martedì 17 maggio 2016

Gli strani attacchi alle banche che portano alla Corea del Nord

sarra - Mar, 17/05/2016 - 18:08

Il malware usato dagli hacker sarebbe lo stesso che aveva attaccato la Sony Pictures. E allora era coinvolto anche il governo di Pyongyang...



L'allarme hacker sulle banche non è nuovo: già a inizio 2015 si parlava di migliaia di attacchi in cui in due anni era sparito un miliardo di dollari americani. Ma ora un nuovo episodio getta un ombra sulla sicurezza dei sistemi bancari.

Un vero e proprio "intrigo internazionale", lo definisce la Stampa raccontando la vicenda. Il 5 febbraio 2016, infatti, alla Federal Reserve di New York arrivano una serie di richieste di transazioni da parte della banca centrale del Bangladesh verso alcuni conti privati nelle Filippine e nello Sri Lanka. Tutto in regola, se non fosse che solo il giorno dopo gli impiegati della banca centrale del Bangladesh hanno scoperto che le operazioni riguardavano quasi un miliardo di dollari e hanno bloccato tutto. Ma venti milioni di dollari sono arrivati lo stesso in Sri Lanka e 81 milioni nelle Filippine. Molti di questi sono spariti nel nulla.

Al centro degli attacchi c'è un sistema interbancario chiamato Swift usato da 11mila banche in tutto il mondo. Tramite questo sistema e un malware che permettesse di convalidare le transazioni, gli hacker sono riusciti a bucare la rete di controlli. Inizialmente il dito era stato puntato contro l'istituto di Dakha, accusato di non aver usato sistemi protettivi per evitare l'accesso di malintenzionati nella rete Swift. Adesso però sembra che il caso non sia isolato e che già lo scorso dicembre un caso analogo era capitato alla TPBank del Vietnam.

E pare - stando alla ricerca del colosso della difesa britannico BAE Systems - grazie allo stesso malware. Così come pare che dietro ci isa un gruppo denominato Lazarus. Lo stesso accusato del clamoroso attacco del novembre 2014 a Sony Pictures, in cui però ci sarebbe stato lo zampino della Corea del Nord.

La legge del contrabbasso

La Stampa
massimo gramellini

La vita perfetta è finita l’altro ieri dopo ottantasette anni, ma essendo perfetta è possibile raccontarla anche in venti righe. La protagonista si chiama Jane Little, la piccola Giovanna, e già il nome sembra inventato da uno scrittore di favole. Jane nasce con un talento, come tutti, ma a differenza di quasi tutti individua il suo molto presto, fin dall’adolescenza. Questo talento è la musica. Una delle maggiori ragioni di infelicità degli esseri umani è di non riuscire mai a fare coincidere la vocazione con il lavoro, la passione con lo stipendio. Invece Jane Little viene assunta dalla Atlanta Symphony Orchestra ad appena sedici anni come contrabbassista.

Non basta. In quella vocazione che coincide con il lavoro trova pure l’amore. Il flautista Warren, che nel 1959 diventa suo marito. L’orchestra di Atlanta è la sua famiglia e lei un suono in armonia con quelli degli altri. Un Io immerso in un Noi più grande, di cui però si sente parte indispensabile. Dai sedici agli ottantasette, per settantuno anni, Jane Little continua a suonare il contrabbasso nella stessa orchestra. Persino quando va in pensione. Persino quando si ammala. Persino quando si cura. Persino quando muore.

L’altra sera, durante il concerto, al momento dei bis ha appoggiato la testa sul suo strumento e ha chiuso gli occhi. La morte perfetta. La vita perfetta, ancorché non troppo spericolata. Per la nota legge del contrappasso la prossima volta che nasce diventerà come minimo Vasco Rossi. 

Retromarce

La Stampa
jena@lastampa.it

Renzi ad Alfano: «Vai indietro tu che a me viene da ridere».

Restituiremo le terre rubate dai bianchi ai neri durante l’apartheid”

La Stampa
lorenzo simoncelli

La dichiarazione di Jacob Zuma, presidente del Sudafrica


Jacob Zuma è stato eletto Presidente del Sudafrica con il 67% dei voti alle elezioni generali del 2009

L’annuncio è di quelli tonanti. «Restituiremo le terre rubate dai bianchi ai neri durante l’apartheid». Parola di Jacob Zuma, presidente di un Sudafrica sempre più in crisi economica e superato dopo la Nigeria anche dall’Egitto nella classifica delle potenze economiche in Africa. Un grido disperato reso pubblico attraverso la tv statale SABC durante il congresso dell’Anc (Africa National Congress) nella provincia di Gauteng, la più ricca e importante del Sudafrica che racchiude Johannesburg e Pretoria.

Il mantra
Non è la prima volta che il capo di Stato ripete un mantra usato più come cartina di tornasole per accaparrarsi i voti dei neri del Paese (l’80% della popolazione), che in una vera e propria misura poi adottata. Dal 1994, fine dell’apartheid ad oggi, solo 8 milioni di ettari di terre coltivabili sono state restituite alle persone di colore, circa il 10% del totale e solo un terzo dell’obiettivo minimo stabilito, ossia il 30%.

Data la lentezza del processo, anche per la paura che si verifichi quanto accaduto in Zimbabwe, ossia una riduzione della produzione agricola dopo l’espropriazione delle terre ai bianchi, Zuma sta vagliando una vera e propria modifica costituzionale che porterebbe lo Stato ad avere un diritto di esproprio delle terre anche senza il consenso del proprietario bianco che, in cambio avrebbe una compensazione economica. In caso di contenzioso l’ex proprietario ha diritto di appellarsi ad una corte del Paese.

La mossa
Una mossa più elettorale che riformista, dato che il Presidente sudafricano negli ultimi mesi ha incassato due duri colpi dalla magistratura. La condanna a risarcire le spese per la ristrutturazione di una sua residenza privata con fondi pubblici usando come scusa motivi di sicurezza e il via libera a riaprire un’eventuale processo in cui pendono 800 capi d’accusa di varie forme di corruzione su Zuma.

Tutti elementi che hanno creato un’enorme frattura all’interno del partito, soprattutto nella sezione di Johannesburg, tra i suoi fedelissimi e chi invece vorrebbe accompagnarlo alla porta prima della scadenza del suo mandato a fine 2017. E ad agosto si vota a livello locale. Consultazioni che, per la prima volta nella sua storia dalla fine dell’apartheid, il partito di Mandela rischia di perdere.

@lionreporter

Giro d’Italia, lo sport più antico diventa moderno: così i ciclisti comunicheranno online

giorgio viberti
La Stampa

Debutta nella Corsa Rosa il nuovo sistema di comunicazione online per i corridori


Vincenzo Nibali impegnato nella cronometro

Durante l’odierna seconda giornata di riposo, al Giro d’Italia è stato presentato il CPAOCS, acronimo del nuovo e rivoluzionario sistema di comunicazione online per i corridori, che debutterà domani nella Corsa Rosa. Un altro segno dei tempi che cambiano. Si tratta di un innovativo metodo online che permetterà ai corridori di comunicare in tempo reale fra loro, essere informati su tutto ciò che può loro interessare - dalle notizie sulle varie corse agli aspetti normativi legati al loro lavoro, compresi quelli sull’antidoping - e di potersi anche esprimere in merito.

Il corridore programmatore
La rivoluzione informatica nel ciclismo è stata ideata e realizzata gratuitamente da Adam Hansen, 36enne corridore australiano presente al Giro nella squadra Lotto Soudal, famoso anche per essere alla tredicesima grande corsa a tappe consecutiva (Giro, Tour e Vuelta), record assoluto nella storia del ciclismo. Hansen, oltre a fare il corridore, è anche programmatore informatico, dunque ha applicato le proprie competenze al mondo del ciclismo realizzando una sorta di applicazione web alla quale i corridori potranno accedere da domani.

Pedalando in Rete
Così tutti i componenti del gruppo avranno la possibilità di ottenere le informazioni desiderate anche consultando la banca dati, l’archivio, la memoria di tutta l’attività del Cpa (l’Associazione Mondiale Corridori), che poi è il sindacato internazionale presieduto dall’ex due volte iridato su strada Gianni Bugno. Il sistema interessa e coinvolge ben 953 corridori dei tutto il mondo (500 della categoreia World Tour, 453 delle categorie Professional e Continental), 41 squadre (le 18 WT più 23 Professional e Continental), 13 associazioni nazionali dei corridori e 11 delegati del Cpa alle corse World Tour. L’antico sport della bicicletta diventa sempre più moderno.

La Stampa racconta il viaggio di Laika oltre l’atmosfera

La Stampa
gabriele beccaria

Il 3 novembre 1957, l’URSS lanciò il satellite Sputnik 2 con a bordo il cane più famoso dell’epopea della conquista spaziale



Lo Sputnik fu uno shock per l’Occidente. E un mese dopo, quello dello Sputnik 2, con a bordo la cagnetta Laika, fu un evento ancora più sconvolgente. L’Urss sembrava la padrona incontrastata dello spazio e La Stampa dedicò, dopo il lancio del 3 novembre 1957, una serie di prime pagine: a rileggerle oggi si percepiscono emozioni contraddittorie. Lo sforzo cronistico di ricostruire nei dettagli un evento ancora circonfuso di mistero e una serie di interrogativi su un futuro gravato dalle tensioni della Guerra Fredda.



Scienza, tecnologica e geopolitica si intrecciano, in modo non tanto diverso, oltre mezzo secolo dopo, di fronte alla prospettiva di una futura missione umana su Marte. Con la differenze che, all’epoca, della dimensione al di fuori della nostra atmosfera si sapeva pochissimo. Laika sarebbe sopravvissuta – ci si interrogava – al «tremendo urto del lancio del satellite?» E, se sì, per quanto a lungo avrebbe potuto osservare la Terra da una prospettiva mai vista prima? 

La Stampa raccoglieva anche una serie di questioni sulle prossime mosse di Mosca: la Luna, che sarebbe stata conquistata dalle missioni Apollo americane poco più di un decennio più tardi, sembrava già a portata di mano dei sovietici. Che, forse, avrebbero potuto addirittura bombardarla.



Le organizzazioni degli animalisti inglesi, che negli Anni 50 venivano definiti con il termine di “zoofili”, protestavano per il trattamento inflitto alla cagnetta, mentre Washington accelerava i suoi programmi spaziali, allarmata dall’attivismo degli ex alleati e ora nuovi nemici globali. 



Intanto, mentre ci si interrogava sul tipo di missile utilizzato per portare in orbita il nuovo satellite, da oltre 500 chili di peso, le paure di una prossima colonizzazione in stile falce e martello dei cieli spingeva – racconta la Stampa del 5 novembre – a ipotesi da fantascienza. Il professor Whipple, direttore dell’Osservatorio dello Smithsonian Institute, arrivava a dichiarare che un razzo sovietico stesse già volando verso la Luna. 

E una firma del giornale come Didimo concludeva così il suo pezzo: «La pietà per l’animale è anche un po’ pietà per noi uomini tutti, impegnati, la maggior parte, in avventure di questo genere, che non si possono ammirare senza un tremito di apprensione per la gravità dei pericoli che ci sovrastano».

Bergoglio e i cani. E il papa venne azzannato dai social…

Nino Spirlì



E il vescovo di Roma, in udienza generale, disse, più o meno, che chi ama gli animali, spesso dimentica la fame del vicino di casa. Tanto torto non ce l’ha, questa volta, l’italopampero vestito di bianco. Molto frequentemente sono più grassi i gatti di casa che la pensionata che sopravvive  sullo stesso pianerottolo. E si accompagna più volentieri il proprio cane a pisciare ai giardinetti, che, in farmacia, il vecchietto che ci saluta timidamente davanti alla porta dell’ascensore. Disattenti, in città come al paese, lo siamo un po’ tutti. Ma non lo vogliamo ammettere e ci impermaliamo. Se ce lo ricordano, ci restiamo male e contrattacchiamo.

“Si vada a controllare i preti pedofili e i cardinali che si fottono i soldi degli ospedali. Gli abati ricchioni che sperperano i soldi destinati alla carità e i vescovi che occultano i reati più feroci contro l’innocenza, mentre viaggiano in auto di lusso, vestiti con i dollaroni  che intascano ad ogni visita pastorale alle parrocchie…!” E anche qui, tanto torto il web non ce l’ha. Anzi, per niente.

Queste porcherie nella chiesa di oggi sono più presenti e più vissute della Santa Eucarestia.
Ma, allora, dov’è il problema?
Il caso sta nel fatto che questo papa dall’aspetto bonario come una mina antiuomo riceve, finalmente, un primo benservito per le sue uscite, a dir poco, fuori posto. E lo riceve per la prima cazzata di minor spessore.

Gli animalisti si sono infuocati perché ha lisciato contropelo i cagnolini e li ha destinati – dicono – all’abbandono e all’incuranza. Dalle sue parole – dicono – si evince che questo papa non ami gli animali e li consideri un di più. Una sorta di ghiribizzo di cui si possa fare a meno, a favore dei condomini. Non così nemico dei quattrozampe era il Benedetto XVI che viveva con la sua gatta innamorata di Lui e del suo pianoforte. Ma quel Papa non piaceva ai più stupidi fra i credenti, oltre che ai poteri forti e all’islam.

E lo hanno fatto fuori. Si fa per dire. Dimissionato nel silenzio del gregge di fedeli, quasi compiaciuti di aver fatto fuori  “il Pastore Tedesco”. Ora, vescovo di Roma è questo doncamillo primo, un gaucho, un po’ comico, un po’ spaccone, un po’ misterioso, al servizio del buonismo più becero e del servilismo più deleterio. Mortale per tutto l’Occidente e la sua Cultura e Identità. Figlio di ombre che nessuno interpreta, tanto sono arcane.

Ci porta i clandestini in casa. Giustifica il loro sfruttamento da parte della finta accoglienza. Tesse le lodi dell’abortista Bonino e di quel Napolitano pericoloso per governi e Paese più di un’ampolla di veleno medievale. Finge bontà e semina buonismo da fiction televisiva. Conosce il linguaggio dei Media e li usa come lo stuzzicadenti dopo una grigliata di carne argentina. Con la stessa maestria.
Ma di tutto questo nessuno gli rimprovera un pelo. Lo stanno dilaniando a morsi solo perché ha pestato la coda al cane di famiglia.

Mysterium Fidei
Fra me e me.

Immigratis: a Udine wi-fi (e bus) gratis per i migranti

Emanuele Ricucci



Wi-fi gratis per i migranti. Succede a Udine. Nel Comune guidato dal centrosinistra fa discutere fortemente la proposta dell’Amministrazione – in fase di studio –  di dotare la ex caserma Cavarzerani, di via Cividale, dove si trova un centro di accoglienza per richiedenti asilo, di una propria antenna wi-fi, così da facilitare le comunicazioni degli ospiti stranieri con i propri familiari, tramite l’uso di applicazioni gratuite quali Whatsapp e Skype, e per evitare “assembramenti” indesiderati di un gran numero di migranti nelle vie e nelle piazze dove il wi-fi è gratuito, davanti a palazzo D’Aronco, sede del Comune, ma anche in piazza Libertà e in piazza Venerio, ad esempio, come specifica il MessaggeroVeneto.

Rendere il centro storico più godibile e fruibile per udinesi e turisti, evitando assembramenti di un numero di persone troppo alto, come è avvenuto ad esempio negli ultimi mesi in alcune zone del centro storico – queste le dichiarazioni dell’assessore all’Innovazione Gabriele Giacomini – assembramenti troppo numerosi infatti possono ostacolare la fruibilità degli eventi e delle manifestazioni oltre che dei monumenti cittadini più importanti“.

Prosegue: “Per quanto riguarda i richiedenti asilo invece ci siamo confrontati con il prefetto Zappalorto ed è emersa questa esigenza per cui abbiamo ritenuto di installare un’antenna anche alla Cavarzerani. Si tratta di una spesa di poche migliaia di euro che sarà a carico del Comune mentre per la sistemazione delle ex caserme Cavarzerani e Friuli il Ministero ha stanziato due milioni di euro”. Una spesa di poche migliaia di euro, di questi tempi, può pesare.

Secche le repliche. Forza Italia Udine, tramite Vincenzo Tanzi, parla di “populismo mascherato e mischiato in ogni modo e in ogni luogo al concetto di accoglienza, divenuta ormai puro servilismo da parte delle Istituzioni – e specifica che – per i profughi tutto è dovuto. Adesso spunta anche un’antenna e per la connessione wi-fi nell’ex caserma Cavarzerani, a spese dei contribuenti. Mantenuti con vitto e all’alloggio, potevano farsi mancare in casa la connessione veloce? Cosa dobbiamo aspettarci ancora, cosa gli manca che non hanno? 

Qui non si tratta se pochi o tanti soldi che palazzo d’Aronco spende per installare un’antenna, come afferma l’assessore Gabriele Giacomini. È l’approccio che è sbagliato. Sfido chiunque a smentirmi. Se fossero stati gli udinesi residenti nella zona di via Cividale a chiedere un’antenna wi-fi per migliorare e potenziare la connessione per uno scambio dati più veloce, l’amministrazione comunale avrebbe tirato fuori mille scuse. Il patto di stabilità, i fondi insufficienti, non è previsto negli obiettivi del Comune”. Così come riportato da Udinetoday.it.

Dura la replica anche di Forza Nuova, in una lettera di Lorenzo Mestroni, segretario del movimento di Udine, indirizzate all’Amministrazione Comunale: “Voi evidentemente non sapete che per una famiglia normale, accedere ad una linea wireless con l’allaccio adsl o in fibra ottica, prevede spese dure da sostenere e rincari di bollette. Non capiamo perché il Comune non si sia mosso con tanto affanno per dare disponibilità di internet a zero spese per i quartieri popolari di Udine. Forse perché è cosa buona e giusta tenere a bada il più possibile questo fiume di uomini (donne e bambini non se ne vedono), in attesa di dare loro un lavoro o qualche altro impiego che i nostri giovani italiani non vogliono più fare”. 

Sì, perché, a quanto pare, il mood della completa integrazione potrebbe essere insita nelle corde dell’attuale amministrazione udinese fin dai suoi albori, come si legge nelle linee programmatiche 2013-2018: “La progressiva presenza di cittadini immigrati renderebbe possibile un ricambio generazionale della forza lavoro, altrimenti arduo visto il calo delle nascite”.

Netta anche la presa di posizione di Fratelli d’Italia della provincia di Udine, nella persona di Riccardo Prisciano (autore del libro Nazislamismo): “La sinistra friulana continua a sbagliare. Dopo aver imposto le U.T.I. ed aver distrutto la sanità, continua il razzismo verso gli italiani. Invece che regalare il wifi ai clandestini, la Serracchiani pensi a garantire l’efficienza delle comunicazioni a tutti quei poveri anziani che vivono in Val Torre, Carnia e Val Resia e che spesso non riescono a contattare nemmeno il 118 per mancanza di segnale. Sempre, prima gli italiani”.

A quanto pare, però, le iniziative per l’accoglienza a Udine non si fermano qui. L’Associazione “Ospiti in arrivo”, insieme al Circolo ARCI MissKappa, ha organizzato, per opera di volontariato, una raccolta “di biglietti dell’autobus per garantire ai richiedenti asilo di poter raggiungere la caserma Cavarzerani con la linea numero 4, che collega la stazione ferroviaria con il capolinea di via Argentina, passando proprio di fronte al campo”,  (IlFriuli.it). “Una rete che Ospiti in Arrivo spinge affinché sia resa istituzionale – dichiara ancora Francesca Carbone, Presidente dell’Associazione – con una convenzione tra la Prefettura e SAF, il gestore della rete locale dei trasporti”.

Integrazione, sostituzione, tolleranza e accoglienza. L’Italia, gli italiani. Parafrasando il titolo di vecchio western: continuavano a chiamarli  Immigratis.

La rivoluzione culturale di Mao non può tornare

La Stampa
maurizio scarpari

Mezzo secolo e la Cina scorda le guardie rosse



Il cinquantesimo anniversario della Rivoluzione culturale (1966-1976) è trascorso in tranquillità. Era prevedibile, ma non scontato, visto il riaffiorare di fenomeni che nell’immaginario collettivo sono stati associati a uno dei momenti più drammatici della storia recente.

Vengono segnalati in Cina un aumento delle limitazioni della libertà e dei diritti civili dopo un periodo di relativa apertura, ripetuti interventi intimidatori nei confronti di professori, giornalisti, avvocati e dissidenti, un crescente controllo dei mezzi di comunicazione, sempre più assoggettati alle direttive del Pcc, la cui dirigenza incoraggia il rifiuto dei «valori occidentali» ritenuti inadeguati allo sviluppo pacifico della società cinese.

Da più parti vengono sottolineati i rischi connessi all’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di un solo uomo, Xi Jinping, soprannominato il Presidente di Tutto. È in corso una ridistribuzione delle responsabilità all’interno della struttura gerarchica del Partito e riemergono elementi ideologici che ricordano l’era maoista: il richiamo alla «linea di massa», il sostegno incondizionato alle linee guida del Partito, il ritorno al culto della personalità. Ci s’interroga su cosa rappresenti a cinquant’anni di distanza la drammatica esperienza della Rivoluzione culturale e, soprattutto, se sia in corso un tentativo di riproporla.

I danni causati dalla Rivoluzione culturale hanno segnato in modo indelebile la storia cinese e non credo possa ripetersi un’esperienza analoga. Se non altro perché sono mutate le condizioni oggettive rispetto a cinquant’anni fa. La situazione economica e il ruolo internazionale della Cina non sono quelli di allora, il relativo benessere e il grado di acculturazione che si sono raggiunti in quasi quarant’anni di frenetico sviluppo economico, pur considerando le diseguaglianze che ancora restano da affrontare e risolvere, non hanno nulla a che vedere con lo stato di estrema indigenza e difficoltà in cui si trovava il paese dopo oltre un secolo di guerre e di scelte rivelatesi sbagliate, che hanno causato gravissimi danni all’apparato produttivo nazionale e decine di milioni di morti per fame.

I soli dati statistici non possono dare la misura di quanto sia stato devastante il tentativo di modificare drasticamente lo stile di vita di un intero popolo, rinnegandone le tradizioni e la cultura millenaria. È stata una crisi assai più profonda di quanto i numeri lascino intendere, essendosi determinato per un periodo troppo lungo un vuoto spirituale ed esistenziale che ha segnato profondamente diverse generazioni di cinesi e che ancor oggi fa sentire le sue conseguenze, nonostante decenni di cambiamenti e di sviluppo. Si è prodotto un gap di conoscenze enorme, a cui si è solo in parte posto rimedio e al quale ora si vuole porre fine.

Così, per colmare il vuoto esistenziale avvertito da buona parte della popolazione, il Partito ha riscoperto il patrimonio culturale rappresentato dalla tradizione cinese, riproponendo in particolare i valori etici del confucianesimo, che hanno garantito la stabilità sociale per oltre due millenni. Venuta meno la forza ideologica che aveva animato le politiche dei primi decenni della Repubblica popolare, il Partito sta ora cercando nuove forme di legittimità in quegli ideali e valori che Mao aveva additato come retaggi di un passato feudale da abolire.

A mio vedere quella in corso è piuttosto una sorta di Controrivoluzione culturale, con la quale la nuova dirigenza intende ricostruire un tessuto sociale e spirituale e un’etica di governo che erano stati smarriti lungo la strada della modernizzazione, senza i quali ritiene che il progresso economico e sociale non potrà mai consolidarsi. 

Pietro, l’italiano che progetta Facebook

La Stampa
lorenza castagneri

Da Taranto, 26 anni, lavora nella divisione video del colosso di Mark Zuckerberg. È stato uno degli speaker di TEDxUniTO: «Un giorno potrei tornare per sempre in Italia»


Pietro Schirano

«Quando torno a casa mia, a Taranto, e dico che lavoro a Facebook, la gente non ci crede. Pensa che io stia tutto il giorno a perdere tempo su Internet». Invece Pietro Schirano, 26 anni, è serissimo: da nove mesi è seduto su una delle sedie del grande open space con i murales alle pareti di Menlo Park, dove ha sede il colosso social inventato da Mark Zuckerberg. A proposito, com’è il fondatore?: «Non posso dire nulla su di lui. Le nostre regole sono rigidissime», si limita a spiegare al Campus Luigi Einaudi di Torino, al termine della prima conferenza TEDxUniTO, in cui è stato uno degli speaker. È arrivato in Italia dopo 16 ore di volo. «Lavorare in America era il mio sogno. E quando è arrivata la mail di Facebook in cui mi offrivano un posto non ci potevo credere. Ne ero onorato».

La sua storia è diversa da quella di altri italiani che hanno fatto fortuna nella Silicon Valley. Lui non si occupa né di progettare app né, tanto meno, di marketing. «Ho studiato ingegneria energetica ma di professione faccio il product designer. Qualcuno ha messo in giro la voce che sarei l’autore delle Reactions. Non so come sia venuto fuori. In azienda io faccio parte della divisione video». Mica poco: da almeno un anno Facebook sta puntando moltissimo sui filmati . Hillary Clinton aveva annunciato la sua candidatura alla Casa Bianca proprio con una clip sul social, considerato ormai un temibilissimo concorrente di YouTube. E anche le ultime mosse di Zuckerberg e soci confermano che l’interesse per il settore è sempre crescente.

La sfida, per chi fa il mestiere di Pietro, è migliorare l’esperienza degli utenti: rendere i siti più accessibili, più essenziali ma pure più curati. Più belli. Anche in tecnologia l’occhio vuole la sua parte. Apple docet. «Quando sono arrivato negli Stati Uniti ho lavorato subito da Open Table, una compagnia che aiuta i ristoranti a moltiplicare il loro business. L’azienda esisteva da 14 anni ma aveva un fortissimo debito in termini di grafica. Io mi sono occupato di ridisegnare tutto il sito. E oggi, dopo un paio d’anni, lì dentro lavorano 25 designer. Questo è un settore chiave».

Ma la carriera di Pietro in questo campo è cominciata più grazie a passione e talento che alla laurea targata Politecnico di Milano. «Avevo scelto ingegneria perché nel 2008 il designer, specie in Italia, era considerato qualcosa che si faceva nel tempo libero. Non una professione. All’epoca dell’università facevo qualche progetto come freelance. Poi ho iniziato a lavorare in campo energetico, ma mi sono reso conto che non ero felice. Così a 22 anni sono partito per l’Olanda e sono andato a bussare alla porta una miriade di startup chiedendo lavoro».

Primo impiego: assistente designer, da Hubskipt, che vende biglietti aerei e rende più facile cancellare o modificare le date dei voli. Dopo otto mesi, il primo salto di carriera. Da CYSO, azienda di hosting, Pietro Schirano diventa web developer responsabile. Lì l’avventura dura appena otto mesi: a fine 2013, dagli States arriva la prima mail della vita. «Abbiamo visto i tuoi lavori online. Ti andrebbe di venire a lavorare da Open Table?». Firmato: il capo del personale. Il sogno americano è realtà.

Ormai San Francisco è casa. Un giorno ha pure rincontrato al supremercato un vecchio amico. Tramite lui ha conosciuto anche un altro ragazzo. Vengono tutti e tre di Taranto e lavorano a Facebook, a Twitter e in un’altra startup innovativa. «Ormai siamo un trio. Cuciniamo pettole e panzerotti per tutti. Ma sono i miei unici amici italiani. Preferisco passare il tempo con gli americani. La mia vita è lì, non ha senso restare ancorati alle radici». L’Italia è un lontano ricordo? «No, a me un giorno piacerebbe tornare - risponde-. Torino e Milano si stanno espandendo molto in ambito tech. Se qualcuno avrà bisogno di un bravo designer, ci penserò. Mi piacerebbe anche fondare una mia startup in California. Ma penso che resterò a Facebook ancora un bel po’». 

Coltivare la citronella in vaso

La Stampa

Come far crescere la pianta anti-zanzare in vista dell’estate

Pianta di citronella

Le prime fanno già capolino, e tra poche settimane cominceranno a turbare la tranquillità delle serate estive con il loro ronzio e le loro punture fastidiose. Parliamo naturalmente delle zanzare, ospiti indesiderate delle case mediterranee, che però si possono tenere alla larga grazie al gardening, o meglio grazie alla coltivazione di una pianta il cui aroma è a loro molto sgradito: la citronella. La citronella è un’erba perenne che si sviluppa a cespugli con foglie che sembrano dei lunghi nastri verdi – ne esistono una decina di specie, che si raccolgono sotto la nomenclatura di Cymbopogon.



Coltivare la citronella in vaso non è difficile se si rispettano le sue esigenze, e se nei mesi caldi la tenete sul davanzale creerete una gradevole barriera anti-zanzara. La citronella è una pianta dal piacevole aroma di limone che proviene dall’Asia: la cucina del sud-est asiatico ci insegna che è anche deliziosa se utilizzata come erba aromatica da aggiungere a zuppe, piatti di pesce e di verdure, tisane, affettandone la base bulbosa. Dall’olio essenziale delle lunghe foglie di citronella si ottiene il principio attivo anti-zanzara, che viene poi utilizzato in creme e lozioni per il corpo.



La citronella teme il freddo, quindi coltivarla in vaso è anche un ottimo modo per poterla mettere al riparo nei mesi invernali. Richiede una buona esposizione al sole, al massimo gradisce la mezz'ombra. Se piantate direttamente nel terreno i bulbi fatelo alla fine dell’estate per avere una pianta robusta per l’anno successivo, mentre se acquistate le piantine dal vivaista potete metterle a dimora nel vostro vaso tra aprile e agosto.

Il periodo vegetativo va da marzo ad ottobre, ed in questi mesi richiede annaffiature regolari - oltre che una leggera concimazione a base di azoto ogni 40 giorni circa. In autunno si possono tagliare le foglie e ridurre la pianta ad un ‘ciuffo’ quasi rasoterra, perché rinvigorisca per la nuova stagione calda, ma se la tenete al chiuso (purché sempre ben esposta alla luce solare) non è strettamente necessario. Gradisce i terreni ricchi e ben drenati, ma cresce tranquillamente nel comune terriccio da giardino.

A 50 anni dalla Rivoluzione culturale cinese, i retroscena del decennio più oscuro di Mao

Corriere della sera
di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi

Mezzo secolo e il Paese è ancora segnato

Il 16 maggio 1966 la Notifica di Mao al Politburo che aprì dieci anni di orrore e caos. Per riprendere il controllo del Paese il Grande Timoniere, indebolito dal «Grande Balzo in avanti», incitò i giovani a dare la caccia ai borghesi che si erano infiltrati nel partito deviandolo verso il capitalismo



«Dovremo aspettare qualche anno per poter interpretare con sicurezza quello che accade oggi in Cina. Forse, quando Mao passerà a miglior vita, ci sarà rivelato che abbia scatenato la odierna cosiddetta “Rivoluzione culturale”, e per quali ragioni o con quali fini l’abbia scatenata».

Gli articoli di Guerriero, testimone della lotta interna
Appare chiaramente dalle parole del giornalista di Corriere Augusto Guerriero la difficoltà del mondo occidentale a dare una spiegazione al terremoto politico e sociale che dal 16 maggio del 1966 scuote la Cina, stretta tra la direzione controriformista avviata dal Segretario Deng Xiaoping e dal Presidente Liu Shaoqi, e l’ortodossia marxista reclamata da Mao Zedong (nella foto Afp sopra al titolo, il 3 ottobre 1976, insieme a Lin Piao, ministro della Difesa e strenuo sostenitore della Rivoluzione culturale).

Una lotta interna, diranno alcuni attenti osservatori nei primi mesi, minimizzando o forse non leggendo appieno i successivi sviluppi di un fenomeno ben più imponente, ma si dovranno ricredere di lì a poco, quando la Rivoluzione prenderà i contorni di una mattanza collettiva, con tanto di purghe, violenza da guerra civile e provocazioni minacciose alla vicina Unione sovietica (nella foto sotto, un gruppo di Guardie Rosse con il libretto rosso in mano, durante la Rivoluzione culturale, nel 1966)



Solo la scomparsa di Mao riportò la «normalità»

Ci vorrà la morte del leader Mao, padre ideologico e fomentatore della Rivoluzione culturale, per riportare la Cina alla «normalità», o quantomeno alla pace, senza peraltro che nei successivi 50 anni la Repubblica Popolare cinese riesca o voglia fare i conti con quanto accadde nel decennio che va dal 1966 al 1976. Forse, solo oggi si può tentare di dare una lettura politica e storica della Rivoluzione culturale, grazie a quanti, tra chi fu protagonista, hanno scelto di ricordare, come il testimone citato pochi giorni fa sulle pagine del Corriere (sfiora l’icona blu per leggere l’articolo) dal corrispondente da Pechino Guido Santevecchi: «Ci furono due milioni di morti in Cina tra il 1966 e il 1976; e figli che denunciarono i genitori; e umiliazioni pubbliche; e gente che si tolse la vita non potendo più sopportare la brutalità. Quel decennio di orrore è un tabù per il Partito comunista, contrario a ogni commemorazione nel timore che 50 anni dopo si cominci a discutere della sua legittimità».
Mao e il timore della deriva «borghese»
La miccia esplode il 16 maggio del 1966, con la diffusione di un documento tra i vertici del Partito comunista in cui si critica la deriva borghese e reazionaria del mondo accademico e culturale cinese, ma in generale di tutta quella parte di società definita con spregio come “borghese”. In un clima di minaccia e terrore ha inizio una vera e propria epurazione, che parte dalla società civile, dal mondo universitario e culturale e arriva in breve a toccare anche i rappresentanti politici in ogni città e provincia, fino ad arrivare ai vertici del Partito, considerati “controrivoluzionari” e perciò nemici della Repubblica popolare. Riporta il Corriere dell’11 luglio 1966: «Le epurazioni hanno fatto numerose vittime anche tra i docenti dell’università di Pechino, alcuni dei quali accusati di aver svolto attività anti-partito, sono stati costretti ad andare in giro portando sul petto e sulla schiena cartelli con la scritta “Io sono un intellettuale anti-partito”».


4 «vecchiumi» da spazzar via e lettere d’amore proibite
Una forma di delirio collettivo, accompagnato da una venerazione idolatrica di Mao Zedong, colpisce un’intera generazione di giovanissimi cinesi, che si mettono al servizio del leader entrando nei ranghi delle Guardie Rosse col compito di spazzar via dalla Cina del 1966 i quattro «vecchiumi» — vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchi comportamenti — ammettendo ogni genere di violenza, sopraffazione, e umiliazione contro il nemico, compresa la denuncia dei propri familiari, in un clima di terrore, oscurantismo e follia, che lascia sgomenti gli osservatori internazionali: «Pechino, 24 agosto 1966. Guardie Rosse hanno affisso un cartello all’entrata di un parco; in esso si criticano le giovani coppie che siedono in luoghi solitari «facendo cose che bruciano gli occhi». Devono finire - aggiunge la scritta - questo genere di attività e altre analoghe come rimanere svegli fino a tarda notte per scrivere lettere d’amore».
I cinesi dal sangue cattivo
Mese dopo mese l’ortodossia maoista, raccolta diligentemente dal braccio destro di Mao, Lin Piao, nel Libretto Rosso, pervade le menti dei giovani cinesi, e ogni aspetto della vita dei singoli, privato o pubblico che sia, è passato al setaccio della purezza ideologica, mentre il concetto di classe oltrepassa la condizione sociale: «La razza dei proletari ha il sangue buono, detto anche “giusto”. La razza dei borghesi ha il sangue cattivo, detto anche “sbagliato”. Né interessa se i cinesi dal sangue cattivo vogliano far parte del mondo proletario: essi rimangono di razza borghese, e cioè borghesi. Le due razze sono divise dalla lotta di classe».


Suicidi a catena di dirigenti comunisti epurati
Il terrore rosso dei giovani fedeli di Mao La spirale di violenza e ideologizzazione si fa più acuta alla fine del ’66: Mao è riuscito a sfoltire i vertici del partito dai suoi diretti nemici, compresi il Presidente Liu Sciaoqi e il Segretario di Partito Deng Xiaoping; inoltre, grazie al proprio carisma, ha saputo sfruttare l’ingenuità e il fervore dei giovani rivoluzionari usandoli come braccio armato contro il popolo, e paventando la deriva borghese del Paese ha spazzato via un patrimonio secolare di cultura, tradizioni, fedi religiose e persino semplici abitudini.

Le umiliazioni, le violenze e gli omicidi, e persino il cannibalismo, commessi nel nome del Grande Timoniere, porteranno già nell’autunno del ’66 alle prime reazioni controrivoluzionarie, sommosse isolate, ma indice di un malcontento con cui Mao Zedong dovrà successivamente fare i conti. Senza battere ciglio, consapevole di aver scatenato un clima da guerra civile, Mao tornerà sui suoi passi, liquidando le Guardie Rosse in nome della ragion di Stato e confinando i giovani del suo ex esercito personale a «rieducarsi» nelle campagne, ripagando il servizio reso durante la Rivoluzione con l’esilio e una vita di stenti.


L’arroganza delle Guardie Rosse e il privilegio di casta
A sostituire le Guardie Rosse nella loro azione di controllo e terrore Mao chiamerà l’Esercito di liberazione popolare, ma il Paese rimarrà ancora sotto l’influsso delle Rivoluzione culturale fino alla morte del Grande Timoniere. Solo allora il Partito ritroverà un suo equilibrio e ristabilirà la propria autorità, facendo tornare dall’esilio Deng Xiaoping e addossando le colpe del decennio precedente alla cosiddetta «Banda dei quattro» — la vedova di Mao Jiang Qing, Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen, poi processatai e condannati — senza voler fare i conti con le dirette responsabilità di Mao Zedong. In realtà, agli osservatori più attenti del mondo cinese di allora, è stato

chiaro fin dall’inizio che dietro la Rivoluzione culturale si nascondeva la lotta di Mao Zedong per la riconquista del potere, come spiega ancora Augusto Guerriero: «L’interpretazione più attendibile di questa specie di delirio collettivo che è la grande rivoluzione culturale è che essa sia la reazione alla marea di critiche, di malcontento, di risentimento, che i colossali fallimenti di Mao e della sua politica avevano creato». «La verità pura e semplice è che Mao è stato esautorato, era stato allontanato dal potere, non era più tenuto in alcun conto. [...] La verità è che ha scatenato questo terremoto per niente altro che per riconquistare il potere, per riconquistare la Cina».


Il pensiero di Mao in Europa
Anche in Europa si sentirà l’eco della Rivoluzione culturale cinese, e soprattutto il fascino del Grande Timoniere, che farà presa sugli intellettuali di sinistra dei grandi Paesi europei, Italia compresa, generando movimenti maoisti dentro e fuori i Partiti comunisti nazionali, e spesso in contrapposizione con le correnti filosovietiche. Soprattutto tra i giovani e gli studenti il mito di Mao diventa molto popolare, complice il vento del ’68 che proprio in quel periodo si propaga in tutta l’Europa e che la società tradizionale fatica a inquadrare. A due anni dall’avvio della Rivoluzione culturale cinese, mentre la società italiana si interroga sulle radici della contestazione, il Corriere della Sera organizza una tavola rotonda per interpretare il successo della Rivoluzione culturale cinese

tra i giovani italiani, e coinvolge personalità come Carlo Cassola, Ignazio Silone e Goffredo Parise nel dibattito «La Cina in Italia», coordinato da Gaspare Barbiellini Amidei: «Chi avrebbe, ancora ieri, creduto a una traduzione europea, occidentale, minoritaria della rivoluzione culturale cinese, a quel tanto di Mao che poi ha preso fra noi il giovane volto della contestazione, della protesta e l’enigmatico segno della nuova sinistra?. [...] Oggi, sui nastri dell’industria culturale, corrono a migliaia i libretti rossi e i pamphlet del dissenso; i muri delle città sono divenuti graffiti cinesi; il volto di Mao, nelle piazze, nelle case, sulle riviste, è popolare e frequente; il suo nome riecheggia in scioperi e processi, lotte studentesche e in disordini di piazza».
I cinesi d’Italia «sabotatori ideologici»
«I cinesi d’Italia, più che una vera forza politica sono un elemento di disturbo: non hanno la capacità di contestare seriamente l’autorità del Pci sull’estrema sinistra, sul movimento operaio, ma possono condurre un’azione assai fastidiosa di sabotaggio ideologico e politico». Le parole di Domenico Bartoli sulle pagine di Corriere nel novembre del ’66, inquadrano l’influenza degli eventi cinesi nel già frammentato panorama della sinistra italiana, dove la Cina diventa il punto di riferimento di tutti quei gruppi e gruppuscoli dissidenti del Pci, che tra scissioni, fondazioni e fusioni stavano minando l’equilibrio della galassia comunista nazionale.

In modi differenti queste nuove formazioni politiche guardano alla Repubblica popolare di Mao in antitesi all’imperialismo americano, o in altri casi come alternativa al modello sovietico, ed è il caso del Partito comunista d’Italia creato a Livorno proprio sull’onda della Rivoluzione culturale cinese nel 1966, con il suo organo d’informazione Nuova unità e un corrispondente dalla Cina, Manlio Dinucci, che Bartoli descrive così: «Il linguaggio di questo corrispondente può essere facilmente immaginato. Egli non ha paura di risultare grottesco. Per esempio, non esita ad affermare che in Cina esce un miliardo di giornali murali poiché ognuno è libero di scriversene uno. Manlio Dinucci è certo orgoglioso di essere l’unico giornalista italiano che dall’Estremo Oriente parli con entusiasmo delle guardie rosse».


 Le notti di Mao all’Università Statale
Nel segno di Mao, la contestazione studentesca si appropria dei temi della Rivoluzione culturale, mettendo in discussione il concetto di autorità in tutti gli ambiti sociali, dalle scuole alle università, dalle organizzazioni politiche agli stessi nuclei familiari. E la cronaca di quei giorni ci riporta al clima delle occupazioni universitarie e allo spirito filo-cinese che animava molti dei giovani contestatori di fine anni ’60: «Bach e il vino pugliese hanno salvato l’occupazione della Statale e la “rivoluzione culturale” degli occupanti. Anche le vie di Mao Zedong sono infinite. Naturalmente, essenziali alla guerra che le “Guardie rosse” di via Festa del Perdono hanno dichiarato prima alla società e poi all’università, sono sempre gli insostituibili “fioretti” del dittatore cinese». Addio Mao crudele

Quando il Duce e i terroristi entrarono in Arcivescovado

Stefano Giani - Lun, 16/05/2016 - 08:39

Oggi la via a fianco del Duomo è dedicata al cardinal Martini Ieri ospitò un set cinematografico e Prima linea rese le armi



Era. E rimase. Per sempre. Uno sconosciuto. Venticinque anni avrà avuto. O forse trenta. Non certo di più. Viaggiava sul metro e ottanta e il timbro della voce non si conosce. Perché non parlò. E non lo si rivide mai. Era il 1984. E quel 13 giugno tirava un venticello che attutiva il peso dei 26 gradi scarsi. Non si soffriva caldo, insomma. Eppure a Paolo Cortesi, di mestiere monsignore, la temperatura bruciò le viscere davanti a quel giovane che entrò in Arcivescovado e, senza proferire parola, vomitò davanti al prete due kalashnikov. Un fucile. Un moschetto. Tre rivoltelle. Un razzo. Quattro bombe a mano. Due caricatori. E 150 proiettili.

In silenzio era venuto. In silenzio se ne andò.
L'altro - attaccato a un filo come lo si era allora, nell'età delle caverne della telefonia - ammutolì. E sbiancò. Il suo interlocutore intuì che qualcosa doveva essere accaduto, ma cosa successe lo venne a sapere dal telegiornale. Perché don Paolo si diresse immediatamente dal cardinale di cui era il segretario. Carlo Maria Martini, con flemma savoiarda, guardò quell'arsenale e alzò la cornetta. Convocò il prefetto, Enzo Vicari, pietrificato davanti a quella santabarbara, che di santo non aveva nulla. Le armi furono affidate alla polizia e a quell'omino siciliano, un po' pelato ma tutto d'un pezzo, nato l'anno della marcia su Roma, frullarono in testa due preoccupazioni. Da quale punto iniziare le indagini e come tenere tranquillo il prelato.

A entrambe provvide il porporato stesso. In primo luogo perché non si agitò affatto e quindi si tenne calmo da solo. Secondariamente perché la provenienza di quell'arsenale la intuiva facilmente. E stava in una lettera, firmata da un detenuto di San Vittore. Ernesto Balducchi era un pesce piccolo nel mare magnum di Prima linea. A Padova, Ezio Riondato - docente di Filosofia morale - visse e morì. Ma fu anche ferito. Il 22 aprile del '78, al Liviano, per sua disgrazia s'imbatté nel Balducchi, con un quarto di secolo sulle spalle e una pistola in mano. Sparò allo Stato.

E colpì alle gambe l'ordinario, in cui vedeva il presidente della Cassa di risparmio e il consigliere di amministrazione del Gazzettino. Ma poi fu tra i primi a pentirsi. «Voglio essere un uomo» scrisse all'arcivescovo. E lui lo prese per mano. La consegna di quei tre sacchi fu il segnale che qualcosa stava cambiando davvero. E gli anni di piombo, almeno a Milano, finirono quel giorno. Nella via oggi intitolata proprio a Martini. In Arcivescovado. Dove, sembrerà strano, ma i violenti erano di casa.

Il palazzo in cui oggi abita Angelo Scola è equipaggiato di patrie galere, fortemente volute da Carlo Borromeo a metà del Cinquecento. Ogni cella porta il nome di un santo ma non tutte hanno la fortuna di vedere il sole a scacchi. Ce ne sono di totalmente buie. E un paio profumano di beffa. La più alta è denominata «Il paradiso», ma di celestiale non ha nulla. Inferno capovolto. Puzza di morte come la 13. Lugubre e tetra da non meritare patroni, se non quel numero. Icona di maledizione nei secoli. Da quell'ultima cena in cui Cristo, tredicesimo commensale, iniziò la via crucis.

Nelle prigioni dell'ex palazzo Ducale marcirono pendagli da forca che il boia non risparmiò. Quando l'incappucciato macellaio staccò la testa a Carlo Sala si mise in tasca sei lire. Era il 1775 e la folla era entusiasta. Quel pretonzolo rinnegato che buttò la tonaca alle ortiche per farsi calvinista era in uggia a tutti. E l'aveva pagata. Non certo per l'apostasia su cui si sarebbe pronunciato il Padreterno, quanto per i furti sacrileghi con i quali depredò 38 chiese del Milanese. E se ne inorgoglì. A quell'avanzo di galera venne in soccorso un duca. La stranezza era che Gian Galeazzo Serbelloni, tutt'altro che un tenerello, era il maestro di campo della Milizia cittadina. Leggasi, la polizia.

Aveva simpatie napoleoniche e ideali incorruttibili, forgiati con cura dall'abate Parini, «precettor d'amabil rito» e raffinata ironia che non scendeva a patti. Il nobile mise sul piatto una fortuna per salvare quel furfante. E nessuno ne capì il motivo. Calò centomila lire per rifondere i danni alle parrocchie visitate da quel topo d'altari e in cambio pretese che si pentisse. Ma il ladro andò per le spicce e, rivolto al carnefice, liquidò il tutto con cinque parole: «Fa' il tuo sporco lavoro». Dicono che il corpo fu gettato in terra sconsacrata, «nelle foreste fra il Ticinese e il Vercellino». E che i milanesi disertassero perfino i dintorni di quella sepoltura, da quando qualcuno avvistò demoni che sputavano fuoco dalle orrende fauci.

Negli anni Settanta del Novecento, Milano si era allargata. E lungo via Arcivescovado correva ancora il tram. Il 23 verso Cinque giornate. Il 24 verso viale Corsica. E naturalmente il 13. Perché era destino. Andavano a passo d'uomo per colpa degli ingegneri. Dissero che la velocità su rotaia faceva male alla cattedrale e ad antiche vacillanti fondamenta. Finì che li deviarono e ne estirparono i binari. Poi i tecnici morirono e il Duomo si è rifatto il trucco. Bianco, come nel Trecento. Ma in tutti quegli anni fioccarono liti. Sulle rotaie stava la gente. In piedi. In coda. Soprattutto a ottobre. Doveva entrare nel portoncino sul fianco del palazzo. Pertugio di conoscenza.

C'era la libreria meglio fornita. E alla Sei tutta Milano ordinava i libri di scuola dei figli. Immancabilmente, ogni autunno era una via crucis di attese. Le file sembravano adunate sediziose. Non c'erano numerelli a scandire i turni. Puntuali solo i diverbi. Ci si mettevano pure i tranvieri, quando passare non si poteva. Si maledirono roteando lo sguardo anche quando comparve il cinema. Il duro Rod Steiger, truccato come Benito, era atteso in cima allo scalone da Henry Fonda, negli abiti cardinalizi di Schuster. Sotto lo sguardo vigile di Carlo Lizzani. Il set di Mussolini ultimo atto era lì.

Lì, per ricordare che il Duce, quello vero, nel palazzo voluto da Giovanni Visconti nel 1339, ci era salito in carne e ossa. L'arcivescovo tentò una mediazione tra il despota e i partigiani. Lo invitò a soggiornare. A consegnarsi agli americani sotto la sua tutela. Ma «Buonanima» si rifiutò. E in Arcivescovado non mise più piede. Qualche giorno dopo fu assassinato. E impiccato. A scendere le scale fu Schuster. Stavolta. Nell'abito talare del porporato. E benedì le salme. Perché come scrisse di suo pugno al prefetto Lombardi, «si deve rispetto a qualsiasi cadavere». E così sia.