lunedì 16 maggio 2016

La confessione di Papa Ratzinger "C'è altro sul segreto di Fatima"

Rachele Nenzi - Lun, 16/05/2016 - 16:55

Secondo Maike Hickson, Benedetto XVI avrebbe confidato ad un sacerdote tedesco che il terzo segreto di Fatima reso noto non è completo. Ecco la parte non pubblicata



Ci sarebbe una parte ancora segreta del terzo segreto di Fatima. Alcune frasi della rivelazione che la Chiesa non avrebbe ancora pubblicato. Nascoste nei segreti delle stanze vaticane. In molti lo pensavano, leggendo le incongruenze del testo. Ma la conferma "ufficiale" non c'è mai stata. Ora però a rivelarlo sarebbe il papa emerito Benedetto XVI.

Lo scrive Maike Hickson, Benedetto XVI sul sito "OpenPeterFive", affermando che a dirglielo è stato il professore di teologia tedesco Ingo Dollinger amico personale di Ratzinger. Il papa emerito avrebbe confidato allo stesso Dollinger che esiste una parte non pubblicata del terzo segreto di Fatima. "Oggi festa di pentecoste - scrive Hickson - ho chiamato padre Ingo Dollinger, un sacerdote tedesco e già professore di teologia in Brasile, dove ora vive, anziano e fisicamente debole. È stato un amico personale del papa emerito Benedetto XVI per molti anni. Padre Dollinger, inaspettatamente, mi ha confermato al telefono i fatti seguenti”.

Seguono le parole dell'amico di Benedetto XVI. "Non molto tempo dopo la pubblicazione, nel giugno 2000 del Terzo Segreto di Fatima da parte della Congregazione della Fede, il cardinal Ratzinger ha detto a padre Dollinger durante una conversazione di persona che c’è ancora una parte del Terzo Segreto che non è stata pubblicata".. Le parole dell'allora cardinale, poi salito al soglio pontificio sarebbero state queste: "C’è di più di quello che abbiamo pubblicato". Non solo. Secondo Dollinger, il papa gli avrebbe confidato che la parte pubblicata del segreto di Fatima è completamente autentica e che quella segreta parlerebbe di "un cattivo concilio e di una cattiva messa" che sarebbero successi in futuro.

"Padre Dollinger - conclude Hickson - mi ha dato il permesso di pubblicare questi fatti nella festa dello Spirito Santo e mi ha dato la sua benedizione".

Così i terroristi sfruttano il cavallo di Troia dell'accoglienza

Ivan Francese - Lun, 16/05/2016 - 14:35

Secondo fonti spagnole al vertice dell'organizzazione che infiltra i terroristi dell'Isis fra i migranti ci sarebbe Abu Ahmad, già fra le menti degli attentati di Parigi del novembre scorso



I terroristi dello Stato Islamico sfrutterebbero le maglie nella rete dell'accoglienza per introdursi in Europa come finti richiedenti asilo, grazie anche alla generosità delle ong che si spendono per i diritti umani. Secondo un'indagine dei servizi segreti di diversi Paesi europei, scrive il quotidiano spagnolo La Razón, le alte sfere del Califfato stanno elaborando una strategia per infiltrare propri uomini nei campi di accoglienza di mezza Europa, dove ottenere dei telefoni cellulari distribuiti ad altri rifugiati da esponenti delle ong.

Secondo fonti di sicurezza citate dal giornale iberico, finora sono già stati segnalati almeno dieci casi del genere, ma si sospetta che possano essercene molti di più. L'intricata rete che connette terrorismo e migrazioni prevede diverse tappe sulla strada dei rifugiati verso l'Europa. Al vertice dell'organizzazione ci sarebbe, tra l'altro, un tale Abu Ahmad, che fornirebbe agli ultimi arrivati i contatti di altri abitanti dei campi di accoglienza, disposti a fornire telefoni cellulari a quelli che - spesso anche in buona fede - credono essere disperati in fuga dalla guerra.

A dicembre 2015 la polizia austriaca aveva arrestato in un campo profughi vicino a Salisburgo l'algerino Adel Haddadi e il pachistano Muhamad Usman: due sospetti terroristi in possesso di telefoni austriaci, greci, italiani, britannici, spagnoli, francesi, tedeschi, belgi e turchi. Una vera e propria babele telefonica, che ha svelato particolari interessanti: i due, che a settembre si incontrarono in Siria con Abu Ahmad, non presero parte agli attacchi di Parigi solo perché fermati dai funzionari di Frontex in Grecia (anche se successivamente vennero scarcerati da un tribunale ellenico).

I due vennero trovati in possesso dello stesso numero di telefono rinvenuto fra gli effetti personali di uno dei kamikaze fattisi esplodere allo Stade de France la sera del 13 novembre 2015: lo stesso numero, ancora una volta, che fu trovato dalla polizia belga durante un blitz antiterrorismo effettuato a Villiers nel gennaio 2015. Le tracce - nemmeno troppo sbiadite - di una prima rete di infrastrutture creata ad hoc dai terroristi appena sbarcati in Europa. Grazie alla generosità di un'altra rete, ignara di essere sfruttata dai tagliagole. Quella dell'accoglienza.

Migranti, la trovata di Merkel: "Lavorate per un euro all'ora"

Giovanni Masini - Lun, 16/05/2016 - 17:17

Il ministro del Lavoro della Germania ha varato un piano per impiegare centomila migranti: meglio al lavoro che per strada si dice. Ma lo stipendio è da fame...



Camerieri, spazzini, giardinieri: richiedenti asilo. Tutti impiegati come lavoratori a poco più di un euro all'ora. In Germania, il governo di Angela Merkel progetta di includere fino a centomila profughi nel nuovo programma statale per l'impiego degli immigrati. Il ministro federale del lavoro Andrea Nahles ne parla come di un "trampolino" per i migranti verso il mercato del lavoro.

Troppo spesso, si dice infatti, gli occupanti dei centri di accoglienza si trovano a ciondolare per giorni interi senza nulla da fare, in attesa di documenti che a volte impiegano mesi e mesi per arrivare. Un'inattività forzata, spesso causa di frustrazione sia per la popolazione che per i migranti stessi. Inattività che molto spesso è resa inevitabile da una legislazione del mercato del lavoro bizantina e ipertrofica. Contro questo stato di cose le autorità federali di Berlino hanno approntato un piano di impiego molto discusso: quello dei cosiddetti "lavori da un euro".

Per non più di venti ore a settimana, i migranti possono lavorare a uno stipendio poco più che simbolico, ma che consente a molti di racimolare qualche euro in più. Circa 84 euro al mese, che vanno ad integrare la somma di denaro - che varia da Stato a Stato - a disposizione dei richiedenti asilo per le loro spese personali.

La retribuzione oraria proposta per i migranti-lavoratori, però, è da tempo oggetto di dibattito, con la proposta del ministro del Lavoro al centro di pesanti critiche da parte delle associazioni pro-migranti, ma anche da parte della stampa conservatrice. "La Nahles vuole solo migliorare le statistiche sull'occupazione - accusava già a dicembre Stefan von Borstel di Die Welt - Ma ci sono modi migliori di impiegare i migranti." Nel mirino ci sarebbero le statistiche che da tempo indicano la necessità di un fabbisogno di manodopera in determinati segmenti del mercato del lavoro.

Nel frattempo, tuttavia, l'esperimento è già attivo in molte città della Germania: in Baviera novemila persone sono già al lavoro, mentre nella sola Berlino i richiedenti asilo impiegati in questo tipo di attività sono quasi quattromila. Pochi, se confrontati alle centinaia di migliaia che sono entrati nei confini tedeschi nel corso del 2015. Troppi, per chi ritiene che il progetto del governo della Merkel sia velleitario e inadeguato.

Siamo nel 2016 dopo Cristo, la Nord Corea vive nell’anno 105 d.K. (dopo Kim)

Corriere della sera
di Guido Santevecchi

In Nord Corea nei documenti ufficiali il tempo si scandisce in Anni Juche, che partono dall’anno dopo la nascita dell’Eterno Presidente Kim Il Sung (1912-1994) e quindi siamo nel Juche 105. Juche è la filosofia politica creata da Kim: significa «padroni della propria vita», una sorta di autarchia stalinista.



In questi giorni abbiamo avuto l’occasione di raccontare dall’interno il fenomeno di un piccolo Paese, la porzione settentrionale di una penisola divisa che minaccia il mondo con la sue nuove armi nucleari. Vorrei concludere il diario del Corriere della Sera sul viaggio in Corea del Nord da dove è cominciata la storia della Repubblica Democratica Popolare di Corea, anche detta «regno eremita» da noi occidentali. Parlo di Kim Il Sung, il Presidente Eterno. Per noi, per la storia, è il politico vetero-stalinista che ha scatenato la guerra di Corea nel 1950 portando il mondo sull’orlo di un conflitto nucleare e poi ha fondato una dinastia comunista che ora prosegue con il nipote Kim Jong-un, appassionato di ordigni atomici e missili.

Ma per i nordcoreani Kim Il Sung è una divinità. Jong Hyok, un giovane che abbiamo incontrato in Piazza Kim Il Sung a Pyongyang dopo una immensa parata celebrativa ci ha guardato con un misto di commiserazione, incredulità e astio: «Voi non potete capirci, noi non crediamo in Dio, noi abbiamo fede nel Presidente Eterno e ora nel Rispettato Maresciallo Kim Jong-un». Le adunate oceaniche orchestrate dal regime, con centomila nordcoreani che impugnano nella notte torce che a noi ricordano le fiaccolate della Germania nazionalsocialista, per Pyongyang sono devozione politica assoluta, lealtà alla dinastia dei Kim che si fonde in una fede religiosa.

«Lei non può capire», mi ha detto il giovane diplomatico che mi è stato incollato per tutti i giorni del servizio per controllarmi e indirizzarmi nei «luoghi giusti». Quel diplomatico non è mai stato all’estero, ma parla un ottimo italiano e l’inglese, vive a casa con i genitori e la sorella, sogna di «vedere il Colosseo e il balcone di Giulietta e Romeo e gli scavi di Pompei», ma mi dice convinto «Lei non vuole capire: Kim Il Sung ha fatto molti miracoli». Quali? «Ha sconfitto i giapponesi invasori, ha fondato il Partito dei Lavoratori, la Repubblica, ha vinto la guerra con gli americani imperialisti, ha costruito questa città e il nostro Paese».

A Pyongyang ci sono numerosi «luoghi santi» al culto di Kim Il Sung, oltre a un’infinità di suoi ritratti e mosaici sulle facciate dei palazzi governativi, delle scuole, delle fabbriche. Tra i più sacri la casa natale alla periferia di Mangyongdae, una collina oggi trasformata in parco nazionale. La guida si commuove mostrandoci le foto dei genitori e parenti di Kim caduti nella lotta contro i giapponesi. Si sofferma davanti a un quadro di Kim Il Sung bambino che predica ad altri ragazzini, già discepoli nella ricostruzione mitologica. Poi ci fa vedere la casetta, una capanna, dove all’inizio del secolo scorso viveva la famiglia Kim, con gli attrezzi per il lavoro nei campi: «Dovettero fuggire per vent’anni, esiliati in Cina per la loro attività patriottica.

E purtroppo il Presidente Eterno non potè tornare qui a vivere in questo bel luogo dopo, perché era troppo occupato, troppo dedicato al bene del Paese e del popolo». C’è un pozzo con tazze di legno vicino alla casa: i nordcoreani che vengono in pellegrinaggio (due milioni ogni anno, assicura la guida anche se durante la nostra visita non c’era nessuno per evitare contatti con giornalisti stranieri) bevono l’acqua del pozzo pensando che è la stessa che dissetava Kim Il Sung. Un altro luogo sacro è la collinetta dove sono state piazzate due statue di bronzo alte oltre venti metri di Kim Il Sung e del figlio e primo successore Kim Jong-il.

La visita è preceduta da diverse raccomandazioni: «Per noi è un mausoleo, non un’attrazione turistica, attenzione a non fare gesti sbagliati». Il funzionario accompagnatore spiega che la prima statua, quella di Kim Il Sung, «fu offerta al Presidente Eterno nel 1972 dal popolo e dagli artisti della Repubblica, ma Kim la rifiutò per modestia. Allora gli artisti la costruirono in segreto e poi il popolo decise di erigerla». Arriva una coppia di giovani nel giorno del matrimonio, si inchinano e depongono fiori, le foto di rito sono senza sorrisi, perché i due neosposi sono quasi paralizzati dalla solennità del loro omaggio.

Nella mezz’ora che ho passato ai piedi dei due colossi ho contato cinque coppie di sposi e tre scolaresche allineate sotto i due Kim di bronzo. Ho scattato alcune foto con il telefonino e il funzionario le ha volute vedere: mi ha chiesto di cancellarne due dove le gambe di Kim Il Sung erano un po’ nascoste dalla mia testa nel selfie. Ecco, noi non possiamo capire.

Tutti i benefici della masturbazione. Ma per le donne è ancora un tabù

La Stampa
valentina arcovio

Il cosiddetto auto erotismo è spesso demonizzato. Soprattutto in base a culture e religioni. Gli uomini ne parlano con più disinvoltura. L’altro sesso non ammette di farlo



Per molto tempo la masturbazione è stata vista come una pratica immorale e dannosa. In molte società e culture è stata di fatto demonizzata. Specialmente se riferita alle donne che, ancora oggi, si rifiutano di praticarla o di ammettere di farlo. Ma l’autoerotismo non è un male. Anzi,oggi sappiamo che la masturbazione è qualcosa di naturale e che può addirittura avere effetti benefici per la salute. E’ così dopo esser stata additata per anni ingiustamente, oggi si celebra pure. Maggio, ad esempio, è stato proclamato il mese internazionale dell’autoerotismo. A fare una rassegna dei cinque benefici più comune della masturbazione ,scientificamente provati, è stato Mariano Rossello Gaya, andrologo ed esperto di medicina sessuale dell’Instituto Medico Rossello in Spagna. 

L’AUTOEROTISMO AIUTA A COMBATTERE I CRAMPI MESTRUALI
Le donne che si masturbano durante il ciclo mestruale possono prevenire e mitigare l’infiammazione e ridurre il disagio generale che si prova durante questo periodo. «Tutte le sostanze chimiche coinvolte nella cascata che si produce nel circolo sanguigno quando si ha un orgasmo agiscono come analgesici contro il dolore premestruale», spiega Rossello alla BBC Mundo. Allo stesso modo, secondo l’esperto, si combatte l’infiammazione della zona generale e si riduce il disagio causato dai crampi mestruali.

LA MASTURBAZIONE RAFFORZA IL SISTEMA IMMUNITARIO
Secondo un articolo pubblicato sulla rivista Sexual and Relationship Therapy, gli uomini che si masturbano hanno un sistema immunitario maggiormente funzionante. «Negli uomini, il fatto che lo sperma circola attraverso i dotti eiaculatori e le vie seminali prima di venire fuori, aiuta a prevenire le infezioni che possono verificarsi a causa di batteri esterni “opportunisti”, - dice Rossello - «Gli studi dimostrano che le persone che sperimentano un maggior numero di orgasmi generano un più alto livello di immunoglobulina A (IgA) che è un anticorpo», aggiunge.

Inoltre, una ricerca del Cancer Epidemiology Centre di Melbourne, in Australia, ha trovato che gli uomini tra i 20 e i 50 anni d’età che si masturbano più di cinque volte a settimana hanno meno probabilità di sviluppare il cancro. Altri studi indicano che la masturbazione aiuta le donne a prevenire l’endometriosi, la malattia urinaria che può causare l’infertilità femminile. Sempre per il gentil sesso pare che l’autoerotismo prevenga le infezioni perché la pratica aiuta la cervice uterina ad aprirsi e a liberarsi dal muco e dai fluidi cervicali.

RAGGIUNGERE L’APICE DEL PIACERE MIGLIORA IL SONNO
Ci sono tanti modi per combattere l’insonnia, ma secondo Rossello il metodo più efficace, sicuro e naturale, nonché quello maggiormente divertente, è masturbarsi. Almeno è così per gli uomini. «Dopo l’orgasmo vengono rilasciati una serie di endorfine, ormoni, catecolamine e citochine che agiscono come prodotti chimici rilassanti che inducono il sonno», spiega l’esperto. 
A dimostrazione di questo ci sono numerosi studi. Una ricerca condotta da ricercatori francesi, in particolare, ha scoperto che l’eiaculazione può indurre il sonno grazie a un aumento della prolattina e a una diminuzione della dopamina, il che spiega la tipica sonnolenza post-orgasmica.

LA MASTURBAZIONE COMBATTE LO STRESS E MIGLIORA IL BENESSERE
Provocarsi piacere sessuale da soli è anche un vantaggio per mantenersi in buona salute, sia fisica che psicologica. «Il rilascio di endorfine e catecolamine abbassa i livelli di stress e migliora il nostro umore», sottolinea Rossello.

L’AUTOEROTISMO MIGLIORA LE RELAZIONI DI COPPIA
Contrariamente a quanto si immaginava in passato, la masturbazione non rovina affatto il feeling sessuale della coppia. In realtà, secondo gli esperti, è vero il contrario. Procurarsi piacere da soli promuove infatti il buon sesso di coppia. Questo perché la masturbazione favorisce la conoscenza del proprio corpo, delle sue reazioni agli stimoli sessuali, rendendo poi il sesso più piacevole anche in due. «In generale, l’attività sessuale e l’intimità nella coppia dovrebbe essere coltivata. Avere buoni orgasmi rafforza il rapporto e quindi la coesistenza familiare», conclude Rossello.

Venezuela nel caos, Maduro: “Le fabbriche chiuse saranno espropriate dallo Stato”

La Stampa

Il presidente minaccia i proprietari che protestano con lo stop della produzione: «Rischiano il carcere»



Situazione sempre più difficile in Venezuela. Dopo aver ordinato lo stato d’emergenza, il presidente Nicolas Maduro ha avvertito che tutte le fabbriche che hanno interrotto la produzione saranno «occupate dal popolo» e i loro proprietari andranno in carcere. Nel suo discorso, trasmesso da radio e televisione, Maduro ha tuonato contro gli uomini d’affari, accusandoli di promuovere una «guerra economica», e ha chiesto loro di smettere di «piagnucolare» per la mancanza di dollari. 

Dopo aver ordinato lo stato di emergenza per 60 giorni, cresce la tensione nel paese, con manifestazioni, come quelle di ieri in piazza, contro il razionamento, avviato ormai da gennaio scorso, di cibo, carburante e asssitenza medica. L’opposizione ha raccolto 1,8 milioni di firme in una petizione per chiedere le dimissioni di Maduro. Ma il Consiglio nazionale elettorale si è rifiutato - come accusa l’opposizione - di verificare le firme raccolte per impedire che il referendum si svolga entro l’anno. 

un modello unico Milano, assistenza anziani e pulizie: così i writer risarciscono la città

Corriere della sera

di Gianni Santucci

Chi imbratta può scegliere di «pagare» con lavori socialmente utili: 63 adesioni. In totale i graffitari hanno svolto quasi 11mila ore di attività per la comunità



Il writer F., 21 anni, ha lavorato per 500 ore, nell’arco di 6 mesi. Il 20 aprile 2013 partecipò al più violento assalto nella storia del metrò milanese: fermata Villa Fiorita, treno in servizio, vagoni bloccati col freno d’emergenza, passeggeri all’interno, «pezzo» realizzato sulle fiancate in un paio di minuti. Per scontare la sua «pena», il writer F. è diventato imbianchino. Rullo e vernice, ha risistemato un ufficio del Comune. Fu il sindaco Giuliano Pisapia, anno 2012, a dettare la «linea di tendenza». La ribadisce oggi: «Chi imbratta o danneggia i muri sa, o dovrebbe sapere, che commette un reato ed è giusto che risarcisca la comunità». Da allora la Procura di Milano ha chiuso 190 procedimenti: a 63 graffitari, Comune e magistratura hanno accordato il percorso di «riabilitazione». Milano è la capitale del graffitismo vandalico.

E per questo ha una squadra investigativa della Polizia locale (Unità tutela decoro urbano) che lavora col metodo statunitense: catalogazione delle tag, indagini in Rete, analisi del traffico telefonico. Per avere una proporzione di questo lavoro: tra 2014 e 2015, 207 writer indagati, 97 perquisizioni, più di 3 mila bombolette sequestrate, 878 tra cellulari, pc, videocamere e hard disk sequestrati e analizzati. La domanda chiave però è: cosa succede dopo? Dal 2013 Comune e Procura, con il pm Elio Ramondini, hanno creato un modello unico in Italia che prevede da una parte la centralizzazione di tutte le indagini, dall’altra un’alternativa ai percorsi penali «classici».

«Alla base c’è stata la condivisione che non si trattasse di un reato di poco conto — racconta Maria Rosa Sala, legale dell’Avvocatura comunale —. Su questa linea siamo arrivati a contestare per la prima volta anche l’associazione a delinquere contro un gruppo di writer». Col tempo s’è visto però che gli indagati erano spesso giovani al primo reato. Così è stato studiato un percorso che l’avvocato Sala definisce «rivoluzionario nella sua semplicità»: «La definizione alternativa del processo con valenza educativa».

Funziona così: dal momento in cui si chiudono le indagini, al ragazzo viene spiegato che, se collabora, sarà messo in contatto con i servizi educativi per un lavoro socialmente utile e solo alla fine, dopo le verifiche, il Comune darà il proprio assenso a un patteggiamento al minimo della pena, con la «non menzione» (significa che il precedente non comparirà al casellario giudiziale).
Non è buonismo: la possibilità viene offerta una sola volta; 2 ragazzi su 3, dicono le statistiche, non hanno voluto o potuto risarcire con il lavoro e hanno affrontato il processo. Spiega il sindaco Pisapia: «Prima di acconsentire al patteggiamento aspettiamo verifiche e relazioni sul lavoro svolto.

Su questo siamo severissimi, spesso me ne occupo personalmente». Quando i ragazzi o le loro famiglie ne hanno possibilità, si affiancano i risarcimenti economici: in questi anni al Comune sono stati riconosciuti 44 mila euro con i patteggiamenti, 26 mila dal giudice dopo le condanne, 30 mila come rimborso di spese legali. Cifre che non spostano il bilancio di un Comune, e infatti Giuliano Pisapia le inserisce in una strategia più ampia: «Il concetto chiave resta il risarcimento alla città per i danni commessi, che in alcuni casi funziona anche di più di una sanzione penale con la sospensione della pena. L’aspetto economico è un elemento che aumenta la deterrenza».

I writer hanno lavorato anche in centri per anziani e senza tetto. In totale, hanno svolto quasi 11 mila ore di lavoro. Tutti hanno iniziato con un primo colloquio: «L’obiettivo primario — aggiunge Federica Cantaluppi, funzionaria del Servizio educativo adolescenti in difficoltà del Comune — è far capire ai ragazzi la responsabilità del reato commesso, che non è la semplice violazione di una norma. E poi c’è l’aspetto educativo, molti giovani comprendono per la prima volta il concetto di impegno verso la comunità».

La realizzazione emblematica resta un ufficio comunale di 7 piani completamente imbiancato dai writer. In base a un comandamento: «Il loro lavoro deve portare a un risparmio di spesa per il Comune sui servizi di manutenzione». Conclude Fabiola Minoletti, studiosa ed esperta di graffitismo a Milano: «Questo modello dà un monito ai ragazzi, sulle conseguenze delle loro azioni, e una risposta ai cittadini: alle indagini seguono giuste punizioni e risarcimenti alla città».

16 maggio 2016 | 07:34

Ex agente intelligence Usa: «Dietro l’arresto di Mandela c’è la Cia»

Corriere della sera

di Marta Serafini

Donald Rickard, intervistato dal regista britannico John Irvin, ha svelato come il leader anti apartheid fosse considerato «un giocattolo dei sovietici»

Mandela con Fidel Castro (Afp)

«È stata la Cia». Ci sarebbero i servizi segreti statunitensi dietro l’arresto di Nelson Mandela nel 1962 nel Sudafrica razzista dell’apartheid. A confessarlo un vecchio ex agente dei servizi Usa che si occupò in prima persona dell’operazione, «giustificata» in chiave anti-comunista e anti-sovietica

Donald RickardDonald Rickard

A riportare a galla la vicenda è stato l’ex agente e viceconsole a Durban Donald Rickard, intervistato negli scorsi mesi dal regista britannico John Irvin, autore di un film «Mandela’s Gun» (mostrato in anteprima al festival di Cannes) sui giorni che precedettero l’arresto di Mandela 54 anni fa: arresto a cui sarebbe seguito quasi un trentennio di galera, prima della libertà, degli accordi per la fine dell’apartheid e della sua ascesa a primo presidente nero d’un Sudafrica finalmente democratico.

Nella sua testimonianza, Rickard (operativo dell’intelligence Usa in Sudafrica all’epoca della presidenza Kennedy e in servizio poi nei ranghi della Cia sino al ritiro a fine anni ‘70) spiega che la cattura di Nelson Mandela, fermato mentre si muoveva in incognito a bordo di una vettura travestito da autista fra Johannesburg e Durban, avvenne grazie alle informazioni che lui stesso fu in grado di carpire dai suoi contatti interni all’African National Congress (Anc) e che passò poi alla polizia.

A Langley temevano che Mandela «avrebbe potuto incitare una guerra in Sudafrica in cui gli Usa sarebbero potuti essere coinvolti. Ci trovavamo sull’orlo (del precipizio) e doveva essere fermato ed io l’ho fermato». Mandela venne liberato nel 1990 e venne eletto presidente dal 1994 al 1999. Morì nel 2013 a 95 anni. Rickard, agente Cia fino al 1978 è morto a Mazro due settimane dopo aver parlato con Irvin.

Nessun pentimento o ripensamento: per lui Mandela sarebbe stato all’epoca «un giocattolo dei sovietici», uno che «si definiva democratico, ma mentiva ed era orgoglioso di essere comunista», uno che «andava fermato» prima di dar vita a «un’ondata di guerriglia», a «una rivoluzione che avrebbe aperto la strada» a un fantomatico «intervento russo». Parole contestate decisamente da Ronnie Kasrils, veterano dell’Anc, secondo il quale l’ipotesi di un intervento della Cia per favorire l’arresto di Mandela nel ‘62 fu in effetti sempre al centro di sospetti diffusi; e sembra ora confermarsi come «un vergognoso tradimento». La Cia non ha voluto commentare.

Riapre la cantina del monastero dove le suore enologhe facevano il vino per la messa

La Stampa
roberto fiori

Aveva chiuso nel Cuneese per la crisi di vocazioni. Ora un imprenditore ci ha trasferito la sua attività


Le «suore del vino bianco» nella vigna di Santo Stefano Belbo in una foto d’archivio

In Langa, le chiamavano le «suore del vino bianco». Il loro vino per la messa era conosciuto in tutta la zona. Ora questo vino tornerà nel Monastero del moscato. Si riapre l’antica cantina. Per 106 anni, nel loro monastero-cantina di Santo Stefano Belbo, tra le colline che hanno dato i natali a Cesare Pavese, hanno prodotto un moscato speciale, richiesto dalle parrocchie di tutta Italia, Vaticano compreso, per officiare il servizio liturgico.

Avevano due etichette, «Clemen’s» e «Rosaly’s», che prendevano il nome dai due fondatori della loro congregazione, le Figlie di San Giuseppe. Il sacerdote Clemente Marchisio, proclamato beato, e suor Rosalia Sismonda. Fu proprio don Marchiso a coltivare la vocazione del vino da messa, dopo un colloquio a Roma con Papa Leone XIII. Da allora, le suorine del vino bianco hanno portato avanti per oltre un secolo l’attività vinicola con una dedizione e una professionalità pari solo alla loro fede.

La regola era una sola: «Vinum debet esse naturale de gemine vite et non corruptum». Così recita il canone 924 del codice di Diritto Canonico che fissa le regole per la produzione del vino da messa, uno dei simboli più affascinanti e complessi di tutta la celebrazione eucaristica. A guidare il processo era la Madre Superiora, coadiuvata dalle consorelle e da un enologo che consigliava quali uve comprare sui mercati e quali accorgimenti tecnici usare. Le suore cantiniere trascorrevano le loro giornate tra preghiere e processi enologici, seguendo il lavoro dalla pigiatura all’imbottigliamento sotto un grande crocifisso che emergeva tra le botti.

Poi la crisi delle «chiamate» ha colpito anche la comunità di Santo Stefano Belbo. Negli ultimi anni erano rimaste solo in due, suor Annarita e suor Maria Rosa, e la decisione è stata presa a malincuore: smaltite le scorte della vendemmia 2010, quattro anni fa le Figlie di San Giuseppe avevano definitivamente lasciato in cantina un tesoretto tirato a lucido e in perfetto stato di conservazione fatto di pigiatrici e presse automatiche, vasche in acciaio, filtri, pompe e linee di imbottigliamento. Una struttura moderna e funzionale, che vendemmia dopo vendemmia ha atteso qualcuno in grado di raccogliere, se non la vocazione delle suore, almeno il loro sapere enologico.

Ora quel qualcuno è finalmente arrivato. E neppure da lontano. Anzi, da molto vicino: la famiglia Marino, santostefanese da sempre e proprietaria della cantina Beppe Marino, ha deciso di trasferire la sua produzione nello storico monastero e continuare ideologicamente quell’attività di passione, amore e attenzione al territorio che le consorelle avevano portato avanti per più di un secolo. Le porte del complesso riapriranno in anteprima per «Cantine Aperte», l’evento promosso dal Movimento Turismo Vino il 28 e 29 maggio.

«Il monastero - dice Maurizio Marino - era un luogo di grande importanza sociale e culturale, nonché un centro di aggregazione per la gioventù locale. La sfida è impegnativa, riprodurre quel vino sarà per me un onore, certo sentirò anche l’opinione del vescovo, noi siamo davvero onorati di avere la possibilità di rimettere in funzione una struttura che è così fortemente legata alle tradizioni e alla storia del nostro piccolo paese». 

La voce degli Alpini: “Dietro ogni Penna nera storie di coraggio e onestà”

La Stampa
selma chiosso

Nicola Stefani strega il pubblico dell’Adunata di Asti: «Serve studio, cultura e l’abilità di sentire la piazza»


La sfilata delle Penne nere all’89ª Adunata alpina di Asti

Pochi fogli scritti e tutto nella testa e nel cuore. Altro che corsi di comunicazione. Nicola Stefani, 54 anni, avvocato di Sernaglia della Battaglia, provincia di Treviso, ha raccontato come un fiume in piena l’89esima adunata alpina di Asti, regalando a migliaia di persone una splendida lezione di oratoria. 

Ha parlato per ore presentando i gruppi che passavano sotto il palco, ricordando a memoria ciò che ciascuna sezione aveva fatto, il passato e il presente, intrecciando attualità e sentimenti. Da 20 anni è la colonna sonora dell’adunata.

Dietro questa spettacolare performance ci sono anni di addestramento fatto di studio della storia alpina e d’Italia e un’innata capacità di «sentire» la piazza. È entrato nel gruppo degli speaker nel 1997 e il battesimo del fuoco è stata l’adunata di Udine. Dice: «I vertici Ana mi hanno detto: “Fa una prova microfono e presenta la tua sezione”. L’anno dopo ero arruolato». 


Nicola Stefani, 54 anni, lo speaker dell’Adunata

Preparare «il discorso» per l’adunata presuppone mesi e mesi di lavoro. Il materiale su cui costruire i discorsi è contenuto in un archivio, ora digitalizzato, che ogni anno si arricchisce di notizie provenienti dalle sezioni, dall’Italia e dal mondo. Il protocollo è molto rigido e va rispettato.

Racconta: «È un lavoro in itinere che va da un’adunata all’altra. Tutte le sezioni d’Italia mandano il resoconto di quello che fanno e ciò si va ad aggiungere a quello di archivio. Questo materiale va letto e interiorizzato». Significa girare per l’Italia, vivere la vita delle sezioni, partecipare ai raduni, agli eventi, incontrare gli altri tre speaker alpini, gli avvocati Guido Carlo Alleva (originario di Grazzano Badoglio) e Manuel Principi di Milano e il giornalista Francesco Brighetti di Bergamo, anche loro presenti ad Asti. 

A dicembre c’è una prima convocazione dall’Ana, ad aprile arriva la comunicazione ufficiale ed è da quel momento che inizia la marcia di avvicinamento. Innanzitutto si deve approfondire la storia alpina, studiare, leggere libri «alpini», essere aggiornati su tutto quello che le Penne nere fanno in Italia e all’estero e provare il discorso. «In tribunale ci sono le arringhe e difese, per gli alpini mi esercito andando ai raduni e alle cerimonie». Ma l’elemento più importante per fare lo speaker dell’adunata è la cultura. 

Ed è in queste parole: «Quando nasci a Sernaglia della Battaglia, lungo la linea del Piave, tutto ti parla di storia, patria, guerra. Cresci con quei valori che poi si plasmano con la cultura e ti danno una lente di ingrandimento in grado di leggere il mondo. È il “canovaccio” che consente di parlare per ore di fronte a migliaia di persone di onestà, dovere, rettitudine, altruismo che sono il nostro mondo alpino».

Nella settimana dell’adunata c’è il «sopralluogo» per «respirare l’aria». Dice: «È importante capire cosa migliaia di persone si aspettano da te. Ogni adunata ha i suoi sentimenti, i suoi accenti, è questo che ti dà la ricetta per mixare storia e attualità, cultura, valori, testimonianze. Quando lo capisci puoi parlare ore senza paura di sbagliare».

Ammorbidenti: pro e contro

La Stampa

Capi più morbidi e profumati? Forse. Breve identikit degli ammorbidenti

Lavatrice

Sugli ammorbidenti non ci sono mezze misure: da un lato c’è chi non ne può fare a meno, e chi ne reclama l’utilità imprescindibile, dall’altro chi li rifugge completamente e li considera dannosi. Dove sta la verità? Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Innanzitutto, l’ammorbidente è un prodotto che nasce con lo scopo di garantire particolare morbidezza ai capi che si lavano in lavatrice. E’ un coadiuvante del detersivo, le cui molecole agiscono sulle fibre creando una sorta di ‘patina’ che toglie elettrostaticità, garantendo quell’effetto liscio e morbido tanto gradito. La maggior parte degli ammorbidenti commerciali contengono additivi, addensanti, coloranti e profumazioni varie. Dal punto di vista dell’ecologia, non si tratta di un prodotto che la natura apprezza: disperdendolo nelle acque di scarico si immettono nell’ambiente diverse sostanze inquinanti. C’è tuttavia da precisare che oggigiorno esistono diversi ammorbidenti ecologici, reperibili anche nei supermercati comuni, e che quindi la questione green si può ovviare abbastanza tranquillamente.

Altro aspetto dibattuto in merito agli ammorbidenti riguarda le sostanze allergizzanti che contengono. Molte persone infatti sono sensibili all’ammorbidente, spesso senza rendersene conto: se soffrite di irritazioni, pruriti e arrossamenti cutanei provate a fare dei test, o semplicemente a smettere di usare questo prodotto per un periodo. Anche in questo caso, i prodotti ecologici possono essere una buona soluzione. L’alternativa naturale all’ammorbidente comunque esiste, ed è semplicemente l’acido citrico, da sciogliere in acqua e utilizzare al posto del prodotto sintetico. Anche l’aceto di vino è un buon sostituto ma solo se utilizzato saltuariamente (l’acidità a lungo andare può danneggiare la lavatrice). Utilizzando le alternative al posto dell’ammorbidente Altroconsumo stima un risparmio di 46-50 euro l’anno, altro fattore da considerare quando si sceglie di usare questo prodotto.

Veniamo all’efficacia. E’ reale? La patina che si crea sulle fibre è effettivamente in grado di renderle morbide, e molto più facili da stirare, oltre che profumate a lungo. Non è tuttavia assodato che sul lungo termine mantenga i capi più morbidi: a volte è proprio la ‘patina’ stessa ad indurire le fibre. Inoltre questa sorta di impermeabilizzazione rende più difficile l’azione del detersivo. Molto dipende dalla composizione del capo in questione, dal tessuto, dallo spessore del suo filato, ma in generale sono molti i tessuti che non necessitano realmente di ammorbidente. Lavare a basse temperature è già un ottimo modo di limitare la formazione di incrostazioni sulle fibre. E fate delle prove: lavate una volta o due alcuni capi senza ammorbidente, e se risulteranno sufficientemente morbidi significa che non ne avete bisogno. Al contrario, quando decidete di utilizzarlo, ricordate che la quantità necessaria è veramente poca, e che più si abbonda più si rischia di danneggiare i capi.

Corsa al 5 per mille, tra le no profit anche notai e motoclub a caccia del tesoro

La Stampa
 giacomo galeazzi, ilario lombardo

Sono tra i 50 mila beneficiari come chi combatte il cancro. E la riforma del Terzo settore non prevede un’Authority



Accanto alle facce dei politici che tappezzano le città in campagna elettorale, ci sono altri cartelloni che si contendono le preferenze degli italiani. Sono solo alcuni degli oltre 50 mila enti no profit che a colpi di pubblicità puntano alla propria fetta dei 500 milioni stanziati per il Terzo settore, un pilastro per la tenuta del welfare.

È la giungla del 5 per mille. Se per la gran parte si tratta di associazioni e fondazioni benefiche locali impegnate nel volontariato, nell’elenco dei 50mila, che fotografa un mondo frammentato e caotico che attende la riforma del settore, si infilano anche sigle improbabili e di dubbia utilità pubblica. Al fianco di big inamovibili dai primi posti nelle scelte degli italiani, come l’Airc (contro il cancro), Emergency e Medici senza frontiere, nel labirinto di nomi troviamo infatti anche la Fondazione italiana del notariato, alla quale basta la firma di 772 contribuenti per incassare 265 mila euro.

Dati riferiti al 2014, gli ultimi disponibili, sulle scelte dei 17 milioni di italiani che hanno optato per il 5 per mille. Ma che ci fa la fondazione che per statuto forma le qualità professionali e culturali di una delle categorie più agiate accanto a onlus che si occupano di cancro, disabili, Aids, povertà? E ancora: cosa c’entrano i motoclub o i blasonati Reale Circolo Canottieri di Roma e Circolo Nautico di Posillipo? Oppure, l’Associazione Radio Maria e Rinnovamento nello Spirito ?



Il 5 per mille nasce nel 2006 come quota dell’Irpef destinata agli enti che svolgono «attività socialmente rilevanti». I contribuenti possono destinare la quota del 5 per mille della loro imposta sul reddito delle persone fisiche, firmando nei riquadri sui modelli. Dunque, se la dichiarazione dei redditi è di quelle «pesanti», bastano poche opzioni per rimpinguare le casse.

E’ il caso dei notai, ma anche, per esempio, della Junior Jesina Libertas, la scuola calcio dell’ex bomber Roberto Mancini che con appena 11 firme totalizza 65 mila euro. Possibile, poi, che all’Asilo per cani di Palazzolo Milanese vadano più risorse che all’onlus per la lotta alla leucemia dei bambini? Canili, gattili e società dilettantistiche sportive affollano l’albo dell’Agenzia delle Entrate che ogni anno valuta le domande di ammissione e determina gli esclusi. In realtà il Fisco controlla solo le onlus, mentre sulle associazioni sportive ha poteri il Coni, su enti scientifici di ricerca i ministeri della Sanità e dell’Istruzione, sulle poche realtà artistiche presenti il dicastero dei Beni culturali.

Così, lo spezzatino delle verifiche allunga i tempi e prima di ricevere il tesoretto di 5 per mille passano dai due ai tre anni, al punto che alcune banche offrono l’anticipo del 100% della cifra. Per le lungaggini del monitoraggio, sono continue le proteste di chi fino all’ultimo non sa se è stato ammesso o meno. Se ne fa portavoce Massimo Coen Cagli, direttore scientifico della scuola di Fundraising di Roma, che ha appena lanciato una petizione su Change.org indirizzata a governo e Agenzia delle Entrate per chiedere «che i dati sui sottoscrittori e sugli importi vengano resi noti un mese dopo la scadenza ultima per la dichiarazione dei redditi». 



Essendo la scadenza il 30 settembre, entro il 30 ottobre. «Se i tempi tecnici richiedono un mese in più, nessuno obietterà, ma è inaccettabile che occorrano due anni per avere i risultati e poi altri mesi per ricevere i soldi, mentre per il 2 per mille ai partiti è bastata una legge e le cifre sono state pubblicate in pochi giorni». Ciò garantirebbe la tanto sbandierata trasparenza e sarebbe un incentivo per i donatori, persuasi da chiarezza e tempestività nella rendicontazione. Coen Cagli chiede di «liberare» il 5 per mille, «uno strumento splendido - dice - ma utilizzato solo a un decimo della sua potenza», anche perché poco noto agli italiani. 

«Il governo Renzi che tanto parla di Terzo settore e mecenatismo dovrebbe avviare una campagna per dare più consapevolezza ai contribuenti che oggi non conoscono bene come funzioni il 5 per mille e spesso si affidano al commercialista neanche fosse una pratica burocratica come le altre». Tra le anomalie c’è pure la presenza nell’elenco dei beneficiari del 5 per mille di chi, attraverso i Caf, i centri di assistenza fiscale può più facilmente indirizzare le donazioni. E’ il caso delle Associazioni cristiane dei lavoratori (Acli, al 12o posto per contributi) e del Movimento cristiano lavoratori (22o).

Una relazione della Corte dei Conti sul 5 per mille consegnata in Parlamento nel novembre 2014 denuncia «effetti distorsivi» prodotti da «un mondo frammentario e disorganico» e fissa punto per punto cosa non va nel sistema. A cominciare dalla presenza di circoli esclusivi, ma anche di case di cura private, di moto club, palestre. Una zona grigia dove si annidano i furbetti della beneficenza che rischiano di piegare «un istituto di rilevanza sociale a finalità egoistiche e personali». In questo universo eterogeneo non mancano i paradossi: nell’ultimo resoconto del Fisco sono 2037 gli enti beneficiari che non hanno ricevuto una firma. 

I primi tre in classifica, Airc, Emergency e Medici senza frontiere, ottengono oltre 90 milioni di euro, in pratica un quinto dei fondi per il 5 per mille. «Un’indubbia situazione di vantaggio - sancisce la Corte dei Conti - per gli organismi di maggiore dimensione che possono investire in attività promozionali». Un nodo segnalato anche dal presidente della commissione Affari Sociali della Camera, Mario Marazziti, storico esponente della Comunità di

Sant’Egidio. «Fateci caso: prendono più soldi quelli che più spendono in pubblicità. Andrebbe ripensato il meccanismo che prevede l’indicazione del codice fiscale». Infatti, basta alzare la testa sui cartelloni promozionali per leggere ovunque, in grande, i numeri identificativi delle onlus. Il 5 per mille consente due possibilità: la scelta di uno specifico ente attraverso il codice fiscale, o la designazione di un settore.

Si può anche non indicare alcunché. In tal caso il gruzzoletto se lo tiene lo Stato. Nella seconda opzione, invece, la ripartizione delle scelte per settore va in proporzione alle firme raccolte. Quindi se ne avvantaggiano ancora le organizzazioni più grandi, quelle che possono spendere milioni in pubblicità e in campagne di fundraising. Ovviamente non tutte si comportano allo stesso modo. Se le risorse spese in stipendi e raccolta fondi per Emergency si fermano al 16%, all’Unicef raggiungono il 35%. «Serve un’operazione di trasparenza - spiega Pietro Barbieri, portavoce del Forum del Terzo settore -. Il cittadino deve sapere dove finiscono i suoi soldi, se tutti nell’assistenza o nella ricerca di una nuova cura e quanta parte per la comunicazione». 

Certo, servirebbe un organo terzo di vigilanza. Esattamente quello che la riforma non introduce, mentre per far ordine nella polverizzata galassia no profit istituisce per la prima volta un Registro nazionale unico, a cui si accederà solo dopo la verifica dei requisiti. Ma chi la farà? Lo abbiamo chiesto a Luigi Bobba, sottosegretario al Lavoro ed ex presidente delle Acli. Piccola parentesi: La necessità di un’Authority del Terzo settore è stata uno degli argomenti più dibattuti tra di loro nei mesi di preparazione della legge. L’ipotesi poi tramontata era di resuscitare l’Agenzia per le Onlus liquidata dal governo di Mario Monti nel 2012.

L’ultimo a guidarla è stato l’economista Stefano Zamagni, tra i massimi esperti di no profit, ora pronto a scommettere che «presto capiranno l’esigenza di dare vita a un’autorità di controllo indipendente, tipo la Consob o l’Antitrust. Il soggetto terzo non può essere il ministero». La legge delega sul Terzo settore infatti si limita a prevedere che le funzioni di vigilanza vadano al ministero del Lavoro, con un ufficio ad hoc. Tra i compiti previsti, la promozione di forme di autocontrollo. Nel Paese delle cooperative di Mafia Capitale e del Cara di Mineo, bastano forme di autocontrollo o autocertificazioni, come dice il testo di legge e ribadisce Bobba? «Respingo la logica - replica il sottosegretario - per cui appena abbiamo un problema evochiamo un’Authority come strumento di salvezza». 

La pensano diversamente i compagni di partito di Bobba e gli ex colleghi del Terzo settore. Secondo Patriarca «il ministero è assolutamente impreparato. E il solo Registro unico richiederà una grandissima professionalizzazione». Anche per Beni «un ufficio a Roma non sarà mai in grado di controllare 300 mila enti». Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà-Confcooperative (6,7 miliardi di fatturato) avverte: «Ci sono troppi elenchi e banche dati che non dialogano tra di loro. Ed è proprio nella mancanza di coordinamento che si può nascondere l’illegalità». Per Guerini è positivo che la riforma istituisca un registro unico nazionale:

«Resta il problema di chi dovrà fare i controlli. Pur avendo poche risorse e pochi poteri, l’Agenzia di Zamagni era fondamentale per scoprire chi si era ingiustamente iscritto all’elenco dell’Agenzia delle Entrate per il 5 per mille». Ai tempi di Zamagni l’Agenzia aveva costi irrisori e funzioni di indirizzo. Ora tutti invocano l’assoluta trasparenza e l’obbligo di spese ben rendicontate. Un modello alternativo potrebbe essere quello suggerito da Barbieri del Forum. E cioè la Charity Commission che nei Paesi anglosassoni «costringe ogni associazione, anche locale, a fornire nel dettaglio le entrate e le uscite».

Si sta andando in questa direzione? Non proprio. A dieci anni esatti dalla sua nascita , si comincia a sentire l’esigenza di un serio tagliando sul 5 per mille. Tutto starà ai decreti attuativi della legge delega che avranno il compito di stringere di più le maglie e specificare i requisiti di chi entrerà nel registro del Terzo settore e chi avrà diritto al 5 per mille, ormai la principale fonte di finanziamento per le onlus. 

Sulla scrivania del suo ufficio Bobba ha il documento con cui pensa di razionalizzare questo istituto. Risale al 2008, e porta la firma di Stefano Zamagni. Quelle idee mai realizzate sembrano tornate di moda: un tetto di spesa per la pubblicità e un elenco definitivo e consultabile dei beneficiari, in modo da rendere più facile la vita all’Agenzia delle Entrate e «non rallentare a dismisura - era già scritto così 8 anni fa - la procedura di erogazione dei fondi». Già allora si immaginava una migliore distribuzione delle risorse per evitare la dispersione di pochi euro tra migliaia di sigle e la concentrazione di grosse somme a pochi soggetti. Fa sorridere che quel progetto di riforma del 5 per mille sia del 2008 e porti la firma del presidente dell’Agenzia chiusa da Monti che il governo non vuole ripristinare.

Al Papa direi di visitare un canile lager: ecco che cosa può fare l’uomo a innocenti creature di Dio”

La Stampa
antonella mariotti


Laura Pavone

Laura Pavone, impiegata di giorno (ma adesso in cassa integrazione), speaker radiofonica di notte, 48 anni vive a Milano e ha due gatti: Kit e Minerva. «Sono i più sfigati che ho trovato in gattile. Li ho chiesti proprio io così, volevo animali che nessuno avrebbe scelto: e sono arrivati loro». 

Quindi animali con un passato «difficile»?
«Kit è stato lanciano dal finestrino di un’auto quando aveva un anno o poco più. In gattile era in stato catatonico non mangiava e le volontarie temevano si lasciasse morire. Minerva era una gatta di colonia, una randagia terrorizzata dagli esseri umani, ancora adesso io non riesco ad accarezzarla. Ma loro due sono molto uniti, Minerva ha aiutato Kit a superare il trauma delle ferite e dell’abbandono: stanno con me dal otto anni». 

Come è il suo rapporto con loro? In cosa consiste lo scambio di emozioni?
«Con Minerva è pochissimo, lei quando torno a casa salta, corre, ma io non riesco a toccarla. Con Kit è diverso lui è la mia ombra. Si accorge dei miei cambiamenti di umore, e se sto male - è capitato a volte - si avvicina proprio alla parte dolorante e sta lì, rannicchiato a farmi compagnia. Lui è un gatto molto affettuoso, forse perché abbandonato, non saprei. Non mi lascia sola mai, in casa mi segue... come un cane». 

Il Papa dice che si spende e ci si occupa più di cani e gatti che dei vicini di casa. Lei quanto sarebbe disposta a spendere per i suoi mici?
«Molto, ma senza esagerazione. Io credo che le parole del Papa siano state travisate. Vedo anche io le persone che spendono in collari preziosi o cappotti per cani firmati, ma sono le stesse persone che hanno case enormi dove vivono in due, con tre auto. Non è il cane o il gatto a fare la differenza: quelle persone si occupano solo di se stesse, e dei loro animali. Sarebbero egoiste con o senza cani e gatti. Certo darei un consiglio al Papa».

Quale?
«Di visitare un canile lager o un allevamento lager. Solo vedendo un certo tipo di luoghi ci si può rendere conto di cosa è in grado di fare un essere umano a “creature di Dio” assolutamente innocenti».

Un mese prima del sequestro Moro ho dato io l’allarme a Roma»

Corriere della sera

di Davide Frattini, nostro inviato

Parla Abu Sharif, l’ex portavoce del Fronte popolare: una donna misteriosa è stata mandata dall’Italia a Beirut

GERICO— Di dita ne ha perse quattro dopo averle appoggiate sulla copertina delle Memorie di Che Guevara, l’occhio destro è cristallizzato in uno sguardo di stupore. Quel regalo del Mossad serve a Bassam Abu Sharif per riordinare i ricordi, c’è un prima e un dopo il 25 luglio del 1972, «doveva essere passato un anno dalla bomba, sì era la fine del 1973», mormora sotto al gracidare elettrico dell’apparecchio acustico.

A 70 anni qualche nome l’ha dimenticato, le facce invece sono ancora lì davanti a lui, soprattutto il sorriso di quella bella italiana che bussa al suo ufficio a Beirut e chiede di parlare con George Habash, il leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Finito sulla copertina di Time come il «volto del terrore» durante i dirottamenti di Dawson’s Field, Bassam allora dirige la rivista Al Hadaf(il Bersaglio) e si occupa della politica estera dell’Fplp. «Mi dice di essere la moglie di un ufficiale italiano e di voler vedere il capo. Le spiego che se l’avevano mandata per conquistare Habash con la bellezza, non avrebbe funzionato, era un monaco. Mi ha risposto: no, sono qui perché sostengo la vostra causa».
L’«accordo» tra i palestinesi e l’Italia
La donna misteriosa si ripresenta il giorno dopo — «da bionda era diventata castana» — e nell’incontro chiede ad Habash dettagli sull’intesa siglata dal gruppo marxista-leninista palestinese con l’Italia, quello che sarebbe il Lodo Moro: nel 2008 Bassam ha già raccontato al Corriere dell’accordo che permetteva all’organizzazione di muovere uomini e armi lungo la Penisola. In quest’altro pomeriggio nella sua villa di Gerico, circondata dalle rocce del Monte delle tentazioni, rivela altri dettagli.
«Il presidente della Dc era in pericolo»
«Non ho mai capito a quale pezzo degli apparati appartenesse. Qualcuno a Roma voleva verificare i resoconti di Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut, ndr): avevamo discusso i dettagli del patto con lui e con l’Ammiraglio. La signora voleva assicurarsi che l’avremmo rispettato, che non avremmo commesso attentati in Italia. In cambio ci offrì perfino di inviare istruttori dell’esercito per i nostri combattenti».

Avete avvertito dell’intesa le nazioni arabe che vi appoggiavano?
«La Libia, lo Yemen, l’Iraq, l’Algeria, la Siria. Muammar Gheddafi si mise a ridere: “Ricordate agli italiani che ci sono debitori per l’epoca coloniale, il vostro accordo non risolve le faccende tra noi e loro”».

In Italia una commissione parlamentare sta indagando sul rapimento di Aldo Moro. È emerso un cablogramma del 18 febbraio 1978 spedito da Beirut, molto probabilmente da Giovannone. Scrive di aver incontrato «il suo abituale interlocutore» nel Fplp che lo ha avvertito: gruppi europei stanno organizzando «un’operazione terroristica di notevole portata» e potrebbe coinvolgere l’Italia.
«L’allarme riguarda Moro?».

È quello che i parlamentari stanno cercando di capire. «Io lanciai un allarme: Moro era in pericolo. Credo un mese prima del sequestro (avvenuto il 16 marzo del 1978, ndr). In quei giorni Giovannone non era a Beirut, incontrai un suo giovane assistente e gli riferii quel che mi aveva raccontato una delle ragazze di Carlos. Era tedesca e aveva partecipato a una riunione dov’era stata discussa l’idea di colpire Moro. Le feci capire che il Fronte lo considerava un errore: Moro era contro l’egemonia americana, non andava toccato».

Avevate influenza sui gruppi europei? «Fin dal 1968 in Giordania e poi in Libano il mio incarico è stato quello di gestire i campi di addestramento per gli occidentali, anche italiani. Lì ho conosciuto Andreas Baader e Ulrike Meinhoff (i fondatori della Rote Armee Fraktion, ndr). Ho reclutato io Ilich Ramirez Sanchez e gli ho dato Carlos come nome di battaglia. Lo Sciacallo, quello ci è diventato da solo».

@dafrattini
15 maggio 2016 (modifica il 15 maggio 2016 | 21:55)

Non mischiate quei detergenti

La Stampa

Mai la candeggina con l'aceto e altri mix pericolosi

Detergenti casa

In termini di igiene e pulizia della casa, è importante ricordarsi di non giocare assolutamente al piccolo chimico ed evitare di mescolare prodotti che potrebbero scatenare reazioni tossiche per la salute. É quanto afferma Carolyn Forte, direttrice del Cleaning Lab presso il Good Housekeeping Institute, seguita dal parere di Nancy Bock, Senior VP of Education presso la stessa organizzazione. A volte però, pur non volendo incorrere in rischi per la salute, non si hanno le conoscenze necessarie a evitare di mischiare insieme due prodotti potenzialmente dannosi. Ecco allora quali detergenti non vanno mai usati insieme secondo i consigli del Good Housekeeping Institute.

Vietato associare due diverse tipologie di liquido sgorgante. Marche diverse uguale pericolo possibile. Infatti mischiando due diverse marche e tipologie di liquido sgorgante si aumenta l’effetto di entrambi. Un mix pericoloso che va evitato diligentemente seguendo nel dettaglio le istruzioni del prodotto che di solito indica come dose consigliata circa metà di un’unica bottiglia



No a bicarbonato e aceto. Nonostante vengano usati separatamente come detergenti, i due prodotti insieme si combinano malamente. Il primo è basico, il secondo acido – spiega la Block – se messi insieme creano un composto di acqua e sodio acetato. In più, l’aceto fa spumeggiare il bicarbonato, e se il composto viene conservato in un contenitore chiuso, si rischia che esso possa poi implodere sotta la spinta del gas.

Candeggina e aceto. Nonostante vi possa sembrare un disinfettante potenziato a due teste, i due composti non andrebbero mai mescolati. Insieme producono infatti gas di cloro; una sostanza urticante per gli occhi e molto tossica.

Candeggina e alcol. Insieme sono tossici e formano il cloroformio, sostanza stordente, non letale, ma profondamente tossica. Il consiglio è quello di mischiare la candeggina solo con l’acqua.