domenica 15 maggio 2016

Dilemmi

La Stampa

Meglio vivere un giorno da grillino o cento da renzino?
Meglio morire.

Bombe, sfollati e la statua in piedi Asiago e la grande battaglia del 1916

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Un secolo fa lo scontro tra gli eserciti italiano e austro-ungarico durante la Prima guerra mondiale. I morti furono 5 mila tra gli austriaci, molti di più tra gli italiani

La statua intatta della beata Giovanna Maria Bonomo tra le macerie di Asiago

«Asiago fu». Per capire cosa rappresentò per l’Altopiano dei Sette Comuni l’apocalisse della «Strafexpedition», l’offensiva decisa dal feld-maresciallo austriaco Conrad von Hötzendorf per vendicarsi degli ex alleati, basta leggere quella pagina di diario del tenente Attilio Frescura: «Asiago fu». Seguita, il giorno dopo, da «Asiago fumiga».
Il cannone che lanciava a 30 chilometri
Cominciò tutto, scrisse l’inviato del Corriere Arnaldo Fraccaroli, esattamente cento anni fa, «con un cozzo spaventoso nel pomeriggio di lunedì 15 maggio». Il primo colpo sparato, dal passo Vezzena, oggi confine fra Trentino e Veneto, dal «Lange Georg», il cannone che, costruito per le corazzate era stato poi assegnato da Vienna all’artiglieria. Un colosso che lanciava a 30 chilometri proiettili di un metro e mezzo con 193 chili di esplosivo. Colosso affiancato da batterie portate giù lungo l’Adige senza che Luigi Cadorna prendesse mai sul serio gli allarmi. «Sull’Altipiano, comprese le bombarde pesanti da trincea, non v’erano meno di mille bocche da fuoco», scriverà in

«Un anno sull’altopiano» Emilio Lussu, «un tambureggiamento immenso, fra boati che sembravano uscire dal ventre della terra, sconvolgeva il suolo. La stessa terra tremava sotto i nostri piedi. Quello non era tiro d’artiglieria. Era l’inferno che si era scatenato». «Altro che bolgia dantesca spettacolosamente terrificante!», annoterà un soldato nel diario ripreso nel saggio «Austriaci all’attacco» da Alessandro Massignani e Paolo Pozzato, «ci pareva d’essere addirittura in mezzo ad un formidabile convulsionismo tellurico i cui crateri eruttassero un finimondo di lava acciarina».
Le macerie e la foto simbolo
Il trentesimo colpo del «Langrohrkanone», che molti chiamavano «Giorgetto» come se l’ironia potesse depotenziarlo (non meno ironici, involontariamente, furono i volantini lanciati per rincuorare i vicentini: «Se essi hanno un po’ più di artiglieria le nostre baionette sono migliori...») piombò nella via principale di Asiago davanti alla chiesa di San Rocco. Una foto famosa riassume tutto: in mezzo a un ammasso di macerie, solo la statua della beata Giovanna Maria Bonomo è miracolosamente intatta. «Ho visto l’Angelina che teneva in braccio e cullava il suo bambino. Era morto e forse non se n’era accorta. perché gli parlava. Asiago era un paese morto. Non aveva una casa in piedi», ricorderà Mattea Del Sasso.
La ricostruzione degli scrittori
Scappano tutti, gli abitanti. Mentre l’alfiere Fritz Weber scrive che «Asiago giace ai nostri piedi» nel diario che lo renderà celebre («Tappe della disfatta») vecchi, donne e bambini cercano di trovare scampo scendendo giù verso Bassano, Thiene, Vicenza. Da dove molti torneranno, altri prenderanno le vie dei migranti verso le Meriche o l’Australia. Scriverà di quegli sfollati anche Mario Rigoni Stern in «L’anno della vittoria»: «I carabinieri lungo la strada che andava oltre i monti spingevano i più restii e facevano fretta e largo ai soldati che salivano dalla pianura. Alle loro spalle il paese bruciava e il campanile sembrava una torcia».

Mentre saliva dalla parte opposta, li incrociò lo stesso Lussu: «La strada, ora, si faceva ingombra di profughi. Sull’Altipiano d’Asiago non era rimasta anima viva. La popolazione dei Sette Comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando sui carri a buoi e sui muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che aveva potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre».
Il bilancio della tragedia
Fu carneficina, la «Battaglia degli Altipiani»: 5mila morti e 23mila feriti tra gli austriaci e ancora di più tra gli italiani, che nei rapporti ufficiali, ricorda Paolo Pozzato nel recente «L’offensiva austriaca del 1916. Strafexpedition», distingueva tra morto e morto: «788 ufficiali uccisi, 2.844 feriti e 1.045 dispersi, 14.665 uomini uccisi, 73.789 feriti e 54.590 dispersi». Episodi di eroismo finiti nella leggenda. «Il 2 giugno sul Cengio s’immola la brigata Granatieri di Sardegna», ricorda ne «La guerra di Giovanni» Edoardo Pittalis, «ha l’ordine di resistere sino all’ultimo uomo ed è una strage, tra selvaggi corpo a corpo con la baionetta in canna. Avvinghiati al nemico, precipitano nel vuoto».
Il baratro sarà chiamato il «Salto dei granatieri».

C’è tra loro lo scrittore triestino Carlo Stuparich. Pochi mesi prima ha lasciato versi struggenti: «Oggi l’aria è chiara e fine/e i monti sono cupi e tersi,/poveri anni persi…». Sconvolto nell’inferno e diffidente verso i comandi («Bom bom bom/al rombo del cannon/El general Cadorna el mangia el beve el dorma/e el povero solda’ va in guerra e non ritorna», diceva una strofetta di trincea) c’è chi non trova senso nel farsi ammazzare in cocciute offensive suicide: «La mia squadra fu macellata!», scrive disperato un sottufficiale e cosa fa il capitano alla vista degli scampati in fuga? «Uscito dal suo ricovero e visti i soldati fuggire mise mano alla rivoltella e cominciò a tirare loro addosso». Era un ordine di Cadorna: fucilare, fucilare, fucilare.
Il ritorno a casa
Ma gli Austriaci, come sottolineerà Armando Diaz nel Proclama della Vittoria («I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza») non sfondano. Sono costretti anzi a ripiegare. Tra i soldatini veneti nasce una canzoncina: «I solda’ de Ceco Bepe/i vo’eva ‘ndar a Vicensa/ma co’ i xe riva’ a Asiago/i ga perso ‘a coincidensa». La guerra, però, sarà ancora lunga. E angoscioso il ritorno. Non solo Asiago e tutti i paesi dell’altipiano erano rasi al suolo ma erano irriconoscibili le stesse foreste, i prati, i pascoli: «Su un totale di 18.656 ettari di boschi, 4.680 furono rasi al suolo (distrutti), 1.936 quasi distrutti, 3.781 molto danneggiati, 5.399 danneggiati», spiega Katia Occhi ne

«L’Altopiano dei Sette Comuni», a cura di Patrizio Rigoni e Mauro Varotto, «solo 2.860 ettari di boschi rimasero indenni». Quelli che non avevano avuto alcuna importanza strategica. Al ritorno, tutti provarono il tuffo al cuore di Matteo ne «L’anno della vittoria»: «La sua casa non c’era più e il luogo dove sorgeva era un mucchio di sassi rotti e travi annerite, e l’orto più in basso era diventato un cimitero dove croci di legno sghembe o spezzate segnavano i tumuli dove nel 1916 e nel 1917 venivano sepolti i soldati italiani che morivano nell’ospedale da campo che era sorto poco lontano». Trovò, scavando con le mani, solo «la bambola di pezza con la quale giocavano le sorelline.
Era ancora intatta, forse l’unica cosa che ancora rimaneva e le ripulì il viso e le vesti». Occorreva ricominciare. E ricominciarono.

14 maggio 2016 (modifica il 14 maggio 2016 | 22:16)

Il terrorismo e le indagini bloccate «Pc e telefonini diventano inviolabili»

Corriere della sera

di Cesare Giuzzi

L’allarme: troppi aggiornamenti, i nostri virus inefficaci. I produttori: costi insostenibili

Il blocco dura dai primi di febbraio. Quattro mesi di tentativi a vuoto. Mentre il mondo dava la caccia al terrorista Salah Abdeslam e l’Europa piangeva le vittime degli attentati di Bruxelles, la tecnologia voltava le spalle all’intelligence e all’Antiterrorismo. Tablet, pc e smartphone dei sospetti terroristi sono attualmente «inviolabili». I nuovi aggiornamenti dei sistemi operativi Ios di Apple e Android sviluppato da Google, hanno reso inefficaci i software utilizzati dalle forze di polizia per monitorare il traffico dati.

Un «buco nero» confermato anche dalla magistratura. Indagini come quelle che di recente hanno coinvolto il pugile Raim Moutaharrik e portato al mandato di cattura nei confronti di Alice Brignoli e del marito Mohamed Koraichi andati a combattere con le truppe islamiche, sono ad alto rischio. «Il solo modo di inoculare virus per intercettare il traffico dati in smartphone e computer — spiega un investigatore dei reparti antiterrorismo — è di entrare in contatto con gli apparecchi, ossia di avere a disposizione un cellulare e di “infettarlo” dopo averlo collegato ad un computer».

Il sistema finora utilizzato da polizia e Ros dei carabinieri prevedeva la possibilità di spedire un virus (trojan) in remoto, attraverso mail o sms non visibili all’intercettato, in grado di «copiare» e inviare agli investigatori ogni file presente nella memoria. Comprese fotografie, audio o chat. Programmi che, in sostanza, si comportano come virus malware e sui quali la Cassazione si è pronunciata solo di recente dando un parere positivo al loro utilizzo in fase di indagine.

Una volta che uno smartphone viene infettato è possibile utilizzare lo stesso dispositivo come una microspia con un semplice comando dell’investigatore. Il tutto, ovviamente, su mandato della magistratura come per le normali intercettazioni. Senza un sistema di accesso «remoto» anche le chat come WhatsApp restano inviolabili. Il trojan, infatti, utilizzava un programma in grado di «riprendere» lo schermo e di copiare i caratteri cliccati sulle tastiere. «Uno strumento fondamentale per monitorare 24 ore su 24 i cosiddetti “lupi solitari”».

I software per la «violazione» di smartphone e pc hanno costi notevoli, insostenibili per lo Stato. Polizia e carabinieri si rivolgono a società private. Due quelle leader a livello mondiale: una nel Comasco, l’altra a Palermo. Ma i costi e la rapidità con la quale i software Ios e Android vengono aggiornati rendono impossibile per le società stare al passo con i tempi. Da qui il blocco degli ultimi mesi. Il virus spia per Android costa 800 mila euro e quello per Apple oltre un milione e mezzo. Con il rischio di essere utilizzabili solo per poche settimane.

Problemi identici si sono verificati per le telefonate con l’arrivo della rete 4G. Ma gli operatori telefonici hanno aggiornato i protocolli e permesso alle forze dell’ordine di captare le conversazioni. La strada alternativa al blocco è quella di una lunga rogatoria internazionale che però ha già visto risposte negative da Apple e Blackberry. Intanto alcune indagini sul proselitismo hanno subito pesanti contraccolpi, anche se i virus spia non sono i soli strumenti di polizia e carabinieri. Ora si attende che un intervento europeo consenta ai vari Paesi di condividere gli stessi software e di contenere i costi. Ma l’orizzonte è ancora buio.

15 maggio 2016 | 00:52

Papa Francesco: "No a chi ama cani e gatti più del vicino"

Libero

Papa Francesco

"Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti e ai cani che poi lascia sola e affamata la vicina. No, per favore no!", a parlare è Papa Francesco, durante l'udienza giubilare in piazza San Pietro. Il Pontefice si scaglia ancora una volta contro quelle persone che provano più sensibilità e compassione verso i propri animali domestici che verso le sofferenze delle persone meno fortunate o in difficoltà.
Francesco rimprovera l'indifferenza verso il prossimo e invita a "stare attenti a non identificare la pietà con quel pietismo piuttosto diffuso che è solo un'emozione superficiale e offende la dignità dell'altro”.

Poi spiega che per Gesù "provare pietà equivale a condividere la tristezza di chi incontra, ma allo stesso tempo a operare in prima persona per cambiarla in gioia". “Anche noi siamo chiamati a coltivare la pietà di fronte alla vita - conclude Bergoglio - scuotendoci di dosso l'indifferenza che impedisce di riconoscere la sofferenza dei fratelli che ci circondano e liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale".

Il teologo degli animali: vi spiego il paradosso del Papa

Corriere della sera

i Gian Guido Vecchi

Paolo De Benedetti: «Parla a chi rifiuta una comunione con tutto ciò che ha vita»

Paolo De Benedetti, teologo e biblista

Che ne dice, professore?
«Sono pienamente d’accordo con Francesco, è chiaro. Il paradosso, in questo caso, si vede nel rifiuto che la coscienza oppone alla chiamata di comunione, di affetto e di sensibilità tra tutto ciò che ha la vita, uomo, animale o albero». Il grande teologo e biblista Paolo De Benedetti, classe 1927, pensatore della «teologia degli animali» («Lo stesso Messia sofferente appare negli occhi di un cane che muore»), risponde dalla sua casa di Asti.

Padre ebreo, madre cattolica, si è definito ironicamente «marrano» e ha insegnato Giudaismo nella Facoltà teologica di Milano. Un libro omaggio dedicato al suo pensiero conteneva, tra gli altri, saggi degli amici Carlo Maria Martini e Umberto Eco. Gli acciacchi dell’età non hanno appannato il suo spirito: «Non vorrei scandalizzarla, ma io penso che Dio abbia voluto l’uomo e l’intero creato perché altrimenti soffrirebbe, nella sua solitudine».

Non si tratta di scegliere tra uomini e animali, quindi?
«Si tratta di vedere, nel rapporto tra uomini e animali, una scelta che risale a Dio. Non si può annullare uno dei due. Sempre Dio desidera, sente il bisogno di diffondere la sua vita su tutto il creato, a qualsiasi grado. Se uno legge attentamente i racconti della creazione, si rende conto che Dio ha bisogno del creato. Non nel senso che altrimenti sparirebbe, niente di questo, ma nel senso che Dio ha bisogno di un “tu” che siamo noi».

Noi uomini o noi creature in generale?
«Dipende dai punti di vista. Secondo me ha bisogno dell’intero creato». Eppure l’insegnamento biblico e della Chiesa pone l’uomo in una posizione di superiorità, no? «Il credente deve avere la consapevolezza che sia la vita dell’uomo sia la vita dell’animale sia la vita dell’albero sono tutte forme che dimostrano come Dio, nei rapporti con il creato, abbia come strumento fondamentale — direi addirittura come scettro di governo — la responsabilità dell’uomo verso il creato».

Essere responsabili e non padroni?
«Sì. In un certo senso la storia dell’uomo e del creato ha un doppio insegnamento: ci educa a rispettare la vita dei viventi, dovunque e comunque sia; e a non porre mai la nostra identità a livello di quella divina. Direi che il pensiero cristiano nei confronti degli animali è mediato dalla vitalità che Dio ha seminato in tutto ciò che ha o ha avuto respiro».

Ma in che senso l’uomo è superiore?
«Nel senso che lo ha deciso Dio. Il credente, deve ricordarsi che Dio gli ha dato un rapporto con Lui che nessun’altra creatura ha. Ma è proprio questo rapporto a renderlo responsabile e non onnipotente nei confronti del creato. Spetta alle religioni farlo capire.» Lei scrisse un «lamento» in morte della sua gatta, «spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia». Pensa che anche gli animali, come gli uomini, abbiano un destino eterno?

«In un certo senso sì, anche se per adesso noi non sappiamo che cosa sia, questo senso. Ma c’è».

14 maggio 2016 (modifica il 14 maggio 2016 | 22:55)

Agca, l’attentato al Papa e l’eterna pista bulgara

Corriere della sera
di Antonio Ferrari

Trentacinque anni fa, il «lupo grigio» turco colpiva Giovanni Paolo II in piazza San Pietro. Qui l’inviato del Corriere ripercorre l’intreccio mai chiarito tra il tentato assassinio e il regime di Sofia: dall’arresto di una coppia di italiani alle rivelazioni di Andreotti, un’appassionante testimonianza personale degna di un thriller



Quel pomeriggio del 13 maggio 1981,35 anni fa, anniversario dell’apparizione più celebrata della Madonna ai tre pastorelli di Fatima, la notizia dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II, in piazza San Pietro, giunse come una frustata terribile in redazione, e in tutti gli uffici del Corriere della Sera. In una fulminea girandola di telefonate, più veloce rispetto ai futuri tempi dei telefonini e di Internet, fummo convocati dal direttore Franco Di Bella: editorialisti, commentatori, inviati speciali. Franco era un decisionista convinto, e in dieci minuti assegnò i compiti. Ricordo che chiese al grande Giovanni Testori una valutazione, un’idea fulminante. Quegli spari in Piazza San Pietro da dove partivano? Chi li aveva ordinati? Con il suo sguardo intenso, Testori, straordinario intellettuale, riflettè qualche secondo prima di rispondere: «Non so, non capisco, forse sono i massoni che odiano questo Papa straordinario».

Quel pensiero mi ha sempre seguito, anche quando uscirono le prime notizie che indicavano nell’uomo arrestato, il turco Mehmet Ali Agca, il responsabile del crimine. Ma un uomo, che come si sarebbe scoperto quasi subito era un «lupo grigio» di estrema destra e un killer professionista (aveva ucciso il direttore del giornale Milliyet Abdi Ipecki), non poteva certo essere il solo organizzatore di un attentato epocale, che avrebbe potuto avere conseguenze devastanti. Conseguenze ne ebbe, anche se probabilmente diverse da quelle che mandanti ed esecutori prevedevano. Non tanto all’inizio, ma durante la lunghissima inchiesta che mise in luce tutte le ambiguità, le trame, i sospetti e i misteri che circondavano la terribile vicenda.

Il Papa riuscì a salvarsi, quasi miracolosamente, ma di sicuro quella ferita lo segnò per tutta la vita: non certo nell’anima e nel cuore, determinatissimi, ma nel fisico. In pochi mesi di indagini, si individuò una pista assai credibile: quella bulgara. Si sosteneva che ad assoldare il killer turco, attraverso i lupi grigi di Alparslan Turkesh fossero stati i bulgari, per conto dei sovietici. Costruzione che aveva senso, visto che a Mosca il Papa polacco era vissuto come una spina pericolosissima per il regime; che la Bulgaria era pronta ad eseguire qualsiasi ordine; e che Agca era passato da Sofia. Tutto quadrava, «It has body», diceva un collega inglese.

Era persino troppo semplice. Quella ricostruzione andava bene a tutti. In Italia, di sicuro, era ben accetta alla Democrazia cristiana, ai socialisti, e persino al Partito comunista che aveva compiuto lo strappo dall’Urss. Per abitudine professionale, non mi sono mai piaciute le verità troppo plausibili, figlie di veline, o di convenienze partitiche o politiche. Quando, nel 1982, il mio direttore di allora, Alberto Cavallari, mi convocò per invitarmi ad andare a Sofia, ne fui sorpreso e insieme sconcertato. Mi raccontò, davanti a testimoni della redazione, che era stato convocato a Roma da un cardinale (fatto non sorprendente, perché Cavallari era stato il primo giornalista a intervistare per il Corriere un Papa, Paolo VI. Allora era un’impresa davvero titanica!). Il porporato lo aveva ricevuto in un appartamento sfitto all’Eur e gli aveva detto: «Ti consiglio di mandare un inviato in Bulgaria. È una storia molto oscura».

Fui scelto da Cavallari, e accettai con qualche apprensione, che il direttore, che non difettava certo di grinta e coraggio, placò subito: «Ti copro io, qualsiasi cosa succeda, telefona a me e — mi raccomando — tieni gli occhi ben aperti». Arrivai a Sofia e finii assediato da informazioni vere, depistaggi. Fui avvicinato da gente collegata alla loggia P2, che intendeva passarmi dossier. Una sera chiamai il direttore. Ero turbato. Un ministro socialista aveva attaccato il Corriere in Parlamento, accusandoci (cioè accusando anche me) di essere bolscevichi, solo perché mi ero permesso di dubitare — ah, preziosi dubbi, non abbandonatemi mai!... — della pista bulgara, e dell’opaca vicenda di due italiani, catturati a Sofia, che forse nelle intenzioni di qualcuno dovevano essere scambiati con il capo scalo a Roma della Balkan (la compagnia aerea bulgara) Sergej Ivanon Antonov, e con il funzionario dell’ambasciata Todor Ayvazov.

Il problema è che la coppia di italiani, Paolo Farsetti e Gabriella Trevisin, aveva fatto il possibile per farsi arrestare, come se si trattasse di un piano precostituito. Non solo. Il Farsetti lavorava a Bucarest per la Gioele, che faceva parte di un gruppo controllato — udite udite — da Licio Gelli, fondatore della Loggia massonica P2. Povero Farsetti. Scarcerato e tornato in Italia, morì in uno strano incidente stradale: travolto da un camion, in autostrada. Mi fu tutto più chiaro anni dopo, quando un altro direttore del Corriere, Paolo Mieli, mi chiese di riprendere l’inchiesta sull’attentato al Papa e di corredarla con qualche intervista. Per esempio, con l’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti.
Lo incontrai ad Atene e gli chiesi, davanti al registratore, di dirmi come valutava le ultime dichiarazioni di Agca, che sosteneva di essere stato a casa del capo scalo della Balkan Antonov.

Andreotti mi rispose: «È vero...». E quando, stupefatto, gli chiesi di confermare se il turco fosse stato a casa di Antonov, precisò: «Sì, è stato nello stesso palazzo, ma si è sbagliato di piano. Descrive infatti la casa di Padre Morlion, notoriamente legato a servizi segreti occidentali». Quel che è accaduto dopo, è anche storia di questi giorni. Le bugie di Agca, che fu contattato dopo l’attentato dai nostri (e non solo) servizi segreti, sono ormai proverbiali. Forse, come mi disse il Nunzio apostolico a Sofia all’inizio degli anni ‘90, a volte la verità è così vicina che non siamo capaci di vederla.

@ferrariant
13 maggio 2016

Salvini: “Se rinasco voglio essere di sinistra, pieno di soldi a fare l’anti-razzista e i girotondi”

La Stampa
miriam massone

Il leader della Lega ad Alessandria se la prende con la presidente della Camera, Boldrini: “È l’incarnazione della sinistra più ipocrita”. E sulle pensioni anticipate: “Renzi le chiama Ape: talmente assurdo che subito ho pensato volesse rilanciare l’Apecar”



«Io non ho nemici, ma avversari politici». Una fra tutti? «La Boldrini». Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, ad Alessandria per presentare il suo libro Secondo Matteo, davanti a 150 adepti sventolanti bandiera verde, prende la presidente della Camera dei deputati come esempio, forse un po’ inedito rispetto al solito repertorio, per definire l’incarnazione «della sinistra più ipocrita, è gente come la Boldrini, piena di soldi». E poi: «Se rinasco voglio fare anche io “quello di sinistra”, sì, rinasco di sinistra e ricco, poi me ne vado in giro a dichiararmi anch’io anti-razzista e a organizzare i girotondi, a fare il finto ospitale». E insiste: «Questo Pd ha una montagna di soldi, ma è povero di idee».




Camicia con le maniche arrotolate, iPad per essere sempre connesso e scattarsi selfie con la platea, Salvini punta sul physique du rôle del giovane politico e, a prestito dall’altro Matteo (Renzi) prende lo spirito da «rottamatore»: «Io lavoro per unire, non per dividere, quindi va bene compattare il centrodestra ma se penso a Casini, Fini, Alemanno e Alfano dico: “Uniti sì, ma con selezione all’ingresso”».



Tra i «senior» (Salvini è classe 1973) risparmia soltanto il suo guru Umberto Bossi: da lui ha cercato di assorbire il più possibile, incluso il linguaggio ruspante. Niente «celodurismo», ma parolacce come se piovessero: «Renzi? Mi sta sulle palle», «La riforma di Boschi? Una schifezza», «La Fornero? Devo fare yoga per non incazzarmi, appena saremo al Governo toglieremo la sua legge», «Gli attuali governanti? Dei pirla». «Il nuovo progetto sulle pensioni anticipate? Renzi da Giletti, perché ormai i programmi li annunci all’Arena o dalla D’Urso, l’ha chiamato Ape: io subito ho pensato all’Apecar, comunque è un modo per fottere un po’ di pensione ai nati nel 1951 e 1952». 

Basta con la vigliacca e disgustosa violenza dei centri sociali

Emanuele Ricucci



Guardate italiani. Guardate. Perché in questo Paese nessuno, proprio nessuno, potrà scagliare la prima pietra, ma l’ipocrisia di Stato, la retorica di regime e la mera salvaguardia di determinati ambienti, di determinate logiche, iniziano sinceramente ad essere disgustosi (Guarda il VIDEO dell’assalto)

Centro sociali, o chi per loro. Non li vedrai mai assaltare una banca, in nome dell’anticapitalismo, in pieno giorno, in pieno centro, fuori da un corteo, magari a volto libero e in quattro. Figurarsi. Evidentemente, nei più loschi e bassi meandri della sinistra oltranzista, anacronistica, la violenza, somministrata in dosi costanti assieme alla codardia, è antica abitudine. Parte ieri, come quando qualcuno pensò di andare oltre, dando fuoco ad un appartamento a Primavalle, uccidendo due giovanissimi fratelli, i Mattei, distruggendo una

famiglia, o come quando i bravi studenti modello universitari decisero di aspettare sotto casa un giovanotto che non la pensava come loro, Sergio Ramelli, e di spaccargli la testa con una chiave inglese Hazet 36, ammazzandolo; prosegue oggi, tra vetrine fracassate, libri strappati, estintori lanciati, agenti feriti o all’angolo della strada, volto coperto, casco in testa, cinquanta contro venti o cento contro quattro. La matematica è un’opinione: la loro. Da sempre. Nessun dialogo, nessun avvertimento, nessun senso. Questa è rivoluzione, è idea o frustrazione?

In questo triste Paese, nessuno può scagliare la prima pietra. Eppure è l’ora di dare una risposta forte e definitiva a tutto questo. Pretendo l’indignazione di Matteo Renzi e di Laura Boldrini, di Emanuele Fiano, campioni del piagnisteo e della messa al bando di pensieri, parole, opere e omissioni; campioni del rispetto, della tolleranza, della gioia arcobaleno. Roma.

 “Nel corso di un’attività di propaganda elettorale presso uno dei banchetti di Casapound, in via dell’Acqua Bullicante, presidiato dalle forze dell’ordine, un gruppo di circa 20 estremisti travisati e armati di bastone ha attuato un’azione violenta di disturbo, contenuta dagli agenti presenti. Nell’occasione 4 operatori di polizia hanno riportato lesioni. Nel corso dell’intervento i facinorosi hanno sottratto alle forze dell’ordine un fermato. Sono al vaglio degli investigatori gli elementi già acquisiti per l’identificazione dei responsabili” (Il Messaggero).

Nel corso degli scontri ha riportato diverse ferite anche un giovane disabile che era presente al gazebo assieme ai militanti di CPI.

Pretendo una risposta: Cos’è democrazia? Cosa è fascismo oggi? Perché costoro, senza uno scopo, senza una meta, senza voglia e senza interesse, i rivoluzionari del bivacco sociale, in qualche sporca maniera devono sempre farla franca? Perché ancora si possono permettere di fare tutto questo?
Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Pertanto, chiedo al mio Paese una reazione, chiedo l’inasprimento delle pene per chi, ancora oggi, esercita violenza politica gratuita. Chi lo fa, lo farà a suo rischio e pericolo. Soprattutto nella dorata terra della plastica, dell’ipocrisia e dell’asservimento. Degna rappresentazione di una terra morente.

Non ho una tessera di CasaPound, né l’ho mai avuta. Io non sono un militante di CasaPound, sono un individuo libero.

Toga non tocca toga e alla fine perdono sempre i cittadini

Alessandro Sallusti - Sab, 14/05/2016 - 16:54

Perché la vera casta pericolosa non è quella della politica, è quella che non caccia i tanti Scavo che ha in seno

A riprova che i magistrati non sono esseri superiori, esenti dai limiti e vizi di noi comuni mortali, un importante pubblico ministero di Roma, Francesco Scavo, titolare dell'inchiesta sui marò e di quella sull'omicidio di Luca Varani, è stato processato dal Csm per molestie sessuali nei confronti di alcune avvocatesse: apprezzamenti imbarazzanti a sfondo sessuale, avance e «repentini palpeggiamenti».

Dopo aver accertato i fatti, che sanzione ha deliberato il Csm? Censura e trasferimento d'ufficio, come giudice, al tribunale di Viterbo. Ora, qui non parliamo di un manager sporcaccione o di un impiegato esuberante, ma di un magistrato. Cioè di un professionista che avendo in mano le vite e i destini di altri uomini dovrebbe dimostrare doti di equilibrio al di sopra di ogni sospetto. Doti evidentemente incompatibili con il profilo psicologico di un molestatore seriale.

Che continuerà invece ad operare, non più come accusatore ma, peggio mi sento, come giudice. Non voglio ironizzare in base a quali giudizi Francesco Scavo emetterà le sue sentenze a carico di imputati magari difesi da giovani avvocatesse. Ma dico che è come se un pilota trovato positivo al test antidroga, invece che messo a terra venisse spostato a pilotare un aereo solo un po' più piccolo. Come se un chirurgo alcolizzato fosse trasferito dal grande ospedale a uno di provincia.

Volereste su quell'aereo? Vi fareste curare in quell'ospedale? Penso di no. E allora mi chiedo perché i cittadini di Viterbo debbano finire nelle mani di un giudice poco equilibrato. E la risposta è una sola: la magistratura italiana usa due pesi e due misure, a seconda che si tratti di noi o di loro, e chissà quante volte accade perché il caso Scavo non è certo una eccezione.

Se Piercamillo Davigo, neo presidente dell'Associazione nazionale magistrati, invece di dare dei ladri a tutti i politici e di considerare imprenditori e cittadini colpevoli fino a prova contraria, facesse un bel po' di pulizia in casa sua, il Paese ne avrebbe certamente maggiori benefici. Ma è come chiedere al tacchino di anticipare il Natale. Perché la vera casta pericolosa non è quella della politica, è quella che non caccia i tanti Scavo che ha in seno.

Vatileaks, domande su un “gruppo segreto mafioso” in Vaticano

La Stampa
iacopo scaramuzzi

Al processo il capo ufficio della Prefettura si difende. I cardinali Parolin e Santos Abril e l’elemosiniere, chiamati dalla Chaouqui, non testimonieranno. Si va verso la conclusione delle audizioni



Il processo sulla divulgazione dei documenti riservati della Santa Sede (vatilekas) si avvia verso la conclusione delle audizione dei testimoni, prevedibilmente la prossima settimana. I cardinali Parolin e Santos Abril, nonché l’elemosiniere pontificio Krajewski, appellandosi al codice di procedura penale non compariranno. Ancora domande, nel corso della udienza di oggi prevalentemente dedicata all’audizione del capo ufficio della disciolta Prefettura degli Affari economici, monsignor Alfredo Abbondi, sull’ipotesi che esistesse un «gruppo segreto mafioso» che operava in Vaticano. Ancora dettagli su microspie e legami con servizi segreti e mondo politico italiano.

Il prelato ha minimizzato il proprio ruolo, sebbene il suo nome, nel corso delle audizioni precedenti, sia stato ampiamente citato insieme a quello dei due imputati principali, monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, come partecipanti a un gruppo chiuso che si incontrava negli uffici della stessa prefettura ma era legato ai lavori della Commissione referente sulla Riforma economica vaticana (Cosea). Il presidente del tribunale, Giuseppe

Dalla Torre, gli ha domandato se facesse parte di un «gruppo segreto mafioso» e Abbondi ha negato, sottolineando che il numero di incontri è stato «enfatizzato» nel corso del processo e che il suo ruolo era esecutivo e senza responsabilità particolari. «Mi sembra che si voglia insinuare un mio coinvolgimento», ha protestato, sottolineando di essere stato cooptato dapprima per motivi esecutivi quale scrivere lettere, poi, una volta che si era rotto il rapporto tra Vallejo e Chaoqui, per raccogliere gli sfoghi dello stesso monsignore spagnolo. 

In particolare, Abbondi ha sottolineato che monsignor Vallejo gli aveva affidato la fotocopiatura di documenti relativi ai postulatori delle cause di beatificazione (durato 15 giorni), che egli affidò all’usciere della Prefettura, tanto il materiale, a suo dire, non era riservato. Abbondi ha ammesso di avere avuto alcuni pranzi con Vallejo e Chaouqui, ed ha confermato in particolare un pranzo con Paolo Berlusconi, durante il quale sono state evocate le questioni vaticane e il fratello dell’ex premier ha fatto alcuni giochi di prestigio. Francesca Chaoqui, ha detto il Prelato, sosteneva di far parte dei servizi segreti italiani, cosa confermata anche da Vallejo, tanto da prendere parte a un incontro al Cafè Greco, a Roma, a

cui era presente anche l’allora capo dell’intelligence, Giampiero Massolo. Abbondi ha poi citato un caso nel quale Chaouqui arrivò in Prefettura con un «tecnico» munito di uno strumento che avrebbe rilevato la presenza di microspie nel suo ufficio, in quello di Vallejo e in quello di un altro officiale e, giorni dopo, la stessa Chaouqui è salita su una scala, nell’ufficio di Vallejo, strappando da una scatola della luce e successivamente gettando dalla finestra una presunta cimice, che però nessuno ha visto. Abbondi ha anche confermato di avere preso parte a un noto ricevimento sul terrazzo della Prefettura per le canonizzazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, rivelata dal sito Dagospia, ma ha affermato che non si trattava di un evento mondano bensì spirituale.

Il prelato, che oggi ha riferito di avere come unica attività in ufficio la lettura dell’Osservatore Romano e del Sole 24 Ore, come conseguenza della riforma economica del Vaticano, ha detto che nel corso degli anni egli è stato «demansionato» in seno alla Prefettura. Parlando di una «maledizione Nuzzi» che gli grava addosso, il Prelato ha in particolare modo legato la propria sfortuna a una lettera di denuncia che aveva inviato anni fa a Benedetto XVI e che finì poi in un precedente libro di Gianluigi Nuzzi, giornalista coimputato in questo processo per il volume «Via crucis». Da allora, il Monsignore ha detto di essere stato poco considerato dai suoi superiori e anche di subire mobbing dai colleghi, con tanto di minacce di morte o frasi quali «ti rompo la sedia sulla schiena».

Prima di Abbondi sono stati ascoltati, oggi, il tecnico informatico della stessa Prefettura Roberto Minotti e, chiamato da Chaoqui, monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma. Il quale ha confermato che la donna gli era stata presentata (da Lucia Ercoli) come persona capace di promuovere attività caritatevoli, che però non si sono mai realizzate. La donna, ha detto Lojudice, si presentava vantando relazioni con il premier Matteo Renzi e la ministro della Sanità Beatrice Lorenzin. «Inizialmente avevo l’impressione che sparasse un po’ alto, poi con l’andare avanti della conoscenza ho visto che, per esempio, Lorenzin venne a fare il sopralluogo» di una casa dei religiosi monfortani sulla Predestina che sarebbe potuta essere utilizzata per motivi caritatevoli.

La cosa non si realizzò come non si concretizzò un incontro a Firenze con Renzi in occasione della recente assemblea della Conferenza episcopale italiana, anche perché scoppiò presto il caso vatileaks. A inizio processo, oggi, il presidente del Tribunale, Giuseppe Della Torre, ha dato lettura di un’ordinanza con cui il Tribunale ha disposto che non abbia luogo l’audizione di tre testi che erano stati richiesti dalla difesa di Chaouqui in ragione del loro ufficio, cioè il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, il cardinale Santos Abril y Castelló, arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore e monsignor Konrad Krajewski, elemosiniere di Sua Santità.

Sono infatti pervenute in cancelleria, ha chiarito il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, le comunicazioni di tali testi, nelle quali hanno dichiarato di volersi avvalere di quanto disposto dall’art. 248, secondo comma, del Codice di Procedura penale vigente in Vaticano (quello italiano del 1913), ossia: «I pubblici ufficiali non possono essere obbligati a deporre su ciò che è stato loro confidato per ragioni d’ufficio, salvo i casi in cui la legge li obbliga espressamente a informarne la pubblica autorità...». Parolin ha tenuto, in ogni caso, ad aggiungere che «sentiva di dovere specificare di non avere alcun elemento da riferire per quanto riguarda l’argomento su cui era stato citato come testimone, cioè il rapporto fra monsignor Vallejo Balda e Chaouqui».

L’udienza, iniziata verso le 10, è terminata poco prima delle 15. Le prossime udienze sono state messe in calendario per lunedì 16 maggio alle 15,30 e martedì 17 alle 10,30. È prevista la continuazione e la conclusione dell’audizione dei testimoni ammessi.