venerdì 20 maggio 2016

Marco Pannella

Corriere della sera
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Facebook è muto: l’85% dei video viene guardato senza audio

La Stampa
andrea cominetti

È quanto emerge da una ricerca effettuata su alcuni siti internet americani



Quasi fossimo ancora ai tempi di Charlie Chaplin, quando il cinema si poteva vedere, ma non sentire. È quanto emerge da una ricerca effettuata da Digiday su alcuni siti internet americani, che confermano come in media l’85 per cento dei video su Facebook venga visualizzato senza l’audio.
 
In effetti, senza entrare nel merito dei dati, sarà capitato anche a voi di imbattervi in sconosciuti - soprattutto giovani - che camminano per strada e fissano concentrati lo schermo muto del loro cellulare. In colleghi che, per non disturbare, si limitano a seguire il silenzioso scorrere delle immagini sul posto di lavoro. O ancora in partner che, nel buio della notte, non rinunciano ad altri trenta secondi di gattini che fanno le fusa. Con tutta probabilità la «colpa» è della contingenza.

Che, unita alla fruizione dei video tramite mobile, ha determinato questo nuovo insonorizzato andamento. La tendenza è confermata ad esempio da LittleThings, realtà editoriale dedicata al benessere. Delle circa 150 milioni di visualizzazioni mensili sul social di Mark Zuckerberg solo il 15 per cento degli utenti ha l’altoparlante in funzione. Una situazione identica – per view e percentuali – a quella di Mic, sito d’informazione pensato espressamente per i millennials, la generazione dei ragazzi nati tra i primi anni Ottanta e i primi anni Duemila. 

Facebook ha costruito un’ecosistema di video che non richiede la presenza del volume: punta soprattutto su brevi filmati che vengono accompagnati da testi o didascalie esplicative. Che, di fatto, rendono l’audio superfluo. «Dal primo giorno si è diffusa l’idea che l’attenzione delle persone deve essere catturata immediatamente» ha dichiarato Gretchen Tibbits, direttrice operativa di LittleThings. A contribuire a questa visione, la politica di Facebook. Che conteggia come «visita» una permanenza sulla pagina dell’utente non inferiore ai tre secondi. Bisogna, pertanto, dare a quest’utente una motivazione per restare, ecco perché «i video devono essere progettati per catturare l’attenzione senza bisogno di suoni».

Siri per Mac, ecco le prime immagini

La Stampa
andrea nepori

L’assistente vocale di iPhone e iPad arriverà sui computer Apple con la prossima versione di OS X. Lo confermano alcuni screenshot che mostrano l’icona dell’applicazione nel Dock e nella barra dei menu



A cinque anni dal debutto su iOS, Siri è finalmente pronta ad arrivare su Mac. Le voci si rincorrono da un po’ , ma finora le indiscrezioni non avevano trovato conferme concrete. Due nuove immagini ottenute e pubblicate da MacRumors mostrano adesso la nuova icona dell’applicazione Siri per Mac, così come apparirà nel Dock dei computer Apple con il prossimo sistema operativo, e l’icona più piccola che potrebbe apparire in alto, nella barra dei menù, per richiamare l’assistente anche quando il Dock è nascosto.

Quest’ultima icona appare ancora acerba e consta semplicemente del nome “Siri” chiuso in un rettangolo arrotondato. L’ipotesi è che si possa trattare di un prototipo grafico e che Apple non abbia ancora deciso dove far risiedere l’assistente. In termini di usabilità non ha molto senso, infatti, che le due icone risiedano contemporaneamente nel Dock e nella barra dei menù. Anche perché, secondo le solite fonti ben informate, cliccando una delle due si attiva la stessa interfaccia con forme d’onda colorate, che richiama la grafica della modalità di ascolto dell’assistente virtuale su iOS. Anche su Mac, inoltre, sarà possibile usare l’attivazione vocale dell’assistente con il comando “Hey Siri”.



I comandi che si potranno impartire a Siri su Mac ricalcano quelli disponibili su iOS, ma ci si aspetta che in occasione della conferenza inaugurale della WWDC (prevista per per il 13 giugno) Apple presenti novità importanti, a partire dalla possibilità di integrare l’assistente con applicazioni di terze parti. Ad aprile Apple ha usato proprio Siri per annunciare in anteprima le date della conferenza, come a voler suggerire che l’attenzione sarà concentrata proprio sull’aggiornamento dell’assistente virtuale.

Novità di rilievo saranno necessarie per tenere il passo con Google, che all’evento inaugurale della conferenza I/O , cioè l’equivalente della WWDC per gli sviluppatori Android, ha presentato il nuovo Google Assistant, un assistente virtuale che prenderà il posto di Google Now nei prodotti software di Mountain View e arriverà nelle case grazie a Google Home. Un’intelligenza artificiale ubiqua e capace di recepire comandi impartiti con dialoghi più naturali e astratti, con cui Siri, almeno al momento, non è in grado di reggere il confronto.

Google fa ricorso contro il diritto all’oblio in Francia

La Stampa

Secondo Mountain View la decisione francese potrebbe scontrarsi con leggi di altri paesi e trasformarsi in censura globale


Questa mattina Google ha presentato ricorso in Appello contro la decisione della Francia sul diritto all’oblio che prevede di estendere in tutto il mondo e non solo in Europa la cancellazione dei link ritenuti lesivi. Secondo Mountain View la decisione francese potrebbe scontrarsi con leggi di altri paesi e trasformarsi in censura totalitaria.

Il ricorso è stato presentato oggi al Consiglio di Stato, il più alto organo giudiziario del Paese. A marzo Google aveva già preso una multa da 100.000 euro dalle autorità per la protezione della privacy per non avere rispettato le norme stabilite. La multa non ha alcun valore economico per Google (nel 2015 ha fatturato 74,54 miliardi di dollari), e l’interesse del colosso si focalizza su cosa deciderà il tribunale d’Appello, visto che quella iniziata oggi rappresenta la prima vera battaglia dopo che la Corte di giustizia dell’Europa aveva deciso di stabilire il diritto all’oblio nel 2014.

«Non è solo un problema che coinvolge la Francia. Si tratta di un rischio rispetto a come Internet viene governato a livello globale», ha detto Dave Price, legale di Google. Stabilito nel 2014, il diritto all’oblio permette ai cittadini europei di chiedere ai motori di ricerca di togliere link legati ai loro nomi. Google ha rimosso 550.000 link in Europa, ma continua a sostenere che rimuovere gli stessi link anche fuori dall’Ue potrebbe incoraggiare altri Paesi alla censura dei contenuti.

«L’ultimo ordine che abbiamo ricevuto dal CNIL - si legge in una nota di Kent Walker, Senior Vice President e General Counsel di Google - ci impone di applicare l’interpretazione della legge francese fatta dal CNIL ad ogni versione dei servizi di ricerca Google su scala globale. Questo comporterebbe rimuovere i link dall’Australia (google.com.au) allo Zambia (google.co.zm) e da tutti i domini che ci sono nel mezzo, incluso google.com - anche se il contenuto potrebbe essere perfettamente legale in quei Paesi. Per una questione sia di legge sia di principio, siamo in disaccordo con questa richiesta.

Rispettiamo le leggi dei paesi in cui operiamo, tuttavia se la legge francese si applicasse a livello globale, quanto ci vorrebbe perché un qualsiasi altro paese, magari meno aperto e democratico, inizi a chiedere che le sue leggi che regolano l’informazione vengano applicate, come in questo caso, su scala globale?»

Se la bottiglia diventa commestibile

La Stampa
livia fabietti

Il designer islandese Ari Jònsson ha sfruttato le proprietà dell’alga rossa per dire addio allo spreco della plastica

Bottiglie di plastica

Chi non ama il mare? Quell'infinita distesa d’acqua le cui sfumature, che siano più o meno cristalline, riempiono il cuore di gioia dei più romantici, dilettano i bambini che amano giocarci e i grandi che trovano refrigerio e relax nelle più afose giornate d'estate: non è tutto oro ciò che luccica perché, al di là di questo roseo quadruccio c’è una grande minaccia, a portarla a galla è lo studio “The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics”, realizzato dal World Economic Forum in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation.

Ebbene sì, quello che ne emerge è agghiacciante perché, entro il 2050, gli oceani saranno una discarica a cielo aperto là dove ci sarà più plastica che pesci: non bisogna attendere la suddetta data per allarmarsi in quanto già oggi gli oceani contengono oltre 165 milioni di tonnellate di plastica e la questione non può e non deve lasciare indifferenti. Il messaggio evidentemente ha colpito Ari Jònsson, uno studente poco più che trentenne dell'Accademia d'Arte di ReykjavIk la cui determinazione e la voglia di cambiare le carte in tavola l’hanno portato a studiare una possibile soluzione per limitare i danni provocati all'ambiente dalla plastica.

Quello che ha realizzato è un virtuoso esempio di eco-sostenibilità: testando a lungo la resistenza e la plasmabilità dei materiali, ha soffermato la sua attenzione sull’agar-agar, un sottoprodotto della lavorazione delle alghe rosse utilizzato in cucina come gelificante che, in realtà, se abbinato all’acqua, permette di dare vita a un composto 100% naturale e biodegradabile nonché commestibile. Sebbene questa miscela presenti una consistenza poco lavorabile, al fine di renderla più elastica basta riscaldarla a fuoco lento per modellarla e, infine, per renderla solida occorre lasciarla riposare qualche minuto in congelatore dentro ad appositi stampi. Et voilà, nasce così la bottiglia che, proprio come quelle normali, si può riempire d'acqua ed è curioso osservare che, fino a quando è piena, è in grado di mantenere la sua forma mentre, una volta terminato il contenuto, il suo volume inizia a diminuire rapidamente fino a decomporsi completamente senza avere un impatto nocivo sull'ambiente.

La trovata potrebbe davvero rivoluzionare il sistema degli imballaggi, motivo per cui i riconoscimenti non sono tardati ad arrivare: il designer ha infatti presentato la sua bottiglia prima al noto festival di design di Reykjavik, il DesignMarch, e poi all’ultima edizione della Milano Design Week portandosi a casa il Lexus Design Award 2016.

LinkedIn: «A rischio oltre 100 milioni di account». Ecco cosa sta succedendo

repubblica.it



Scatta l'allarme sul web. Più di 100 milioni di account a rischio. LinkedIn, la principale piattaforma dedicata al lavoro, lo ha scritto sul proprio blog. "Nel 2012, LinkedIn è stato vittima di un accesso non autorizzato con la conseguente diffusione delle password di alcuni iscritti.

All'epoca, la nostra immediata risposta ha compreso il reset obbligatorio delle password per tutti gli account che abbiamo ritenuto violati dall'azione non autorizzata. Inoltre, abbiamo suggerito a tutti gli utenti di modificare la password per sicurezza".

Nelle ultime ore, i responsabili della piattaforma sono venuti a conoscenza di ulteriori elementi, che rischia di coinvolgere più di 100 milioni di membri di LinkedIn. Le manovre correttive sono in atto e prevedono anche contatti con gli utenti a rischio. "In ogni caso -si legge sul blog- la modifica sistematica della password è sempre una buona idea e non c'è bisogno di attendere la notifica".

Saba, il dolcificante più antico del mondo

La Stampa
eleonora autilio

Lo sciroppo di mosto d'uva cotto vanta una lunga tradizione che ancora oggi lo vede protagonista di alcune ricette tipiche dell'Emilia Romagna

sciroppo melassa scuro vasetto ceramica cucchiaio

Oltre alle più celebri e gustose specialità amate dai buongustai di tutto il mondo, la ricchissima tradizione gastronomica dell'Emilia Romagna regala alcuni prodotti certamente meno noti ma ugualmente preziosi. Uno di essi è la dolce Saba, uno sciroppo a base di mosto d'uva cotto, dal sapore antico e dagli svariati usi, che arricchisce numerose ricette locali, specialmente di pasticceria.

LA TRADIZIONE Secondo alcune interpretazioni della Bibbia persino Mosè utilizzava la Saba per curare alcuni disturbi. La veridicità di questa informazione non è stata mai confermata, ma ciò che invece non è in discussione è che il dolce sciroppo a base di mosto d'uva cotto fosse un ingrediente noto sin da epoca romana, come testimoniato da alcuni scritti del cuoco Apicio. Le origini di questa specialità sono, dunque, estremamente remote ed oggi, in Emilia Romagna, sebbene con una diffusione non esattamente capillare, questa longeva preparazione fa ancora parte della tradizione gastronomica locale con differenti utilizzi, ed evoca antiche usanze legate alla sua produzione, come quella di effettuare la cottura nella notte sfruttando la magia creata dalle stelle e, soprattutto, approfittando delle ore di ritiro di api e vespe, altrimenti inesorabilmente attratte dal dolcissimo profumo che emanava dal paiolo.

LA DENOMINAZIONE Chiamata Sapa in alcune zone, come il Cesenate e il Riminese, e conosciuta anche come “vino cotto”, “mosto cotto” e “miele d'uva”, la Saba deriva il proprio nome dal termine latino sàpor (sapore). In tempi lontani, infatti, quando lo zucchero non era ancora conosciuto, questo sciroppo, assieme al miele e ai succhi di frutta ottenuti mediante cottura, veniva utilizzato come dolcificante. La sua lunga storia gli è valsa l'inserimento nell'elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT).

LE CARATTERISTICHE Si tratta di uno sciroppo molto dolce ottenuto dal mosto appena pronto di uve bianche (soprattutto di varietà Trebbiano) oppure rosse, il cui colore varia di tonalità in base alle varietà utilizzate. Grazie al tenore zuccherino, si conserva molto a lungo. Vanta, inoltre, preziose proprietà terapeutiche, particolarmente apprezzate soprattutto in passato. Consumato al cucchiaio ha, infatti, la capacità di attenuare i bruciori di stomaco mentre, se viene sciolto in un poco di latte caldo, risulta un ottimo coadiuvante per la cura del mal di gola e dei sintomi influenzali. Mescolato, infine, all'acqua calda e alla menta piperita e spalmato direttamente sulla pelle del viso, dona luminosità, freschezza e idratazione.

LA PRODUZIONE Il procedimento per preparare la Saba è estremamente lungo e faticoso, tanto che oggi i suoi produttori sono sempre meno numerosi. Il mosto, infatti, deve essere fatto bollire in un paiolo di rame per diverse ore (dalle sei alle dieci circa) fino a che non ha ridotto di due terzi il proprio volume. Per non farlo attaccare al fondo della pentola si utilizzano alcune noci intere ancora nel guscio. Durante la cottura è necessario procedere alla schiumatura e al rimescolamento dello sciroppo.

E', quindi, ormai sempre più difficile reperire il prodotto sul mercato. La Saba viene, comunque, prodotta anche in altre regioni italiane dove viene impiegata per la preparazione di alcune ricette della pasticceria locale. In Sardegna, ad esempio, dove viene preparata anche con i fichi d'india, viene utilizzata soprattutto per la realizzazione del tradizionale Pan' e Saba (o Pan' e Sapa); nelle Marche è uno degli ingredienti per la farcitura dei Cavallucci; ed in Puglia, dove è diffusa anche la versione preparata con i fichi, viene usata per intingervi Cartellate e Calzoncelli, oppure per amalgamare Sasanelli e Mostacciuoli.

LA CULTURA Anche Pellegrino Artusi ha manifestato, ne “La Scienza in Cucina e l'Arte del Mangiar Bene”, il suo apprezzamento per il sapore dolce e speciale di quello che nell'opera definisce “sciroppo d'uva”. Chi desidera scoprirne il gusto, le caratteristiche e le proprietà può concedersi una gita alla volta di Nonantola, in provincia di Modena, durante la Rassegna del Mosto Cotto.

IN CUCINA Sebbene sia conosciuto soprattutto come dolcificante o come ingrediente per la preparazione di dolci, come il tipico pane del Natale emiliano o i gustosi Sabadoni (ravioli dolci farciti con castagne bagnate nella Saba, da cui prendono il nome), questo sciroppo rivela, in cucina, una versatilità inaspettata. Oltre ad essere un elemento importante per la produzione dell'aceto balsamico, se ne possono ricavare gustose granite, sorbetti e bibite dissetanti. E', inoltre, un ottimo condimento per fagioli, ceci e castagne e si accompagna alla perfezione con numerosi formaggi, specialmente stagionati (tra cui il Parmigiano Reggiano), tagliati a fette o a scaglie.

La ricetta: Sabadoni. Ingredienti: Per la sfoglia: 500 grammi di farina, 100 grammi di zucchero, tre uova, mezza bustina di lievito, olio (o strutto). Per la farcitura: castagne, scorza di limone, saba, mostarda (o savor). Per la cottura e la presentazione: olio (se si decide di friggerli), Saba. Cominciate preparando la farcitura: lessate le castagne, passatele nello schiacciapatate, poi unitele alla mostarda, alla scorza di limone e alla Saba. Se la consistenza risultasse troppo asciutta, ammorbidite il composto con un po' dell'acqua di cottura delle castagne. Preparate, quindi, la sfoglia impastando con cura gli ingredienti e stendendo la pasta ad uno spessore di circa 3 millimetri. Ricavatene dei rettangoli di circa 10-15 centimetri di lato oppure dei cerchi, al centro dei quali disporrete un cucchiaio di ripieno. Ripiegate le forme su sé stesse, ottenendo dei ravioli, sigillate con cura i bordi, poi friggeteli in olio bollente. In alternativa potete cuocerli sulla piastra per le piadine, girandoli a metà cottura, oppure nel forno a 180° per circa 20 minuti. Prima di servire in tavola, bagnate i Sabadoni nella Saba.

Murano lotta per sopravvivere: “Travolti dalla crisi e dai falsari”

La Stampa
giuseppe bottero

L’isola del vetro arranca sotto i colpi della concorrenza cinese. Appello al governo sulle tasse: serve una zona franca per ripartire


Venini, realtà storica, dopo anni difficilissimi tra tagli e ammortizzatori, a gennaio è stata comprata dalla Damiani, ottavo gruppo al mondo nella gioielleria.

L’isola del vetro rischia di affondare. Travolta dalla recessione, minacciata dai falsi «made in China», strangolata dalle tasse, l’industria di Murano sta lottando per non sparire. È stata per oltre settecento anni il gioiello dell’artigianato italiano, da quando la Serenissima fece spostare tutta la produzione fuori dalla città perché Venezia fosse risparmiata dai fuochi. Ora chiede aiuto al governo: «La crisi, la concorrenza sleale e troppi costi stanno portando a morire le nostre imprese» dice Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia-Rovigo. A inizio settimana l’associazione degli imprenditori si è presentata alla Camera dei deputati per chiedere di trasformare la città in una «zona franca», in modo da liberare le aziende dal carico fiscale. Potrebbe essere già tardi.

I NUMERI DEL DECLINO
I ricavi crollano a un ritmo del 12% annuo, in poco tempo sono sparite 125 imprese e altre 17 sono in bilico, i cinquemila dipendenti - praticamente l’intera città - sono diventati mille. Gli operai sfuggiti alla cassa integrazione, molti meno. «Sono stime per eccesso, tengono conto dei negozianti e dei loro addetti», dice l’imprenditore Daniele Mazzuccato. Per continuare a far viaggiare i lampadari per il mondo, dall’Iran alla Russia, tre anni fa è andato a vivere in fabbrica. «Troppe spese». Entri, e tra l’ufficio e i forni ci sono un letto matrimoniale, tavolo e tv. In maglietta e occhiali da sole mostra quello che resta di una realtà che fatturava 3 milioni di euro l’anno e ora 600 mila: «Eravamo trenta, siamo soltanto una decina e non riusciamo neppure a lavorare tutti i giorni. La notte cammino per il magazzino, mi viene da piangere».

IL PATTO COI SINDACATI
Mazzuccato, cinquant’anni, «un fascistone» dice di sé, combatte la battaglia del vetro nella «stessa squadra» di Riccardo Colletti, sindacalista Cgil. C’erano entrambi, all’inizio di aprile, a sfilare per le calli, i volti nascosti dietro una maschera bianca. «Siamo fantasmi», spiega Colletti. «Le istituzioni ci hanno lasciati soli. Sindacati e padroni hanno imparato a convivere». Gli stipendi sono in caduta libera, i giovani sempre meno. «Ma non si tratta di una crisi di vocazione. Manca l’offerta». 
Qualcuno guarda avanti. Venini, realtà storica, dopo anni difficilissimi tra tagli e ammortizzatori, a gennaio è stata comprata dalla Damiani, ottavo gruppo al mondo nella gioielleria. E la società Oikia 3 di Riccardo Invernizzi nel 2015 ha rilevato la Barovier&Toso, la vetreria più antica, confermando i manager e preparando il rilancio.

L’INCUBO DI BURANO
Una gran parte dei lavoratori di Murano, però, è prigioniera dei ricordi, declina i verbi al passato, teme di finire come i «cugini» di Burano, dove i merlettai non esistono più, spazzati via dall’onda cinese. Basta una passeggiata su Fondamenta Vetrai: al numero 34 c’era un’industria, oggi il cancello è sbarrato. Di fronte, stesso film. Cento metri più avanti, al posto di un magazzino, dovrebbe nascere un hotel. Raccontano i commercianti che nelle case degli italiani, per vasi e centritavola, c’è sempre meno posto. Si comprano piccoli souvenir, ma non basta. «Ci sono tanti turisti e pochi soldi» riassume Gianni Cimarosto. «E troppi fanno i furbi, vendono i prodotti cinesi per abbattere i prezzi. Ci siamo tagliati le mani da soli». Tenere aperta la bottega è un gioco da equilibristi, «di notte mi sveglio ogni ora».

La crisi ha radici lontane, ma la prima vera botta è arrivata nel 2002, quando sono stati cancellati gli sconti del 45% sul gas. L’altro grande problema sono i vincoli ambientali, considerati troppo stringenti. Anche se, spiega il vicepresidente della sezione vetro di Confindustria Luigi Lucchetta, la gran parte delle aziende s’è messa in regola, dopo investimenti importanti. Piuttosto, a spaventarlo, è il macigno da 6 milioni che gli imprenditori devono pagare all’Inps per una diatriba vecchia vent’anni. Soldi che, con gli interessi, potrebbero triplicare. «Eppure abbiamo sempre rispettato le leggi», dice.

E poi c’è lotta impossibile contro l’industria del tarocco, soprattutto cinese. «Dall’estero copiano i nostri prodotti e li vendono a prezzi stracciati - prosegue Lucchetta-. Ci sentiamo impotenti». Tra chi vende e chi produce, spesso, i rapporti sono tesi. Ci sono stati sospetti su attività di riciclaggio, blitz della Guardia di Finanza.

«La contraffazione andrebbe combattuta a monte, quando le navi con la merce approdano in Italia, non solamente a singhiozzo, quando gli articoli sono nelle botteghe» propone il designer Stefano Dalla Valentina dalle pagine de «La Nuova». Complicato. Troppo tardi anche per quello? Sull’isola i più pessimisti aspettano già l’ultimo soffio. «Ho avuto offerte di lavoro dalla Slovenia, dall’Austria, dall’Iran - dice amaro Mazzuccato - ma sono rimasto, voglio vedere come andrà a finire. Io un’idea me la sono fatta. Basterà aspettare quindici anni, poi potremo dire: qui facevamo il vetro».

Il nuovo Gottardo tunnel dei record

Corriere della sera

di Alessio Ribaudo

È lungo 57,1 chilometri e collegherà Milano a Zurigo in meno di tre ore
L’inaugurazione è prevista per il prossimo primo giugno

I test dei treni all’interno del tunnel del Gottardo (foto Alptransit)

È tutto pronto in Svizzera per l’inaugurazione del nuovo tunnel ferroviario del San Gottardo che avverrà il primo giugno. Un conto alla rovescia durato 17 anni che, con precisione proverbiale, svelerà al mondo la grande opera dei record: con i suoi 57,1 chilometri è la più lunga del mondo battendo quello di Seikan, in Giappone, «fermo» a 53,9 chilometri. Non solo gli elvetici sono riusciti ad anticipare di un anno l’abbattimento dell’ultimo diaframma ma hanno rispettato il budget preventivato di 23,5 miliardi di franchi svizzeri. Un successo possibile grazie anche all’impegno dei lavoratori delle aziende di 15 Paesi che sono stati impiegati in tre turni, sino a 2.400 unità al giorno.
I numeri
Del resto, i numeri di quest’opera che si estende da Erstfeld (portale Nord, nel cantone di Uri) fino a Bodio (portale Sud, Canton Ticino) sono impressionanti. Quando l’11 dicembre la galleria entrerà in funzione definitivamente, potranno circolare sino a 260 treni merci (erano 180) e quelli passeggeri impiegheranno 20 minuti per attraversare il tunnel. I convogli potranno, infatti, raggiungere una velocità massima di 249 km/h (160 km/h quelli merci). Questo consentirà, entro il 2020, di far risparmiare ai passeggeri 45 minuti tra Milano e Zurigo.
L’obiettivo
L’obiettivo principale del progetto, però, è quello di trasferire su rotaia gran parte del traffico commerciale che oggi percorre, nei due sensi, la dorsale tra il Sud della Germania e il Nord dell’Italia incrementando la capacità di trasporto. Con grande giovamento non solo per l’economia ma anche per l’ambiente: meno Tir in strada equivarrà a meno emissioni inquinanti. Per il nostro Paese, poi, l’opera ferroviaria «avvicinerà» i porti della Liguria a quelli olandesi. Infatti, il tracciato fa parte integrante del «corridoio» tra Genova e Rotterdam. Un percorso ricchissimo che genera un prodotto interno lordo pari a 2.700 miliardi: il 16 per cento di tutta l’Unione europea.

In particolare, il 35 per cento di questa cifra è realizzato fra Lombardia, Piemonte, Liguria e Svizzera. Secondo uno studio del Centro economia regionale dei trasporti e del turismo dell’università «Bocconi» di Milano, il completamento di quest’arteria farà aumentare, entro il 2030, il flusso delle merci del 40 per cento. Numeri impensabili quando, nel 1882, fu inaugurata la ferrovia del Gottardo: si impiegavano dieci ore per andare da Milano a Lucerna.

Android N, il nuovo sistema operativo di Google arriva in estate

La Stampa
andrea nepori

Più sicurezza, novità per la produttività e realtà virtuale integrata: è la prossima versione del software per smartphone e tablet più diffuso al mondo. Che non ha ancora un nome



Durante l’evento inaugurale di I/O, la conferenza annuale per gli sviluppatori, Google ha illustrato le novità di Android N, ultima iterazione del sistema operativo per smartphone e tablet che per adesso è indicato solo da un’iniziale. Il nome definitivo verrà scelto fra un po’, forse fra le segnalazioni che gli utenti possono inviare da una pagina dedicata sul sito di Android.

PRODUTTIVITÀ, SICUREZZA E PRESTAZIONI
Manca un nome, ma non mancano le novità. La nuova versione di Android è stata riprogettata su tre pilastri fondamentali: sicurezza, prestazioni e produttività. La nuova API di rendering grafico Vulkan, già svelata nella seconda beta pubblica di Android N, migliora la resa delle animazioni e la fluidità dei giochi, ma impatta sensibilmente anche sulla velocità delle applicazioni. In aggiunta un nuovo compilatore JIT promette installazioni delle app più rapide con una riduzione dello spazio occupato su disco. 

Lato produttività le novità più importanti riguardano l’interfaccia, con l’introduzione di una nuova modalità multi-finestra (che permette di affiancare due app sullo stesso schermo) e delle risposte rapide alle notifiche, che velocizzano l’interazione con le app di messaggistica, come la nuova Allo, annunciata da Google proprio durante l’evento inaugurale di I/O. Le due funzionalità sono le più rilevanti fra le oltre 250 nuove caratteristiche dell’interfaccia, cui si aggiunge anche l’introduzione di una modalità picture in picture pensata per le Android TV e naturalmente l’aggiornamento della lista delle emoji, con più di 72 nuovi pittogrammi.

Come già anticipato da qualche tempo Android N introdurrà inoltre nuove soluzioni di sicurezza, a partire dalla criptazione dei dispositivi (a livello di file). Android N introdurrà inoltre gli update automatici in background, fondamentali per velocizzare l’installazione di patch di sicurezza, e un inasprimento della sicurezza del media framework, rendendo così più difficile l’accesso malevolo a contenuti quali foto e video. In quest’ottica, tuttavia, la frammentazione della piattaforma rimane un grosso problema irrisolto, soprattutto per le bassissime percentuali di adozione delle versioni aggiornate di Android su dispositivi più datati e di fascia medio-bassa.

REALTÀ VIRTUALE
Con Android N Google ha cercato di migliorare l’esperienza della realtà virtuale su dispositivi mobili con l’introduzione di un VR Mode. Il nuovo sistema operativo implementa una serie di funzioni pensate appositamente per rendere più fluido il rendering dei contenuti tridimensionali per la realtà virtuale, a partire dalla latenza grafica bassissima, fino alla possibilità, per gli sviluppatori, di accedere a core dedicati su processore per migliorare le prestazioni delle app in realtà virtuale.
Le novità si inseriscono in un piano più ampio, che comprende il lancio di una nuova piattaforma VR chiamata Daydream, integrata nel sistema operativo e pensata per promuovere i contenuti in realtà virtuale. Nel progetto rientra anche il design di un nuovo visore con controller, che i produttori potranno prendere a riferimento per la progettazione dei propri accessori compatibili. 

INSTANT APP E ANDROID WEAR
Durante l’evento di ieri Google ha presentato anche una nuova funzione chiamata Instant Apps, grazie alla quale i link che rimandano ad applicazioni specifiche (come quelli generati da un QR code, o passati in chat) si potranno aprire direttamente nell’app anche se il programma non è installato sul dispositivo dell’utente. Grazie ad un po’ di magia software dietro le quinte, Android sarà in grado di richiamare una vista del contenuto come se l’app fosse presente sul telefonino, grazie ad un’installazione rapida dal Play Store di alcune componenti base del software mancante. Per abilitare la modalità Instant Apps - che si potrà usare su tutte le versioni di Android dalla 4.1 JellyBean in su - gli sviluppatori dovranno aggiornare le proprie applicazioni, senza necessità di crearne altre.

Novità infine anche per Android Wear, sistema operativo che gira sugli smartwatch, con l’arrivo della versione 2.0. Un aggiornamento cospicuo, il più rilevante da due anni a questa parte, che introduce nuove funzionalità basate sul feedback degli utenti: nuova interfaccia, miglioramenti per le watch faces, per l’uso sportivo e per la messaggistica. Con Android Wear 2.0 le app non avranno bisogno di appoggiarsi ad una controparte sullo smartphone ma potranno funzionare in autonomia e connettersi al cloud tramite Bluetooth, Wi-Fi o rete mobile. Un passo importante per l’indipendenza dei computer indossabili dagli smartphone, che probabilmente anche Apple introdurrà con la nuova versione di watchOS alla WWDC di giugno.

BETA E LANCIO UFFICIALE
La nuova beta di Android N, disponibile da ieri per tutti gli iscritti all’Android Beta Program, è la prima versione preliminare che si possa considerare effettivamente stabile. La si può installare su smartphone e tablet Nexus (6, 9, 5X o 6P), nonché su Pixel C e Nexus Player.
La versione pubblica di Android N arriverà (assieme ad un nome definitivo, si spera) alla fine dell’estate.

Voto di memoria

La Stampa
massimo gramellini

Torino 1979, interno giorno. In un’aula di terza classico i ragazzi simulano quello che di lì a poche settimane sarà il loro primo voto. Il rappresentante di classe fa lo spoglio e scrive il responso sulla lavagna. Dc 6 (era una scuola cattolica). Pdup, partito di unità proletaria per il comunismo, 1 (l’unico rivoluzionario lì dentro era il figlio del prefetto). Pr 18. Il formidabile professore di latino, professore e prete, guarda la lavagna e scuote la testa. «Ragazzi, io non ho assolutamente nulla contro il partito repubblicano. Anzi, condivido la linea di rigore economico all’interno di un sistema di libero mercato…» «Professore…» «Lasciami finire. Purtroppo quel partito ha una morale laica.

Se in economia siete liberisti, non votate un repubblicano. Votate un democristiano di destra, contro il divorzio e contro l’aborto…» «Professore…» «La smetti di interrompermi? Con quella lingua finirai avvocato o, peggio, giornalista. All’unico che ha scelto i comunisti, vorrei dire: sei di sinistra? Nessun problema. Ma allora vota un democristiano di sinistra, contro il divorzio e contro l’aborto… E comunque diciotto repubblicani mi sembrano troppi». «Non sono repubblicani». «Pr non sta per Partito repubblicano?» «No, professore. Partito radicale». Il prete perse l’equilibrio. Balbettò il cognome del demonio - «Pa… Pa… Pann…» - e si accasciò sulla cattedra.

Conosco tantissime persone che hanno votato Pannella, almeno una volta nella vita. Mai tutte insieme, purtroppo. Altrimenti forse avrebbe vinto le elezioni, almeno una volta nella vita. E chissà quanto ci saremmo divertiti.

Pannella

La Stampa
jena@lastampa.it

Però parlava troppo.

Figurati

La Stampa
jena@lastampa.it

Non siamo riusciti a esportare la democrazia in Iraq, figurati se ci riusciamo nei Cinque stelle.

Truffe

La Stampa
mattia feltri

Anzitutto la politica, senza dubbio. Poi le banche a pari merito coi giornali. Quindi i sindacati, la magistratura, l’avvocatura, il complesso degli uffici pubblici, con gli esattori insieme ai grandi evasori, i dottori, gli assicuratori, e ancora i poliziotti e i corrotti, gli industriali e gli zodiacali, gli idraulici, i vigili urbani, i fiscalisti, i tassisti, il clero, il totonero, il sistema ospedaliero... Tutti a truffare il popolo, se ancora ne avanza.

Municipium, l’app per pagare le multe

La Stampa
anna martellato

L’idea arriva dal Comune di Sona: consentirà di pagare sanzioni ridotte entro la soglia dei cinque giorni, diminuiranno le attività di notifica e si eviteranno code negli uffici



La multa si paga via app. A renderlo possibile è Municipium, parte del Gruppo Maggioli, la prima applicazione a offrire, assieme ad altri servizi telematici, anche quello del pagamento delle multe tramite smartphone: uno strumento on line aperto 24 ore su 24 che permette ai cittadini sanzionati di pagare evitando code negli uffici postali o in tabaccheria.

La rivoluzione smart parte da Sona, comune di quasi 18mila anime tra Verona e il trafficato (specialmente d’estate) Lago di Garda: «Se non sei sul web sei inesistente, se non consenti il pagamento online sei inefficiente», hanno affermato candidamente il sindaco Gianluigi Mazzi e il suo assessore Gianmichele Bianco. I cittadini dei comuni che sceglieranno di attivare Municipium potranno non solo pagare le multe, ma anche consultare le infrazioni al Codice della Strada che li riguardano senza doversi recare in municipio. Come per esempio visualizzare lo scatto dall’autovelox, controllando (o constatando) che l’auto in eccesso di velocità sia la loro.

I vantaggi ci saranno anche per l’amministrazione: si velocizzeranno i pagamenti entro la soglia dei cinque giorni, diminuiranno le attività di notifica e si eviteranno code negli uffici. Quello del pagamento delle multe è solo l’ultimo tassello di una serie di servizi di Municipium, attiva già in circa 100 comuni italiani, come ha spiegato l’Ad Marco Anderle: «Tramite l’app si possono consultare news ed eventi, navigare sulle mappe interattive per conoscere i punti di interesse del proprio comune e inviare segnalazioni dirette all’amministrazione». Il servizio è gratuito per il cittadino e il costo per il comune può variare da meno di mille euro a più di duemila, a seconda della fascia di popolazione. I prossimi ad attivarlo saranno un comune in Lombardia e uno in Sicilia.

Il mistero della lettera del diavolo a Palma di Montechiaro

Corriere della sera

di MARISA FUMAGALLI

Il monastero di clausura di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, fondato nel ‘600, apre al pubblico il 21 e 22 maggio: tra sante, cimeli e «lettere del diavolo»

Il monastero di Palma di Montechiaro

Un monastero in Sicilia, fondato nel ‘600 da un antenato dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo, una monaca dell’epoca, suor Maria Crocifissa, fatta santa: fra storia e leggenda, si narra di una vita di privazioni, di preghiere, di estasi , e di incessanti tentazioni del Demonio. Durante un’apparizione, Satana le avrebbe perfino scritto una lettera. La pagina oscura, vergata in caratteri mai decifrati, è conservata in un armadio-bacheca che si trova nella cella della «Venerabile».

Questo ed altri misteri racchiude il convento di clausura di Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento. Le sei monache benedettine che oggi lo abitano (un tempo erano molto più numerose), rette dalla badessa suor Maria Nazarena, oltre le grate, continuano a lavorare e a pregare, nel segno di suor Maria Crocifissa.

Preparano dolcetti alle mandorle, che i visitatori ottengono in cambio di offerte attraverso la «Ruota», la stessa utilizzata in passato per abbandonarvi i neonati «figli di nessuno». Il monastero, oltre ai segreti, custodisce cimeli, quadri, statue. Di solito inaccessibile, in via del tutto eccezionale sabato 21 e domenica 22 maggio aprirà le porte al pubblico (l’ultima volta accadde due anni fa), permettendo di scoprire le parti più remote. E dunque anche la cella dove c’è la lettera del diavolo.

Si deve all’attività e all’interessamento dell’Archeo Club di Palma di Montechiaro se è stato possibile organizzare le visite guidate. Sandro Giganti e Alfonso Di Vincenzo, architetti dell’ Archeo Club, ci hanno fornito informazioni e fotografie per la realizzazione del servizio de «la Lettura», pubblicato sul numero #233 in edicola fino a sabato 21 maggio.

A Palma, «la Lettura» ha incontrato la badessa; inoltre, ha parlato con un studioso agrigentino a proposito di un altro inquietante e misterioso episodio (correva l’anno 1945), ripreso da Andrea Camilleri nel volumetto Le pecore e il pastore (Sellerio, 2007): il «sacrificio umano» di una decina di monache offerto a Dio per ottenere la guarigione del loro vescovo, gravemente ferito durante un attentato.

18 maggio 2016 (modifica il 19 maggio 2016 | 18:07)

Dopo Mercedes, anche Hyundai studia il volante dotato di touchscreen

La Stampa
andrea barsanti (nexta)

Registrato negli Usa il brevetto: a portata di dita, schermi simili a quelli degli smartphone



Auto che telefonano, inviano sms, scelgono la musica, trovano la strada, frenano da sole, addirittura si guidano da sole. L’esperienza di guida è sempre più interattiva e a portata di “dita”, perché ormai, grazie a smartphone e tablet è questo il nostro modo di interagire con la tecnologia: i costruttori auto sfornano un’innovazione dopo l’altra e le metteno al sicuro, anche a livello embrionale, prima che ci arrivi qualcun altro. Come ha fatto Hyundai quando ha deciso di brevettare il suo primo prototipo di volante “touch” (nella foto, un’immagine dal brevetto).

Si tratta di un volante di ultima generazione che all’altezza dell’impugnatura presenta un touchpad capacitivo in grado anche di percepire la “doppia pressione” delle dita, simile al Force Touch degli ultimi iPhone. Nella descrizione presente sul brevetto, la casa coreana indica la possibilità di completare il sistema con un’interfaccia grafica che ricorda molto quella di smartphone e tablet e che visualizza i comandi come una serie di icone scorrevoli, selezionabili senza spostare le mani dal volante. L’ultima generazione della Mercedes Classe E è stata la prima a introdurre sul mercato qualcosa di simile: due piccoli touchpad simili a quelli dei laptop sono installati sulle razze del volante al posto dei classici tasti (nella foto sotto).

Esselunga: Bernardo Caprotti vince la causa contro i figli

Adriano Palazzolo - Gio, 19/05/2016 - 17:58

La vicenda prende il via nella seconda metà degli anni Novanta, dopo la lite con il figlio Giuseppe



Bernardo Caprotti, fondatore di Esselunga, ha segnato un nuovo punto a suo favore nella battaglia a suon di cause promosse dai suoi figli Violetta e Giuseppe con al centro la proprietà delle azioni del gruppo.

La prima Corte d'Appello civile di Milano, presieduta da Amedeo Santosuosso, ha rigettato il ricorso presentato dai due figli e ha confermato la sentenza con cui a marzo dell'anno scorso il giudice del Tribunale Enrico Consolandi aveva dichiarato "improcedibili tutte le domande esperite da Giuseppe e Violetta Caprotti", tranne due che ha invece rigettato.

La vicenda, per cui i giudici di secondo grado, con sentenza pubblicata nei giorni, scorsi hanno dato ancora ragione al patron dell'Esselunga, prende il via nella seconda metà degli anni Novanta, prima della rottura col primogenito Giuseppe, allontanato dall'azienda all'inizio del 2005 dopo due anni da amministratore delegato.

Allora l'imprenditore, oggi novantenne, aveva tenuto per sè solo una quota poco superiore all'8% di Supermarkets Italiani, la holding che controlla il 100% di Esselunga Spa. Il restante 92% circa era stato assegnato, attraverso la fiduciaria Unione Fiduciaria - citata anche lei in giudizio con Villata Partecipazioni, una società del gruppo - in tre parti uguali ai figli di primo letto Giuseppe e Violetta e a Marina, avuta dalla seconda moglie, con l'usufrutto del padre su circa un terzo delle quote.

A febbraio 2011, però, il patron di Esselunga, senza darne comunicazione e senza versare alcun corrispettivo, ha estinto il contratto fiduciario e ha ripreso il controllo delle azioni. Da qui la guerra con i figli nati dal primo matrimonio che è passata attraverso un lodo arbitrale e una causa civile nei quali finora ha sempre vinto dal fondatore della catena di supermercati.

In sostanza, come nel primo grado di giudizio anche nel secondo la "gran parte delle questioni proposte" sono già state risolte dagli arbitri e ciò "preclude la possibilità di decidere nel merito". E poi, tra l'altro, la domanda "di usucapione delle azioni, proposta" è stata rigettata dalla Corte in quanto i figli hanno esercitato i diritti sulle stesse azioni solo "per concessione fiduciaria" conferita dal padre.

Padre che comunque si è visto anche lui respingere l'appello incidentale con cui ha chiesto la condanna per lite temeraria di Giuseppe e Violetta i quali invece dovranno rifondere al padre, a Supermarkets Italiani e Villata Partecipazioni spa la somma complessiva di 58mila euro di "spese di lite". Ora ci si aspetta l'ultimo round in Cassazione.

Se il padrone della Rai spegne il "Virus" Porro

Alessandro Sallusti - Gio, 19/05/2016 - 14:41

La verità è che non si vuole che voi apprendiate dalla Rai che il Pil non sale, che il jobs act è già fallito, che gli accordi europei sugli immigrati sono una truffa



Da ieri è ufficiale. La Rai chiude Virus, il programma di approfondimento condotto da Nicola Porro, nostro vicedirettore, che per tre stagioni è andato in onda il giovedì sera su Raidue, nonostante gli ascolti fossero buoni, comunque in linea con l'andamento di quelli degli altri talk show della tv pubblica.

Ammettiamo subito il conflitto di interessi per via dell'amicizia e della colleganza che ci unisce a Nicola, del quale peraltro nessuno ha mai messo in dubbio le capacità professionali. Non può però sfuggire che Virus era appunto un virus a suo tempo coraggiosamente inserito nel corpo della Rai come variante al pensiero unico dominante da quelle parti. Un pensiero che, come noto, non è il nostro. Non lo era al tempo dei Santoro e compagnia che spendevano i nostri soldi per fare a pezzi il berlusconismo, non lo è oggi dove tutti devono allinearsi al renzismo senza se e senza ma.

Destra e sinistra, almeno in questo, pari sono. Floris fu cacciato da Ballarò perché antipatico al premier nascente. Giannini, suo successore, andrà a casa per lo stesso motivo. Bruno Vespa è da tempo nel mirino e già si parla di un suo ridimensionamento. Adesso la normalizzazione renziana tocca Nicola Porro, che non è un pericoloso estremista ma un liberale vero. Non prende ordini, dice le cose che pensa - generalmente di semplice buon senso - e non chiede ai suoi ospiti patenti di appartenenza o fedeltà. Per Renzi e per i suoi attendenti, già questo è troppo, soprattutto in una stagione che tra elezioni, referendum e manovre economiche a rischio, si preannuncia infuocata e pericolosa per la tenuta del governo.

Non c'è da credere a una sola delle spiegazioni che il vertice Rai darà di questo repulisti. La verità è che non si vuole che voi apprendiate dalla Rai che il Pil non sale, che il jobs act è già fallito, che gli accordi europei sugli immigrati sono una truffa. Figuriamoci dire che al referendum si potrà anche votare, volendo, un bel «no». Il fatto è che TeleRenzi non è gratis: canone obbligatorio in bolletta Enel, come noto. Non pagarlo è praticamente impossibile. Almeno di non fare una scelta drastica: farsi staccare la luce. Pensiamoci, meglio il buio di un simile spettacolo di regime. E, per quello che vale, grazie a Nicola Porro per questi tre anni di libertà virale.