sabato 21 maggio 2016

Egitto, il mistero della mummia con i tatuaggi

La Stampa

Una donna vissuta 3000 anni fa con oltre 30 disegni particolari e nascosti: uno dei tanti misteri dell'incredibile Luxor

Luxor, Egitto

PERCHE' SE NE PARLA Rinvenuta in Egitto una mummia davvero particolare: oltre 30 i tatuaggi eseguiti in tempi diversi su di una donna vissuta tra il 1300 e il 1070 a.C. Anne Austin, bioarcheologa dell'Università di Stanford, in California, se n'è accorta mentre esaminava le mummie dell'Istituto francese di Archeologia Orientale, che conduce le sue ricerche a Deir el-Medina. L'ipotesi è che i disegni, alcuni dei quali in punti molto sensibili e nascosti, servissero a celebrarne l'importanza. Alcuni di questi, inoltre, sono più antichi di altri: segno che il suo prestigio dovette crescere con il passare del tempo.

PERCHE’ ANDARCI Deir-el-Medina è un piccolo villaggio abitato da operai  addetti all'allestimento delle tombe dei faraoni, si trova nell’area archeologica di Luxor. Fuori dell’abitato era l’area consacrata alle sepolture monumentali, di cui le più particolari costituite da una cappella decorata da pitture; collegate a questa una zona dove erano deposti i sarcofagi. Nel 3° sec. a.C. fu costruito un tempio di pietra dedicato a Hator.

DA NON PERDERE Luxor, la Valle dei Re, è uno dei luoghi più belli di tutto l'Egitto: qui potrete visitare tra le altre la tomba di Tutankamon, scoperta praticamente intatta nel 1922, e la tomba di Ramsete IV. Tra cuniculi e scale, geroglifici e tombe antichissime, ricordate che un biglietto dà accesso a tre delle 63 tombe presenti; la tomba di Tutankamon richiede un biglietto a parte, ma per ammirarne i tesori dovrete raggiungere il Museo Egizio del Cairo.

PERCHE’ NON ANDARCI Al confine con il Sudan si riscontrano notevoli difficoltà nell'attraversamento della frontiera per chi viaggia con mezzi propri. Nel Sinai settentrionale sono in corso importanti operazioni militari per contrastare un’intensa attività terroristica. Si sconsiglia l’ingresso attraverso il Valico di Rafah, nonché i viaggi nella regione tra il Gebel Al Uweynat ed il Gilf El Kebir, nel sud ovest del Paese.

COSA NON COMPRARE Tanti i venditori abusivi che affollano i siti turistici, soprattutto nei pressi delle piramidi: basta fermarsi un attimo per essere circondato da tutti gli altri. Inoltre la qualità dei souvenir è davvero bassa, mentre il prezzo neanche tanto conveniente. Meglio salvare qualche moneta da dare ai controllori dei siti turistici, che vi permetteranno così qualche extra.

Ratzinger: il Terzo Segreto di Fatima è stato interamente pubblicato

La Stampa

La precisazione in un comunicato della sala Stampa vaticana dopo le dichiarazioni attribuite al professor Ingo Dollinger. Gaenswein: Benedetto XVI sta bene e il 29 giugno festeggerà i 65 anni di sacerdozio



Il Papa emerito, Benedetto XVI, interviene per parlare del Terzo Segreto di Fatima e ribadisce che è stato interamente pubblicato. La comunicazione da parte di Joseph Ratzinger arriva attraverso un comunicato della sala stampa vaticana. Alcuni articoli apparsi recentemente avevano infatti riportato dichiarazioni attribuite al professor Ingo Dollinger, secondo cui Ratzinger, dopo la pubblicazione del Terzo Segreto di Fatima (avvenuta nel giugno 2000), gli avrebbe confidato che tale pubblicazione non è stata completa. 

A tale proposito, il Papa emerito Benedetto XVI comunica - si legge nel Bollettino della Santa Sede - «di non aver mai parlato col prof. Dollinger circa Fatima», afferma chiaramente che le esternazioni attribuite al professor Dollinger su questo tema «sono pure invenzioni, assolutamente non vere» e conferma decisamente: «la pubblicazione del Terzo Segreto di Fatima è completa».

E dal canto suo il Papa emerito Benedetto XVI «sta bene» anche se debbono essere considerati i suoi 89 anni. «Prega, ama studiare e leggere, si dedica alla corrispondenza, cammina per il rosario nei giardini vaticani, riceve visite». Lo riferisce il segretario, monsignor George Gaenswein, a margine della presentazione di un libro sul pontificato di Joseph Ratzinger alla Gregoriana.

«Si potrà vederlo tra non molto», ha aggiunto. Il 29 giugno Ratzinger compie 65 anni di sacerdozio. «Vedremo che cosa si riuscirà ad organizzare. È un’occasione oggettiva che fa sperare di poterlo vedere e di dimostrare - ha aggiunto Gaenswein scherzando - che la mia frase sulla candela era stupida». 

Ad un settimanale italiano infatti il segretario del Papa emerito aveva detto che Benedetto è come una candela che si sta spegnendo piano piano. «Non sapevo che in italiano potesse avere un significato negativo. Dire che è come una candela significa che la forza della sua luce è la stessa», ha spiegato. Il Papa emerito «è sereno, è in pace con il Signore, con sé stesso e con il mondo», ha aggiunto monsignor Gaenswein. Continua a ricevere persone ma negli ultimi tempi ha dovuto rallentare il flusso delle visite «perché ogni giorno arrivano tantissime lettere da leggere e troppi libri, anche manoscritti».

Parlando della situazione dopo le dimissioni Gaenswein, nel corso della presentazione del libro alla Gregoriana di don Roberto Regoli, ha detto che «c’è un unico Papa ma due successori di Pietro viventi, non in un rapporto concorrenziale ma entrambi con una presenza straordinaria». Ha anche ripercorso il momento in cui fu eletto pontefice: «Posso essere un superteste: mai, mai, negli anni precedenti aveva premuto per essere al più alto posto della Chiesa cattolica. E infatti lui stesso confidò che quando capì che stava per essere eletto fu uno choc».

Tra le cose che più lo addolorarono negli ultimi anni da Papa «non furono tanto gli attacchi malevoli quanto il tragico incidente nel quale morì Manuela Camagni, una delle Memores Domini» che lo assistevano, nel 2010. «Soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele ma, lo ribadisco ancora una volta, non si è dimesso a causa del povero e malguidato assistente di camera né per i Vatileaks. Nessun traditore, o corvo, o qualsivoglia giornalista, avrebbe potuto spingerlo alle dimissioni. Era uno scandalo troppo piccolo rispetto a una decisione così grande». 

E allora Gaenswein ricorda che proprio Ratzinger spiegò, fin dal primo momento, che la decisione delle dimissione era stata presa perché «consapevole che venivano meno le forze necessarie per un compito cosi gravoso». E per il Prefetto della Casa Pontificia «oggi non ci sono due Papi ma un ministero allargato con un membro attivo e un membro contemplativo. È come se Benedetto XVI avesse fatto un passo `di lato´ per fare spazio al successore e a una nuova tappa del papato che continua a sostenere con la sua preghiera», lì stesso dove è Papa Francesco, «nei giardini vaticani». 

Vetralla, le buche sulla Cassia indicate da falli disegnati a terra. Il sindaco fa avviare le indagini per scoprire i colpevoli

Il Messaggero
di Massimo Chiaravalli



Sette chilometri di falli. No, la nuova segnaletica orizzontale non è affatto quella ufficiale. Ma sicuramente attira l'attenzione. Sono comparsi sulla Cassia per indicare la presenza di buche, ormai divenuta cronica. Veri e propri crateri, in certi casi. E pericolosissimi per l'incolumità di automobilisti e ciclisti. Il tutto all'altezza di Vetralla, in provincia di Viterbo. Ma al di là dell'ilarità, adesso indagano le forze dell'ordine.

Per chi tra Roma e Viterbo transita su quel tratto, lo spettacolo è del tutto inedito. Perché chi lo conosce ormai è abituato solo allo slalom per evitare le buche, non certo al resto. L'intenzione di chi ha preso la bomboletta spray e li ha disegnati era quella di indicare a mo' di freccia l'imminente pericolo. Il sindaco Sandrino Aquilani però non l'ha presa benissimo. Anzi. «Ignoti - dice - hanno letteralmente imbrattato con lo spray delle buche prodotte dalla pioggia sulla strada regionale Cassia che attraversa Vetralla per ben 7 chilometri. I disegni configurano oscenità in luogo pubblico a scopo intimidatorio, tanto che sono state avviate indagini dalle forze dell’ordine presenti sul territorio».

Su alcune buche di «oscenità» ce n'è solo una, su altre invece - quelle particolarmente grosse - anche tre. Così si vede tutto meglio. Sarà, come sostiene il sindaco, che «il periodo elettorale non aiuta il clima già di per sé infervorato», resta il fatto che su quei sette chilometri passano ogni giorno «30mila automezzi, inclusi quelli addetti ai soccorsi e alle emergenze come le autoambulanze, i vigili del fuoco, la protezione civile». Aquilani ha scritto a tutti: Regione Lazio, Astral, Provincia e Prefettura di Viterbo, perché «ho il dovere di salvaguardare la pubblica incolumità». La lettera è partita dopo che la polizia locale ha contato oltre 200 buche tra il chilometro 62 e il 69. Per adesso restano tutte lì. In buona compagnia.

Il «tesoro» di Auschwitz, trovati anello e collana d'oro nascosti da più di 70 anni

Corriere della sera

di Raffaella Cagnazzo

Ben occultati nel doppio fondo di una tazza, i monili sono databili tra il 1921 e il 1931. Ma non ci sono tracce per identificare il proprietario

La tazza con il doppio fondo e monili nascosti da 70 anni (Epa/Bednarczyk)

Un «tesoro» rimasto nascosto per più di 70 anni e ben celato nel doppio fondo di una tazza smaltata: si tratta di un anello e una collana d'oro appartenuti ad uno dei deportati nel campo di Auschwitz durante la seconda guerra mondiale. La scoperta è stata fatta dagli addetti al museo dell'ex campo di concentramento durante un comunissimo lavoro di manutenzione delle migliaia di oggetti contenuti nel museo.
Una «fortuna» nascosta nel doppio fondo
I monili erano ben conservati nel doppio fondo della tazza e nessuno era riuscito a scoprire questa piccola fortuna finora, nè i nazisti che sottraevano tutti i beni ai deportati al loro arrivo nel campo di concentramento nè i responsabili del museo. Con il passare del tempo e l'ossidazione, il doppio fondo si è staccato e ha rivelato i preziosi. Secondo le prime analisi, l'anello e la collana (che erano avvolti in un pezzo di tela) sono databili tra il 1921 e il 1931.
Difficile identificare i discendenti della proprietaria
«Un simbolo di speranza» racconta il direttore del museo Dr Piotr Cywinski. E spiega: «E' il segno che gli ebrei deportati da un lato erano consapevoli di venir "rapinati" durante la deportazione, ma dall'altro dimostra che le famiglie ebree nutrivano un raggio di speranza che questi oggetti erano necessari alla loro esistenza»: che si trattasse di un pegno di amore o di un regalo, chi ha nascosto l'anello e la collana voleva lasciare un segno di sé nella speranza forse che, una volta ritrovati, potessero essere riconsegnati in qualche modo alla famiglia. «La possibilità di trovare i discendenti della proprietaria sono minimi» spiegano dal museo perché «non ci sono tracce sugli oggetti che permettano di identificarli».

L'anello e la collana dunque saranno aggiunti agli altri monili presenti nel museo (solo tazze, piatti e pentole sono 12.000) come traccia "viva" del ricordo di oltre un milione di ebrei e prigionieri di altre nazionalità che furono uccisi tra il 1940 e il 1945 nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

19 maggio 2016 (modifica il 20 maggio 2016 | 12:33)

La meccanica dei sogni

La Stampa
massimo gramellini

L’Inghilterra, isola incantata, dopo la favola collettiva del Leicester esporta quella individuale di Mick Vaudreuil, che alla soglia dei cinquant’anni si vide spazzare via dalla crisi la ditta di ristrutturazioni edili con cui contava di campare dignitosamente per tutta la vita. Ritrovarsi senza lavoro né paracaduti sociali alla sua età non fu una piacevolezza. Se poi hai la casa pignorata e una moglie e tre figli da mantenere, la situazione giustifica la rinuncia all’orgoglio. Rassegnato a tornare sotto padrone, Mike offerse i suoi servigi alle ditte concorrenti.

Ma nessuna gli rispose. Alla fine fu costretto ad accettare l’incarico sottopagato e poco gratificante di custode notturno in un college. Fu la sua lunga notte dell’anima e si ritrovò al bivio in cui prima o poi la vita dà appuntamento a tutti: tra l’abbrutimento e il desiderio, la resa e la speranza. Lui scelse la speranza, benché fosse assurda, e si iscrisse al Politecnico di Worcester. Di giorno a lezione, in mezzo a ragazzi che avrebbero potuto essere i suoi figli. La notte a pulire bagni e montare la guardia. A un certo punto si inchiodò su un esame e stava per mollare. Si mise a prendere ripetizioni dai video-tutorial che si trovano in Rete e lo superò.

Sabato scorso Mike Vaudreuil si è laureato in ingegneria meccanica. A 54 anni. La notte seguente è tornato alla sua postazione di guardiano. Ma forse persino in un mondo competitivo come questo c’è ancora spazio per un neoingegnere brizzolato, specializzato in meccanica dei sogni.

Evoluzioni

La Stampa
jena@lastampa.it

Occhetto cambiò nome al Pci, Renzi lo cambia a Equitalia.

Google brevetta la colla per appiccicare i pedoni al cofano

La Stampa
mattia eccheli (nexta)

In caso di impatto, il pedone dovrebbe affrontare un solo urto, quello con l’auto, e non rischierebbe di essere scaraventato a terra



Dalla carta moschicida al cofano adesivo salva pedoni. In futuro la sicurezza dei passanti potrebbe dipendere anche da una colla, oltre che dall’armamentario tecnologico dei veicoli. O, meglio, da una superficie appiccicosa piazzata sulla parte anteriore delle auto. L’idea è di Google che, per evitare sorprese, ha anche deciso di brevettare il progetto come ha riferito “The Mercury News”, il giornale della Silicon Valley, distretto tecnologico californiano (brevetto US 9,340,178 B1 del 17 maggio 2016).

Il colosso di Mountain View sembra non escludere un’adozione del sistema sia sui veicoli a guida autonoma (in particolare sulle sue Google Car) sia su quelli convenzionali, anche se per il momento mancano dettagli e specifiche tecniche, e non è dato sapere se esistono valutazioni e test sulla reale efficacia del sistema.

Il brevetto riguarda una superficie a due strati: la prima è applicata sulla seconda, quella adesiva, per impedire che quando il veicolo è in movimento finisca per calamitare tutto quello che “vola”. La seconda viene liberata solo in caso di impatto e dovrebbe essere in grado di tenere incollato il pedone impedendogli di venire sbalzato dalla collisione. L’obiettivo è quello di ridurre al minimo le conseguenze dell’impatto perché, se il pedone rimane appiccicato alla vettura, deve affrontare un urto soltanto.

In teoria, il “mastice di sicurezza” dovrebbe evitare che lo sventurato, dopo il primo impatto con l’auto, venga sbalzato sull’asfalto, scaraventato contro un’altra auto o sbattuto su altre parti della carrozzeria. Il sistema può anche avere delle sinistre controindicazioni nel caso la vettura, con il pedone incollato, vada a sua volta a sbattere da qualche parte. O finisca in un fosso o in un corso d’acqua.

Molto probabilmente, se questo brevetto fosse stato diffuso in un altro giorno dell’anno (il primo aprile), chiunque avrebbe pensato ad uno scherzo, ma poiché siamo a maggio e in Google la fantasia è un valore, è probabile che del sistema adesivo a protezione dei pedoni si torni a discutere. Avremmo anche in mente un nome: potrebbe chiamarsi Googlue. Forse faremmo bene a depositarlo.

Polemiche per la mostra sul Duce Guerri: «Non è inno al fascismo»

Corriere della sera

A molti, l’idea di una mostra dedicata al Duce sembra inopportuna. Il direttore del Musa Giordano Bruno Guerri: «I nostalgici ci sono, non si creano con una mostra»

Una delle opere in mostra

La fabbrica del consenso produce divinità caduche. Una volta passate al vaglio della storia, di loro restano i simulacri, vuoti talismani di un potere che fu. Ma se si tratta di Mussolini, il suo profilo di pietra riesce ancora a dividere. L’annunciata mostra sul culto del Duce, che inaugurerà al Musa di Salò il 29 maggio, ancora non è allestita ma già fa discutere. Il primo intoppo è stato lo scivolone iniziale della data di apertura, prima fissata al 28 maggio con inopportuna coincidenza con il ricordo della strage di piazza Loggia di cui il curatore, Giordano Bruno Guerri si è scusato («Non sono bresciano e non me ne sono ricordato») precipitandosi a rimandare di un giorno.

Poi l’idea di far suonare all’inaugurazione il Violino della Shoah della collezione Carutti, a molti sembrata pretestuosa e inopportuna. Su tutti l’ex assessore provinciale Gianpaolo Comini: «Che cosa centra? Serve a ricordare che Mussolini ha fatto le leggi razziali?». Ma l’idea della mostra in sé ha suscitato qualche allarme. «In consiglio comunale ho chiesto al sindaco di vigilare su Guerri - spiega Giovanni Cigognetti, ex sindaco di Salò ora consigliere d’opposizione - per il resto il giudizio è sospeso fino all’apertura della mostra. È molto importante che i busti del Duce siano accompagnati da un serio apparato critico, per non scivolare nell’apologia».

«Resta da capire quanto giovi a Salò continuare a legare la sua immagine a un passato di cui non si può essere orgogliosi» gli fa eco Comini. «Il Musa ha tra le sue funzioni obbligatorie anche quella di occuparsi di storia del fascismo proprio perché siamo a Salò e qui bisogna studiarlo» risponde Guerri, direttore del museo, che si dice «sorpreso dai malumori». «Il fascismo va condannato perché era un regime che privava gli italiani della libertà. E io, da libertario e liberale, non posso che condannarlo. Ma la storiografia ha accettato il concetto che il fascismo ebbe consenso e che è esistito un culto fascista». Nessun timore di apologia nel curatore: «i nostalgici ci sono, ma non li creiamo certo con questa mostra».

Inevitabile il confronto con Predappio, dove «il governo Renzi ha stanziato due milioni di euro per ristrutturare la Casa del fascio e un altro arriverà dalla Regione Emilia Romagna. E a chiederli è un sindaco del Pd». «Io non voglio fare un inno al Duce - assicura Guerri -, voglio solo che si prenda atto del fenomeno: la grande novità del fascismo fu di porsi non come idea politica, ma come fede. Mussolini riuscì a imporre il fascismo come fede e ogni fede ha il suo dio: Mussolini era quel dio. Negli anni Venti viene ancora rappresentato come un essere umano, dopo il Concordato del ‘29 la rappresentazione è in posa di condottiero, nudo o seminudo per rivendicare la forza fisica e la parità sociale: è iniziata la sua trasformazione in essere infallibile e insostituibile».

La mostra raccoglie una trentina di busti e sculture in una prima sezione allestita nella stanza della collezione Rini. Le mummie, ora alloggiate in uno spazio troppo di passaggio per il pubblico più sensibile, troveranno altra collocazione. Tra le sculture ci saranno il celebre Profilo Continuo di Renato Bertelli, «ma anche una scultura attribuita a Ligabue, che eseguì su commissione». Il percorso proseguirà nella sala dove è allestito il museo della Rsi, accompagnando i video della mostra permanente con pannelli neri di supporto ai 20 olii tempere e carboncini che rappresentano Mussolini, per chiudere con il ritratto a grandezza naturale dipinto da Achille Beltrame, storico illustratore della Domenica del Corriere, per la prima volta esposto al pubblico. «La mostra durerà un anno, non sarà permanente ma ci evolveremo con altre iniziative che permetteranno la conoscenza di quel periodo».

20 maggio 2016 | 09:09

Ruffinoni: «Truffe in rete? Ci muoviamo con ingenuità»

Corriere della sera

di Nicola Di Turi

Parla il CEO di NTT Data Italia. La Teknocity a Cosenza, le truffe informatiche, gli investimenti delle aziende italiane in sicurezza informatica. L'educazione personale contro le truffe in rete

Secondo la Camera di Commercio americana, in Italia gli attacchi informatici ci costano 9 miliardi di euro l’anno. Nel settore bancario, le truffe ai danni dei risparmiatori ammontano a 500 milioni di euro. E a beneficiarne, naturalmente, sono hacker e criminali informatici. «Nonostante la digitalizzazione sia una priorità per le imprese, gli investimenti che le aziende stanziano per proteggersi dalle minacce informatiche sono insufficienti. E mentre l’uso di internet in mobilità è esploso, tra i consumatori manca l’educazione necessaria», spiega al Corriere della Sera Walter Ruffinoni, CEO di NTT Data Italia.

Con un passato in Ernst & Young e Oracle, Ruffinoni è esperto di sicurezza informatica. Oggi riveste la carica di amministratore delegato di NTT Data Italia, filiale del colosso giapponese di cybersecurity, con 80 mila dipendenti in 35 Paesi e un fatturato da 14 miliardi di euro. In Italia NTT conta duemilaseicento dipendenti, per un fatturato di 282 milioni di euro. E di recente la società ha inaugurato la sede di Cosenza, con 180 lavoratori impiegati nei laboratori Ricerca e Sviluppo specializzati nell’Internet delle Cose.

NTT vuole trasformare Cosenza in una "Teknocity". Nell’hinterland cosentino, però, ancora oggi parecchi comuni sono sprovvisti di connessione Adsl. Come contate di riuscirci?«È vero, a Cosenza siamo riusciti a ottenere la connessione in fibra dopo qualche resistenza. Nel nostro piccolo possiamo fare solo una minima parte, dal momento che non stendiamo cavi, ma stiamo già creando occupazione di fascia alta. A Cosenza ci occupiamo di pagamenti sicuri, protezione dell’utente finale, de-materializzazione sicura.

Inoltre c’è molta collaborazione con le startup, su tematiche all’avanguardia come l’Internet delle Cose applicato al monitoraggio del dissesto idrogeologico e all’agricoltura. Il passaggio a sistemi intelligenti di gestione dei parcheggi e del traffico sarà il passo successivo, grazie anche al laboratorio di Cosenza collegato ai centri di Palo Alto e Tokyo. E nel laboratorio lavorano tantissimi laureati dell’Università della Calabria, in particolare quelli che hanno una laurea in informatica».

Se da un lato le aziende spingono sul digitale, dall’altro investono poco in sicurezza informatica. Manca la consapevolezza dei rischi?«Investire in cybersecurity, significa rendersi conto dei soldi spesi soltanto quando ci si accorge di aver superato indenni un attacco informatico. Le imprese italiane spendono poco in sicurezza informatica, perché non riescono ancora a soppesare i benefici. Eppure oggi gli hacker attaccano su un perimetro aziendale molto più vasto che in passato, perché i dipendenti lavorano in mobilità, da casa, in ufficio, scambiandosi molte più informazioni e dati sensibili di dieci anni fa. Spendendo 10 mila euro, si può buttare giù un sito aziendale, completando con semplicità un furto ingente di proprietà intellettuale. Cifre ridicole, danni elevati».

I pericoli riguardano solo alcuni settori?«Recentemente a diverse banche americane sono stati sottratti i registri dei clienti. Una nota casa di moda italiana si è accorta che in rete era disponibile l’intera collezione stagionale prima del lancio ufficiale, perché erano stati trafugati i campioni. Ma anche le università sono vittime di attacchi, poiché negli anni hanno notoriamente investito poco in sicurezza informatica e così si verifica spesso la sottrazione di proprietà intellettuale. Eppure le aziende tendono anche a non condividere in pubblico gli attacchi subiti. Esiste la vergogna di mostrarsi vulnerabili, mentre il confronto con aziende di settore e operatori potrebbe essere fonte di salvezza».

Quali sono, invece, le minacce più attuali per utenti e consumatori?«Attraverso il phishing e le email-esca, si viene raggiunti da un messaggio di posta allettante, che ci invita a cliccare per cogliere un’occasione imperdibile. Ebbene, il clic può essere fatale e il computer viene di fatto sequestrato, con la richiesta di un riscatto. A volte però pagare non serve, perché il pc non viene liberato e i dati personali non vengono restituiti. D’altronde, spesso siamo noi stessi a condividere le nostre vite sui social network, in maniera poco accorta e affatto riservata, prestando il fianco con comportamenti poco sicuri. Banalmente, a volte basterebbe non concedere l’amicizia su Facebook agli sconosciuti».

Le email che cercano di rubarci informazioni personali e dati bancari sono sempre più difficili da smascherare. Non sono più sgrammaticate e hanno uno stile naturale. C’è stata un’evoluzione?«Le informazioni che condividiamo sui social, vengono usate per predisporre una profilazione delle persone e tarare le email-esca, in base alle diverse sensibilità di ciascuno su un tema. Tempo fa ho trovato un video girato in Belgio, in cui un cartomante ricostruiva il passato ai passanti. Aveva semplicemente installato delle telecamere nascoste, che riconoscevano le persone dal volto e ricercavano i loro profili sui social network, concedendo al cartomante informazioni di prima mano su di loro. Svelato l’arcano, il cartomante consigliava alle persone di stare attente a loro stesse».

Lei ne fa una questione di educazione all’uso della rete. Ma come possiamo difenderci nel concreto?«La percezione del rischio e la formazione delle persone sono fondamentali. Se ci clonano la carta di credito, non c’è una soluzione tecnologica che lo impedisca a monte. Ma si possono assumere comportamenti avveduti, come frequentare solo siti conosciuti e attivare gli sms di conferma della transazione. Per quanto riguarda il cloud, scegliere soltanto gli operatori che per professione vendono spazi d’archiviazione in rete. Ma a mio avviso la questione attiene molto all’educazione personale, la rete non è demoniaca ma non possiamo muoverci con ingenuità. La sensibilità per la sicurezza informatica deve nascere nell’infanzia, bisogna educare il bambino a muoversi con dimestichezza in rete».

Condividiamo le nostre vite in rete, eppure siamo in piena psicosi da privacy. Anche di fronte al pericolo terroristico, siamo poco disposti a cedere un pezzo di libertà, per guadagnarne in sicurezza. Ci dovrebbero essere maggiori restrizioni anche in rete, per tutelare la nostra sicurezza?«Ritengo che qualche privazione bisognerà metterla nel conto. Con le minacce terroristiche, a qualcosa toccherà rinunciare. E invece oggi sembriamo attentissimi alla tutela dei nostri dati, ma poi andiamo su Facebook e mettiamo in pubblico di tutto. Una telecamera piazzata su Piazza San Pietro, che riprende visi e comportamenti, è accettabile e se il fine è la ricerca e l’analisi dell’archivio dei sospetti, il problema privacy non si pone. Se dobbiamo scegliere tra la psicosi Grande Fratello e la sicurezza, non avrei dubbi».

Il punto è anche chi è incaricato di tutelare i diritti dei cittadini. Blindando l’iPhone, nel caso Apple-Fbi un’azienda privata ha deciso di difendere il diritto alla privacy.«È difficile stabilire i limiti del campo d’azione degli attori in campo. La mia opinione, però, è che a tutelare la sicurezza nazionale debba essere lo Stato».

@nicoladituri

Cina, la Diga delle Tre gole compie 10 anni Quanto è costata la centrale più grande del mondo

Corriere della sera

di Paolo Virtuani, foto a cura di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi
Image: Three Gorges Dam Reaches Flood Peak

C’è chi l’ha paragonata alla costruzione della Grande muraglia. La Diga delle Tre gole, la singola opera più colossale realizzata dalla  Cina negli ultimi secoli, compie dieci anni. Completato il 20 maggio 2006, lo sbarramento sul fiume Azzurro (Yangtze, o Chang Jiang in cinese) venne ultimato in tutte le sue parti solo tre anni dopo dando origine a un lago con una superficie di oltre mille chilometri quadrati e lungo più di 600 km. Fin dall’inizio però ha diviso gli ambientalisti a causa degli enormi costi sociali e ambientali.

I primati
Non è la diga più alta, non è la più lunga, non è quella con il volume maggiore, non ha generato il bacino lacustre più grande ma la Diga delle Tre gole possiede un primato che da solo vale più di tutti quelli precedenti messi insieme: è la centrale idroelettrica con la maggiore potenza installata del mondo, pari a 22.500 megawatt, quasi il triplo della più grande centrale nucleare del pianeta (Kashiwazaki-Kariwa in Giappone) e quattro volte della più grande centrale a carbone (Taichung, a Taiwan) e della più grande a gas (Surgut-2, Russia). Da quando nel 2003 sono state installate le prime turbine a tutto il 2015 la centrale ha prodotto 900 mila terawattora con il record nel 2014 di 98,8 TWh. La centrale produce oggi meno del 2% di tutta l’energia elettrica cinese (la previsione era del 10%, ma dall’inizio del progetto la produzione elettrica cinese ha conosciuto un incremento esponenziale) e circa il 14% di quella idroelettrica.


ll 20 maggio del 2006 veniva avviato l’impianto faraonico della Diga delle Tre Gole: “gioiello” di acciaio e cemento alto 185 metri, costato finora 28 miliardi di dollari e 13 anni di lavori, oltre al sacrificio di 70 città e migliaia di villaggi, sommersi dall'acqua, con il conseguente drammatico trasferimento di più di un milione di abitanti (REUTERS/Reinhard Krause)

I vantaggi
La diga da quando è entrata nella piena capacità operativa evita di bruciare 31 milioni di tonnellate di carbone all’anno che avrebbero immesso nell’atmosfera 100 milioni di tonnellate/anno di gas a effetto serra e altre sostanze inquinanti come biossido di zolfo e ossidi di azoto, milioni di tonnellate di polveri e migliaia di tonnellate di mercurio. Inoltre la creazione del lago consente il trasporto di grandi chiatte che sostituiscono i più inquinanti camion impedendo altre emissioni inquinanti.

I problemi ambientali e sociali
Di fronte a questi dati, è difficile sostenere che la Diga delle Tre gole non sia un successo dal punto di vista ambientale. Però c’è il rovescio della medaglia, rappresentato dall’altissimo costo sociale che ha dovuto sopportare la popolazione della provincia dell’Hubei. Dall’inizio della costruzione circa 1 milione e mezzo di persone ha dovuto essere trasferito contro la propria volontà a causa della sommersione dei villaggi nei quali vivevano. Nel 2012 Pechino ha dovuto ammettere che oltre 5 mila aree intorno al bacino devono essere monitorate con attenzione per i rischi di frane e crolli, a valle della diga sono evidenti i fenomeni di erosione

una volta che non arrivano più i sedimenti trasportati dal fiume Azzurro (però è stato risolto il pericolo delle inondazioni). Senza contare che le Tre gole erano il posto più affascinante del corso del fiume che da sempre costituisce la “spina dorsale” della Cina, un simbolo profondamente radicato nella cultura cinese dove sono ambientate centinaia di storie e leggende che costituiscono da millenni il fulcro di quella civiltà. Tutto cancellato e sommerso dalle acque. Quindi una rimozione in nome della modernità e dell’efficienza di una parte importante dell’immaginario collettivo cinese.


Wen Guanglin con la moglie Fu Shaoxiang davanti alla loro casa con l’atto di proprietà rilasciato dal governo nel 1953, nonostante i molti tentativi di conservare la casa, che da 300 anni era la residenza della famiglia Guanglin, saranno costretti a cederla allo Stato. Tra le meglio conservate dell’antico borgo di Dachang verrà smantellata e ricostruita come tutto il villaggio, secondo l’ambizioso progetto governativo che mirava a salvare le preziose testimonianze del passato destinate a venire inghiottite dalle acque del bacino. Nelle foto che seguono i ritratti di alcuni abitanti della metropoli Chongqing, arrivati con l'esodo forzato dalle zone coinvolte dalla costruzione della diga delle tre gole (AP Images/Color China Photo/Da Shi)

Il futuro
Se potesse tornare indietro nel 1992, il governo cinese non darebbe più il via libera all’opera. I costi veri dell’opera non sono mai stati completamente chiariti, i 25 miliardi di dollari annunciati nel 2011 molto probabilmente sono di gran lunga stati superati anche grazie alla gigantesca corruzione che hanno generato i lavori. Senza citare i costi umani, la violazione dei diritti dei cittadini, i danni biologici, geologici e ambientali. Certo non va dimenticata la diminuzione delle emissioni inquinanti, ma la Cina stessa ha già imboccato un’altra strada. Sta investendo cifre enormi in energia eolica e solare ed è già diventato il Paese guida in queste due rinnovabili. La Diga delle Tre gole? Presto diventerà un monumento agli sprechi, agli errori di programmazione e di prospettiva. Come la Grande muraglia, sarà (quasi) superflua: buona sola ad attirare i turisti.

Il destino delle “guardie mediche”, i dubbi di sindacati e medici

La Stampa
angela nanni

Con il rinnovo dell’accordo collettivo nazionale della medicina generale gli studi dovrebbero restare aperti dalle 8 alle 24. Dalla mezzanotte si dovrebbe ricorrere al 118



È possibile che per i dottori di medicina generale qualcosa stia per cambiare radicalmente. Fino ad oggi eravamo abituati a recarci all’ambulatorio medico negli orari stabiliti dal professionista, con la consapevolezza che di notte, dalle 20 alle 8 del mattino di tutti i giorni feriali, nei prefestivi e nei giorni festivi, le urgenze erano invece assicurate dal medico di continuità assistenziale, noto come guardia medica.

La guardia medica già oggi non è presente in tutte le città, piccoli o grandi che siano. È disponibile nelle aree urbane più grandi; nei piccoli comuni ce n’è uno solo che copre più zone. Con il rinnovo dell’accordo collettivo nazionale della medicina generale e pediatria si dovrebbe assistere a un importante cambiamento: gli studi medici dovrebbero restare aperti dalle 8 alle 24, per 7 giorni su 7 non stop. Da mezzanotte alle 8 del mattino, per le urgenze resterà solo il 118 o il pronto soccorso.

Il modello di riforma prevede che i 16.500 professionisti della continuità assistenziale dovranno essere utilizzati per garantire le 16 ore di piena funzionalità degli studi medici. La riforma dovrebbe servire a evitare l’intasamento dei pronto soccorso che si trovano, comunque, a fronteggiare richieste di ogni tipo a tutte le ore. La speranza è che la consapevolezza di avere il proprio medico di base o i professionisti associati allo studio sempre a disposizione, per 16 ore al giorno, eviti di ricorrere al pronto soccorso anche per malesseri come una febbre improvvisa o un giramento di testa o un calo pressorio.

In questo modo il paziente per 16 ore al giorno avrà la consapevolezza che il proprio medico di base lo indirizzerà correttamente o lo curerà . Ma che succederà quando lo studio medico sarà chiuso? La continuità assistenziale non ci sarà più e quindi ci si dovrà rivolgere necessariamente al pronto soccorso o al 118: per chi vive in piccole realtà isolate, dunque, non ci sarà più neppure il conforto della guardia medica, ma solo la certezza di dover percorrere molti km per arrivare al più vicino ospedale e trovare assistenza e magari, dove verrà anche messo in interminabile attesa con un codice bianco o verde perchè afflitto da un disturbo minore.

Secondo i sindacati : «Se tale progetto dovesse essere attuato, i medici del 118 dovrebbero occuparsi anche di febbre, mal di pancia, mal di schiena, con il rischio di lasciare scoperto quel paziente a cui il 118 può salvare la vita. Inoltre per qualunque malore notturno il cittadino rischia di andare al pronto soccorso.

Con l’ipotesi di attuazione del modello H16, le aggregazioni funzionali territoriali (AFT) ed il ruolo unico, piuttosto che un’importante opportunita’ di crescita, rischiano – proseguono – di diventare uno strumento per circoscrivere, in un ambito sempre più ristretto, il potere decisionale, l’autonomia gestionale e le aspettative di una parte dei medici di Medicina Generale (gli attuali Medici della Continuita’ Assistenziale, ex-Guardia Medica)». Sempre a proposito della questione il Presidente dell’Acoi (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani ha affermato: «Con le sedici ore avremo bisogno dei letti a castello nei pronto soccorso.

Il provvedimento che punta a ridurre l’assistenza della guardia medica a sole sedici ore, lasciando scoperta la fascia notturna, provocherà un ulteriore intasamento dei pronto soccorso che, a quel punto, rischieranno il collasso. E’ necessario lavorare ad una rete territoriale che funzioni h24 per le urgenze gestibili in ambulatorio. Pensare all’eliminazione delle guardie mediche senza rafforzare adeguatamente i reparti d’urgenza degli ospedali è un’operazione controproducente e potenzialmente molto rischiosa».

Il 18 maggio durante il question Time alla camera il Ministero Lorenzin ha però puntualizzato «L’Italia è lunga e stretta e ci sono realtà montane e con piccoli presidi territoriali che hanno necessità di una copertura. E quindi noi ci rendiamo conto che possa essere necessario ampliare la continuità assistenziale anche nella fascia oraria dalle ore 24 alle 8 dove a livello nazionale si registra il più basso numero di chiamate. Al fine di verificare questo aspetto e di verificare questo Atto d’indirizzo non trovi delle discrepanze a livello territoriale ho chiesto ai miei uffici di approfondire i temi della garanzia della continuità assistenziale nelle ore notturne e nei fine settimana, soprattutto in riferimento a quelle zone di territorio che si trovano più lontane dai pronto soccorso».