venerdì 27 maggio 2016

Un iPhone nel quadro del 1670: la 'scoperta' di Tim Cook

repubblica.it
Pier Luigi Pisa



Il CEO di Apple è rimasto folgorato da un quadro dell'artista olandese Pieter de Hooch - erroneamente scambiato per Rembrandt - esposto al Rijksmuseum di Amsterdam. Nel dipinto, realizzato nel 1670, un uomo sembra tenere in mano un moderno device. "Ecco dove e quando è stato inventato l'iPhone" ha detto ironicamente Cook, intervistato da Neelie Kroes - ex Commissario europeo per l'agenda digitale - nel corso della Start Up Fest Europe. Il titolo dell'opera ammirata da Cook è "Uomo con una lettera a una donna nell'ingresso di una casa". L'oggetto 'misterioso' che ha attirato l'attenzione di Cook, dunque, è una semplice lettera

Tutankhamon, il pugnale venuto dallo spazio

La Stampa
fabrizio assandri

Il ferro della lama è di origine meteoritica: lo ha accertato una ricerca italo-egiziana con la fluorescenza a raggi X


E’ di origine meteoritica - di uno degli innumerevoli meteoriti caduti sul deserto egiziano, che ancor oggi è facile raccogliere - il ferro della lama di uno dei due pugnali trovati con la mummia di Tutankhamon. Dodicesimo sovrano della XVIII dinastia, regnò tra il 1333 e il 1323 a.C., quando morì a 18 anni. La sua tomba venne scoperta nel 1922 da Howard Carter e Lord Carnarvon

Gli antichi egiziani lo sapevano e, in fondo, ce lo avevano detto. Un papiro racconta di un «ferro piovuto dal cielo». Ma il mistero dell’origine di uno dei due pugnali trovati insieme alla mummia del faraone bambino, Tutankhamon, ha diviso gli studiosi fin da quando, nel 1925, fu aperto il sarcofago custodito nella Valle dei Re.

A mettere la parola fine alla disputa è una ricerca italo-egiziana, nata anche dopo il ritrovamento di un cratere. Tra i tanti misteri e le superstizioni legati al faraone, a partire dalla maledizione che avrebbe colpito chi avesse profanato la sua tomba, almeno un’incognita è stata risolta. Con la fluorescenza a raggi X, gli scienziati hanno tolto ogni dubbio: il ferro della lama di quel pugnale arriva dallo spazio.

«Gli oggetti egizi di ferro sono pochissimi, non avevano sviluppato la metallurgia del ferro e non c’erano cave. Così, era considerato più prezioso dell’oro», spiega Francesco Porcelli, professore di Fisica al Politecnico di Torino. «Per questo il ritrovamento del pugnale di Tutankhamon aprì un dibattito». A stupire era anche la grande qualità della manifattura, segno della capacità nella lavorazione del ferro raggiunta già allora. Il pugnale, di circa 35 centimetri e per nulla arrugginito, era infilato tra le bende della mummia, per prepararsi all’incontro con l’aldilà: basti a dire quanto era ritenuto prezioso.

C’erano studiosi che già sostenevano si trattasse di un meteorite, mentre altri pensavano che fosse stato importato: in Anatolia nel XIV secolo a. C., quando visse Tutankhamon, il ferro c’era già. «Incredibilmente, però, finora nessuno aveva fatto analisi». Porcelli è stato, per otto anni fino al 2014, addetto scientifico all’ambasciata italiana al Cairo e ha messo insieme il progetto di studio, portato avanti dagli esperti sui meteoriti dell’Università di Pisa, il Politecnico di Milano e un suo spin-off, la ditta XGLab, insieme con il Politecnico di Torino, il Cnr e per parte egiziana il Museo del Cairo e l’Università di Fayyum. L’iniziativa è stata finanziata dal ministero degli Esteri italiano e da quello della Ricerca scientifica egiziano.

L’antefatto di questa storia è la scoperta nel 2010, che finì sulla rivista Science, del Kamil Crater nel mezzo del deserto egiziano. Si tratta di un piccolo «cratere lunare», rarissimo sul nostro pianeta, perché di norma l’erosione cancella i segni degli impatti dei meteoriti. A quella spedizione parteciparono tra gli altri gli studiosi di Pisa e dell’osservatorio astronomico di Pino Torinese.«Quando fu scoperto il cratere, parlammo del mai risolto interrogativo sul pugnale sulla mummia del giovane faraone della diciottesima dinastia, e decidemmo di fare le analisi, superando un po’ di riluttanza delle autorità egiziane, che giustamente custodiscono gelosamente i reperti», spiega Porcelli.

Ma come si è arrivati a stabilire che si tratta di un metallo alieno? Dalla composizione: il ferro infatti contiene nichel al 10% e cobalto allo 0,6: «Sono le concentrazioni tipiche dei meteoriti. Pensare che possa essere il frutto di una lega, in queste concentrazioni, è impossibile». La strumentazione utilizzata sul reperto in Egitto non è stata invasiva, la fluorescenza a raggi X, poi i dati e i risultati sono stati analizzati in Italia. Il progetto bilaterale, iniziato nel 2014 e terminato con la pubblicazione in questi giorni, forse non sarebbe più possibile nell’Egitto di oggi.

«Dopo il caso Regeni e il caos di questi mesi», racconta Porcelli, che sulla sua pagina Facebook ha l’appello perché si faccia chiarezza sul ricercatore ucciso, «molti studiosi non vogliono più partire per l’Egitto. Si è rotto un rapporto di fiducia. Spero che il seme delle primavere arabe torni a fiorire, intanto questo pugnale può essere un piccolo segno di quella collaborazione che dobbiamo tornare a intessere».

Montatura d’arte

La Stampa
massimo gramellini

A molti sarà capitato di perdersi nella contemplazione di un capolavoro contemporaneo senza riuscire a comprenderlo appieno. Le targhette posizionate accanto all’opera forniscono spiegazioni che aiutano poco, perché scritte in una lingua da riforme costituzionali: immaginifica e oscura. Solo pochi eletti hanno la lucidità di evadere da questo stato di prostrazione con uno scatto di sana follia. È il caso dell’adolescente californiano TJ Khayatan, che al museo d’arte moderna di San Francisco stava rischiando di andare in trance da appisolamento (inteso sia come siesta, sia come isolamento per guardare le app del telefonino) quando ha avuto l’illuminazione. Si è tolto gli occhiali e li ha appoggiati per terra. Poi, benché privo di lenti, è stato a vedere. 

Mai attesa fu più breve: nugoli di visitatori si sono precipitati a fotografare l’installazione, degna erede della Buzzicona, la moglie monumentale di Alberto Sordi che si addormentava su una seggiola della Biennale e veniva scambiata per opera d’avanguardia. L’occhialuto TJ avrà pensato che nulla come l’esposizione di certa arte moderna racconta il conformismo degli esseri umani. Quel loro fingere di avere capito tutto anche quando non hanno capito niente. Nemmeno che non c’è niente da capire.

Operazione Gatto

La Stampa
massimo gramellini

Le vicissitudini di Palmerston aprono uno squarcio sullo stato d’animo degli inglesi alla vigilia del referendum con cui decideranno se restare o meno in Europa. Palmerston è un micio bicolore in servizio presso il ministero degli Esteri. Prende il nome dal grande Lord Palmerston, che illustrò la scena politica britannica nell’Ottocento, quando quell’isola contava ancora parecchio. Un mese fa è stato assunto dal Foreign Office con la missione di catturare i topi. Il suo ingaggio fu salutato da servizi fotografici e siti dedicati che lo immortalavano accanto alla foto della Regina o sopra la tastiera di un computer, tanto per confondergli le idee sul tipo di «mouse» che avrebbe dovuto cacciare. 

Un Paese che tratta i gatti come statisti ha un’alta reputazione dei gatti o, più probabilmente, deve averne una pessima degli statisti. Fatto sta che ieri alla Camera un deputato del partito conservatore ha chiesto al ministro degli Esteri Hammond se Palmerston fosse una spia al servizio della Commissione Europea. E, nonostante le rassicurazioni del ministro, ha affermato con assoluta serietà che si sarebbe sentito più tranquillo se il felino fosse stato controllato dal controspionaggio.

Pensare che la Commissione Europea sia capace di mettere un microchip nel collare di un gatto per spiare il governo britannico significa illudersi che a Bruxelles ci sia gente creativa e che il governo britannico faccia ancora qualcosa che valga la pena di essere spiato. Forse la conclamata ostilità di molti inglesi per l’Unione Europea è frutto di un doppio eccesso di valutazione: sulla forza dell’Unione e sulla propria.

Altrimenti

La Stampa
jena

Contro Renzi la minoranza del Pd schiera Letta e Speranza, altrimenti detti i gemelli dell’autogol.

Il nano tenero per la Rai? Ci rido Prima recitavo solo negli horror»

Corriere della sera

di Renato Franco

Davide Marotta è alto 115 centimetri, diventò famoso con lo spot Kodak (1987-1997) in cui compariva come l’alieno Ciribiribì: «Oggi c’è più sensibilità, io la butto sull’ironia»



«Cercasi nano tenero». Lo avessero detto a lei? «Le cattiverie sono infinite. Adesso rispetto a un tempo c’è maggiore sensibilità. Vent’anni fa la gente era ancora più ignorante, ma un imbecille si trova sempre». Davide Marotta è alto 115 centimetri, la sua fama fu nazionale ai tempi dello spot Kodak, un decennio (1987-1997) in cui compariva come l’alieno — «tenero» per rimanere in argomento — Ciribiribì. La responsabile casting per la fiction Rai diretta da Francesca Archibugi è stata licenziata per aver scritto quell’annuncio («cercasi nano tenero») su Facebook: «Ma non voglio gettare ulteriore benzina sul fuoco. L’unica è prenderla con filosofia. Da buon napoletano ci faccio una risata e tiro avanti.

Come quando mi scrivono certi commenti su Facebook — “questo coso di un metro e dieci” — per la mia partecipazione a Made in Sud».Davide Marotta è nato a Napoli nel 1962 e sul suo metro poco abbondante — parole sue — ha costruito la carriera d’attore: «Con questo fisico al cinema, a teatro e in tv ci devo giocare. Grazie a mio papà mi sono appassionato presto al cinema — mi portava a vedere i film di De Sica — e al teatro, con Totò e Eduardo e poi Troisi. Ma ho amato molto anche Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi. E così ho deciso di provare a entrare nel mondo dello spettacolo». L’occasione per lui arriva nel 1985, con un doppio ruolo: Phenomena di Dario Argento e Ginger e Fred di Fellini:

«In tutti i set dove sono stato ho sempre incontrato persone squisite, mi hanno sempre trattato con il massimo rispetto. Fellini era sempre curioso e interessato alle vicende di tutti. Era umile e geniale». Un piccolo ruolo lo ha avuto anche nella Passione di Cristo(2004): «Mel Gibson è stato molto generoso, anche umanamente. Mi chiedeva sempre un parere sul girato. Quando il film uscì in America, mi mandò dei soldi in regalo accompagnati da una lettera. Non era dovuto e quindi l’ho ancora più apprezzato».

Eroi, pentiti o «imboscati» I politici americani e la guerra del Vietnam

Corriere della sera
di Giuseppe Sarcina

Per i giovani di Hanoi e di Ho Chi-Minh, la vecchia Saigon, la guerra con gli americani è una storia chiusa. Negli Usa, invece, «il Vietnam» è ancora una vicenda viva, fonte di polemiche che fanno male. Nella corsa alla Casa Bianca, tutti vogliono i veterani al proprio fianco. Ma, fra i big della politica, c’è chi quella guerra l’ha combattuta (McCain e Kerry) e chi ha fatto di tutto per evitare la chiamata alle armi (compresi Bill Clinton e Donald Trump)
 


DAL NOSTRO INVIATO A HANOI – Barack Obama è nato nel 1961: lo stesso anno in cui l’allora vice presidente Lyndon Johnson volò per la prima volta a Saigon, per assicurare «pieno appoggio» al leader del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem. «Nel 1975, quando i soldati americani cominciarono a ritirarsi da questo Paese non avevo ancora compiuto 14 anni», ha ricordato lo stesso presidente degli Stati Uniti, parlando agli studenti di Hanoi, il 24 maggio scorso (sotto, nella foto), il giorno dopo aver annunciato la fine dell’embargo sulle armi.


Tirati per la divisa
Per i giovani di Hanoi e di Ho Chi-Minh, la vecchia Saigon, la guerra con gli americani è una storia chiusa. Negli Usa, invece, «il Vietnam» è ancora una vicenda viva, fonte di polemiche che fanno male. È l’anno delle elezioni e tutti i candidati alla presidenza, quelli eliminati e quelli ancora in corsa, corteggiano in modo anche imbarazzante i «veterani». Donald Trump, 69 anni, li chiama i «nostri cari veterani», per esempio. E anche Hillary Clinton, 69 anni, promette che «farà di più per loro».

Molti veterani, è evidente, hanno combattuto in Vietnam. Sono morti in 58.272: i nomi sono incisi sul muro di granito nel Vietnam Veterans Memorial di Washington, un luogo visitato ogni anno da circa 3 milioni di persone. (Sotto, il primo carro armato nordvietnamita che entrò a Saigon, oggi in mostra davanti al Museo delle armi di Hanoi. Toccando l’icona blu, l’articolo sulla caduta di Saigon che Tiziano Terzani pubblicò sul Corriere il 14 marzo 1976).


L’identikit del veterano
Nel 1968, dopo la sanguinosa offensiva del Tet condotta dai vietcong, l’amministrazione di Washington impose la leva obbligatoria. Nella Seconda guerra mondiale l’impegno degli americani fu corale e trasversale: operai e insegnanti, poveri e benestanti si misero in divisa. Con il Paese indocinese non andò così. I numeri li ha ricordati Dario Fabbri in un interessante articolo scritto per Limes qualche mese fa: su 2,5 milioni di soldati americani mandati al fronte in Vietnam, il 25% si dichiarava nullatenente; il 55% proveniva dal ceto operaio e solo il 20% della middle class. Gli universitari erano il 20% del totale, gli altri si erano fermati sui gradini scolastici più bassi. È il popolo minuto, sconfitto, evocato con malinconica rabbia da Bruce Springsteen in Born in the Usa.
Arrivederci alle armi
C’erano due formule magiche per scansare la chiamata alle armi: gli studenti potevano rimandare fino a che non avessero completato il ciclo universitario o post-universitario, senza alcun limite; oppure bastava presentare un certificato medico di «inidoneità». Si serviranno di questi canali un buon numero di personalità che negli anni successivi avrebbero formato l’élite politica del Paese. Un breve elenco: George W. Bush, 69 anni, repubblicano, presidente degli Stati Uniti per due mandati (2001-2008); Dick Cheney, 75 anni, vice presidente con lo stesso Bush; Mitt Romney, 69 anni, candidato repubblicano sconfitto alle presidenziali del 2012 da Obama; Rudy Giuliani, 72 anni, sindaco di ferro a New York dal 1994 al 2001, gli anni della «tolleranza zero» verso il crimine.
Il «pentimento» di Kerry
Anche i protagonisti rimasti in gara nella volata alla Casa Bianca hanno dribblato il Vietnam: sia Trump che l’ex presidente democratico Bill Clinton, (1993-2000), ora pronto per tornare al governo a occuparsi di economia, se la moglie Hillary vincerà a novembre. Clinton, 69 anni, evitò la leva, arruolandosi nei corpi di addestramento universitari: la giungla, il napalm e tutto il resto li vide in tv. Ci furono delle scelte diverse, naturalmente. L’attuale segretario di Stato John Kerry, 72 anni, si arruolò volontario in Marina nel 1966, fu dislocato nel Golfo del Tonchino e poi sul delta del fiume Mekong. Ferito diverse volte, pluridecorato al valor militare, Kerry lasciò la zona di guerra nel 1969. Dopo quell’esperienza maturò una posizione pacifista: si schierò per la fine della guerra a fianco dell’attrice Jane Fonda. (Sotto, nella foto Ap, John Kerry, a destra, a una manifestazione pacifista nell’aprile 1971).


McCain l’eroe (tranne per Trump)
Anche il senatore repubblicano John McCain, 80 anni, era un militare di carriera, dal 1960 un pilota della Marina. Agli inizi del conflitto è in prima linea con il suo squadrone di caccia-bombardieri. Il 26 ottobre del 1967 il suo aereo viene abbattuto durante una missione e cade in acqua. McCain si salva fortunosamente (sotto, nella foto Ap, il salvataggio), ma viene quasi linciato dai vietnamiti. Passò sei anni nella prigione di Hoa Lo ad Hanoi, fu liberato solo il 14 marzo del 1973, dopo gli accordi di Parigi. Il senatore ha raccontato di aver subito abusi e torture.



Oggi il luogo della sua prigionia, soprannominato «l’Hanoi Hilton» è diventato un museo. Impressionante. In una teca è esposta la tuta da pilota di McCain (sotto) e le foto ripercorrono la vicenda dei nemici catturati.



Il 20 luglio 2015, in uno dei suoi primi comizi, Donald Trump ha dichiarato: «John McCain non è un eroe di guerra. Si può chiamare eroe qualcuno che è stato catturato? A me piacciono gli altri, quelli che non furono catturati». Trump fu attaccato da tutti e sembrava che la sua corsa dovesse fermarsi lì. È accaduto il contrario e ora i «cari veterani» sono sempre in prima fila nei raduni di The Donald. Per inciso, nel 1971, mentre McCain era all’«Hanoi Hilton», Trump si trasferiva a Manhattan e cominciava a costruire i suoi alberghi, quelli veri. (Sotto, John McCain in visita all’ex «Hanoi Hilton» nel 2000).



26 maggio 2016