giovedì 26 maggio 2016

Referendum

La Stampa
jena@lastampa.it

Nel segreto della cabina elettorale Berlinguer ti vede, Renzi no

Breve biografia di Berlusconi

La Stampa
mattia feltri

Compro, compro, compro... Vendo, vendo, vendo

Operazione Gatto

La Stampa
massimo gramellini

Le vicissitudini di Palmerston aprono uno squarcio sullo stato d’animo degli inglesi alla vigilia del referendum con cui decideranno se restare o meno in Europa. Palmerston è un micio bicolore in servizio presso il ministero degli Esteri. Prende il nome dal grande Lord Palmerston, che illustrò la scena politica britannica nell’Ottocento, quando quell’isola contava ancora parecchio. Un mese fa è stato assunto dal Foreign Office con la missione di catturare i topi. Il suo ingaggio fu salutato da servizi fotografici e siti dedicati che lo immortalavano accanto alla foto della Regina o sopra la tastiera di un computer, tanto per confondergli le idee sul tipo di «mouse» che avrebbe dovuto cacciare. 

Un Paese che tratta i gatti come statisti ha un’alta reputazione dei gatti o, più probabilmente, deve averne una pessima degli statisti. Fatto sta che ieri alla Camera un deputato del partito conservatore ha chiesto al ministro degli Esteri Hammond se Palmerston fosse una spia al servizio della Commissione Europea. E, nonostante le rassicurazioni del ministro, ha affermato con assoluta serietà che si sarebbe sentito più tranquillo se il felino fosse stato controllato dal controspionaggio.

Pensare che la Commissione Europea sia capace di mettere un microchip nel collare di un gatto per spiare il governo britannico significa illudersi che a Bruxelles ci sia gente creativa e che il governo britannico faccia ancora qualcosa che valga la pena di essere spiato. Forse la conclamata ostilità di molti inglesi per l’Unione Europea è frutto di un doppio eccesso di valutazione: sulla forza dell’Unione e sulla propria.

La Rai dice addio alle “signorine buonasera”

La Stampa
gianluca nicoletti

L’ultima vestale dell’annuncio col sorrisino prestampato sarà Claudia Andreatti



Dopo le 6.25 di sabato 28 maggio la figura professionale dell’annunciatrice Rai sarà definitivamente classificata come reperto museale. L’ultima vestale dell’annuncio col sorrisino prestampato sarà Claudia Andreatti, da nove anni, in questo ruolo su Rai1, dopo di lei solo rimpianti e nostalgie. 
A dire il vero la lacrimuccia di rimpianto la verseranno solamente gli abbonati in prima fila over 70, quelli che ancora conservano memoria del sommesso palpitare per quelle signorine, capaci di passare una giornata a pettinarsi per un’apparizione video di un minuto scarso, attimo fuggevole ma estremamente intenso.

Un tempo sufficiente a far sognare sia la mamma che sfritellava in cucina, che forse provava una punta di invidia per quelle prime icone del tiepidume erotico nei confini del consentito, come per il maschio attovagliato, che ne traeva colpevoli spunti per innocenti divagazioni oniriche alla ferrea routine coniugale.Per i frequentatori abituali della tv di Stato in era monocratica quelle ragazze compite rappresentavano lo scandire di una consuetudine familiare, erano le sacerdotesse del fantastico spettacolo domestico di quel focolare catodico in cui, da più di sessanta anni, la Rai ha attinto quel residuo di grazia d’antan che ancora anima le sue stanche liturgie. 

Da questo ultimo sabato di maggio inizieranno dunque le cause di beatificazione per dimostrare le virtù eroiche delle varie Nicoletta Orsomando, Rosanna Vaudetti, Anna Maria Gambineri, Marilina Cannuli, Maria Giovanna Elmi, Beatrice Cori, Marina Morgan. Qualcuno tra i fecondi novelli creativi penserà un format innovativo che intitolerà “Annunciatrici” e tutto entrerà a pieno diritto nella storia minima della nostra civilizzazione elettronica. 

Ma perché tutti i migranti finiscono da noi?

Livio Caputo



Non c’è che da rallegrarsi che la nostra Marina sia riuscita a salvare altri 500 migranti naufragati al largo delle coste libiche quando il loro barcone si è rovesciato. Aiutare chi è in pericolo è la legge del mare, ed è una legge nobile e giusta.C’è, tuttavia,un problema:e qui non ci troviamo di fronte a naufraghi “normali”, come potrebbero essere quelli di un peschereccio o di un mercantile, che una volta portati a terra se ne ritornano a casa propria. Qui abbiamo a che fare con naufraghi “volontari”, cioè con persone che si imbarcano scientemente su natanti non in grado di compiere la traversata dalla Libia alle coste italiane,

nella certezza che comunque saranno ripescati da qualche nave che incrocia nella zona proprio a questo scopo (unità navali italiane, di Frontex, perfino di organizzazioni umanitarie di vario tipo) e portati a destinazione. E’ vero che, purtroppo, l’operazione non riesce sempre, e che nel corso degli anni centinaia di persone, soprattutto donne e bambini che sono i più deboli, hanno trovato la morte. Ma i “disperati” si imbarcano egualmente anche se vedono che il natante loro destinato non è in grado di tenere il mare, perché le probabilità di farcela sono molto maggiori di quelle di finire in fondo al mare.

Noi troviamo questo meccanismo assurdo: dispiegando una flotta per soccorrere i naufraghi, non solo incoraggiamo un maggior numero di migranti a tentare l’avventura, ma facciamo anche il gioco dei cosiddetti “mercanti di carne umana”, che possono vendere a caro prezzo “passaggi” anche su natanti sgangherati su cui, senza la garanzia del recupero, ben pochi accetterebbero di salire. Se riteniamo – come Papa Francesco e molti altri – che tutti coloro che vogliono venire in Europa debbano essere accolti, sarebbe meglio offrire loro, naturalmente non a tutti insieme, ma a ragionevoli scaglioni – un viaggio sicuro su un traghetto: eviteremmo le tante vittime che il mare continua a fare, taglieremmo fuori gli

scafisti e risparmieremmo anche un sacco di soldi. Se invece siamo del parere che bisogna accogliere soltanto i veri profughi, e non i migranti economici, facciamo sapere a tutto il mondo che la selezione verrà fatta addirittura a bordo delle navi soccorritrici e che chi non ha diritto d’asilo non verrà portato in Italia, ma rispedito subito indietro. Fare la selezione in terraferma è una pura illusione, perché chi sa di essere abusivo non aspetterà di essere esaminato e alla prima occasione si aggiungerà alle centinaia di migliaia di clandestini. E anche se accetterà di aspettare l’esito della sua pratica, mantenuto con 35 euro al giorno che al suo Paese rappresentano una fortuna, difficilmente sarà poi rimpatriato.

Ma torniamo con i piedi per terrea, cioè alla situazione attuale, destinata a peggiorare nel corso dell’estate: i gommoni continueranno a partire, i (spesso solo potenziali) naufraghi continueranno a essere salvati e sbarcati nei porti della Sicilia, della Calabria e della Puglia, dove in base agli accordi europei dovranno essere registrati e presi in carico dalle nostre autorità. Anche se il governo tende a minimizzare, prima della fine dell’anno potrebbero essere mezzo milione o anche più. Ma – e qui sta la questione cruciale – perchè dobbiamo prenderceli tutti noi, quando una buona parte aspira in realtà a raggiungere altri Paesi della UE? Perché, anche se vengono ripescati da una nave norvegese o inglese, li scaricano

comunque nei nostri porti? Perché, questa è la risposta, così vogliono gli accordi di Dublino, che da mesi cerchiamo, senza risultati tangibili, di modificare. Al contrario, per evitare che chi sbarca in Italia possa dirigersi al Nord, si minaccia di erigere barriere come quelle che hanno chiuso la cosiddetta rotta balcanica. Allora, prendiamo il coraggio a quattro mani e denunciamoli, questi accordi, rifiutando di applicarli fino a quando l’Europa non si deciderà a varare una politica che non lasci tutto il peso della migrazione sulla nostre spalle, come è capitato alla povera Grecia lo scorso anno con i tragici risultati che abbiamo visto in TV.