mercoledì 27 aprile 2016

La Germania toglie il segreto di Stato sulla città-lager nel Cile di Pinochet

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

La decisione del governo Merkel: saranno accessibili i documenti su «Colonia dignidad», il borgo nelle Ande dove si rifugiarono non meno di 300 gerarchi nazisti. Qui gli oppositori di Pinochet venivano torturati diventando «desaparecidos»

L’apparente tranquillità di  «Colonia dignidad», poi Villa Baviera, in una foto del 2004 (Afp/Luis Hidalgo)
L’apparente tranquillità di «Colonia dignidad», poi Villa Baviera, in una foto del 2004 (Afp/Luis Hidalgo)

È uno di quei posti dove la storia ha deciso di mescolare misteri e orrori, in questo caso inghiottendo assieme la fuga dei gerarchi nazisti dalla Germania, le efferatezze del regime di Pinochet, il dramma dei desaparecidos, il «piano Condor» e le atroci sperimentazioni condotte da Mengele. Ma anche il traffico d’armi e i misteri di certe sette segrete del Sudamerica. Parliamo di «Colonia dignidad», l’insediamento tedesco del dopoguerra in Cile, oggi più noto con il nome di Villa Baviera. Il governo Merkel, per bocca del ministero degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, ha annunciato che renderà accessibili in anticipo i documenti sulla storia del villaggio situato a 350 chilometri a sud di Santiago del Cile, verso la Cordigliera.

Dossier con su stampata la dicitura «segretissimo». I documenti sarebbero dovuti restare inaccessibili ancora per dieci anni. Ma l’opinione pubblica ha insistito per anticipare quella data, anche dopo l’uscita di un film-inchiesta che da febbraio sta choccando i tedeschi. E che presto sarà in Italia. Carte «top-secret» in cui si racconta di come i gerarchi nazisti abbiano potuto lasciare la Germania nel 1945 così come narrato nel romanzo «Dossier Odessa». E delle complicità trovate, in questa fuga, di qua e di là dell’Atlantico. Senza dimenticare le torture inflitte, in questa specie di eden ai piedi delle Ande, agli oppositori della dittatura militare in Cile. Tutto certificato nei processi seguiti al dopo-Pinochet.
Una valle «dolce come le colline di Baviera»
La «cartolina» di questo angolo nel Sud del Cile è quella di una valle alpina, verde e fertile, «dolce come le colline di Baviera», raccontavano i più nostalgici. Ancora oggi si coltiva il grano e si allevano le mucche pezzate bianche e nere; un torrente scorre nel fondovalle e le ragazze portano le cuffiette ricamate sulle trecce bionde come in Germania cent’anni fa. Qui comandava Paul Schäfer , ex caporale delle SS, fuggito dalla Germania nel 1961 perché ricercato per violenze su orfani disabili, sedicente pastore protestante e «guru» dei 300 tedeschi della «Colonia Dignidad» dove per un certo periodo si nascose anche Joseph Mengele, il medico che condusse atroci sperimentazioni su cavie umane ad Auschwitz.

Crollato Pinochet e senza più protezioni, Schäfer il 20 maggio 1997 lasciò il Cile, perseguito dalle autorità con l’accusa di avere molestato 26 bambini della colonia. Nel marzo 2005 fu arrestato in Argentina e estradato in Cile dove morì in prigione nel 2010.

Ma cos’era la «colonia»? «Ufficialmente la realizzazione di una società nuova - è il racconto di Andrea Nicastro tratto dall’archivio del Corriere della Sera - dai toni messianici e con il dominio assoluto di Schäfer. I bambini vivono separati dai genitori e i mariti dalle mogli». Niente tv, niente telefono, niente elettricità, bandito persino il calendario. «Il guru decide inappellabilmente la vita dei discepoli e “uno per sera” si prende cura dei bambini, facendo loro il bagno e “dormendo” con loro. Giovani fuggiti dalla comunità hanno denunciato violenze e torture».

L’ingresso della «colonia» e a destra l’ex SS Paul Schäfer
L’ingresso della «colonia» e a destra l’ex SS Paul Schäfer
Un covo di nazisti
La «Colonia Dignidad» è però anche, se non soprattutto, un covo di nazisti. Che si sovrappone a una comunità germanica giunta qui agli inizi 1900. Il braccio destro del guru diventa presto Hermann Schmidt, ex pilota della Luftwaffe che attira, protegge e nasconde decine di nazisti scappati in Cile, Argentina e Paraguay subito dopo la guerra. Gli invalicabili cancelli della comunità diventano il miglior ospizio per i vecchi aguzzini. Sottoposti alla pressione dei cacciatori di nazisti, i tedeschi delle Ande trovano aiuto nel regime di Pinochet e trasformano la valle in un lager per i cileni oppositori.

La «Colonia Dignidad» divenne giardino di giochi per la famiglia Pinochet. Lucia Pinochet arrivava in elicottero per passare il weekend con il figlio. Gli «squadroni della morte», invece, portano decine di prigionieri politici che all’interno della «Colonia Dignidad» - sono i racconti nei successivi processi - diventano «desaparecidos». Tra questi anche un italiano: Juan Bosco Maino Canales il cui nome compare anche nelle carte del processo agli aguzzini del «piano Condor» che si sta celebrando in queste settimane al tribunale penale di Roma.
La polizia segreta di Pinochet
E’ Amnesty International nel ‘77 a denunciare la connivenza tra la Dina (la polizia segreta di Pinochet) e la idilliaca colonia sulle Ande. Pinochet regala, oltre al divieto di estradizione, un elicottero da guerra e i diritti di sfruttamento di un giacimento di titanio. Schaeffer ringrazia concedendogli la cittadinanza onoraria. Il favore del generale cileno non basta a giustificare i mille e più miliardi che costituiscono il patrimonio dei 300 contadini tedeschi. I soldi, dicono le inchieste insabbiate nel corso degli anni, vengono da misteriosi conti europei. Forse l’organizzazione Odessa, forse l’oro delle vittime dei lager nazisti passato per la Svizzera
Il film «Colonia dignidad»
I torbidi avvenimenti degli anni Settanta hanno ispirato il film «Colonia dignidad» del regista premio Oscar Florian Gallenberger, uscito in Germania a febbraio e proiettato martedì al ministero degli Esteri di Berlino. In Italia la pellicola sarà in sala a partire dal 26 maggio. Oggi l’insediamento ha preso il nome di Villa Baviera ed è diventato un villaggio turistico. Senza legami con quel passato torbido per cui la comunità chiese scusa al Cile in una lettera aperta seguita alla condanna di Schäfer. Ma le polemiche (e i misteri) persistono: solo due anni fa l’opinione pubblica cilena si era indignata dopo aver appreso che quattro tedeschi, dirigenti della comunità, erano tranquillamente a piede libero e a spasso nel verde della Cordigliera pur condannati per sequestro, privazione illegale della libertà, complicità in violenze sessuali contro minori, associazione a delinquere e altri reati finanziari.

Ma chissà cos’altro racconteranno quei dossier tra poco desecretati dal governo tedesco. «La gestione di Colonia Dignidad non è stata un capitolo glorioso del ministero degli Esteri», ha detto il ministro Steinmeier. «Per molti anni, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, i diplomatici tedeschi hanno volto lo sguardo dall’altra parte e hanno fatto molto poco per proteggere i nostri cittadini in questa comune», ha ammesso durante la presentazione del film con protagonisti Emma Watson e Daniel Bruehl. «Anche dopo, quando Colonia Dignidad è stata sciolta e le persone non erano sottoposte alla quotidiana tortura, il servizio (diplomatico ndr) non ha avuto la determinazione e la trasparenza per identificare le responsabilità e imparare la lezione».

alefulloni
27 aprile 2016 (modifica il 27 aprile 2016 | 07:25)

Statistiche

jena@lastampa.it

Cala l’aspettativa di vita, praticamente sono morto a mia insaputa.

Una piccola storia italiana

La Stampa
Niccolò Zancan


La foto della bandiera Bulgara presa dal sito del Ministero degli affari Esteri

Dicevano a tutti che sarebbero andati a vivere in Bulgaria. «Partiamo il 2 marzo, ma compriamo una scheda telefonica e ci sentiamo presto». In realtà stavano programmando il loro suicidio. Lucio e Grazia Leonelli, 50 e 47 anni, si volevano molto bene, erano marito e moglie. Abitavano a Poggio a Caiano, vicino a Firenze. Da mesi non riuscivano più a pagare il mutuo. Li hanno trovati la mattina del 25 aprile stesi sul letto matrimoniale, uno vicino all’altra. «Perdonateci, ma questa vita non era più dignitosa», c’era scritto su un biglietto firmato da entrambi. 

Presunzione di colpevolezza

La Stampa
mattia feltri

Considerando che Nicola Cosentino è prossimo ai 900 giorni di carcerazione preventiva, senza condanne nemmeno di primo grado, si capirà la stringente esigenza di allungare i tempi di prescrizione. 

Il ricordo di De André: “Quando papà m’insegui con l’accetta”

La Stampa
cristiano de andre’


Fabrizio De André con il figlio Cristiano, all’epoca tredicenne,sulla spiaggia di Boccadasse nel 1976

Pubblichiamo un brano, su concessione di Mondadori al Secolo XIX, estratto dal libro “La versione di C.” scritto da Cristiano De André con Giuseppe Cristaldi, in uscita oggi.

Genova - Quando avevo circa quindici anni, mio padre scoprì che a Genova frequentavo gente non proprio consona a quelle che erano le sue aspettative. Erano persone di porto, di angiporto, anche ragazzi di buona famiglia che tuttavia avevano abbracciato un certo stile di vita. Con loro cominciai a farmi le canne, le sigarette già le fumavo, poi passai ad altre cose…

Lui se ne accorse, era il 1978, e disse che sarebbe venuto a prendermi il 21 settembre per portarmi su a L’Agnata e iscrivermi al liceo di Tempio Pausania. Ovviamente non reputai minimamente attendibile quel suo appuntamento con la paternità, non lo presi proprio in considerazione, me ne scordai.

Il 21 settembre, invece, arrivò. Aveva bevuto e mi disse: «Sei pronto? Andiamo!». Gli risposi seccato che non ci pensavo neanche lontanamente, così decise di intimorirmi minacciando di chiamare i carabinieri. Mi chiusi in bagno mentre lui faceva finta di parlare al telefono con un maresciallo.

Niente da fare. Quando capì che non c’era verso di convincermi e che mia madre non avrebbe potuto aiutarlo, esplose: «Esci dal bagno, cazzo!». Aveva due occhi diabolici, che non gli appartenevano, faceva veramente paura. Trovò un’accetta in cantina, venne di nuovo davanti alla porta del bagno, di legno massello, e iniziò a colpirla per buttarla giù. Un colpo, due colpi, tre colpi.

Non c’era ferocia, non c’era violenza, ma una lentezza disarmante, dimentica di ogni cosa, memore del momento. Colpo su colpo, scheggia su scheggia, per quasi un’ora, facendo una fatica titanica, poco alla volta la distruggeva. Io nel frattempo ero accucciato nella vasca da bagno con le mani sulle orecchie; vedevo la lama dell’accetta che spuntava al di qua della porta, avevo paura.

La cosa sarebbe andata avanti per le lunghe – con mio padre che peraltro si stava facendo un culo pazzesco –, così pensai bene di fuggire dalla finestra che dava sul tetto e di nascondermi dietro al comignolo. Sarei certamente potuto scappare, ma ero come paralizzato dalla paura.

Dopo un tempo non quantificabile, abbattuta la porta in legno massello, mio padre si accorse che non ero in bagno: «Dove cazzo sei?».

E' nato prima l'uovo o la gallina? Finalmente c'è la risposta

Anna Rossi - Mar, 26/04/2016 - 10:53

Il professore di Biologia evolutiva dell'università di Manchester ha trovato una soluzione al dilemma secolare. Attraverso un grafico giustifica la sua risposta



Questa domanda ha fatto discutere intere generazioni, ma finalmente c'è la risposta: "Chi è venuto prima, l'uovo o la gallina?".

Le menti di grandi e piccini hanno sempre cercato di rispondere a questo quesito. La risposta, però, non ha mai messo a tacere le discussioni. C'era chi sosteneva che ci fosse prima l'uomo e chi la gallina. Ma ora, James McInerney, professore di Biologia evolutiva all'Università di Manchester, ha finalmente spiegato come deve essere risolta la questione.

Con una brillante intuizione ha postato sul suo profilo Facebook la sua spiegazione. Attraverso un grafico mostra come l’uovo, in realtà, esista da ben prima della comparsa degli uccelli, perché alcuni rettili, come tartarughe, lucertole, serpenti e coccodrilli, sono antecedenti alla linea evolutiva degli uccelli. Dopo aver sciolto l’inestricabile dilemma, il professore ha commentato sarcastico: "Bene, ora possiamo tornare alla nostra vita normale". (Guarda la foto del grafico)

Ricostruito il volto dell’Uomo di Altamura, il più antico Neanderthal scoperto finora

La Stampa

Tarchiato, con la fronte sporgente e il cranio allungato posteriormente, aveva un naso molto grande, forse dovuto all’adattamento dopo la glaciazione



È stato ricostruito il volto dell’Uomo di Altamura, il più antico Neanderthal dal quale è stato estratto il dna arcaico, con una datazione compresa fra i 130 ed i 170 mila anni fa. La ricostruzione «iperrealistica», con tanto di capelli, barba e baffi, a grandezza naturale, è stata realizzata sulla base di un’analisi rigorosamente scientifica dai paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche.

E dunque com’era l’Uomo di Altamura? Un corpo tarchiato, il bacino largo, una statura non elevata - circa 1 metro e 65 cm - la fronte sporgente, il cranio allungato posteriormente, il naso molto grande, anch’esso forse dovuto ad un adattamento alla penultima glaciazione.

Per realizzare il «modello» che riproduce l’Uomo di Altamura è stata effettuata una campagna scientifica che è stata realizzata direttamente nella grotta di Lamalunga, dove lo scheletro è ancora incastrato nella roccia, attraverso rilievi sulle ossa con il laser scanner, una tecnica non invasiva che permette di «ricostruire» virtualmente l’intero scheletro. Le ricerche sono state condotte da un’équipe guidata dal paleoantropologo dell’Università La Sapienza di Roma, Giorgio Manzi.


ANSA
Un fermo immagine dal video che mostra i modelli su cui hanno lavorato biologi e paleoantropologi

Tali ricerche sono state poi combinate con i dati estrapolati dal dna arcaico (mitocondriale), a sua volta prelevato da un frammento di scapola. La mappatura, su cui ha lavorato il biologo dell’Università di Firenze David Caramelli, ha stabilito che si tratta senza dubbio di un Neanderthal (specie umana estinta) ed ha confermato che era un maschio, oltre a fornire altri elementi.

I paleo-artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis, fra i più qualificati al mondo in ricostruzioni paleoantropologiche, hanno poi realizzato l’Uomo di Altamura su scala naturale combinando dati scientifici ed interpretazione delle informazioni.

L’«abitante» di Lamalunga è stato scoperto nel 1993 durante un’esplorazione speleologica. La datazione, per la precisione, oscilla fra i 128.000 ed i 187.000 anni fa (in media 150.000). Ed è un Neanderthal tra i più arcaici. Sicuramente il più antico fra quelli a cui è stato estratto il dna. Questo dato è emerso da un altro tipo di studio, pubblicato anche su Nature e sulla rivista specializzata Journal of Human Evolution. Vale a dire la tecnica dell’uranio-torio sui depositi di calcite che, sfoglia dopo sfoglia, sono stati esaminati sul frammento di osso e sulle stalattiti.

Il progetto della ricostruzione voluto dal Comune di Altamura e gestito in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Puglia - ha detto il sindaco, Giacinto Forte - rappresenta una «anteprima della Rete museale Uomo di Altamura, di prossima inaugurazione». L’operazione di ricostruzione iperrealistica dell’Uomo di Altamura, che si è avvalsa di tutti i dati raccolti dai ricercatori in 5-6 anni di lavoro e dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia, è costata circa 80-90mila euro ed ha impegnato i due esperti paleo-artisti olandesi per diversi mesi.

Quello di Altamura è forse il più antico Neanderthal del mondo scoperto finora, vissuto circa 150mila anni fa. «Gli artisti - sottolinea il prof.Manzi - lo hanno rappresentato così, con una espressione che rivela quasi un ghigno, quasi voglia dirci “sto aspettando che mi venite a liberare dalla mia prigione di calcare”». «È una ricostruzione - aggiunge Manzi - straordinaria, molto suggestiva. Ma non significa che questo Neanderthal lo abbiamo capito totalmente. Lo scheletro, questo reperto di straordinaria importanza, deve ancora dirci tante cose».

Nel corso dell’incontro è stata anche mostrata la ricostruzione 3D del cranio dell’Uomo di Altamura, estratto virtualmente dal suo scrigno carsico nell’ambito dello stesso progetto di ricostruzione. Un primo e unico frammento dello scheletro, estratto fisicamente nel 2009 da una scapola, ha consentito di raccogliere dati sul Dna, quantificare alcuni aspetti sulla morfologia e risalire ad una data: è stato così possibile collocare cronologicamente l’Uomo di Altamura in un intervallo finale del Pleistocene Medio compreso tra i 172 e i 130mila anni. 

L'azienda-caserma che produce i nuovi iPhone. Le prime foto spettrali dalla Cina

Libero
Adriano Scianca



Forse l' eccellenza è impossibile da ottenere senza ordine e disciplina. Ma certo fa un po' effetto confrontare le parole e lo stile di Apple in pubblico, dove tutto è così easy, buono e solidale, e le sue fabbriche in Cina, dove gli operai vengono messi in riga con uno stile militare che ricorda più le parate su piazza Tienanmen che le magnifiche sorti e progressive della mela morsicata.

Eppure è questa l' immagine che emerge dalle foto scattate nella fabbrica degli iPhone di Shanghai da Shai Oster e Qilai Shenper per Bloomberg. È la prima volta che dei reporter occidentali vengono ammessi all' interno della Pegatron Corp, che ha il nome di una misteriosa multinazionale da videogioco, stile Umbrella Corporation, ma in realtà è solamente la fabbrica che produce il melafonino.

Le foto mostrano i 50mila lavoratori sottoposti a rigidi controlli di sicurezza. Per gli operai della Pegatron, niente dolcevita nero e jeans alla Steve Jobs, niente camicie hawaiane come vuole il dresscode libertario della Silicon Valley: a Shanghai i dipendenti vestono tutti giacca rosa, ciabatte e una retina per proteggere i capelli. Ognuno di loro ha un badge di identificazione che viene controllato tramite scansione sull' iPad di un supervisore, durante l' appello del mattino.

Da lì, i lavoratori procedono in fila indiana per la catena di montaggio, ma non prima di aver subito controlli di riconoscimento facciale ai tornelli di sicurezza. E ancora, i lavoratori devono passare attraverso i metal detector progettati per scovare qualsiasi apparecchiatura che possa fungere da macchina fotografica o da strumento per filmare ciò che avviene nella fabbrica. Poi, tramite una scala contornata da una rete di sicurezza (per evitare incidenti, ma anche tentativi di suicidio) si arriva finalmente al posto di lavoro. Secondo il China Labour Watch uno stipendio mensile base nello stabilimento corrisponde a circa 2000 Yuan, 290 euro (il costo di un iPhone in Cina è 4.488 yuan, 613 euro).

Il campus ha una superficie pari a 90 campi da calcio e all' interno ci sono caffetterie, bus navette e laghetti. Sembra tuttavia che sia difficile sorseggiare caffè in riva al lago, visti i turni massacranti. «Ogni secondo è prezioso», ha spiegato il capo della struttura, John Sheu, commentando le rigide ma veloci procedure di sicurezza. Una sorta di gaffe, dopo che la stessa azienda è stata messa sotto accusa in seguito alla morte, avvenuta il 12 dicembre 2013, del 15enne Shi Zaokun. Il ragazzo è deceduto a causa di una polmonite contratta dopo aver lavorato per un mese 80 ore a settimana.

A febbraio dello scorso anno, invece, un altro operaio, Tian Fulei, è stato trovato morto in un dormitorio che condivideva con altri lavoratori. Il suo libretto di lavoro parlava anche di turni di 12 ore, fino a sette giorni alla settimana. Si tratta di 84 ore settimanali, laddove Apple si è più volte impegnata per una settimana lavorativa di non più di 60 ore.

L' azienda si è detta «profondamente addolorata», ma ha aggiunto di aver studiato il caso e di non aver «trovato alcun legame fra il suo decesso e l' ambiente di lavoro». Alla sua famiglia sono stati comunque dati 80.000 yuan come gesto di vicinanza da parte di Pegatron, a cui si sono aggiunti altri 15.000 yuan dopo che la polizia è intervenuta nei negoziati.

Sheu ha inoltre dichiarato a Bloomberg che il loro capillare sistema di controllo sui dipendenti ha anche la funzione di avvisare in automatico l' azienda quando un operaio si avvicina alle 60 ore settimanali. La questione resta tuttavia un nervo scoperto, per Apple. Non è l' unico, se consideriamo che, dopo 51 trimestri consecutivi in crescita, per la prima volta dal 2003 il gruppo oggi potrebbe presentare conti in calo rispetto allo stesso periodo del 2015. Sembra infatti ci sia stato un calo delle vendite di iPhone - che rappresentano due terzi delle vendite del gruppo - pari a un calo del giro d' affari del 10%.

Gli analisti si attendono un fatturato di 52 miliardi di dollari contro i 58 miliardi del precedente trimestre, mentre gli utili per azione dovrebbero passare da 2,33 a 1,99 dollari. Parliamo sempre di microscopiche crepe in un successo clamoroso e senza eguali. Ma qualche segnale di stanchezza, dalle parti di Cupertino, si avverte. Forse qualcuno dovrebbe dire a questi cinesi di non battere la fiacca.

Adriano Scianca

Sono stato truffato su Amazon, ma ho risolto

Libero

Giovanni Ruggiero

Giovanni Ruggiero

 

Dopo quattro anni di onorato servizio, il mio iPhone 4 sta dando evidenti segni di stanchezza, la sua batteria ha la stessa resistenza di un fumatore che fa jogging ed è reattivo nell’apertura delle app quanto un bradipo in overdose da camomilla. Davanti al bivio tra scegliere l’ultimo modello sfornato dalla Apple, che sarà “il nuovo modello” per non oltre sei mesi prima che ne arrivi un altro, o una delle tante alternative che usano il sistema Android, relativamente più economiche, ho deciso per la seconda, con non poche tribolazioni.

La scelta - Il miglior smartphone per rapporto qualità/prezzo non esiste. La scelta è soggettiva, legata alle abitudini di ognuno, ai gusti estetici, al valore che si dà ai soldi. La decisione quindi va per esclusione, per esempio evitando il Vertu Signature Touch, che secondo le cronache recenti sarebbe il telefonino preferito da personaggi come il boss mafioso latitante Messina Denaro. Dicono che non sia possibile intercettarlo, solo perché costa più o meno 8 mila euro. In realtà sui telefonini Vertu gira lo stesso Android di qualsiasi altra cineseria a 60 euro.

Se non è possibile intercettare l’utenza telefonica di un latitante, è grazie ad altri espedienti che magari un giorno approfondiremo. Avendo un reddito più basso di quello che immagino sia quello del boss succitato, ho deciso di comprare un comune Huawei P8 lite Smartphone, Display 5,0 pollici IPS, Dual sim Processore Octa-Core, Memoria 16 GB, Fotocamera 13 MP, Android 5.0, Nero. Da listino, il prezzo più diffuso è di 180 euro, su Amazon.it ne avevo trovato uno “ricondizionato” (quasi nuovo dopo un passaggio sotto le mani di un tecnico) a 135 euro. Mi è sembrata un’offerta conveniente, ma avrei dovuto capire da subito che era troppo conveniente.

Come un pollo - Premetto che da questo momento elencherò senza censura tutti gli errori madornali che ho commesso nella fase di acquisto, spinto dalla fretta di portare a casa quell’affare, nonostante faccia acquisti online dai tempi in cui su eBay si poteva essere felicemente truffati acquistando direttamente con una carta prepagata tipo Postepay. Lo smartphone che volevo comprare era stato messo in vendita su Amazon da un privato, tale “Lisbo”. L’oggetto era in Portogallo, con un paio di euro per i costi di spedizione, lo avrei ricevuto in circa 10 giorni. Aggiungo al carrello, pago in anticipo e mi compiaccio per quanto sono stato furbo a procurarmi l’unico Huawei P8 lite a quella cifra senza muovere il sedere da casa. Naturalmente il giorno della prevista consegna non è arrivato nessun corriere con un pacco in mano.

Sarebbe bastato verificare quante recensioni avesse al momento dell’acquisto il signor Lisbo, cioè zero, per farsi venire qualche dubbio. La fiducia verso l’umanità andava scemando con il passare dell’undicesimo e dodicesimo giorno, ho attribuito il ritardo alle festività pasquali che coincidevano proprio con i giorni di consegna, ma superata la Pasquetta, ho cominciato a sentirmi come l’italo-americano che ha comprato la Fontana di Trevi da Totò. Una condizione diventata certezza quando ho provato a contattare il venditore: ho ricevuto un’email di risposta automatica da Amazon nella quale mi veniva comunicato che il signor Lisbo non era più presente sulla piattaforma. Ottimo, sono stato truffato.

La soluzione - Ho provato a risolvere imprecando davanti allo schermo in tutte le lingue che conoscevo, ma al di là di un effimero benessere temporaneo, non è servito a molto. Carico di boria ho cercato un modo per lamentarmi con il centro assistenza di Amazon, gliene avrei cantate quattro e già convinto di volerli sputtanare tra gli amici, sui social, ovunque. Avrei potuto telefonare a un numero verde, ma non avevo voglia di aggredire un incolpevole operatore. Ho evitato l’email, temendo tempi troppo lunghi. Ho scelto la chat, anche per poter conservare la conversazione, immaginandomi già in tribunale a reclamare i miei soldi. Mi ha accolto Mariangela con toni da motivatore veggente:

“Ciao e benvenuto, controllo subito il tuo ordine e troviamo insieme una soluzione”. Mariangela chiede conferma dei miei dati personali e dice di aver inviato il reclamo della “Garanzia dalla A alla Z, ora riceverai un’email di conferma e il riepilogo del reclamo”. Va bene, ma io rivoglio i miei soldi, e così sarà: questa Garanzia AZ regola le controversie tra venditori e acquirenti. Visto che il venditore si è dileguato, il reclamo va dritto ad Amazon ed entro 5 giorni il maltolto verrà restituito. A dirla tutta, Amazon ci ha messo 24 ore per riaccreditarmi il denaro sul conto, meglio del previsto. Saranno poi loro a mettersi alle calcagna del signor Lisbo, per quanto mi riguarda possono anche spezzargli i pollici.

E ora? - Il mio iPhone 4 resiste, ma sa che le sue ore sono contate. La ricerca del miglior smartphone per rapporto qualità/prezzo continua, anzi si accettano consigli, anche su Amazon, magari senza fretta e da venditori affidabili.

@juan_r

Che cosa c’entra il Palio con le sigarette?» Da Asti a Siena corre la polemica

La Stampa
franco cavagnino

Fa discutere la confezione di una nota marca



Accende la polemica l’inedito abbinamento tra Palio e fumo. Nelle città di Palio da Siena a Ferrara lo stupore corre sui social e tiene banco nelle chiacchiere degli appassionati. Anche Asti, seppur (per ora) con meno clamore che altrove, comincia a muoversi.

Il fatto
Tutto nasce dalla scelta della«British American Tobacco» che produce le sigarette «Ms», già marchio di punta dei Monopoli di Stato che oggi si limitano ad incassarne le accise, di immettere sul mercato un numero limitato di pacchetti con un richiamo al Palio di Siena. Sul retro della confezione si legge un piccolo aneddoto: «Non tutti sanno che nel Palio di Siena a vincere è il cavallo che può arrivare al traguardo anche scosso, ovvero senza fantino: è successo ben 23 volte».

A seguire la scritta «Ms: passione autentica» e più sotto in un lugubre incorniciato nero l’ammonimento che dovrebbe indurre i fumatori a sbarazzarsi per sempre delle «bionde»: «Il fumo danneggia i tuoi polmoni». Sul fronte della confezione è invece raffigurato un suonatore di chiarina in costume chiaramente paliofilo su uno sfondo non meglio identificabile (pare volteggi una bandiera e si intravedano persone). Il musico «poggia» sulla dicitura «Il fumo uccide».

Reazioni
Immaginabile la reazione dei senesi: abbinare la manifestazione a una vera e propria emergenza sanitaria quale il fumo può creare un serio danno di immagine, tanto è vero che sia il Consorzio Tutela del Palio che il Magistrato delle Contrade sono stati messi al corrente per valutare eventuali iniziative. La eco è giunta anche a Ferrara, altra città di Palio, dove l’indignazione è altrettanto palpabile.

«E’ la sigaretta che uccide, non i costumi o le chiarine». Ma dalla città romagnola si insinua un dubbio che ad Asti pare sia per molti, ma non per tutti, certezza. Marco Malossi, scrittore, già vicepresidente della «Federazione italiana sbandieratori» e contradaiolo di San Luca, annota sul suo profilo Facebook: «La chiarina che compare nella foto sul pacchetto di sigarette mi risulta sia del Palio di Asti».

Si tratta, probabilmente (per ora ci si muove usando il condizionale), della fotografia di un musico del gruppo dell’«Asta», utilizzata per un fotomontaggio: forse è stata cancellata dal labaro dello strumento musicale la scritta «Asta». Rolando Doglione, figura «storica» del gruppo degli sbandieratori di Asti, afferma che «dovrebbe trattarsi di un nostro figurante, riconoscibile dal costume». Doglione ha anche annunciato che avrà un incontro con un legale per capire come eventualmente muoversi a tutela dell’immagine del gruppo famoso a livello internazionale.

Comune di Asti
Il consigliere comunale di «Noi per Asti», Federico Garrone ha già presentato un’interpellanza al sindaco Brignolo in cui chiede se l’immagine riportata sulle «Ms» sia effettivamente quella di un figurante del Palio di Asti e «se questa amministrazione era a conoscenza dell’utilizzazione e ne ha prestato il consenso». «In caso affermativo - prosegue Garrone - se siano state riscossi compensi per l’utilizzazione e se non reputi che l’accostamento della manifestazione all’abitudine al fumo non sia dannoso e lesivo dell’immagine della città di Asti».

Quindi conclude: «Se L’Amministrazione non ha prestato il consenso, quali siano le iniziative che intende intraprendere per far cessare l’impropria utilizzazione e se non reputi necessario provvedere all’istituzione di consorzio per la tutela del Palio».

La foto dimostra: sui migranti ci prendono in giro": bufera sul Coisp

Rachele Nenzi - Mar, 26/04/2016 - 12:30

Il sindacato di Polizia pubblica una foto in cui si dimostrerebbe che sui naufragi dei migranti "ci prendono per i fondelli"



Una foto della discordia, pubblicata su Twitter dal Co.I.S.P., il sindacato di polizia.

L'immagine circola da mesi sui social network, ma è stata rilanciata solo nei giorni scorsi dal sindacato. Si vedono dei migranti in mezzo al mare, con i salvagenti lanciati dai soccorritori. Secondo il Coisp si tratta solodi "propaganda mediatica".

Infatti, dalla immagine pare che uno dei migranti riesca a stare in piedi in acqua, mentre gli altri faticano a stare a galla. La foto risale ad un naufragio del 2015 nel Mar Egeo, in cui sarebbero morti anche quattro bambini. Ma commentando la foto il sindacato commenta: "I casi sono tre - si legge nella didascalia -. O è alto 7 metri, o cammina sulle acque come Mosè, o ci stanno tirando per i fondelli".
http://www.ilgiornale.it/sites/default/files/styles/content_foto_node/public/foto/2016/04/26/1461665927-081821318-f7c3ea85-6180-4de7-916d-b0ac58f629e5.jpg

Panama Papers: ottimi hacker

ilgiornale.it
Fulvio Scaglione

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Vogliamo dirlo? I Panama Papers sono un ottimo esempio di hackeraggio e un pessimo esempio di giornalismo. Fanno impallidire Edward Snowden, che pure nel 2013 rivelò al mondo la rete globale di spionaggio degli Usa, e Julian Assange con i suoi WikiLeaks del 2010. Ma fanno arrossire chiunque provi a fare questo mestiere seriamente. Al di là di aver convinto qualcuno a trafugare i dati (e sarebbe interessante sapere quanto sia costato), di investigativo c’è abbastanza poco.

La ragione per pensarlo sono molte e semplici. Come tutti ormai sanno, i Panama Papers sono 11 milioni e mezzo di file che coprono 38 anni di attività (1977-2015) della Mossack Fonseca, una società con sede a Panama City (660 dipendenti, filiali in 42 Paesi) la cui principale vocazione è mettere al riparo in adeguati paradisi fiscali i risparmi di personaggi danarosi.

Detto questo, ecco alcune di quelle ragioni.
La prima e meno rilevante, ma non ininfluente, è che avere conti off shore non è reato se il titolare è in regola con le leggi fiscali del proprio Paese. Questo viene in effetti detto ma tra le righe, in caratteri minuscoli, come i codicilli delle assicurazioni. Il lettore inesperto è portato a credere che un conto off shore sia un crimine in sé.

Secondo: i finanziatori dell’Investigative Consortium of Investigative Journalism che ha pubblicato i Panama Papers sono di varia estrazione. Si va dalla Open Society di George Soros (Usa, gran finanziatore della campagna elettorale di Hillary Clinton) al Sigrid  Rausing Trust (Gran Bretagna, un budget per il 2016 di 30 milioni di euro), dalla Adessium Foundation (Olanda, fondata nel 2005) al miliardario australiano Graeme Wood (noto per aver fatto, nel 2010, la più ingente donazione nella storia d’Australia: 1,6 milioni di dollari ai Verdi).

Ora, sarà un caso ma in questi Panama Papers non figura alcun americano o australiano o olandese. Per la Gran Bretagna c’è solo il padre, ormai morto, del premier Cameron. Chiederci di credere che nessun riccone americano o australiano abbia mai provato a usufruire dei servizi di una società off shore è davvero un po’ troppo.

Terzo: tutta l’informazione raccolta con l’hackeraggio è presentata in modo tendenzioso, per non dire fazioso. La home page del sito che presenta i documenti (https://panamapapers.icij.org) è costruita in modo che l’attenzione sia attratta dall’immagine di un uomo portato a braccia da due soccorritori in una città distrutta. Siamo in Siria e sul tema c’è anche un video molto drammatico. In sostanza, il sito ci dice che nei file sottratti a Mossack Fonseca ci sono tracce delle attività di una serie di 33 compagnie che sarebbero sulla lista delle società finite sulla lista nera per rapporti con organizzazioni terroristiche.

L’unica compagnia identificata con nome e ragioni sociali, però, è la Pangates, società specializzata in petrolio e carburanti con sede negli Emirati Arabi Uniti. La Pangates avrebbe fornito carburante speciale per i caccia dell’aviazione del Governo siriano. Carburante che, dice il sito, è servito ad Assad per uccidere migliaia di civili. Ovviamente Isis, Al Nusra e altri soggetti qui non sono menzionati, nemmeno in ipotesi.

Poi però salta fuori che la Pangates è parte dell’Abdulkarim Group, che è un’azienda siriana. Un’azienda siriana che procura carburante all’aviazione del proprio Paese. Potrà non farci piacere ma non è così strano. L’attenzione, semmai, dovrebbe essere puntata sulle autorità degli Emirati Arabi Uniti, Paese fedele alleato degli Ua ma a quanto pare renitente a seguirne le indicazioni.

Quarto: con un’abile operazione, tutto il peso delle rivelazioni è caricato su Vladimir Putin, il babau dell’Occidente, il bersaglio preferito dell’Open Society di Soros, che l’ha più volte definito un pericolo maggiore dell’Isis. Tra i tanti personaggi di spicco, Putin è l’unico che non può essere tirato in ballo personalmente. Però si sostiene che i suoi amici hanno portato una somma enorme nei paradisi fiscali (ripetiamo: non è detto che sia reato) e che lui “non poteva non sapere”.

È difficile non pensare che in questo caso, accanto al marketing, ci sia anche la direttiva politica. Per carità, nessuno è nato ieri: se i suoi amici si sono arricchiti, il potere e l’influenza di Putin avranno pur giocato la loro parte. Ma vogliamo fare il giochino del “non poteva non sapere” con gli altri grossi nomi? Re Salman dell’Arabia Saudita: in quel Paese fanno tutto i servizi segreti Usa, volete che non sapessero? Il presidente ucraino Poroshenko?

Il ministro delle Finanze dell’Ucraina è un’americana che, prima di prendere alla svelta il passaporto e la poltrona, ha lavorato al Dipartimento di Stato e all’ambasciata Usa di Kiev. Potevano gli Usa non sapere di Poroshenko, una loro creatura? E così via, passando per la famiglia Cameron, per quella dell’autocrate Ilham Aliev dell’Azerbaigian e quella del premier del Pakistan Nawaz Sharif, tutti Paesi rigorosamente alleati degli Usa.

Insomma, è come si diceva: complimenti per il furto di dati ma non tiriamo in ballo il giornalismo investigativo.