lunedì 23 maggio 2016

Moncenisio, quei relitti del passato riemersi dalla diga senz’acqua

La Stampa
andrea rossi

L’invaso sul confine italo-francese è stato prosciugato per i lavori di manutenzione. Sul fondo i resti di una strada napoleonica, di vecchi impianti idraulici e di bunker



La vecchia casa del guardiano sta per tornare all’oblio da cui riesce a sottrarsi ogni vent’anni. L’acqua lambisce le fondamenta, sale ora dopo ora. Tra pochi giorni sarà di nuovo parte del mondo sommerso, e con lei le case, l’Ospizio, le fortificazioni, i ponti e le vecchie dighe. Ogni vent’anni, al confine tra Italia e Francia, c’è un piccolo mondo che riemerge dagli abissi e per poche settimane si gode la sua rivincita sul progresso che l’ha letteralmente affondato cinquant’anni fa, quando fu deciso che la diga al colle del Moncenisio andava ampliata,

trasformata in un bacino capace di custodire 320 milioni di metri cubi di acqua, sommergendo una storia lunga mille anni. Motivi di sicurezza impongono di svuotare quest’immenso bacino per consentire una radicale manutenzione e verificare la tenuta delle pareti. Il lago si prosciuga poco alla volta e dopo venti giorni è un cratere lungo quasi due chilometri, largo 400 metri e alto 120 da cui affiorano relitti di ogni genere.

È un attimo: Edf, la società francese che gestisce la diga, ha cominciato i lavori a febbraio e ha vietato l’accesso alla diga, ma solo dal versante italiano. A cantiere ultimato il divieto è stato revocato ma l’invaso ha immediatamente cominciato a riempirsi d’acqua. Entro pochi giorni sarà quasi inaccessibile. Tra due mesi il cratere sarà di nuovo lago, l’acqua tornerà al livello di quella lunga linea verde che normalmente segna il confine tra il sommerso e l’emerso.

Nel cuore della diga non esistono sentieri, solo i resti delle costruzioni di un tempo, i ponti che servivano per passare da una parte all’altra dei vecchi invasi e a cui ora decine di persone si affacciano per ammirare un paesaggio lunare a 2 mila metri d’altezza. Si scende dentro un cratere irregolare, fatto di massi lunghi, piatti appuntiti, sabbia scura, terra arsa, crepata e bianca, melma fangosa in cui si può sprofondare e non riemergere più. Si incontrano i resti della civiltà e dell’uomo moderno: i fortini da cui i soldati presidiavano il valico (un tempo la

più veloce arteria di collegamento tra Italia e Francia), i bunker utilizzati durante la seconda guerra mondiale, il sentiero detestato da Napoleone, seccato da questa strada che aveva rischiato di bloccare l’avanzata del suo esercito, l’Ospizio che ristorava e riparava i viandanti dalla tormenta, i vecchi impianti idraulici, le carrucole arrugginite, ma anche resti di canoe, copertoni, pneumatici. L’opera dell’uomo resiste, ma ogni volta che riemerge si scopre più fragile: il vecchio campanile non c’è più, alcune case si sono sgretolate.

La diga ha travolto la storia e rischia anche di sommergere la memoria: per questa ragione gli abitanti della Val Cenischia si battono contro l’oblio. A Venaus, mille abitanti, stanno cercando di raccogliere e raccontare questo capitale umano: organizzano escursioni, realizzeranno un percorso per raccontare con affreschi la storia del valico e dei personaggi (papi, condottieri, imperatori) che l’hanno attraversato, hanno assoldato storici e naturalisti per catalogare la storia e le bellezze di questa terra.

Ancora per un po’ il grande lago lascerà ammirare le sue nudità: affiorano i cunicoli che permettono ai guardiani di raggiungere ogni angolo della diga, le immense fauci delle gallerie che tra pochi giorni ricominceranno a sputare l’acqua prelevata dalla corona di montagne circostanti. In questi giorni il vallone è attraversato da centinaia di alpinisti. Ogni giorno che passa un pezzo di questo mondo torna sott’acqua. E non affiorerà più per almeno dieci anni: l’ultimo svuotamento risale al 1996, il prossimo nel 2026 perché la legge impone manutenzioni ogni dieci anni.

Ferrara chiede gli arretrati Imu, la Chiesa deve 100 mila euro

La Stampa
antonio pitoni

Lettera del vescovo a Renzi: “Intervenga o chiuderemo le scuole



Il caso lo solleva la Curia di Ferrara. E non è di poco conto. Perché l’impatto potrebbe allargarsi ben oltre i confini del capoluogo estense. Il nodo riguarda l’estensione della vecchia Ici, poi sostituita dall’Imu, anche agli immobili di natura commerciale della Chiesa, per di più con efficacia retroattiva. Una questione sollevata da una decina di parrocchie ferraresi alle quali il Comune ha chiesto il conto degli arretrati Ici risalenti al 2010. Una cifra che, secondo i calcoli dell’economo della Curia, don Graziano Donà, dovrebbe aggirarsi intorno ai 100 mila euro. Un salasso, che ha spinto l’arcivescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, a scrivere una lunga lettera-appello al presidente del Consiglio Matteo Renzi per contestare la richiesta di pagamento e sollecitarne l’intervento.

È un vero e proprio allarme quello sollevato nella missiva, pubblicata anche sul sito web dell’alto prelato. E nella quale si sottolinea come l’applicazione della tassa, richiesta anche per gli anni pregressi, da parte del Comune di Ferrara dopo le sentenze della Cassazione sugli immobili della Chiesa ad uso commerciale, renderebbe «precaria l’esistenza stessa di molte scuole, a partire dalle scuole paritarie dell’infanzia». Un tema delicato, perché si tratta di attività che, se da un lato vengono qualificate come commerciali dall’altro rappresentano anche un servizio per il territorio. Per questo, l’arcivescovo si è appellato direttamente alla coscienza di Renzi, «di cittadino ancor prima che di cristiano», per promuovere «norme che non lascino margini interpretativi sfavorevoli».

Una vicenda che, al di là del singolo caso concreto, pone tuttavia una questione più ampia. Uscire dall’opacità di una normativa sulla materia che, di fatto, lascia alla giurisprudenza il compito di stabilirne i criteri di applicazione. Un limite che neppure il passaggio dall’Ici all’Imu è riuscito a superare. E, come spesso capita, per fare chiarezza, c’è voluto l’intervento, l’estate scorsa, proprio della Corte di Cassazione. Intervenuta con una pronuncia, in via definitiva, su un procedimento avviato dal Comune di Livorno che, nel 2010, aveva inoltrato avvisi di accertamento per omessa dichiarazione e omesso pagamento dell’Ici per 420 mila

euro (tra Ici 2010-2011 e Imu 2012), relativi al periodo 2004-2009, a carico di alcuni istituti del comprensorio. Se in primo e in secondo grado i giudici avevano dato torto all’amministrazione comunale, respingendo le richieste di pagamento, la decisione è stata ribaltata dai magistrati del Palazzaccio. Poiché gli utenti di una scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza (la retta), è il senso della sentenza, tale attività va considerata di carattere commerciale «senza che a ciò osti la gestione in perdita».

Insomma, per avere diritto all’esenzione, non basta la natura non commerciale dell’ente proprietario né che l’immobile sia destinato esclusivamente ad attività di valore caritatevole o sociale. È sufficiente, secondo il recente indirizzo della Suprema Corte, il pagamento di una retta, come nel caso delle scuole paritarie, per giustificare l’obbligo di versare la tassa. Anche se la scuola non produce utili e, anzi, dovesse chiudere l’esercizio in perdita. Un indirizzo rispetto al quale la Chiesa eccepisce che, retta o non retta, quella svolta dalle scuole paritarie è comunque un’attività senza fine di lucro.

E che ora, per effetto degli arretrati Ici-Imu, molti istituti potrebbero essere costretti a chiudere i battenti. A meno di un intervento del legislatore sulla materia che riscriva le regole in maniera chiara. Lasciando meno spazio interpretativo alla magistratura.

L'accusa durissima alla Boldrini sull'Islam: "Perché sta per giustiziare gli italiani"

Libero

L'accusa durissima alla Boldrini sull'Islam: "Perché sta per giustiziare gli italiani"

In Italia, per volontà di Laura Boldrini, sarà vietato criticare l'Islam e il risultato potrebbe essere drammatico. Ad attaccare la "presidenta" della Camera è Magdi Cristiano Allam, islamico convertito al cristianesimo e strenuo difensore delle libertà occidentali. Sul Giornale Allam ricorda come la vera minaccia per la nostra civiltà laica e liberale non siano tanto i "tagliagole" dell'Isis, che forse sconfiggeremo con le bombe, quanto i "taglialingue": coloro, cioè, che sono riusciti "a imporci la legittimazione dell'islam a prescindere dai suoi contenuti ed ora sono mobilitati per codificare il reato di islamofobia, un'autocensura nei confronti dell'islam". Una linea, quella della Boldrini, che segue quanto accreditato da Nazioni Unite, Unione Europea e Consiglio d'Europa e che, sottolinea Allam, "comporterà sanzioni penali e civili per chiunque criticherà e condannerà l'islam come religione".

Colpo di grazia all'Italia - "È singolare - attacca l'editorialista - che siamo in un'Italia e in un'Europa dove chiunque può dire di tutto e di più sul cristianesimo, su Gesù, sulla Chiesa e sul Papa, senza che succeda nulla perché viene ascritto alla libertà d'espressione, mentre ci siamo auto imposti di non dire nulla sull'islam, su Allah, su Maometto e sul Corano perché urta la suscettibilità dei musulmani, perché abbiamo paura della loro reazione violenta che si ritorce indiscriminatamente contro tutti i cristiani nel mondo".

Una domanda alla Boldrini allora è d'obbligo: "Dal momento che i cristiani sono in assoluto i più perseguitati al mondo per la loro fede, perché mai tra le categorie che sostanzierebbero il reato di incitazione all'odio non compare la cristianofobia?". Lei e l'Unione europea, conclude Allam, "promuovono l'invasione di milioni di clandestini musulmani" che a loro dire "rigenererebbero la vita e la civiltà dell'Italia. In questo contesto il reato di islamofobia si rivelerebbe il colpo di grazia all'Italia e agli italiani".


Il delirio finale, Laura Boldrini se la prende col Papa: come lo ha bacchettato (mani nei capelli)

Libero
14 Maggio 2016

Laura Boldrini

È stato sufficiente che Papa Francesco aprisse al diaconato alle donne per scatenarla. Il presidente della Camera, Laura Boldrini, non vedeva l’ora di mettere in scena una nuova puntata della sua ossessione femminista. E così ha persino bacchettato il Santo Padre: non si dice «donna diacono» - ha precisato - ma «diacona».

Del resto bisogna capirla, è l’unico segno tangibile del suo passaggio (ormai sono più di 3 anni) sullo scranno più alto di Montecitorio.

Vittorio Feltri, lettera a mister Inps: "Spieghi ai pensionati dove sono i loro soldi"

Libero

Sappiamo che Tito Boeri, presidente della Previdenza sociale, ce l' ha con Libero perché gli fa le pulci. Ciò che lo ha mandato su tutte le furie è il fatto che abbiamo svelato le magagne dell' ente, tra cui il particolare che egli si è preso 500 metri quadrati in piazza Colonna a Roma per crearsi il proprio ufficio (il cui affitto varrebbe 500 mila euro all' anno, circa). Non è il caso che egli si irriti. Noi descriviamo la realtà che non è mai offensiva.

Se, eventualmente, le cronache e le inchieste di Libero fossero lacunose, dato che l' esattezza è divina e non di questo mondo, sarebbe diritto di Boeri fornire delle precisazioni che finora però non ci sono pervenute. Non vorremmo che egli, per ritorsione, minacciasse di sfrattare il quotidiano Il Tempo dallo stesso edificio di piazza Colonna, sede della redazione. Sarebbe meschino che ciò avvenisse per iniziativa del capo dell' Inps, i cui problemi sono assai più gravi di questo.

Boeri deve spiegare non a noi ma agli italiani, per quale motivo ogni due per tre annuncia di dover tagliare le pensioni, quando è noto che i soldi non mancherebbero se non fossero sprecati dall' Istituto per finalità diverse da quelle che gli competono. Questo giornale ha denunciato che l' Inps possiede un patrimonio immobiliare mostruoso (valore parecchi miliardi) gestito da cani: appartamenti occupati abusivamente da gente che non salda la pigione, altri appartamenti vuoti o dati in locazione (presumibilmente a raccomandati o amici degli amici) a prezzi stracciati.

Il Presidente non ha sentito l' esigenza di rendere conto di questo scandalo, visto che gli edifici in questione sono stati acquistati con i soldi dei pensionati a cui ora si pretende di decurtare l' assegno mensile. Dottor Boeri, le sembra giusto trattare i quattrini dei lavoratori di ieri e di oggi in questo modo, come se fossero quelli delle prostitute?

Non è finita. Attingendo alle casse previdenziali, lei concede oboli sociali a chi non ha mai versato contributi; regala pensioni minime ai familiari ricongiunti degli extracomunitari, i quali familiari poi tornano al loro Paese e lì, coi denari ricevuti dall' Inps, vivono come pascià, ovviamente alle spalle dei nostri compatrioti che ogni mese sganciano direttamente dalla busta paga contributi da capogiro. Siamo di fronte ad uno sperpero gigantesco.

Perché, lei Presidente, non si adopera per separare la Previdenza, che è sostenuta dai lavoratori di cui sopra, dall' assistenza cui dovrebbe farsi carico lo Stato utilizzando i fondi della fiscalità generale? Nossignori, lei non fiata se non per ribadire che occorre ridurre gli assegni ai pensionati in regola coi contributi. Si faccia coraggio, dica la verità al popolo defraudato.

Dica apertamente che il suo ente è creditore per miliardi e miliardi di numerose aziende, specialmente del Sud, che non versano i contributi dei loro dipendenti. Perché l' Inps non è in grado di riscuotere quanto gli è dovuto? I suoi funzionari sono inetti o complici dei debitori? Dia delle risposte, caro Presidente, invece di strizzare le tasche a chi, dopo anni di fatica, è andato in quiescenza.

I pensionati non rubano niente.

Hanno il diritto di vedersi restituiti i soldi versati ogni mese per decenni e di cui la Previdenza si è impossessata illegittimamente per comprare case destinate alle clientele della casta, ai furbetti e ai prepotenti oppure usati per scopi inconfessabili. Per esempio, pagare il bonus vacanze ai figli dei papaveri statali (la notizia è recente). Da lustri, la Previdenza spende e spande i capitali dei pensionati per compiacere tutte le categorie di fortunelli tranne i pensionati stessi, che sono i padroni della cassaforte riempita con il frutto dei loro sacrifici.

Da lei Presidente, attendiamo precisazioni, non minacce e ritorsioni. Intanto, le auguriamo una buona domenica di riflessioni.

di Vittorio Feltri

L'ufficio di lusso di Mister Inps Boeri è pagato dai pensionati

Libero

L'ufficio di lusso di Mister Inps Boeri è pagato dai pensionati

Se cerchi Tito Boeri, il presidente dell'Inps epocale fustigatore di costumi, non bussare alla porta della sede centrale dell'istituto di previdenza, lassù all'Eur, in via Ciro il Grande. Non lo troveresti, perché da qualche mese il prof ha deciso che si vive meglio in una sede centrale di rappresentanza. E che sede! Palazzo Wedekind, piano nobile, di fronte al magnifico terrazzo che si affaccia su piazza Colonna.

Da lì Boeri può sorridere con simpatia al suo dante causa, Matteo Renzi, il dirimpettaio di palazzo Chigi. Fra arazzi, stucchi, marmi e mosaici di grande valore, Boeri si è fatto il proprio ufficio di rappresentanza, da cui è assai più facile mantenere stretto il cordone ombelicale con i palazzi del governo e con tutta la politica: la Camera dei deputati è giusto sul retrobottega, in piazza Montecitorio.

Siccome da quelle parti è assai difficile parcheggiare l'auto, e ogni metro di strada pullula di divieti di sosta con decine di vigili in servizio, Boeri ha pensato bene di risolversi pure quel problemino: sul retro del palazzo, proprio in piazza Montecitorio, si è ricavato con i lavori di ristrutturazione un piccolo box per la sua auto di servizio. Chi ha fatto i lavori non deve avere preso bene le misure, perché il povero autista del presidente dell'Inps lì riesce entrare con grande fatica.

Le prima volte sembrava di essere sul set di un film comico: il poveretto entrava, e non riusciva più a venirne fuori. Poi si è trovata l'idea vincente: ingresso in retromarcia, e uscirne quando Boeri ha fretta o qualche appuntamento distante, è gioco da bambini. Il passaggio resta comunque stretto, e talvolta la fiancata dell'auto del presidente ne ha patito le conseguenze. Ma almeno non si rischia di restare in trappola. Peraltro l'auto è una berlina di media cilindrata, per non dare troppo nell'occhio mentre si sfila in piazza. Lì un comune mortale non potrebbe arrivare, e carabinieri e poliziotti che circondano Montecitorio ogni volta debbono aprire le barriere per farlo passare.

Il palazzo ottocentesco è maestoso, e il proprietario è proprio l'Inps. Ma nessun dirigente dell'istituto di previdenza vi aveva mai messo piede. Perché dal 1945 era sede del quotidiano Il Tempo, fondato da Renato Angiolillo. All'epoca al piano nobile c'era proprio il direttore e fondatore del quotidiano romano, e nel grande salone circondato da quella terrazza su piazza Colonna c'era parte della redazione del quotidiano romano. Così fu anche nei primi anni della direzione di Gianni Letta, che nel palazzo lavorava già come amministratore della società editrice del quotidiano.

Proprietario era l'Inps, che incaricò poi la Igei (controllata al 51% e in liquidazione infinita dal 1996) di riscuotere la ricca pigione. Il Tempo occupava piano nobile e gli altri tre piani sopra. Quindi la redazione si trasferì al quarto piano, e proprio lì c'era il solo inquilino che non facesse parte della società editoriale: l'antico portiere in carico all'Inps che ebbe l'attico (fra più straordinari di Roma per posizione) fra i benefit dell'assunzione. Quando il poveretto chiuse gli occhi, il benefit è passato in eredità a moglie e figli. Che hanno resistito anche a un primo timido sfratto da parte del padrone di casa, come ai vari e inutili tentativi di alzare un pizzico la pigione, assai simbolica.

Dal Tempo invece l'Inps riceveva ogni anno un affitto salito fino a 1,5 milioni di euro. Negli ultimi anni però la crisi si è fatta sentire sui bilanci della società editrice, e qualche fitto è rimasto indietro. Quando ancora a guidare l'istituto di previdenza c'era Tiziano Treu è stato fatto un accordo fra le parti: rateizzazione del dovuto e riduzione degli spazi locali, lasciando a disposizione della proprietà primo e secondo piano. L'Inps per prima cosa ha iniziato a ristrutturare i locali e anche gli spazi comuni, oltre a recuperare dai locali della antica tipografia proprio quel box auto di cui si parlava. Cosa farne dopo non era ancora deciso. Si sarebbe potuto affittarli ai non pochi pretendenti.

Anni fa, ad esempio, si erano innamorati di quel piano nobile il proprietario di Wind, l'egiziano Naguib Sawiris e il suo amministratore delegato Luigi Gubitosi. Il mercato sicuramente non mancava. Insomma, si sarebbe potuto incassare assai di più dei 550-600 mila euro valutati per quella porzione di palazzo nel contratto con Il Tempo. Però le vicende della politica ci hanno messo il loro zampino. Prima che la ristrutturazione fosse finita, Renzi ha congedato Treu e messo in sella Boeri. A lavori ultimati il presidente dell'Inps ha deciso che proprio quello dovesse essere il suo ufficio di rappresentanza.

Con una doppia conseguenza negativa per i bilanci dell'istituto di previdenza: la prima, quella del mancato incasso dei 550-600 mila euro annui di pigione (e forse di più, si fosse fatta l'asta tra i vari pretendenti). La seconda, quella di avere dovuto trasformare quella porzione di palazzo da immobile messo a reddito a immobile strumentale: in questo modo è stato tolto dal mercato, non potrà finire nei fondi immobiliari a cui erano destinati i mattoni dell'Inps e non potrà essere venduto. Qui il danno è assai più salato per l'istituto di previdenza e di conseguenza per i pensionati assistiti. Ma che importa? Ora il presidente può affacciarsi davanti a palazzo Chigi e sorridere festoso a chi l'ha nominato...

di Fausto Carioti