martedì 10 maggio 2016

Santone subito

La Stampa
massimo gramellini

Ogni volta che inciampo in un comizio del sindaco De Magistris penso con qualche brivido che c’è stato un tempo in cui quel furbo arruffapopolo era un magistrato. Lo spacciatore di rivoluzioni alle vongole che sul palco arringa la folla fingendo di farne parte ha avuto in passato il terribile potere di privare altri individui della libertà. Di sicuro fa meno danni dove sta ora, al governo di una città che non vuole essere governata, ma ammaliata. L’ultimo monologo del tribuno napoletano ha raggiunto vette retoriche da repubblica delle banane. Andate a godervelo sul web, se volete ripassare le ragioni per cui da settant’anni in Italia comandano i democristiani. Perché l’unica alternativa sembra essere questo populismo d’accatto, che specula sulla rabbia degli impoveriti per costruirsi un dominio personale.

Sono ormai abbastanza vecchio per sapere che chi urla in piazza «Potere al popolo!» si immedesima a tal punto nel popolo che il potere lo vuole tutto per sé. E dopo trent’anni di gargarismi leghisti mai seguiti da un atto concreto non mi spaventa un caudillo che incita alla secessione le plebi furenti e minaccia a salve il governo centrale, al grido di «Renzi, cacati sotto». Ma continuo a trovare esilarante e terribile lo sdoppiamento di personalità che porta il santone partenopeo ad annunciare che «dopo le elezioni del 5 giugno tutto cambierà: io uscirò dal Palazzo e governerò in strada!», come se il sindaco uscente fosse un altro e non lui.

Norme anti gay sui bagni, North Carolina fa causa a Obama

Raffaello Binelli - Lun, 09/05/2016 - 18:37

Il North Carolina ha fatto causa al Dipartimento di Stato americano, dopo che questo ha contestato la legge statale che regolamenta l'accesso ai bagni pubblici per le persone transgender



Durissimo braccio di ferro, negli Stati Uniti, tra il North Carolina e la Casa Bianca.

Oggi scadeva l'ultimatum di Washington che chiedeva allo Stato a guida repubblicana di modificare la controversa legge che regolamenta l'uso dei bagni nei luoghi pubblici. Approvata lo scorso 23 marzo, e subito boicottata da molte aziende, attori e cantanti, la norma prevede che i transgender debbano utilizzare i bagni corrispondenti al sesso registrato alla nascita. L’amministrazione Obama, che subito aveva criticato la legge (considerata anti Lgbt), accusandola di violare i diritti umani, aveva invitato il North Carolina a modificarla, per scongiurare un taglio dei fondi federali. Ma il North Carolina ha respinto l’ultimatum e ha deciso di fare causa all'amministrazione Obama.

La questione sembrava chiusa, dopo che l'alta Corte d'Appello federale di Richmond aveva stabilito che la pretesa di uno studente transgender, Gavin Grimm, di usare i bagni dei ragazzi, anziché quelli delle donne, fosse legittima, considerando "discriminatoria la decisione del consiglio scolastico di proibirgli le toilette degli uomini". La Corte aveva però rinviato al Dipartimento dell'Istruzione della Casa Bianca di risolvere una volta per tutte il problema, fissando delle regole in grado di tutelare tutti i diritti, sulla base della Costituzione degli Stati Uniti che vieta qualsiasi discriminazione.

Fino a oggi sembrava che il North Carolina avesse deciso di fare un passo indietro, rinunciando alla "House Bill 2", la legge che vieta i bagni pubblici transgender. Il governatore del North Carolina, Pat McCrory, in una intervista a Fox News ha detto di aver chiesto al Dipartimento una proroga della scadenza dell'ultimatum. Ma la risposta, come lui stesso ha spiegato, è stata negativa: la proroga non può essere concessa a meno che lui ammetta che la legge è discriminatoria. Il Dipartimento non ha fatto sapere se intenda intraprendere una azione legale nel caso lo Stato resti fermo sulla propria posizione, ma le lettere lasciano intendere che intenda farlo, aprendo così una dura battaglia giudiziaria.

Boschi

La Stampa
jena@lastampa.it

Una ne dice e cento non ne pensa.

Chi assicurerà l’auto senza guidatore?

La Stampa
beniamino pagliaro

Tra quindici anni il mercato italiano avrà 15 milioni di auto diverless. Le assicurazioni si preparano tra dilemmi etici e leggi che mancano. La tecnologia può anche ridurre il costo della polizza: oggi paghiamo più di tutti gli altri europei



Le auto driverless sono più vicine di quanto abbiamo pensato per lungo tempo e nei prossimi dieci anni prenderanno le forme di automobili decisamente meno ridicole di quelle che abbiamo visto percorrere i primi test nei laboratori di Google.

L’accordo tra Fca e Google per la sperimentazione dei nuovi modelli accelera una rincorsa già in atto da anni. Ci sono i produttori di automobili, ci sono i grandi colossi della tecnologia, in futuro arriveranno anche i consumatori. Il grande assente nel quadro è quell’operatore invisibile che ci garantisce in caso di incidente: l’assicurazione.

Oggi, spiega a La Stampa Paolo Ceresi, partner di Mbs Consulting, la principale società italiana di consulenza per il settore assicurativo, il mercato tricolore ha 37 milioni di automobili e l’età media è vicina ai dieci anni. Tra quindici anni avremo 20 milioni di auto tradizionali e 15 milioni di self driving cars. Il mercato - e le strade - saranno per forza di cose un ibrido.

Le assicurazioni dovranno affrontare vie inesplorate. «Sono consapevoli che il modello di rischio cambierà completamente», dice Ceresi. Ma il passo è significativo. «Oggi assicurano una persona, in futuro dovranno assicurare il software, i sensori o i produttori della macchina - aggiunge l’esperto -, la filiera e il modello di rischio cambierà in modo cruciale».

Prima di un nuovo modello dovranno arrivare nuove regole, un passaggio mai semplice in Italia, tra interessi da tutelare e rendite di posizione. «Quanto velocemente si saprà muovere il legislatore? Pensa a Uber, non hanno ancora capito come comportarsi», annota Ceresi.


AP

Nell’epoca dei dati la sfida è la sapienza nel mettere a sistema quanto siamo in grado di raccogliere. Ma l’arrivo dell’auto senza guidatore pone di fronte produttori, consumatori (e anche assicuratori) di fronte a dilemmi etici. In una sala riunioni in California probabilmente un gruppo di programmatori ha già dovuto discutere su come scrivere il codice in caso di rischio. Se sulla carreggiata compare un ostacolo l’automobile dovrà salvare a ogni costo il passeggero e investire l’ostacolo oppure frenare mettendo a rischio il passeggero? Il codice dovrà distinguere tra umani e animali, tra bambini e adulti?

Tradotto nel lessico assicurativo: a chi va procurato il danno? «Google sta già ragionando - ricorda Ceresi - sul fatto se sia giusto che un automobile abbia il 100% di autonomia o se il guidatore possa prendere il controllo e intervenire».

La portata rivoluzionaria del nuovo paradigma è ben descritta dalla difficoltà terminologica: continuiamo a chiamare «conducente» o «guidatore» la persona che probabilmente sarà trasportata. Il settore automotive affronta la nuova era già da prima della rincorsa driverless, perché per milioni di consumatori l’automobile è oggi meno status symbol di quanto fosse in passato. Milioni di utenti rinunciano alla proprietà preferendo formule a volte più economiche.



«Oggi le automobili stanno ferme per il 90% del tempo - nota Ceresi -, mentre domani l’auto non sarà più tua, e anche quello cambia i profili di rischio». L’Italia è già il primo mercato d’Europa per l’uso delle black box che monitorano lo stato dell’auto e lo stile di guida degli assicurati. Un primato che nasce da un aspetto negativo: in Italia il prezzo medio di un’assicurazione auto è il più alto d’Europa, circa 400 euro, quando la media europea è di 280 euro.

Oggi 4,5 milioni di auto in Italia, circa il 14% del totale, viaggiano sorvegliate dalle black box. Per convincere i consumatori a installarle è stato sufficiente promettere uno sconto sulla polizza.

L’assicurazione conosce meglio l’assicurato, può ridurre il rischio, e dunque il costo finale. Nel 2020 Mbs Consulting stima che le polizze telematiche raggiungeranno quota 9 milioni con una raccolta complessiva da 3 miliardi di euro e un giro d’affari del nuovo settore tecnologico da 300 milioni di euro.

Quando tutte le auto saranno connesse (avranno ancora senso i semafori?) e i dati a disposizione degli assicuratori saranno abbondanti, è legittimo chiedersi: dovremo ancora pagare un’assicurazione? «Continueremo a pagarla ma con modelli diversi», risponde il partner di Mbs Consulting. Risposta alternativa: le pagheremo senza accorgercene, all’interno del costo flat di noleggio o - timore dei grandi assicuratori - direttamente dal produttore all’atto dell’acquisto.

L’assicurazione potrebbe diventare un’attività più business to business rispetto a ora. «Il vero valore sarà nel possedere i dati dei clienti per elaborare le tariffe comportamentali», dice Ceresi. Nei test sulle autostrade della California la Google Car ha percorso fino a marzo un milione e seicentomila chilometri, un po’ come andare da Torino a Napoli 1.799 volte, e ha fatto un solo, lieve, incidente.
Quando le nostre auto driverless, incomprensibilmente, faranno davvero un incidente, non dovremo preoccuparci troppo per aver perso il modulo della constatazione amichevole. Un software basato sull’intelligenza artificiale regolerà la pratica.

beniamino.pagliaro@lastampa.it
@bpagliaro

I dipendenti truffatori del Comune di Foggia e la rimozione del cattivo esempio

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

A nulla è servito lo scandalo di Sanremo, quello delle impietose riprese televisive del vigile che timbrava in mutante



Ha fatto scalpore il passaggio dell’intervista del nostro Aldo Cazzullo in cui Piercamillo Davigo marca la differenza fra il malaffare di Tangentopoli e quello dei giorni nostri nel fatto che oggi certi politici ladri non conoscono più neppure il senso della vergogna. La sua osservazione sulla dissoluzione del più elementare dei freni inibitori dei comportamenti amorali potrebbe però essere estesa anche ad altri strati meno elevati del mondo pubblico, tanto il senso di impunità si è radicato fin nei suoi minimi anfratti.

Ciò che più colpisce nella vicenda dei dipendenti del Comune di Foggia arrestati per truffa allo Stato, è proprio questo aspetto. A nulla è servito lo scandalo di Sanremo, quello delle impietose riprese televisive del vigile che timbrava in mutante e dell’impiegato che passava un numero imprecisato di cartellini nella macchinetta mentre i suoi colleghi erano silenziosamente in fila dietro di lui. Nella città pugliese il copione si è ripetuto come se quei fatti non fossero mai accaduti.

Né quel dirigente del Comune di Foggia finito anch’egli nei guai doveva aver avuto un sussulto d’orgoglio per il proprio ruolo alla notizia che la riforma della pubblica amministrazione prevede sanzioni per i dirigenti colpevoli di non denunciare i complici che timbrano per gli assenteisti: l’hanno pizzicato a timbrare per la moglie assente. E quante notizie di disabili centometristi e ciechi piloti d’auto messi alla berlina dopo essere stati scoperti ci bombardano ogni giorno?

Ma questo certo non impedisce che un dipendente di un’azienda di trasporto pubblica in permesso per accudire un parente infermo, come prevede la legge, venga colto invece al maneggio sulla groppa di un destriero perfettamente sano. Su questa sorta di rimozione collettiva del cattivo esempio i sociologi potrebbero discutere a lungo. Ben sapendo, però, che l’esempio più cattivo viene sempre dall’alto.

9 maggio 2016 (modifica il 9 maggio 2016 | 19:34)

Foggia, i 13 furbetti del cartellino «Se non firmi sei visto male»

Corriere della sera

Parlano gli impiegati comunali arrestati: «Ora ci chiamano furbetti, ma negli uffici pubblici va così». «Certo che sono pentito! Ho fatto i miei errori e adesso li voglio pagare. Ma noi impiegati siamo come vittime di un sistema, di una consuetudine»

Il badge timbrato dai «furbetti» (Ansa)
video

«Ci chiamano già i furbetti del cartellino, capito? Io che ho 60 anni e sono quasi vicino alla pensione. Mi darei tanti di quegli schiaffi, ora! L’ho detto anche a mia moglie...». Giovanni Signoriello, uno dei 13 impiegati del Comune di Foggia finiti ieri agli arresti domiciliari, si sfoga con le persone più vicine: «Certo che sono pentito! Ho fatto i miei errori e adesso li voglio pagare. Ma noi impiegati siamo come vittime di un sistema, di una consuetudine.

Negli uffici pubblici funziona così. Se ti tiri fuori, poi vieni visto male. Il giorno dopo ti fanno il dispettuccio, ti tolgono il saluto. Allora, lo fai per il quieto vivere: tu alle 8 timbri il cartellino anche per i tuoi colleghi, è vero, e gli altri a rotazione lo fanno per te. Ma stiamo parlando, al massimo, di 15-30 minuti di ritardo, la mattina. Non è assenteismo vero, perché poi alle 9, quando si aprivano gli sportelli al pubblico, eravamo tutti regolarmente ai nostri posti».
L’indagine
Lui, Signoriello, quando è iniziata l’indagine dei carabinieri, nei primi mesi del 2015, con le telecamere nascoste fuori e dentro la sede distaccata del Servizio Integrato Attività Economiche del Comune, lavorava nell’ufficio di Protezione civile, mentre oggi è all’Agricoltura. «Io me ne volevo andare da quella palazzina, da quegli uffici di m... — continua il suo sfogo —. Uffici abbandonati al loro destino, senza sorveglianza, dimenticati pure dagli assessori...». Conferma, dunque, che i dipendenti marcassero a turno il badge in favore dei colleghi assenti: «Però mica per andare a giocare a tennis!

Qualcuno faceva la spesa, è vero, ma solo perché il mercato si trova qui a due passi. Io timbravo per altri due che mi chiedevano il favore abitando distanti. Ma poi comunque arrivavano anche loro...», racconta l’impiegato pentito, presente pure il giorno del filmato che ieri ha fatto il giro di siti e tv, in cui si vede un altro dipendente, Filippo Di Franco, alzare una scopa verso il controsoffitto che si trova sopra l’apparecchio marcatempo, al piano terra: «Girava la voce che fossero partiti dei controlli — dice Signoriello.

E così Filippo, mio amico, che all’epoca lavorava all’Annona, voleva verificare. Però il controsoffitto è di polistirolo e lui gli diede una gran mazzata, poi disse: Ma quale telecamera, qui non c’è niente.... E invece c’era, perché dopo la botta, l’avete visto, il video si è oscurato! I carabinieri saranno dovuti ripassare qualche giorno dopo per aggiustarla...». Filippo Di Franco, l’uomo della scopa, non vuole commentare. Oggi lavora nell’ufficio dello Stato civile ed è difeso dalla figlia Tiziana, avvocato: «Parleremo solo con il magistrato», annuncia lei.
«Ho sbagliato e pagherò»
Pure Giancarlo Mitoli, un altro dei 13 presunti «furbetti», ha ammesso ieri di aver timbrato per altri: «Ho sbagliato e pagherò. Ma sono sempre stato un impiegato ligio al dovere e non mi sento di aver mai rubato lo stipendio. Stiamo parlando, nel mio caso, di 5-10 minuti al massimo di assenze. Il tempo di un caffè».

10 maggio 2016 (modifica il 10 maggio 2016 | 00:25)