mercoledì 18 maggio 2016

Roma, rubò l’orologio d’oro a James Gandolfini: a processo il paramedico

Corriere della sera

di Giulio De Santis

Lunedì è iniziato il procedimento contro Claudio Bevilacqua, il sanitario accusato di aver sottratto il Rolex da 3mila euro al protagonista della seria « I Soprano», ucciso da un infarto nell’estate del 2013 mentre era nella sua camera d’hotel nella Capitale



È iniziato il processo al paramedico accusato di aver rubato l’orologio d’oro di James Gandolfini, morto a Roma per un attacco di cuore nel giugno del 2013. La star hollywoodiana - protagonista della celebre serie tv « The Sopranos» e di numerose e fortunate pellicole - soggiornava con il figlio nella suite di un grande hotel della Capitale (il Boscolo Exedra) ed era atteso al Festival di Taormina. Ma non ci arrivò mai perchè si accasciò in bagno colpito da un infarto.
Il furto
E proprio per soccorre l’attore fu chiamato il 118: i sanitari hanno cercato inutilmente di rianimarlo per circa 40 minuti. Vana anche la corsa in ospedale, all’Umberto I. Tra i paramedici intervenuti c’era anche Claudio Bevilacqua, 43 anni, accusato ora del furto del Rolex d’oro da 3mila dollari. Non è chiaro - scrive Nbc News - se il reato avvenne nella camera o se l’attore 51enne indossasse l’orologio quando si sentì male. La notizia del furto è stata riportata dai siti americani poco tempo dopo la morte dell’attore, in seguito alla denuncia dei familiari.
Il rinvio a novembre
La notizia dell’inizio del processo contro Bevilacqua è stata rilanciata dalla stampa Usa. La prima udienza si è tenuta lunedì. Il giudice ha rinviato tutto a novembre. Il paramedico non era in tribunale ed è accusato di furto aggravato.

18 maggio 2016 | 08:40

Cristoforo Colombo, lettera ritrovata

Corriere della sera

Nella missiva, stampata nel 1493, il navigatore annunciava la scoperta del Nuovo Mondo. Il documento, rubato a Firenze, è stato ritrovato negli Stati Uniti

di SEVERINO COLOMBO
Un ritratto di  Cristoforo Colombo custodito al Museo Navale di Madrid (Afp Photo)
Un ritratto di Cristoforo Colombo custodito al Museo Navale di Madrid (Afp Photo)

Recuperata la lettera in cui Cristoforo Colombo annunciava la scoperta del Nuovo Mondo. Il documento di eccezionale valore storico-archivistico, stampato nel 1493, era stato rubato a Firenze ed è stato rinvenuto negli Stati Uniti.

I dettagli dell’operazione saranno resi noti in una conferenza stampa che si tiene oggi, alle 11, alla Biblioteca Angelica a Roma, presenti il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini e il generale Mariano Mossa, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Il recupero è frutto, si legge in una nota, «di attività investigative che rappresentano un efficace modello di collaborazione tra Italia e Stati Uniti, nella lotta al traffico illecito di beni culturali». All’incontro sarà presente anche l’ambasciatore Usa in Italia John R. Phillips. Nell’occasione sarà presentata una breve sintesi dell’attività operativa del 2015 dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale .

18 maggio 2016 (modifica il 18 maggio 2016 | 09:40)

Pantani e i misteri di Campiglio Il 6 luglio decisione sull’inchiesta

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

Fissata dal gip di Forlì la data per decidere se archiviare l’indagine sull’intervento della camorra al Giro 1999. ll giallo dell’incidente automobilistico - «non chiaro per i carabinieri» - in cui morì un commissario Uci olandese presente al controllo antidoping

Marco Pantani lascia il Giro a Madonna di Campiglio (foto Bettini)
 Marco Pantani lascia il Giro a Madonna di Campiglio (foto Bettini)

Se l’inchiesta sull’intervento della camorra al Giro 1999 proseguirà, lo si saprà il 6 luglio. Questa è la data in cui il gip del tribunale di Forlì Monica Calassi ha fissato l’udienza per decidere l’eventuale raccolta di nuovi elementi. Il giudice ha infatti ritenuto «ammissibile» l’opposizione, presentata dalla famiglia di Marco Pantani rappresentata dall’avvocato Antonio De Rensis, alla richiesta di archiviazione dell’indagine da parte della procuratore Sergio Sottani. Il quale, al termine degli accertamenti scrupolosi del nucleo di polizia giudiziaria di Forlì e dei carabinieri della tutela della salute di Roma era giunto a questa conclusione.

Che la camorra avesse stoppato il corridore romagnolo, con «reiterate condotte minacciose e intimidatorie» nei confronti «di svariati soggetti a vario titolo coinvolti nella vicenda del prelievo ematico» del corridore, era «credibile». Ma il movente di queste minacce resta «avvolto nel mistero, anche se qualche squarcio, nonostante il tempo trascorso, si intravede». «Tuttavia gli elementi acquisiti non sono idonei - è quanto scritto nella richiesta di archiviazione firmata da Sottani e dal pm Spirito - a identificare gli autori dei reati ipotizzati». Quelli di truffa ed estorsione e non la corruzione - di cui ha parlato un pentito - cancellata dalla mannaia della prescrizione.
Un nuovo scenario processuale
Ora però si apre un nuovo scenario processuale. Il 6 luglio il gip potrebbe percorrere due strade: accogliere la richiesta d’archiviazione o chiedere un supplemento d’indagine, magari alla Procura antimafia. Questo però nell’ipotesi che il giudice ritenga ravvisabile dalle carte il reato di estorsione che ha tempi di prescrizione assai più lunghi di quelli della corruzione: ovvero 20 anni. Le carte dell’inchiesta raccontano, tra l’altro, una novità: quella della presenza di un giudice olandese, Wim Jeremiasse, commissario Uci e istituzione al Tour, alla Vuelta e alla corsa rosa, al prelievo ematico condotto su Pantani prima della tappa di Madonna di Campiglio in cui venne fermato. Nessuno dei tre medici interrogati ne aveva ricordato la partecipazione - tra l’altro in qualità del responsabile del team - svelata solo nel 2014 dal suo autista, Simone Cantù, ascoltato dai carabinieri. Insospettiti per quella specie di «amnesia» del terzetto di dottori.
«...Oggi il ciclismo è morto...»
Ma torniamo al 5 giugno. Ore 9 e 15. Cantù avvicina l’olandese nella hall dell’hotel in cui sonno stati fatti i prelievi per ricordargli l’imminente avvio della tappa. Jeremiasse si volta in lacrime: «... oggi il ciclismo è morto...». E poi prosegue: «Marco Pantani ha valori non regolari». Impossibile che il commissario Uci possa spiegare altro: sei mesi dopo morirà - «in circostanze non proprio chiare», scrivono i carabinieri - in un incidente in Austria. Dov’era andato per fare da giudice in una gara di pattinatori su ghiaccio. Sprofondò con l’auto in un lago ghiacciato, il Weissensee, su cui stava spostandosi alla testa di un piccolo corteo di macchine. La sua auto giù per 35 metri nell’acqua gelida, inghiottita dal cedimento improvviso della superficie: Wim venne trovato cadavere dai sommozzatori che lo recuperarono circa un’ora dopo. La donna che era con lui, Rommy van der Wal, sopravvisse miracolosamente dopo avere cercato invano di estrarlo dall’abitacolo.
Parla la moglie di Jeremiasse
Contattata dal Corriere della Sera, la moglie di Jeremiasse, Jeanne, si dice «completamente confusa. Non ho mai pensato che la morte di mio marito potesse essere collegata a qualcosa di differente da un incidente. Ma davvero, non so niente di questa intera situazione e dei suoi precedenti». Intanto anche la commissione parlamentare Antimafia si mostra interessata all’indagine: e ha annunciato la convocazione dei pm di Forlì. «Poi faremo le nostre valutazioni», ha detto la presidente Rosy Bindi. Di quel che accadde a Madonna di Campiglio ha scritto nel suo libro-scandalo -«Bestie da vittoria» - anche Danilo Di Luca, ex vincitore del Giro trovato tre volte positivo al doping: Pantani? «Lo hanno fregato - il termine usato è un altro... - al 300 per cento. Era a fine Giro con dieci minuti di vantaggio sul secondo, in quelle condizioni non rischi».

@alefulloni
18 maggio 2016 (modifica il 18 maggio 2016 | 08:13)

Cliente perde la sim, ma il call center è un labirinto. Il Garante multa Tim per 360 mila euro

repubblica.it
di ALDO FONTANAROSA

L'AgCom sostiene che il sistema di risposta automatica non permette di parlare con una persona fisica, a meno che non si cerchino notizie commerciali. L'azienda: rispettate le delibere sui diritti dei consumatori

ROMA – Davide va contro Golia, e la spunta. Il signor Rossi (il nome è di fantasia) protesta contro la Tim e contribuisce ad infliggerle una sanzione da 360 mila euro. Questo cliente ha vissuto l’esperienza che anche noi abbiamo vissuto tante volte. Dopo aver chiamato il servizio clienti (il 119, nel caso di Tim), ha provato a parlare con una persona in carne ed ossa (senza riuscirci), ha provato a fare un reclamo via telefono come era suo diritto (senza riuscirci), ha provato a denunciare il furto della sua sim (senza riuscirci). Il Garante per le Comunicazioni (AgCom) – che ha raccolto la denuncia del signor Rossi – ha messo sotto esame il 119 (un classico risponditore automatico) ed alla fine si è deciso per questa sanzione, certo non trascurabile nell’importo.

Il Garante ha accertato che il cliente può arrivare ad una persona fisica solo se è interessato ad un’offerta commerciale. Questo privilegio non è certo riservato a chi ha semplicemente un problema. Il call center della Tim poi non permette di reclamare al telefono. Chi chiama è indotto semmai a spedire una e-mail, un fax, anche una raccomandata, se proprio vuole protestare. Infine non è semplice orientarsi nel labirinto delle risposte automatiche e denunciare il furto o anche lo smarrimento della sim.

La Tim – che si riserva di ricorrere al Tar contro la multa – si è difesa con forza davanti al Garante. A suo parere, il call center automatico permette di bloccare una sim rubata oppure persa semplicemente digitando il numero di telefono. Anche il reclamo telefonico è possibile quando il cliente lamenta che una clausola del contratto non è

stata rispettata. La società, in altre parole, si sarebbe sempre conformata alla delibera 79 del 2009, che precisa i diritti dei clienti e i doveri delle società.

Ma il Garante non ha dato credito alle argomentazioni della Tim, decidendosi per la multa.

Disunioni

jena@lastampa.it

Dedicato    a    Bagnasco:      se      l’arcivescovo      di      Costantinopoli      si disarcivescostantinopolizzassevidisarcive-scostantinopolizzerestevoi?

Il Gentilissimo

massimo gramellini

Se una notizia è qualcosa di imprevedibile ed eccezionale, i fatti accaduti domenica scorsa a Venezia nel sottopasso di Carpenedo sono abbastanza eccezionali e imprevedibili da meritare una consacrazione pubblica. C’è un ragazzo, Matteo Bragato, che perde il controllo della moto da cross e si spalma sull’asfalto. E c’è un uomo che sta viaggiando nel senso opposto di marcia e accosta la vettura per prestare al disarcionato i primi soccorsi.

Chiama l’ambulanza e si fa dare dal ragazzo il numero di telefono dei genitori. Ma non si limita a informarli. Li rassicura. Compie ancora due gesti, uno abbastanza irrituale e l’altro talmente fuorimoda da risultare clamoroso. Il gesto irrituale è che, partita l’ambulanza, raccoglie da terra la motocicletta acciaccata e la guida fin sotto la casa di Matteo, consegnando le chiavi al padre. Quello clamoroso è che sparisce nel nulla, senza pretendere neppure un grazie.

La retorica ne ha già fatto un eroe, un cavaliere senza macchia, un angelo della strada che si volatilizza dopo avere aiutato, da contrapporre ai pirati che si volatilizzano dopo avere abbattuto. La madre del ragazzo, ebbra di riconoscenza, ha lanciato un appello per ritrovarlo al quale ci auguriamo non aderisca mai.

Non per cinismo, ma per paura di scoprirlo diverso da come ci piace immaginarlo: una persona costruita bene che compie con estrema naturalezza una serie ininterrotta di atti di civiltà. Le ricerche del salvatore si basano sui pochi elementi forniti dal padre di Matteo: «Una persona gentilissima, sulla quarantina, con barba e capelli lunghi». Non fosse che per l’età, si direbbe l’identikit di Gesù.

Boldrini crea una commissione per difendere rom e musulmani

Rachele Nenzi - Mar, 17/05/2016 - 09:46

L'obiettivo sarebbe quello di stilare poi un rapporto sull'odio frutto di xenofobia, antisemitismo, islamofobia e antigitanismo



"Istituzione Commissione #hatespeech è salto di qualità per Montecitorio nell'impegno contro intolleranza, xenofobia, razzismo e odio".

All'apertura dei lavori della sua nuova creazione, Laura Boldrini ha scritto questo tweet per gongolare. La presidente della Camera ha infatti creato una commissione parlamentare, di cui fa parte un deputato per ogni gruppo politico affiancati da organizzazioni che lavorano nel settore. Tra questi, Amnesty, Arci, 21 luglio, Lunaria, Carta di Roma, Consiglio d'Europa, Cospe, Human Rights Watch, Istat, Unhcr, Fidr ed esperti quali il linguista Tullio De Mauro e i sociologi Ilvo Diamanti e Chiara Saraceno.

L'obiettivo sarebbe quello di stilare poi un rapporto sull'odio frutto di xenofobia, antisemitismo, islamofobia e antigitanismo.

Amazon vende il Kindle Fire a un euro. Ma è un errore

La Stampa
marco tonelli

Sul sito italiano il prezzo sbagliato ha scatenato la corsa agli acquisti del popolare tablet. L’azienda ha però comunicato di aver annullato gli ordini



Amazon Italia vende il Kindle Fire a 1 euro. A causa di un errore, per poche ore i clienti del popolare sito di e-commerce hanno potuto iniziare le procedure d’acquisto del nuovo tablet, al prezzo di quell’unico euro, invece che i 59,99 del listino ordinario.



Al la maggioranza di loro l’ordine è stato annullato, poiché, come spiega Amazon in via non ufficiale, è arrivata solo la prima mail, quella che conferma l’ordine ma che non costituisce «accettazione della proposta d’acquisto». Subito dopo, infatti, agli acquirenti è arrivata un’altra mail in cui si annunciava la cancellazione dell’ordine: «Gentile cliente, ti informiamo che abbiamo annullato il tuo ordine, a causa di un errore del seguente articolo».

Mentre a chi è arrivata anche la seconda comunicazione di «conferma spedizione» che stabilisce l’accettazione dell’acquisto, e che «conterrà anche le informazioni relative alla spedizione del prodotto» verrà effettivamente inviato il Kindle. Insomma, tutto secondo il regolamento, che prescrive nel dettaglio le varie fasi dell’acquisto.

Sul forum di Amazon e su Twitter, i clienti, che per poco tempo hanno approfittato dell’errore, hanno protestato con post e richieste di chiarimento. La risposta ufficiale dell’azienda è questa: «Per un breve periodo di tempo, martedì mattina, il Fire tablet è stato offerto su Amazon.it con un prezzo non corretto. Non appena ci siamo accorti della situazione, lo abbiamo corretto. Stiamo informando tutti i clienti coinvolti del fatto che i loro ordini sono stati cancellati. Ci scusiamo con i nostri clienti per l’inconveniente».

COME FUNZIONA UN ACQUISTO SU AMAZON
Inizia tutto con lo svuotamento del carrello, quando l’acquirente procede all’acquisto. Da quel momento l’ordine viene valutato dal venditore. Amazon, ma anche tutte le altre piattaforme di vendita, si affidano al loro PSP (payment service provider), che gestisce le transazioni e verifica la carta di credito e la sua copertura. Una volta superato questo passaggio, l’acquisto viene autorizzato e l’importo effettivamente addebitato.

E non è il primo negozio online che commette errori sul prezzo. Nell’agosto 2014, i clienti della piattaforma La Feltrinelli.com hanno potuto ordinare il Kobo Aura HD al prezzo di zero euro (escluse le spese di spedizione), invece che 149 euro. Anche in quel caso, è arrivata la mail ufficiale di annullamento dell’acquisto. Non solo, nelle condizioni di vendita, l’azienda prevede anche una clausola specifica in caso di errori tecnici, e per chi non ha potuto acquistare il prodotto al prezzo superconveniente ma sbagliato, c’è sempre la possibilità di inviare un nuovo ordine. Ma col prezzo giusto. 

Banche sotto attacco hacker: nuovi casi, Swift dirama allerta

La Stampa
carola frediani

Dopo la rapina milionaria in Bangladesh emergono ulteriori episodi. E c’è chi tira in ballo pure la Corea del Nord



All’inizio era sembrata una prodezza da banda del buco in versione digitale, o almeno così era stata trattata. Ora invece sta diventando una sorta di intrigo internazionale, che nel contempo apre un grosso punto interrogativo sulla sicurezza delle transazioni bancarie.

Tutto ha inizio venerdì 5 febbraio. La Federal Reserve di New York riceve una serie di ordini di pagamento da parte della banca centrale del Bangladesh, che controlla un conto nell’istituto americano. I trasferimenti di denaro, “pienamente autenticati” con i corretti codici bancari, dice la Federal Reserve, vanno in direzione di alcuni conti privati nelle Filippine e nello Sri Lanka. Tutto ciò è avvenuto in un giorno in cui gli uffici del Paese asiatico erano chiusi.

Quando gli impiegati della banca centrale del Bangladesh a Dhaka sono tornati al lavoro, si sono accorti che qualcuno aveva tentato di trasferire quasi un miliardo di dollari dal conto aperto alla Federal Reserve di New York. Gran parte dei soldi sono stati infine bloccati dalle banche, anche per un banale errore di battitura commesso dai ladri. Ma non tutti. Venti milioni di dollari sono stati stati trasferiti in Sri Lanka dove sono stati poi fermati dalle autorità locali. Mentre 81 milioni sono stati dirottati nelle Filippine per poi essere inghiottiti dal giro dei casinò. Ad oggi una buona parte di questi soldi sono dati per persi.

ATTACCO VIA SWIFT
Come hanno fatto gli hacker a sottrarre un simile bottino? Inviando fino a 35 richieste di trasferimento alla Federal Reserve attraverso quel fondamentale sistema di servizi e messaggistica interbancari noto come Swift e fornito a 11mila istituti di credito in tutto il mondo dall’omonima società (Society for Worldwide lnterbank Financial Telecommunication) con sede a Bruxelles. E utilizzando anche uno specifico malware, un software malevolo, per infettare il PDF reader usato dai bancari per convalidare le transazioni.

L’episodio aveva generato un rimpallo di responsabilità fra la banca del Bangladesh e la Federal Reserve, e in un primo tempo era stato liquidato solo come un problema dell’istituto di Dhaka - i cui sistemi di sicurezza sembravano lasciare alquanto a desiderare. In realtà la polizia locale sostiene che l’errore sarebbe dei tecnici che, dopo aver collegato mesi prima la banca al network Swift, avrebbero lasciato delle vulnerabilità. Accuse infondate per la società di Bruxelles, secondo la quale è responsabilità delle singole banche rendere sicuri i sistemi che si interfacciano con la sua rete.
Tra l’altro dalle indagini iniziali era emerso che l’istituto di Dhaka non possedeva robusti controlli di autenticazione, e non avrebbe avuto neppure un firewall.

Ora però si è saputo che anche una seconda banca, la TPBank in Vietnam, nel dicembre 2015 avrebbe bloccato per un pelo il trasferimento di 1,13 milioni di dollari dai suoi conti attraverso il sistema di messaggistica Swift. Secondo un comunicato della TPBank, le richieste di trasferimento fraudolente, dirette in Slovenia, sarebbero state fatte attraverso un fornitore esterno che la banca utilizzava per collegarsi con la rete Swift. I server del fornitore, di base a Singapore, sarebbero stati infettati dal malware usato dai cyber ladri.

ALLERTA ALLE BANCHE
Tutto ciò emerge pochi giorni dopo che la stessa Swift ha diffuso un alert in cui invitava le banche a revisionare i propri sistemi di sicurezza. “Swift non è e non può essere ritenuta responsabile per la vostra decisione di scegliere, implementare e mantenere firewall, o una appropriata segregazione della vostra rete interna”, ha scritto la società di Bruxelles in un messaggio riportato da Reuters, secondo la quale sarebbe la prima volta nella storia di Swift, cioè dal 1973, che viene diramato un avvertimento di questo tenore.

La comunicazione interna riferisce anche che, oltre al caso in Bangladesh, si è registrato “un piccolo numero” di episodi simili in altre banche, pur senza nominarle. Anche qui la frode è stata tentata attraverso dei PDF reader infettati che potevano essere usati per alterare le transazioni. Per la società di ricercatori di cybersicurezza iSight Partners, il malware usato nell’attacco alla banca vietnamita “ha rimpiazzato il reader PDF Foxit per mascherare le registrazioni delle transazioni Swift quando lette”. In pratica il reader PDF alterava i dati delle richieste di transazione, riferisce DataBreachToday.

CHI SONO I LADRI?
In contemporanea, il colosso della difesa britannico BAE Systems pubblicava una ricerca secondo la quale il malware usato in Bangladesh sarebbe lo stesso utilizzato in Vietnam, e a sua volta avrebbe legami con un gruppo denominato Lazarus individuato da un’altra società specializzata in lotta alle frodi online, Novetta. Questo Lazarus group, secondo i ricercatori, sarebbe addirittura responsabile del clamoroso attacco del novembre 2014 a Sony Pictures. Ricordiamo però che il Sony Hack è stato attribuito dal governo Usa alla Corea del Nord.

INTRIGO INTERNAZIONALE?
Quindi ricapitolando: il caso Bangladesh non è isolato; ci sono altre banche colpite, una in particolare in Vietnam; alcuni ricercatori hanno individuato lo stesso malware alla base di almeno due attacchi; alcuni sembrano ricondurlo (anche se non esplicitamente, e comunque va ricordato che in questi casi l’attribuzione è una questione delicata e scivolosa) addirittura alla Corea del Nord. L’attacco sarebbe stato mosso attraverso il collegamento delle banche alla rete Swift, e portato a termine attraverso un malware che modificava il sistema di controllo delle transazioni, basato sulla stampa delle stesse attraverso un reader PDF. La banda del buco di Dhaka rischia di diventate quindi una questione di sicurezza internazionale con sfumature geopolitiche.

A complicare il tutto si aggiunge un’analisi della società di investigazioni digitali FireEye, ingaggiata dalla stessa banca del Bangladesh, secondo la quale a penetrare la rete dell’istituto di Dhaka sarebbero stati almeno tre diversi gruppi di hacker: uno legato al Pakistan, uno alla Corea del Nord, e un terzo non identificato. E sarebbe quest’ultimo che avrebbe probabilmente commesso il furto. Di sicuro, la vicenda - su cui sono mobilitati investigatori privati e governativi di mezzo mondo, inclusa Interpol ed Fbi - non è finita qua.

Karim Giulio con gli altri in fuga Gli avventurieri italiani in Libia

Corriere della sera

di Francesco Battistini

Chi sono i connazionali scappati nel paese nordafricano per evitare guai con la legge e con il Fisco: «Meglio Tripoli che Milano»

Giulio Lolli alias Karim

«Io m’intendo solo di barche. Quando sono arrivato qui, mi son chiesto: cos’altro posso fare?...». Ha preso il suo Bertram, lo yacht che s’era portato via nella fuga da Rimini. Ha ridipinto il nome: Bukha Al Arabi, «in onore del più famoso eroe della rivolta di Bengasi». Poi ha caricato cibo e farmaci, ossigeno e medici, ed è salpato a recuperare gli sfollati di Bengasi, i feriti di Derna, i perseguitati di Sirte:

«Una decina di spedizioni. Pericolosissime. Ho salvato 4-500 persone dall’Isis e dai soldati di Haftar. Decine di famiglie su barconi semiaffondati. M’hanno anche sparato addosso…». E gli affari? «Ma sì, qualcosa… Io sto coi towar, i rivoluzionari di Misurata. Hanno una Marina militare, sono il loro capitano: mi proteggono e li proteggo. Faccio service sulle barche. Qualcuna la vendo, qualcuna la porto...»

Il caos è il mio mestiere. La guerra, il mio scudo. A Giulio Lolli, 51 anni, latitante da sei, non serve più nascondersi: nella Tripoli anarchica del governo Serraj, lui domina il piano alto d’una villa nel quartiere più bello, l’Andalus che una volta ospitava le ambasciate, e da Bertinoro vengono a trovarlo persino i figli e la mamma. Della dolce vita romagnola in Maserati («ne avevo undici»), poche nostalgie: «A Tripoli si va al ristorante, c’è lo shopping!... —fa l’entusiasta —. Certo, la sera è meglio non andare in giro. Ma certe zone di Milano sono peggio».

Che ci fa qui? Lolli era il più grande commerciante italiano di yacht. Piazzava barche a nomi da rivista, faceva 32 milioni di fatturato. Un giorno fallì. E fuggì. Dal crac, dalle manette, da Rimini. Bye-bye ai magistrati, che ancora l’inseguono con un ordine di cattura internazionale per bancarotta fraudolenta e corruzione: ha scansato i 4 anni e 4 mesi già patteggiati, ha rimosso i sensi di colpa per il suicidio d’un ufficiale della Finanza, s’è inventato un sito web («L’ultimo avventuriero») e un nuovo nome, Karim. «Le primavere arabe m’hanno cambiato la vita», dice.

Dandogliene un’altra, da film: approdato prima in Tunisia e poi in Libia, Lolli ha assaggiato le galere di Gheddafi. «Mi son fatto otto mesi di prigione durissima a Jdeida, coi detenuti politici. Torturato. Trattato peggio d’uno stupratore. Sorvegliato più di Rudolf Hess. “Very dangerous”, diceva di me l’Interpol. Un giorno sono piovute le bombe della Nato. E io sono riuscito a scappare. Fuori c’era la rivoluzione. Cos’altro dovevo fare? Mi sono arruolato. Ho sparato. Ed è stato così che sono diventato Karim. Il valoroso Karim, decorato sul campo».

Un disegno regalato a Lolli da 62 migranti. Nel testo si legge: «Si ringrazia nel nome di Allah il capitano Karim che ci ha salvato dalle profondità del mare»  
Un disegno regalato a Lolli da 62 migranti. Nel testo si legge: «Si ringrazia nel nome di Allah il capitano Karim che ci ha salvato dalle profondità del mare»

Dell’Italia, Giulio Karim Lolli non vuol più sapere nulla: «L’ammetto, ho combinato qualche leasing farlocco per salvare l’azienda. Ma non ho mica mai ammazzato nessuno! E poi ho già saldato i miei conti con la giustizia: quando stavo nel carcere libico, di me non gliene fregava niente a nessuno. E quando sono uscito han provato anche a rapirmi, a rimpatriarmi stile Eichmann. Oggi per fortuna non succede più: l’ambasciata italiana, anzi, voleva che collaborassi a un progetto approvato dalla Marina militare di Misurata per costruire qui le barche!...». Ma in questi anni è mai uscito dalla Libia? Una risata: «A questa domanda rispondo un’altra volta…».

C’è una piccola e misteriosa Italia scomparsa nell’interminabile transizione libica, perduta in una terra senza legge. Nessuno la cerca, pochi ne parlano. Pregiudicati e spregiudicati. Avventurieri e bancarottieri. Combattenti e mercanti. Lolli non è solo. Quando vai a Zintan, i miliziani ancora narrano d’una mitizzata “Laura” che chissà se è mai esistita davvero, una sedicente giornalista che nel 2011 «sparava sui gheddafiani e aveva un coraggio incredibile — descrive Yousef Amrou, comandante tuareg —, rimase ferita in una battaglia e se ne andò via: era una mercenaria, ora si muove fra il Mali e il Centrafrica».

Non manca qualche mitomane, naturalmente: «Ho lasciato l’Italia tre anni fa per motivi che certo non racconto», ci dice R. D., settantunenne, un passato in divisa nelle caserme del Friuli, un presente coi sandali dentro una hall di Tripoli. «All’inizio, i libici pensavano che fossi una spia. Poi hanno capito che volevo solo starmene per i fatti miei». R. D. ogni tanto spara verità inverosimili — «ho fatto parte anche di Gladio, glielo giuro!» —, e intanto ha imparato a girare poco, a cautelarsi con una fidanzata libica che gli sbrighi le commissioni, a cambiare indirizzi email e cellulari: «Non ho soldi, non credo rapiscano uno come me. Ma la certezza assoluta non ce l’ho». La linea è l’ombra. Ogni giornata, un azzardo. 007 sparpagliati per Tripoli, attenti ai contatti imprudenti.

Un ex impiegato venuto via da Brescia, nessuna voglia di tornare a casa. Una silenziosa signora L. che al telefono ti dice: «Per sopravvivere, non parlo con nessuno». I contractor delle grandi aziende, lasciati mesi a esigere eterni crediti. Talvolta rapiti, spesso inghiottiti nel pozzo nero di storie estreme. Vi dice niente il caso di Franco Giorgi? Da più d’un anno è un ostaggio. L’ennesimo. La Farnesina ha fatto di tutto perché non se ne sapesse nulla. L’abbiamo scoperto per caso, quand’è uscito un rapporto Onu sul traffico d’armi che lo citava: ascolano, 72 anni, professione mediatore, Giorgi è sbarcato a Tripoli nel marzo 2015 ed è sparito nel nulla.

Di lui rimane solo una telefonata concitata, otto mesi fa, per chiedere aiuto. Nient’altro. L’uomo è abituato ai guai: il suo nome circolò nei Balcani ai tempi di Karadzic. Fu ascoltato anche dalla commissione parlamentare sull’uccisione d’Ilaria Alpi. Dicono che qui volesse recuperare i soldi d’una fornitura d’armi da 28 milioni di dollari, destinatarie le milizie di Zintan. Ora si sta negoziando perché ce lo ridiano, riscatto base trecentomila euro. «Ho tanti amici, eppure non ne sapevo nulla», si stupisce Giulio Karim. Gli han chiesto di chiedere in giro. Con discrezione. «Se posso dare una mano a un italiano, perché no? Ma non sarà facile. La Libia non è un posto facile».

17 maggio 2016 (modifica il 17 maggio 2016 | 21:36)

Femminicidio: non arrendiamoci alla violenza

Corriere della sera
di Paolo Di Stefano

Un operaio di 32 anni ha ucciso l’ex fidanzata di 24. Le tragedie del femminicidio e quella pericolosa ambivalenza che ancora permea la nostra mentalità quotidiana

Una manifestazione a Roma contro la violenza sulle donne (Benvegnù-Guaitoli)

Cresce l’idea che il cosiddetto delitto d’onore, pur essendo stato cancellato dal Codice penale da tempo, non è per nulla scomparso, nei fatti, dalle teste: perché comunque ci sono ancora uomini che si ritengono autorizzati, per vergogna o per frustrazione, a eliminare una donna che si sottrae al loro controllo. Pensando che l’ex moglie, l’ex fidanzata, l’ex compagna non debba avere altra ragione di vita se non il legame con lui.

La stessa ossessione che abita l’uomo deve appartenere alla donna, pena la morte. Passano gli anni, progrediamo in (quasi) tutto, la famiglia si frantuma, si moltiplica, si rinnova, eppure resistono numerosi antri (mentali) primitivi: e sono spesso uomini della borghesia attiva, della società civile, mediamente acculturata, mediamente inserita, mediamente tecnologica, mediamente benestante, mediamente tutto. E abbiamo un bel dire che l’islam maschilista maltratta la donna: la sottomette, la schiavizza.

Certo, l’aggravante è che si tratta di una mentalità spesso diffusa e codificata. Ma la nostra libertà e liberalità non è sgombra dai cliché, altrettanto (e specularmente) codificati, della donna oggetto del godimento estetico dell’uomo (la donna necessariamente bella, provocatoria, succinta): basti osservare le immagini della pubblicità, soffermarsi su un varietà televisivo di prima serata. Ogni giorno accogliamo pigramente l’immagine ammiccante e degradata della donna (ovvio, con il suo consenso).

Quanta audience in più non appena mostriamo un vertiginoso decolleté? L’ipocrisia (diffusamente maschilista) rimuove gli stereo-tipi da voyeur che finiamo per tramandare ai nostri figli, maschi e femmine, in silenzio (e chi poi alza la mano timidamente è un insopportabile moralista, buonista, politicamente corretto...). Ma se non bisogna arrendersi alla nausea e allo scandalo dopo le tragedie del femminicidio, non dovremmo, ancor prima, accettare quella pericolosa, pervasiva ambivalenza che ci abita nella quotidianità.

17 maggio 2016 (modifica il 17 maggio 2016 | 23:04)

A Gaza censurato Romeo e Giulietta «Invita i ragazzi a ribellarsi»

Corriere della sera

di Davide Frattini, nostro inviato a Gaza

I fondamentalisti di Hamas giudicano l’opera troppo sensuale e nelle scuole la sostituiscono con il Re Lear mentre rimane nella Cisgiordania dominata dal Fatah



Quando Giulietta s’innamora di Romeo ha 14 anni, tre meno di Hiba che adesso sta seduta nell’ufficio della preside e spiega perché lei e le altre compagne hanno deciso di appoggiare la protesta della professoressa di inglese. Porta il velo come l’amica Ranin. Una parla, l’altra annuisce, tutte e due arrossiscono.

Sono al penultimo anno di questo liceo femminile nel centro della città di Gaza, quartiere meno immiserito dove abita quel poco di classe media che l’economia pericolante della Striscia ha prodotto. Spiega che «Giulietta e Romeo» è inappropriato, non che l’abbia letto tutto, le è bastato sfogliarlo, di più sarebbe stato «peccato». Perché la storia dei due fidanzati di Verona «è contraria alle nostre tradizioni, non rispetta l’islam».

Peggio — interviene Jihan al Okka, la professoressa di inglese — «incita i ragazzi a ribellarsi alla famiglia, a non rispettare la volontà degli adulti». Così ha cancellato il dramma di William Shakespeare dalle lezioni, quest’anno sarebbe rientrato nel programma nazionale palestinese, anche gli allievi e gli insegnanti degli altri istituti sono d’accordo con lei.

L’età del consenso per le ragazze di Gaza è 17 anni, spesso i genitori le obbligano a sposarsi più giovani (il 35% dei casi su 17 mila unioni registrate nel 2012). Matrimoni combinati come quello che era stato deciso per Giulietta, famiglie che si mettono d’accordo davanti al tè con la menta, quasi sempre per ragioni economiche. «Sono parte della nostra cultura — continua Jihan — e non possiamo instillare in queste adolescenti l’idea che siano un’imposizione sbagliata. All’università è diverso, sono più mature, lì potranno leggere quello che vogliono». All’università, per quelle che riescono a iscriversi, sembra già tardi: gli sposalizi forzati a quel punto sono stati decisi.

Dopo le lettere spedite al governo di Ramallah, quelli che sono i Montecchi e i Capuleti palestinesi hanno deciso di seguire strade separate anche nell’educazione: gli studenti nella Cisgiordania dominata dal Fatah del presidente Abu Mazen hanno affrontato «Romeo e Giulietta»; nelle classi della Striscia militarizzata dai fondamentalisti di Hamas hanno letto «Re Lear».

Commenta la professoressa: «Le scene di violenza sono truculente è vero e quando muore Cordelia hanno pianto. Ma la fine di Goneril e Regan insegna che cosa succeda a non rispettare il padre. In Romeo e Giulietta c’è troppa sensualità, lo so quelle di Shakespeare sono parole, però tornati a casa in un attimo i ragazzi possono scaricare il film con Leonardo Di Caprio».

Gli insegnanti raccontano anche di essere preoccupati dall’«esaltazione del suicidio», in questi mesi la disperazione avrebbe spinto sette persone ad ammazzarsi, una ventina ci ha provato, la disoccupazione tra i giovani raggiunge l’80%. Così gli autori dello spettacolo teatrale che va in scena da un mese al centro culturale Al-Mis’hal hanno scelto di cambiare il finale: più che liberamente ispirato a Shakespeare, Romeo e Giulietta diventano Yusef e Suha — lui di Hamas, lei di Fatah appunto — per raccontare l’astio inconciliabile tra i due partiti.

Eppure sembra andare peggio, anche senza il sacrificio di coppia. Yusef fugge dall’embargo economico imposto da Israele attraverso i tunnel scavati nel deserto a sud della Striscia e sparisce con il barcone di migranti su cui sta attraversando il Mediterraneo, le due famiglie non si riconciliano, continuano a combattersi. «Non c’è speranza sul palcoscenico — dice il regista Abu Yassin — perché non esiste nelle nostre vite».

«Almeno Shakespeare riunisce i genitori nel dolore, è catartico», reagisce Rifaat Alareer che insegna letteratura inglese all’università di Gaza. Questo giovane professore che gli altri docenti preferirebbero non incrociare ogni mattina nelle aule è rimasto incastrato nella Striscia alla fine dei 59 giorni di guerra con Israele tra il luglio e l’agosto del 2014. Era tornato per una visita ai parenti, gli egiziani non gli danno più il permesso di attraversare la dogana a Rafah, stava studiando per il dottorato — «la sfida alle opinioni comuni nelle poesie di John Donne» — in Malesia.

Sfida è la parola che ripete di più ed è quella che più gli contestano i colleghi in un ateneo e una cultura locale dove ai padri non si disubbidisce e i padri non disubbidiscono ai padroni di Hamas. «Shakespeare va letto da giovani proprio perché è un invito a sfidare le regole, gli adulti, i professori, chi ha il potere. Sono sorpreso che qui a Gaza preferiscano Re Lear , dove si scopre che il vero saggio è il Fool e il buffone pazzo è invece il re».

17 maggio 2016 (modifica il 17 maggio 2016 | 21:53)

L’Argentina guarda a Londra e abbandona le Falklands

Corriere della sera

di Luigi Ippolito

Dietro la svolta diplomatica ci sono anche considerazioni di natura pratica. Una delle priorità dell’amministrazione Macri è la lotta alla povertà, impossibile senza la crescita dell’economia, che a sua volta richiede un clima favorevole al commercio e agli investimento internazionali



Potrebbe essere giunto il momento di voltare un’altra pagina del sanguinoso Secolo Breve: l’Argentina ha fatto sapere che non considererà più la questione delle isole Malvine (ossia le Falklands) una priorità nei suoi rapporti con la Gran Bretagna.

«Dobbiamo esplorare il dialogo e la partnership al di là delle Malvine», ha dichiarato in un’intervista al Financial Times Susana Malcorra, la ministra degli Esteri nominata dal nuovo presidente Maurico Macri. Secondo Malcorra la precedente amministrazione di Cristina Kirchner si era «sovrafocalizzata» sulle isole contese, mentre è giunto il momento di privilegiare la ricostruzione della fiducia. Dietro la svolta diplomatica ci sono anche considerazioni di natura pratica. Una delle priorità dell’amministrazione Macri è la lotta alla povertà, impossibile senza la crescita dell’economia, che a sua volta richiede un clima favorevole al commercio e agli investimento internazionali.

È in quest’ottica che il nuovo governo di Buenos Aires ha concluso un accordo con i detentori dei famigerati Tango bond, riportando il Paese sui mercati finanziari mondiali. E dunque la normalizzazione con Londra è un’altra tappa dello sdoganamento dell’Argentina. Ma non di sola pecunia si tratta. Macri ci tiene a mettere le distanze con quel nazionalismo straccione che è stata la bandiera del peronismo e lo è di tutti i populismi. Perché era stata proprio la ricerca di un facile sussulto di orgoglio nazionale che aveva spinto il regime argentino nel 1982 a lanciarsi in quella che si sperava potesse essere una facile avventura militare.

Disgraziato errore di calcolo: dall’altra parte c’era Margaret Thatcher, che non esitò a lanciare un corpo di spedizione fino all’altro capo del mondo per riprendersi le Falklands. Il risultato di quella guerra anacronistica furono quasi mille morti. Ora l’Argentina ammaina la bandiera in nome del free trade: un’ultima soddisfazione postuma per la Lady di Ferro.

17 maggio 2016 (modifica il 17 maggio 2016 | 20:27)

Pensionato tedesco sostiene di aver trovato la bomba nucleare di Hitler

Rachele Nenzi - Mar, 17/05/2016 - 13:19

Un settantenne della Turingia riferisce di aver scoperto in una caverna sotterranea tre ordigni nucleari costruiti negli ultimi mesi di vita del Terzo Reich. Le autorità, però, sembrano non dargli credito



La scoperta, se confermata, avrebbe del clamoroso. Un pensionato tedesco sostiene di aver ritrovato le bombe atomiche costruite dai nazisti.

Il settantenne Peter Lohr ha raccontato alla Bild di aver ritrovato gli ordigni nucleari in una cava sotterranea di Jonastal, in Turingia, dove sarebbero rimasti nascosti per settantuno anni, dalla fine della Seconda guerra mondiale. Utilizzando uno speciale radar l'uomo avrebbe scoperto una caverna, identificando cinque grandi ordigini esplosivi grazie alla tecnologia 3D. Sulla base della forma rilevata, l'uomo è convinto che almeno tre di essi siano delle bombe atomiche.

"Quel metallo è rimasto lì per 71 anni - spiega - A un certo punto scadranno e sarà allora che ci ritroveremo con una seconda Chernobyl in casa." Lohr si è immediatamente rivolto alle autorità, che però non hanno preso sul serio i suoi avvertimenti. "Mi hanno solo detto di sospendere le ricerche", racconta il pensionato.

Non è certo se i nazisti siano mai arrivati a produrre effettivamente una bomba nucleare. Pare sicuro, però, che ci abbiano provato. L'atomica tedesca faceva infatti parte delle cosiddette "Wunderwaffe", le armi segrete con cui Hitler prometteva al suo popolo di rovesciare le sorti del conflitto e vincere la guerra anche con gli alleati alle porte di Berlino. Nel dopoguerra tutte le tracce sulle ricerche atomiche del Terzo Reich sono state fatte sparire dai sovietici.

L'Everest perde il trono: non è il monte più alto

Ivan Francese - Mar, 17/05/2016 - 16:46

Una spedizione scientifica francese ha calcolato la distanza dalla vetta himalayana dal centro della Terra. Scoprendo che la cima più alta è l'ecuadoregno Chimborazo



L'Everest non è più la montagna più alta del mondo. Sembra uno scherzo ma non lo è.
Lo scettro di cima più alta del pianeta passa al monte ecuadoregno del Chimborazo.

Lo ha stabilito una spedizione scientifica francese, che ha calcolato che la vetta sudamericana è quella più distante dal centro della Terra. L'Everest perderebbe quindi il primato solamente abbandonando il tradizionale metodo di misurazione, che prende in esame "solamente" i metri sul livello del mare.

Il Chimborazo infatti è alto "appena" 6248 metri sul livello del mare, duemilaseicento meno dell'Everest. Tuttavia la cima regina dell'Himalaya dista 6382,3 chilometri dal centro del pianeta. Due chilometri in meno della montagna ecuadoregna, che dal centro della terra dista invece 6384, 41 chilometri.

Una curiosità che potrebbe riscrivere la geografia del pianeta.

Gruppo Facebook sul Duce: autore arrestato e indagati tutti gli utenti

Claudio Cartaldo - Mar, 17/05/2016 - 13:58

Denunciato dalla polizia postale un 35enne di Bergamo che inneggiava al Duce su una pagina Facebook. Ora partono le indagini per tutti gli utenti



Una pagina Facebook in cui venivano condivise immagini, frasi e filmati relativi a Benito Mussolini. Un nome diretto: "Gruppo Dux Nobis" e molti iscritti che ora rischiano di finire nei guai con la giustizia. Un 35enne di Bergamo, infatti, è stato denunciato dalla polizia postale per apologia di fascismo e la pagina Facebook è stata oscurata.

Alla pagina erano iscritte centinaia di persone su cui ora sono scattate le indagini della postale che dovrà capire se anche loro hanno commesso reati di apologia del Ventennio fascista. L'indagine è partita da Imperia a seguito della denuncia di un utente del social network che si è ritrovato per caso nella pagina piena di immagini inneggianti al Duce.

La postale è risalita al creatore della pagina, nonostante l'anonimato che aveva cercato di mantenere. La postale ha poi perquisito la casa del 35enne e ha sequestrato immagini e materiale inenggiante al fascismo e al nazismo.

Panama Papers: ottimi hacker

Fulvio Scaglione

panama-papers

Vogliamo dirlo? I Panama Papers sono un ottimo esempio di hackeraggio e un pessimo esempio di giornalismo. Fanno impallidire Edward Snowden, che pure nel 2013 rivelò al mondo la rete globale di spionaggio degli Usa, e Julian Assange con i suoi WikiLeaks del 2010. Ma fanno arrossire chiunque provi a fare questo mestiere seriamente. Al di là di aver convinto qualcuno a trafugare i dati (e sarebbe interessante sapere quanto sia costato), di investigativo c’è abbastanza poco.

La ragione per pensarlo sono molte e semplici. Come tutti ormai sanno, i Panama Papers sono 11 milioni e mezzo di file che coprono 38 anni di attività (1977-2015) della Mossack Fonseca, una società con sede a Panama City (660 dipendenti, filiali in 42 Paesi) la cui principale vocazione è mettere al riparo in adeguati paradisi fiscali i risparmi di personaggi danarosi.
Detto questo, ecco alcune di quelle ragioni.

La prima e meno rilevante, ma non ininfluente, è che avere conti off shore non è reato se il titolare è in regola con le leggi fiscali del proprio Paese. Questo viene in effetti detto ma tra le righe, in caratteri minuscoli, come i codicilli delle assicurazioni. Il lettore inesperto è portato a credere che un conto off shore sia un crimine in sé.

Secondo: i finanziatori dell’Investigative Consortium of Investigative Journalism che ha pubblicato i Panama Papers sono di varia estrazione. Si va dalla Open Society di George Soros (Usa, gran finanziatore della campagna elettorale di Hillary Clinton) al Sigrid  Rausing Trust (Gran Bretagna, un budget per il 2016 di 30 milioni di euro), dalla Adessium Foundation (Olanda, fondata nel 2005) al miliardario australiano Graeme Wood (noto per aver fatto, nel 2010, la più ingente donazione nella storia d’Australia: 1,6 milioni di dollari ai Verdi). Ora, sarà un caso ma in questi Panama Papers non figura alcun americano o australiano o olandese. Per la Gran Bretagna c’è solo il padre, ormai morto, del premier Cameron. Chiederci di credere che nessun riccone americano o australiano abbia mai provato a usufruire dei servizi di una società off shore è davvero un po’ troppo.

Terzo: tutta l’informazione raccolta con l’hackeraggio è presentata in modo tendenzioso, per non dire fazioso. La home page del sito che presenta i documenti (https://panamapapers.icij.org) è costruita in modo che l’attenzione sia attratta dall’immagine di un uomo portato a braccia da due soccorritori in una città distrutta. Siamo in Siria e sul tema c’è anche un video molto drammatico. In sostanza, il sito ci dice che nei file sottratti a Mossack Fonseca ci sono tracce delle attività di una serie di 33 compagnie che sarebbero sulla lista delle società finite sulla lista nera per rapporti con organizzazioni terroristiche.

L’unica compagnia identificata con nome e ragioni sociali, però, è la Pangates, società specializzata in petrolio e carburanti con sede negli Emirati Arabi Uniti. La Pangates avrebbe fornito carburante speciale per i caccia dell’aviazione del Governo siriano. Carburante che, dice il sito, è servito ad Assad per uccidere migliaia di civili. Ovviamente Isis, Al Nusra e altri soggetti qui non sono menzionati, nemmeno in ipotesi. Poi però salta fuori che la Pangates è parte dell’Abdulkarim Group, che è un’azienda siriana. Un’azienda siriana che procura carburante all’aviazione del proprio Paese. Potrà non farci piacere ma non è così strano. L’attenzione, semmai, dovrebbe essere puntata sulle autorità degli Emirati Arabi Uniti, Paese fedele alleato degli Ua ma a quanto pare renitente a seguirne le indicazioni.

Quarto: con un’abile operazione, tutto il peso delle rivelazioni è caricato su Vladimir Putin, il babau dell’Occidente, il bersaglio preferito dell’Open Society di Soros, che l’ha più volte definito un pericolo maggiore dell’Isis. Tra i tanti personaggi di spicco, Putin è l’unico che non può essere tirato in ballo personalmente. Però si sostiene che i suoi amici hanno portato una somma enorme nei paradisi fiscali (ripetiamo: non è detto che sia reato) e che lui “non poteva non sapere”.

È difficile non pensare che in questo caso, accanto al marketing, ci sia anche la direttiva politica. Per carità, nessuno è nato ieri: se i suoi amici si sono arricchiti, il potere e l’influenza di Putin avranno pur giocato la loro parte. Ma vogliamo fare il giochino del “non poteva non sapere” con gli altri grossi nomi? Re Salman dell’Arabia Saudita: in quel Paese fanno tutto i servizi segreti Usa, volete che non sapessero?

Il presidente ucraino Poroshenko? Il ministro delle Finanze dell’Ucraina è un’americana che, prima di prendere alla svelta il passaporto e la poltrona, ha lavorato al Dipartimento di Stato e all’ambasciata Usa di Kiev. Potevano gli Usa non sapere di Poroshenko, una loro creatura? E così via, passando per la famiglia Cameron, per quella dell’autocrate Ilham Aliev dell’Azerbaigian e quella del premier del Pakistan Nawaz Sharif, tutti Paesi rigorosamente alleati degli Usa.

Insomma, è come si diceva: complimenti per il furto di dati ma non tiriamo in ballo il giornalismo investigativo.

Operai, muratori e macellai I jihadisti della porta accanto cresciuti nel «Lombardistan»

Corriere della sera

di Cesare Giuzzi

Allontanati nove fanatici pro Isis. «Subiscono il fascino del Califfo»



Bledar Ibrahimi è un ragazzo di 25 anni nato a Elbasan, sulle rive del fiume Shkumbin, Albania. Viveva a Pozzo d’Adda, al confine con la provincia di Bergamo, era in Italia da otto anni. Gli investigatori lo hanno ribattezzato «jihadista da tastiera», per «l’assidua frequentazione dei social network». Nel provvedimento di espulsione eseguito ai primi di marzo, l’antiterrorismo scrive dei suoi rapporti con «persone arrestate» con le quali condivide le «medesime posizioni religiose radicali in favore del jihad».

Le indagini raccontano che Ibrahimi era «affascinato dall’operato dello Stato islamico» e che «ha espresso il desiderio di poter combattere tra le file di organizzazioni terroristiche». Dopo aver monitorato ogni suo movimento, ogni ricerca sul web, ogni post su Facebook per più di un anno, il Viminale ha deciso che benché non vi fosse un rischio imminente di un attentato, il suo profilo ne facesse «persona sgradita allo Stato italiano».

La sua è solo l’ultima storia racchiusa nell’elenco dei 74 fanatici espulsi dal Viminale perché sospettati di aver aderito all’Isis. In Lombardia, nell’ultimo anno e mezzo, sono 9 i presunti terroristi per i quali — in assenza di un’incriminazione penale — Digos della polizia e Ros dei carabinieri hanno proceduto all’allontanamento. Storie simili, connotate dal comune denominatore del sostegno (a parole) all’Islamic state, dalla condivisione della bandiera nera in Rete e dell’odio verso l’Occidente. Altro fattore comune è quello della provenienza: piccole località, spesso della provincia rurale.

Viveva a Gallarate e lavorava come addetto alle pulizie in una cooperativa Khalil Guentouri, 50 anni, marocchino. Sul suo profilo Facebook i carabinieri del Ros di Milano hanno trovato bandiere dell’Isis e video di kamikaze. Nei giorni dell’attentato a Charlie Ebdo, lui posta la frase «Je ne suis pas Charlie». Guentouri viene espulso una settimana dopo. Era stato invece allontanato dal centro islamico di via Ghilini a Monza per le sue idee radicali, e prima ancora da viale Jenner, Kamel Ben Hamida, tunisino di 39 anni. Anche lui aveva lavorato come addetto alle pulizie, ma adesso era disoccupato. Le indagini dicono che teneva rapporti con un altro tunisino arruolato nell’Isis e che voleva uccidere l’ex moglie per timore che convertisse i figli al cristianesimo. Era residente in via Cadorna, 28 a Vimercate, ma da qualche tempo viveva tra Usmate e Carnate.

Amine Ghayour, 36 anni, era stato coinvolto nel 2009 in un’inchiesta su una cellula salafita confluita in Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim). All’epoca era detenuto nel suo Paese, il Marocco. Il 26 novembre 2015, al momento della sua scarcerazione da San Vittore, la polizia lo preleva e lo porta in questura dove gli viene notificato un ordine di espulsione «per motivi di sicurezza». Ghayour era stato indagato per associazione con finalità di terrorismo e traffico di droga. Poche ore dopo viene portato a Malpensa e scortato su un volo per Casablanca.

Veniva da Merate, in provincia di Lecco, il 20enne tunisino Ghaith Abdessalem. Anche lui era un jihadista da tastiera. Su Facebbok aveva pubblicato la fotografia del fratello mentre imbraccia un Kalashnikov che da due anni combatte con le truppe del Califfato in Siria. Sui social network inneggiava al martirio e al jihad. La storia di Abdessalem non ha niente a che vedere con l’emarginazione e la mancata integrazione.

Aveva perso il lavoro da poco, ma frequentava altri giovani del posto, beveva, andava in discoteca e vestiva all’occidentale. Il prototipo del jihadista della porta accanto, cresciuto nel «Lombardistan» tra capannoni, villette a schiera, bar di paese e strade piene di rotonde. Nel provvedimento d’espulsione eseguito alla fine dell’anno scorso, c’è il divieto di rimettere piede in Italia per i prossimi quindici anni.

Le storie di Resi Kastrati, kosovaro di 22 anni, e di Humayun Ahmed Riaz, pachistano di 32, sono invece intrecciate. Il primo viveva a Cremona e lavorava in nero come macellaio. Il secondo è invece finito in cella su mandato della Procura di Brescia. Kastrati frequentava la moschea di Motta Baluffi, dove ha predicato uno dei personaggi chiave del jihad in Europa, il reclutatore bosniaco Bilal Bosnic. Nello stesso centro è passato anche Mazllam Mazzlami, altro imam fondamentalista poi arrestato in Kosovo.

Kastrati aveva alle spalle anche qualche reato. Viveva insieme ad altri kosovari che sono stati arrestati per una rapina ad un autogrill lungo la A21. Dopo essere stato espulso ha cercato rifugio in Germania, ma anche le autorità tedesche lo hanno allontanato come presunto jihadista. Proprio in Germania aveva avuto rapporti con il pachistano-bresciano Riaz. Insieme dicevano di voler combattere al fianco del califfo al-Baghdadi. Entrambi sono stati espulsi.

Ismail Imishti, 48 anni, si spaccava la schiena a Chiari come muratore. Suo fratello Samet è stato arrestato lo scorso dicembre dalla Digos di Brescia: diceva di voler colpire il Papa e attaccare gli infedeli. Su Facebook aveva pubblicato la foto del figlio di 10 anni con in braccio un mitra. Ismail, solo sfiorato dalle indagini, è stato espulso e rimpatriato in Kosovo. La stessa sorte di Alban Elezi, albanese di 38 anni. Era stato arrestato in un’inchiesta della Procura bresciana sui foreign fighter. Scarcerato dal Riesame, per lui è scattata l’espulsione firmata dal prefetto di Brescia. All’arrivo a Tirana ha chiesto agli agenti di scendere dall’aereo senza le manette ai polsi.

17 maggio 2016 | 07:27

La maxi asta di camion e ruspe In un giorno venduti 1.500 mezzi

Corriere della sera

di Massimiliano Del Barba

Cinque volte l’anno la canadese Ritchie Bros attira a Caorso, in provincia di Piacenza migliaia di acquirenti. Il 12 maggio venduti 1.500 fra camion, ruspe e trattori per 13 milioni di euro

Un bid catcher durante l’asta di Caorso il 12 maggio 2016 (foto MDB)
Un bid catcher durante l’asta di Caorso il 12 maggio 2016 (foto MDB)

CAORSO (Piacenza) — «Forty-one thousand, forty-one, forty-one thousand... Sold! You got it, thank you gentleman». E l’escavatrice Volvo anno 2005 va per 41 mila euro al signore col cappello che stringe il numero 619 in sesta fila. «Here we go», avanti un altro lotto.
Diesel e salsicce
Non fosse per il clima solitamente uggioso del maggio padano e per il vecchio reattore della centrale elettronucleare chiusa nel 1986 sullo sfondo, sembrerebbe di essere in Texas. Cappellini da baseball arancioni, camice a quadri, pick-up con le gomme maggiorate, odore di salsicce ai ferri che si fonde col fumo dei potenti motori diesel che accelerano oltre l’alta rete metallica. Alle 10,30 il piazzale è già stracolmo, tanto che le auto parcheggiano a bordo provinciale. All’entrata, i dialetti emiliani cozzano contro quelli lombardi. Terra di confine, il piacentino: le golene del Po sono a pochi passi. Un arabo parla in inglese al cellulare con quello che potrebbe essere un suo cliente: «The green one, I’m bidding on the green one». Quello verde, sto scommettendo su quello verde.
Dal trapano al Caterpillar del canale di Panama
Benvenuti a Caorso, benvenuti da Ritchie Bros, dove cinque volte all’anno si tiene la più grande asta di macchinari e automezzi d’Italia. Dal trapano a colonna da mettere in garage agli escavatori giganti utilizzati per il raddoppio del canale di Panama. L’ultima audizione si è tenuta il 12 maggio scorso: «Abbiamo battuto ininterrottamente dalle otto di mattina fino alle cinque di sera oltre 1.500 articoli per un controvalore di 13 milioni di euro» dice Fabio Orlandi, regional sales manager per l’Italia della multinazionale canadese nata cinquantun anni fa a Burnaby, in British Columbia.
Tutti a fiutare l’affare
Ruspe, trattori, schiacciasassi, camion, terne, mietitrebbie, sollevatori di ogni ordine e grado. All’interno del capannone è l’incalzare dei banditori a dettare la ritmica del business: tutti rigorosamente canadesi e tutto rigorosamente in inglese. Sulle prime un incomprensibile salmodiare mono tono, ma non ci si mette molto ad ambientarsi e a capire il meccanismo. «Eleven thousand, eleven, give me eleven thousand, sold!». Venduto. In più di mille seguono l’asta. Tanti italiani, più della metà gli stranieri.

A cui poi si aggiungono quelli collegati dal web: estoni, sauditi, turchi... Tutti a fiutare l’affare. «Siamo di Manerbio, in provincia di Brescia — raccontano due corpulenti fratelli sulla quarantina — abbiamo un’azienda agricola, ci serve un trattore e ci siamo detti: perché non provare? Stiamo a vedere». Günter è invece austriaco. Ha un’azienda edile vicino a Innsbruck: «Ci stiamo ingrandendo — racconta — e sto puntando una terna e un camion per il trasporto di sabbia e ghiaia. Spero di fare un buon affare».
Come al cinema
Sotto l’ampio capannone la gente si accomoda sui seggiolini arancioni (tutto qui ha il colore sociale della multinazionale). E sta a vedere, come al cinema. Ma invece dello schermo c’è una passerella dove sfilano i mezzi. Sul palco i tre sparring partner del banditore — si chiamano bid catcher — si sbracciano tipo Piazza Affari anni Novanta per raccogliere e coordinare le offerte. Alzi la cartelletta bianca con su stampato il tuo numero identificativo e, se sei fortunato, sei fuori in quaranta secondi. In un respiro si fa l’affare, dalla presentazione del lotto all’offerta iniziale fino alla gara al rialzo e all’aggiudicazione finale. Poi ci si alza e si va alla cassa per pagare. Tutto e subito (il saldo lo devi versare entro sette giorni), altrimenti il mezzo rimane nel piazzale.
L’inimmaginabile in vendita
Oggi la Richie Bros è un gigante da 4,2 miliardi di dollari con 1.200 dipendenti (20 a Caorso, che diventano un centinaio nei giorni d’audizione) e una media di 300 aste all’anno suddivise nelle sue 40 sedi in giro per il mondo. America, Australia, Medioriente ed Europa con Tampere in Finlandia, Meppen in Germania, Ocana in Spagna, St Aubin Sur Gaillon in Francia: praticamente un’asta al giorno, tutte sold out. Merito di un’intuizione: niente offerta minima, l’importante è vendere, anche a un euro. In Italia i fratelli Richie ci sono dal 2004, prima con eventi itineranti, poi dal 2008 con una sede stabile a Caorso, dove all’ombra della centrale oggi gestita dalla Sogin cinque volte all’anno si vende l’inimmaginabile. «Aste sempre molto frequentate ultimamente — aggiunge Alessandro Nucci, regional operations manager — superata la diffidenza iniziale, anche dagli agricoltori, tanto che abbiamo da poco aperto una divisione dedicata».
Chi vende...
Popolazione composita quella di Caorso. Eppure contingentata in gruppi d’interesse omogenei a seconda della tipologia dei pezzi in mostra: alla mattina gli edili per le terne, all’ora di pranzo gli agricoltori alla ricerca dei trattori, nel pomeriggio gli impiantisti per le macchine da sollevamento. La logica è semplice: incrociare domanda e offerta. «I nostri clienti — riassume Orlandi — sono noleggiatori che rimettono sul mercato i mezzi già ammortizzati, concessionari che vogliono rinnovare i propri stock, liquidatori che cercano di monetizzare nel più breve tempo possibile le aziende in concordato, oppure grandi imprese

che finiscono un cantiere e che hanno bisogno di organizzare la smobilitazione e la rigenerazione a valore commerciale dei macchinari utilizzati». È il caso, ad esempio, di Salini-Impregilo: «La mega joint venture di cui fa parte sta ultimando i lavori per il raddoppio del canale di Panama e a noi è stata affidata la valorizzazione dei loro macchinari suddividendoli fra i nostri punti vendita della costa orientale americana. Lo stesso sta avvenendo anche in Italia, ad esempio con il cantiere della Variante di Valico».
... e chi compra
Ancora più eterogenea la platea di chi si reca a un’asta del genere per tentare la fortuna. «Generalmente parliamo di medie e piccole imprese alla ricerca dell’occasione, anche se la crisi — ammette Nucci — ha raffreddato il mercato interno. La nostra fortuna è che possiamo contare su un network internazionale e il canale web ci dà una grossa mano». Intanto, sugli schermi disposti ai lati della sala, sfilano i lotti. Un cingolato Fiat Kobelco del 2004 viene battuto «on-site» a 16 mila euro. Un Palazzani del 2009 se lo aggiudica a 12 mila euro un compratore rumeno. All’area ristoro si avvicina un tizio abbronzato, sulla quarantina: «Ma sa quanti arabi e asiatici che ci sono che acquistano alle aste europee a sconto per poi rivendere in patria?. Macchine ben manutenute, come nuove, di qualità occidentale».
Da Haring a John Deere
È passato da poco il mezzogiorno. All’improvviso il rap dell’auctioneer si interrompe. Ma sono solo pochi secondi: è il cambio turno in cabina, succede ogni cinquanta minuti. Scende le scale con un piatto di penne al pomodoro in mano un uomo piccoletto, sulla sessantina, con due lunghi baffi bianchi da biker e il cappellino da baseball arancione d’ordinanza. Lui è Wayne Yoos, ma nell’ambiente tutti lo conoscono come Digger, la ruspa, per il suo modo unico di cercare il miglior offerente.
È in Ritchie dal 1983, praticamente un grande vecchio del mestiere: «Non siamo solo veloci — dice compiaciuto — siamo soprattutto emozionali, nel senso che generiamo emozioni. E questo conta molto. Perché un’asta non è una semplice vendita. Chi partecipa a un’audizione e mette gli occhi su un oggetto, deve trovare il clima giusto per volerlo ardentemente, per desiderarlo, per sentirlo già suo». Il che, pare di capire, vale per il rosso di un graffito di Haring quanto, appunto, per il verde-giallo di un John Deere d’occasione parcheggiato appena più in là.
mdelbarba@corriere.it
16 maggio 2016 (modifica il 17 maggio 2016 | 16:00)