mercoledì 11 maggio 2016

L’app che ti dice se il tuo iPhone è stato violato

La Stampa
andrea nepori

System and Security Info è una nuova applicazione per iPhone che permette di scoprire se il telefono è stato manomesso o se è stato applicato il jailbreak all’insaputa del proprietario. Ma sull’App Store potrebbe durare poco



Il caso Apple-Fbi, il dibattito sulla crittografia e le continue segnalazioni di nuovi malware che attaccano i sistemi operativi mobili hanno contribuito a far aumentare la consapevolezza degli utenti (e in alcuni casi la loro paranoia) sul tema della sicurezza degli smartphone. Almeno in teoria i dispositivi iOS offrono un livello di protezione superiore rispetto alla controparte Android, ma esistono software malevoli anche per iPhone e iPad. E anche i dispositivi Apple possono essere manomessi all’insaputa degli utenti.

INFORMAZIONI DI SISTEMA PER L’IPHONE
Una nuova applicazione, pubblicata ieri sull’App Store, permette di scoprire se un iPhone è stato compromesso o se sono presenti anomalie di sicurezza non immediatamente visibili. Si chiama System and Security Info e il nome, ben poco creativo, ha il pregio di descriverne sinteticamente le funzioni. L’app elenca infatti tutti le possibili informazioni sul sistema: la quantità di CPU usata, la memoria RAM libera o in uso, lo spazio occupato su disco e una lista dei processi attivi, utile per determinare quali servizi e applicazioni stanno girando in background sul telefono in qualsiasi momento.

A queste funzioni standard l’applicazione ne aggiunge altre orientate più specificamente alla sicurezza: può individuare possibili anomalie, avvisare della presenza di malware e determinare se il telefono è stato «jailbreakato», ovvero sottoposto ad uno sblocco che permette di installare applicazioni non approvate da Apple. Quest’ultima operazione viene spesso effettuata volontariamente, ma in alcune occasioni (come nel caso di un telefono aziendale) non si può escludere la possibilità che il jailbreak avvenga all’insaputa del proprietario, per installare ad esempio un software spia.

System e Security Info si limita soltanto ad elencare i possibili problemi ma non può chiudere processi o risolvere direttamente le infezioni da malware, per via delle limitazioni di sicurezza imposte da Apple alle applicazioni approvate ufficialmente.

RIMOZIONE IN VISTA?
L’app è stata sviluppata dall’agenzia di sicurezza tedesca SektionEins, co-fondata da Stefan Esser, noto iOS Hacker. Su Twitter, dove si firma con il suo nome di battaglia i0n1c, Esser scrive che Apple potrebbe rimuovere l’applicazione dallo Store nelle prossime ore, per eliminare un’app che evidenzi le possibili debolezze della piattaforma iOS. Il dubbio nasce dal tempo, più lungo del normale, impiegato dai revisori dello Store per pubblicare un aggiornamento dell’app che risolve un banale bug di visualizzazione.

Dopo il lancio l’app ha ricevuto una buona copertura mediatica ed è riuscita a scalare rapidamente le classifiche dell’App Store americano, dove ha raggiunto la seconda posizione fra le app a pagamento, subito dietro Minecraft.

«Per Apple la sicurezza è solo un gioco di pubbliche relazioni», ha risposto Esser alla nostra richiesta di un chiarimento sull’uso di API private, una pratica che viola le norme di approvazione delle app su App Store e che potrebbe giustificare la rimozione dell’applicazione dallo Store. «L’app usa parzialmente le stesse API che usano altre app in cui vengono elencati i processi [dello smartphone]».
L’app si può ancora scaricare dall’App Store a 0,99€. Il prezzo è scontato del 50% in occasione del lancio e passerà ad 1,99€ nei prossimi giorni. Sempre che Apple non intervenga prima per rimuoverla.

Quel lato B di una donna per farsi votare alle urne

Sergio Rame - Mar, 10/05/2016 - 16:34

Il candidato a Bologna di "Uniti si vince" Mario Turrini pubblica la foto del lato B femminile: "Serve ad attirare l'attenzione, votatemi"



Il lato b attira, soprattutto se appartiene a un'avvenente giovane.

E, si sa, se viene "sbattuto" su una pubblicità non ci impiega molto ad attira l'attenzione anche de cliente più distratto. Così il candidato a Bologna di "Uniti si vince", Mario Turrini, deve aver pensato: "Perché non sfruttarlo in campagna elettorale?". Per denunciare la privatizzazione dell'acqua voluta dal governo Renzi ha usato un fondoschiena da dieci e lode che sta attirando l'attenzione di tutti.

Anche al di fuori di Bologna dove il 5 giugno i cittadini andranno alle urne per eleggere il nuovo sindaco.

Da sempre, durante le campagna elettorali, i candidati ricorrono a qualsiasi mezzo (lecito) pur di farsi votare dagli elettori. L'ultima trovata è stata quella di usare l'immagine del sedere di una donna. Mario Turrini, candidato a Bologna con la lista "Uniti si Vince" che appoggia il candidato sindaco della Lega Nord Lucia Borgonzoni, ha avuto la sfrontatezza di farlo. Sulla sua pagina Facebook ha pubblicato la fotografia di una ragazza girata di spalle: capelli lunghi, maglione corto e il sedere in bella vista, "senza veli". Nemmeno un accenno di mutandine.

L'immagine, che sta scatenando l'attenzione e anche qualche polemica, è corredata dall'invito a votare Tuttini alle prossime amministrative del 5 giugno: "Scheda azzurra per il Comune, scrivi Turrini".



Poi la spiegazione: "La foto è servita per attirare la tua attenzione, altrimenti non l'avresti mai letto".

La parabola del Milan (e del calcio italiano)

La Stampa
massimo gramellini

Conservo una foto in bianco e nero dei primi giorni di Silvio Berlusconi al Milan: il neopresidente, molto più giovane e calvo di adesso, sorride tra Franco Baresi e Paolo Maldini. Nel passarmela, un collega anziano mi disse: «Guardala bene, ragazzo, perché tra un paio d’anni al posto di Baresi e Maldini ci saranno due carabinieri». La profezia non si avverò e il progetto del Dottore, come allora si faceva chiamare, ebbe modo di esprimersi in tutto il suo fulgore.

Calciatori strapagati, incursioni negli spogliatoi durante l’intervallo («Donadoni, mi consenta, la vorrei più ficcante sulle fasce»), atterraggi in elicottero sul prato di Milanello con tanto di spogliarello e lancio dell’impermeabile afferrato al volo da un inserviente che forse era il portiere di riserva. Ma anche un modello organizzativo formidabile, intuizioni coraggiose come Arrigo Sacchi e dichiarazioni che diventavano epocali nel momento stesso in cui le pronunciava: «Il complimento più bello che ho ricevuto nella vita? La volta che un tifoso si avvicinò alla mia macchina per urlarmi: Silvio, sei una bella figa!».

Prima di alzare al cielo la prima Coppa dei Campioni contro la Steaua di Ceausescu si rinchiuse nella cappella dello stadio: «Ho pregato Dio perché non faccia vincere i comunisti». E dopo avere alzato la seconda arringò i giornalisti con queste parole: «Vorrei fare l’Italia come il Milan». Era l’annuncio del suo ingresso in politica, eppure nessuno se ne accorse, Anzi, lo prendemmo tutti per matto. Il Milan gli è riuscito molto meglio di Forza Italia e non solo perché è più semplice avere a che fare con Gullit che con Verdini. Nello sport, ancora più che nella televisione, Berlusconi è riuscito a esprimere la sua vera personalità, un impasto irripetibile di talento rivoluzionario e senso comune, disprezzo per le regole e propensione per il grottesco.

Nel calcio italiano esiste un prima e un dopo Silvio. E il dopo è cominciato ben prima dello striminzito comunicato di ieri in cui la Fininvest annuncia la fase finale delle trattative con un gruppo di azionisti cinesi dal volto mascherato. Il declino del Milan ha accompagnato quello del suo presidente e dell’intero movimento calcistico italiano, Juventus esclusa. A parte gli Agnelli-Elkann, le grandi famiglie del nostro capitalismo sono scappate dal pallone. E a sostituirle, almeno fino a quando non sapremo chi si cela dietro l’offerta di Pechino, non sono arrivati miliardari munifici ma investitori dalla lingua lunga e dal fiato corto, il cui emblema è quel Thohir che usa l’Inter come un bancomat. 

La ragione è nota: la serie A emoziona solo i tifosi indigeni, ma sempre meno chi la guarda da fuori. Il gioco è troppo lento, gli ultrà hanno troppo potere e gli stadi sono troppo vecchi, brutti e soprattutto deserti. Per chi guarda il calcio in televisione nessun copione è più noioso di certe partite giocate col freno a mano e nessuna scenografia più triste di quelle gradinate lontane dal campo e piene di vuoti. Le squadre inglesi non sono poi tanto migliori delle nostre, infatti in Europa non vincono quasi mai. Però il campionato inglese è uno spettacolo. Alla lunga il progetto di Berlusconi è fallito per eccesso di egoismo: lui e quelli come lui hanno pensato solo al proprio orticello, senza considerare che la povertà delle avversarie e la bruttezza degli stadi avrebbe finito per deprezzare il prodotto complessivo.

Esistono due soluzioni per attirare i grandi finanziatori asiatici. Quella «global»: un campionato europeo in stile Nba tra venti grandi club, mentre tutti gli altri si trastullano con i tornei nazionali, immiseriti ad altrettante serie B. E quella «local»: un campionato italiano a sedici squadre assegnato tra aprile e maggio con i play-off, così da garantire la moltiplicazione delle emozioni e delle sfide di cartello, oltre che delle possibilità di una vittoria a sorpresa. Per motivi di bottega calcistica io preferirei la seconda (tre derby contro la Juve in una finale playoff rappresentano il sogno di ogni granata). Ma l’importante è scegliere, e in fretta. Come in tutti gli altri campi dello scibile italico ed europeo, anche in quelli sempre meno verdi del calcio il problema resta che tutti si lamentano, ma nessuno si muove. 

La grande crociata contro l’olio di palma che fa litigare supermarket e produttori

La Stampa
giuseppe bottero

Coop ritira snack e merendine. I produttori: basta allarmismi ingiustificati



Indietro tutta. Dopo anni di dibattito sull’olio di palma - fa male alla salute? provoca la devastazione delle foreste? - i supermercati italiani sono pronti a cambiare rotta. La posizione più drastica l’ha presa la Coop. Dopo la pubblicazione di un rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sui possibili effetti nocivi sulla salute dell’ingrediente presente in tanti prodotti per la colazione e snack, il presidente Marco Pedroni ha detto basta: oltre 200 prodotti a marchio Coop contenenti olio di palma spariranno dagli scaffali.

«Lo facciamo per precauzione» spiega, consapevole che «il problema è l’utilizzo molto elevato e la sostanza non va demonizzata». Qualcun altro si muove sulla stessa strada: Esselunga ci sta pensando e sui cibi senza olio di palma si sono buttati in molti da Carrefour - che ha in catalogo una cinquantina di prodotti - fino a Unes e Pam, tutti ben forniti. 

LE NUOVE SENSIBILITÀ
Che è successo? «Si cerca di andare incontro alle nuove sensibilità dei consumatori», dice Stefano Crippa, responsabile dell’area comunicazione e ricerche di Federdistribuzione, l’associazione che rappresenta la grande distribuzione organizzata. Se le catene commerciali aggiornano la loro strategia, però, è anche a causa di una «campagna particolarmente efficace, che ha avuto un successo notevole» ragiona Luca Pellegrini, ordinario di marketing alla Iulm. «Le imprese sono diventate più prudenti e attente: non vogliono ritrovarsi fra i cattivi perché gli effetti, grazie alla Rete, rischiano di essere drammatici». Dunque ci si adegua. Anche se qualcuno, tra i produttori, storce il naso.

«Abbiamo seguito con la massima attenzione la diffusione del parere dell’Efsa sulla presenza dei contaminanti 3-MCPD e GE in molti alimenti inclusi alcuni prodotti da forno e, come sempre abbiamo fatto in passato, ci impegnano fin da ora a fare, nel più breve tempo possibile, tutte le scelte necessarie per la massima tutela della salute del consumatore» dice Mario Piccialuti, direttore dell’Aidepi (associazione industriali della pasta e del dolce italiani). Al numero degli industriali, però, la mossa di Coop non è andata giù. «Le catene sono libere di adottare le scelte che ritengono più opportune, troviamo meno opportuna la modalità con cui la scelta è stata adottata e comunicata.

Sarebbe stato più corretto chiedere ai fornitori di eliminare progressivamente l’uso dell’olio di palma e poi darne comunicazione. Annunciare al grande pubblico, nei punti vendita e ai media, la propria decisione, genera preoccupazioni e scatena allarmismi ingiustificati». 

L’OPINIONE PUBBLICA
Nell’opinione pubblica, però, qualcosa è cambiato. «I supermercati stanno dando sempre più spazio ai prodotti di nicchia, anche nelle offerte», prosegue Crippa. Secondo il presidente di Federalimentare Luigi Scordamaglia ormai «il consumatore non cerca solo cibi buoni e sani, dà un valore all’impegno etico del marchio che sceglie». È una tendenza fortissima, spiega Nicola De Carne, analista di Nielsen. Da qualche anno le campagne web e tv sono in grado di creare «turbolenze sui mercati» ma ridurre tutto a petizioni e programmi tv sarebbe ingeneroso:

«Il 53% degli italiani è disposto a pagare di più per prodotti sostenibili». Orientarsi, in realtà, è complicato. «Occorre stare attenti a non cadere dalla padella alla brace» spiegava ieri l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, presidente Ferrero. L’azienda di Alba, pur utilizzando olio di palma, «seleziona con cura le materie prime ed impiega processi industriali che ne limitano la presenza a livelli minimi in modo del tutto compatibile con i parametri ora definiti dall’Efsa».

IL BOOM DEI CIBI BIO
Olio di palma o meno, gli scaffali si sono riempiti di cibi «sostenibili». È la stessa Nielsen a fotografare il boom: in 12 mesi i prodotti bio hanno fatto un balzo del 20%. «Un’accelerazione fortissima» commenta De Carne. E le grandi ondate emotive hanno un peso fondamentale: quando è stato pubblicato lo studio dell’Oms sul consumo di carne rossa e i legami con il cancro, nelle prime due settimane le vendite sono crollate di oltre il 10%. Poi, lentamente, sono tornate alla normalità. 

Mille giorni e tutto tace (peggio, si parla d'altro)

Alessandro Sallusti - Mar, 10/05/2016 - 15:48

La libertà di espressione dei magistrati, nell'agenda del Csm e della politica, viene prima della libertà fisica dei cittadini incappati in guai veri o presunti



Adesso il problema principale della giustizia è diventato se i magistrati possano o meno esternare sulla riforma costituzionale che a ottobre sarà sottoposta a referendum. Noi siamo per la libertà di espressione di tutti, anche se abbiamo molti dubbi che oggi come in passato i magistrati abbiano usato questo non alienabile diritto con le cautele e la buona fede che il loro ruolo esigerebbe.

Dibattito importante, certo, ma ancora una volta si parla di cose lontane dal sentire della gente e dai problemi reali. Il nodo della giustizia, la domanda su cui le toghe dovrebbero interrogarsi, è che proprio oggi sono mille giorni che un cittadino è in carcere senza aver mai subito una condanna. Carcerazione preventiva si chiama, ed è un vero strumento di tortura, spesso un odioso abuso di potere. Lo scomodo record lo ha raggiunto Nicola Cosentino, discusso politico campano di centrodestra, già sottosegretario nel quarto governo Berlusconi.

È accusato di vicinanze pericolose con la camorra, è stato al centro di risse e faide del centrodestra locale. A noi questo non interessa, e non abbiamo alcuna certezza se Cosentino sia innocente o colpevole. È che, a tre anni dall'arresto, lui e noi avremmo diritto di sapere almeno mezza verità, avere un indizio sulla bontà del castello di accuse.

E invece niente, la libertà di espressione dei magistrati, nell'agenda del Csm e della politica, viene prima della libertà fisica dei cittadini incappati in guai veri o presunti. Essere politici di centrodestra insegna la storia è sicuramente un'aggravante, ma non è che le cose vadano molto meglio per i comuni mortali. In Francia e in Spagna i detenuti in attesa di giudizio sono circa il 20 per cento della popolazione carceraria, in Germania e Regno Unito il 16.

In Italia la percentuale supera il cinquanta. Un detenuto su due marcisce in cella in attesa che, con molto comodo, la giustizia faccia il suo corso. Che nel nostro diritto dovrebbe essere: ti considero innocente fino a prova contraria e come tale ti tratto. E che invece, nelle mani di Magistratura Democratica e soci vari, è diventato: sei colpevole fino a prova contraria, stai in carcere e poi vedremo. Che intanto qui si discute della finta chiusura del Senato. Paese davvero strano.

Anche i morti tra i sostenitori della “Lista del Grillo”: due firmatari defunti nel 2013

La Stampa
beppe minello, letizia tortello

Intanto la commissione elettorale esclude le liste Fdi-An dalla sfida


La lista con il nome di uno dei defunti

Magari dal punto di vista formale poco si potrà dire. Certo è che avere tra le firme persone morte tre anni fa getta un ombra su tutti gli altri sottoscrittori. Ecco perché il Movimento 5 Stelle chiederà l’intervento della Procura, mentre in parallelo coltiverà il ricorso al Tar per scacciare dalla scheda elettorale la lista «No Euro–Lista del Grillo» perché «confonde gli elettori», dice il grillino Davide Bono. 

La «Lista del Grillo» è però solo una parte delle tante liste civetta preparate da Renzo Rabellino che, non a caso, è anche capolista della formazione che ora rischia un’indagine penale.  «Il professionista delle liste tarocche e dei candidati quasi omonimi, Renzo Rabellino, insieme ai suoi sodali (Noccetti, Calleri e compagnia attenzionata dalla Procura torinese), colpisce ancora – dicono Bono e il Movimento 5 Stelle.

Non pago della condanna a 2 anni e 10 mesi per le firme false alle regionali 2010, con interdizione dai pubblici uffici e sospensione dei diritti elettorali per 5 anni, delle accuse di truffa per residenza fittizia a Sambuco con cui avrebbe preso per anni rimborsi non dovuti dalla Provincia di Torino, dopo averci provato alle amministrative del 2012 (ricusato a Chivasso e in altre realtà), ricusato alle politiche del 2013 e alle regionali del 2014, ci riprova con ben 6 liste a Torino.

Una di queste è di nuovo la lista “patacca” del con Grillo scritto a caratteri cubitali, con l’intento di ottenere consensi da elettori del Movimento 5 stelle, identificato con il suo fondatore storico e leader, Beppe Grillo». «Ieri – continuano i grillini - abbiamo prelevato copia dei documenti di presentazione della lista del Grillo e abbiamo constatato come nella quasi totalità degli atti di sottoscrizione vi erano numerose firme cancellate. Anche solo analizzandone uno, abbiamo scoperto che due sottoscrittori cancellati risultano deceduti all’anagrafe di Torino anni prima della data di apposizione della firma. Quindi, o Rabellino e i suoi amici fanno resuscitare i morti, oppure è stato compiuto un illecito nella compilazione dei moduli di cui chiederemo conto quanto prima in Procura».

Liste autenticate da Ferdinando Berthier che con la sua lista <Movimento in Rivoluzione» appoggia Roberto Rosso alla carica di sindaco e che, di fronte alle accuse dei grillini, è preso alla sprovvista e sostiene di «non sapere: chissà cos’ha combinato Rabellino…». «Ci chiediamo però come sia possibile che ancora non siano state prese misure di prevenzione verso determinati soggetti che reiterano gli illeciti, prendendosi gioco del regolare esercizio della democrazia italiana?» chiedono i grillini.

Intanto la Commissione elettorale ha confermato l’esclusione delle liste Fdi-An dalla competizione elettorale per tutte le 8 Circoscrizioni torinesi, respingendo la richiesta di una proroga per l’integrazione dei documenti mancanti. Il partito ricorrerà al Tar per chiedere la riammissione. «Siamo fiduciosi nel tribunale amministrativo - dice il capogruppo uscente in Sala Rossa, Maurizio Marrone, -. Non ammetterci vorrebbe dire cancellare una formazione presente con almeno un consigliere uscente in tutte le circoscrizioni».

L’esclusione è motivata dalla mancanza della dichiarazione di insussistenza di cause di incandidabilità. «Siamo convinti di aver ragione - sottolinea Marrone - ed è chiaro che si è trattato di un mero errore materiale. Già 5 anni fa era successo al Pdl ed erano stati concessi 3 giorni per integrare. Ieri mattina - prosegue - avevamo già fatto le integrazioni, nei tempi previsti per l’ammissione delle liste». 

Nel blu dipinto di nero: Google vuole cambiare il colore dei link

La Stampa
lorenzo longhitano

Mountain View sta facendo esperimenti con i risultati delle ricerche, valutando nuove soluzioni grafiche per presentare i risultati. L’ultimo cambiamento di colore ha portato nelle casse dell’azienda 200 milioni di dollari di ricavi in più in un anno


Foto: Twitter / @facelessloser

Quello che sta valutando di adottare Google all’interno del suo motore di ricerca è un cambiamento che non passerà inosservato. Da ieri l’azienda di Mountain View sta presentando a un ristretto numero di utenti alcune pagine in cui i link sono in nero anziché nel classico blu. L’operazione è uno dei tanti esperimenti che Google effettua periodicamente per migliorare i propri servizi, come conferma l’azienda stessa: «Facciamo continuamente test sul design della pagina dei risultati delle ricerche, ma non siamo ancora convinti che “black is the news blue”.»

Ma perché cambiare colore? La motivazione economica è tra quelle più probabili. Una lieve variazione nella tonalità di blu in passato aveva dato come risultato link meno fastidiosi per gli occhi e più invitanti per il puntatore del mouse: un’inezia, che però per una società i cui guadagni si basano anche sui clic è stata quantificata in 200 milioni di dollari di ricavi in più all’anno. Passare dal blu al nero però rappresenta un cambiamento più drastico, la cui possibilità sta già attirando le critiche non solo degli utenti coinvolti nel test, ma anche di quelli che ne sono venuti a conoscenza indirettamente.

La consuetudine di rappresentare in blu i collegamenti non è solo funzionale, ma anche vecchia quasi quanto il web stesso: ai tempi della sua invenzione i contenuti che vi circolavano erano per lo più testuali, e il browser più in voga li visualizzava con caratteri neri su sfondo grigio; tra le 14 rimanenti gradazioni di colore disponibili allora, l’unica in grado di mettere in risalto i link senza infastidire troppo i lettori era il blu elettrico. Così venne scelto questo colore, che col tempo è diventato prima una consuetudine e poi un pezzo della grammatica del www.

Google è pur sempre un soggetto singolo; anche se dovesse optare per il cambio cromatico nella pagina dei risultati (e in Google Docs, dove si sono visti altri esperimenti), il resto della Rete potrebbe continuare ad adottare il blu. D’altro canto però è inutile negare l’influenza sugli altri soggetti che Mountain View è capace di esercitare: il suo motore di ricerca resta la porta d’accesso attraverso la quale gran parte degli internauti (da noi circa il 95%) accede ai contenuti online — se Google e Android iniziassero a visualizzare i link in nero inizieremmo in poco tempo a considerarlo la norma.

Ex dipendenti di Facebook raccontano: “Così il social network manipola le notizie”

La Stampa
dario marchetti

Secondo un sito americano l’azienda avrebbe chiesto ai responsabili delle news di censurare fonti del partito repubblicano. Ma da Menlo Park arriva la smentita



Freddi, insensibili e, almeno in teoria, imparziali. Sono gli algoritmi che, come quello di Facebook, determinando quali e quanti contenuti far comparire sulle nostre timeline. Qualche volta però le apparenze ingannano: secondo le dichiarazioni di alcuni ex dipendenti di Menlo Park, le notizie comparse tra le tendenze nel periodo 2014-2015 potrebbero essere state manipolate per escludere fonti e informazioni relative al movimento repubblicano.

Gizmodo, riporta che l’azienda avrebbe chiesto di inserire in lista certi tipi di notizie, anche se di scarso interesse, censurando invece argomenti relativi a politici conservatori. «Ogni tanto un sito di stampo repubblicano pubblicava qualche storia interessante - ha spiegato uno degli ex giornalisti in forza a Facebook nel settore news -. Ma avevamo ordine di escluderle finché non fossero state coperte da qualche altra testata più imparziale».

In altri casi invece accadeva il contrario: i dipendenti dovevano inserire tra le tendenze le notizie non ritenute importanti dall’algoritmo, come la scomparsa del volo della Malaysia Airlines o l’attacco a Charlie Hebdo, così da reggere la competizione sulle news in tempo reale con Twitter. Oppure spingere una particolare storia non perché gli utenti ne stessero davvero discutendo, ma piuttosto per darne l’impressione: «A un certo punto agli utenti non importava più di tanto della Siria - racconta uno degli ex curatori -. E non avere quell’argomento tra le tendenze avrebbe fatto fare una figuraccia a Facebook».

A quanto racconta Gizmodo, pare quindi che la sezione delle tendenze fosse gestita come una vera e propria redazione, con tanto di linea politica e un taglio editoriale ben preciso. Niente a che vedere con l’idea di un algoritmo imparziale che ogni giorno, 24 ore su 24, seleziona le notizie lette ogni giorno da 170 milioni di utenti solo negli Stati Uniti. Repubblicani compresi.

La risposta ufficiale dell’azienda è arrivata oggi da Tom Stocky, vice presidente del settore ricerche di Facebook, che ha dichiarato di non aver trovato alcuna prova concreta di quanto denunciato dalle fonti anonime di Gizmodo: «Le nostre linee guida sono molto rigide e non ammettono la soppressione di informazioni o punti di vista specifici. Le notizie in tendenza vengono selezionate da un algoritmo, per poi essere validate da una squadra di giornalisti che hanno il compito di verificare che si tratti effettivamente di argomenti popolari e non fasulli». Stocky ha poi sottolineato come ogni singolo passaggio di questo processo lasci una traccia ben visibile, e che chi viola le regole rischia di essere licenziato.

A 15 anni scopre un’antica città Maya

La Stampa
lidia catalano

Uno studente canadese incrocia le costellazioni con le mappe di Google e trova un insediamento fino ad oggi sconosciuto. La sua intuizione incanta astronomi e archeologi


 La piramide di Kukulcan, nell’area archeologica di Chichen Itza, nella penisola dello Yucatan

Un po’ di ricerche su Internet, una discreta abilità con le mappe di Google e una passione innata per l’osservazione delle stelle. Così, quasi per caso e senza neppure allontanarsi di un solo metro da casa, uno studente canadese di 15 anni ha scoperto un’antica città Maya rimasta per secoli nascosta nell’impenetrabile vegetazione della giungla messicana. La teoria formulata da William Gadoury dalla sua abitazione di Saint-Jean-de-Martha, una cittadina di 60 mila abitanti a nordovest di Montreal, è suggestiva. «I siti nei quali i Maya costruivano le città – spiega al Journal de Montreal – rispecchiano la mappa delle costellazioni». 

UNA CITTA’ PER OGNI STELLA
William è il primo al mondo a ipotizzare una correlazione di questo tipo. «Ho analizzato 22 costellazioni Maya e ho scoperto che a ogni stella corrisponde una città Maya». Ma ha fatto un passo in più. In una costellazione qualcosa non tornava. C’erano tre stelle ma soltanto due corrispondevano a città conosciute. «Doveva essercene una terza che non era ancora stata scoperta». Le immagini satellitari fornite dall’Agenzia Spaziale Canadese hanno confermato le sue previsioni, mostrando figure geometriche che richiamano la forma di un’antica piramide e una trentina di edifici esattamente nell’area indicata dal 15enne. 


William Gadoury in visita all’Agenzia Spaziale Canadese (Foto da Facebook)

“BOCCA DI FUOCO”
William ha battezzato la sua «creatura» Kaakchi, che nel linguaggio dei Maya significa «bocca di fuoco». «Non mi spiegavo perché queste popolazioni costruissero le loro città lontano dai fiumi, in aree remote, spesso impervie. Mi sembrava una scelta incomprensibile fino a che non l’ho collegata alla disposizione delle stelle». Se i rilievi sul posto confermeranno quanto sembrano rivelare le immagini dei satelliti, potrebbe trattarsi della quarta più grande città Maya di cui si abbia conoscenza. 

GLI SCETTICI
Il mondo accademico è diviso. Susan Gillespie, docente di antropologia all’Università della Florida, ha liquidato la teoria di William come «un’ulteriore manifestazione dell’aurea mistica che da sempre avvolge il mondo dei Maya». «Se dovesse esserci un sito nell’area indicata da William - ha aggiunto - si tratterebbe di una mera coincidenza: in tremila anni di storia i Maya hanno costruito insediamenti pressoché ovunque e ci sono certamente aree ancora oggi sconosciute agli archeologi». 

“IL SOGNO DI UNA VITA”
Ma a dominare è l’entusiasmo. Il professore Armand La Rocque, dell’Università di New Brunswick ha dichiarato che «nonostante la fitta vegetazione le immagini satellitari parlano chiaro: nell’area indicata da Gadoury c’è una grande piramide e la sua teoria potrebbe portare presto a nuove scoperte». William intanto si gode il momento di gloria e sogna di visitare la «sua» città nello Yucatan: «Sarebbe il giusto coronamento di tre anni di lavoro, l’emozione più grande della mia vita». 

Amazon sfida Youtube: ecco la piattaforma per i video degli utenti

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Il colosso di Seattle lancia Video Direct (per ora non in Italia) e attacca frontalmente il sito di proprietà di Alphabet-Google



Amazon, detto anche Amazon pigliatutto. Il colosso di Jeff Bezos è inarrestabile, soprattutto sul fronte dei video. A una ventina di giorni dal lancio di un servizio analogo a Netflix, a un dollaro in meno, arriva l’attacco frontale a Youtube di Alphabet-Google. Oggi — martedì 10 maggio — debutta Amazon Video Direct, piattaforma dedicata ai filmati pubblicati dagli utenti. Chiunque abbia un account Amazon in Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Austria e Giappone può caricare contenuti da diffondere gratuitamente — dividendo con Amazon gli introiti pubblicitari — o da proporre per affitto, acquisto o mediante sottoscrizione. A bordo sono già saliti editori del calibro di Guardian, Condé Nast e Mashable.
L’offerta
Per l’internauta comune si tratta di un’ottima opportunità, essendo i video scaraventati in un contesto qualitativamente alto e popolato dalle decine di milioni di clienti di Prime. «Rendiamo più facile per i creatori di contenuti la ricerca di un’audience, e per l’audience la ricerca di grandi contenuti», ha dichiarato in una nota il vice presidente di Amazon Video Jim Freeman. Rispetto a Youtube un passo in avanti: i filmati non si muoveranno solo nella terra di tutti (e di nessuno).
Il braccio di ferro
Il braccio di ferro con il portale acquistato da Google nel 2006 è inoltre già iniziato con l’arrivo di Twitch nell’universo di Seattle, risalente all’estate del 2014. Il terreno è quello dei filmati dei videogiocatori già esplorato con successo da Youtube, che è a sua volta passato sulla sponda dell’abbonamento con Red (non ancora disponibile in Italia). La partita si sta insomma facendo molto interessante, mentre da domani sul tappeto rosso della Croisette c’è già un vincitore: Bezos porta al Festival di Cannes cinque opere, scippando a Neflix la fascetta di outsider.

@martinapennisi
10 maggio 2016 (modifica il 10 maggio 2016 | 19:47)

L’ultima avventura del soldato John Ritrovato il libro di memorie del colonnello che combattè Napoleone

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

In uno scaffale di una rivendita di libri usati è stato trovato il diario, risalente al 1811, del colonnello Squire, ingegnere britannico «giramondo». Botanico, archeologo, agente segreto. Dal ritrovamento della Stele di Rosetta alla spy story nel Mar Baltico

Richard Sprent e Mike Gray, proprietari della libreria «Cracked and Spineless bookshop»: sono loro ad aver ritrovato il manoscritto
Richard Sprent e Mike Gray, proprietari della libreria «Cracked and Spineless bookshop»: sono loro ad aver ritrovato il manoscritto

Un pezzo di storia che spunta dagli scaffali di una rivendita di libri usati. Succede. Ma questo ritrovamento è insolito. Sono le memorie di un soldato inglese che combattè durante le guerre napoleoniche. Si chiamava John Squire ed era uno strano tipo di militare: appassionato di ogni cosa, dalla botanica alla letteratura passando per storia e antichità, tanto che, grazie a una curiosità quasi giornalistica, scriveva di tutto, appigliandosi a qualunque spunto che ispirava i suoi racconti che profumavano tanto di cronaca. Proprio quelli emersi da una libreria specializzata in volumi d’antiquariato -la «Cracked and Spineless bookshop» - nella città di Hobart, capitale della Tasmania (stato dell’Australia).

Il libro stava lì da almeno un trentennio, è non è nemmeno chiaro come abbia fatto ad arrivare nell’emisfero di sotto visto che il colonnello Squire morì di malattia nel 1812 in Spagna, all’età di 32 anni. Forse lo portarono dei coloni, giunti in Tasmania trecento anni fa. E che chissà come mai si ritrovarono in possesso di quel manoscritto. Fatto sta che quelle note scritte di suo pugno (il racconto di assedi, battaglie, operazioni segrete ma anche annotazioni di colore su usi e costumi del mondo, quello visto dal soldato-viaggiatore) è decollato dall’Europa chissà quando ed è atterrato nella parte di mondo con la testa all’ingiù.

Il ritrovamento sta destando curiosità, se non vero e proprio scalpore, tanto in Australia quanto in Gran Bretagna. Questo perché il colonnello era una figura piuttosto nota nella comunità degli storici anglosassoni: militare, avventuriero e scrittore. Come del resto molti in quell’epoca dove tutto, a partire dai misteri di oceani, jungle e deserti, era da scoprire. E da raccontare.
Ferito in battaglia in Olanda
Squire entra giovanissimo nell’esercito: nel 1798, diciottenne, è già sui campi di battaglia europei. Combatte contro le armate francesi rivoluzionarie e si becca una schioppettata in Olanda. Tre anni dopo si ritrova in Egitto, dove fronteggia direttamente Napoleone. Al termine della campagna si mette in giro per il Medio Oriente: tra Siria, Giordania, Turchia e Grecia recupera marmi e statue antiche (forse anche, da vero avventuriero britannico che non disdegnava il business, con l’intenzione di rivendersi i reperti) caricati su un battello che, nel viaggio di ritorno verso l’Inghilterra, naufraga nelle vicinanze dell’isola di Citera, nel Peloponneso. Ma il soldato John si salva miracolosamente. Poi lo promuovono capitano. E lui riparte: Sudamerica, Svezia, Spagna. Sempre pronto a catapultarsi dove ci fosse da difendere gli interessi di Sua Maestà e dove ci fossero gli odiati francesi da combattere.
La stazione meteo nel Mar Baltico
Non basta. Compie anche missioni da vero e proprio 007, come quando lo spediscono nel Mar Baltico dove deve aprire una stazione meteorologica che in realtà nasconde un posto d’osservazione strategico: da qui deve controllare il transito delle pericolosissime flotte francesi e russe che potrebbero creare seri grattacapi alla marina britannica. E ancora. Ritorna in Spagna, dove dà manforte ai ribelli che combattono le truppe d’occupazione napoleoniche.
Curiosità da giornalista
Ingegnere meccanico, perfeziona armi che vengono usate negli assedi. Ma non perde il gusto per l’osservazione naturalistica. Senza contare che John riesce sempre a trovarsi - quasi fosse stato un giornalista - nel posto giusto al momento giusto. Per dire: in Egitto assiste in tempo reale alla curiosa querelle che contrappone inglesi e francesi sul destino della stele di Rosetta, ritrovata da un soldato di Napoleone nel 1798 ma «requisita», perché considerata come «bottino di guerra», dall’esercito di sua Maestà al termine della campagna. Scrive di tutto e su tutto.

Saggi sui ritrovamenti di opere d’arte romane in Egitto e osservazioni sul reticolo di canali in Olanda che consentono un rapido spostamento delle truppe. Oltre a quella godibile cronaca di fatterelli quotidiani ritrovata in Tasmania. Riemersa del tutto casualmente grazie al fatto che la libreria è stata ceduta. I nuovi proprietari, facendo letteralmente pulizia, si sono imbattuti in una pila di vecchi volumi. Tra questi il diario di John. Che adesso verrà messo all’asta. «Vorremmo farci un po’ di soldi», ammettono candidamente i proprietari della libreria, Richard Sprent e Mike Gray che hanno ricevuto numerose telefonate da parte di studiosi interessati all’ultima avventura scritta dal soldato John prima di morire.

alefulloni
10 maggio 2016 (modifica il 10 maggio 2016 | 13:58)

Crocifiggeteci tutti!

Nino Spirlì



Che dire, dopo le ultime folli dichiarazioni dei vescovi della chiesa di Roma? (qui)

1

Su, venite, invasori e clandestini! Terroristi islamici mischiati alle armate di figuranti. Finti profughi che non scappate da guerre e persecuzioni, ma, spesso, molto spesso, solo dalle patrie galere o dalla noia di una capanna di merda e dalla voglia di non far nulla. Venite, su! E portate con voi chiodi e martelli. Il legno per le croci, no: quello, lo fornisce Santa Madre Chiesa. Tagliato direttamente nei boschi di proprietà di qualche lardoso cardinale. Benedetto dai vescovi, compreso quello di Roma. Sagomato dalle associazioni cattocomuniste, grasse, unte, di finta solidarietà e vergognoso buonismo di pessimo conio. Ma fate presto.

5

Non c’è alcun bisogno di aspettare che i vostri figli crescano nelle periferie delle nostre città.

Incazzati e violenti. Non c’è necessità di procrastinare l’evento di dieci venti anni. Fatelo voi, adesso e qui. Magari, appena ripresi dalle stanchezza della traversata. Magari, dopo esservi rifocillati coi cibi che sarebbe stato giusto, molto più giusto, distribuire fra le famiglie di italiani che da sempre hanno pagato le tasse e che hanno smesso di farlo solo quando qualcuno li ha messi col culo per terra, strappandogli il lavoro e la dignità. Perché si stava preparando ad accogliere voi a braccia e portafogli aperti, il delinquente! Voi, l’investimento più proficuo di tutte le mafie del mondo. Voi, il petrolio rosso sangue!

3

Crocifiggeteci tutti. Fateci finire da Veri Cristiani! Dai più anziani, fino ai neonati. Straziateci col sorriso beffardo sui grugni sporchi di couscous e sugo di agnello sgozzato mandando a fare in culo le leggi. Proprio come state facendo nei mille Paesi in cui siete padroni anche dell’aria. Finitelo, il lavoro che vi stanno ordinando i vostri compari americani e arabi, i traditori europei, la feccia massonica e le tonache vendute. Fissate la data e ci consegneremo. Come Nostro Signore Gesù Cristo. Con Dignità, Fede e Speranza. Anzi, Certezza.

2

Perché, noi, come Lui, siamo destinati a risorgere e tornare. Voi, come chi vi ha creati e come chi vi paga e vi coccola, quella Luce non la vedrete mai. Perché quella Luce si chiama Cristianesimo e Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e di Donna, Fratello e Padre dell’Occidente e della Libertà.

Fra me e me. Che vivo nella Parola.


Schermata 2016-05-10 alle 00.41.00
(Dante Alighieri, Divina Commedia – Inferno, canto XXVIII)



Che fine hanno fatto Landini e Civati?

Francesco Curridori - Mar, 10/05/2016 - 19:54

Il segretario della Fiom sembrava che dovesse far cadere Renzi con la sua "Coalizione sociale", mentre Civati, con "Possibile", ambiva a diventare l'Iglesias italiano. Entrambi sono desaparecidos



“Una coalizione per organizzare la mobilitazione sociale, per opporsi a chi attacca i nostri diritti e la nostra dignità, per proporre e conquistare un’alternativa, per praticarla dal basso, ogni giorno, nei territori”. È questa la frase di presentazione della ‘coalizione sociale’ del segretario della Fiom, Maurizio Landini, nata il 6 giugno 2015 con l’obiettivo di creare una forza civica d’opposizione al governo, con l’aiuto di associazioni come l’Arci, Libera ed Emergency.

Da allora non se n’è quasi più sentito parlare, fatta eccezione per l’assemblea nazionale che si è svolta il 13 settembre 2015 a Roma e la manifestazione nazionale del 21 novembre, tenutasi sempre nella Capitale con gli operai Fiom che sventolavano la bandiera “Unions”. Spulciando i social si vede come il 2016 per la ‘coalizione sociale’ sia nato sotto i peggiori auspici. A commento del post che recitava “Nel 2015 siamo nati ed oggi siamo presenti in tante città italiane, il 2016 sarà un anno impegnativo che affronteremo con determinazione ed energie positive. Compagni buon 2016!”, un utente rispondeva:

“francamente, ho partecipato a due assemblee pubbliche promesse dalla Coalizione Sociale, la prima a San Lazzaro (circolo Arci), la seconda a Bologna (cineteatro Galliera). Ho trovato una atmosfera assai dimessa, senza un minimo di entusiasmo ed in particolare negli interventi di esponenti Fiom. Posso certamente aver inteso male, ma ho trovato più voglia di Coalizione negli interventi Arci, Libera, Labas, Tpo ed in altre associazioni presenti. Sinceramente......se erano due assemblee atte a promuovere Coalizione Sociale nel bolognese....qui butta maluccio”.

Dopo Landini, un altro desaparecido della sinistra italiana è Pippo Civati. Il deputato monzese, dopo essere uscito dal Pd ha dato vita al movimento ‘Possibile’ che si richiama all’esperienza spagnola di Podemos ma che sembra sia avendo una sorte ben più sfortunata del partito iberico. In seguito aveva creato alla Camera un gruppo unico con gli ex grillini di Alternativa Libera che, però, non ha portato alla nascita di un partito unico. Se inizialmente si parlava di Civati come del candidato ideale della sinistra radicale milanese da opporre a quello del Pd, Giuseppe Sala, ora si fa fatica a rintracciare il simbolo di ‘Possibile’ nelle città che andranno al voto a giugno.

Dal movimento fanno sapere ‘Possibile’ si presenta col proprio simbolo solo a Sesto Fiorentino, Vittoria, Ravenna e Torino, dove appoggia la candidatura di Giorgio Aiuraudo. “Non ci interessava forzava la presenza del simbolo in ogni comuni ma costruire un progetto possibile cercando la massima unità a sinistra”, spiegano gli organizzatori del movimento che, comunque, ci tengono a sottolineare che esponenti di ‘Possibile’ sono presenti nelle altre grandi città all’interno di liste civiche o dentro le liste dei candidati sindaco, come nel caso di Napoli dove sostengono l’uscente Luigi De Magistris.

A Milano, invece, appoggiano Basilio Rizzo, a Bologna il candidato civico Federico Martelloni, mentre a Roma hanno volutamente deciso di non partecipare alla competizione elettorale. Gli altri capoluoghi in cui si presentano sono Savona, Novara, Rimini, Pordenone, Latina, Caserta, Brindisi, Villacidro e Carbonia.

Peggio è andata ai colleghi ex Cinquestelle di Alternativa Libera che si presentano solo a Torino, Pordenone, Vittoria, Sesto Fiorentino, Anghiari, Montevarchi e in altri comuni della Toscana e dell’Abruzzo. Totalmente assenti nelle grandi città tranne in alcune municipalità di Napoli. In pochissime realtà gli ex grillini si presentano col proprio simbolo. Tutto segni di un flop annunciato per la sinistra a sinistra del Pd?

Il boomerang moralista

Piero Ostellino - Dom, 08/05/2016 - 19:26

Fare politica è sporcarsi le mani. I moralisti lo scoprono soltanto adesso



I grillini che hanno invocato a lungo le manette per qualsiasi amministratore che si fosse sporcato le mani ora fanno i conti con le ragioni da essi stessi sostenute invocando le manette. È il destino di chiunque finga di non sapere che fare politica vuol dire spesso, realisticamente, sporcarsi le mani.
L'invocazione delle manette per l'amministratore che se le sia sporcate è puro moralismo fine a se stesso, è il rifiuto della politica, per definizione, come «cosa sporca». Se i grillini non fossero andati al potere a Livorno, ora non farebbero i conti con se stessi e il proprio facile moralismo.

C'è da sperare che la lezione faccia loro bene e che imparino che far politica vuol dire, prima o poi, conquistare posizioni di potere pubblico che comportano sempre l'assunzione di responsabilità. E con la magistratura che ci ritroviamo spesso basta ricoprire quelle posizioni per rischiare le manette...
Fare politica vuol dire sporcarsi, a volte, le mani, semplicemente perché la politica è l'arte del compromesso, è cercare di governare per il meglio, evitando, se necessario, qualche legge o regolamento di troppo.

Amministrare la cosa pubblica significa essere in grado di far fronte alla domanda di ben governare nell'interesse generale. L'amministrazione non è ossequio costante e inderogabile a leggi e a regolamenti. Non sto facendo l'elogio del mandato imperativo, ma per amministrare occorre, a volte, dover ignorare burocrazie che imporrebbero troppi vincoli. L'eccesso di legislazione regolamenti, divieti, permessi, licenze produce danni e una certa magistratura, fortemente politicizzata e animata da una buona dose di moralismo, ha finito con invadere il campo dove si fa politica, incidendo sul corretto funzionamento del sistema.

Le toghe che fingono di ignorare che politica vuol dire anche compromesso sostituiscono il realismo con un malinteso legalismo che altro non è se non il desiderio di chi non è stato eletto di far politica contro chi la fa. La magistratura che usa le manette molto volentieri dovrebbe capire che, comportandosi come si comporta troppo spesso, finisce col far saltare la logica che regge ogni ordinamento democratico-liberale e con l'imporre alla politica la propria volontà e il proprio moralismo, che non sono la legge, bensì la propria discrezione.

Così, però, il nostro sistema politico non funziona perché la distinzione e la separazione delle funzioni che caratterizza lo Stato moderno non vengono rispettate da tutti: chi governa è tenuto a rispettare le leggi e i regolamenti che disciplinano anche l'attività politica, ma la magistratura, non essendo stata eletta, è tenuta, da parte sua, a rispettare le regole della politica, dove vige il principio che governa chi ha avuto anche solo un voto in più di chi è stato sconfitto alle elezioni e che la sovranità appartiene al popolo che la esercita alle urne.

Se non si tiene bene a mente questo elementare principio che non equivale a una sorta di permesso di violare le leggi e i regolamenti- il risultato è la continua invasione di campo della politica da parte di un altro organo dello Stato. Chi governa deve essere soggetto alle norme, ma non lasciato alla totale mercé di chi leggi e regolamenti deve applicare.

Non è per caso che io ho insistito a lungo sul fatto che l'eccesso di legislazione è una delle caratteristiche peculiari degli ordinamenti totalitari, dove tutto è proibito tranne ciò che è espressamente ammesso. In una democrazia liberale, al contrario, molto è ammesso anche se non esplicitamente previsto dalla legge. Vige, in una democrazia liberale, un qualche margine di discrezionalità che consente a chi amministra la cosa pubblica, se necessario, di sporcasi le mani senza doverne sempre rispondere e pagarne le conseguenze legali.

La politica non è, per definizione come pensano i manettari una «cosa sporca», bensì il luogo del compromesso in nome della governabilità. E il compromesso, quando è compiuto da chi è stato eletto, fa parte del gioco della politica. Perciò, l'invasione della politica da parte di una certa magistratura non è il trionfo della pulizia e della trasparenza, bensì una forzatura di una delle funzioni pubbliche su di un'altra funzione, quella di chi fa politica perché è stato eletto. La quale ubbidisce a leggi sue proprie che poco o nulla hanno a che fare con un'idea distorta di moralità che è la negazione della politica stessa. Forse, una ripassatina a Machiavelli non farebbe male a certi nostri magistrati.

piero.ostellino@il gionale.it

Ma quali straccioni. Così certi Rom vivono nel lusso.

Andrea Pasini



Pistole puntate verso l’obiettivo. Macchine di grossa cilindrata col cruscotto cosparso di polvere bianca e banconote. Un ragazzo si fa ritrarre mentre con una mano regge la custodia di un cd con sopra sei strisce, probabilmente di cocaina. Gli occhi arrossati rivolti all’indietro e il viso macchiato di bianco.

Piantine quasi sicuramente di marijuana detenute illegalmente, ma pubblicate sui profili social per mostrarle e mostrarsi senza vergogna. Ecco chi sono certi rom che vivono in Italia. L. Lo Z. si fa chiamare L. il Magnifico e sul suo profilo Facebook racconta la sua vita. Si autodefinisce “nullafacente presso figlio mantenuto” e i suoi vizi li paga lo Stato gli extra li paga la merce che probabilmente ruba e rivende al migliore offerente  mentre i cittadini italiani non riescono nemmeno a vivere degnamente, perché costretti da quelle stesse istituzioni a pagare tasse su tasse, arrivate a livelli vessatori.

Ecco a chi finiscono i soldi dell’onesto popolo italiano. Finiscono a S. De S. L. che sul suo profilo scrive: “A te che mi odi una pallottola in testa arriverà”. I profili Facebook di questi ragazzi sono completamente pubblici, visibili da tutti con facilità. Sono migliaia i giovani che li seguono e hanno fatto di loro un esempio sbagliato da seguire. Una foto mentre si ubriacano, una mentre sniffano, una mentre mostrano fieri la merce che hanno appena rubato.

Il tutto intervallato da citazioni e scene di film cult. Il Padrino e Scarface sono tra i preferiti. Raccontano la loro vita (bruciata), senza temere alcuna ripercussione. E perché dovrebbero? Nessuno è mai andato a controllare, anche se coi loro scatti e frasi testimoniano la vita “illegale” nei campi rom. Quei campi che il governo accetta sul nostro territorio e che troppo spesso finanzia.

Da onesto imprenditore e cittadino allora mi domando: perché a questi personaggi è concesso di violare la legge continuamente, sotto gli occhi di chiunque, e andare avanti impuniti? Rispettare la giustizia dovrebbe valere per chiunque scelga di vivere nel nostro Paese, senza alcun doppiopesismo. E invece questi omuncoli non solo continuano a fregarsene delle leggi, ma non mostrano il benché minimo desiderio di “redimersi” e integrarsi nella nostra società, conducendo una vita da persone oneste. Sono loro stessi a definirsi nullafacenti.

Sono loro stessi ad ammettere che vogliono vivere nell’illegalità. Ritengo quindi vergognoso che il nostro Paese accolga e mantenga persone che vivono di espedienti criminali, nella certezza che ogni loro gesto verrà ignorato dalle autorità competenti. Come è possibile che l’Agenzia delle Entrate, capace di trascinare un uomo alla rovina per un conto mal saldato per errore, non si renda conto che i rom vivono nella ricchezza, dichiarandosi invece nullatenenti?

O che gli operatori dei servizi sociali, che sono stati gli artefici delle disgrazie per moltissime famiglie di italiani, non vadano nei campi rom a rendersi conto in prima persona in quali condizioni igieniche, al limite della decenza, sono costretti a vivere i bambini? Mi basti ricordare che per un disegno senza alcun significato, fatto da un bambino figlio di italiani, i servizi hanno sottratto il bimbo alla famiglia perché, a loro parere, il disegno indicava un malessere causato dai suoi genitori.
Inutile dire che così non era.

Allo stesso tempo, all’interno dei campi rom, molti minori vengono obbligati a mendicare e rubare, anziché seguire regolarmente le lezioni a scuola, senza che nessun operatore dei servizi sociali se ne preoccupi o si indigni per questo. Quelle piccole bravate diventeranno probabilmente delle grandi trasgressioni pubblicate impunemente su Facebook. Quei piccoli furti diventeranno le macchine di grossa cilindrata con cui molti rom giovani e adulti girano per le strade delle nostre città, a volte ubriachi, drogati o privi di patente, a velocità folli, causando incidenti e la morte di persone oneste.

Quelle vesti rimediate nell’infanzia diventeranno gli abiti eleganti e i modi disinvolti, con cui questi individui seguono le loro vittime e sfruttano il primo momento di disattenzione per rubare preziosi a uomini e donne che come ogni mattina si recano sul posto di lavoro e fanno sacrifici nella vita. Come può il nostro Stato ignorare questi episodi, palesi a tutti,meno che a chi dovrebbe immediatamente prendere dei provvedimenti in merito? E come possiamo noi italiani continuare a sopportare in silenzio mentre queste persone si prendono gioco di coloro che rispettano la legge e le regole della convivenza civile, trattandoli da poveri fessi?

La mia Italia, la nostra Italia non è questa. È urgente perciò cambiare immediatamente la rotta e imporre delle norme ben precise e decise a tutte le comunità nomadi presenti nel nostro Paese.
O i rom dimostrano di avere un lavoro e di potersi mantenere senza attività illegali, o dimostrano di rispettare gli standard igienico-sanitari e di voler vivere con le loro famigliein strutture abitative decenti (e non in baracche fatiscenti), oppure nei loro confronti sarà applicata la tolleranza zero, con la chiusura immediata dei campi (anche di quelli legali), la schedatura di tutte le persone della loro comunità, tramite raccolta di impronte digitali e foto segnaletiche, e l’estradizione immediata degli stranieri rom che delinquono in Italia, con la condizione di non poter tornare mai più nel nostro Paese.

Non è discriminazione. È un modo per tutelarci e garantire il nostro diritto sacrosanto alla sicurezza e alla libertà.

Nasce il sito che fornisce alibi perfetti per mascherare i tradimenti

Anna Rossi - Mar, 10/05/2016 - 21:28

Durante il programma di Barbara D'Urso, Pomeriggio Cinque, la conduttrice ha svelato questa nuova tecnica usata dai compagni infedeli



Nasce il sito che crea alibi per tradimenti perfetti: a caro prezzo ci sono dei consulenti che vi oganizzeranno tutto e il vostro compagno "mangerà la foglia". A svelare lo "sfascia-famiglie legalizzato" è Barbara D'Urso a Pomeriggio Cinque. Durante la puntata parlando di tradimenti ha spiegato dell'esistenza di questo sito. Per la precisione, ultimamente, ne sono nati tantissimi. Quello a cui fa riferimento indirettamente la conduttrice si chiama tradimento.net.

Il costo base per un servizio "copertura per qualche ora" è di 30 euro, ma esiste anche il servizio "copertura per più giorni" e qui la cifra sale vertigionosamente. Se per esempio un marito vuole fare una vacanza con l'amante, gli "esperti" faranno in modo che la moglie creda che l'uomo sta andando ad incontrare dei soci d'affari. Come è possibile questo? Creeranno delle brochure false con tutte le informazioni necessarie per ingannazare la povera sventurata.

Quindi donne e uomini fate attenzione, il vostro compagno o compagna potrebbe tradirvi e avrebbe le spalle coperte da alcuni consulenti. Quindi indagate meglio e battete sul tempo gli "esperti".