevenzione generale. Anche perché, in Italia, per i reati sotto i quattro anni non va in galera nessuno».

Lo sbilanciamento del sistema è tale per cui si rischia di restare in carcere prima del processo e di non andarci dopo in presenza di una condanna. «Ma anche sulla ingiusta detenzione non bisogna immaginare errori macroscopici. Il dolo non esiste quasi mai e la colpa grave è rara. Il sistema complessivamente funziona, ma ha delle lacune, in un senso e nell’altro». In questi giorni a Francabandera è capitato di indennizzare un uomo arrestato in una discoteca con un sacchetto pieno di palline di ecstasy.

Che fosse uno spacciatore era fuori discussione. Eppure, a una analisi successiva, è risultato che le palline non erano ecstasy ma zucchero. Questo perché lo spacciatore era stato truffato. Morale: rispedito a casa e indennizzato per ingiusta detenzione. «Naturalmente gli ho liquidato una cifra bassa, perché con il suo comportamento aveva causato il comportamento degli inquirenti». Il complicato e infinito balletto tra guardie e ladri, che non riguarda solo noi, ma l’Europa. 
L’Europa

Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà e già presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione delle Torture, è appena tornato da Strasburgo dove si è confrontato con colleghi olandesi, inglesi, bulgari e francesi. «La Gran Bretagna non prevede alcun indennizzo per ingiusta detenzione, la Bulgaria paga con grandi ritardi, mentre l’Olanda, per esempio, ha un meccanismo molto simile al nostro».

Anche i numeri sono simili? «Non molto differenti. Per questo penso che gli errori italiani rientrino nella fisiologia del sistema e non nella sua patologia. Mi pare anche che la riforma della responsabilità civile sia un buon compromesso, perché un giudice non può vivere sotto la spada di Damocle della causa, soprattutto in un Paese dove ci sono la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, che in genere hanno avvocati molto in gamba e molto ben pagati.

Certo, bisognerebbe cercare di arrestare il meno possibile e anche lavorare di più sugli automatismi che portano all’applicazione della custodia cautelare». Niente barbarie giustizialista come dice il premier, quindi? «Se dietro queste parole c’è l’idea che la politica ha delegato troppo alla magistratura, come è successo per esempio di recente con le stepchild adoption, sono completamente d’accordo. Se intendeva dire, e non penso, che esiste un disegno delle Procure e dei magistrati, allora è una stupidaggine».

Il caso Lattanzi
Barbarie magari no, ma incomprensibile accanimento qualche volta sì. È il caso di Antonio Lattanzi, ex assessore di Martinsicuro, in provincia di Teramo, arrestato quattro volte nel giro di quattro mesi con l’accusa di tentata concussione e abuso di ufficio a seguito della chiamata in correità di un architetto che lo stesso Lattanzi aveva denunciato qualche anno prima. La Procura si intestardisce in un dinamismo irritante caratterizzato dall’incapacità di vedere le cose da un punto di vista diverso dal proprio. «Sono stato assolto in ogni grado di giudizio con formula piena. Ma ho fatto 83 giorni di prigione. Non ho capito perché abbiano usato questa durezza nei miei confronti.

Dopo il primo arresto i miei avvocati hanno impugnato il provvedimento e sono stato rimandato a casa. Ma passati pochi giorni i carabinieri sono tornati a prendermi. Stavolta davanti ai miei figli. In carcere l’idea del suicidio mi ha accompagnato ogni giorno e se non fosse stato per mia moglie non so che cosa sarebbe successo. Comunque abbiamo impugnato anche il secondo provvedimento e anche questa volta mi hanno rimandato a casa». Quando sono andati a prenderlo per la terza volta racconta di avere avuto l’impressione che l’anima avesse lasciato il corpo strappato.

Anche il terzo provvedimento è stato impugnato, ma il giorno prima che il tribunale per il riesame lo annullasse il giudice per le indagini preliminari ne ha emesso un quarto. «Una follia. Ma ho combattuto e vinto». Ha anche ricevuto un indennizzo, che non è bastato a pagare la metà delle spese legate al processo. «Non importa. Volevo che la mia innocenza fosse riconosciuta a tutto tondo. La prima notte in carcere è un disastro. Io però dormivo con i pantaloni e con la maglietta. Mai con il pigiama. Era il modo per dirmi: non mi piegherò mai a questo stato di cose, sono un uomo libero». Ogni anno in Italia ci sono 7000 casi Lattanzi - «tutti fratelli che vorrei abbracciare» - fisiologia o patologia del sistema giudiziario?

Il cuoco, l’insegnante di lingua, la disoccupata: “Noi, ragazzi di Expo, sei mesi dopo”

La Stampa
stefano rizzato

Successi e delusioni nelle voci degli under 30 che hanno lavorato all’Esposizione universale. Ecco che fine hanno fatto


Milano, 7 Maggio 2015: la coda per visitare Palazzo Italia a Expo

Di questi tempi, un anno fa, stavano stirando le divise e ripassando la parte. Pronti per sei mesi insieme, al centro del mondo. Ma oggi il popolo di Expo 2015 - dei 20 mila che ci hanno lavorato sodo - è diviso a metà. Diviso da quello che è stato poi, a festa finita. Per molti è stata la svolta, l’occasione per imboccare una strada che prima non c’era, sfruttando i corsi di formazione di Manpower o facendo da sé, reinventandosi come chef o specialisti da grandi eventi. Per altri ragazzi e ragazze è una riga inutile sul curriculum, e giù colloqui e porte in faccia, come e più di prima. Le storie di Expo, sei mesi dopo Expo, sono così. Alcune piene di un entusiasmo mai spento. Altre di tanta delusione. Eccole.

SARAH, 28 ANNI: “Disoccupata 5 giorni lavoro per Euro 2016”


«A ben vedere, sì: sono stata disoccupata giusto cinque giorni». Nella casella di chi attraversando Expo ha trovato via e fortuna nuove va certamente messa Sarah Carosiello. Anni 28, torinese, ma nata a New York, non ha tradito la vocazione internazionale. Ad Expo è arrivata dopo aver lavorato tra Milano e Roma nel semestre italiano di presidenza del Consiglio Ue. E adesso è già a Parigi, nel protocollo degli Europei di calcio 2016. «Avevo fatto domanda ad agosto - spiega - poi sono passata attraverso un colloquio via Skype, uno a Ginevra il 3 novembre… e il 5 ho avuto la conferma. Ho studiato relazioni internazionali, e i grandi eventi mi permettono di metterle in pratica. Significa cambiare spesso lavoro, ma per come sono fatta io non è un peso. Il futuro? Vorrei restare nell’ambito degli eventi sportivi».

DANIELE, 29 ANNI: “Ho lasciato il posto fisso, ma non sono pentito”


«Davanti avevo una discreta carriera, in una multinazionale di prodotti medicali. Ma non era il mio mondo. Expo è stata l’occasione per cambiare strada». Daniele Maffioli Torriani - 29 anni, di Milano - ha una storia rara, forse unica tra i reduci di Expo. Quella di un laureato in scienze politiche, che lascia il posto fisso e s’imbarca nel grande evento. «Sono stati sette mesi fantastici - racconta sorridendo - e alla fine non avevo alcuna intenzione di tornare alla vita di prima. Sentivo la passione per il food e per l’autoimprenditoria, e mi sono iscritto ad un corso di alta cucina. Ora lavoro con un giovane chef al ristorante “La Maniera di Carlo” e collaboro con un catering fatto tutto da giovani laureati in economia e simili, che si chiama “Chef in camicia”. È una scommessa, e spero funzioni. Un po’ d’ansia per aver lasciato il posto fisso c’è. Ma non volevo trovarmi tra cinque o dieci anni a rimpiangere di non averlo fatto».

ALBERTO, 24 ANNI: “Vado a Disneyworld, lavorerò nel ristorante italiano”


Da Arezzo a Rho, Milano. E poi da Rho ad Orlando, Florida. Alberto Cencini, 24 anni, lavorava ad Expo soprattutto di notte. Tra Decumano e padiglioni, mentre i cancelli erano chiusi. E adesso a breve si imbarcherà in una nuova avventura. «Sono stato preso a lavorare a Disneyworld - spiega - grazie al programma internazionale. Ho fatto qualche colloquio su Skype, da Manpower mi hanno dato una mano a prepararmi, è andata bene. Parto il 6 luglio. Rimarrò in tema cibo e dintorni, perché lavorerò al ristorante italiano». È stato proprio con Expo che Alberto ha scoperto la passione per gli eventi: «È un mondo in cui non esiste la noia, ogni giorno è un’esperienza, si creano bei gruppi di lavoro. Ad Expo non mi sono mai alzato una volta senza la voglia di andare al lavoro. Prima lavoravo in un negozio di lampade, ora penso a tutt’altro. A questo primo anno a Disneyworld. E poi chissà, magari a continuare lì salendo di livello. Non mi precludo niente».

MARIANNA, 25 ANNI: “Interprete-aiutante, oggi insegno inglese”


«Ero diventata l’interprete non ufficiale dell’Expo. Avanti e indietro, mi chiamavano dappertutto: dagli ingressi ai padiglioni». Con quattro lingue a disposizione - inglese, arabo, francese, spagnolo - l’Expo di Marianna non poteva che essere così: una sorta di Babele dove aiutare tutti a districarsi. Laureanda in Lettere, 25 anni, campana, ha lasciato una tesi in sospeso per essere anche lei nel cuore dell’evento clou del 2015. «E avere Expo sul curriculum - dice - mi ha aiutato moltissimo. È così che sono arrivata a lavorare oggi ai British Institutes della mia città, Avellino. Era tra i miei obiettivi, oggi sono assistente del responsabile alla didattica e aiuto con qualche lezione. Ma in futuro conto di prendere l’abilitazione per l’insegnamento dell’inglese: la mia passione è questa. L’esperienza di Expo? È stata bella non solo di per sé, ma soprattutto perché mi ha fatto crescere tantissimo».

DEBORA, 21 ANNI: “Un mese all’ipermercato, l’unica cosa che mi offrono”


«Renzi diceva: chi ha lavorato in Expo troverà lavoro più facilmente. Beh, per adesso è stata una delusione». Debora Vitale, 21 anni, è stata tra i lavoratori più giovani del grande evento che ha acceso Milano nel 2015. L’ha fatto con entusiasmo, occupandosi un po’ di sicurezza e tornelli, un po’ di amministrazione e badge e un po’ di reception. «Mi ero laureata in lingue da pochissimo - racconta - e ho iniziato già nel cantiere, a novembre 2014. Poi mi sono spostata più volte, ma ad evento finito mi hanno lasciato a casa. Una bella delusione, dopo aver lavorato anche 12 ore al giorno. Come prima cosa pensavo alla Svizzera, a fare la frontaliera, ma poi ho abbandonato l’idea. Intanto avrò fatto 20-25 colloqui da gennaio ad oggi, ma niente. A breve inizierò un contratto di un mese per un ipermercato ad Arese, ma so già che finirà lì. E non nascondo che in questo momento sono tutt’altro che ottimista».

DANIELA, 29 ANNI: “Adesso colleziono colloqui, dovrò andare via dall’Italia”


«Nella mia vita, per dieci anni, avevo sempre lavorato. E sempre trovato in uno o due mesi. Adesso no. Ora colleziono colloqui». Mesi a staccare biglietti, e poi solo un lungo limbo senza una data di scadenza. È questo il post Expo di Daniela: 29 anni, alle spalle aveva già un lavoro da impiegata finito per colpa della crisi. Poi aveva scelto di perfezionare l’inglese, era stata nel Devon, era tornata in tempo per il grande evento. «Ad Expo - spiega - ho lavorato in biglietteria, assunta tramite una cooperativa. Mi sono trovata bene, ma è il dopo che mi ha deluso. Speravo che quell’esperienza pesasse nel mio profilo. Invece mi trovo quasi sempre sospesa, dopo colloqui che non portano nemmeno ad una risposta. Mi sono data due mesi, perché per fortuna prendo ancora la disoccupazione. Ma se non dovessi trovare qualcosa di serio - non certo un lavoretto in nero o che dura due o tre mesi - valuterò altro. Anche di andar via di nuovo».

ELISA, 26 ANNI: “Solamente porte in faccia da chi prometteva un posto”


«L’Expo sul curriculum? Sembra quasi che porti sfortuna. Mi aspettavo tutta un’altra facilità nel trovare lavoro. In tanti, durante i sei mesi, dicevano: ‘Poi ci sentiamo, da novembre in poi’. Ma sono gli stessi che adesso, a volte, nemmeno rispondono al telefono». Elisa Frigo, 26 anni, fa parte del gruppo di chi sta facendo fatica, tanta, a ricollocarsi sul mondo del lavoro. Ha dovuto sopportare sei mesi di porte in faccia. E allora sta provando anche una strada diversa: una startup da far nascere, insieme ad altri reduci del grande evento milanese. «Il progetto si chiama Outside Expo - racconta - ma forse cambieremo nome. Ci siamo divisi in quattro gruppi a tema: ambiente, arte e cultura, cibo, turismo. E ora stiamo capendo come muoverci per trovare finanziamenti. Io nel frattempo ho appena terminato un corso di due mesi da addetta stampa. E sì: anch’io ne ho fatti parecchi di colloqui. Ma finora solo tanti ‘le faremo sapere’».

Cos’è Snapchat e perché piace tanto ai ragazzi

La Stampa
carlo lavalle

L’app più popolare tra i teenager statunitensi va forte anche in Italia: permette di inviare messaggi che si autodistruggono in pochi secondi, ma da qualche tempo ha anche un canale apposta per le news



Snapchat è diventata l’app più popolare tra i teenager Usa. A rivelarlo è un’indagine condotta da Piper Jaffray che ha chiesto a 6500 adolescenti (14-19 anni) quale social network avesse maggiore importanza nella loro esistenza. Dalle risposte risulta che Snapchat batte tutti lasciandosi alle spalle Instagram, Twitter e Facebook. Ultimo in classifica, Google Plus che viene superato sia da Tumblr sia da Pinterest.

Il balzo in avanti di Snapchat è significativo, dato che lo scorso anno la creatura di Evan Spiegel, Bobby Murphy e Reggie Brown, era solo terza nell’indice di gradimento dei giovani americani. I quali sono particolarmente interessati a foto e video, soprattutto, e molto meno a contenuti centrati sul testo.

A gennaio 2016 sono stati ben 8 miliardi i filmati visualizzati ogni giorno su Snapchat da oltre 100 milioni di utenti nel mondo contro i 2 miliardi calcolati nel mese di maggio 2015. Una progressione impressionante (+ 350 per cento) con una cifra finale che uguaglia i numeri di Facebook.

FOTO E VIDEO CHE SCOMPAIONO
Snapchat, lanciata nel 2011, è un’app di messaggistica per cellulari e tablet. È divenuta famosa perché permette di condividere foto e brevi filmati che scompaiono, distruggendosi automaticamente, poco dopo essere stati ricevuti dal destinatario. In gergo si chiamano snap e l’utente, grazie all’applicazione, può crearli a suo piacimento per inviarli ai propri amici. La particolarità sta nel fatto che con Snapchat si può programmare la loro durata per un massimo consentito di 10 secondi. Immagini e video sono, insomma, a termine. Appaiono a chi li riceve ma durano solo per il tempo impostato dal mittente.

Tuttavia, clip e foto possono anche salvate e inserite nella sezione «storie», che si apre con un tocco sull’icona in basso a destra o facendo scorrere il dito da destra a sinistra dalla schermata iniziale, dove restano visibili per un periodo più lungo di 24 ore. È facile realizzare uno snap. Una volta aperta l’applicazione, basta pigiare il tasto in basso al centro del dispositivo per scattare una foto o un selfie. Altrimenti, si può tenerlo premuto per creare un video. A sinistra, invece, compare il pulsante del timer che regola la durata minima e massima da 1 a 10 secondi.

FILTRI, EMOJI E LENSES
Le immagini si possono modificare attraverso filtri speciali, muovendo il dito sullo schermo da destra a sinistra, e anche arricchire con disegni colorati o aggiungendo sia testo sia emoji, che è possibile animare nelle clip.

Ai selfie, in versione video o foto, è possibile, inoltre, applicare effetti speciali con i simpatici e divertenti Lenses. Che si richiamano sull’applicazione tenendo premuto un dito sul proprio volto inquadrato dalla fotocamera e si selezionano scorrendo la lista in basso.

Per condividere uno snap bisogna, infine, salvare nella raccolta il contenuto creato tramite l’icona accanto al timer e scegliere il destinatario nella lista dei contatti cui si accede grazie al pulsante a forma di freccia posto a destra nella parte inferiore del display.

Per visualizzare un messaggio video o di foto arrivato sull’app si deve premere il quadratino nell’angolo a sinistra della schermata iniziale. Quelli da aprire saranno indicati da un’icona colorata e si potranno vedere con una semplice pressione delle dita sul display.

AMICI, CHAT E VIDEOCHAT
Chi ha pochi amici a cui inviare foto e immagini può aumentarli. Come? Nell’app si deve premere il fantasmino in alto al centro per entrare nella schermata «aggiungi amici». Amici che sono acquisibili attraverso la rubrica, la ricerca del nome dell’utente, la vicinanza geografica o mediante snapcode, un particolare QR Code, personalizzabile con un selfie, e identificabile dalla fotocamera dell’applicazione.

Snapchat comprende anche la possibilità di avviare chat e videochat che si attivano dalla lista degli amici e dei contatti. Toccando sul nominativo comparirà un riquadro con le icone da selezionare per iniziare a scrivere un messaggio di testo, che scomparirà naturalmente come gli snap, inviare clip e foto oppure videochiamare il contatto. In alternativa, sempre rimanendo sulla funzione chat, si può, come con Whatsapp, chiamare un amico premendo l’icona telefono.

UN’APP IN CONTINUA EVOLUZIONE
Snapchat ha subito nel corso del tempo successive modifiche, arricchendosi di nuove funzionalità e possibilità espressive. Inizialmente, è nata come app per condividere foto e in seguito nel 2012 sono stati introdotti i video.

Nell’ottobre 2013 arriva Snapchat Stories che consente di riunire in un’unica storia gli snap realizzati da un utente nell’arco di una giornata. Mentre nel maggio 2014 si integrano nell’applicazione chat e videochat. Con Our Stories viene data la possibilità di unire il proprio snap insieme a quello di altri riferiti ad uno stesso evento in diretta. Nel febbraio 2016 si è trasmesso live per la prima volta su web la notte degli Oscar.

Ma la novità più rilevante è il lancio del canale Discover nel 2015 che ha trasformato Snapchat in una piattaforma in cui si possono fruire i contenuti editoriali pubblicati da testate come CNN, National Geographic, DailyMail, MTV, Vice, Vox o Mashable.

Più di recente, è stata svelata una nuova tecnologia che permette di incollare adesivi 3D nei video dando la possibilità agli utenti più creativi di sviluppare effetti davvero divertenti. Per questi suoi continui cambiamenti e aggiornamenti Snapchat piace tanto ai giovanissimi. Anche se in Italia il suo uso è ancora limitato tra questa fascia.

Secondo Burson-Marsteller quasi due terzi dei suoi utenti ha un’età compresa tra i 13 e i 24 anni. Una presenza, questa dei più giovani, che fa gola alle aziende com’è ovvio. Ma anche a leader politici e istituzioni, nazionali e internazionali, che si stanno iscrivendo in massa a Snapchat per raggiungere il pubblico giovanile.

La lunga notte di Davigo

La Stampa
mattia feltri

Buongiorno: stanotte Davigo non ha detto niente.

Argh!

La Stampa
jena@lastampa.it

Tranquilli, è solo Renzi che ha di nuovo sognato Davigo.

Endorsement

La Stampa
 jena@lastampa.it

Se fossi di destra voterei Bertolaso, se fossi di sinistra nessuno.

La verità sulla foto del Pulitzer: l'immigrato getta la moglie sui binari

Sergio Rame - Sab, 23/04/2016 - 10:17

Il video di Euronews "smonta" la foto di Laszlo Balogh che ha fatto vincere a Reuters e New York Times il Pulitzer: la verità che si cela dietro allo scatto strappalacrime è un'altra



L'agenzia Reuters ha vinto il premio Pulitzer per le fotografie che sul New York Times hanno raccontato il dramma dell'immigrazione.

Per quaranta giorni i giornalisti hanno seguito il fiume di gente che dalla Siria arrivava nel cuore dell'Europa. Le immagini che sono state scattate in quelle settimane sono, ovviamente, bellissime e molto toccanti. Peccato che quello che immortalano non racconti la verità. In questi giorni Euronews ha, infatti, pubblicato un video (guarda qui) che smentisce lo scatto di Laszlo Balogh che ha fatto capolino sulle testate di tutto il mondo.

La fotografia di Balogh è stata scattata in Ungheria e ritrae un immigrato che sembra proteggere la moglie e il figlio dalla violenza dei poliziotti che brandiscono i manganelli. Nello scatto l'uomo sembra, appunto, abbracciare la donna che, stesa sui binari di una stazione di confine, piange, urla e protegge a sua volta il neonato che ha tra le braccia. L'azione è concitata e chiunque, guardando la fotografia, ha provato pietà per quella famiglia "vessata" dalla polizia ungherese che impedisce loro di andare avanti. La verità, però, è un'altra. Lo dimostra chiaramente un video di Euronews (guarda qui).

Prima che il reporter scatti la fotografia, che poi, ha vinto il Pulitzer, l'immigrato spintona la moglie con in braccio il figlio fino a gettarla a terra. Non si cura nemmeno del piccolo che per un soffio non sbatte la testolina contro i binari del treno. I poliziotti intervengono prontamente e si avventano sull'uomo per mettere in salvo la donna e il bambino. Ed è in questo momento che i fotografi scattano dando all'immagine un altro significato. In realtà, è la donna stessa a cercare di allontanare il marito che, a sua volta, si attacca a lei con un morso. Una volta riportata la calma, gli agenti arrestano l'immigrato e liberano la donna.

La verità sulla foto che ha vinto il Pulitzer

Il giallo dei gettoni d’oro alla Rai «In ogni chilo 5 grammi in meno»

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

L’inchiesta di «Report» sui premi dei giochi in tv. Il fornitore? Banca Etruria. Tutto inizia dal caso della signora Maria che nel 2013 ha vinto 100 mila euro alla trasmissione «Red or Black», incassandone poco più di 64 mila.

Maria Cristina Sparanide a Red or Black

Dove vanno a finire quei cinque grammi spariti da ogni chilo d’oro fino che la Rai compra per distribuire fin dal lontano 1955 gettoni di metallo prezioso ai concorrenti dei giochi a premi, è mistero. Non meno misterioso è il modo in cui spariscono. Ma che qualche vincitore si sia ritrovato in mano gettoni d’oro taroccati, e che lui e la Rai abbiano subito una frode bella e buona, è fuor di dubbio. La sconcertante vicenda l’ha scoperta Sigfrido Ranucci, autore di un servizio televisivo che Report di Milena Gabanelli manda in onda stasera su Raitre.
Il caso
Tutto comincia quando alla signora Maria Cristina Sparanide, che nel 2013 ha vinto 100 mila euro alla trasmissione Red or Black su Raiuno arriva una lettera della Zecca, incaricata dalla Rai di coniare quattro gettoni d’oro del valore unitario di 20 mila euro per saldare il conto. Perché 80 mila euro e non 100 mila? Semplice: ci sono le tasse, ma questo il concorrente lo sa. Quello che invece apprende solo quando legge la lettera del Poligrafico dello Stato è che deve pagare pure l’Iva sebbene, spiega il servizio di Ranucci, l’imposta non sia dovuta sull’oro per investimento, cioè quello definito da una direttiva comunitaria come «lingotto o placca». E non ha ragione forse la Treccani a definire il gettone d’oro una «placca»? A questa domanda, però, a quanto pare nessuno sa, può o vuole rispondere. Non il ministero dello Sviluppo. Non le Finanze. Né l’Agenzia delle Entrate.
Oltre alle tasse
Oltre alle tasse, all’Iva e al costo del conio del gettone c’è poi un’altra voce a carico del vincitore: il calo del 2 per cento dovuto alla fusione. Come se su un chilo d’oro si perdessero 20 grammi ogni volta che si fonde il metallo. Decisamente curioso. A conti fatti, la vincita di 100 mila euro si riduce così a poco più di 64 mila. Ma se l’Iva e quel fantomatico calo, sono questioni legate a interpretazioni astruse di norme astruse, ben altra storia è quella della qualità del metallo. I gettoni che escono dalla Zecca sono marcati come oro fino: 999,9. Quando però la signora Sparanide li porta a un’azienda orafa per farli valutare, il risultato la lascia di stucco: non è oro purissimo. Lo conferma anche un laboratorio specializzato accreditato dal ministero per le analisi legali. Il risultato è identico: si tratta di oro 995. Significa che per ogni chilo ci sono 5 grammi di altro metallo non prezioso. Il bello è che la Rai, c’è scritto nero su bianco nel contratto, l’ha acquistato (e pagato) come oro 999,9. Dunque, in questa incredibile vicenda, è chiaramente parte lesa.
Banca Etruria
La faccenda è pelosissima. Milena Gabanelli precisa che la Rai compra ogni anno dai 6 ai 10 milioni di euro di gettoni d’oro dalla Zecca, che a sua volta si rifornisce del metallo in lingotti sul mercato. Da chi? Da Banca Etruria, fornitore storico degli orafi di Arezzo. Da quell’istituto travolto da una bufera nei mesi scorsi per le obbligazioni subordinate la Zecca ha acquistato «milioni di euro in lingotti d’oro per trasformarli in gettoni della Rai», dice Ranucci, «per anni e senza bando di gara». Perché «è la banca che ci fa il prezzo più basso», replica la Zecca. Aggiungendo che dei lingotti forniti da Banca Etruria «il 20 per cento è stato controllato in ingresso, secondo le nostre procedure di qualità, ed è risultato oro 999». Saranno dunque le procedure, ma resta il fatto che l’80 per cento non è stato controllato. A scanso di equivoci la Zecca si è premurata di presentare un esposto alla procura. E la cosa non finirà qui.

23 aprile 2016 (modifica il 24 aprile 2016 | 00:00)

Papa Francesco ci ha delusi" Il dolore dei migranti cristiani

Rachele Nenzi - Sab, 23/04/2016 - 14:25

Due migranti siriani di fede cristiani si sono detti delusi da papa Francesco che dopo la visita a Lesbo



Roula e Abo Malek sono due migranti siriani di fede cristiana fermi al campo profughi di Lesbo, in Grecia.

Durante la visita di Papa Francesco della settimana scorsa, speravano di essere tra gli "eletti" che il pontefice avrebbe portato con sè in Italia. Erano tra i "papabili", è il caso di dire. Ma sono rimasti delusi. E infatti, in una intervista al DailyMail, hanno sfogato la loro frustrazione.

Erano tra i 12 prescelti, Roula e Abo. Gli avevano promesso una nuova vita in Italia, ma poi gli hanno detto che non sarebbero potuti salire su quell'aereo. "Se hanno potuto portare via 12 persone - continuano - possono farlo anche per altre persone". I due siriani cristiani hanno detto che il giorno prima dell'arrivo del Papa due volontari si sono avvicinati e "ci hanno comunicato che ci avrebbero portato in Italia, di fare le valigie perché sarebbero tornati l'indomani". Solo che il giorno successivo alla coppia è stato detto che il loro posto era stato preso da un'alaltra famiglia. Musulmana.

Il motivo ufficiale è che i due cristiani sono arrivati a Lesbo alcuni giorni dopo la firma dell'accordo tra Ue e Turchia. "Sono rimasto molto deluso - hanno aggiunto - ma siamo felici per le famiglie, naturalmente". Poi il racconto della loro fuga: "Hanno ucciso i cristiani a Raqqa, così abbiamo dovuto lasciare la nostra casa", ha detto Roula.

Jeans, ti sei mai chiesto a cosa servono i bottoncini in rame della tasca? Ecco la verità...

Il Messaggero



ROMA - Indossiamo i jeans da quando siamo bambini, ma il motivo per il quale ci sono quei bottoncini in rame sulle tasche non lo abbiamo mai saputo. Ecco la verità.

I cosiddetti bottoncini si chiamano "rivetti" e servono per evitare che avvengano strappi alle cuciture. I rivetti in rame sono stati brevettati da Levi Strauss, il quale nel 1829 notò che i minatori si lamentavano per il fatto che i pantaloni si rovinassero velocemente. 
Lo riporta il sito Elite Daily.