giovedì 5 maggio 2016

L’ultimo segreto nelle carte di Moro: “La Libia dietro Ustica e Bologna”

La Stampa
francesco grignetti

Da Beirut i servizi segreti avvisarono: “Tripoli controlla i terroristi palestinesi”. I parlamentari della Commissione d’inchiesta: “Renzi renda pubblici i documenti”



Tutto nasce da una direttiva di Matteo Renzi, che ha fatto togliere il segreto a decine di migliaia di documenti sulle stragi italiane. Nel mucchio, i consulenti della commissione d’inchiesta sul caso Moro hanno trovato una pepita d’oro: un cablo del Sismi, da Beirut, che risale al febbraio 1978, ossia un mese prima della strage di via Fani, in cui si mettono per iscritto le modalità del Lodo Moro. Il Lodo Moro è quell’accordo informale tra italiani e palestinesi che risale al 1973 per cui noi sostenemmo in molti modi la loro lotta e in cambio l’Olp ma anche l’Fplp, i guerriglieri marxisti di George Habbash, avrebbero tenuto l’Italia al riparo da atti di terrorismo.

Ebbene, partendo da quel cablo cifrato, alcuni parlamentari della commissione Moro hanno continuato a scavare. Loro e soltanto loro, che hanno i poteri dell’autorità giudiziaria, hanno potuto visionare l’intero carteggio di Beirut relativamente agli anni ’79 e ’80, ancora coperto dal timbro «segreto» o «segretissimo». E ora sono convinti di avere trovato qualcosa di esplosivo. Ma non lo possono raccontare perché c’è un assoluto divieto di divulgazione.

Chi ha potuto leggere quei documenti, spera ardentemente che Renzi faccia un passo più in là e liberalizzi il resto del carteggio. Hanno presentato una prima interpellanza. «È davvero incomprensibile e scandaloso - scrivono i senatori Carlo Giovanardi, Luigi Compagna e Aldo Di Biagio - che, mentre continuano in Italia polemiche e dibattiti, con accuse pesantissime agli alleati francesi e statunitensi di essere responsabili dell’abbattimento del DC9 Itavia a Ustica nel giugno del 1980, l’opinione pubblica non sia messa a conoscenza di quanto chiaramente emerge dai documenti secretati in ordine a quella tragedia e più in generale degli attentati che insanguinarono l’Italia nel 1980, ivi compresa la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980».

L’AVVERTIMENTO - Ecco il messaggio destinato al ministro degli Interni, ai servizi italiani e a quelli alleati in cui si segnala che George Habbash, capo dei guerriglieri palestinesi del Fplp, indica l’Italia come possibile obiettivo di un’«operazione terroristica». Va raccontato innanzitutto l’antefatto: nelle settimane scorse, dopo un certo tira-e-molla con Palazzo Chigi, i commissari parlamentari sono stati ammessi tra mille cautele in una sede dei servizi segreti nel centro di Roma.

Dagli archivi della sede centrale, a Forte Braschi, erano stati prelevati alcuni faldoni con il marchio «segretissimo» e portati, con adeguata scorta, in un ufficio attrezzato per l’occasione. Lì, finalmente, attorniati da 007, con divieto di fotocopiare, senza cellulari al seguito, ma solo una penna e qualche foglio di carta, hanno potuto prendere visione del carteggio tra Roma e Beirut che riporta al famoso colonnello Stefano Giovannone, il migliore uomo della nostra intelligence mai schierato in Medio Oriente. Il punto è che i commissari parlamentari hanno trovato molto di più di quello che cercavano.

Volevano verificare se nel dossier ci fossero state notizie di fonte palestinese per il caso Moro, cioè documenti sul 1978. Sono incappati invece in documenti che sorreggono - non comprovano, ovvio - la cosiddetta pista araba per le stragi di Ustica e di Bologna. O meglio, a giudicare da quel che ormai è noto (si veda il recente libro «La strage dimenticata. Fiumicino 17 dicembre 1973» di Gabriele Paradisi e Rosario Priore) si dovrebbe parlare di una pista libico-araba, ché per molti anni c’è stato Gheddafi dietro alcune sigle del terrore. C’era la Libia dietro Abu Nidal, per dire, come dietro Carlos, o i terroristi dell’Armata rossa giapponese.

Giovanardi e altri cinque senatori hanno presentato ieri una nuova interpellanza. Ricordando le fasi buie di quel periodo, in un crescendo che va dall’arresto di Daniele Pifano a Ortona con due lanciamissili dei palestinesi dell’Fplp, agli omicidi di dissidenti libici ad opera di sicari di Gheddafi, alla firma dell’accordo italo-maltese che subentrava a un precedente accordo tra Libia e Malta sia per l’assistenza militare che per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, concludono:

«I membri della Commissione di inchiesta sulla morte dell’on. Aldo Moro hanno potuto consultare il carteggio di quel periodo tra la nostra ambasciata a Beirut e i servizi segreti a Roma, materiale non più coperto dal segreto di Stato ma che, essendo stato classificato come segreto e segretissimo, non può essere divulgato; il terribile e drammatico conflitto fra l’Italia e alcune organizzazioni palestinesi controllate dai libici registra il suo apice la mattina del 27 giugno 1980».

Dice ora il senatore Giovanardi, che è fuoriuscito dal gruppo di Alfano e ha seguito Gaetano Quagliariello all’opposizione, ed è da sempre sostenitore della tesi di una bomba dietro la strage di Ustica: «Io capisco che ci debbano essere degli omissis sui rapporti con Paesi stranieri, ma spero che il governo renda immediatamente pubblici quei documenti». 

Ammainabandiera

La Stampa
massimo gramellini

Alle bandiere ci si affeziona. Se non fosse che quelle, anziché continuare a garrire impavide sul pennone, si afflosciano e ti cadono addosso, cambiando pure colore. Non hanno la rigidità di un Verdini, che si è guadagnato fama di spacciatore di voti e a essa si attiene con coerenza cristallina, aggiornando soltanto la clientela. Ma per lui è facile, essendo un simbolo del male. Sono i simboli del bene a soffrire di vertigini, lasciandosi fagocitare dalle tentazioni. Si prenda quel Pino Maniaci che veniva esposto in tutte le televisioni come madonnina infilzata dell’Antimafia. Ci aveva fatto credere che i suoi poveri cani fossero stati sgozzati da Cosa Nostra. Invece il dog killer era stato il marito della sua amante.

Ma la bandiera che ci addolora di più ammainare è Rosaria Aprea. La miss campana su cui tanti, sottoscritto compreso, si esibirono in pistolotti edificanti quando, grazie alla sua denuncia, il fidanzato buzzurro che le aveva spappolato la milza a calci finì in galera. Secondo la procura, questa meravigliosa creatura elevata a simbolo della lotta alla violenza contro le donne avrebbe tentato di investire con la macchina un altro ex, che l’ha denunciata per stalking. Ma come, proprio lei? Il suo avvocato sostiene che si tratta di un equivoco: l’ex si è visto arrivare addosso a forte velocità un’auto guidata da una donna che lo detesta e si è buttato di lato, pensando che l’erinni volesse asfaltarlo.

In effetti nessuno può escludere che intendesse inchiodare all’ultimo centimetro. Però nei panni dell’ex qualche perplessità sulla tenuta dei freni e sul buon cuore della miss l’avremmo avuta anche noi.

Piccolo contributo alla questione morale di Berlinguer

La Stampa
mattia feltri

Siccome per la millesima volta si risente parlare di questione morale, e si fa il milionesimo riferimento alla rettitudine di Enrico Berlinguer, offriamo un contributo al dibattito, e cioè l’intervento del medesimo Berlinguer alla segreteria del Pci, settembre 1975, in seguito alle mazzette prese da alcuni comunisti a Parma: «Occorre ammettere che ci distinguiamo dagli altri non perché non siamo ricorsi a finanziamenti deprecabili, ma perché nel ricorrervi il disinteresse personale dei nostri compagni è stato assoluto». 

Come funziona l’analisi forense degli smartphone?

La Stampa
andrea nepori

Sulla scia del caso Apple-Fbi cerchiamo di capire meglio i meccanismi tecnici e legali con i quali è possibile accedere ai dati contenuti nei dispositivi mobili degli imputati (o delle vittime) nel corso di indagini e processi



La lunga contesa fra Apple e l’FBI per lo sblocco dell’iPhone 5C del terrorista di San Bernardino ha riacceso l’interesse sulle pratiche di “Mobile Forensics”, ovvero quella branca dell’analisi forense che si occupa dell’acquisizione dei dati contenuti nei dispositivi mobili degli imputati (o delle vittime) nel corso di indagini e processi.

Il caso californiano riguardava un’inchiesta di alto profilo, attinente alla sicurezza nazionale, e al centro dello scontro c’era il telefono di un terrorista. Le forze dell’ordine e gli inquirenti di tutto il mondo, Italia compresa, si trovano ogni giorno a dover analizzare i dispositivi di migliaia di imputati coinvolti in indagini penali ben più comuni. Abbiamo cercato di capire cosa è cambiato nel corso degli ultimi anni in questo settore, spesso trascurato dalla cronaca, con l’avvento di smartphone e tablet sempre più potenti e sicuri. 

EVOLUZIONE GRADUALE
Le tecniche di analisi forense dei dispositivi mobili hanno seguito i cambiamenti del mercato degli smartphone, cercando di tenere sempre il passo con le novità tecnologiche. Ma se da un punto di vista commerciale l’iPhone ha segnato un punto di non ritorno, in ambito forense non si può individuare un momento di cambiamento drastico e immediato.

«E’ stata un’evoluzione graduale», spiega Nanni Bassetti, segretario dell’Osservatorio Nazionale sull’Informatica Forense (ONIF). «Prima degli smartphone i cellulari erano molto semplici e quasi tutto si trovava sulla scheda SIM. Poi si è passati ai cellulari con memoria e un numero sempre crescente di informazioni e contenuti (come ad esempio gli sms) sono migrati nella memoria del dispositivo. Il passo successivo è stata la diffusione delle fotocamere sui cellulari e infine si è arrivati agli smartphone, che da un punto di vista tecnico sono più simili ai computer che ai telefoni precedenti».

Anche dal punto di vista della sicurezza del dispositivo le differenze con i vecchi cellulari sono sostanziali. «Su un vecchio telefonino il concetto di “Passcode” del dispositivo non esisteva: l’unica misura di sicurezza per l’utente era il PIN della scheda SIM», ci spiega Mattia Epifani, consulente di informatica forense e perito del Tribunale di Milano nel caso Boettcher . «Era una misura sufficiente per proteggere il cellulare da occhi indiscreti ma permetteva sempre di estrarre i dati in ambito di indagine, poiché, anche senza il PIN, l’Autorità Giudiziaria poteva richiedere all’operatore telefonico il PUK e in quel modo accedere comunque al telefono». 

A CACCIA DEI DATI
Se è vero che il codice numerico è diventato - soprattutto nel caso dell’iPhone - una protezione più difficile da aggirare anche per gli inquirenti, è pure vero che non sempre serve accedere al telefono per ottenere i dati utili alle indagini. I moderni smartphone registrano e spesso condividono, anche all’insaputa dell’utente, dati sulla posizione e sulle chiamate cui gli inquirenti possono accedere senza la disponibilità fisica del telefono, rivolgendosi agli operatori e ai responsabili di servizi usati tramite app o sul browser, come chat e social network. Poi ci sono i backup e i dati archiviati sulla nuvola.
«Una pratica comune è l’analisi dei computer alla ricerca di backup fatti dal soggetto,» spiega ancora Epifani.

«Abbiamo affrontato diversi casi dove la persona indagata non ha voluto fornire il codice o non avevamo il telefono a disposizione. Attraverso i backup salvati sul PC dell’indagato è stato possibile recuperare tutti i dati. In alcuni casi, addirittura, sui computer sono stati trovati backup di cellulari non più esistenti che hanno permesso di ricostruire fatti più remoti utili alle indagini.»
Nel caso dei servizi cloud l’accesso può essere complicato dalla locazione fisica del servizio, come abbiamo spiegato qualche giorno fa su queste pagine, parlando delle implicazioni dei casi Apple e Microsoft sulla privacy di tutti , cittadini italiani compresi.

Le poche informazioni che si possono ricavare dai cosiddetti dati di traffico sono spesso già sufficienti a fine di indagine, anche se il telefono cui l’account è collegato non viene sbloccato. Accedendo con le credenziali dell’utente in molti casi è possibile ottenere moltissimo, in particolare nel caso di servizi che registrano in remoto il backup dei dispositivi mobili, come avviene in molti casi per iCloud.

«Le persone indagate o le vittime sono spesso persone comuni che non sempre hanno il livello di attenzione giusto.» aggiunge Epifani. «Basti pensare che secondo gli ultimi report il 43% delle persone non utilizza un codice di blocco sul proprio cellulare. E per non parlare dei computer fissi o portatili, dove le percentuali di chi non usa una password sono ancora più alte».

IL FUTURO DELL’INFORMATICA FORENSE
Il grande dibattito sulla crittografia che si è aperto per il caso Apple-Fbi riguarda più che altro aspetti politici e implicazioni di potere. Da un punto di vista tecnico gli esperti concordano, compresi quelli che collaborano ogni giorno con gli inquirenti per analizzare smartphone e computer e che non vedono il proprio lavoro minacciato dalla maggiore diffusione della crittografia. E una legge che indebolisca i sistemi crittografici, come quella proposta dai senatori americani Burr e Feinstein nelle scorse settimane, non ha sostenitori negli ambienti dell’informatica forense. 

«Non credo che la politica o le istituzioni possano limitare per legge la crittografia», dice Nanni Bassetti. «A quel punto perché non bloccare la produzione dei coltelli da cucina, delle forbici o di un cric? Sono tutti oggetti che potrebbero servire ad uccidere. La crittografia non nasce per raggirare gli inquirenti e forze dell’ordine. TOR ed altri sistemi analoghi di navigazione anonima e criptata, ad esempio, possono salvare la vita a chi vuole aggirare la censura di un regime totalitario. I veri criminali, infine, troveranno sempre un sistema per comunicare in modo sicuro, a costo di tornare a usare i pizzini».

Un equilibrio fra sicurezza e privacy è necessario, ma non è possibile pensare di rendere meno sicuri per legge smartphone e tablet solo perché, altrimenti, gli inquirenti e le forze dell’ordine non potranno più fare il proprio lavoro. E’ la teoria propalata dal capo dell’FBI, James Comey, che lamenta il rischio di un oscuramento dei metodi di indagine se verrà consentito ad Apple e altre aziende di proseguire sulla strada di una maggior sicurezza crittografrica di serie su tutti i dispositivi mobili. Una posizione per altro smentita dai fatti, visto che l’FBI, alla fine, è riuscita comunque ad accedere ai dati dell’iPhone di San Bernardino senza l’aiuto di Apple, che in prima istanza era stato ritenuto indispensabile.

«Gli investigatori devono correre dietro l’avanzamento tecnologico e dietro l’avanzamento delle conoscenze dei criminali», dice Bassetti. «Gli strumenti e le conoscenze di chi deve “scoprire” sono sempre un passo indietro, perché le aziende tirano fuori prodotti, i criminali creano nuovi sistemi e le forze dell’ordine devono capirli, studiarli, “craccarli”. Quando raggiungono un risultato, se lo raggiungono, nel frattempo sono usciti altri sistemi, e questo ciclo naturale continua».

L’INFORMATICO FORENSE
Un lavoro duro e costoso per gli inquirenti e gli esperti di tutto il mondo, compresi quelli italiani. Quella dell’informatico forense del resto non può che essere una professione complessa, che richiede conoscenze poliedriche e costanti aggiornamenti. Un ruolo fondamentale nelle procedure processuali che, tuttavia, nel nostro Paese non è valorizzato come necessario, anche a causa della riduzione drastica delle spese di giustizia. Per un perito che ad esempio deve avere le conoscenze per poter estrarre e fornire ad un tribunale i dati dello smartphone di un imputato la legge prevede un compenso lordo di 8,15€ ogni due ore (unità minima di vacazione per il perito). 

In altri paesi Europei, come ad esempio l’Olanda, esistono appositi registri che raccolgono e certificano la professionalità degli esperti forensi. Un riconoscimento che in Italia manca e per cui si battono le associazioni di categoria come l’ONIF e l’IISFA (l’associazione internazionale per l’analisi forense dei sistemi informatici). Il problema, spiegano gli esperti, è che attualmente non si richiede di dimostrare alcuna certificazione degli studi conseguiti o dei meriti professionali, con il rischio che possano presentarsi (ed essere accettati) come periti informatici forensi anche soggetti che non hanno conoscenza adeguata delle tecniche e delle procedure.

Ventate

La Stampa
jena@lastampa.it

Magari i verdiniani porteranno una ventata di onestà nel Pd.

Se il detenuto modello si rivela un pedofilo incallito

Corriere della sera

di Goffredo Buccini

500 ex tossici e ladruncoli sono in carcere considerati «socialmente pericolosi». Evidentemente la pedofilia non appare un pericolo per la società sommario



Siamo uno strano Paese, di inutili accanimenti e colpevoli leggerezze. Circa 500 ex tossici e ladruncoli, «pericolosi socialmente», sono ancora reclusi in «case di lavoro» dal dubbio profilo costituzionale, dove un giudice di sorveglianza può tenerli a pena già scontata, per due o tre anni prorogabili quasi all’infinito, solo sulla previsione che possano delinquere ancora. In questo stesso Paese, la pedofilia non appare, evidentemente, un pericolo per la società. E si esclude, per atto di fede, che un molestatore di bimbi, fatta la sua galera, possa avere ancora, com’è ovvio che abbia, lo stesso impulso devastante.

Al Casilino, periferia di Roma, un ex insegnante è stato arrestato per abusi su due bambine nel retro d’un teatrino parrocchiale. Era già stato a Regina Coeli dal 2006 al 2013 per molestie su due ragazzine delle medie cui dava ripetizioni: diventato simbolo della redenzione possibile, aveva scritto libri dedicati agli agenti di custodia, s’era laureato in galera godendo di sconti per buona condotta. «Ha compreso i suoi errori», assicuravano. Oggi è una pagina nera nella Giornata nazionale contro la pedofilia. Telefono Azzurro segnala che su 4.724 richieste di aiuto del 2015, 241 sono di bimbi abusati.

Siamo tutti coinvolti: un Paese serio, constatato che un pedofilo non si redime con un normale percorso carcerario, trae le conseguenze. La castrazione chimica resta una pratica indegna della patria di Beccaria, la mappa pubblica dei condannati una gogna. Ma imporre veri trattamenti terapeutici prima della scarcerazione, introdurre controlli periodici anche successivi, innalzare il massimo edittale della pena, eliminare sconti e riti alternativi per un reato così odioso, beh, tutto questo significa soltanto ascoltare le voci dei nostri bambini. Squarciando con una legge più severa ma civile l’ombra ipocrita dove gli orchi si nascondono.

4 maggio 2016 (modifica il 4 maggio 2016 | 22:53)

Pino Maniaci, l’eroe smascherato e quelle menzogne a cui si vuole credere

Corriere della sera

di Pierluigi Battista

Da giornalista eroico dell’antimafia a impostore. Come nel romanzo di Javier Cercas su Enric Marco. Entrambi simbolo di quelle storie a cui c’è bisogno di credere



E così Pino Maniaci, il giornalista eroico dell’antimafia, l’uomo che riceveva attestati di stima dopo che le cosche lo stavano minacciando, era un impostore. Impostore nel senso del romanzo di Javier Cercas pubblicato in Italia da Guanda proprio con questo titolo: «L’impostore». E chi è l’impostore spagnolo raccontato da Cercas? È Enric Marco che si è fatto passare per anni come un sopravvissuto dei campi di sterminio nazisti senza esserlo mai stato, che si è fatto passare come una vittima della dittatura hitleriana senza esserlo mai stato, che si è fatto passare come un combattente dell’anto-franchismo senza esserlo mai stato.

Cercas individua caratteristiche psicologiche, patologie mentali e connotati morali di un funambolico imbroglione che si era fatto passare per l’eroe che non era mai stato e che aveva suscitato l’ammirazione di uno scrittore come Mario Vargas Llosa per la sua formidabile capacità di narrare bugie verosimili, Così verosimili che gli spagnoli ci hanno creduto e che avrebbero continuato a credere se uno scrupoloso storico spagnolo non avesse frugato tra gli archivi scoprendo sul conto

dell’uomo che aveva addirittura raggiunto la presidenza dei sopravvissuti spagnoli a Buchenwald una banale e semplice verità: che la storia raccontata da Marco era solo una geniale, sofisticatissima, dettagliatissima menzogna. Una menzogna come l’abito di eroe dell’antimafia che Maniaci, con straordinaria abilità, era riuscito a cucirsi addosso, facendo cadere nelle sua rete di bugie altri eroi dell’antimafia (stavolta veri), autorità politiche e istituzionali.

Ma cos’ hanno ancora in comune Marco e Maniaci? Il loro fiuto per le storie che gli spagnoli e gli italiani avrebbero voluto che fossero raccontate. Il loro schierarsi dalla parte del Bene contro il Male, la fame di eroi che gli uomini comuni, incapaci di gesti eroici, provano per riscattare vite immerse nel grigiore e nell’anonimato. Gli spagnoli videro in Marco quello che loro stessi non avevano fatto nei decenni del dopoguerra, una resistenza coraggiosa al raschino anziché l’acquiescenza e la passività. Gli italiani avevano bisogno di uno come Maniaci, il giornalista che non abbassava la testa, la dimostrazione che gli italiani potevano riconoscersi in un loro connazionale da ammirare.

Il problema non sono cioè gli impostori, ma la voglia di credere gli impostori, il bisogno spasmodico di eroi, il desiderio di rispecchiarsi in qualcosa di cui andar fieri. Il bisogno di credere, che è alla base anche della credulità, non solo popolare. Per poi scoprire che non le lupare, ma i mariti traditi erano il vero cruccio dell’eroe smascherato. L’illusione perduta.

4 maggio 2016 (modifica il 4 maggio 2016 | 22:15)

Mi chiamavano Dux: in vendita la barca che Hitler (forse) regalò a Mussolini

La Stampa
fabio pozzo

Varata nel 1913 in Norvegia per la casata Hohenzollern è giunta in Italia nel 1928 col nome di Scirocco. Testimonianze sostengono che sia un dono personale del Führer al Duce: la barca, un ketch bermudiano di 20 metri, ha vinto diverse regate. Oggi si chiama Desirée e si può vedere a Fiumicino


Desirée, ex Dux (foto Maccione)

Che sia bella, non ci piove. E che custodisca oltre un secolo di storia della marineria è sicuro, visto che questo ketch bermudiano lungo 20 metri è stato progettato e costruito più di cento anni fa dai cantieri norvegesi Anker & Jensen per conto della casata Hohenzollern (la famiglia del Kaiser Guglielmo II, re di Prussia e Imperatore di Germania). Non ci sono invece dati storici certificati che confermino le testimonianze e le pubblicazioni che vogliono questo scafo dono personale di Hitler a Mussolini.

Un progetto imperiale
Desirée, questo il suo nome attuale, al momento del varo fu immediatamente considerato uno degli yacht più belli del mondo: gli slanci ragguardevoli, oltre sette metri separano la lunghezza al galleggiamento da quella fuori tutto, lo scafo in mogano, la coperta in teak rendono questa imbarcazione storica un campione di eleganza al di là delle mode e capace di sfidare il tempo.
L’architetto Johan Anker, in particolare, è lo stesso che nel 1929 progettò il famoso Dragone, che con oltre 8.600 scafi realizzati è diventata la classe monotipo a chiglia più diffusa al mondo. Il designer norvegese è stato anche autore di imbarcazioni come il vittorioso Q-Class Leonore del 1925, Magda XIII del 1937, l’8 Metri Stazza Internazionale Margaret del 1925 e Mignon del 1912.

La barca è stata varata nel 1913 con il nome di Sybillan . Era priva di motore, armata con vele auriche e un albero di maestra alto 36 metri. Gli Hohenzollern avevano espressamente richiesto ai cantieri Anker & Jensen una superba barca da regata in grado di gareggiare con qualunque condizione meteo e trionfare contro le avversarie dei sovrani dell’epoca. Nel 1928, col nome di Scirocco, giunge in Italia e qui spunta il dono per Mussolini (altra storia quella del due alberi Konigin II del 1912, ex Fiamma Nera, sul quale il Duce si incontrava con Claretta Petacci). Il ketch è ribattezzato Dux e affidata alla Compagnia della Vela di Venezia che la impegna in crociere e regate.


Nata per vincere

Nel 1929 conquista l’ambita Coppa del Re di Spagna, tutt’ora custodita nella sede sociale della Compagnia. Proprio le cronache dell’epoca ricordano come “gli avversari rimasero stupiti ed ammirati per l’audacia di alcune manovre”. Nel 1930 Dux effettua la lunga crociera Venezia-Costantinopoli-Venezia, sulla rotta delle galere veneziane.

La storia continua. Tra il 1930 e il 1939 la barca conquista una serie memorabile di trofei e record di velocità mentre nel dopoguerra conferma il suo valore vincendo il Nastro Verde nel 1953. Dopo la partecipazione alle prime due edizioni dell’importante raduno Vele d’Epoca di Imperia (1986 e 1987) viene acquistata nel 1996 da un gruppo di appassionati che affidano ai Cantieri Navali Delta di Fiumicino e alle mani del maestro d’ascia Guido Tujach il restauro. In due anni di lavoro vengono ripristinati totalmente gli alberi, ricostruite le paratie strutturali, lo specchio di poppa, il dritto di prua, gli arredamenti interni e rinforzate a regola d’arte le ordinate in ferro e legno.

E ora?
Adesso Desirée è in vendita. Si trova nelle vicinanze di Roma ed è possibile concordarne la visita. Pochi gli interventi da effettuare prima che venga consegnata navigante al nuovo armatore: coppale delle parti in coperta e degli alberi, carenaggio, tagliando al motore, verniciatura delle murate e pulizia degli ottoni. Il proprietario è Andrea Rinaldi (andrearinaldi72@gmail.com).

La scheda tecnica
Anno progettazione: 1912
Anno varo: 1913
Cantiere: Anker & Jensen, Oslo (Norvegia)
Progetto: Johan Anker, Oslo (Norvegia)
Lunghezza fuori tutto: 19,54 mt.
Lunghezza al galleggiam.: 11,97 mt.
Costruzione: scafo in mogano, coperta in teak, ordinate in acciaio
Larghezza: 3,14 mt.
Pescaggio: 3,00 mt.
Stazza: 24 tonn.
Dislocamento: 25 tonn.
Armo velico: Ketch Bermudiano 
Superficie velica: 230 mq.
Motore: 120 Hp
Serbatoio gasolio: 350 lt
Serbatoio acqua: 200 lt
Posti letto: 10

Le regate
1929 - Regata Internazionale delle Baleari primo posto
1933 - Venezia-Tripoli-Trieste record velocità ( 40 giorni)
1939 - Regata Istriano-Dalmata (Lussino-Zara) primo posto 
1953 - Nastro Verde (Rimini-Venezia-Trieste) primo posto
2003 - Argentario Sailing Week terzo posto
2004 - Argentario Sailing Week secondo posto

Franco il “baffo” lascia i Ricchi e Poveri

La Stampa

L’addio dopo quasi 50 anni di carriera insieme: «Starò più vicino alla mia famiglia»


Come tutti gli addii fa male. Quello appena annunciato da Franco Gatti, il “baffo” dei Ricchi e Poveri, è notizia che farà magari non il giro del mondo, ma un viaggetto tra Italia e Russia sì. Proprio a Mosca, dove il gruppo composto anche da Angela Brambati (la “brunetta”) e Angelo Sotgiu (il “biondino” o il “bello”) gode di popolarità che non accenna a svanire, pochi giorni fa i tre si sono esibiti per l’ultima volta insieme.

Oggi l’annuncio di Gatti: «Dopo tanti anni di splendido lavoro insieme ho deciso di dedicarmi di più alla mia famiglia, una semplice scelta di vita. Auguro ai miei meravigliosi compagni ancora tanti anni di successi».

Un addio nato forse tre anni fa, quando la sorte si accanì sulla sua famiglia: mentre si apprestava a salire sul palco del teatro Ariston con i suoi compagni per ritirare il Premio alla carriera nel corso del Festival di Sanremo, una telefonata lo informò che il figlio Alessio, 23 anni, era stato trovato senza vita nella sua abitazione di Nervi, a Genova. Fabio Fazio annunciò in sala stampa l’improvvisa defezione dei Ricchi e Poveri per questo lutto improvviso. 

Da oggi i Ricchi e Poveri si trasformano in un duo. «Continuiamo a percorrere la strada nella musica senza Franco che, in totale armonia con il resto del gruppo, ha deciso di fermarsi», spiegano Brambati e Sotgiu. «Lo ringraziamo per la professionalità e l’amicizia dimostrata in quasi cinquant’anni di vita artistica insieme. Noi restiamo sul palco perché - concludono Angela e Angelo - questa è la nostra vita». Prossima esibizione prevista, la prima senza Franco, venerdì, su Rai1 nella trasmissione «I migliori anni».

I Ricchi e Poveri nascono artisticamente nel 1968. Agli esordi vengono notati da Franco Califano che diventa il loro produttore per alcuni anni. Sono tra gli artisti italiani con il maggior numero di dischi venduti (oltre 20 milioni, si legge sul sito ufficiale) e tra i gruppi più longevi, insieme ai Pooh, ai Nomadi e agli Stadio.

Rappresentano l’Italia all’Eurovision Song Contest nel 1978 con Questo amore e partecipano più volte al Festival di Sanremo ottenendo il secondo posto nel 1970 e nel 1971 e il primo nel 1985 con Se m’innamoro. Le loro canzoni sono popolarissime.

Alcuni brani come La prima cosa bella, cantata in coppia a Sanremo con l’autore Nicola di Bari, Che sarà, nella straordinaria interpretazione con José Feliciano, e Sarà perché ti amo sono pietre miliari della storia della musica italiana.

Nati come un quartetto polifonico, formato da due voci maschili e due voci femminili, i Ricchi e Poveri perdono Marina Occhiena nel 1981 e continuano la loro carriera come trio. Fino all’annuncio di oggi pomeriggio.

Sony brevetta una lente per scattare le foto con il movimento degli occhi

La Stampa

Grazie a un sensore sulla palpebra, è possibile regolare lo zoom e l’apertura dell’obiettivo



Una lente a contatto fotografica attivabile con un movimento dell’occhio. Basta aprire e chiudere le palpebre per scattare una foto, e poi ci penserà la connessione wireless a inviare l’immagine allo smartphone, o a un altro dispositivo collegato.

Si tratta del nuovo brevetto Sony, ed è basato su un sensore che si attiva misurando la pressione della palpebra. Non solo, con il movimento dell’occhio è possibile regolare anche l’apertura dell’obiettivo e lo zoom. Per controllare la qualità dell’immagine scattata, è possibile visualizzare l’immagine scattata su un mini display installato sulla lente. E se controllare il movimento del bulbo oculare può essere difficile, è presente anche un sistema di stabilizzazione dell’immagine per contrastare le immagini mosse. 

Nell’ultimo anno, Google e Samsung hanno messo in piedi altri due progetti di lenti intelligenti. L’azienda di Mountain View ha sviluppato dispositivi a contatto capaci di scansionare l’iride e utilizzare gli occhi per aprire le porte o accedere a dispositivi. Il gigante coreano invece, ha brevettato una tipologia di lenti in grado di trasmettere immagini verso l’occhio, e allo stesso tempo capaci di scattare fotografie e filmare grazie alla fotocamera integrata. 

Il bambino che ha scoperto il bug di Instagram e ha vinto 10 mila dollari

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Il piccolo Jani ha bucato l'applicazione di immagini e si è aggiudicato il premio in palio. Vuole lavorare nella cybersicurezza, ma per ora comprerà una bicicletta



Ha dieci anni e, teoricamente, a Instagram non potrebbe iscriversi. Si è invece addentrato a tal punto nel social network di immagini da scovare un (grave) bug, guadagnando i 10 mila dollari messi in palio per chi contribuisce a rendere l'applicazione più sicura. «Avrei potuto cancellare i commenti di chiunque, anche di Justin Bieber», ha dichiarato orgogliosamente Jani — di cui per ragioni di età non si sa di più — alla testata finlandese Iltalehti.
Vuole lavorare nella cybersicurezza
Il piccolo appassionato di informatica di Helsinki ha comunicato in febbraio la vulnerabilità a Facebook, proprietaria dell'app dal 2012, ed è stato premiato. «Sono abbastanza sorpreso», ha dichiarato il padre Marko, mente Jani racconta di voler lavorare nell'ambito della sicurezza. «Sarebbe il mio sogno». Intanto, però, con i soldi comprerà una bicicletta.
800 ricercatori premiati
La casa di Menlo Park, che come tutte le aziende analoghe paga i ricercatori di sicurezza per assicurarsi le loro intuizioni ed evitare che finiscano in mani sbagliate, ha confermato che si tratta del più giovane utente a essersi mai assicurato un premio nell'ambito del programma «bug bounty». Dal 2011, ha premiato 800 ricercatori per un totale di 4,3 milioni.

@martinapennisi
4 maggio 2016 (modifica il 4 maggio 2016 | 14:39)

30 aprile 1986, la mia prima connessione

Corriere della sera
4 MAGGIO 2016 | di Marco Piazza

 InVisibili




Era un mercoledì , il 30 aprile 1986 e mi pare ci fosse il sole. Mentre a Pisa un gruppo di ingegneri del Cnr digitavano la parola “ping” sulla tastiera di un enorme computer, inviavano il loro messaggio oltreoceano e stabilivano la prima connessione italiana via Internet  senza rendersi conto di quanto ciò che stavano facendo avrebbe influito in futuro sulle loro e sulle nostre vite, anch’io mi connettevo per la prima volta con un mondo “nuovo”. E neanch’io ero a conoscenza del  fatto che quella connessione avrebbe cambiato per sempre la mia vita.

Era il mio primo giorno di servizio civile. All’epoca durava 20 mesi.  Ero stato assegnato all’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare (Uildm), un’associazione creata dai familiari dei ragazzi affetti dalle distrofie muscolari, malattie gravissime, molto invalidanti e ancora oggi senza cura, anche se i progressi della ricerca scientifica e l’esperienza dei medici hanno reso possibile che i distrofici vivano un po’ meglio e, soprattutto, molti anni di più.

Nel 1986, però, la ricerca sapeva poco della distrofia. E io ancora di meno. Fino ad allora, avevo 21 anni, non avevo mai conosciuto una persona disabile , ma mi erano bastati un colloquio di un’ora con Maria, una psicologa che poi sarebbe diventata una grande amica, e un giro nella sala dove i ragazzi distrofici facevano terapia, per decidere che quello sarebbe stato il posto dove avrei passato i successivi 20 mesi.

Li ricordo stesi sui lettini, con i loro corpi devastati dalla malattia. Praticamente immobili, facce e schiene deformate. I loro muscoli, mi aveva spiegato Maria, sono atrofizzati. Devono fare fisioterapia tutti i giorni, smettono di camminare quando sono ancora bambini e raramente superano i 20 anni di vita, perché anche cuore e polmoni si spengono pian piano. Parlava, Maria, della distrofia di Duchenne, la forma più grave. Quella con cui avrei “combattuto” anch’io, perché era con quei ragazzi che sarei dovuto stare. “Il tuo obiettivo – mi disse la psicologa – è quello di farli vivere come i ragazzi della loro età, di portarli fuori da casa, di staccarli dalle mamme”.

E così feci, coinvolgendo anche un sacco di amici in questa meravigliosa avventura.  Con i miei amici distrofici girammo la città, andammo in vacanza al mare, costituimmo un gruppo rock e la redazione di un giornale. Poi loro morirono, quasi tutti, ma io rimasi connesso con quella grande famiglia, lavorando per Telethon, che era nato e cresciuto proprio per trovare una cura alla distrofia muscolare, e scrivendo le loro storie anche qui, su InVisibili.

Ecco, la coincidenza della data mi ha fatto tornare in mente questi bei ricordi. E la parola connessione mi ha fatto riflettere sull’importanza dei rapporti umani nell’era di internet e di Facebook (grazie al quale rimango in contatto con un bel numero di amici della Uildm e condividerò questo post).  Penso a mio figlio, ai ventenni di oggi. E vorrei dare loro un messaggio positivo, nonostante la crisi economica, il lavoro che non c’è, l’Isis e le tante brutte cose che accadono.

Dedicate il vostro tempo a conoscere persone diverse da voi – vorrei dirgli – non abbiate paura di dare agli altri, che poi sarete voi quelli che prenderanno di più. Fate il servizio civile, se potete, occupatevi dell’ambiente che vi circonda, delle persone che hanno bisogno di aiuto. E con gli amici di Facebook trovate il modo di vedervi, di toccarvi, di fare qualcosa insieme.

Poi, fra trent’anni, fermatevi un minuto. Ripensate a quello che avete fatto e ditemi come sono andate, le vostre connessioni.

C’era una volta a Omegna la capitale del casalingo

La Stampa
vincenzo amato

Favola senza lieto fine: negli Anni 60 leader in Europa, ora le fabbriche sono abbandonate



Era il biglietto da visita per chi entrava in città. Un fabbricato lungo oltre cento metri di vetro con in alto, inconfondibile, la scritta Bialetti e il simbolo: l’omino coi baffi. Ora è una scatola vuota, metafora della città industriale che non c’è più, un tempo capitale del casalingo. C’era una volta Omegna, per oltre mezzo secolo il paese di pentole e caffettiere. 

STERPAGLIE E DEGRADO
Non solo la caffettiera se n’è andata. Non c’è più Girmi, la «grande industria dei piccoli elettrodomestici» come veniva pubblicizzata su Carosello. Produceva, in quella grande fabbricava in cima alla collina di Cireggio che domina Omegna, frullatori, macinacaffè, tostapane, fornetti elettrici e tutta una gamma di prodotti per la cucina. Adesso lo stabilimento è coperto da sterpaglie ed erbacce con un senso di abbandono che stringe il cuore. Una volta la gente guardava l’interno incuriosita, adesso volge lo sguardo altrove. Ma altrove non è meglio. 

Come dimenticare la Cardini, la fabbrica che produceva giocattoli in metallo, o la Irmel che brevettò la caffettiera in alluminio in un pezzo unico con il solo filtro interno asportabile per metterci il caffè. Poi altri ancora come MeatlCc e, poco lontano, a Casale Corte Cerro, la Calderoni che realizzava pentolame, posate e altri oggetti in acciaio e argento di grande prestigio. 

ALESSI, ULTIMO FARO RIMASTO
Rimangono la «Piazza», fondata nel 1880 a Crusinallo, che pur ridimensionata rispetto a un tempo resiste ancora, e la Lagostina, quella delle pentole a pressione, entrata nell’orbita della multinazionale francese Seb. Alessi è l’unico faro, un’isola felice nell’arcipelago quasi sparito del casalingo. 

LUNGO PERIODO DEL BOOM
Sono tutte aziende che hanno fatto la storia dell’Italia del Dopoguerra e hanno contribuito a cambiare il costume delle famiglie italiane. «Negli Anni Sessanta, quelli del boom economico, a Omegna l’85% degli abitanti risultava occupato, ovvero 7 mila persone - ricorda Franco Tettamanti, ex segretario della Fiom del Vco e storico dell’industria locale -. C’erano non meno di 150 fabbriche con più di 15 dipendenti. Adesso le aziende che occupano più di 50 dipendenti sono una decina. Il 50% dei giovani è rimasto senza lavoro. Sono passati pochi decenni e sembra preistoria». Un declino lento e inesorabile e si cerca ancora di capirne i motivi. 
I MOTIVI DELL’ASCESA
«Il polo del casalingo omegnese è stato tra i più dinamici sulla scena europea per molti decenni, insieme a Sheffield in Inghilterra, Solingen in Germania e pochi altri - analizza Alberto Alessi, presidente dell’omonima industria -. Ha assunto una dimensione internazionale negli Anni Sessanta, anche prendendo il posto del Giappone come fornitore del mercato Nord-americano, con prodotti di qualità elevata a prezzi più competitivi grazie al costo del lavoro più basso rispetto agli altri Paesi europei». 

Oggi tutto è cambiato e lo spiega Marco Fortis, omegnese, economista, vice presidente della fondazione Edison, consigliere di amministrazione della Rai, grande esperto e conoscitore dei distretti industriali: «Quello del casalingo cusiano è stato un classico ciclo di ascesa di un tipico distretto industriale italiano nel Dopoguerra, dovuto alla concomitanza di fattori: il boom economico e la competitività italiana sul piano dei costi. Con nomi come Alessi, Bialetti, Girmi e Lagostina ha dominato per anni il mercato. Il fenomeno è reso più rilevante dal fatto che le imprese erano tutte a conduzione familiare e concentrate in un’area ben definita.

Il travaso di competenze (molti imprenditori erano stati operai) ha portato alla nascita del distretto industriale il cui sviluppo è avvenuto grazie alla capacità innovativa. Da una parte rinnovando le tecniche di lavorazione e dall’altra puntando su prodotti qualificati e di design oltre che sull’elemento pubblicitario con intuizioni straordinarie, come quella di Bialetti con l’indimenticato omino coi baffi».