giovedì 19 maggio 2016

I telefonini Nokia stanno tornando (e verranno prodotti dalla Foxconn)

Corriere della sera

Microsoft e Nokia Technologies si sono accordate con la casa taiwanese che produce gli iPhone e con la nuova società finlandese Hdm


Il ritorno più annunciato nel campo della tecnologia, e anche il più atteso probabilmente: quello del marchio di telefonia mobile Nokia. Oggi, mercoledì 18 maggio, si è completato il puzzle che riporterà in auge i dispositivi capaci di dominare il mercato prima dell'avvento degli schermi touch. Due i pezzi messi sul tavolo.
I Nokia nella fabbrica degli iPhone
Da una parte la casa finlandese, che detiene i diritti del marchio per i modelli base — i cosiddetti feature phone — di telefonini intelligenti e dei tablet fino al 2024 e ha ceduto le licenze di brevetti e design per i prossimi dieci anni alla nuova società di Helsinki Hmd Global Oy. Il sistema operativo sarà Android. Nokia terrà una percentuale su quanto venduto. Hdm investirà circa 440 milioni di euro nei prossimi tre anni in marketing. A occuparsi della produzione, in virtù di un’altra intesa con Nokia Technologies, sarà Fih Mobile Limited, sussidiaria (sempre finlandese) della Hon Hai Precision Industries. L'azienda taiwanese è più nota come Foxconn: lo stabilimento principale da cui escono gli iPhone.
Microsoft molla la fascia bassa
E Microsoft? Il colosso americano che ha acquistato il comparto di telefonia di Nokia nel 2013 ha parallelamente stretto la mano di Hmd e Fih per vendere per 310 milioni di euro il sopracitato pacchetto feature phone (brand, software, servizi e 4.500 dipendenti). Nella nota odierna, Redmond sottolinea di voler continuare a insistere con il sistema operativo Windows 10 e sugli smartphone Lumia, nonostante le quote di mercato siano impietose (2,7% negli Stati Uniti, 0,8% in Cina, 6,3% in Italia e 6,2% nel Regno Unito, ad esempio).

Il numero uno Satya Nadella stesso aveva definito «insostenibile» la situazione ma aveva manifestato la volontà di insistere. Secondo indiscrezioni, a continuare la rincorsa (quasi) impossibile ad Android e iOs sarà però il marchio Surface e non più Lumia. Tornando ai nuovi Nokia, il timone dell'Hmd andrà ad Arto Nummela, attuale numero uno del business feature phone di Microsoft. In ballo c'è un mercato da 590 milioni di unità vendute nel 2015, meno della metà dei 1,4 miliardi di telefonini intelligenti distribuiti nel 2015.

@martinapennisi
18 maggio 2016 (modifica il 18 maggio 2016 | 18:31)

Google porta l’intelligenza artificiale nel salotto e la realtà virtuale su YouTube

La Stampa
bruno ruffilli

In apertura dell’annuale conferenza degli sviluppatori, l’azienda di Mountain View presenta software e strategie per il futuro. E c’è anche una nuova versione di Android, oltre a Home, uno speaker intelligente per fare concorrenza ad Alexa di Amazon



«Una ricerca su cinque in Usa viene fatta con la voce», spiega Sundar Pichai, Ceo di Google, all’inizio della conferenza I/O dedicata agli sviluppatori. La presentazione è trasmessa dal vivo in 360 gradi su YouTube e funziona: una specie di miracolo, visto che di solito eventi del genere sono seguiti da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo e inevitabilmente si verificano rallentamenti o interruzioni del video.

La realtà virtuale diventa reale
Invece così Google dimostra praticamente le potenzialità della nuova versione di YouTube, “completamente ridisegnata” per supportare video in realtà virtuale. I cambiamenti all’esterno sono minimi, ma la tecnologia permette ora di indossare visori anche economici, collegati a uno smartphone, e immergersi in un mondo artificiale. Dove si possono vedere film in streaming come al cinema, esplorare le strade, rivedere gli album fotografici, giocare, imparare. Un sistema integrato che si chiama Daydream e sarà disponibile su più dispositivi: Google ha spiegato che l’intera piattaforma Android è stata ottimizzata per la realtà virtuale e

che i produttori Samsung, HTC, LG, Xiaomi, Huawei, ZTE, Asus e Alcatel stanno tutti già sviluppando telefoni compatibili con questa tecnologia.: Wall Street Journal, CNN, Nyt, USA Today stanno lavorando ad app per Daydream, al pari di Netflix, Hulu, HBO e la Major League Baseball. Nessun visore «autonomo» da pc o telefoni ha esordito dunque sul palco dell’Anfiteatro Shoreline, come indicavano le indiscrezioni, ma la dimostrazione di un controller, un telecomando con due pulsanti e un trackpad, e l’immagine di un visore per la realtà virtuale che funzionerà in abbinamento a uno smartphone e arriverà in autunno.

La badante digitale
Nelle due ore del keynote si è molto parlato di intelligenza artificiale e machine learning, concetti sempre un po’ astratti che però stavolta si incarnano in un prodotto: si chiama Google Home (e non Chirp come si leggeva nei siti di rumor) ed è un piccolo speaker a forma di tronco di cono. Arriverà in commercio entro l’anno e permetterà di controllare tutti gli impianti intelligenti della casa, ma anche di fare ricerche, fissare appuntamenti, leggere mail e scrivere messaggi e molto altro. In Usa hanno Alexa, che fa più o meno le stesse cose, e infatti dal palco Google riconosce che «Amazon ha fatto un grande lavoro».

Google Home è sempre in ascolto (se viene impostata così), sa cosa facciamo, e nel caso interviene proattivamente. Ad esempio, avvisa se il volo che dobbiamo prendere è in ritardo, permette di cambiare la prenotazione del ristorante e avvisare gli amici che arriveremo più tardi. Tutto solo con la voce. È la promessa dell’intelligenza artificiale mantenuta, perché capace di interagire in una conversazione che apre davvero naturale. Un passo oltre l’assistente vocale come Siri o Cortana, quasi già una badante digitale.

A lungo termine
«La strategia di Google è a lungo termine», spiega Caterina Milanesi, Consumer tech analyst da Creative Strategies. E consiste nel portare l’intelligenza artificiale in ogni servizio di Mountain View: sarà integrata negli smartphone con il nuovo sistema operativo Android N, nelle auto. E nei dispositivi da indossare, per i quali sta arrivando la nuova versione di Android Wear, che supporta anche gli smartwatch con scheda sim integrata, finalmente indipendenti dallo smartphone («Ma non ho visto entusiasmo in questo settore», osserva Milanesi).

Google Assistant arriverà anche in Allo, la nuova chat nata per sfidare WhatsApp, Messenger e Snapchat, l’app preferita dai giovanissimi. Allo prevede anche la modalità «Incognito» che rende le chat criptate, offre notifiche private e la possibilità di chat usa e getta, come appunto su Snapchat o Telegram. «Un prodotto molto interessante - prosegue Milanesi - nel senso che maschera sotto forma di chat e l’assistente, e questo ne renderà più facile l’adozione». E infatti l’assistente interviene nelle conversazioni e suggerisce risposte, prende appunti, effettua ricerche, riconosce le immagini oltre al testo.

Gli si può parlare direttamente, e addirittura giocarci: ad esempio provando a indovinare il titolo di un film tradotto in emoji. Allo prevede risposte smart, che Google suggerirà in base al contesto: più si usa l’app e più le risposte saranno personalizzate. Il servizio integra anche le videochiamate con l’altra app abbinata, che si chiama Duo ed è pensata per funzionare anche con connessioni lente. La funzione knock knock mostra un’anteprima della (video)conversazione così possiamo sapere cosa ci aspetta prima ancora di rispondere. Entrambe le applicazioni arrivano nel corso dell’estate sia su piattaforma Android sia su iOS.

Infine, spiega Google, «il sistema operativo Android, il più diffuso al mondo, è su oltre 600 smartphone lanciati nell’ultimo anno». La nuova versione arriverà entro l’estate e al momento ha solo un nome in codice, Android N. Per questo Big lancia un contest tra gli utenti: devono aiutarla a cercare un nome. 

Svizzera, torna «la birra del vescovo» per i più deboli

La Stampa
maria teresa pontara pederiva

Dopo il successo del 2015 a Losanna, Ginevra e Friburgo, diocesi di monsignor Charles Morerod, è atteso in questi giorni il lancio del prodotto 2016 «Les 12 épeautres». Il ricavato andrà a favore di attività umanitarie


Charles Morerod

Se solo avesse potuto immaginarlo il microbiologo francese Louis Pasteur l’avrebbe scritto nei suoi «Studi sulla birra». Dalla fermentazione del malto - da lui finalmente spiegata in dettaglio – non si otteneva solo un prodotto spesso fonte di conflitto tra le nazioni (in particolare Francia e Germania), ma anche un’opportunità a favore dei più deboli alla stregua di tante attività caritative che fioriscono nelle comunità.

Ci ha pensato, più di 150 anni dopo, e questa volta in Svizzera, un religioso Charles Morerod op, pastore dal 2011 della diocesi di Losanna-Ginevra e Friburgo. Per il secondo anno consecutivo viene infatti messa in vendita quella che è conosciuta come «la birra del vescovo». Lanciato nella Notte dei Musei di Friburgo della primavera 2015, il primo lotto - a detta degli esperti caratterizzato, da un retrogusto pungente perché aromatizzato con ortica - riecheggiava nel nome l’espressione della benedizione papale «Urbi et orbi»: «Urbi et ortie». Prodotto in numero limitato di bottiglie, aveva riscosso un tale successo da indurre subito una riproposta.

Solo questione di ore il nuovo lancio, atteso per giovedì 19 maggio, come annuncia il comunicato diocesano che svela anche il nuovo nome del prodotto: «Les 12 épeautres» in riferimento ai 12 apostoli e al farro spelta, l’antico cereale originatosi circa 8 mila anni fa per alterazione naturale del genoma (una biotecnologia ante litteram) di cui è stata ripresa in questi anni la coltivazione in Svizzera, Francia e Germania proprio per la produzione della birra. Un’occasione per ritornare ai prodotti artigianali di un tempo.

Più che accessibile il prezzo - 5,50 franchi svizzeri per la bottiglia da 0,33 litri e 11 per quella da 0,75 – e il ricavato andrà ancora una volta a favore di attività umanitarie. Se lo scorso anno erano state due organizzazioni svizzere dedite all’accoglienza migranti, quest’anno la scelta è caduta sulla House of Grace di Haifa in Israele, sede di riabilitazione per detenuti senza distinzione di nazionalità o credo religioso, e sul percorso HandiCap&Nature, una comunità di accoglienza disabili nei boschi del Jorat (Cantone di Vaud).

Di fronte alla birra del vescovo uno potrebbe immaginare un pastore quantomeno con competenze di studi di agraria o scienze forestali: niente di più lontano invece dalla sua formazione che lo vede un fine teologo (specialista di Tommaso d’Aquino, questioni ecumeniche e rapporto con la cultura contemporanea), già rettore dell’Angelicum a Roma, un uomo di un’umiltà disarmante.
Nato nel 1961 a Riaz, Morerod ha studiato letteratura a Bulle e Friburgo, per poi entrare nell’Ordine di san Domenico a 22 anni. Mentre lavora in una parrocchia di Ginevra consegue il dottorato in teologia con una tesi su Martin Lutero e il cardinale Caetano. Docente di teologia fondamentale, si laurea in filosofia con una tesi sulla natura in Aristotele e Kant.

A 38 anni viene nominato professore alla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino, l’Angelicum di Roma, cui associa negli anni una lunga serie di incarichi: docente di teologia fondamentale presso l’Università della Svizzera italiana (1999-2002), membro del Comitato Scientifico del Istituto Paolo VI di Brescia, decano della facoltà di Teologia e preside di Filosofia all’Angelicum, dottorato in filosofia presso l’università cattolica di Tolosa con tesi sul pluralismo religioso. Nel 2007 è visiting professor presso l’Istituto Luis Beato Diego de San Vitores a Guam in Oceania e dal 2008 al 2011 dirige il Programma di Studi Cattolici romani presso l’università di St. Thomas a St. Paul, Minnesota.

Diversi anche gli incarichi in Vaticano: membro della Commissione cattolico-anglicana (2002-2005), dal 2005 membro della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa dal 2005, nel 2009 partecipa a nome del Vaticano ai seminari dottrinali tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X. Nell’aprile 2009 viene nominato da Benedetto XVI segretario generale della Commissione Teologica Internazionale (2009-2014) e consultore della Congregazione per la dottrina della fede. Lo stesso anno, viene proclamato Rettore dell’Angelicum a Roma.

Due anni dopo è nominato vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo e consacrato l’11 dicembre 2011 dai cardinali Georges Cottier e William Levada. Nonostante un vasto territorio, che su quasi 2 milioni di abitanti registra più di 700 mila cattolici, continua in un impegno per nulla trascurabile.
Dal 2012 il vescovo Morerod è membro ordinario della Pontificia Accademia di Teologia e membro della Congregazione per l’Educazione Cattolica. Eletto vice presidente della Conferenza episcopale svizzera (2013-2015) e poi presidente nel triennio in corso (2016-2018), è anche responsabile della Commissione di Bioetica. Il 29 marzo 2014 papa Francesco lo nomina membro del Pontificio Consiglio della Cultura.

A Massino Visconti l’ultimo custode della lingua segreta degli ombrellai del lago

La Stampa
chiara fabrizi

Per quasi due secoli il paesino del Vergante è stato la loro patria



Lo sapevano già a Massino Visconti. Prima che le previsioni meteo condizionassero la nostra esistenza, nel borgo vergantino, circolava il proverbio: «Masc, majon: des äd bon». Ovvero: maggio, maggione: dieci di buono. «Nel senso che a maggio ci sono solo una decina di giorni di bel tempo». A tradurlo è Mario Rossi, un appassionato di storia locale divenuto il custode della lingua dei «lusciatt», cioè degli ombrellai. Per quasi due secoli il Vergante è stata la loro patria, Massino la capitale.
 
Nata per non farsi capire
«Il loro mestiere li portava in cerca di lavoro, prima sul carro e poi in sella a una bici - spiega Rossi -. Andavano per tutto il nord Italia e in Svizzera con la barsella, cioè la borsa con gli attrezzi, a tracolla, nel cuore la nostalgia di casa e in testa il “tärüsc”. È una lingua nata per impedire agli estranei di capire i loro discorsi: una mescolanza di termini dialettali a parole derivanti dal francese, dal tedesco e in misura minore anche dallo spagnolo».

Al ritorno a casa, anche quando non c’era più necessità di parlare in codice, i «lusciatt» continuavano a servirsi di quei termini coniati per conservare i segreti del mestiere, così man a mano il «tärüsc» si è insinuato nel dialetto, con modi di dire che hanno un’origine lontana. Pochi oggi lo comprenderebbero, ma a Massino Visconti, dove ai «lusciatt» è dedicata una festa, è stato redatto un dizionario, che traduce in italiano l’idioma degli ombrellai, fissata una grammatica e stabilite le norme per traslitterare i suoni.

«Lo ha fatto anni fa padre Eugenio Manni e i suoi libretti, in cui sono raccolti anche poesie e canzoni, sono preziosi per conservarne la memoria» precisa Rossi.

«Ogni giorno un paese»
Anche perché di ombrellai ne sono rimasti pochi, ormai. A Massino Visconti c’è Giuseppe Rossi, 89 anni, che ripara ancora qualche ombrello che le donne del paese gli lasciano al cancello. «In primavera partivo per non meno di 3 mesi: ogni giorno un paese. Arrivato in piazza, lasciavo nel solito cantone la bicicletta e andavo in cerca di lavoro. Poi, al pomeriggio, mi mettevo all’opera. A sera, il conteggio del guadagno: a volte misero, a volte sufficiente perché mi scappasse un sorriso».
Una vita di sacrifici, lontano da casa, dettata dalla necessità ma anche dalla passione: «L’ombrellaio è tanti mestieri in uno: un po’ sarto, un po’ lattoniere e un po’ falegname.

Non riparavamo solo ombrelli malandati. A volte ce ne chiedevano di nuovi. Per questo avevamo delle sagome per tagliare le stoffe: i signori sceglievano la seta, per gli altri bastava il cotone». Mentre traffica con i suoi attrezzi, Rossi pensa con un po’ di rammarico alla morte annunciata del suo mestiere: «È un peccato che nessuno voglia più imparare quanto sia bello dare nuova vita a un oggetto rotto». 

La macchinazione

La Stampa
massimo gramellini

Il dolore della democrazia, cioè dell’elettore impoverito e arrabbiato, oggi si esprime nella richiesta non più di uomini ma di macchine della Provvidenza. Grillo esalta il prossimo algoritmo che lui e Casaleggio junior lanceranno sul mercato, in grado di espellere automaticamente il parlamentare che non rispetta il programma prestabilito. E se succede un imprevisto, una crisi di Borsa o un attentato, l’algoritmo che fa? E soprattutto: chi lo fa?

Scrupoli democratici a cui chi ha maturato una sincera repellenza nei confronti dei politici di professione non pensa proprio. In Francia sta prendendo piede un partito, MaVoix, che intende sorteggiare i deputati tra gli iscritti, per poi utilizzarli come meri esecutori della volontà espressa dai cittadini attraverso la Rete. Mettiamo che il 70 per cento sia a favore di un certo provvedimento, il 20 contro e il 10 si astenga. Sette parlamentari su dieci voteranno a favore, due contro e uno si asterrà.

Ma se decide tutto l’algoritmo e il politico si riduce a robot, tanto vale abolire la mediazione e traslocare nelle sabbie mobili della democrazia diretta (da chi?). Con il risultato di affidare le scelte alle strutture opache che controllano i programmi utilizzati dai computer e alle lobby che hanno un interesse concreto nel passare il pomeriggio davanti a Internet per votare una determinata legge. La politica degli algoritmi sta a quella tradizionale come un sintetizzatore a un pianoforte. Nessuno nega che certi suoni asettici abbiano il loro fascino. Ma, pur con tutti i suoi limiti, continuo a preferire il pianoforte, dove la differenza la fanno ancora quei pochi che sanno mettere le mani sulla tastiera. 

Sono soldi miei, decido io”. La Boldrini usa così le tasse degli italiani

Libero

“Sono soldi miei, decido io”. La Boldrini usa così le tasse degli italiani

Quando il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha spiegato che i vitalizi dei parlamentari sono finanziariamente insostenibili, ha scoperto l’acqua calda, quel che da mesi è stato rivelato a tutti da una inchiesta di Libero sul clamoroso divario fra contributi versati e assegni riscossi dagli ex deputati e senatori. Ma l’acqua calda evidentemente brucia, vista la reazione piccata del presidente della Camera Laura Boldrini, che ha affidato la risposta a un comunicato stampa: “È infine utile ricordare che gli oneri derivanti sia dal nuovo sistema contributivo, che dal sistema dei vitalizi in vigore in precedenza, gravano interamente ed esclusivamente sui bilanci interni di Camera e Senato, e non dell’Inps”.

Raramente si è vista una reazione più sprezzante verso le tasse degli italiani: quei bilanci di Camera e Senato vengono alimentati esclusivamente dai contribuenti, che versano obbligatoriamente il dovuto all’erario che poi trasferisce ogni anno circa 1,8 miliardi di euro degli italiani ai palazzi della politica. Ora che sia l’Inps a gettare dalla finestra i loro soldi o che questo sia lo sport più praticato da Camera e Senato, evidentemente per i contribuenti italiani non fa gran differenza.

Sono sempre soldi loro quelli che butta dalla finestra la Boldrini, e sorprende che il presidente della Camera si faccia pure orgoglioso vanto di questo malcostume. Fra le tante responsabilità che chi guida Montecitorio ha, una è davvero incredibile, senza paragoni nel mondo: né per i contributi versati per avere i vitalizi, né per le attuali pensioni simil-contributive (non lo sono affatto, avendo coefficienti di trasformazione assai più generosi di quelli in vigore per gli altri italiani) la Boldrini ha mai pensato di costituire un fondo pensionistico per investirli e farli rendere un minimo, alleviando in quel modo il peso di quei privilegi sulle tasche degli italiani.

Ma perché l’imperatrice di palazzo e la corte che l’assiste avrebbe dovuto pensare una soluzione così semplice come quella utilizzata in ogni parte del mondo e in ogni settore? No, siano quei creduloni dei contribuenti italiani a pagare pure gli interessi e la rivalutazione del capitale versato. Li mungono sempre, per quel po’ di più manco se ne accorgeranno…