sabato 14 maggio 2016

Uccidete gli occidentali" Ecco il manuale della perfetta jihadista

Cristina Bassi - Sab, 14/05/2016 - 08:28

Consigli e ordini impartiti dal Califfato alle donne svelati dalla prima sentenza italiana sul terrorismo dell'Isis

Portatevi lo stretto necessario, il Califfato provvederà a voi. Attenzione: niente tablet né smartphone di ultima generazione.Solo vecchi cellulari non rintracciabili. Il «coordinatore» dell'Isis in Turchia dà istruzioni agli aspiranti combattenti che arrivano da Occidente. Per le donne foreign fighter c'è un capitolo dedicato. È tutto riportato nelle motivazioni delle condanne a Marianna Sergio, sorella di Maria Giulia «Fatima», e altre tre persone.

La sentenza del gup di Milano Donatella Banci Buonamici è la prima in Italia per terrorismo internazionale nelle file dell'Isis. Le condanne in primo grado sono arrivate lo scorso 23 febbraio dopo l'inchiesta del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e del pm Paola Pirotta. A Marianna Sergio sono stati inflitti con il rito abbreviato cinque anni e quattro mesi di carcere. Ad altri tre imputati pene fino a tre anni e otto mesi, un quarto è stato assolto. Fatima invece, latitante presumibilmente in Siria, è ancora a processo con il rito ordinario insieme, tra gli altri, al padre Sergio Sergio e al marito di origini albanesi Aldo Kobuzi. Il documento del gup Banci è un'efficace analisi non solo della conversione all'Islam e della radicalizzazione della famiglia Sergio, che viveva a Inzago, poco fuori Milano.

Ma anche di come il sedicente Stato islamico seduce europei e italiani e li convince a imbracciare le armi per eliminare i «miscredenti». Il giudice parla di «straordinaria qualità del proselitismo», di «vasta e potente capacità di attrazione esercitata sui musulmani sparsi per il globo». E avverte: l'insegnamento dato è che «l'uccisione degli occidentali miscredenti non solo è lecita, ma è doverosa». L'allarme: «La nuova sfida del Califfato impone di anticipare la sanzione alle condotte di chi voglia andare, i cosiddetti foreign fighter, nei teatri di guerra anche per il rischio che torni sul territorio nazionale radicalizzato e addestrato». Marianna, sorella maggiore di Maria Giulia, è la prima delle due a convertirsi all'Islam più radicale.

Aderisce all'ideologia del Califfato, fa opera di proselitismo e indottrinamento nei confronti di altre donne. Inoltre fa di tutto - insieme alla sorella collegata via Skype dalla Siria - per convincere i genitori a emigrare e aderire alla jihad. Il viaggio era già organizzato, ma la famiglia viene arrestata nel luglio 2015. La madre, Assunta Buonfiglio muore in ottobre. Nelle chat e conversazioni intercettate dalla Digos Marianna mostra «entusiasmo» per attentati come quello a Charlie Hebdo. Non solo: «Svolge propaganda in favore dell'Isis, soprattutto dopo la partenza della sorella», è dunque «evidente il contributo dato all'associazione terroristica».

Continua la sentenza: «Il Califfo ha intrapreso una massiccia campagna di reclutamento rivolta al pubblico femminile». Nel mirino «le giovani occidentali», che non hanno solo il ruolo di «donna del jihadista». Inneggiano alla guerra santa, agiscono da reclutatrici, imparano l'uso delle armi, sono impegnate nella gestione di altre donne «prese come schiave». Dice ai suoi Maria Giulia dalla Siria:

«Qui stiamo ammazzando i miscredenti per poter allargare lo Stato islamico». Ancora: «Al Baghdadi ci chiama tutti a fare la hijrah (emigrazione per raggiungere i combattenti di Allah, ndr)». I genitori sono riottosi e insiste: «Dovete venire qui per salvare la vostra anima dall'inferno e basta».
A un certo punto il padre si licenzia e la famiglia vende i mobili su internet. La madre non vuole partire? Fatima ordina a Sergio Sergio: «Prendila per i capelli e vieni qui. Al marito si deve obbedienza totale».

Il Freccia Rossi

La Stampa
massimo gramellini

Enrico Rossi, presidente rosso della rossiccia Toscana e sfidante ufficiale del Renzi rosé (o bianco fruttato) al prossimo congresso del Pd, considera il Frecciarossa una metafora di questa società ingiusta e propone di ristrutturarne i vagoni in senso socialista. Non ha senso, dice, che si stia pigiati in 68 nella classe standard, mentre in quelle premium, business ed executive i sedili sono distanziati e quasi sempre vuoti. L’Alta Velocità socialista senza più classi ridistribuirebbe i posti e i costi in modo più equo. E, consentendo di salire sul treno a un numero superiore di passeggeri, darebbe un impulso al fatturato, in base alla nota legge economica del comico Ettore Petrolini: «Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono tanti».

Come cambiano le mode. Negli Anni Settanta del secolo scorso avremmo potuto ascoltare le parole di Rossi in un’assemblea studentesca o in una riunione del partito comunista, ma anche nell’articolo di fondo di un giornale borghese. Negli Anni Ottanta, quelli dell’arricchimento collettivo (a debito), ci sarebbero sembrate fuori dalla cronaca, dopo la caduta del Muro fuori dalla storia e dopo l’inizio della crisi il parto bizzarro di un economista alternativo. Oggi in America le dice Sanders, che ha conteso oltre ogni previsione la nomination democratica a Hillary Clinton. Pensieri antichissimi hanno smesso improvvisamente di essere antiquati da quando il ceto medio, pigiato in classe standard, non può più sognare il passaggio in business e teme addirittura di essere buttato giù dal treno. 

Previsioni

La Stampa
jena@lastampa.it

Urne vuote e carceri sovraffollate.

Presidenta? La Boldrini lede dignità delle donne"

Adriano Palazzolo - Ven, 13/05/2016 - 18:16

Parla Massimo Sgrelli, Capo del Dipartimento del Cerimoniale di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 1992 al 2008



C'è da tempo una parte di italiane ed italiani - per usare una forma politically correct - che si batte per portare la parità di genere nel lavoro e nelle istituzioni, combattendo per cambiare piccolissimi fattori, come una -e o una -o in fine di parola, così da dare "dignità" di esistenza a professioni che in realtà non avrebbero bisogno di questo riconoscimento.

Massimo Sgrelli ha avuto una carriera da alto dirigente dello Stato e dal 1992 al 2008 ha ricoperto l'incarico di Capo del dipartimento del Cerimoniale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. In Italia è considerato uno dei massimi esperti di cerimoniale e tra le sue competenze, c'è anche quella di dare il giusto nome alle cose e alle persone. Per questo motivo, anche grazie all'Accademia del Cerimoniale, in cui ricopre il ruolo di presidente del comitato scientifico, cerca di spegnere sul nascere le polemiche derivanti da un dibattito, dal suo punto di vista, privo di fondamento.

E ci spiega il perché: "Una desinenza linguistica, di una qualifica professionale o di una carica, non connota necessariamente il genere (uomo o donna) di chi la ricopre. Dobbiamo aggiungere che, voler affermare l’opposto, produce effetti dannosi ed anche lesivi di quelle dignità della donna che si vorrebbero difendere. Volgere al femminile le cariche con desinenza maschile, infatti, appare un accomodamento sopravvenuto, teso a sottolineare che la carica è ricoperta da una donna, quasi che essa non potesse farlo".

Sgrelli poi, fa anche un riferimento alle aperture che l'Accademia della Crusca ha fatto in tal senso: "Sorge il dubbio che l’accademia abbia sottovalutato qualcosa. Ha sottovalutato il carattere naturale e non regolamentare della lingua: ogni vocabolo ha una propria desinenza storica, maschile, femminile, epicena, che non connota, tuttavia, una mascolinità, una femminilità o una neutralità di genere. Se il dattero è maschile e la mela femminile, se il medico è maschile e il farmacista femminile, ciò non designa una mascolinità o una femminilità di genere e, tantomeno, indica che il titolare sia maschio o femmina. E allora, come ci dobbiamo comportare?".

Infine, per fugare ogni dubbio, se ce ne fossero ancora, Massimo Sgrelli chiama in causa la Costituzione: "Come sempre, si deve partire dalla Costituzione, dove il ben noto articolo 3 , quello dell’eguaglianza, che è anche il più invocato innanzi alla Corte costituzionale, dichiara, fra l’altro, la parità di genere. Quindi, ciascuno ha libero accesso alle cariche ed agli impieghi pubblici, senza distinzione alcuna fra uomini e donne. Lo sapevamo. E rallegrandoci di tale affermazione democratica, ormai stabilmente penetrata nei nostri animi, non possiamo conseguentemente avallare alcuna richiesta di distinzione di genere nella qualificazione delle cariche, fondata sulla personalità di chi la ricopre. La Costituzione chiede soltanto di essere applicata e non di essere integrata in modo creativo e personalistico".

Il rischio, infatti, è che si caschi persino nell'incostituzionalità: "Il cittadino non è interessato a sapere se chi emetterà una sentenza è un uomo o una donna, se chi sottoscriverà una concessione edilizia è uomo o donna e neppure se chi lo sottoporrà ad esame medico è uomo o donna. Non vi è, quindi, alcun interesse pubblico a distinzioni di genere: ma solo l’interesse personale del titolare ad evidenziare una propria particolare identità o, magari, un proprio orientamento sessuale, che non interessa nessuno. Tali personalismi non sono invocati dall’ordinamento, il quale pretende, all’opposto, che gli aspetti personali di chi esercita funzioni pubbliche, rimangano accantonati. E poi, una concessione edilizia rilasciata dalla Sindaca è un provvedimento amministrativo esistente, valido, impugnabile, visto che la qualifica di Sindaca non è prevista dal nostro ordinamento?"

Un candidato ogni due elettori: la corsa al municipio è in famiglia

La Stampa
gabriele martini

A Massello, sulle montagne torinesi, è record di aspiranti a consigliere comunale



Un candidato ogni due elettori. Sulle montagne del Torinese c’è un paesino dimenticato da Dio e dagli uomini, ma non dai politici.

È il minuscolo comune di Massello, abbarbicato sopra i mille metri tra i boschi dell’alta Val Germanasca: qui la corsa al municipio è una faida tra parenti. Per le elezioni del 5 giugno, a fronte di 61 anime aventi diritto al voto, sono in 32 a contendersi una seggiola in Comune. E lo stupefacente rapporto elettori-aspiranti consiglieri è destinato ad assottigliarsi ulteriormente a causa dell’astensionismo: alle urne, cinque anni fa, andarono in 45.

La famiglia simbolo di questa contagiosa voglia di partecipazione collettiva è quella di Anita Riceli. Lei è capogruppo della maggioranza che sostiene il sindaco uscente Antonio Chiadò. Il marito Ugo Tron è candidato con lo sfidante Willy Micol, già primo cittadino per due mandati tra il 1993 e il 2001. I coniugi abitano a pochi metri dal municipio. La moglie si affaccia sull’uscio di casa e liquida la questione: «Di elezioni non parlo. Arrivederci». Da queste parti la politica si fa, ma non si dice. 

Un secolo fa gli abitanti di Massello erano più di 500. Oggi i tenaci discendenti, che non si sono arresi agli agi della bassa valle, vivono sparsi tra 16 borgate. Ognuna ha il suo mulino. Ma nient’altro: nessun bancomat, nessun negozio, nessun bar. Manca anche il dottore. Le medicine invece si possono prenotare via fax alla farmacia più vicina, che spedisce quassù un medico per mezz’ora a settimana. Riceve il giovedì dalle 12.45 alle 13.15 nei locali della foresteria, unica traccia di vita oltre a camosci e aspiranti a sindaco.

Il paradosso del Comune dove mezzo paese brama di entrare in municipio è che la battaglia all’ultimo voto inasprisce i rapporti tra vicini di casa. Il sindaco uscente Chiadò, ex dirigente d’azienda in pensione, sostiene che il programma di Micol è simile al suo: «Non so perché si candida, chiedetelo a lui». «E pensare che Chiadò negli Anni Novanta era stato mio assessore», replica lo sfidante, massellese doc, 63 anni, professione elettricista. «Si è speso molto per Massello, ma ha perso il contatto con la gente», punge Micol.

«Io non volevo candidarmi – racconta – sono stati i cittadini a chiedermelo». Il sindaco giura però di aver cercato di coinvolgerlo: «Ho provato a chiamarlo, ma mi ha detto che non aveva tempo perché doveva zappare il campo di patate». «Falso», replica stizzito Micol: «Chiadò è una vecchia volpe». Quel che è certo è che a sedere sulla poltrona di sindaco sarà uno di loro.

Gli altri due candidati, infatti, seguono il detto attribuito al barone de Coubertin: l’importante non è vincere, ma partecipare. Ivan Pascal Sella, 27 anni, guida una lista civica destrorsa. Consigliere uscente, a Massello si vede di rado perché abita a Torino. E proprio alle comunali del capoluogo figura nelle liste di Fratelli d’Italia per la circoscrizione 6. Dice: «Mi sono candidato per fare pulizia». Ma il punto è un altro: perché un giovane consulente di marketing che vive a 70 km di distanza vuole diventare sindaco di un paesello dove - ammette lui stesso - fino al 2014 non aveva mai messo piede?

È lo stesso Sella a svelare il segreto di Pulcinella della fabbrica dei sindaci: «I partiti presentano liste un po’ ovunque». Soprattutto dove basta un pugno di voti per essere eletti. «Funziona così». Cosa non si fa per tentare una carriera politica. E infine anche i leghisti sono scesi nell’arena, tanto per marcare presenza. Alle ultime elezioni comunali l’allora candidato a sindaco del Carroccio, Marco Miletto, prese tre voti. Roba da franchi tiratori in famiglia. Ma tanto bastò a spalancargli le porte della segreteria provinciale della Lega. Stavolta ci prova Franco Martinotti, 26 anni, anch’egli torinese. A sostenerlo una squadra di perfetti sconosciuti. Da queste parti giurano di non averli mai visti.
Ma una poltroncina in consiglio comunale, seppur nei banchi della minoranza, non si nega a nessuno.

Svelato il mistero delle rune della pietra di Rök: niente eroi e leggende, parla di se stessa

repubblica.it
di GIACOMO TALIGNANI

E' considerata il primo esemplare di letteratura svedese scritta. Finora si pensava che conservasse l'antica storia mitologica del Paese

L'enigma di Rök, la pietra   runica parla di se stessa

NIENTE eroi né battaglie, niente leggende del popolo che fu né tanto meno le imprese del re ostrogoto, l'imperatore Teodorico il Grande. La famosa pietra runica di Rök non parlerebbe di tutto questo, ma semplicemente di sé stessa. Di come è fatta e dell'importanza della sua lingua.

E' una storia davvero strana quella della Rökstenen, una delle più importanti pietre runiche al mondo, primo esempio conosciuto di iscrizione runica nella roccia. Per oltre un millennio è rimasta nascosta, in quanto pietra che ne faceva parte, nella chiesa del paese che poi prese proprio il nome di Rök a Östergötland, in Svezia. Poi nel 1843, quando una squadra di operai edili mentre faceva dei lavori ha scoperto che quella roccia particolare aveva incisioni su cinque lati (e non solo dunque quelle visibili da un solo lato), si è cominciato a pensare che custodisse un segreto importante. Così nel 1862 è stata rimossa e posizionata nel cortile della chiesa dove è tuttora ed è meta per turisti e visitatori.

Incisa ovunque con iscrizioni runiche, è considerata il primo esemplare di letteratura svedese scritta. Ma non solo: finora si pensava, grazie al lavoro di diversi studiosi, che quella pietra conservasse le gesta di Dei, eroi e ostrogoti, insomma l'antica storia mitologica del Paese (è datata intorno all'800). Secondo gli esperti in quelle incisioni criptate custodiva infatti la mitologia e a più riprese si è aperto il dibattito su come "leggerla", sul fatto che fossero riportate o meno le leggende di un padre che perse il figlio in battaglia, oppure le gesta di Teordorico, o ancora i segreti del popolo norreno.

Per Per Holmberg però, ricercatore e professore dell'Università di Goteborg che ha appena pubblicato un nuovo studio su Rök, non si tratta di tutto questo. Quello che Varinn, autore delle incisioni sulla pietra, avrebbe voluto lasciare ai posteri era parlare secondo Holmberg "proprio della pietra stessa". Nel nuovo studio lo svedese racconta infatti come sulla roccia, esattamente come avviene per altre pietre runiche di quel periodo, ci siano semplicemente riferimenti al monumento stesso: ovvero incisioni che riferite alla luce solare (nella parte anteriorie)della quale ci sarebbe bisogno per leggere la pietra runica e del valore delle incisioni stesse o dell'alfabeto runico (posteriore).

E allora niente leggende di Teodorico? Già, come prospettato 10 anni fa anche dal professor Bo Ralph ci sarebbe stato un errore nella lettura. Dunque niente "indovinelli", piuttosto messaggi sul valore della scrittura stessa e di come questa permetta di tramandare e commemorare i defunti. Un’ipotesi, quella di Holmberg, che cambierebbe radicalmente la storia, in particolare quella basata sui precedenti studi di Rök. In particolare, basandosi sulla semiotica sociale, il ricercatore sostiene che quelle rune cifrate si occupino dell'alba e appunto l'utilizzo della luce nel leggere la pietra, dell'intaglio della rune stessa e infine della lettura di questa. Se altri studiosi dovessero confermare la teoria di Holmberg i fanatici della pietra "magica" dovrebbero farsene una ragione: niente mitologia vichinga, ma soltanto autoreferenzialità.

L'ultima novità di WhatsApp: Google Translate integrato per tradurre le vostre conversazioni

Il Mattino

Immagine L'ultima novità di WhatsApp: ecco a cosa serve il nuovo bottone

Le chiacchierate su WhatsApp stanno per rivoluzionarsi. Con l'ultima funzione rilasciata per Android da Google Translate la traduzione delle lingue straniere sarà più semplice e veloce. Lo scrive il sito Telegraph.it, come riporta Skuola.net. Finalmente sarà possibile scrivere al ragazzo o alla ragazza conosciuta in vacanza che viene da un paese diverso dal proprio. E se poi vorrà chiacchierare davanti un caffè, a quel punto toccherà studiare un piano diverso come una lista di frasi o studiare qualche appunto della lingua della propria “dolce metà”.

IL TRADUTTORE PER WHATSAPP - Da oggi quando vorrai comunicare in una lingua diversa, con il vostro amico d'oltreoceano conosciuto in vacanza, o con la ragazza Erasmus con cui hai condiviso le avventure di studio, potrai fare affidamento sul tuo smartphone. Infatti ti basterà aprire un app - tra cui WhatsApp - che supporta la nuova funzione di Google Translate, e in automatico ti apparirà l'icona di Google Translate che penserà al resto.

NUOVA VITTORIA DI GOOGLE TRANSLATE - Il traduttore targato Google raggiunge un nuovo obiettivo. Già da molto tempo infatti gli utenti di tutto il mondo si affidavano a lui quando si andava in giro per i viaggi, anche grazie alla possibilità di consultare i dizionari senza la connessione internet, o semplicemente con la traduzione istantanea dopo aver scattato una foto ad una lingua diversa. Ma da oggi la sua presenza sarà ancora più forte e permetterà di unire le persone che non avranno più problemi a scambiarsi emozioni e parole. Venerdì 13 Maggio 2016, 16:09 -

Ultimo aggiornamento: 13-05-2016 17:54

Cos’hanno da dirci le statue parlanti di Roma

La Stampa
Autore: giulia mattioli

Nella Città Eterna ci sono busti marmorei dalla lingua tagliente, che fanno satira laddove non si può

Statua Parlante

Ai romani non manca certo la capacità di chiacchierare, né tantomeno il sarcasmo, o la graffiante ironia: ma c’erano tempi in cui le opinioni, le battute, la satira indirizzati alla classe dirigente non si potevano esprimere a voce alta. La Roma papale non era certo un esempio di libertà di pensiero e parola, ma i romani, ingegnosi più che mai, trovarono il modo di farsi gioco di aristocrazia e clero, attribuendo alle statue la capacità di ‘parlare’ in nome della gente comune. La Città Eterna è ancora oggi costellata di quelle che comunemente vengono chiamate le ‘statue parlanti’, che un tempo (per nulla lontano) si facevano divulgatrici di pettegolezzi, ironie, umori, opinioni, battute, proteste che venivano dal popolo.

Dal 1500 alla fine del 1800 le statue parlanti erano la voce del malcontento: di notte, senza essere viste, le persone affiggevano cartelli ai marmi, a volte sotto forma di versi, altre di dialogo, a volte vere e proprie freddure. Tra le più famose, la seicentesca ‘Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini’ (‘Ciò che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini’) riferita a Papa Urbano VIII (Barberini) che dilapidò i residui bronzei del Pantheon per farci il baldacchino papale.

Oppure ‘In questa tomba giace un avvoltoio cupido e rapace. Ei fu Paolo Farnese, che mai nulla donò, che tutto prese’, dedicata a papa Paolo II. E ancora la celebre ‘Dacci un papa miglior, Spirito Santo, che ci ami, tema Dio, né campi tanto’ affissa alla fine del pontificato di Clemente XI, durato ben 20 anni. Spesso erano dei letterati a prestarsi per la redazione dei cartelli, visto che la maggior parte del popolo era analfabeta, e non è raro che questo pretesto venisse utilizzato per fare propaganda politica.

Quelle sopra citate sono anche note come ‘pasquinate’, perché la più mordace lingua marmorea tra le statue parlanti di Roma è quella di Pasquino, un mezzobusto che si trova in uno slargo accanto a Piazza Navona, alle spalle di Palazzo Braschi, oggi noto come Piazza di Pasquino. A questa statua si attribuì per secoli la facoltà di fare satira politica - fino addirittura ad una visita di Hilter nel 1938 - tanto che alcuni papi pensarono di eliminarla: Alessandro VI la voleva gettata nel Tevere, ma un saggio consigliere suggerì che la sua voce si sarebbe fatta ancora più forte; Leone XIII lo fece sorvegliare giorno e notte da guardie armate, ma ottenne solo che l’eco delle pasquinate si allargasse a tutto il quartiere Parione.

Altra celeberrima statua parlante è quella di Marforio, situata nel cortile di un’ala dei Musei Capitolini e divenuta particolarmente nota per il film ‘La Grande Bellezza’, una colossale figura barbuta sdraiata. C’è poi il ‘babuino’ della via omonima, ornamento di una fontana che i romani trovarono talmente brutto da associare ad una scimmia. Tra le più ‘chiaccherone’ il Facchino di Via del Corso, un bassorilievo che ritrae un acquarolo (portatore d’acqua). Non manca una rappresentante femminile, il busto marmoreo di Madama Lucrezia, situato su un lato di Palazzo Venezia: e infine c’è lo sfortunato (perché periodicamente vandalizzato e decapitato) Abate Luigi, che si trova sul lato sinistro di Sant’Andrea della Valle. Se vi trovate a passeggio per la Città Eterna, andate a sentire cos'hanno da dirvi le statue parlanti.

E' di Verbania la donna più anziana del mondo

La Stampa
 verbania 13/05/2016

Emma Morano ha 116 anni, succede alla statunitense Susannah Mushatt Jones deceduta questa notte


Mimose e tulipani lo scorso 8 Marzo, festa della donna, per Emma Morano

La persona più anziana del mondo, una donna afroamericana di New York, è morta negli Stati uniti a 116 anni, passando il testimone del primato di longevità all’italiana Emma Morano, piemontese, anche lei di 116, decana d’Italia e d’Europa. Susannah Mushatt Jones, nata a Montgomery Alabama nel 1899, si è spenta in una casa di riposo di Brooklyn. Era entrata nel Guinness dei primati lo scorso anno alla morte della giapponese Misao Okawa, di 117 anni.

Emma Morano, la nuova nonna dei record, ha compiuto 116 anni lo scorso 29 novembre a Verbania. Così raccontava quel giorno il collega Ivan Fossati su La Stampa: Se troppe uova alzano il colesterolo e non fare sport accorcia la vita, Emma insegna il contrario. Di uova, crude, ne mangia tre al giorno. E le scale non le fa da un quarto di secolo. Ma Emma è felice. Strafelice. Peccato abbia dovuto togliere dalla quotidianità i gianduiotti. Fino all’anno scorso erano una certezza come le uova e la carne trita sciolta nel brodo.

Tutto invariato tranne la cioccolata e la badante. Ha dovuto accettarla, al 115° compleanno, il 29 novembre 2014, viveva sola. Non per tutto il giorno, ma di notte restava sola in quelle due stanze. Lo pretendeva lei. Una regola per andare d’accordo a cui le nipoti hanno dovuto sempre dire sì. Come all’abitudine di tenere al sicuro nel reggiseno la piccola chiave di un armadio che conserva le foto di tempi lontani. Se qualcuno chiede immagini d’epoca, la nipote la invita a consegnare la chiave.

Una moderna donna d’altri tempi. S’era innamorata di un alpino andato in guerra (la Prima) e mai tornato a Villadossola, città industriale che la ospitò da adolescente dopo i primi anni di vita in Valsesia, a Civiasco. A Villadossola lavorava in un iutificio, fabbricava sacchi. Ma la polvere le dava fastidio alla salute, così si trasferì a Pallanza. Ha conosciuto un altro uomo e l’ha sposato. Ma la picchiava. Una volta, due, tre. Troppo: si è separata. Era il 1938. L’anno prima aveva perso l’unico figlio, morto a pochi mesi.

Un caso, in una famiglia di longevi: la mamma è deceduta a 91 anni, una sorella a 107. Vivente, più anziana di Emma al mondo c’è solo l’americana Susannah Mushatt Jones, nata lo stesso anno - il 1899 - ma con un vantaggio di quattro mesi e mezzo. Tanto come lei, invece, in Italia non ha mai vissuto nessuno. In Europa la batte (per ora) una francese nata nel 1875 e morta nel 1997.
Non è mai stata a Roma, il mare l’ha visto una volta a Genova, è cavaliere della Repubblica, i Pontefici li pregava (ne sono passati undici dal 1899), i politici di oggi non li riconosce. Era stata però contenta quando a novembre - in occasione dei 116 anni - le hanno letto il telegramma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il messaggio di Papa Francesco. 

Il fallimento cinese delle città fantasma

Fiamma Invernizzi - Ven, 13/05/2016 - 12:13

Quante sono e quanto siano costate non ci è dato saperlo. Le ghost cities cinesi vengono costruite per rimanere deserte, un po' in tutto il mondo



Se, parlando di città fantasma, ci vengono in mente gli speroni di Clint Eastwood e la polvere del far west, allora il nostro tempo si è fermato al ventesimo secolo.Il primato delle ghost cities, oggi, è tutto firmato Made-in-China. Con un piano governativo cominciato agli albori del ventunesimo secolo, infatti, il gigante dell’imitazione ha fatto sorgere innumerevoli città rimaste però deserte. A pochi chilometri da Shanghai, a Thianducheng, per esempio, è nata nel 2009 una finta Parigi che, pianificata con tanto di giardini pubblici e edifici in stile, ospita anche una Torre Eiffel in miniatura, alta un terzo di quella originale. Progettata per accogliere 100.000 abitanti, è solamente occupata da 2.000 persone.



Se una capitale europea può sembrare un vezzo per eccentrici fotografi di matrimoni, lo stesso non si può dire per Yujiapu, eretta a partire dal 2008, come centro finanziario da affiancare a Shanghai e Hong Kong. Definita la “piccola Manhattan cinese”, purtroppo non fa pensare alla frenesia dei tanto noti yellow cab, bensì alla desolazione vissuta da Will Smith tra gli zombie di Io sono leggenda.
Gli esempi sono innumerevoli: Ordos, con la sua piazza principale lunga 2,5 km e larga 200 m, costata secondo Time intorno ai 5 miliardi di dollari, è una metropoli da un milione di abitanti, oggi occupata al 3% massimo; Changsha, descritta dal Business insider come una delle più grandi realtà fantasma, sorge sulle rive di un lago artificiale ed è abitata solamente da gru e scheletri di edifici incompleti. Nonostante l’evidenza, da Pechino non si riescono, però, ad avere notizie certe e verità ufficiali: quante sono le città fantasma?

Una decina o più? Quanto sono costate queste “new cities”, abbandonate prima di essere abitate?L’immenso lavoro fornito alle aziende edili cinesi (ovviamente  quotate in Borsa) non conosce limiti, tanto da superare i confini politici e da approdare in Angola, dove una città da 500.000 persone sembra essere sorta all’improvviso. Nova Cidade de Kalimba, alla periferia di Luanda, è composta da 750 edifici di otto piani, circa dodici scuole e centinaia di esercizi commerciali, completamente deserti. Il costo degli alloggi, infatti, si aggira intorno ai 90 mila euro, in un paese dove lo scarno reddito medio obbliga la popolazione locale a vivere nelle baraccopoli.

Se in occidente le città nascono e crescono in rapporto con la loro popolazione, quelle cinesi funzionano esattamente in modo contrario: sorgono e poi, in qualche modo, si spera che un giorno vengano abitate. Se questo è un metodo che funziona, lo scopriremo forse nel prossimo decennio.

Come affrontare la vita (lo staff di Beppe Grillo)

La Stampa
mattia feltri

Carissimo direttore, cari vicedirettori, stimati responsabili dell’edizione online, quest’oggi la rubrica “Francobollo” non viene redatta perché non ne abbiamo nessuna voglia. Se ne riparla domani, o dopodomani, o più avanti, quando ci andrà di nuovo. 

Cordiali saluti.
Lo staff di Beppe Grillo.