lunedì 2 maggio 2016

Documento scaduto o smarrito? ​Arriva la carta d'identità last minute

Gabriele Bertocchi - Lun, 02/05/2016 - 12:16

L'iniziativa è del Comune di Fiumicino. Al terminal 3 è stato creato uno sportello "Carta d'identità al volo", che permette ai viaggiatori più sbadati di rifare il documento in pochi minuti. Un'idea che potrebbe essere esportata in altri Comuni d'Italia



Un'idea, quella del Comune di Fiumicino, che ha già prodotto la bellezza di 130mila euro di incasso.
Si tratta di una sportello, situato all'aeroporto Leonardo da Vinci ch permette ai viaggiatori più sbadati di aver in pochi minuti una nuova carte d'identità. Un'iniziativa che potrebbe presto espandersi anche in diversi Comuni italiani.

Il progetto, che oramai è diventato una realtà, è scattato da un anno e mezzo. Il Comune di Fiumicino ha posizionato al terminal 3 dell'aeroporto romano lo sportello "Carta d'identità al volo". Da subito è stato un successo. Solo nel 2015 sono stato 2.500 i viaggiatori che sono corsi a rinnovare il documento, poco prima di un viaggio. Praticamente, come riporta Il Messaggero, una decina di passeggeri al giorno. L'ufficio è aperto dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 18 e al sabato dalle 8 alle 14.

Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, racconto: "l servizio funziona ed è particolarmente apprezzato. Sono tanti gli attestati di stima e le lettere di ringraziamento arrivate in Comune. Solo nella giornata di oggi sono state rilasciate 15 carte d’identità. Ci sono anche casi in cui non sono i turisti a ottenere il nuovo documento, ma chi deve prendere l’aereo per partecipare a un concorso, effettuare un intervento o sostenere un colloquio di lavoro".

Lo sportello non è nient'altro che un'estensione dell'ufficio anagrafe del Comune di Fiumicino. Ma i cittadini di tutta Italia possono chiedere la carta d'identità last minute. In 18 mesi di attivitò lo sportello ha dato risposte a 4.500 viaggiatori. Il servizio funziona grazie a una piattaforma informatica online collegata alle banca dati di alcuni comuni italiani. E come fare per ottenere il nuovo documento? Nulla di più semplice:

"Bisogna andare al box, munito di titolo di viaggio, restituire il documento scaduto o deteriorato oppure presentare la denuncia di smarrimento unitamente ad altro documento di riconoscimento alla presenza di due testimoni. Il costo dell’operazione è di 30 euro". Un'idea che potrebbe essere adottata in molti Comuni italiani. Soprattutto leggendo le cifre e gli incassi che ha prodotto: ben 130 mila euro in un anno.

Italia pedofila: nessun perdono.

Nino Spirlì



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Cristo me lo chiede. La mia Fede in Lui me lo impone. Guardo l’effigie della Vergine Maria che scalda la mia camera da letto e l’icona della Madonna Glicofilusa, Custode della mia casa e della mia Famiglia, e mi sento una nullità. Non sono, dunque, un “buon cristiano”. Ma…

Ma io non so perdonare! Non so e non voglio ammorbidire il mio cuore e cercare di provare pena, compassione, per tutti quei pervertiti maledetti pedofili, che abusano dei bambini, devastano la loro vita, impastano di merda i colori dei loro sogni, spengono le luci delle loro semplici felicità. Nessuna pietà, da parte mia, per i loro complici: mogli, mariti, madri, padri, fratelli, parenti, amici, conoscenti… No, nessun perdono.

Non so evitarmi, purtroppo, la lettura degli articoli, la visione dei tg e dei programmi tv che denunciano quotidianamente il peggiore di tutti i reati, il più demoniaco dei peccati. Sono troppi e tutti invadenti come la pioggia su un tetto di canne. Carta stampata, video, radio, social, ingrassano con la peggiore delle notizie…

Ed io, come milioni di altri come me, patisco questa Croce.

Provo nelle carni la scossa di terrore sordo che provano quei poveri angeli e, come loro, soffoco l’urlo di dolore e orrore. Impazzisco, se tento di pensare cosa passi per la mente di quegli innocenti, mentre le mani bastarde e schifose di adulti luridi rubano il loro tesoro più grande: la fiducia. Avrei un solo desiderio: averli fra le mani, quei figli di satana. E sarei un boia senza scrupoli. So cosa si provi ad essere violati, sì, lo so. Ma io l’ho bevuto da adulto, l’amaro calice. Forse, anzi sicuramente, molto meno amaro di quello che arriva alle candide labbra di questi pulcini indifesi.

Dove sono le madri, mi chiedo a volte. I padri. Dio. Resto senza risposta.

Il Cielo spegne gli occhi mille e mille volte al giorno. Consegna ai demoni mille e mille agnelli sacrificali. Dalle spose bambine di quel mondo islamico senza scrupolo e pietà, alle migliaia di infanti mutilate nella loro intimità con lame arrugginite, pezzi di vetro e ricucite con spine d’acacia da vecchie puttane senza cuore, senza scuole, senza testa, in nome di un dio buono per i terroristi. Dai bambini sfruttati a morte nei campi e nelle risaie o nei capannoni fatiscenti di industrie periferiche al soldo dei miliardari del progresso, ai figli venduti sul mercato del sesso dei Paesi senza freno da famiglie afflitte dalla fame e dall’analfabetismo.

Fino ad arrivare al nostro Occidente civilizzato dove migliaia di figli di zingari, riconosciuti ladri recidivi, vagano fra le genti e le automobili del traffico, come zombie senza cervello, alla ricerca di monetine o portafogli, che gli salvino la vita dalle botte dentro le roulotte, la sera, se al rientro tornano a mani vuote. Già, anche questo Occidente dove angioletti innocenti come Gesù alla Mangiatoia cadono come soldati al fronte sotto i colpi di preti sporcaccioni, di vescovi complici silenziosi, di cardinali grassi del sangue di poveri malatini. Dove, nelle case, i padri violentano i propri figli, nel silenzio omertoso, quando non correo, della propria compagna, dell’intera famiglia.

No, non è solo Fortuna di Caivano, Loffredo di Caivano, Yara, e Tutti gli Altri di cui si è saputo. Sono le migliaia di cui NON SI SA, a cui penso. Perché anche adesso, in questo istante, in qualche angolo buono, ci sono due occhi sbarrati, un urlo soffocato, un dolore lancinante, un sogno che si spegne, una vita che finisce.

E noi? Noi abbiamo l’obbligo di non tacere!!! L’obbligo di segnalare anche solo un sospetto. Perché meglio rischiare la querela, che essere complice di un abuso. Di una morte.

E, alla fine, sì, che sia pena di morte per i carnefici. PENA DI MORTE! Qualsiasi.
Fra me e me.

Diretta Twitter” sull’uccisione di Bin Laden, la Cia fa discutere

La Stampa
giordano stabile

Cinque anni fa il blitz ad Abbottabad che eliminò il leader della Cia



La Cia ha ricordato il quinto anniversario dell’uccisione di Osama bin Laden in un blitz condotto dalle forze speciali in Pakistan con una “diretta Twitter” che ha suscitato polemiche in tutto il mondo.

Il blitz del 2011
Il 2 maggio del 2011 le forze speciali americane, atterrate con speciali elicotteri Black Hawk “invisibili” e silenziosi, entrarono nel compound alla periferia della città pachistana per catturare il terrorista più ricercato al mondo. Nel conflitto a fuoco però Bin Laden venne ucciso. Il corpo portato sua una portaerei al largo del Pakistan e poi sepolto in mare, in modo che il luogo della sepoltura non diventasse luogo di pellegrinaggio.

Grottesca e imbarazzante
La ricostruzione del blitz però non ha convinto mai del tutto l’opinione pubblica mondiale, specialmente quella dei Paesi musulmani. La “diretta Twitter” ricostruisce le ultimi fasi dell’indagine che portarono a individuare il nascondiglio di Bin Laden e al blitz.

Obiettivo Al-Baghdadi
Per molti internauti però la scelta della Cia è stata “grottesca e imbarazzante”. La decisione è stata difesa dal direttore dell’agenzia John Brennar che ha sottolineato l’importanza di aver eliminato il capo di Al-Qaeda. Ora “il prossimo obiettivo” è il leader dell’Isis, il Califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

Italiani che cambiano regione Come (e perché) ci mescoliamo

Corriere della sera
di Andrea Marinelli

Negli anni Cinquanta e Sessanta si partiva dal Sud puntando il triangolo industriale del Nord-Ovest: Milano, Torino, Genova. Oggi l’Italia delle migrazioni interne guarda altrove, tornando a volte persino sui suoi passi. E si muove lungo i binari dell’alta velocità. È quello che emerge analizzando i dati dell’Istat sui trasferimenti di residenza da una regione all’altra effettuati negli ultimi dieci anni, che mostrano come la migrazione interna ha subito in questo decennio profondi cambiamenti e una riorganizzazione dei flussi.

«Alcune delle dinamiche complessive sembrano essersi in parte modificate, come ad esempio il rapporto fra gli spostamenti di lunga percorrenza tra un’area e l’altra del Paese e le migrazioni all’interno delle singole aree», scrivono Michele Colucci e Stefano Gallo in Tempo di Cambiare (Donzelli editore), il rapporto 2015 sulle migrazioni interne in Italia. «Altri fenomeni emergono come delle interessanti novità: ad esempio i flussi di ritorno dal Centro-Nord al Mezzogiorno o la variabilità nelle zone di attrazione per i cittadini stranieri».


In termini assoluti non sembra cambiato molto: la Campania è la regione che, fra il 2004 e il 2014, ha esportato più residenti verso le altre regioni d’Italia, 433.986 persone, mentre la Lombardia è quella che ne ha importati di più nello stesso arco di tempo, con 507.766. Eppure, in termini relativi, ovvero rapportando arrivi e partenze alla popolazione regionale, i risultati raccontano una storia diversa: in testa a entrambe le classifiche svetta la piccola Valle d’Aosta – regione di frontiera dalla mobilità elevata, trainata dal turismo e dall’ambiente – che negli ultimi dieci anni ha visto partire il 9,94% della propria popolazione attuale e ha guadagnato il 10,05%. Alle sue spalle spiccano — con percentuali altissime su popolazioni molto più consistenti — la Calabria fra le partenze (il 9,05% in dieci anni) e l’Emilia Romagna fra gli arrivi (il 7,7%).

Per avere un’idea più chiara delle nuove destinazioni, tuttavia, bisogna guardare il saldo migratorio: in fondo alla classifica, con saldo negativo, siedono tutte le regioni del Sud, in particolare la Campania (-3,65% della popolazione in dieci anni) e la Calabria (-3,57% fra il 2004 e il 2014). In testa c’è proprio l’Emilia Romagna, affiancata dalla provincia autonoma di Trento: la prima ha guadagnato il 2,7% della popolazione in dieci anni, la seconda il 2,26%.

«Questa è la grande novità degli ultimi anni», spiega al Corriere della Sera Colucci, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche — Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo. «Il baricentro delle migrazioni si è spostato dal Nord Ovest verso il Centro e il Nord-Est. A guidare il cambiamento sono state le politiche di welfare, le opportunità e i servizi. La qualità della vita urbana è indubbiamente più alta: ci si sposta anche per questo motivo, non solo per il lavoro».

Nel 2012, inoltre, si assiste a un picco notevole nei trasferimenti di residenza che dipende – oltre che dalla crisi – dal cambio della legge sui trasferimenti di residenza: «un incremento dovuto alla riduzione dei tempi delle procedure amministrative d’iscrizione anagrafica», spiegano Corrado Bonifazi, Frank Heins ed Enrico Tucci nel saggio Le migrazioni interne in Italia nel 2011-12, pubblicato nel rapporto sulle migrazioni del 2014. «Una variabile decisiva riguarda italiani e stranieri», continua Colucci. «In percentuale questi ultimi si muovono di più, e la classe di età più mobile è quella delle donne straniere di mezza età, ovvero le badanti che si spostano su tutta la Penisola».

La rotta più battuta è quella che dalla Campania porta al Lazio, in particolare dalla provincia di Napoli verso Roma, percorsa da 84.451 persone che hanno cambiato residenza negli ultimi dieci anni. «Potrebbe sembrare bizzarro ma, oltre alle opportunità, entrano in gioco aspetti di carattere qualitativo, come l’Alta Velocità ferroviaria: ora Napoli e Roma sono più vicine, distano poco più di un’ora di treno».

A confermarlo è anche Fabrizio Dell’Orefice, portavoce di Trenitalia, secondo il quale — insieme alla Torino-Milano — la tratta Napoli-Roma è la più frequentata. «La abbiamo inaugurata dieci anni fa, è stata la prima grande tratta italiana: negli ultimi cinque anni i passeggeri sono aumentati del 46%», spiega Dell’Orefice. «Oggi ci sono così tanti abbonati che spesso non si riusciamo a soddisfare le ricerche e abbiamo avuto un richiamo dell’Agenzia per la sicurezza ferroviaria: in troppi erano costretti a viaggiare in piedi».

Un altro aspetto interessante riguarda il Veneto, da cui nessuno se ne vuole andare: appena il 3,3% della popolazione. Anche questo, storicamente, è un dato importante. «Fino agli anni Settanta era la regione del Nord da cui si partiva di più», spiega Colucci. «Nell’arco di una generazione abbiamo assistito alla trasformazione: da terra di migranti è diventata, grazie al boom dell’industrializzazione degli anni Settanta e Ottanta, un polo dell’immigrazione».

@AndreaMarinelli

Germania, manifesto anti-immigrati La destra: l’Islam non è parte di noi

Corriere della sera

di Maria Serena Natale

Il congresso del partito AfD chiede il divieto di indossare il burqa e di costruire minareti. «Una religione che combatte il nostro ordine non è costituzionale»

La leader di AfD, Frauke Petry, 40 anni

«L’Islam non è parte della Germania e la sua versione più ortodossa è anticostituzionale». Così il primo programma adottato dal partito tedesco anti-immigrati Alternative für Deutschland (AfD), riunito in congresso a Stoccarda. Il testo della mozione programmatica interviene a gamba tesa nel dibattito sull’immigrazione nella Germania alle prese con il milione di richieste d’asilo del 2015 e con la riflessione pubblica innescata da fatti di cronaca che hanno coinvolto immigrati, come l’aggressione collettiva di Capodanno a Colonia: «Un Islam ortodosso, che non rispetta il nostro ordine e pretende di combatterlo, che aspira a imporre la sua religione sulle altre, non è costituzionale», recita il documento.
Consensi in ascesa
AfD, fondata solo tre anni fa con una piattaforma anti-euro progressivamente scivolata su posizioni apertamente xenofobe e anti-Islam, non ha deputati nel Parlamento federale ma conta rappresentanti in otto dei sedici Länder, con consensi in crescita nei sondaggi: gli ultimi la accreditano del 14% (la soglia di sbarramento per il Bundestag è del 5%). Una minaccia per i partiti tradizionali e soprattutto per i cristiano-democratici della cancelliera Angela Merkel in vista delle elezioni del 2017.
«No al dialogo»
In una due giorni di dibattito infuocato a Stoccarda, la maggior parte dei duemila delegati ha applaudito alle proposte di rimozione dei «simboli del potere islamico» — chiedendo un bando contro burqa e minareti — e ha contestato i tentativi di apertura al «dialogo con la comunità musulmana». La co-presidente Frauke Petry, volto di questa nuova destra dura, ha ricordato alla platea che Alternative è «per la neutralità religiosa». Confronto nel segno della tensione. Già sabato gli scontri con militanti della sinistra radicale avevano portato a centinaia di fermi e ritardato l’apertura dei lavori.
La comunità tedesca
In Germania vivono quasi quattro milioni di musulmani, provenienti per la maggior parte dalla Turchia e pari al 5% della popolazione (i nuovi arrivati sono invece originari di Siria, Iraq e Afghanistan). Il mese scorso il capo del Consiglio centrale dei musulmani tedeschi aveva paragonato i militanti di AfD ai nazisti di Adolf Hitler.

1 maggio 2016 (modifica il 1 maggio 2016 | 16:06)

Addio a Berrigan, padre del pacifismo Il volto del no alla guerra in Vietnam

Corriere della sera

di Maria Serena Natale

Il gesuita che guidò il movimento contro la violenza e finì in carcere per aver bruciato i nomi dei soldati pronti a partire per il fronte. Aveva 94 anni

«Non bombardare»: padre Berrigan nel 1973 a New York
«Non bombardare»: padre Berrigan nel 1973 a New York

«Avrei potuto fare prima le cose che ho fatto, come Catonsville» rispose nel 2009 alla rivista cattolica America che gli chiedeva se avesse rimpianti. Il reverendo Daniel Berrigan, volto dell’opposizione americana alla guerra in Vietnam, è morto a 94 anni dopo una lunga malattia in una clinica di New York.
Il processo ai «Nove di Catonsville»
Prete gesuita nato in una famiglia tedesco-irlandese di Virginia nel Minnesota, scrittore e poeta autore di oltre cinquanta libri, insieme al fratello minore Philip (morto nel 2002) divenne il volto della protesta negli anni Sessanta. Il 17 maggio 1968 i fratelli Berrigan entrarono con altri sette attivisti nell’ufficio reclutamento di Catonsville, nel Maryland, e diedero fuoco ai documenti che riguardavano le giovani leve in partenza per il fronte. «I nove di Catonsville» furono processati e condannati a pene dai due ai tre anni e mezzo di carcere. Un processo che lo stesso reverendo Berrigan, scarcerato nel 1972 dopo un tentativo di fuga e il definitivo arresto da parte di agenti dell’Fbi, raccontò in un atto unico teatrale poi diventato un film.
Le battaglie per la pace
Una battaglia per la non violenza, che inglobava ecumenismo cattolico e sinistra pacifista, lunga una vita. Nel 1980 i fratelli Berrigan lanciarono il Plowshares Movement, «movimento degli aratri» contro la proliferazione delle armi nucleari. Furono arrestati ancora, per aver fatto irruzione in un impianto missilistico della General Electric a King of Prussia, in Pennsylvania, e aver danneggiato testate nucleari. Posizioni sempre radicali. Negli anni hanno continuato a schierarsi: contro le guerre del Golfo e nel Kosovo, contro le invasioni americane di Afghanistan e Iraq, contro l’aborto. A 92 anni padre Berrigan ha preso parte ai raduni di Occupy Wall Street a Zuccotti Park, New York.
Alti e bassi
Un incrollabile attivismo politico sorretto da una spiritualità vissuta come impegno. Nel 2008, guardandosi indietro, il reverendo rifletteva sulla breve durata degli slanci ideali della sinistra Usa, «tipica degli alti e bassi della vita emotiva americana. È molto difficile tenere in vita un movimento che abbia una forma riconoscibile senza una base spirituale». E a chi gli domandava come immaginasse una possibile iscrizione per la sua lapide, rispondeva: «Non è stato mai noioso. Alleluia»

1 maggio 2016 (modifica il 1 maggio 2016 | 12:14)

Quel meteorologo è troppo brillante, spediamolo subito in un gulag”

La Stampa
mirella serri

La storia di Aleksej Vangengejm, comunista convinto e anticipatore dell’energia eolica. Popolarissimo nell’Urss, fu mandato a morire da Stalin come capro espiatorio della carestia


Joseph Vissarionovich Stalin (1878-1953) in un manifesto della propaganda sovietica

Il socialismo, diceva Lenin, era il potere dei soviet più l’elettrificazione. Per il meteorologo Aleksej Feodos’evich Vangengejm invece era i soviet più le energie rinnovabili. Già, proprio così. Scienziato assolutamente d’avanguardia, creatore di un’impresa mastodontica come il Servizio idrometeorologico unificato dell’Urss, in anticipo sui tempi, Vangengejm aveva progettato di fornire l’energia elettrica non secondo i metodi più tradizionali ma con una foresta di pale eoliche che andasse dallo stretto di Bering e dalla Kamchatka fino alle coste del Mar Nero.

CADUTO NELL’OBLIO
Proposte avveniristiche per gli Anni Trenta: eppure Vangengejm è stato completamente dimenticato. «Nel 1934 - scriveva - avrei dovuto concludere il primo atlante della distribuzione dell’energia dei venti in Urss. Sarà sicuramente pubblicato. E così sarà per il catasto del sole… Ben presto i vasti territori dell’Unione Sovietica saranno elettrificati dall’energia del vento. Senza di me, però», rilevava.

LA STORIA IN UN LIBRO
Niente di più vero: mentre redigeva queste note era diventato il numero 34776 che accompagnava la sua foto segnaletica nel carcere «a regime speciale» delle isole Solovki, il primo Gulag. Ma quali gravi colpe poteva aver commesso uno studioso di variazioni climatiche? A raccontare adesso la storia del Meteorologo (Bompiani, € 18, pp 174) è lo scrittore Olivier Rolin il quale ha ritrovato nella biblioteca del lager dove Vangengejm fu rinchiuso, le commoventi lettere alla figlia Eleonora (divenuta una famosa paleontologa, si suiciderà a tarda età nel giorno della ricorrenza dell’arresto del padre).

Autore di numerosi romanzi, Rolin si è formato nei combattivi Anni Settanta e ha militato nella radicale «Sinistra proletaria» francese. Ora ha lavorato intensamente per riportare alla luce la vicenda del meteorologo finito nella rete dei processi staliniani non solo per la singolarità di questa storia ma anche per tributargli uno speciale omaggio: quello della sua generazione e di tutti coloro che nel Novecento per tanto tempo hanno chiuso gli occhi e volutamente ignorato «la storia atroce di ciò che fu il socialismo reale». 

IL METEO IN GUERRA
Studente assai brillante, Vangengejm aveva cominciato a farsi notare occupandosi di pluviometria, di igrometria e di pressione barometrica. Nella Prima guerra mondiale fu a capo del servizio meteorologico in Galizia e le sue conoscenze in battaglia furono fondamentali: prevedere pioggia e vento serviva a rendere efficaci e precisi gli attacchi con i gas mortali. 

PIONIERE DELLE RINNOVABILI
Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, Vangengejm, che condivideva gli ideali del regime comunista, diventerà un personaggio cardine per lo sviluppo dell’agricoltura socialista con i bollettini radio da lui ideati, con la creazione di stazioni meteorologiche e il servizio per l’intero Paese, che lui chiamava «mio caro bambino sovietico». Il meteorologo divenne una personalità di spicco, amico e frequentatore delle massime autorità sovietiche - da Gor’kij alla Krupskaja, la vedova di Lenin, al commissario del popolo per l’educazione, Lunacharskij, a Stalin.

I suoi studi, sempre in anticipo sui tempi, andavano dal rapporto tra salute e ambiente, allo sviluppo dell’energica eolica e solare che «permetteranno - annotava - di lottare contro la siccità e contro il deserto, là dove si trovano venti forti e caldi e dove è assai difficile far pervenire carburante per i motori. Ben presto i grandi territori dell’Unione Sovietica saranno tutti elettrificati grazie all’energia alternativa». Nel momento in cui lo arrestarono aveva in tasca alcuni importanti articoli scientifici proprio su questi temi.

TRA FALSE ACCUSE E INVIDIE
Le accuse contro di lui? Era colpevole di sabotaggio del Servizio idrometeorologico, di previsioni intenzionalmente errate per danneggiare le coltivazioni, di distruzione della rete delle stazioni (da lui stesso costruita) per prevenire la siccità. In realtà aveva pubblicato sulla rivista da lui diretta l’articolo di uno studioso che, sostenendo una teoria innovativa sulle depressioni atmosferiche, non aveva citato il pensiero di Lenin e Stalin. Ma c’erano anche i colleghi invidiosi che lo denunciarono come controrivoluzionario e c’era, soprattutto, il desiderio, da parte di Stalin, di addossare i danni delle carestie e della collettivizzazione forzata a un capro espiatorio. 

LA BEFFA DELLA RIABILITAZIONE
Vangengejm proverà a resistere, poi confesserà sotto tortura. Condannato a dieci anni di lavori forzati, con il suo bagaglio che consisteva in un fazzoletto fu spedito nel campo di lavoro da cui sperava di tornare nel 1944. Ma dopo tre anni di sofferenze in una cella senza cibo, torturato dal gelo e dalla fatica sarà deportato altrove, senza alcun diritto alla corrispondenza. Sparì nel nulla. Quando nel 1956, l’anno della denuncia dei crimini staliniani, la sua pratica fu riaperta, il tribunale militare decretò: «Il caso è chiuso perché il fatto non sussiste. Vangengejm Aleksej Feodos’evich è riabilitato a titolo postumo». Insomma non aveva fatto niente. 

SCOMPARSO NEL NULLA
«Il mio nome scomparirà senza lasciare traccia», aveva scritto alla figlia che sarà messa al corrente della sua vera fine solo dopo sessant’anni. Verrà a sapere che suo padre era stato preso a bastonate, poi era stato portato tutto nudo in un bosco e fucilato. Il suo nome e le sue idee furono depennate da tutte le pubblicazioni scientifiche. Con grave danno proprio per le conquiste del socialismo in cui Vangengejm aveva tanto creduto. 

Mia figlia e le 2 bimbe morte nella grande clinica di Milano, in Africa sarebbero vive»

Corriere della sera

di Federico Berni e Simona Ravizza

Parla Giuliano Bordoni, il papà di Claudia: la 37enne è deceduta giovedì alla Mangiagalli alla venticinquesima settimana di gravidanza, in attesa di due gemelle dopo essere stata visitata in altri due ospedali, quello di Busto e il San Raffaele



MILANO Il dolore, l’incredulità. Perdere una figlia per complicazioni insorte durante la gravidanza, in uno dei centri di eccellenza dell’ostetricia in Italia. Giuliano Bordoni è il papà di Claudia, la 37enne deceduta giovedì alla clinica Mangiagalli, alla venticinquesima settimana di gravidanza, in attesa di due gemelle (morte anche loro, il sesso è stato determinato ieri) dopo essere stata visitata in altri due ospedali, quello di Busto Arsizio (Varese) e il San Raffaele.

«Mia figlia se n’è andata tra dolori lancinanti, che accusava da giorni, e nessuno ha mosso un dito», si sfoga l’uomo tra le lacrime dalla sua casa di Grosio (Sondrio), piccolo centro in Valtellina. «Ora siamo sconvolti: forse una cosa del genere non sarebbe successa neanche in Africa, e invece accade in Italia, in strutture considerate di prim’ordine». Claudia è morta sotto gli occhi della madre, che era con lei in Mangiagalli:

«Pensi come può stare ora mia moglie, una mamma che ha assistito a uno strazio del genere, per giorni dentro e fuori dagli ospedali. Vogliamo sapere cosa è successo, episodi simili non devono più capitare a nessuno». Sotto choc il compagno della donna, il biologo ricercatore all’Istituto europeo di oncologia di Milano Roberto Dal Zuffo. Non ha retto alla notizia, e ha dovuto fare ricorso a cure mediche per il dolore. Sulla vicenda, ora, indaga la Procura di Milano per omicidio colposo.

I parenti di Claudia, assistiti dagli avvocati Antonio Sala Della Cuna e Antonio Bana, hanno depositato una prima denuncia alla magistratura, per chiedere che sia fatta chiarezza. «Ci sono molti aspetti che vanno approfonditi nella vicenda, ma il dato da cui partire è uno: Claudia è morta a letto in una camera di ospedale, ha patito dolori lancinanti che l’hanno perseguitata per giorni, e per i quali ha chiesto aiuto», dice l’avvocato Sala Della Cuna.

Il male era talmente forte che, la sera del 26 aprile (il ricovero formalmente inizia il 27, perché avvenuto dopo la mezzanotte), la 37enne manager in una compagnia di assicurazioni ha dovuto chiamare l’ambulanza per farsi trasportare in Mangiagalli: «La schiena le faceva talmente male — sottolinea il legale — che non riuscivano nemmeno a farla salire e sedere in macchina». Ha sofferto tanto, fino a collassare a letto, Claudia, «una ragazza scrupolosissima nel seguire ogni aspetto e possibile complicazione durante la gravidanza».

Sul fronte delle indagini, il sostituto procuratore Maura Ripamonti si è già mossa. Ha chiesto l’esibizione del referto del pronto soccorso del San Raffaele, dove la vittima si era recata il 24 aprile («ma da noi è stata dimessa in assenza di patologie» precisa la clinica fondata da don Verzè) , tutte le cartelle cliniche e le copie degli esami medici sostenuti nel corso della gravidanza, oltre a quelle relative al precedente ricovero del 25 aprile, sempre alla clinica Mangiagalli, e infine la rimanente documentazione dell’ospedale di Busto Arsizio dopo che Claudia nei mesi precedenti si era sottoposta alla pratica della fecondazione assistita.

A giorni, verrà eseguita l’autopsia. Cautela da parte degli inquirenti sulla sussistenza di eventuali responsabilità professionali: la probabile iscrizione dei medici che si sono occupati del caso avverrà come atto dovuto di garanzia, secondo quanto emerso da Palazzo di giustizia. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha deciso di inviare gli ispettori per verificare quanto accaduto. La «task force» composta dagli inviati statali, dai carabinieri del Nas, da professionisti nominati da Agenas e dal

rappresentante della Regione, dovrà accertare se a determinare il decesso della donna abbiano contribuito difetti organizzativi delle strutture sanitarie, e se siano state rispettate tutte le procedure previste a garanzia della qualità e della sicurezza delle cure. Risposte che i familiari di Claudia attendono in fretta. Lei che tanto teneva a quella gravidanza così sofferta. «Gentile, ben educata», la ricordano i commercianti di via Ravizza, l’elegante strada di Milano in cui si era trasferita una decina di anni fa: «Era solo indecisa sulla scelta del nome dei gemelli».

1 maggio 2016 | 07:21

Compagni

La Stampa
jena@lastampa.it

Grazie a Bersani e Vendola avremo il compagno Casini al Quirinale