mercoledì 25 maggio 2016

BSA: la pirateria cala in Italia, ma un software su due resta senza licenza

La Stampa

Un dato ancora allarmante, soprattutto se paragonato alla media europea pari al 28%



Più gentiluomini, meno – ma ancora troppi – pirati. Secondo i dati del Global Survey della BSA (Business Software Alliance), l’alleanza mondiale dei produttori di software, la percentuale di software illegale impiegato nel nostro Paese è calata – dal 2013 al 2015 – di due punti, dal 47 al 45 per cento. Nel concreto, insomma, quasi la metà è installata senza autorizzazione. Un dato ancora allarmante se paragonato alla media europea pari al 28 per cento.

E ancora più allarmante considerando che – è stato provato nella ricerca – c’è uno stretto collegamento tra l’impiego di software pirata e l’esposizione a rischi di intrusioni da parte di hacker, che nel solo 2015 hanno causato danni e spese per 400 miliardi di dollari. «È un risultato che ci fa molto piacere in quanto premia il lavoro svolto dal BSA nel nostro Paese in questi anni», commenta Paolo Valcher, presidente del Comitato italiano del BSA, che parla comunque di «dato inaccettabile per una nazione evoluta e moderna quale l’Italia,» e anche di ulteriore «freno alla ripresa della nostra economia e dell’occupazione qualificata».

«Come sottolinea il rapporto, è cruciale che un’azienda sia ben consapevole di che software è installato sulla sua rete», osserva Victoria Espinel, presidente e CEO di BSA. «Mentre sappiamo che invece molti CIO – i chief information officer, manager responsabili della funzione aziendale tecnologie dell’informazione e della comunicazione – spesso ignorano la reale composizione del parco software installato, come anche la sua legalità o meno».

Più in generale, la ricerca parla di un tasso di illegalità nel software stimato al 39 per cento a livello mondiale, in calo dal 43 per cento rispetto alla precedente edizione della ricerca, nel 2013. Il software pirata è risultato elevato persino in settori imprevedibili come quello bancario, assicurativo e finanziario (25 per cento).

Addio (più o meno) ai 140 caratteri: Twitter dà più spazio agli utenti

Corriere della sera

di Martina Pennisi

L’attesa modifica è arrivata: si potranno inserire immagini, video o sondaggi senza incidere sullo spazio a disposizione. La novità sarà disponibile nei prossimi mesi

 



Adesso è ufficiale: Twitter interviene sul limite dei 140 caratteri. E lo fa senza scontentare nessuno, soprattutto i puristi della piattaforma. Come si vocifera dallo scorso gennaio, il microblog ha deciso di ampliare lo spazio a disposizione senza perdere del tutto la sua caratteristica distintiva. Il tetto, sostanzialmente, rimane.
Più spazio
La novità risiede nella possibilità di corredare il cinguettiio con il nome di un altro account (solo nel caso in cui si stia rispondendo allo stesso), con foto, Gif, video, sondaggi e citazioni di altri tweet senza perdere caratteri preziosi.
Addio al puntino (.@)
Si potrà, inoltre, chiamare in causa un altro utente a inizio messaggio senza dover mettere il puntino davanti alla chiocciola: tutte le citazioni saranno (potenzialmente) comunque visibili all’intera lista di follower.
Gli auto-retweet
E ancora, si potrà retwittare o citare anche le proprie esternazioni. Le modifiche saranno disponibili nei prossimi mesi. Continueranno, invece, a essere conteggiati i link e non è arrivata l’attesa possibilità di modificare in corsa quanto digitato e condiviso, come consentito da Facebook. Jack Dorsey, il co-fondatore tornato al timone della sua creatura lo scorso giugno, ha fatto capire al Wall Street Jorunal di considerare l'auto-citazione l'escamotage per «tornare indietro, guardare i propri tweet, correggerli o commentarli».
I problemi da risolvere
«Non stiamo rinunciando all'idea che Twitter viva l'istante. La brevità, la velocità e la possibilità di dialogare in tempo reale — cioè essere in grado di pensare qualcosa e condividerla col resto del mondo istantaneamente — sono per noi sono prioritari», ha tenuto a sottolineare Dorsey. L'obiettivo, in realtà, è forse l'unico aspetto non in discussione e portato a termine nel miglior modo possibile. Non a caso, quando si parla di commenti in tempo reale sull'attualità, Facebook si trova nell'inedito ruolo di inseguitore con la sezione Trending, non ancora disponibile in Italia e finita nell'occhio del ciclone per la presunta manipolazione delle notizie legate ai conservatori.

I problemi di Dorsey rimangono la crescita (e la partecipazione) degli utenti attivi, che hanno toccato in aprile quota 310 milioni, e la monetizzazione, con l'ultima trimestrale che non ha convinto gli analisti. La novità annunciata oggi, che con l'introduzione dell'algoritmo è la più importante dei primi dieci anni di vita della piattaforma, prova a tamponare la prima falla: più spazio e più libertà nell'inserimento di contenuti dovrebbero garantire maggiore interazione.

@martinapennisi
24 maggio 2016 (modifica il 24 maggio 2016 | 17:34)

Gli italiani e le bugie. La vergogna del silenzio

Angelo Crespi

La colonna di località Magnaboschi, sull'altipiano di Asiago, segna il punto di massima penetrazione nemica durante la Grande Guerra
La colonna di località Magnaboschi, sull’altipiano di Asiago, segna il punto di massima penetrazione nemica durante la Grande Guerra

Come si tramanda la memoria? E come uno Stato dovrebbe farlo? Come per il centenario della prima Guerra mondiale, nel 2015, le commemorazioni di un caposaldo della nostra identità restano vaghe e così ogni anno, nel tempo. Eppure 650mila soldati morti, spesso caduti dopo atti di eroismo (dimenticati), dovrebbero essere sufficienti come atto fondativo di una Nazione.

Per motivi storici che si conoscono, gli italiani temono invece il ricordare, preferiscono le bugie, sommamente le bugie storiche. Sull’Altopiano di Asiago, in località Magnaboschi, tra Lemerle e Zovetto, si erge ancora la colonna romana (eretta negli anni Trenta e non dobbiamo vergognarcene) che segna il punto di maggior penetrazione nemica.

Intorno, un breve tratto di montagna, pochi metri, che fu conteso aspramente per due anni ed è considerato le Termopili della fanteria italiana, dove nel 1916 si sacrificarono e centinaia per bloccare la definitiva avanzata degli austriaci alla pianura. Nel 1918 la zona fu presidiata da unità inglesi che sostennero l’ultima offensiva nemica.

Il cimitero inglese, gestito direttamente dal Commonwealth, è il miglior esempio di lapidaria essenza di una Nazione: 180 caduti, ognuno ricordato con una pietra di marmo scolpita con lo stemma del battaglione e le generalità del soldato. Di fronte, nel cimitero italiano in cui sono sepolti confusamente anche gli austrungarici, i cippi in legno e le targhette in plastica sono la plastica dimostrazione di un Paese ancora da fare.

Australia, le offerte per i giovani

Corriere della sera

di Anna Maria Catano

Ventimila under 30 italiani ogni anno richiedono il visto da 12 mesi. Le opportunità



Sogno... Australia, canterebbero oggi i Dik Dik. I padri pensavano alla California, i figli guardano alla terra dei canguri. Ad una grande nazione che offre standard di vita alti, un contesto sicuro e molte opportunità di lavoro e impresa. Secondo stime recenti gli under 30 italiani che ogni anno richiedono il working holiday visa (whv) sono circa 20 mila. Il whv, che permette di risiedere in Australia per dodici mesi consecutivi, ha però molti vincoli: si può lavorare per tutto l’arco dell’anno, ma non essere impiegati per più di sei mesi presso lo stesso datore di lavoro.

Si può studiare, ma esclusivamente per un massimo di 4 mesi. Inoltre per ottenere il rinnovo sono obbligatori 88 giorni in una farm (azienda agricola locale) o nell’industria mineraria. E tuttavia per i backpakers, i ragazzi con lo zaino sulle spalle, — quelli che partono con pochi soldi e talvolta troppe aspettative — si tratta di una straordinaria esperienza che può anche trasformarsi in una prospettiva a lungo termine.

«Ad Adelaide molti italiani trovano lavoro nei pub, nei ristoranti, negli alberghi o nell’edilizia» racconta Daniela Di Monaco del Satc, South Australian Tourism Commission. «Poi ci sono i contratti stagionali: Il South Australia in particolare è terra di vigneti e frutteti. I più avventurosi raggiungono invece i resort dell’outback o s i di r igono nel le fattorie dei Flinders Rangers» (www.southaustralia.com). Un network agile è quello dei youth hostels, gli ostelli dove s’incrociano anche domanda e offerta di lavoro (www.yha.com.au).

L’Australia è, poi, ancora terra di pionieri. C’è chi parte per cercare opali e chi fa la guida a Kangoroo Island. Esperienze comunque impegnative che non possono essere considerate con leggerezza. I candidati devono sapere che un buon livello d’inglese è indispensabile (altrimenti le possibilità si limitano alle mansioni più umili) e che le ore di lavoro saranno molte. Al contrario le retribuzioni sono alte. Così non sono solo i giovani ad essere allettati. Anche molto professionisti volano dall’altra parte del mondo. I 60 mila working visa rilasciati dal Dipartimento immigrazione però sono più costosi.

Sul sito governativo www.border.gov.au c’è la Skilled Occupation list 2016, elenco aggiornato di offerte di lavoro qualificate. Si cercano soprattutto medici, chimici, veterinari, ingegneri. Attualmente l’amministrazione offre 756 vacancy, l’agricoltura 108, i servizi alla clientela 341, il turismo 1032, la logistica 1176, industria estrattiva 1010. Due riferimenti preziosi: il Nomit, associazione che sostiene l’immigrazione italiana, e www.justaustralia.it che offre consulenza gratuita a chi progetta di metter radici down under.

24 maggio 2016 (modifica il 24 maggio 2016 | 12:20)

Benevento, sequestrate case e 13 auto a prete: “Chiedeva soldi a immigrati in cambio di accoglienza”

ilfattoquotidiano.it
di F. Q. | 24 maggio 2016

La misura preventiva è stata applicata ai beni del sacerdote don Giuseppe Giuliano, ex parroco di Limatola, "perché ritenuto soggetto abitualmente dedito a delinquere e a vivere, almeno in parte, dei proventi delle proprie attività illecite". Secondo l'accusa ha guadagnato circa un milione e mezzo di euro

Benevento, sequestrate case e 13 auto a prete: “Chiedeva soldi a immigrati in cambio di accoglienza”

Tredici auto di cui 7 d’epoca (e parcheggiate nei locali della canonica), un immobile di pregio a Cimitile in provincia di Napoli e diversi conti bancari. Sono questi i beni che la Procura di Benevento, retta dal procuratore Giovanni Conzo, ha sequestrato in via preventiva al sacerdote don Giuseppe Giuliano, ex parroco di Limatola, “perché ritenuto soggetto abitualmente dedito a delinquere e a vivere, almeno in parte, dei proventi delle proprie attività illecite”. Che, secondo le indagini, hanno fruttato circa un milione e mezzo di euro.

Le indagini, eseguite dalla Guardia di Finanza di Benevento, sono iniziate nel 2014, quando il sacerdote era stato oggetto di attenzione investigativa da parte della procura sannita: una serie di perquisizioni ne avevano messo in luce diversi reati tra cui l’estorsione, realizzata con l’aiuto di pregiudicati, oltre che un’intensa attività di prestiti di denaro con elevati tassi di interesse.

Secondo la testimonianza di alcuni cittadini extracomunitari che abitavano nei locali della sua parrocchia senza regolare contratto, poi, si è scoperto che don Giuliano era arrivato a staccare loro l’energia elettrica a seguito del ritardo nel pagamento dell’affitto. In un caso lo aveva fatto anche la notte di Capodanno del 2013, lasciando la famiglia “morosa” senza luce per qualche giorno.

A Stonehenge, gli studenti svelano il mistero della costruzione del cerchio megalitico

La Stampa
vittorio sabadin

Gli allievi dell’University College di Londra hanno dimostrato che poche persone possono trasportare per lunghe distanze pietre molto pesanti



Il misterioso cerchio megalitico di Stonehenge non è stato così difficile da costruire come sembrava. Gli studenti dell’University College di Londra hanno dimostrato, sul prato della scuola, che poche persone possono trasportare per lunghe distanze pietre molto pesanti servendosi di tecnologie preistoriche, e in un lasso ragionevole di tempo.

Da anni gli studiosi si domandano come abbiano fatto tribù neolitiche di 4000-5000 anni fa a trasportare monoliti del peso di alcune tonnellate fino alla piana di Salisbury, in Inghilterra, dai monti Preseli che si trovano nel Galles, a più di 200 chilometri di distanza. Una slitta su cui caricare le pietre. Gli studenti dell’UCL, guidati dal professor Mike Parker-Pearson, uno dei maggiori esperti di Stonehenge, hanno realizzato una slitta a forma di “Y”, sulla quale hanno caricato una pietra non così pesante come quelle del sito di Salisbury, ma comunque imponente.

Trainando la slitta sopra a tronchi di legno, disposti come le traversine di un binario ferroviario, hanno scoperto che bastano una decina di persone per fare avanzare il megalito di circa un miglio (1,6 km) all’ora. L’esperimento è stato condotto in piano e in condizioni ideali, ma ha dimostrato che un centinaio di persone inviate sui Preseli da tribù che ne contavano migliaia avrebbe potuto benissimo trainare le pietre di Stonehenge fino a Salisbury in un tempo ragionevole.



Le pietre potrebbero anche essere trasportate via mare. I cerchi megalitici del Wiltshire, visitati ogni anno da migliaia di persone, sono composti da blocchi di 30-40 tonnellate di arenaria silicea molto dura, scavata a 30 chilometri di distanza dal sito. Le pietre provenienti dai Preseli sono invece quelle del cerchio interno, più piccole, che pesano circa quattro tonnellate e sono composte di dolorite e riolite. I percorsi seguiti per trasportarle, secondo il professor Parker-Pearson, possono essere stati tre: uno interamente terrestre, uno costiero lungo la costa del Galles e poi terrestre, e uno interamente navale con il periplo della Cornovaglia e un breve tratto sulla terra.

Gli studenti si sono ispirati a società pre-industriali come le tribù Maram Naga dell’India, che utilizzavano simili slitte per trasportare grandi pesi, e a strutture analoghe ritrovate in Giappone e in Cina. Se uno dei misteri di Stonehenge è stato risolto, restano tutti quelli legati al significato dei cerchi megalitici e al loro utilizzo. Saranno i più difficili da risolvere: ogni interpretazione legata alla disposizione delle pietre è infatti discutibile, visto che i magaliti del sito sono stati rimessi in ordine in epoca Vittoriana, seguendo un progetto immaginario probabilmente molto lontano da quello originale.

I misteriosi Cerchi delle Fate in Namibia

La Stampa
livia fabietti (nexta)

Uno dei più grandi enigmi della natura viene svelato dalla rivista Science.



Chiunque abbia avuto modo di misurarsi con il fascino di realtà mozzafiato come la Namibia , inevitabilmente è tornato a casa con un senso di “nostalgia” noto come Mal d’Africa. Gli occhi e il cuore sono infatti rimasti ancorati alle variopinte immagini regalate da un paese che sembra racchiudere in sé il meglio del continente africano: spazi infiniti, una ricca fauna e flora nonché un vero e proprio mosaico di etnie, lingue e paesaggi incontaminati.

A rimanere ben impresse nella mente sono soprattutto quelle realtà che hanno qualcosa di unico ed eccezionale da raccontare: muovendosi alla volta delle desertiche pianure della Namibia l’occhio non può che soffermarsi sui famosi Cerchi delle Fate. Con questo fiabesco nome si identificano quella sorta di anelli d’erba che si vanno a disegnare sul terreno desertico, figure che per la loro singolarità hanno richiamato l’attenzione di scienziati di ogni dove interessati a studiare e spiegare quello che risulta essere uno dei più grandi enigmi della natura.

Con un diametro che può raggiungere i 20 metri, questi misteriosi cerchi hanno alimentato diverse teorie: la popolazione locale, gli Himba, crede che siano le impronte di divinità e degli spiriti mentre, stando a quanto narra un’antica leggenda, questi anelli circolari corrisponderebbero agli sbuffi di un drago che vive sottoterra.

Lasciando da parte storie fantastiche o divine, a riportare con i piedi a terra è la ricerca condotta dal biologo vegetale tedesco Norbert Juergens del Biocenter Klein Flottbek dell’Università di Amburgo e pubblicata sulla rivista Science: lo studioso, analizzando una fascia di deserto lunga 2.000 chilometri compresa tra l’Angola e la parte settentrionale del Sudafrica, sembra essere arrivato al punto di svelare l’arcano attribuendo la colpa, o i meriti che dir si voglia, alle termiti della sabbia, note come Psammotermes allocerus.

A quanto pare questi insetti assicurano la propria sopravvivenza adattando l’ambiente alle proprie esigenze ovvero nutrendosi delle radici di quelle piante che, a seguito della stagione delle piogge, emergono dal terreno. Venendo a mancare le radici, il suolo diviene meno compatto e più poroso e si nota l’assenza di vegetazione nella parte centrale di un cerchio ai bordi del quale l’erba continua a crescere.

Quindi l’acqua piovana, generalmente assorbita dalle piante e reintrodotta nell’ambiente sotto forma di vapore tramite la traspirazione, venendo a mancare l’erba, si conserva negli strati più profondi del sottosuolo restando a disposizione degli insetti che ne fanno tesoro durante la stagione secca. Insomma, questi Cerchi delle Fate si potrebbero definire a tutti gli effetti un valido esempio di ingegneria naturale.

Facebook censura la modella oversize «Stile di vita non adeguato» Poi fa dietrofront dopo le proteste

Corriere della sera

di Giorgia Lodato

Negata la sponsorizzazione sul social network di un programma tv sul sovrappeso. Ma le proteste delle femministe fanno cambiare idea alla piattaforma di Zuckerberg

Tess Holliday, la modella oversize al centro del caso

Una polemica nata sui social network che ha visto schierarsi da una parte i sostenitori del «fatshion» e delle modelle oversize e dall’altra chi – Facebook in prima linea- critica lo stile di vita poco sano di chi non teme bilance e prove costume. La discussione si è scatenata sul social di Zuckerberg dopo che la produttrice di Cherchez La Femme - talkshow australiano che il primo martedì di ogni mese va in onda a Melbourne e che affronta, senza censura, temi legati alla cultura popolare e al femminismo per risvegliare le coscienze delle nuove generazioni – ha ricevuto un messaggio dalla piattaforma in cui si spiegava che l’evento creato per sponsorizzare la puntata su «Feminism and Fat» non poteva essere messo in evidenza a causa dell’immagine in bikini della modella xxl Tess Holliday, giudicata “inadeguata” perché contraria allo stile di vita salutistico che il social network cerca di promuovere.
«Corpo non desiderabile»
Secondo quanto scritto nel messaggio, la foto metterebbe in risalto uno stile di vita malsano, esaltando una condizione del corpo «non desiderabile» oltre a una condizione medica grave. Una mossa che non è andata giù alle organizzatrici del programma che ogni mese discute con alcune ospiti di vari argomenti, dalla musica alla fede, dal sesso allo sport, dalla criminalità al cinema, passando per cultura digitale, moda e arte. Il 7 giugno per affrontare il tema controverso dell’accettazione del corpo, della sensualità e del superamento delle apparenze e di modelli «alla Barbie» saranno presenti in studio femministe, scrittrici, attiviste, modelle, tra cui spicca il nome di Elyse Lithgow, direttrice oversize della Melbourne fashion Week Plus.
La solidarietà degli utenti
Anche gli utenti di Facebook si sono schierati a sostegno dell’accettazione del corpo in tutte le sue taglie postando sulla pagina dell’evento tanti messaggi di sostegno, a cui il programma ha subito risposto con un post: «Grazie mille per il supporto e la solidarietà che state dimostrando riguardo il problema che abbiamo avuto con il rifiuto di Facebook - scrivono. Qualunque commento sgarbato sull’argomento – aggiungono – sarà eliminato dalla pagina». E’ stato proprio il supporto del pubblico e i commenti come «Facebook che stai facendo?», «E’ un passo positivo e vi appoggio», «Facebook è una vergogna», a convincere quello che è uno dei social più utilizzati al mondo a fare marcia indietro e lasciare che l’evento potesse essere promosso senza censura.

E mentre le femministe festeggiano questa piccola vittoria sui social ci si continua a chiedere se sia giusto o sbagliato raccontare la storia di «una bellissima modella taglia forte», che può rappresentare un esempio di ottimismo per tante donne che si trovano in questa condizione e hanno difficoltà ad accettarsi.

@GiorgiaLodato
24 maggio 2016 (modifica il 24 maggio 2016 | 12:51)

Elicotteri in fuga dai tetti e terrore: così ho visto cadere Saigon»

Corriere della sera

di Tiziano Terzani

Pubblichiamo un articolo di Tiziano Terzani pubblicato sul «Corriere» il 14 marzo 1976, a un anno dalla conquista della capitale sudvietnamita da parte dell’esercito del Nord



Alle 5.30 di quel confuso, pauroso pomeriggio del 29 aprile 1975, una macchina usci dalla villa al numero 3 di via Tran Quy Cap, svoltò a sinistra sul viale Cong Ly e si diresse a tutta velocità verso l’aeroporto di Tan Son Nhut. I tre uomini che stavano dentro però non scappavano.

Erano rappresentanti della Terza Forza (» neutralisti sudvietnamiti, n.d.r.) che, ormai convinti d’un imminente attacco contro Saigon, andavano a chiedere alla delegazione del GPR ( Governo Provvisorio Rivoluzionario, n.d.r.) a Camp Davis che cosa potevano fare per evitare la
battaglia, la distruzione della città e le migliaia e migliaia di vittime che ci sarebbero state.

Erano l’avvocato Tran Ngoc Lieng, incarcerato da Thieu e rilasciato giusto tre giorni prima; il professor Chaa Tarn Luan, e Chan Tin, il prete redentorista che si era per anni occupato dei prigionieri politici ed aveva diretto, negli ultimi mesi di Thieu, le manifestazioni di piazza per l’applicazione degli Accordi di Parigi e la pace. Durante tutta la giornata nella villa di Minh si era ancora discusso della formazione del governo e della eventuale partecipazione della Terza Forza.

Ma la situazione era rimasta esattamente quella della sera precedente, quando il generale aveva dovuto presentarsi a Palazzo senza la lista completa dei suoi ministri. Alle 5 padre Chan Tin era arrivato per chiedere al nuovo presidente un permesso scritto per andare a liberare i prigionieri politici nelle galere di Saigon. Minh gli aveva suggerito invece di andare, assieme agli altri due rappresentanti della Terza Forza, a parlare con i vietcong a Camp Davis. I tre avevano accettato.
«Tan Son Nhut pareva deserto», mi raccontò alcuni giorni dopo padre Chan Tin.

«I marines americani avevano fatto un perimetro difensivo tutto attorno all’edificio e su una piazzola si abbassavano gli elicotteri. Si sentivano dei colpi di mortaio in arrivo e grandi colonne di fumo si levavano dalle piste e dai depositi di benzina saltati in aria... All’ufficiale del GPR che venne a riceverci al cancello di Camp Davis chiedemmo di parlare col colonnello Vo Dong Giang; venivamo a titolo personale, e non come delegazione di Minh». I vietcong li fecero entrare. Giang e i tre non si erano mai incontrati prima, ma si conoscevano reciprocamente di fama.

In riconoscimento per il lavoro fatto con i prigionieri politici, il colonnello Giang aveva mandato a Chan Tin, in occasione del Tet, una piccola lacca di Hanoi. «So che venite da amici: per questo vi ricevo. La delegazione ufficiale c’è già stata», disse Giang. E stringendo loro le mani, accompagnandoli in fretta verso un:bunker, li chiamò «fratelli». «Siamo convinti che Saigon sta per essere attaccata. Cosa possiamo fare per evitare un massacrò nella capitale?», chiese l’avvocato Lieng.

«Abbiamo posto le nostre condizioni e Saigon non ha risposto. L’ordine dell’attacco è già stato dato. Tocca a Minh vedere chiaramente la situazione. Non si tratta di arrendersi, ma di accettare i risultati di questa grande lotta del popolo vietnamita contro la dominazione straniera. Minh non deve ordinare alle truppe, come ha fatto, di resistere: deve permettere ormai che i nostri due eserciti si stringano la mano, si abbraccino. Non ci sono più vincitori o vinti. E’ il popolo vietnamita, tutto il popolo vietnamita che ha vinto, e l’America, solo l’America che ha perso», disse Giang.

Mentre parlavano ci fu una scarica di razzi comunisti che caddero vicinissimi al campo ed i quattro andarono a rifugiarsi in uno dei tunnel sotterranei che erano stati scavati, di nascosto, nelle notti precedenti. La conversazione continuò ancora per una mezz’ora; poi Chan Tin e gli altri vollero tornare in città per andare a dire a Minh di dichiarare Saigon città aperta. Ma Giang consigliò loro di rimanere. L’aeroporto era sotto tiro; rientrare in città sarebbe stato pericolosissimo.

Le linee telefoniche di Camp Davis erano tagliate; non c’era più modo di comunicare con la villa di Tran Quy Cap e Minh aspettò invano che i suoi tre informali emissari gli dessero notizie su ciò che stava accadendo. «Giang ci chiese di restare. Per cena mangiammo gallette secche di riso», raccontò poi Chan Tin. «Rimanemmo tutta la notte nel tunnel. Dopo ogni scarica di artiglieria c’erano lunghi periodi di silenzio».

«I nostri soldati stanno ora avanzando», ci spiegava Giang. « Non riuscimmo a dormire un minuto. Tutta la notte restammo il serrati contro la terra, a parlare, a conoscerci: ma soprattutto a sperare che la fine venisse presto». La sera calò terribile, agghiacciante su una città al colmo dello sgomento e della paura, su migliaia e migliaia di persone che, sentendosi in trappola, erano sicure di essere massacrate all’alba. Si sapeva che i comunisti avevano portato in un raggio di dieci chilometri i loro micidiali cannoni da 130.

Se quelli cominciavano a sparare, Saigon sarebbe stata come un mattatoio. Ci si aspettava che cominciassero da un momento all’altro. Correva voce che i vietcong avevano accatastato trecentomila colpi destinati alla capitale. Alle otto Radio Saigon, dando le notizie della guerra non parlò più di «vietcong». L’annunciatore disse: «Stamani i nostri fratelli dell’altra parte hanno attaccato l’aeroporto di Tan Son Nhut... i nostri fratelli dell’altra parte stanno ora attaccando su tutti i fronti... . C’era ancora uno spiraglio aperto per le trattative? Il cielo era carico di nuvole. Verso le nove cominciò a piovere. Mancava la luce elettrica e la città era piombata in un buio cieco.

Dalle vetrate del ristorante al nono piano del Caravelle, dove giornalisti, cinesi di Hong Kong e ricchi vietnamiti che si erano rifugiati nell’albergo cenavano eccitati e rumorosi al lume di candela, serviti da impeccabili camerieri in giacca e farfalla nera, si vedevano a tratti, in direzione dell’aeroporto, le fiammate rosse di improvvise esplosioni. Si diceva che fossero squadre speciali di sabotatori americani venuti a distruggere i caccia dell’aviazione sudvietnamita che non erano riusciti a partire per la Thailandia e che non dovevano cadere nelle mani delle truppe comuniste ormai vicinissime.

In quei brevi sprazzi di luce si distinguevano sul tetto dell’ambasciata americana le sagome nere di gente che correva ricurva sotto il rotear delle pale. L’evacuazione continuava. Per tutta la notte il vuoto nero del cielo fu punteggiato dalle intermittenti luci rosse di questi strani uccelli da preda che si calavano lenti sui tetti, gettavano a tratti, per orientarsi, un lungo raggio bianco di luce dal loro unico occhio, si posavano per quattro, cinque minuti e scivolavano via, carichi di gente, ogni volta evitando a fatica la grande antenna della radio sopra l’edificio della Posta e i due appuntiti campanili della cattedrale.

Saigon non lo sapeva, ma dal Comando generale mobile delle Forze di Liberazione, situato quella notte a, nord di Bien Hoa, il generale Tran Van Tra aveva dato alle truppe l’ordine di marciare verso la capitale, e le varie unità, protette dall’oscurità, stavano muovendosi per occupare le posizioni da cui al mattino avrebbero fatto l’ultimo balzo in avanti. Alle 7.45 un elicottero verde si posò sul tetto. Gli ultimi undici marines si buttarono nelle portiere aperte e l’elicottero si sollevò. Lingue di fuoco uscivano dalle feritoie del moderno edificio fortezza ormai avvolto da una nuvola nera e rosa di fumo e gas lacrimogeni.

Da una casa vicina e dal basso del viale Thong Nhat dei soldati sudvietnamiti scaricarono la loro rabbia e i loro mitra contro quella pancia di ferro che si alzava nel cielo grigio. L’elicottero fece una brusca virata e lo mancarono. Il frullio delle pale si sciolse nell’aria umida e afosa del mattino e l’elicottero fu, in un attimo, un punto sempre più piccolo all’orizzonte. Era l’ultimo. L’ultimo. Duecento metri oltre la ambasciata americana, dalla parte opposta sul viale Thong Nhat, negli uffici della presidenza del Consiglio, il generale Minh e il primo ministro Vu Van Mau erano riuniti con i loro collaboratori, quando un ufficiale portò la notizia che la evacuazione era terminata. «E’ ora di fare l’annuncio». disse Ly Qui Chung.

Dalla sera precedente il giovane ministro dell’Informazione sosteneva l’idea di dichiarare una resa incondizionata, ma il generale Minlv si opponeva e insisteva invece perché fosse completata la lista dei ministri che lui voleva annunciare in giornata. Su questi due diversi piani d’azione la discussione continuò. All’università Van Hanh gli studenti che avevano occupato gli edifici, una volta riesaminata la situazione che ormai mutava precipitosamente, decisero di cambiare il nome del loro comitato.

Da «Studenti Buddisti». si chiamarono «Buddisti Patriottici». Due ore dopo cambiarono ancora il nome in «Comitato Rivoluzionario», e con questa testata cominciarono a stampare al ciclostile centinaia di fogli che sarebbero serviti come permessi per circolare in città, come documenti di identificazione per i soldati sudvietnamiti che loro avrebbero convinto ad arrendersi. Il capo degli studenti, Nguyen Huu Thai, aveva passato la notte in casa di un amico, assieme al quadro politico che era il contatto del Fronte con la università.

Alle 7 del mattino era montato da solo su una Honda ed era andato alla pagoda di An Quang. «Per evitare una battaglia a Saigon bisognava che Minh dichiarasse la resa e l’unico uomo che poteva convincerlo era il venerabile Tri Quang». mi raccontò Thai alcuni giorni dopo. «I buddisti volevano a tutti i costi evitare un bagno di sangue a Saigon. Nell’ultima settimana avevano cercato di contattare il Fronte per avere assicurazioni che nei combattimenti avrebbero rispettalo la neutralità di dieci centri in cui volevano raccogliere i

loro fedeli, ma non avevano avuto risposta. Trich Tri Quang accettò di intervenire presso Minh e gli telefonò». Minh esitava; diceva che se si fosse arreso, troppa gente glielo avrebbe rimproverato e che Saigon avrebbe davvero rischiato un massacro, perché molto unità non avrebbero obbedito agli ordini e si sarebbero barricate nella capitale. Minh passò il telefono a Vu Van Mau. Trich Tri Quang ed il senatore diventato da due giorni Primo Ministro si conoscevano da tempo e Mau era stato per anni l’uomo politico della pagoda di An Quang.

Mau disse che lui era pronto ad arrendersi; chiedeva solo che il Fronte accettasse, le sue condizioni: 1) che fosse permesso ad alcune persone del governo di lasciare il paese (il numero ed i nomi non vennero specificati); 2) che i comandanti sul campo dei due eserciti si incontrassero per definire le modalità della resa. «Seguivo la conversazione al telefono», raccontò ancora Thai, «e dissi a Trich Tri Quang che questo era ormai impossibile. L’attacco contro Saigon era cominciato e al massimo sarei riuscito a mettermi in contatto con un rappresentante del Fronte verso mezzogiorno. Sarebbe stato troppo tardi». Il Venerabile spiegò la situazione a Mau, ripetè le stesse cose al generale Minh che sembrò convincerei. «Certo non c’è più modo di contattare l’altra parte.

La delegazione che ho mandato ieri pomeriggio non è più tornata», disse. Mentre Thai rientrava a Van Hanh, al primo piano della presidenza del Consiglio, Minh e gli altri si misero a preparare una dichiarazione. Alle 9 radio Saigon annunciò: «Cittadini, restate in ascolto. Il presidente farà fra breve un importante discorso». Dall’alto del Caravelle guardavo Saigon deserta, immobile, ed il tempo passava con una lentezza esasperante. Alle 10.20 vidi il personale dell’albergo riunirei attorno alla radio; riconobbi la voce lenta e impacciata del generale Minh, ma le uniche parole che capii furono quelle di un cameriere: «C’est fini! C’est fini!» urlò verso di me.

Il presidente stava dicendo: «Io credo fermamente nella riconciliazione fra vietnamiti. Per evitare un inutile spargimento di sangue chiedo a tutti i soldati della Repubblica di porre fine a tutte le ostilità e di rimanere dove si trovano. Il Comando militare è pronto a prendere contatto con il Comando dell’esercito del Governo Provvisorio Rivoluzionario per realizzare un cessate il fuoco. Chiedo inoltre ai fratelli del Governo Provvisorio Rivoluzionario di cessare da parte loro le ostilità. Siamo qui ad aspettare che i loro rappresentanti vengano per discutere il trasferimento dei poteri nell’ordine».

Poi vidi un poliziotto camminare dritto verso il mostruoso monumento al Milite Ignoto di Thieu, davanti al palazzo bianco dell’Assemblea Nazionale. Lo vidi mettersi sull’attenti, estrarre la pistola dalla fondina e sparerei alla tempia. Rimase li. solo, in una pozza di sangue, per alcuni minuti. Poi un soldato su una moto si fermò, gli prese la pistola ed andò via; un’altro gli strappò l’orologio. L’annuncio della resa sciolse l’esercito. Le unità sudvietnamite nelle prime linee uscivano dai fortini, dalle trincee, abbandonavano le armi pesanti e ripiegavano verso Saigon.

Quelle nelle caserme in città aprivano le porte, si spogliavano delle uniformi ed andavano a caccia di abiti civili. Gruppi di soldati armati fermavano le rare macchine cariche di bagagli e di gente che ancora tentava di fuggire, facevano scendere tutti e ripartivano sparando raffiche in aria. Altri, ormai senza fucili, derubavano i passanti, si facevano aprire le porte delle case minacciando di gettare delle granate che tenevano in mano con la sicura aperta.

Dappertutto nelle strade, nei vicoli, nei giardini delle ville, nei cortili delle case popolari, cominciò un frettoloso spogliarello di migliaia e migliaia di soldati e poliziotti che si toglievano i cinturoni, le giacche, le scarpe, gli elmetti e rimanevano in mutande, scalzi, con le teste rapate; la gente dalle finestre buttava loro vecchi calzoni, camicie. Al ponte Tan Thuan un capitano minacciò di fucilare i soldati che scappavano; venne abbattuto. Sul viale Thong Nhat, al Comando della guerra psicologica, dove il generale Trung era venuto al mattino a dare

ancora una volta disposizioni per la conferenza stampa delle 9, una unità di paracadutisti che si era ritirata dal ponte di Thi Nghe invase il cortile. «Un ufficiale entrò nei magazzini e distribuì tutte le sigarette che c’erano. I soldati lasciarono le uniformi per terra e uscirono di corsa», mi raccontò il colonnello Do Viet. «Due parà si puntarono i mitra a vicenda contro lo stomaco, contarono uno - due - tre e spararono. Erano cattolici e non volevano suicidarsi».

A Cholon, a Già Dinh, i quadri del Fronte vissuti per anni nella clandestinità uscirono armati nelle strade, occuparono le stazioni di polizia; bandiere del Fronte cominciarono a sventolare sulle baracche di legno lungo i canali. All’annuncio della resa uno studente uscì urlando di gioia dall’università Van Hanh per.dare la notizia alla gente del quartiere. Un poliziotto lo uccise con una raffica di M-16. Un centinaio di rangers che si ritiravano lungo la via Truong Minh Giang entrarono nell’edificio ed un colonnello cercò di organizzare, all’università, una linea di difesa.

Gli studenti ed i suoi ufficiali più giovani lo convinsero a desistere. I rangers abbandonarono le armi e ricevettero in cambio abiti civili. Gli studenti registravano nome ed unità di chi si arrendeva e distribuivano dei piccoli fogli gialli di carta stampati al ciclostile che dicevano: «II fratello... del reparto... ha consegnato le armi... Si è impegnato ad obbedire alle autorità rivoluzionarie, ed è autorizzato a rientrare presso la sua famiglia. Firmato: Il Comitato Rivoluzionario degli Studenti».

Con le nuove armi recuperate dai soldati, gli studenti rafforzarono le loro sentinelle attorno all’edificio. Un gruppo di quindici andò ad occupare la facoltà d’Agricoltura a pochi metri dalla stazione radio, sulla via Nguyen Binh Khiem. Alcune unità sudvietnamite che si ritiravano in ordine dalle prime linee cercarono di far saltare i ponti dietro di sé, ma le squadre di soldati dell’Esercito di Liberazione che si erano infiltrate nella città si erano già appostate lungo i principali assi stradali, e i depositi di munizioni e di carburante, i ponti erano protetti.

Lasciarono passare le formazioni in ritirata, lasciarono entrare anche delle unità corazzate, ma spararono sui guastatori, che cercavano di piazzare le loro cariche di tritolo. In moltissimi uffici dei ministeri, della Polizia, dell’Immigrazione, dove gli impiegati erano rimasti bloccati dal coprifuoco o s’erano andati a rifugiare, sperando di essere portati via dagli americani, quando qualcuno cercò, prima di arrendersi, di distruggere documenti compromettenti, di bruciare gli archivi, si fecero avanti colleghi di cui nessuno aveva mai sospettato e che dichiarandosi del Fronte, presero in consegna tutto quello che c’era.

Lo stesso successe al numero 5 della via Bach Dan dove, in una vecchia palazzina coloniale tutta dipinta di bianco, aveva sede la famigerata CIO (Central Intelligence Organization), la organizzazione di spionaggio che era stata uno dei più importanti strumenti del terrore di Thieu. All’annuncio della resa, quattro impiegati (tre uomini ed una donna) estrassero le pistole, misero tutti gli altri alla porta e si barricarono dentro l’edificio, salvando tutti i dossier che erano stati accatastati per anni dalla polizia segreta in collaborazione con la CIA americana.

Nel centro di Saigon l’annuncio della resa fu accolto con sgomento dalla comunità straniera che si era raccolta nei grandi alberghi, nell’ospedale Grall ed in alcuni negozi della via Tu Do con i bandoni abbassati. La repubblica che per anni tutti avevano sostenuto, difeso, e dietro la quale avevano fatto 1 loro commerci ed i loro affari, era finita per sempre. La nuova che veniva faceva paura, ma ancor più paura in quel momento faceva l’aspettarla. «I vietcong lasceranno che la città piombi nel caos; lasceranno che i governativi mettano tutto a ferro e fuoco per poi venire a farsi accogliere da liberatori», disse il proprietario di un ristorante francese.

Lungo i muri strisciavano, scalzi, soldati sospetti con del tascapane pieni di cose rubate o di bombe a mano; un paio sfrecciarono con pistole in mano su una Honda. «Speriamo che arrivino presto. Meglio i viets che questi delinquenti», disse una signora francese nella hall del Continental affollata di europei. Tutti ormai non desideravano altro che di essere considerati neutrali. Questa guerra che finiva era improvvisamente diventata una faccenda da cui volevano esser tenuti fuori, come se non ci fossero mai stati coinvolti. Essere francesi sembrò diventare d’un tratto una protezione; il tricolore fu issato sul pennone del Continental e nel giro di pochi minuti sventolò su tutti gli edifici posseduti o abitati dai francesi.

I commercianti indiani di Tu Do e Le Loi misero fuori le loro bandiere. Dal momento della resa era cessato il tuonar delle cannonate. Si sentivano solo isolate raffiche di mitra e dei colpi secchi delle armi individuali. Poi, poco prima di mezzogiorno, si sentirono vicini i colpi d’un’arma nuova ed il brontolio di motori cui Saigon non era abituata. «Sono carri armati!», disse qualcuno. Dall’angolo del Caravelle vidi venire giù dalla Cattedrale, nel mezzo della via Tu Do deserta, una grande bandiera del Fronte di Liberazione Nazionale su una jeep americana con otto giovani in civile, i bracciali rossi, le mani in aria, che urlavano « Giai Phong! Giai Phong!» (liberazione, liberazione). Erano le 12.10.

23 maggio 2016 (modifica il 23 maggio 2016 | 22:23)

Eritrea prigione d’Africa

Corriere della sera

di Michele Farina

L’ex colonia italiana celebra un quarto di secolo di vita con parate e fuochi d’artificio. .Ma il regime del presidente Afewerki lascia una sola speranza ai suoi giovani. La fuga

L’Asmara

Chissà se avrà festeggiato il giorno dell’indipendenza il ragazzo con i tatuaggi sulle braccia, due scritte in inglese dipinte prima di scappare dal suo Paese-prigione: «Stato di diritto» e «Passa tutto». Aveva 24 anni l’estate scorsa, l’ha fotografato alla stazione di Milano la reporter senegalese Ricci Shryock. Uno dei 40 mila eritrei che nel 2015 hanno raggiunto l’Italia attraversando il Sahara e il Mediterraneo, scappando da un Paese che secondo l’ultimo rapporto Onu è teatro di «gravi e diffuse violazioni dei diritti umani».

Forse non c’è nazione al mondo che si «svuota» così velocemente: su 4,5 milioni di abitanti, il 9% sono fuggiti all’estero negli ultimi anni. Dopo i siriani, gli eritrei sono il gruppo più numeroso in arrivo in Europa. L’anno scorso solo 475 su 40 mila hanno chiesto asilo nel nostro Paese. Gli altri puntavano oltre le Alpi: Svizzera, Germania, Olanda le mete. L’Italia no, forse perché è come se ci fossero cresciuti. Non c’è posto in Africa più italiano di Asmara, la capitale dell’ex colonia che ieri tra parate e fuochi d’artificio ha celebrato i 25 anni di vita.
Le bici e il cinema Impero
Il nome Eritrea (dal greco, rossiccio) uscì nel 1890 dalla penna di Carlo Dossi, scrittore amico del presidente del Consiglio Francesco Crispi. Roma governò quello spicchio d’Africa per mezzo secolo. Asmara sfoggia ancora l’architettura modernista dei nostri anni Venti e Trenta. E poi il Cinema Impero, il Liceo Marconi, il cocktail Negroni, il culto del caffè macchiato, la bici come sport nazionale e unico mezzo di locomozione in un Paese-caserma dove il servizio militare obbligatorio (perenne dai 16 anni in su) viene pagato con 30 euro al mese. La prima bici arrivò da Roma nel 1898, nel 1946 si corse il primo Giro dell’Eritrea (comunque riservato agli italiani). Oggi gli stranieri invitati dal presidente-padrone Isaias Afewerki fanno un viaggio nel tempo sulla ferrovia da Massaua ad Asmara, capolavoro della nostra ingegneria. Le funzionanti locomotive, costruite ottant’anni fa, sono un po’ l’equivalente eritreo delle vecchie decappottabili americane circolanti a Cuba.
Ciclisti e calciatori
L’America di Obama ha riallacciato i rapporti con l’isola delle vecchie Chevy e dei vetusti Castro. L’Eritrea del settantenne Afewerki rimane uno dei Paesi più chiusi e isolati del mondo. Internet è un lusso per l’1% della gente. I ciclisti eritrei corrono il Tour de France con una squadra del Sudafrica, e quando tornano sono accolti con adunate di piazza. Se tornano: l’anno scorso dieci giocatori di calcio in trasferta hanno chiesto asilo politico in Botswana.
La guerra permanente
Il servizio militare permanente, nella famigerata base di Sawa, lo Stato di diritto che è soltanto un tatuaggio (rule of law) sulle braccia di chi scappa oltre i cecchini, al di là delle montagne. Chi non ha soldi per i passatori resta sul lato sbagliato del Sahara, bloccato in Sudan o nei campi profughi dell’Etiopia, il grande spauracchio del regime eritreo. Venticinque anni dopo l’indipendenza di quella che fino al 1991 era una provincia di Addis Abeba, i vicini-nemici sono sulla carta ancora in guerra. Per Asmara è un motivo sufficiente per costringere sotto le armi (di fatto ai lavori forzati) due terzi dei giovani che finiscono la scuola. E quei duemila ragazzi e ragazze che scappano ogni mese tutto sommato non dispiacciono al regime. La grande paura di Afewerki è una rivolta interna. Chi scappa non si ribella. E una volta all’estero manda soldi alle famiglie rimaste a casa.
Imprese
Qualcosa sta cambiando, a sentire i diplomatici italiani che sono un po’ l’orecchio del mondo in terra eritrea. Si coglie qualche apertura nel monolite del potere, più timida di quanto si vorrebbe. Qualche impresa tricolore, dal tessile al fotovoltaico, porta lavoro (e valuta pregiata allo Stato). In un mondo di crisi umanitarie concorrenti, la fortezza Eritrea con le sue italiche facciate moderniste non fa l’effetto delle macerie dove si combattono le guerre. Ma per commuoverci forse bastano tre parole, rule of law, tatuate sul braccio di un ragazzo che fugge.

24 maggio 2016 (modifica il 24 maggio 2016 | 23:36)

Se mio nonno fosse vivo

La Stampa
mattia feltri

Dice uno: se mio nonno partigiano fosse vivo voterebbe sì. Dice un altro: se mio nonno partigiano fosse vivo voterebbe no. Dico io: se mio nonno fosse vivo si suiciderebbe.